I TARTASSATI (3) (di M. Tozzato)

Alcuni giorni fa avevo chiesto aiuto a causa delle difficoltà di comprensione che il ddl della nuova finanziaria mi aveva creato. Devo ringraziare in particolare, oltre agli amici e compagni che scrivono sul blog “Ripensare Marx”,  il quotidiano economico finanziario IlSole24Ore e un sito internet in cui sono riuscito a rintracciare un paio di articoli interessanti.

Il giorno 03.10.2006 su Il Sole24Ore trovo una tabella in cui vengono calcolati i nuovi carichi Irpef,

comprensivi oltre che delle rimodulazione delle aliquote anche delle detrazioni d’imposta e delle deduzioni dal reddito; viene specificato però che le modifiche apportate agli assegni familiari potrebbero bilanciare in tutto o in parte gli incrementi dell’Irpef. Ad ogni modo vengo a sapere che un mio collega di lavoro, tecnico di manutenzione negli enti locali, che grazie agli straordinari dovrebbe riuscire a superare il reddito annuo di 30.000 euro, essendo un contribuente con moglie e un figlio a carico si troverà a pagare 142 euro in più, mentre il sottoscritto, che vive da solo, se riuscirà a raggiungere la medesima retribuzione lorda, usufruirà di una diminuzione di 83 euro (meglio che niente!).

Penso che il fatto che gli assegni familiari possano riequilibrare la situazione del mio collega rispetto alla mia non attenui la stranezza della situazione.

Mi limito a questo solo esempio visto anche che sicuramente i ragionieri del Sig. Padoa-Schioppa

saranno già impegnati in ricalcoli molto complicati considerando la forza e il numero dei gruppi di pressioni da accontentare.

Proviamo ora ad inoltrarci in quel ginepraio (almeno per me) che  chiamano cuneo fiscale  ; sempre su Il Sole24 Ore trovo scritto, in riferimento all’art. 18 della finanziaria, :

<<Una prima deduzione della base imponibile riguarda i contributi assistenziali e previdenziali a carico del datore di lavoro […] la seconda deduzione consiste nell’abbattimento forfetario della base imponibile per un importo pari a 5.000 euro, su base annua, per ciascun lavoratore dipendente[…]a tempo indeterminato  […] nelle Regioni del Sud Italia la deduzione spetta per un importo sino a 10.000 euro>>.

Sorvoliamo, per ora, sulla decorrenza e su altre specificazioni per mettere in evidenza che i Sigg. Epifani e C. avrebbero dovuto considerare che se le agevolazioni per le regioni del sud appaiono giustificate riguardo alle imprese risultano meno comprensibili per i lavoratori dipendenti (40% del cuneo): seguendo il buon senso, per i lavoratori assunti a tempo indeterminato, a parità di reddito lordo e di ogni altra condizione, i vantaggi (che sembrano comunque esigui) dovrebbero risultare, credo, eguali. Si corre il rischio di ridare forza, mi pare, al solito  vergognoso antimeridionalismo di certi “padani” e al razzismo leghista e la deriva culturale negativa che coinvolge in modo pesante i ceti dominati rischia di esserne alimentata.

In un articolo apparso nel giugno di quest’anno su internet  S. Giannini e M. C. Guerra scrivono:

<<Il cuneo fiscale è la differenza fra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta che resta a disposizione del lavoratore. E’ costituito dalle imposte e dai contributi commisurati alla retribuzione, che sono pagati dal datore di lavoro o dal lavoratore. E’ quindi formato da un insieme eterogeneo di componenti che gravano su soggetti diversi.[…] Sul datore di lavoro gravano tre tipologie di contributi: previdenziali, assicurativi e assistenziali. Complessivamente, ammontano al 32,08 per cento della retribuzione lorda.[…] Sul lavoratore gravano due tipologie di contributi: previdenziali e, in minima parte assicurativi. […] Per ridurre il cuneo fiscale si possono seguire diverse strade. Si può agire sulle imposte (Irap e Irpef) o sui contributi (previdenziali, assicurativi, assistenziali); la riduzione può inoltre riguardare la componente a carico del datore di lavoro o quella a carico del lavoratore.>>

Bisogna però distinguere tra guadagno netto e guadagno lordo relativi alla riduzione del cuneo quando si agisca sui contributi:

<<i contributi sono infatti deducibili dall’Ires pagata dal datore di lavoro. Se i contributi calano, la base imponibile dell’Ires aumenta e con essa l’imposta da pagare. […] Allo stesso modo, per quanto riguarda la riduzione del cuneo a vantaggio dei lavoratori, occorre tenere conto della maggiore Irpef che essi dovrebbero pagare sulla loro più elevata retribuzione lorda.>>

Ma la riduzione dei contributi implica conseguenze importanti:

<<è utile ricordare che i contributi sono molto diversi dalle

imposte, in quanto non servono al finanziamento generale della spesa, ma vanno a finanziare

programmi specifici, che hanno in senso lato la funzione di assicurare il lavoratore rispetto alla

possibile perdita del proprio reddito (per vecchiaia, malattia, disoccupazione, eccetera.) e sono

prelevati sulla categoria di soggetti che beneficia di quei programmi.

Rispondono pienamente a questa definizione, e sono perciò considerati "oneri propri", i

contributi previdenziali e assicurativi in quanto servono, i primi, a finanziare le pensioni di

cui i lavoratori usufruiranno e i secondi, a salvaguardare il loro reddito in caso di eventi avversi

(disoccupazione, malattia). Questi contributi non possono essere tagliati senza decurtare le

pensioni e gli altri programmi che con essi sono finanziati, a meno di non procedere a una loro

fiscalizzazione (e cioè al loro finanziamento tramite imposte), che però porrebbe a carico di

tutti i cittadini il finanziamento di programmi di spesa di cui beneficiano solo i lavoratori.

I contributi assistenziali sono invece "oneri impropri", in quanto servono a finanziare

programmi che hanno una componente redistributiva. Il contributo per maternità viene ad

esempio pagato anche dagli uomini, i contributi per assegni familiari vengono pagati da tutti i

lavoratori dipendenti, a prescindere dal loro stato di famiglia. Questi contributi sono stati

diminuiti a più riprese nel tempo, da ultimo con l’ultima legge Finanziaria (n.d.r.2006), e sostituiti con un finanziamento a carico delle imposte.>>

L’alternativa, aggiungono ancora la Giannini e la Guerra, consisterebbe nell’agire sulla componente fiscale del cuneo:

<<Per quanto riguarda il datore di lavoro ciò implicherebbe […] di eliminare dalla base imponibile dell’Irap la componente del costo del lavoro rappresentata dai contributi a carico del datore di lavoro […] Per quanto riguarda lo sgravio promesso ai lavoratori, le ipotesi sul tappeto possono essere ovviamente le più diverse. Nel loro caso, infatti, l’intervento non è finalizzato a una riduzione del costo del lavoro, ma al sostegno delle retribuzioni nette. Può quindi interessare il fronte fiscale, ad esempio in forma di restituzione del fiscal drag……>>.

A questo punto mi fermo perché è apparso uno spettro, il fiscal drag , che dovrebbe procurare una fitta dolorosa a tutti i lavoratori.

Sempre in rete trovo questa definizione del fiscal drag:

<<In un imposta progressiva, come l’Irpef, l’imposta media aumenta all’aumentare del reddito monetario. Quando si ha inflazione, un aumento del reddito monetario non comporta un pari aumento del reddito reale […] Ma il sistema tributario non tiene conto di ciò, e tassa l’individuo di più (perché ha un reddito più alto) considerandolo più ricco. L’aumento di tassazione indotto dall’inflazione si chiama fiscal drag e discende da due fattori: 1) una quota sempre più ampia del reddito è assoggettata ad aliquote (marginali) più elevate; 2) il valore delle detrazioni e deduzioni d’imposta per tipologie di redditi, per carichi familiari, ecc., non è indicizzato all’aumentare dei prezzi e quindi diminuisce, in termini di potere d’acquisto, quando vi è inflazione.>>

A partire dalla Finanziaria 2001 la restituzione del fiscal drag ha cessato di esistere; si tratta del periodo che ha visto l’introduzione dell’Euro, con l’Istat impegnato nella più imponente falsificazione di dati sull’inflazione che la storia della Repubblica ricordi. A suo tempo alcune associazioni di consumatori avevano provato a quantificare l’effettiva perdita di potere d’acquisto di salari e stipendi. Sarebbe interessante che questi sindacati consumatori provassero a valutare l’autentica gigantesca grassazione operata ai danni dei lavoratori in questi anni col mancato recupero del fiscal drag.

Un mio collega, operaio comunale, ormai prossimo alla pensione, sentendo parlare del “cuneo” (l’elemosina dopo il salasso) mi ha fatto osservare che aveva un forte sospetto riguardo al posto in cui ce l’avrebbero “inserito”. Chissà…..

 

06.10.2006

I TARTASSATI (2) (di Franco D’Attanasio)

In effetti, come faceva notare una persona, a commento del mio articolo sulla questione dell’Irpef dal titolo “I tartassati”, bisogna tener conto di una ulteriore detrazione di cui verrebbero a beneficiare i lavoratori dipendenti, secondo quanto stabilisce l’articolo 13 della nuova legge finanziaria:

 "Articolo 13 (Altre detrazioni). 1. Se alla formazione del reddito complessivo concorrono uno o più redditi di cui agli articoli 49, con esclusione di quelli indicati nel comma 2, lettera a), e 50, comma 1, lettere a), b), c), c-bis), d), h-bis) e l), spetta una detrazione dall’imposta lorda, rapportata al periodo di lavoro nell’anno, pari a: a) 1.840 euro se il reddito complessivo non supera 8.000 euro. L’ammontare della detrazione effettivamente spettante non può essere inferiore a 690 euro; b) 1.338 euro, aumentata del prodotto tra 502 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 15.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 7.000 euro, se l’ammontare del reddito complessivo è superiore a 8.000 euro ma non a 15.000 euro; c) 1.338 euro se il reddito complessivo è superiore a 15.000 euro ma non a 55.000 euro. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 55.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 40.000 euro.”

Quindi nel caso considerato questa ulteriore detrazione ammonta, essendo il reddito complessivo pari a 27.830, ad euro 908,8, il che determinerebbe un’imposta netta di 5.132, a fronte di un’imposta netta relativa all’anno 2005 di 4.626; di conseguenza l’aumento di imposta sarebbe di circa l’11%, e non del 30% così come veniva fuori dai miei precedenti calcoli.

Comunque continuo a ribadire che questo è un tentativo di far chiarezza su un aspetto molto dibattuto in questi giorni, dato che, da parte di un po’ di tutti (mi riferisco in particolar modo al mondo dell’informazione) c’è effettiva incapacità in tal senso; e non è escluso che ci siano altri errori e mancanze, a noi può far solo piacere che ci siano persone pronte a segnalarceli.

MANIFESTO SULLA TERZA FORZA

(interventi di Franco D’Attanasio e Gianfranco La Grassa)

 

FRANCO: E’ necessario tentare di uscire da questa situazione politicamente bloccata, che vede l’Italia essere il vero cavallo di troia “piazzato” dagli USA in seno all’Europa, in funzione delle strategie di dominio della stessa potenza nordamericana. Concordo perfettamente con il fatto che bisogna sempre e comunque tendere al massimo sviluppo, che il problema, in tal senso, non sono le macchine ma il sistema delle relazioni sociali che ne ingabbiano l’uso e che finalizza la produzione al reperimento dei mezzi per le strategie di dominio. Bisogna, detto in altri termini, essere materialisti fino in fondo; non a caso quel che si proponeva il comunismo era di superare l’organizzazione sociale capitalista al fine di dispiegare lo sviluppo delle forze produttive al massimo grado, per liberare l’uomo dai bisogni materiali. Ora per Marx tutto sarebbe avvenuto grazie al fatto che il modo di produzione capitalistico avrebbe indotto una crescente proletarizzazione della popolazione e quindi una configurazione sociale fondamentalmente dicotomica (in questi aspetti La Grassa ci ha illuminato parecchie volte e quindi inutile aggiungere altro). Dato che queste condizioni di possibilità del rivoluzionamento del capitalismo (il che indusse Marx a dire che la rivoluzione è la levatrice di un parto già maturo in seno al modo di produzione capitalistico) non si sono verificate e non c’è nessun “indizio” che si possano verificare in un futuro non troppo lontano, allora chiaramente c’è necessita di arretrare (nel senso della pratica teorica ma anche politica) rispetto alle conclusioni di Marx e concentrarsi fondamentalmente sull’antiegemonismo. Ma gli strumenti che attualmente abbiamo per espletare, diciamo, questa funzione economica ma anche socio-politica sono di natura capitalistica con tutte le problematiche e le contraddizioni del caso. Ma come si suol dire “la lingua batte dove il dente duole”, e quindi, da anticapitalisti non possiamo non tornare sulla solita questione, vale a dire quella della trasformazione sociale nella direzione della piena cooperazione tramite la libera associazione di tutti i produttori, finalizzata al controllo pienamente cosciente, da parte degli stessi, delle proprie condizioni di esistenza, oltre che alla liberazione dalla schiavitù dei bisogni. Per La Grassa questa contraddizione è tutta insita nello sviluppo ineguale dei vari capitalismi a livello mondiale,  da ciò quindi discende la necessità di sviluppare una teoria adeguata a tal proposito. Concordo con questa posizione però io aggiungerei un altro aspetto (di cui mi sembra  avesse parlato Althusser) che forse potrebbe essere considerato alla base di questa contraddizione, vale a dire la mancanza di una teoria generale della transizione. Non a caso in Marx esistono due concezioni del modo di produzione capitalistico: una storico-aleatorio, l’altra essenzialista e filosofica (“Materialismo aleatorio” di  Dinucci). La prima “è presente in tutti quei passi del Capitale nei quali la nascita del modo di produzione capitalistico non è presentata come lo sviluppo necessario del modo di produzione feudale, ma come l’effetto di un incontro casuale tra il possessore di danaro e il proletariato spogliato di tutto, salvo che della propria forza lavoro.” Quindi “secondo questa prima concezione, un modo di produzione è un collegamento specifico che si istituisce tra elementi differenti, in seguito ad una serie di eventi aleatori”. La seconda concezione invece pone l’accento sulle dinamiche sociali (impersonali, oggettive) di continua riproduzione di quel rapporto originario, venutosi a stabilizzare ad un certo punto dello sviluppo storico. Il fatto è che Marx ha fondato la maggior parte delle sue analisi su quest’ultima concezione, il proletariato è rivoluzionario in base a delle leggi storiche oggettive (individuate dallo stesso pensatore), le contraddizioni intrinseche al modo di produzione capitalistico sono tali da produrre esse stesse le condizioni del suo superamento, in particolare il soggetto rivoluzionario; in definitiva si può dire che in Marx non c’è una teoria soddisfacente della classe e del suo ruolo nella transizione tra due modi di produzione. Questa debolezza perdura ancora oggi, non a caso per La Grassa la transizione verso un nuovo modo di produzione può prendere l’avvio solo quando lo scontro tra le varie frazioni della classe dominante raggiunge l’apice e si arriva alla resa dei conti finale per la vittoria definitiva di una di esse: una concezione che ha molti punti in comune con quella di Lenin. Ora ciò, sinceramente, non so se rappresenti più un bene o piuttosto un male, voglio dire, se forse non sia il caso di lavorare anche per il superamento di questa concezione, anche perché la storia ci ha insegnato (penso in particolare alle due guerre mondiali) che non è affatto sufficiente che i dominanti arrivino alla resa dei conti per dare la spallata definitiva al capitalismo, ma c’è necessità di un substrato socio-politico di una certo spessore su cui possa attecchire una nuova forma di società caratterizzata da rapporti di piena cooperazione a tutti i livelli. In questa ottica quindi, forse si potrebbe definire meglio l’antiegemonismo (con tutte le sue implicazioni teoriche e politiche) come una sorta di transizione alla transizione al comunismo. Questo anche per una maggiore chiarezza in merito a quelli che sono i nostri fini ultimi, che non sono appunto quelli di favorire lo sviluppo di una potenza imperialista in grado di efficacemente fronteggiare gli USA, ed eventualmente sostituirsi ad essi, ma appunto quelli della trasformazione dei rapporti sociali capitalistici.

 

RISPOSTA DI G. LA GRASSA

 

Caro Franco,

rispondo non al tuo pezzo sui “tartassati”, ma alle tue osservazioni sulla TF (terza forza). Prima però lasciami dire qualcosa sulla lamentevole situazione in cui ci troviamo. Ho ricevuto un certo numero di telefonate che mi hanno dato atto di aver previsto cosa sarebbe diventato questo centrosinistra, così come altre volte (almeno 3-4), nella mia ormai lunga “carriera”, ho previsto alcuni eventi non marginali in sede internazionale e nazionale. Tuttavia, tutti mi hanno “rimproverato” per essere stato preveggente, si, ma “per difetto”. E’ quello che mi è successo anche le altre volte in cui ho anticipato alcuni andamenti generali. Non ho una mentalità mostruosa e non posso arrivare a capire l’intero arco delle degenerazioni che si producono. In questo particolare caso, ho tenuto conto di avere a che fare con forze di sinistra (ivi comprese le più “estreme”) corrotte, vendute, rinnegate, serve dei vari centri economici e finanziari (anche stranieri). Che però si trattasse di una banda di criminali, non arrivavo a pensarlo. Ho usato spesso gli esempi della banda Al Capone o Frank Costello, ma in senso metaforico. Invece, in senso letterale, perfino Totò Riina o Provenzano non sono tanto peggiori di tutti questi bestioni di sinistra; non li nomino uno per uno per non incorrere in motivi di querela. Del resto se dico tutti, significa tutti (magari qualche eccezione ci sarà; ma attendo però che si renda manifesta). E sia chiaro che, in termini di degrado morale e intellettuale, i bestioni di cui sopra sono più pericolosi di qualsiasi delinquente comune.  

Quindi mi rassegno e passo volentieri alla parte teorica dove mi sento nettamente più a mio agio, e dove generalmente do il meglio di me, perché mettere le mani nella merda, e rimestarla, non è il mio forte. Tuttavia, confesso che non avrò oggi la stessa tensione teorica di altre volte, pensando in quale pozzo di liquame siamo caduti con questa sinistra. Come è solitamente mia abitudine, parto da una tua sola considerazione contenuta alla fine del testo; tu scrivi che l’antiegemonismo può essere considerato una sorta di “transizione alla transizione” (al comunismo). E’ bene essere precisi sul punto che ne coinvolge molti altri (da te toccati in parte nel tuo commento).

Antiegemonismo è espressione generale, che indica un certo atteggiamento di opposizione a chi è in quel momento al centro del dominio mondiale. In quest’epoca, tale posizione centrale è occupata dagli USA, e quindi l’antiegemonismo si identifica (ma rischia anche di confondersi) con l’antiamericanismo. E’ del tutto probabile che la preminenza del paese in questione duri a lungo, per cui potrebbe sembrare superfluo fare tanti discorsi in merito a simile problema; per molti decenni, con alta probabilità, dovremo essere antiamericani. Tuttavia, non è “innocente” dimenticare che, per quanto lunga sarà la congiuntura (un’intera epoca) di predominio statunitense, l’antiegemonismo non va identificato con l’antiamericanismo. Dobbiamo consegnare a generazioni anche decisamente future una teoria che consenta, quando sarà necessario, di passare ad un atteggiamento, che so, anticinese o antirusso o altro, a seconda di chi eventualmente assumesse il predominio dopo il possibile, e credo probabile, declino degli USA. Per di più, non si passa in genere da una centralità ad un’altra senza una intera epoca di contrasti tra la potenza già predominante, ormai declassata e contestata, e altre emergenti, tutte più o meno di pari forza. E’ quello che accadde per una settantina (all’ingrosso) d’anni, tra la fine ottocento e la seconda guerra mondiale, con declino dell’Inghilterra e passaggio della supremazia agli Stati Uniti. Anzi, nemmeno questo è esatto, poiché dopo il 1945 il mondo fu diviso in due (“imperialismo” e “socialimperialismo”, come si diceva allora con linguaggio assai impreciso); dunque, in realtà, la transizione dal policentrismo (imperialistico) al (sostanziale) monocentrismo statunitense si è prodotta in un buon secolo e più.

Oggi è difficile non notare che ci stiamo inoltrando verso un nuovo policentrismo, anche se questo passaggio è incerto, confuso, instabile, ecc. In ogni caso, quanto più ci avvieremo ad esso, e in modo probabilmente irreversibile (oggi non siamo a questo punto), una eventuale TF (come quella di cui parlo) non potrà essere così compattamente e in modo monocorde antiamericana; dovrà invece giostrare di nuovo – come fece il leninismo – all’interno delle diverse contraddizioni intercapitalistiche, divenute interimperialistiche. E’ necessario capire questo punto, altrimenti si abituano gli anticapitalisti a restare fermamente anti-USA in linea di principio, diventando poi degli ottusi servitori di altri “padroni” così come le destre-sinistre odierne lo sono del paese attualmente centrale. Poiché secondo quanto la storia ci ha insegnato – e anche la teoria – una possibile nuova “rottura” radicalmente rivoluzionaria avverrà in una fase policentrica (o almeno più vicina a questa configurazione geopolitica), nei famosi “anelli deboli” (nei punti di “catastrofe”, nel senso di Thom), quella che tu chiami “transizione alla transizione” (e che è, in ultima analisi, la rottura in oggetto) si verificherà più probabilmente in una fase storica in cui non ci sarà un preciso e univoco atteggiamento antiegemonico, poiché sarà invece necessario “navigare” entro le sempre più articolate contraddizioni (chiamiamole ancora interimperialistiche, cioè policentriche), approfittando delle situazioni in cui sono più favorevoli le condizioni della “catastrofe”. Un bel guaio se, in una contingenza simile, la cosiddetta TF si incaponisse contro gli USA, magari appoggiando la potenza più debole, in piena crisi e disfacimento (tipo Russia del 1917), “perdendo così l’autobus”.

A me fa specie che certuni parlino dell’Uomo, del Genere Umano, con discorsi lanciati in quell’Universale che riguarda i “secoli dei secoli”, e poi si limitino a predicare l’antiamericanismo in nome del fatto che almeno per alcuni decenni è probabile il predominio statunitense. Fra l’altro dimenticando che tale politica “anti” dovrà essere molto più polivalente e “ambigua” ben prima della fine del predominio in questione, quando già diventasse evidente l’inizio della fase policentrica. Non parlerei quindi, in senso stretto, dell’antiegemonismo come “transizione”; ne tratterei come di una politica (transitoria, dell’epoca monocentrica), che mira ad indebolire il centro dominante per accelerare l’affermarsi della diversa fase di scontro multilaterale, da cui possono (teniamoci sull’aleatorio, non sul deterministico) generarsi fenomeni di rottura. E anche dopo quest’ultima, dopo l’affermarsi provvisorio di una forza anticapitalistica, è solo possibile (non necessitato) l’inizio della transizione ad altra formazione sociale. Solo con tutte queste precisazioni, diventa accettabile la formula secondo cui l’antiegemonismo indicherebbe una “transizione alla transizione” ad un possibile “comunismo”; quest’ultimo essendo ancora tutto da definire e immaginare nei suoi tratti non più derivati, deterministicamente, dalla tradizionale analisi marxiana della dinamica del modo di produzione capitalistico; con il suo preciso “soggetto rivoluzionario” e le altre varie “cosette” che tu, e spero altri, conoscerete già in base alle mie critiche della suddetta analisi.

Quanto detto fin qui coinvolge però questioni più ampie e che non tratterò in questa sede: prima fra tutte quella teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi, che dovrà sostituire, spiegando anche teoricamente, quella “legge” marxiana dello sviluppo del modo di produzione capitalistico –  che malgrado tutto è ancora nella testa di tanti anticapitalisti, magari già in fase di netta evoluzione – secondo la quale il capitalismo tende all’omogeneizzazione progressiva del mondo e il capitale forma oggettivamente, contro di sé, le masse preparate al suo affossamento. C’è un punto cruciale su cui sono stato pesantemente frainteso; non da te ma sicuramente da altri (sentiti generalmente a voce). Sembra quasi che io abbia soltanto voluto indicare, come obiettivo di una TF, la creazione di un nuovo polo imperialistico (cioè, in primo luogo, capitalistico). A me sembra di essere stato chiaro, soprattutto nella parte finale del testo, ma voglio dare per scontato di non essermi spiegato bene. Lo farò con calma, e continuando a tornarci sopra, in futuro; qui pochi cenni.

Se qualcuno crede ancora alle masse con “naturali” sentimenti di rivolta – non generica e di insofferenza, bensì indirizzata in senso anticapitalistico – è ovvio che non posso discutere con costui; sarebbe il solito dialogo tra sordi, del tutto sterile perché, a mio avviso, ancorato ad una visione populistica della “rivoluzione sociale”. Se qualcuno crede che Chavez sia il modello del nuovo dirigente che affosserà il capitalismo, è inutile che ci confrontiamo; si tenga la sua credenza e vada al macello come sono sempre andati tutti gli “amanti del popolo”, ivi compreso quella degnissima persona che fu il Che; senza dubbio di grandissima statura morale, ma non “rivoluzionariamente efficiente” come Lenin e Mao, assai poco “eroi” ma molto “tosti”. Ricordiamoci il grande Brecht: “sfortunati quei popoli che hanno bisogno di eroi”; ecco uno che capiva le cose. Oppure, scendendo un po’ di livello, ricordo anche quel film (da cui ho tratto il “Popolo, buona notte” con cui termino il mio ultimo libretto), in cui Manfredi-Pasquino ha, ad un certo punto, la folgorazione: “ecco perché il popolo le abbusca sempre, perché c’ha er core”. Sarà bene mettere in moto qualche volta il cervello; con Woody Allen ripeterò che è “il nostro secondo organo preferito”, ma sta comunque un posto avanti “ar core”.

Parto dal principio, dal quale non credo recederò mai più, che la dinamica del modo di produzione capitalistico, lasciata alla sua spontaneità, crea oggettivamente la frantumazione della società in tante parti, in interazione conflittuale, a volte poco marcata e sorda, altre volte più acuta anche se, per certi periodi (storici, quindi non brevi), soffocata e “repressa” da determinate configurazioni ideologico-culturali che favoriscono l’egemonia di dati gruppi dominanti. Tale frantumazione si verifica sia in orizzontale (con creazione di tanti “separatismi corporatistici” anche negli strati della popolazione allo stesso livello nella “piramide sociale”) sia in verticale, dove non è netta la separazione tra dominanti e dominati, così come avveniva nel modello marxiano della tendenza ad un “punto finale” costituito dalla netta divisione tra “corpo lavorativo collettivo” (la stragrande maggioranza) e ristretto gruppo di rentier, di tagliatori di cedole, nuova classe signorile avulsa dalla produzione e puramente parassitaria come le vecchie classi feudali (proprietà di azioni al posto di quella della terra).

Esistono, con lo sviluppo del capitalismo, masse crescenti di quello che viene definito “ceto medio”, concetto-ripostiglio che tutto nasconde. E’ molto imperfetta anche la definizione di “lavoratori autonomi” (poiché obnubila un intero mondo di stratificazioni); eppure è migliore (o meno peggiore) di quella di ceto medio, che fa pensare, anche al suo più basso livello, a gente comunque benestante (magari modestamente), mentre invece intere fasce del lavoro autonomo stanno sotto alcuni livelli (tecnici, certe specializzazioni operaie, ecc.) del lavoro dipendente, salariato. La dinamica del modo di produzione capitalistico fa però di più; malgrado le onde cicliche, essa ha sempre condotto, secolarmente, ad un trend di accrescimento della ricchezza tale da consentire – pur nella divaricazione dei vari livelli di reddito – un miglioramento del tenore di vita anche per i più “diseredati”. Chi parlasse ancora di miseria crescente ad un polo (sempre più vasto) della società, è un perfetto imbecille. Anche in Cina e India, paesi in impetuoso sviluppo per nulla affatto “socialistico”, le tensioni nascono per il troppo diverso ritmo con cui cresce il tenore di vita nelle città (o in certe regioni) rispetto alle campagne (o altre regioni); ma tale tenore, con ritmi del tutto diversificati, è comunque in mutamento quasi ovunque. E’ in atto una autentica trasformazione sociale in quei paesi; e non saprei cosa pensare di chi mi venisse a raccontare che si tratta di una transizione al socialismo o comunismo.

Una TF che voglia porsi entro le varie contraddizioni interdominanti (intercapitalistiche) non può porsi il compito della “rivoluzione sociale” senza pensare alla dinamica capitalistica, così diversa da quella pensata dal vecchio marxismo, ancora contrabbandata da ristrettissimi gruppi di intellettuali (dalla bella vita, piena delle comodità capitalistiche) in combutta con piccole schiere di “schiuma” sociale, di disadattati, sempre presenti in ogni processo di sviluppo (soprattutto se veloce e in accelerazione com’è nel mondo attuale). La TF deve dunque porsi il problema della potenza con cui affrontare le contraddizioni, e il rischio di fare la fine del “vaso di coccio”, nel mondo tumultuoso dello sviluppo ineguale dei capitalismi; e tanto più quanto più ci avvieremo all’entrata nella fase di policentrismo. Si acuirà quindi quel contrasto, che pensavo di aver posto in perfetta evidenza, tra questa esigenza di potenza e quella della trasformazione sociale, per la quale, certamente, bisognerà fare appello alle “masse” (dei dominati), ma frammentate sia in orizzontale (corporatismi, autonomi e dipendenti, ecc.) che in verticale.

Per fare un esempio per cenni, l’URSS di Stalin adempì brillantemente ai compiti di potenza, ma credette (non in “mala fede”, solo per le fumisterie ideologiche incombenti sulla teoria marxista tradizionale) che questo fosse sufficiente a garantire anche la transizione (addirittura mondiale) al socialismo, partendo dalla sua “costruzione in un paese solo”. Non avesse però adempiuto ai compiti di potenza, sarebbe stata sfracellata. Tuttavia, bisogna ripensare tutto l’altro corno del dilemma, la trasformazione sociale; ma senza nasconderci – magari dietro la bella formuletta della “dialettica”  – che tra potenza e rivoluzione c’è netta e irriducibile contraddizione, da tenere sempre presente allo “spirito” nel mentre si opera per la “transizione” (quella vera). Per il momento qui mi fermerei, perché qui si apre la “questione vera”, quella che non risolveremo con intellettuali salmodianti e “masse” di spostati. Benissimo “er core”, ma orientato dal cervello.

Cari saluti e diamoci da fare

glg     

 

 

 

PICCOLO COMMENTO DI LA GRASSA ALL’ARTICOLO "I BUGIARDI AL POTERE (2)"

Mi consenti una piccola aggiunta (tra il serio e il….beh quasi faceto)? Se potessi scegliere, favorirei l’ascesa di Cofferati a Premier. Solo però come "ultima spiaggia" prima del diluvio. Il "cinese" è senz’altro intelligente, meno supponente e perciò indisponente di D’Alema. Inoltre, si è ultimamente accaparrato le simpatie di coloro che vogliono un po’ "d’ordine". E’ quindi il "migliore", anche per evitare il rischio di nuove elezioni nel momento in cui istituti di sondaggio assolutamente non schierati (almeno non appaiono tali) danno il centrodestra intorno al 53% dei voti. Con Cofferati, allora, eviteremmo il ritorno dell’altro "specchio", e perciò del gioco che dura da anni. Nel contempo, non risolverebbe nulla (non credo abbia fatto gran che a Bologna; figurati in una situazione miserevole come quella nazionale), e farebbe incazzare qualche fetta in più del "popolo di sinistra" con il suo moderatismo e i suoi riflessi d’ordine. Una "bella" soluzione, comincio quasi ad accarezzarla; e poi infine "après moi le déluge". Vogliamo lanciare "Cofferati for President"?Sto sostanzialmente scherzando; meglio precisarlo, con la gente che ci si ritrova in giro.
glg

I BUGIARDI AL POTERE (2)

Che i conti fatti da questi bravi tecnici governativi fossero ingarbugliati sino all’inverosimile lo si era ormai capito da tempo, il bandolo della matassa veniva nascosto sotto provvedimenti buttati lì a casaccio per calcoli che non potevano e non dovevano tornare. Si è urlato al dissesto economico dello Stato solo per poter agire secondo interessi ben precisi, la tecnica era quella di sparare cifre a cazzo per vedere un po’ "l’effetto che fa". Alla fine due conti li facciamo noi. 20 mld di introiti fiscali in più pagati dagli italiani e l’Istat che ieri ha annunciato un rapporto deficit-pil sotto il 3%. Allora?

Qualcuno si è già bruciato in questa vicenda e il governo Prodi ha i mesi contanti. Le bugie possono avere anche le gambe lunghe ma è bene, innanzitutto, saperle raccontare senza cadere in contraddizioni palesi alle quali poi si deve sopperire con la faccia di bronzo di chi nega pure l’evidenza.

Il governo è riuscito perfino a fare incazzare i sindaci di centro sinistra, arrivisti “transeunti” che dalle realtà locali preparano il grande balzo verso le istituzioni che contano. Pensate a Veltroni o a Cofferati, credete che questa sia gente che si accontenta della “ciotolina” comunale?

I Ds e la Margherita in primis, stanno già pensando a come liberarsi di Prodi, il professorone ne ha combinate abbastanza anche per loro, ma soprattutto ha viaggiato su binari “ultrapolitici” che hanno scontentato il ceto politico professionale abituato a concludere personalmente certi affari. Questi uomini si sentono minacciati  nella gestione del potere (l’unica cosa che sanno fare per quanto, come le galline, beccano sostanzialmente briciole), che, poi, è la ragione per cui uno diventa un figlio di puttana e si fa eleggere in parlamento.

E ancora, anni ed anni ad urlare sul conflitto d’interessi di Berlusconi per scoprire che i lestofanti sono distribuiti equamente a destra e a sinistra. “Prodi”tori che approfittano del loro ruolo per costruire una rete di relazioni "trasversali" e “deformare”, con i loro culetti stridenti che non si scollano dalle seggiole, gli scranni delle istituzioni. Ci dica Prodi, come mai durante il periodo in cui era alla Commissione Europea la sua Nomisma (società fondata da lui stesso nel 1981) ha ottenuto 64 contratti con Bruxelles per 8,4 mln di euro? Rovati “il solipsistico”, il misantropo della finanza, era amministratore della Ieffe S.p.a, a sua volta socia di Nomisma. Questo “infame” silente che fa le cose di soppiatto è amico di lunga data del professore ed è per questo che ha accettato di sobbarcarsi responsabilità che non erano solo sue. Oggi la Nomisma è presieduta dal ministro De Castro, altro consulente di Prodi quando era alla Commissione Europea. Per non parlare poi della società immobiliare “l’Aquitania” gestita dalla signora Franzoni in Prodi (collegata con una marea di altri finanzieri poco raccomandabili), che ha pure aderito al condono fiscale varato dal governo Berlusconi. Come lo chiamiamo questo se non conflitto d’interessi? Siamo seri per favore. Queste cose si sapevano già prima che la “grande” coalizione di centro-sinistra scegliesse Prodi quale proprio leader. Ma a che pensavano questi farabutti, a vincere le elezioni per spartirsi meglio il bottino? E noi qui a discutere se i partiti della cosiddetta estrema sinistra si sarebbero posti il problema di raddrizzare l’ago della bilancia sociale verso le classi disagiate. I politici comunisti hanno imparato subito la lezione, nel porcile si va per sguazzare. La ripulita gliela daremo noi, forse, se avremo la forza di mandarli tutti a casa.

 

LA CRISI DI AIRBUS

 

La vicenda Airbus sta prendendo una brutta piega, ieri la maglia nera della borsa è andata proprio a Parigi per Eads (- 4,1%) dopo i nuovi ritardi preannunciati nella produzione degli Airbus A380, con conseguente downgrade da parte delle principali banche d’affari. Naturalmente si sono subito levati gli alti lai degli economisti liberisti che, come da ipotesi di scuola, hanno imputano l’inefficienza di Airbus al controllo stringente da parte dei governi francese e tedesco, i quali stanno sacrificando la competitività dell’azienda in funzione di obiettivi “politici” e di salvaguardia dell’occupazione. Ancora una volta la colpa è della poca competizione e del troppo interventismo pubblico. Ovviamente, stiamo parlando di un settore strategico per l’Europa intera (e non solo per i due governi citati), quindi è giusto fare un discorso più ampio, meno “contabile” e avulso dalle fandonie sull’economia pura. In Italia si è fatto il diavolo a quattro per una compagnia telefonica (la quale, tuttavia, doveva essere solo svenduta agli amici di Prodi attraverso una falsa statizzazione) con la scusa della difesa degli interessi nazionali. I liberisti da strapazzo (e in malafede) non hanno certo denunciato la doppiezza del progetto prodiano (i cui sponsor sono finanziari) ma hanno utilizzato un argomento meno indisponente come quello del dirigismo statale, il tutto per non urtare la suscettibilità dei veri manovratori dell’operazione (leggi Goldman Sachs). Sono queste le occasioni in cui i tirapiedi del paese centrale si rivelano prodighi di consigli economici (che celano interessi comunque contrastanti).

Anche in questo caso, si va dagli assertori dell’intervento statale nella salvaguardia di settori importanti per la collettività (come se il problema reale fosse la natura giuridica della proprietà!), al solito consiglio “economicistico” di affidarsi alla mano libera e “invisibile” del mercato. Ma è proprio questa invisibilità che preoccupa. Sarebbe opportuno che, a questo punto, l’Europa giocasse finalmente una partita strategica senza gridare al reato di lesa maestà se i russi le chiedono di entrare nel consorzio che gestisce l’Airbus e, soprattutto, senza voler allontanare a tutti i costi la nostra Finmeccanica, che  si era mostrata scettica nella fase di "start up", quando decollarono le ambizioni europee in tale settore di punta (grazie alla poca lungimiranza politica dei nostri governanti, da sempre attenti a non cozzare contro gli interessi americani). Innanzitutto, occorre non dimenticare che anche la Boeing ha usufruito di copiosi aiuti statali (gli americani conoscono bene la strategicità del settore aeronautico, soprattutto per le ricadute in termini tecnologici). La guerra della Boeing all’Airbus è iniziata nel 2004 quando l’Ufficio del rappresentante del commercio Usa, su richiesta della Boeing, ha formalizzato le accuse a Airbus di fronte alla Wto; l’Unione europea, da par suo, ha rintuzzato le accuse del colosso americano perché pretestuose (ed il pretesto era proprio quello di mettere un freno alle ambizioni europee in tale settore). La disputa tra Europa e Usa si è concentrata in particolare su tre aerei: il Boeing 787 “Dreamliner”e gli Airbus A380 e A350.

Il 787 sviluppato da Boeing negli ultimi anni è un velivolo a lungo raggio che può trasportare da 223 a 296 passeggeri, è destinato a entrare in servizio nel 2008 con l’obiettivo esplicito di fare concorrenza all’ Airbus A330 e al A340. L’A380 è, invece, il velivolo dell’Airbus in questo momento sotto accusa a causa dei mille ritardi nelle consegne che stanno mettendo sul chi vive sia le banche d’affari che gli Stati che hanno già prenotato i velivoli (l’ordine più grosso è degli Emirati con 43 apparecchi). L’A380 con la sua fusoliera a doppio ponte e i suoi 555 passeggeri, ha l’obiettivo esplicito di soppiantare il Jumbo che detiene il titolo di aereo commerciale più grande del mondo. Infine, c’è l’A350 è una versione evoluta dell’A330 con una maggiore autonomia. Quest’ultima caratteristica tecnica, secondo i piani europei, dovrebbe “tarpare le ali” al Boeing 787 prima che questo possa prendere il volo. Gli americani, che non fanno della sana competizione un totem indissacrabile, hanno tirato fuori un contenzioso per cui Airbus riceverebbe, per lo sviluppo del suo grande aereo, un’infinità di aiuti statali. Da par loro, gli Europei hanno risposto che Boeing riceve aiuti di stato mascherati nella forma di contratti col Dipartimento della Difesa Americano, a questo vanno poi aggiunte le agevolazioni fiscali praticate dagli Stati che ospitano gli stabilimenti della compagnia (vedi Washington, dove la Boeing ha la sua sede principale) e anche da parte di paesi stranieri (vedi Giappone e Italia, le cui aziende aeronautiche realizzano parti del nuovo velivolo Boeing). Detto questo, dovrebbe meglio dipanarsi il quadro della situazione che, come al solito, cela dietro la “finzione economica”  una precisa strategia politica. Naturalmente i beceri economisti nostrani, idioti con un quoziente intellettivo A+++, tacciono su queste questioni e continuano a sostenere che il problema della compagnia europea è l’eccessivo dirigismo statale, il quale frena la “virtuosa” competitività delle aziende. Insomma, ci vogliono tutti un po’ più “ricardiani” e molto meno “listiani”, meglio il vino oggi che la rivoluzione industriale domani. La verità è invece un’altra. Chi può essere così facilone da credere che se l’Airbus producesse aerei cento volte migliori di quelli americani e a più basso prezzo, il Dipartimento della Difesa Americano rivolgerebbe all’Europa i suoi ordini? Mica ‘sti americani si fanno fottere dalla teoria dei costi comparati! No, loro la “Teoria” la propinano a noi.

Quindi si cerchi di fare meno gli ipocriti!  Nessuno dice che le cose vanno bene per Airbus, tuttavia si dovrebbe spingere la Eads (società controllante di Airbus) ad aprirsi ad altri governi europei, per esempio all’Italia con Finmeccanica e alla Russia che, attraverso la banca statale Vneshtorgbank, aveva già chiesto di entrare nel consorzio aeronautico europeo. Airbus e Boeing si stanno, infatti, contendendo il rinnovo della flotta della compagnia di bandiera russa Aeroflot che, in questo momento, sta giocando su due tavoli. Di fatti, la compagnia russa ha, a questo proposito, annunciato l’intenzione di acquistare da Boeing ventidue Boeing 787 Dreamliner, e da Airbus ventidue A350. Per ora sono alla pari, ma se la Eads optasse per l’integrazione dei russi nel consorzio, quanto meno la partita potrebbe finire diversamente. Ciò non deve però distogliere dai problemi della Airbus, che pure sono concreti e di diversa natura. Esistono forti diatribe tra Francia e Germania, i due partner principali che detengono l’80% di Eads, mentre la British Aerospace ha già annunciato che venderà la propria quota. Ora che gli inglesi si tolgono di torno è meglio che ne approfitti un paese europeo con intenzioni di autonomia e rilancio della compagnia. I discorsi economici li faremo dopo l’ eventuale rafforzamento di queste alleanze.

Vi rimandiamo ad un articolo apparso su Corriere.it al seguente link http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/10_Ottobre/04/airbus_taino.html

I TARTASSATI ( di Franco D’Attanasio)

Nel bel mezzo di questo gran casino sulla legge finanziaria, in special modo di quello scoppiato a riguardo della diatriba se paghino o no di più i ceti medi, se effettivamente c’è stata o meno una pur minima redistribuzione della ricchezza ecc. ecc…, capendoci effettivamente ben poco, sia perché sono ignorante in materia  e sia perché la stragrande maggioranza dei mezzi di (dis)-informazione lavora a pieno regime per far in modo che il popolo rimanga sospeso e sia condannato a rimanere in uno stato confusionale permanente, di modo che i potenti, continuando a recitare le parti che questa “democrazia” conferisce loro, possano continuare ad imperversare e ad “ingrassare” senza più ritegno alcuno né senso della misura, nel bel mezzo di un periodo di vero e proprio decadimento culturale, morale ed etico, mi sono preso la briga di cercare di capirci qualcosa facendo una piccola ricerca.

Bene, son partito da un caso concreto (che poi sarebbe il mio) di un impiegato metalmeccanico di sesto livello con moglie e figlia (una) a carico. Ho preso il modello 730 relativo ai redditi dell’anno 2005 ed il testo integrale della legge finanziaria 2007. Quest’ultimo recita al Capo II (DISPOSIZIONI IN MATERIA DI IRPEF E DI ASSEGNI PER IL NUCLEO FAMILIARE) quanto segue:

“Art. 3 (IRPEF) 1. Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 3, relativo alla base imponibile, nel comma 1, le parole "nonché delle deduzioni effettivamente spettanti ai sensi degli articoli 11 e 12" sono soppresse; b) l’articolo 11 è sostituito dal seguente: "Articolo 11 (Determinazione dell’imposta). 1.

L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito: a) fino a 15.000 euro, 23 per cento; b) oltre 15.000 euro e fino a 28.000 euro, 27 per cento; c) oltre 28.000 euro e fino a 55.000 euro, 38 per cento; d) oltre 55.000 euro e fino a 75.000 euro, 41 per cento; e) oltre 75.000 euro, 43 per cento.”

Il mio reddito complessivo relativo all’anno 2005, così come risulta dal modello 730, ammonta ad euro 27.830, gli oneri deducibili ad euro 23, la deduzione per la progressività dell’imposizione (art. 11 del TUIR) ad euro 1.642, la deduzione per oneri di famiglia (art. 12 del TUIR) ad euro 4.402. Da ciò deriva un reddito imponibile di euro 21.763 su cui applicare la vecchia aliquota (26%), per ottenere così un’imposta lorda di 5.005. A questo punto consideriamo l’articolo 3 così come è stato modificato, in particolar modo la parte in grassetto: volendolo applicare al reddito complessivo sopra considerato, il reddito imponibile dovrebbe ammontare a: 27.830-23=27.807, poiché non dovrei considerare più le altre deduzioni in base appunto a quanto stabilito nell’art. 3. Ora applichiamo la nuova aliquota (27%) per ottenere così un’imposta lorda di 7.507,89. Quindi la nuova imposta lorda, considerando la nuova aliquota e le modifiche dell’Art.3, è aumentata di 2.502,89. Ma a questo punto bisogna considerare le detrazioni per il coniuge e figli a carico che la nuova legge finanziaria ha reintrodotto, e che nella dichiarazione dell’anno 2005 non risultano. Il testo della legge finanziaria a tal proposito riporta quanto segue: “dall’imposta lorda si detraggono per carichi di famiglia i seguenti importi: a) 800 euro per il coniuge non legalmente ed effettivamente separato. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 80.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 80.000 euro; b) 800 euro per ciascun figlio, compresi i figli naturali riconosciuti, i figli adottivi e gli affidati o affiliati. La detrazione è aumentata a 900 euro per ciascun figlio di età inferiore a tre anni…… La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 95.000 euro, diminuito del reddito complessivo , e 95.000 euro;…” Quindi nel nostro caso dovremmo procedere in questa maniera per stabilire l’ammontare delle detrazioni:

1)    coniuge: (80.000-27.830)/80.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 521,7;

2)    figlio: (95.000-27.830)/95.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 565,64;

il totale delle detrazione è quindi pari a 1.087,34. L’imposta netta risulta essere quindi, in base alla nuova legge finanziaria, 7.507,89-1.087,34 (detrazioni per figlio e coniuge a carico)-379(altre detrazioni)=6.041, a fronte di un’imposta netta di 5.005(imposta lorda così come risulta dal calcolo relativo al 2005)-379(altre detrazioni)=4.626. Quindi secondo il nuovo metodo di calcolo subirei un aumento di imposta di 6.041-4.626= 1.415, vale a dire +30% rispetto all’anno 2005.

Ora molto probabilmente il mio calcolo è errato in qualche parte, poiché non penso che un reddito di 27.830 possa subire un incremento di imposte di tale entità, ma quello che mi chiedo e vi chiedo, è vero, come si accaniscono a ribadire soprattutto i vertici sindacali confederali, che i redditi al di sotto di 40.000 euro non vengono toccati con la nuova legge finanziaria perlomeno nella parte del prelievo dell’Irpef? Una sola cosa sembra essere certo, e cioè che i redditi da 80.000 euro in su non potranno beneficiare delle detrazioni per figli e coniuge a carico, per il resto è difficile fare dei raffronti con il precedente sistema del prelievo dell’Irpef, proprio perché sembra sia cambiato il metodo di calcolo del reddito imponibile in base alla quale si stabilisce la relativa aliquota.

Comunque rimane vero il fatto che la questione dell’Irpef è solo una piccola parte di tutta la finanziaria che prevede sostanziosi tagli alla spesa sociale, che è rimasta di una entità quasi pari a quella stabilita da tempo, già prima dell’accertamento dell’aumento delle entrate fiscali di 16 miliardi; dove sono o andranno a finire questi soldi, dato appunto che l’entità della manovra è rimasta la stessa?

TPS, TPS! CON ‘STA PIOGGIA E CON ‘STO VENTO, CHI E’ CHE BUSSA A ‘STO CONVENTO? (di G. La Grassa)

 

Per quanto Prodi abbia ammesso pochi ritocchi alla finanziaria, altrimenti metterà la fiducia, starei attento a non discutere le singole proposte perché è facile che la legge cambi in qualcosa, dato lo scontento non indifferente che essa ha provocato; anche chi vorrebbe difenderla perché appoggia il Governo – e ha magari ricevuto regalini con questa finanziaria come Monte(prez)zemolo (così lo chiama giustamente Dagospia) – è in difficoltà seria; basta leggere i contorcimenti del “Corriere”, di “Sole24ore”, perfino di “Repubblica”. In ogni caso, ciò che è stato rilevato da Mauro sul blog (ripensaremarx.splinder.com) in merito alle aliquote fiscali credo sia corretto; anche in alcuni giornali ho letto che l’aliquota del 23% – in passato applicata fino ai 26000 euro – si limita oggi al tetto dei 15000; mentre da questa cifra ai 28000 si arriva al 27%. E così pure tutte le fasce superiori ai 28000 euro conoscono forti aumenti delle aliquote, nettamente superiori (come minimo di 4-5 punti) a quelle precedenti. Per non parlare di ciò che accade dai 55000 euro in su.

Comunque, non mi fermerei a queste pur clamorose bugie raccontate in merito allo sgravio delle fasce medio-basse e alla presunta redistribuzione più equa del carico fiscale. Si tratta di falsità incredibili – ed è disgustoso che passino grazie ad una TV e giornali compiacenti – ma aspetterei l’approvazione della finanziaria prima di parlarne troppo. Semmai sarà da affrontare la filosofia generale di questo centrosinistra, ed in primo luogo il suo veterostatalismo, il suo confondere il “pubblico” con il “collettivo”, come sempre è avvenuto nella storia dei “socialismi reali” e delle forze che rimangono abbarbicate ad una concezione dirigistica della vita sociale fatta passare per azione “mirante al bene comune”. La sinistra, da sempre, è riuscita a creare una contraddizione insanabile tra “libertà individuale” ed “equità sociale”, contraddizione che è stata la responsabile principale di tutti gli sprofondamenti storici della lotta per la trasformazione anticapitalistica. Una critica radicale di questa ignominia e colpa storica della sinistra esige però ben altro lavoro. Sulla filosofia generale della finanziaria (indipendentemente da come sarà poi riscritta) mi soffermerò fra un po’ di tempo. Oggi vorrei parlare di quello “straordinario” personaggio che è il ministro Tommaso Padoa-Schioppa (TPS); e sia chiaro che quanto dirò, con le opportune modifiche drasticamente peggiorative, va applicato anche a quell’arrogante e presuntuoso (senza motivi intellettuali per esserlo) individuo che è Visco (“non c’è Fisco peggiore di Visco”). E la stessa cosa andrebbe detta del Premier, a mio avviso un pessimo economista che, nella scuola di Andreatta, stava al suo Maestro come Buttiglione stava ad Augusto Del Noce nella scuola di quest’ultimo (e tenendo conto, beninteso, che Del Noce, in campo filosofico, rappresentava un qualcosa di decisamente superiore ad Andreatta in campo economico).

E veniamo all’ineffabile TPS, con pochi cenni. Tutti, anche a destra, sostengono che è tecnico di grande valore; forse perché è liberale e la destra non può parlarne troppo male. Volendo comunque credere a queste dicerie, allora si può forse sciogliere il mistero ricordando una bella frase coniata nel ’68 per i tecnici e gli esperti: “idioti con alto quoziente di intelligenza”. Non capiscono nulla della vita normale, di quella quotidiana di milioni di persone, ma, essendo specializzati in grafici e tabelline, si sentono realizzati e felici (anche perché gli idioti come noi, tramite gli inetti che ci governano, passano loro stipendi, e poi pensioni, da capogiro). Non credo che il lettore (colto) si annoierà se citerò per esteso un racconto di Kafka, vero genio addirittura pauroso e che, come tutti i geni, sembrano profeti in grado di prevedere con enorme anticipo eventi sia felici che catastrofici come, ad es., la nascita di TPS. Prendiamo un tipico racconto kafkiano, “La Trottola”:

“Un filosofo si tratteneva sempre dove c’erano bambini a giocare. E quando vedeva un ragazzo con una trottola, si metteva subito in agguato. Non appena la trottola girava, il filosofo la inseguiva per prenderla. Che i bambini [avete capito che siamo noi; ndr] facessero chiasso e cercassero di allontanarlo dal loro giocattolo, non gli importava; se riusciva a prendere la trottola, mentre ancora girava, era felice, ma solo un istante, poi la buttava via e se ne andava. Credeva infatti che la conoscenza di ogni inezia, dunque anche, ad esempio, di una trottola che gira, fosse sufficiente per conoscere l’universale. Perciò non si occupava dei grandi problemi; gli pareva antieconomico [ma come faceva Kafka a sapere che sarebbe nato TPS?; ndr]. Conoscendo realmente la minima inezia, è come conoscere tutto; perciò si occupava soltanto della trottola girante…”.

Sono talmente folgorato e soffocato dall’ammirazione per questo scrittore “veggente” che non faccio commenti: li lascio a coloro di voi che hanno un normale funzionamento delle loro sinapsi neuroniche. Desidero ricordare solo tre esempi della “trottola girante” di TPS.

Tempo fa, dopo almeno un paio d’anni dall’entrata in vigore dell’euro, di fronte alla sensazione (giusta) della gente in merito ad una inflazione galoppante, e all’indignazione procurata dalle vergognose menzogne dell’Istat (messe in tabella-Trottola), che sottovalutava, e non certo di decimali, l’inflazione stessa, TPS se ne uscì con un editoriale su quel “bel giornale” (obiettivo e campione d’informazione) che è il “Corrierone”, in cui irrideva alle impressioni della gente affermando che, se anche il peperoncino era cresciuto del 400%, questo non incideva gran che sul calcolo delle “trottole” (leggi: frottole) del nostro “scientifico” istituto di statistica. Oggi, centrosinistra e centrodestra si affannano solo a rinfacciarsi l’un l’altro la responsabilità dell’aumento (enorme) del costo della vita dopo l’introduzione dell’euro; ma nessuno nega più il fatto e quindi, ricordando l’uscita da buontempone di TPS, avremmo voglia di prendere del refe e cucirgli quella bocca (quasi sempre atteggiata “a culo di pollo”) da cui fa uscire le sue “trottolate”.

Passano gli anni e degli irresponsabili gli affidano il Ministero dell’economia, rafforzato dalla nomina a vice di un altro “correligionario” a nome Visco (“peggio del Fisco non c’è che Visco”). Esce la finanziaria che, almeno nelle intenzioni fin qui mantenute, vuol trasferire una quota assai ampia del Tfr (le “liquidazioni”) dai bilanci delle aziende (ove sono stati fin qui accantonati) in direzione dell’INPS. Lasciamo perdere il fatto che non si capisce da dove provenga un sollievo duraturo per i conti dello Stato; un credito verso i lavoratori passa dai “privati” ad un istituto “pubblico”; appunto, C.V.D.: un mero cambiamento giuridico-formale è considerato un bene per la collettività da quelli che ho sempre definito “socialisti di stato” o “lassalliani” (da Lassalle, sbeffeggiato da Marx perché contrabbandava mutamenti inessenziali, puramente formali, per “interesse collettivo”).

Resta il fatto che gli imprenditori (in particolare i piccoli) usano dei Tfr per quelli che sono in definitiva autofinanziamenti, con un costo del 3%. Adesso, dovranno sostituirli con finanziamenti bancari a costo molto più alto. Un incredibile regalo alle banche, innanzitutto, che la dice lunga sulle commistioni d’affari tra questo Governo e la finanza. Ma come si difende TPS, il “filosofo della trottola girante”? Afferma candidamente che, in fondo, le imprese cercheranno finanziamenti al 6% e questo, secondo lui, “non è un dramma”. Gli interessi bancari giungono anche al 7-8%, ma fossero pure al 6, si tratta del doppio del 3% di cui sopra. Ma vi pare un tecnico ed un esperto di economia uno che afferma una cosa simile? O forse si, è un tecnico, uno che ragiona per schemi matematici, uno che, se guarda le cascate dell’Iguazu, vede solo la formula che dalla portata in metricubi/secondo consente di calcolare la massa d’acqua caduta in 24 ore.

Ieri, infine, difendendo la finanziaria, si è lasciato andare a dichiarazioni troppo complesse per lui (non matematicamente complesse, per carità, non oso sostenere questo) e si è messo a citare il settimo comandamento più qualche altro passo biblico. E si è stupefatto che alcuni milionari non si dichiarino felici di contribuire alla rinascita italiana, così ben affossata da queste scelte governative del tutto miopi, prive di una qualsiasi strategia di sviluppo effettivo. Sarebbe già fastidioso udir citare certi passi “religiosi” dalla voce del Cardinal Ruini; ma riceverli da TPS, che oltre tutto non ha alcun senso dell’umorismo e nemmeno un po’ di capacità di autoironia, è come sentire raccontare barzellette da quelli che sono negati a tal uopo. Si risparmi Ministro, e ci risparmi queste battute; abbiamo già Panariello che ci fa scendere i c….verso terra. E poi, quando ha tempo da sottrarre alle sue amenità, vada sul sito Lavoce.info (che non è di “destra”, almeno non di quella che è dichiarata “ufficialmente tale”) e si guardi le analisi di Giannini-Guerra, dalle quali risulta che sono in molti, la maggioranza, a piangere assieme ai suoi “milionari che dovrebbero essere felici”.

Eppure TPS, malgrado ne dimostri una decina di più, ha solo 66 anni; oggi può ritenersi ancora quasi “un giovane virgulto”. Se si dimettesse, passasse le consegne a Visco (“quando ho visco Visco, di tutto poi m’invisco”), cominciasse a frequentare i bar (e anche osterie) in periferia, dove si trova infine gente normale, che parla come mangia, che non si accorge di essere troppo bastonata (tanto più di così…), che mantiene quindi ancora un po’ di buonumore (“implementato” da qualche bicchiere di troppo), potrebbe disintossicarsi dei suoi “saperi” e cogliere un fatto per lui stupefacente: la gente non è decisamente felice se avverte che deve pagare più “tasse” (cui poi si aggiungeranno quelle regionali, comunali, ecc.), se riceve bollette di luce, gas, ecc. aumentate, se vede il costo della vita sempre crescente molto di più rispetto alle cervellotiche cifre udite in TV, ecc. Invece di vivere nel mondo di Alice, dove esiste il “riso del gatto senza il gatto”, TPS si troverebbe in un mondo reale dove ci sono gatti reali, che – com’è ben noto – non ridono.

Venga sig. Ministro, venga in mezzo a noi gatti, ché sarà in fondo accolto con simpatia come tutti quelli che “si ravvedono”. Il primo invito glielo rivolgo io. Non avrò certo una casa come la sua, ma comunque dignitosa, con sotto un bel giardino con sdraio dove leggere. Le darò come primo libro le poesie del Belli, poeta fondamentale per quelli che si sono storditi di potere, perché ci ricorda quanto questo è caduco, assieme a tutto il resto della nostra così breve vita. Ha mai letto “Il caffettiere filosofo”? Se si, lo rilegga; se no, lo legga e mediti, “staccandosi dal mondo” delle sue delusioni perché non è riuscito a rendere felici alcuni milionari. La prego, sostituisca i comandamenti con il grande Belli!       

     

4 ottobre

IMPICCALO PIU’ IN ALTO

 

Diciamo subito che sono costretto a scrivere questo post a causa dello squadrismo di certi pseudo rivoluzionari che animano la rete.

Avrei lasciato correre anche questa volta ma credo che un certo “tipo antropologico” di sedicente marxista ortodosso vada individuato e additato per quello che realmente è.

Certo l’accusa di revisionismo è stata quella più ampiamente utilizzata per far fuori i nemici della “classe”, soprattutto quando questi “traditori del popolo” non erano affatto tali. Di episodi di questo tipo sono pieni i libri di storia, e i libri di “Storia Comunista” non fanno eccezione alcuna, difatti,  questi come i primi sono scritti dai vincitori e da revisionisti vari (e questi sì reali).

Il grande Lenin rivolse un intero pamphlet contro il “rinnegato” Kautsky (i revisionisti come Pietro Ingrao sostengono oggi che Lenin ebbe torto contro Kautsky dopo aver sostenuto il contrario per una vita. E’ questo un tradimento? Dati i tempi favorevoli per tali affermazioni, nonché per “abiure ungheresi”, potrebbe anche darsi ma, più semplicemente, secondo me, gli uomini nella sconfitta diventano leggeri come drappi e seguono la direzione del vento).

Lenin aveva, invece, perfettamente ragione in quel caso ma certo non si può proprio dire che tra i due l’ortodosso fosse lui (avesse detto questo Ingrao…). Meno male che il rivoluzionario della Lena non attese il formarsi del grande trust mondiale ultraimperialistico ma ebbe, al contrario, la lucidità politica di agire risolutamente contro la “Teoria”, e di condurre i bolscevichi alla vittoria del ’17-’18 (come dire, anche da una cattiva teoria può derivare un’ottima pratica politica). Lenin in quel caso aveva per le mani una teoria coerente ma errata (l’imperialismo quale fase suprema del capitalismo) e già aveva fatto fin troppe concessioni alla teoria kautskyana parlando di ultimo stadio. Lenin riuscì, però, ad evitare (parzialmente) tale finalismo “assoluto” con un’astuzia poiché – al contrario di Kautsky secondo il quale “la centralizzazione è una tendenza continua che porterà infine alla concentrazione della proprietà in un gruppo parassitario di capitalisti, non più dirigenti dei processi produttivi, mentre di contro a questo si ergerebbe la massa della popolazione espropriata, che lavorerebbe in condizioni di crescente cooperazione, sia pure differenziandosi al suo interno tra vertici che dirigono e maggioranza che esegue” (La Grassa) – riteneva che lo scontro interimperialistico tra Stati sarebbe esploso prima che si formasse tale trust monopolistico “unico”.

Insomma, siamo su un tenore troppo elevato per i tempi che corrono e, nonostante la durezza delle affermazioni di Lenin, Kautsky deve essere comunque considerato un teorico serio e rigoroso.

Ma veniamo a noi. Mi dispiace ma non si possono tollerare oltre le scemenze che appaiono su Indymedia. Questi custodi dell’ortodossia, che agiscono come vere e proprie squadracce, non vanno oltre il manicheismo del “bianco e nero” per cui se non la pensi come loro non puoi che essere uno sporco fascista. Ho raccolto un florilegio di queste delucidazioni da parte dei sacerdoti del tempio comunista (per la verità qualcuno ci ha anche difesi ed è quindi ovvio che Indymedia non dà spazio solo ai farabutti) e le offro alle vostre valutazioni:

 

"Una piccola segnalazione per coloro che scrivendo su google "marx",possano disgraziatamente incappare in questo sito http://www.ripensaremarx.com reazionario, fascista e revisionista, consiglio di scartarlo a piè pari. Colui che vi scrive è un noto revisionista da 4 soldi ed ha visibilità sul sito di Blondet (che tutti già conosciamo come catto-fascista)".

 

Questo proviene invece dal sito autistici.org:

"La Grassa che cola” "svecchiamento" del marxismo: dominanti contro dominati. c’è pure un documento nel blog in questione in cui il giovanotto afferma che le nuove tecnologie creano espansione per il capitalismo.
pepperepeppepèèè:
http://ripensaremarx.splinder.com/
un’istantanea di Gianni La Grassa & Pinotto Preve mentre spiano un funzionario finanziario di Usrael".

 

Ancora da Indymedia:

Gianfranco la Grassa è un noto fascista ospitato frequentemente sul sito di Blondet,il catto-nazionalista. Un sito poi che si chiama "ripensare marx" indica il livore di quest’omiciattolo,che vorrebbe goffamente (senza riuscirci) smentire le teorie storiche di Marx.
Hidda admin gauche caviar,se ti è rimasta un po’ di dignità”.

 

“A leggere il suo sito che c’è scritto che lavora per il superamento del marxismo e poi a leggere questo articolo dove da contro i goldman,la trilateral,i parassiti e gli avidi sembra proprio che lagrassa stia arrivando al pensiero cretinfascista. se fosse così davvero vuol dire che un altro cervello è caduto in questa guerra infinita della ragione…come Preve e altri che sono stati un pò troppo da soli e in vecchiaia hanno bisogno di conforto e un pò di notorietà e qualcuno che li apprezzi. questi teorici da 2 lire sono patetici.e anche filofascisti”.

 

Adesso giudicate voi, credete davvero che questa gente li legga gli articoli che scriviamo? Questa gente prende la pistola se sente qualcuno ragionare, un po’ come facevano le squadracce fasciste. Un ultima precisazione, noi ci onoriamo del fatto che La Grassa ci invii le sue riflessioni sulla situazione politica o le sue elaborazioni teoriche. Noi del Blog siamo sostanzialmente d’accordo con quello che dice e lavoriamo alla costruzione di un’altenativa anticapitalistica, per quello che possiamo e per quello che vogliamo. Tutto il resto sono immonde cazzate.

 

 

MANIFESTO SULLA TERZA FORZA (ALTRI INTERVENTI)

ANTONIO: Ritengo che il manifesto "Costruire una Terza Forza" un interessante spunto di riflessione e un buon punto d’inizio per una discussione. Questo non solo per ragioni teoriche, ma anche retoriche perché la prosa di La Grassa e il suo "picchiare duro" contro marxisti, sinistra comunista, no global, pacifisti ecc. fino all’irritazione fa un po’ a tutti una salutare doccia fredda e stimola la riflessione.
Da un punto di vista teorico, mi sembra che l’appello si basi sui seguenti
pilastri.
1) Oggi il modo di produzione capitalistico si è dimostrato capace di
prevalere su tutte gli altri modi di produzione sia precapitalisti che su
quello del socialismo reale che pretendeva di essere postcapitalistico;
2) Le rivoluzioni socialiste sono possibili solo in presenza di
imperialismo, ovvero di più potenze capitalistiche in competizione;
3) oggi siamo in una situazione in cui c’è una sola potenza che egemonizza
il mondo per cui non si può parlare di imperialismo e le rivoluzioni sono
altamente improbabili;
4) ci sono però alcune potenze regionali in ascesa che lasciano presagire
che tra 20-30 anni ci sarà nuovamente una situazione imperialistica;
5) Gli USA, paese centrale, sono caratterizzati da una particolare
formazione sociale che concentra gli investimenti e le energia nello
sviluppo di nuovi settori caratterizzati da innovazioni di prodotto
(nanotecnologie, biotecnologie, ecc.), nella ricerca scientifica e
nell’incremento della potenza militare potenza militare;
6) Europa e Giappone sono caratterizzati da una formazione sociale che
concentra le energie e i capitali nel sostegno di industrie fordiste
decotte, nel finanziamento della cooptazione di sindacalisti e altri
rappresentanti dei dominati nel ceto dominante e nella spesa detta
"sociale";
7) Questo sistema sociale europeo e giapponese (meno competitivo) accetta la
subordinazione agli USA, punta ad innovazioni di processo e non di prodotto
ed è garantito da un sistema politico basato sulla dicotomia
destra-sinistra;
La Grassa ritiene che nei prossimi anni il declino europeo sarà contrastato
da forze politiche e sociali capitalistiche che sposteranno la spesa e gli
investimenti dal welfare state e il sostegno di imprese decotte allo
sviluppo di settori ad alto valore aggiunto concorrenziali con quelli degli
USA e cercheranno di trasformare una parte dell’Europa in un nuovo centro di potere imperiale in contrasto con gli altri.
Che devono fare gli anticapitalisti? Se ho ben capito La Grassa propone una strategia leninista tesa a formare un strato di quadri pronti ad agire nella nuova situazione imperialista (e potenzialmente rivoluzionaria) probabile nel futuro. Per far questo propone una politica estera antiegemonica e tesa alla ricerca di alleati, una politica interna volta al potenzialmente dei settori produttivi di punta e una chiara opposizione al sistema politico esistente.
Trovo che questo programma sia indispensabile, ma che tenda a una politica dei due tempi: prima favoriamo l’ascesa di nuovi centro imperialistici (nel nostro caso uno in Europa), poi sfruttiamo le contraddizioni per far cadere il capitalismo.
Sul fatto che si debba opporsi al declino economico del nostro paese io sono perfettamente d’accordo e so che richiederà una lotta dura. Il problema è che per far questo sono indispensabili alleanze con gruppi sociali nuovi filocapitalisti e neoimperialisti che bisogna appoggiare e a cui vanno destinate risorse tolte non solo alle vecchie imprese decotte, ma anche ai ceti sociali che La Grassa chiama i dominati. Non sono sicuro che si possa conciliare il socialismo con tutto questo. Penso che si rischi o di diventare una forza politica che rappresenta gli interessi dei nuovi ceti dominanti neoimperialisti o di sembrare una forza che vuole fare il socialismo ma non riesce a fare una sintesi di interessi generali del paese e popolari.
In conclusione trovo buono l’impianto analitico di base, l’analisi della
situazione attuale e verosimili le previsioni per il futuro. Invece, nel
terreno delle proposte mi sembra che sia giusto e indispensabile creare una forza autonoma, che difenda la sua autonomia rispetto al sistema politico esistente, ma bisogna prendere coscienza che la Terza Forza di La Grassa si muoverà su un terreno molto scivoloso e pericoloso in bilico tra filoimperialismo e socialismo.
Antonio

RISPOSTA DI G. LA GRASSA

soprattutto nella parte finale del mio scritto, ho in effetti esplicitato
chiaramente la contraddizione insita nella politica di una "terza forza";
quella contraddizione rilevata da Antonio. Tale contraddizione discende
logicamente dal cambiamento di alcuni paradigmi della tradizionale teoria
marxista: capitalismo unificantesi mondialmente in base allo sviluppo del
modo di produzione capitalistico, sviluppo che sarebbe tendenzialmente
dicotomico con formazione finale del soggetto collettivo della trasformazione. In base ai nuovi assunti da me adottati, si deve necessariamente agire nell’ambito dei problemi, un bel po’ più complicati,
della lotta antiegemonica (epoca attuale) e poi di quelli ancor più complessi relativi ad una, per me prevedibile, epoca policentrica (o
imperialistica). In entrambe le epoche, è inutile nascondere la contraddizione di una politica che deve dare spazio a problemi di potenza (come fece, in ciò agendo giustamente, l’URSS) e della trasformazione sociale (come non fece invece l’URSS, tutta dedita allo sviluppo delle forze produttive, comportamento tenuto oggi dalla Cina). Questa contraddizione va esplicitata senza la copertura ideologica della Classe o del Proletariato,  da una parte, o quello della Nazione o Patria (magari socialista), dall’altra. Per questo è necessario fare una sintesi (non una mera giustapposizione, come al momento sono obbligato a fare) tra teoria del modo di produzione capitalistico e geopolitica; va cioè elaborata la (genericamente indicata) teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi. Va tenuto inoltre presente che solo la politica può tentare la sintesi dei diversi spezzoni diversificati della formazione sociale odierna, a partire dalle fasce medio-basse di reddito, al fine di avere la forza necessaria alla trasformazione. Però è ovviamente tutto da analizzare; e anche da provare appena possibile nella pratica.
glg


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