CHE SUCCEDE IN ITALIA?

Ieri tre fumate nere nel parlamento riunito in seduta comune.  Oggi probabilmente arriverà il verdetto e, a meno di colpi di scena, Napolitano dovrebbe essere eletto con i voti del solo centro-sinistra.

Gli unici scontenti, per ora, saranno i dalemiani che dovranno incassare l’ennesima sconfitta. I ds come partito, invece, avranno ampia cittadinanza nel costituendo governo (oltre, ovviamente, ad un proprio uomo sullo scranno del colle). Nel centro-destra l’unità sembra reggere a malapena, l’UDC dimostra di mantenere il suo spirito centrista e rafforza i suoi naturali legami con la parte della vecchia DC che continua ad albergare nello schieramento opposto (Margherita e altri cespugli) siamo però ancora lontani dalla prospettiva di creazione del "Grande Centro". Probabilmente Casini spingerà per il voto a Napolitano, anche se qualcuno minaccia che al voto favorevole per "il comunista" seguirà una resa dei conti nella Casa delle libertà, con eventuale ripensamento del suo sostrato di sostegno politico (la lega sarà la più revanscista in tal senso). In più, qulache scherzetto potrebbe essere tirato dai dalemiani più accaniti che, nel gioco incrociato delle schede bianche, potrebbero far mancare i voti al candidato papabile, cioè Napolitano.

Tutto questo avverrà nell’ambito di giochi di potere di corto e cortissimo respiro, poichè, a parte la ricollocazione di uomini più favorevoli al centro-sinistra nelle aziende statali di maggior rilievo, le politiche di privatizzazione e liberalizzazione dovrebbero proseguire con la stessa audacia di questi anni (ovvero con l’accelerazione delle svendite ai principali gruppi di potere che hanno garantito l’elezione di Prodi). Nelle M.& A. che si profilano all’orizzonte lo Stato garantirà buona parte delle risorse sotto diverse forme (dirette e indirette), come è già successo per Autostrade s.p.a. dove il rialzo continuo delle tariffe nonostante gli scarsi investimenti, previsti tassativamente dal contratto di concessione, non hanno spinto L’ANAS ad agire per la revoca della medesima.

Sicuramente non ci saranno molte voci discordi, chi spera ancora in Rifondazione perderà presto le prorie illusioni, del resto il partito ha già fatto intedere che questa volta sarà un alleato fedele. L’ODG respinto dal gruppo dirigente di RC che prevedeva il ritiro delle truppe italiane impegnate nei vari scenari di guerra, la dice lunga sulla scelte politiche dei rifondaroli.

I COMUNISTI E L’ULTIMO PACIFISMO 
RIFONDAZIONE RESPINGE UN ORDINE DEL GIORNO CHE SI PRONUNCIAVA PER IL RITIRO DEL CONTINGENTE ITALIANO DALL’AFGHANISTAN E IMPEGNAVA I GRUPPI PARLAMENTARI A NON VOTARE IL RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI IN IRAQ, AFGHANISTAN, BOSNIA E KOSSOVO. Contro l’o.d.g. hanno votato sia i bertinottiani che gli esponenti di "Essere Comunisti" (Grassi) e di "Sinistra Critica" (Cannavò), a favore solo Progetto Comunista (Ferrando) e FalceMartello (Bellotti)".
 
Non sapevo di questo odg, votato in pratica all’unanimità dai "rifondatori comunisti", che la dice lunga sulla volontà di "rispettare" lo stesso programma di 281 pagg. presentato a suo tempo dall’Unione.
Ritengo tuttavia inutile scandalizzarsi perché ormai è evidente, "in ogni dove", che siamo in mano a politicanti senza principi e senza orientamento se non il galleggiare nella melma. Siamo ormai alla fine di un’epoca; solo che è "storica" e può durare tempi poco sopportabili da chi vive secondo tempi biologici.
Del resto, basta guardare alla pantomima per il PresdellaRep. Ferrara e Feltri sono per D’Alema, alcuni della Rosanelpugno (radicali forse Boselli) no. Confalonieri – che non credo parli senza che il suo "capo" lo sappia preventivamente – dice anche lui che D’Alema va bene, ha già garantito una volta Mediaset. Si calcola che una trentina di voti di centrodestra andrebbero al più filoamericano dei "sinistri" (il presidente della guerra alla Jugoslavia) e una trentina di voti di centrosinistra mancherebbero all’appello.
Intanto Berlusconi, che non può passare da buffone di fronte al suo elettorato (il più vasto in termini relativi) – è buffone ma non può passare per tale – minaccia lo "sciopero fiscale" per l’"emergenza democratica" se passa D’Alema, perché capisce che questi elettori non capirebbero mai un simile "inciucio". Intervengono però subito Fini e Casini a dire che no, che così non va, non si può esagerare con la minaccia di insubordinazione. La Lega, per "senso della responsabilità", voterà Letta al primo voto, ma avverte che non è una costola della Cdl e, se le cose andranno in un certo modo, questo schieramento di centrodestra può considerarsi finito.
Alla fine, con l’80% di probabilità, il losco figuro che parlò – orwellianamente – di "difesa integrata", mentre bombardava allegramente la Serbia con gli USA nel 1999, diventerà Presidente alla quarta votazione. Il centrodestra, ma in particolare Berlusconi, urlerà ai soliti comunisti antidemocratici che impongono i diktat, gli altri destri pure si inalbereranno per un po’ di tempo, alcuni di loro – in specie settori UDC e qualche AN – attendendo che inizi il "mercato acquisti" per i voti (soprattutto al Senato).
Vi sembra brutto questo quadro? E’ in perfetta sintonia con i tempi; se non finisce così, sarà perché il solito "Diavolo ci mette lo zampino"; ma l’intenzione del "grande imbroglio" è palpabile in tutte le mosse che si stanno facendo (ivi compresa l’astensione dell’Unione alla prima votazione).
Comunque vada a finire la faccenda, è "tutto normale", e gli svolgimenti futuri non ne verranno sconvolti in nulla.
GIANFRANCO LA GRASSA

IL GIOCO DEGLI SPECCHI

I mercati finanziari, le strutture sovranazionali che governano l’economia agendo come paravento per gli interessi dominanti della finanza Usa, i dominanti dei paesi autoctoni che si pongono sotto tale ombrello protettivo per l’incapacità di elaborare proprie strategie d’attacco. Questo e tanto altro sta alla base dell’imputridimento della situzione politico-economica italiana dove il gioco degli specchi e della riottosità di maniera tra destra e sinistra cela la vera natura della partita strategica che si sta giocando. Da un lato i superiori interessi americani che tracciano la via da seguire sui grandi temi geopolitici e geostrategici oltrechè economici, dall’altra il "piccolo establishment" del restrellamento delle risorse interne, che si appoggia alternativamente ad uno dei due schieramenti politici per ottenere la risorse necessarie ai propri giochi di potere.In questo clima di unità antipopolare c’è lo spazio per un Ciampi super partes custode delle procedure costituzionali con un passato da smantellatore delle proprietà pubbliche, e c’è spazio anche per un D’Alema che ha già ampiamente dimostrato il suo asservimento e la torbidezza del suo modo di agire. Chi meglio del compagno spezzaferro, ex lanciatore di molotov, può ricoprire quell’incarico di garanzia….per i dominanti. Non per tutti, ovviamente, il Corriere della sera gli ha già pregato di lasciar cadere la sua candidatura per lesa maestà del "piccolo establishment" nell’operazione di sostegno a Gnutti-Consorte-Ricucci. D’Alema ci aveva provato, non è andata bene ma ha dimostrato di condividere la logica con la quale ci si deve muovere in questo mondo e questo fa di lui un umile riproduttore del sistema. Povere plebi identitarie e festanti che pensavano di aver dato l’assalto al cielo! Ma D’Alema si era già mosso in passato lasciando presagire il suo carattere: Marco travaglio riporta di una condanna per finanziamento illecito al partito in Puglia (poca roba, un errore di gioventù insomma). D’Alema avrebbe fatto meglio in seguito con la Banca salentina 121 e con centinaia di piccoli risparmiatori truffati dai suoi protetti. Poi, finalmente, le manovre che contano, la privatizzazione Telecom con la svendita di un gioiello nazionale a imprenditori senza liquidità. Ma, soprattutto, D’Alema ha dimostrato come si può conciliare la pace con la guerra nelle vicende dell’attacco americano alla Serbia. Dopo essersi vantato di aver messo a disposizione le basi militari sul territorio italiano e aver inviato un contingente di tutto rispetto, ha ideato l’operazione "cerotto per tutti", la famosa operazione Arcobaleno che ha messo a tacere le plebi pacifiste ed ha ingrassato la pancia di qualcuno un pò meno moralista. Tuttavia il problema non è la statura morale di questa persone, nè la loro fedina penale. La questione principale, che non ammette più tentennamenti, riguarda la stessa identità della sinistra. Chi non vuole capire che i due schieramenti in campo sono totalmente speculari e servono i medesimi interessi di potere, non potrà più godere nemmeno del privilegio della buona fede. La situazione è così compromessa che solo seppellendo "l’ammorbato" si potrà evitare l’epidemia. Speriamo solo che gli appelli dei leaders sinistri vadano a cadere nel vuoto, presto saremo chiamati ad altri rospi da mandare giù per il bene nazionale e per l’esportazione della democrazia. Chi anche questa volta cederà per un fantomatico senso di responsabilità dovrà farlo con la consapevolezza di rinunciare anche all’ultimo briciolo di dignità.

LA FARSA DEI COMUNISTI ODIERNI

Gianfranco La Grassa ci ha inviato il suo punto di vista (che ovviamente nasce dalla mortagora attuale e dalla riproduzione all’infinito di logiche infami che utilizzano categorie da discarica per giustificare l’esistente) sui comunisti e sulla sinistra in Italia. Crediamo che questo sia l’unico punto di partenza valido per l’eventuale  rinascita di una "coscienza" collettiva anticapitalistica. Non possiamo più cianciare di "movimenti", "classi", "antifascismo", "rifondazioni" ecc. che non hanno più nessun collegamento con la realtà dipanantesi sotto i nostri occhi. Per giunta queste concettualità esprimono tutto l’opposto del loro significato originario e divengono scudo per sicofanti che sono, da un bel pezzo, al servizio dei dominanti. Noi siamo più giovani di lui eppure abbiamo maturato le stesse convinzioni. Non saranno le logiche identitarie a tirarci fuori dalla palude e tanto meno potranno rassicurarci i "saluti comunisti" in calce alle nostre lettere(un’altra formula vuota di una consolidata ritualità comunista). Dobbiamo seppellire i nostri morti prima che loro seppelliscano noi.

Ho visto su Liberazione (4 maggio 2006) il documento firmato da quattro membri dell’Ernesto (Favaro, Giavazzi, Provera, Valentini). Ha ancora senso parlare di "comunisti"? Mi pare che si tratti di piccoli rimasugli di un’altra epoca, che si arroccano per qualche anno su posizioni di qualche secolo fa, e poi cedono diventando semplici opportunisti (magari anche in buona fede; non è questo che intendo discutere). Mi dispiace, ma non posso non provare un moto di ribrezzo. Ormai il "comunismo" non ha più nulla a che vedere (ma non da oggi) con quello di Marx e Lenin; nessuno vuol più discutere che cosa era quest’ultimo, come mai non si sia diffusa nel mondo se non una sua caricatura, che cosa esso è ormai diventato. Ci sono fenomeni, del tutto progressivi e perfino "eroici" in dati contesti storici, che poi degenerano con il tempo e con "moto accelerato" (esponenzialmente). Così la gloriosa lotta contro il nazifascismo, così il comunismo, così perfino certe lotte dei popoli contro la prepotenza "imperialistica". Se non si comprendono i contesti storici, se non si analizzano (e accettano) le ragioni di una sconfitta, se si passa dalla "scienza" e dalla politica al fondamentalismo "religioso" (è un pezzo che l’atteggiamento dei rimasugli "comunisti" e dei finti e diluiti antifascisti è divenuta pura religione dogmatica per "poveri di spirito", mentre i dirigenti furbacchioni si vendono a tutto spiano, ai più svariati livelli), allora ogni "buon vino" finisce in "aceto", e in cattivo, cattivissimo, aceto.
Non so al momento cosa proporre, ma sono stufo di seguire battaglie di retroguardia, stare a frenare il carro che ormai precipita lungo una scarpata; ma che si sfasci in fondo al burrone!! Sono stufo di chi, invece di discutere di "cose nuove", se ne sta abbarbicato a vecchie cariatidi, segue dei cialtroni che del "vecchio" fanno piccole nicchie di voti per andare comunque a prendersi 20000 euro al mese, nonché i vari posti di governo e sottogoverno; e con soli 25000 voti in più, il che è il massimo della protervia e arroganza, ma anche della cecità che perderà questi mascalzoni nonché incapaci.
 Mi dispiace, ma da cinquant’anni continuo a vedere continui slittamenti verso "destra" corazzati da "difendiamo il meno peggio". Chi "lo difende" si fa il suo feudo, magari piccolo ma redditizio; chi segue il mascalzone di turno resta a grattarsi e continua a sognare la ripresa del movimento. Basta, sono arcistufo. Non dico tutto quello che penso perché è (solo in parte) dettato da emotività. Comunque, ognuno dica se vuol finirla con il vecchio comunismo e il vecchio antifascismo. Io l’ho finita, da oggi in poi; e nessuno mi secchi più con la riproposizione di queste schifezze immonde.
Vi saluto finalmente liberato da un "rospo" che avevo sul gozzo da molto tempo; non discuterò più con il marciume della "sinistra", e sia chiaro che non me ne frega un c….della buona fede o meno! 
glg   

Come Volevasi Dimostrare (di Gianfranco La Grassa)

 

C.V.D. Come immaginavo, e avevo detto ieri a qualche amico, Ciampi non ha accettato di restare Presidente. Non per motivi di età, non perché sia stanco o non ci tenesse. Non raccontiamoci balle. Non ha accettato perché – come accade in politica, e sarebbe ridicolo scandalizzarsene – c’è molta gente che parla con lingua biforcuta; in particolare, in questo caso, il centrosinistra e Montezemolo (i poteri detti forti o anche “piccolo establishment”). Le pressioni nascoste su Ciampi saranno state fortissime e gli hanno fatto capire che, accettando, sarebbe diventato – oggettivamente – “uomo di parte”.

Il fatto della non accettazione è un ulteriore sintomo dei disegni delle forze sopra nominate, e così disposte: il centrosinistra come truppa (e ufficiali di grado meno elevato), i poteri forti quali comando supremo costituito soprattutto dai generali (ed è ben noto che in una guerra tale comando cerca di essere unito, ma è pur sempre diviso da rivalità e conflitti; un “Diaz” aspetta sempre che un “Cadorna” faccia flop per sostituirlo eventualmente). Questo comando – e i suoi sottoposti con le “truppe” – hanno fretta di “concludere”; non possono aspettare quei due-tre anni che l’elezione di Ciampi rischiava di “far perdere” per i loro progetti. In questo senso, senza gridare ridicolmente al fascismo come la “sinistra” ha fatto con Berlusconi, mi sento di affermare che ci sono adesso e per i prossimi anni serissimi pericoli di regime e di relativo totalitarismo. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco; in ogni caso, i pericoli sono veramente seri.

Quanto ai progetti del “comando generale”, ne parlerò altrove, perché è un discorso che va articolato e su cui bisogna non essere frettolosi come lo si sarebbe in una mail. Per il momento, mi permetto “orgogliosamente” di rilevare che il mio postmarxismo (che deriva strettamente dal marxismo, ma quello di Marx e Lenin, non quello delle varie conventicole intellettuali “accademiche”) mi consente ancora alcune previsioni azzeccate (pur se sempre probabilistiche e “aperte all’errore”).

  E adesso pensiamo al futuro discorso più generale e complesso. Non ci sono al momento rischi di fascismo, ma senz’altro di mefitica aria di regime e di intolleranza, nonché di occupazione di tutto il potere possibile. Lo ripeto affinché non mi si voglia fraintendere: la “sinistra” è solo truppa, sottufficiali, ufficiali fino, al massimo, ai capitani. Colonnelli e generali (e comandanti d’armata e di corpo d’armata) stanno attualmente in un gruppo di potere che è raggruppato nel più volte nominato “patto di sindacato” della RCS. Approfittando di contrasti tra i francesi di Axa e del Crédit agricole, tale gruppo di poteri “forti” sta cercando di accelerare su Intesa e Capitalia per arrivare alle Generali; e questo sarebbe certo un grave colpo con accentuazione delle probabilità di regime.

CHI SALIRA’ AL QUIRINALE?

La restaurazione del potere sinistroide sta incontrando serie difficoltà, poichè, com’era evidente, il risultato delle urne non ha permesso una distribuzione arrogante e trionfante delle cariche, inoltre la debolezza del centro-sinistra sta aggravando le lotte intestine per gli scranni disponibili. Rifondazione per ora è stata accontentata, in cambio sussurrerà le proprie istanze senza più strapparsi i capelli per la condizione dei salariati. Certo, questa potrebbe essere la sua fine come partito che si proclama anticapitalistico e l’inizio di una nuova fase nella quale dovrà reinsegnare ai suoi militanti che la cultura di governo richiede senso di abnegazione e responsabilità, ovvero volendo tradurre: stiamo con i "poteri forti" ma lo facciamo per il bene dei metalmeccanici. 

Per ora il partito più scontento della coalizione restano i Ds, o almeno, quella parte corposa dei Ds legati al baffo guerrafondaio di D’Alema. A chi dubita della sua capacità di poter fare il Presidente della Repubblica ricordiamo queste sue parole: "“Noi ci sentiamo, con l’Europa, a fianco degli Stati Uniti: non solo perché alleati in un’alleanza che si è cementata nel corso di una lunga storia durante la quale per ben due volte, nella prima e nella seconda guerra mondiale, gli americani hanno versato il loro sangue per la pace e la libertà del nostro continente, ma anche perché sentiamo minacciati ed offesi i valori comuni. Anche allora si disse che la forza non avrebbe aperto la strada alla pace, ma poi è venuta la pace e si è aperta la strada anche alla democrazia”. Sarebbe insomma un bel Ciampi-bis di nefandezze, ben celate dietro il "buon senso" che deve contraddistinguere chi ricopre la carica di Presidente del paese più codino d’Europa (del resto non è D’alema che ha sempre parlato di "paese normale" cioè di un paese che, come gli altri, realizza subdolamente le proprie manovre di potere senza la prosopopea berlusconiana?). D’Alema è un uomo di stile e lui le cose le fa per bene. Insomma l’alleato americano può stare tranquillo perchè il "compagno spezzaferro", com’era chiamato ai tempi della FGC, è uomo rispettoso dei loro interessi.

Berlusconi e il centro-destra non potranno che far finta di essere scandalizzati per l’avvento alla Presidenza della Repubblica di un ex P.C. riciclatosi da tempo nel nuovo P(olitically) C(orrect). Ma le manovre consentite ai Ds da Berlusconi durante l’operazione trasversale messa in atto da Gnutti e Consorte negli affaires BNL e Antonveneta, nonchè la visita di D’Alema a Mediaset di qualche anno fa (senza tralasciare l’inconcludente tentativo dalemiano della bicamerale che certo non fu sgradito a Berlusconi), lasciano intendere che i due leader, quanto meno, non si odiano.

D’Alema si sta giocando la sua carriera politica, ha già dato prova in passato di essere lo "yes man" filoamericano adatto al ruolo di "grande statista", per cui fare il secondo di Prodi non è per lui. D’Alema è ben visto anche in Europa e si è costruita in questi anni un’immagine di leader internazionale (i convegni della Fondazione Italianieuropei, il mandato a Bruxelles, il ruolo di vicepresidente dell’Internazionale socialista, ecc.). Ancora, è tra i più accesi sostenitori della dottrina Bush sulla cosidetta "esportazione forzata della democrazia" e le sue parole nel merito sono inequivocabili:“se si vuole perseguire con successo una strategia di espansione della democrazia e dei diritti umani, questo significa non escludere il tema del ricorso alla forza”.

Un uomo così, non investito di alcuna carica di primo piano è troppo pericoloso per il governo Prodi, peraltro la sua capacità di lavorare alle spalle con intrighi e sotterfugi (qualità già messa in evidenza in illo tempore) costringeranno il suo partito e gli alleati di coalizione a riservagli un posto dorato. La Presidenza della Repubblica potrebbe andar bene, forse…

STORIE DI ORDINARIA PRECARIETA’

Spesso, quando si parla di precarizzazzione dei rapporti di lavoro, si rimanda ad una fantomatica possibilità di flessibilizzazzazione delle scelte. Sappiamo benessimo che così non è, nonostante le differenze filologiche con le quali i "sinistri" governanti cercano di scindere due concetti che vanno a braccietto, quali appunto flessibilità e precarietà

In realtà la flessibilità, baluardo ideologico degli Autonomi anni ’70(per la maggior parte operai emigrati dal Sud nelle fabbriche del nord) che si sentivano soffocare rinchiusi per 8-10 ore tra rumori assordanti e ambienti insalubri, era  un’alternativa per non morire tra le unità produttive della Fiat, ormai non più pienamente fordista e non ancora totalmente automatizzata.

Ma la flessibilità la creano i funzionari del capitale per  un uso "razionale" dei fattori produttivi nell’ambito dei processi di produzione (materiali o immateriali che siano), ovviamente indirizzati all’aumento del plusvalore e dei profitti (elementi intermedi che non sono fine sistemico bensì mezzi indispensabili all’approntamento di strategie di dominio). Se un’impresa fa profitti avrà risorse adeguate per mettere in atto strategie d’attacco contro i concorrenti. Ma anche il profitto può divienire elemento secondario laddove qualche perdita immediata garantisce la vittoria sul lungo termine (si pensi alla Microsoft che compra le piccole imprese di software solo per chiuderle), Allora possiamo continuare a sprecare le nostre migliori energie analizzando il modo di produzione e i suoi contenuti (forze produttive e rapporti di produzione), la cosìdetta analisi verticale, ma non si possono trascurare gli aspetti geo strategici e spaziali dei rapporti tra le forze sistemiche (partendo appunto dall’impresa fino ad arrivare ai rapporti tra Stati e continenti). Insomma una cartina geografica del potere può essere utile per capire in che direzione si sviluppa il mondo capitalistico e per tentare qualche provvisoria previsione.

Detto questo pubblichiamo una lettera inviataci da un amico che, per quanto personale, crediamo rigurdi la condizione di molti giovani precari, soprattutto al sud.

Nelle tue miserie riconoscerai il significato di un arbeit macht frei.Tetra economia quotidiana umiltà ti spingono sempre verso arbeit macht frei. Consapevolezza ogni volta di più ti farà vedere cos’è arbeit macht frei.
(AREA, Arbeit macht frei, Cramps records, 1973)

Ciao!
Per me questo è un periodo di bilanci, a me capita di farli almeno due volte l’anno – il 31 dicembre ed il giorno del mio compleanno. Oddio: non è che scoprirmi più vecchio di 365 giorni mi faccia star male, non è un problema esistenziale questo, questo proprio no.. è proprio altro.
Passare la mezzanotte del giorno che ha segnato il passaggio ai miei trentatré anni chino a lavare pentole, piatti e tegami, non è stato un bell’esordio.. come anche, nel pomeriggio dello stesso giorno, rinunciare (per quattro palanche) a passarlo a casa, tornare al lavoro con una stanchezza, negli occhi e nella testa, indicibile, non è (neppure economicamente, neppure questo) gratificante.
Certo, nessuno mi ha messo il mitra dietro la schiena e mi ha imposto di andare a lavare i piatti al ristorante; nessuno mi ha obbligato a farlo (certo, non ufficialmente.. la “scuola del sospetto” con me funziona bene..). Formalmente sono libero, libero di scegliere, libero di scegliere la mia vita.
Vorrei studiare. Mi manca il rapporto quotidiano con i libri, mi manca la possibilità di approfondire, di rimuginare una pagina. Ufficialmente sono libero; questo lavoro, adesso che mi hanno assunto con un regolarissimo contratto in nero (la norma, qui al sud) dopo quasi un anno e mezzo in prova (la norma, qui al sud) l’ho scelto io ed avrei potuto benissimo dire di no. Il bello è che se non hai lavoro, il parentame ti dice di cercarti un lavoro, se trovi un lavoro continuativo come lavapiatti ti dicono di lasciarlo perché è un lavoro di merda. Almeno chiudessero il becco..
Sai, la cosa più divertente – quando parlo con i miei fratelli (due fratelli e due sorelle, tutti più grandi di me) – è che loro mi sembra non si rendano assolutamente conto della differenza fra un diploma “tecnico” (entrambi i miei fratelli ed una delle mie sorelle sono diplomati in ragioneria; l’altra ha il diploma magistrale) ed uno di liceo. Nei fatti, uno/a con il diploma tecnico ha molte più probabilità di lavorare di quante non ne abbia io (con due perfezionamenti, ed un’abilitazione all’insegnamento). Un individuo, uomo o donna che sia, nato negli anni Cinquanta/Sessanta ha molte più probabilità di essere inserita nel circuito della produzione (im)materiale di quanto non lo siano coloro i quali (come me e molti altri) sono nati negli anni Settanta. Paradossalmente il sistema integra e protegge chi è già inserito (anche se sulla linea di confine fra lavoro e non lavoro) ma “dimentica” allegramente gli altri – che non sono solo i bambini gli anziani e le donne. Sono troppo giovane per avere la pensione al minimo sociale, troppo vecchio per essere appetibile per le aziende. E poi veteromarxista (che pena!, anche vecchio dentro..), lettore pressoché accanito dei Francofortesi. Un povero pirla, uno sfigato, insomma.
Ho trentatré anni, dovrei spaccare il culo al mondo, avere tanta di quella energia e voglia di vivere e di fare, dentro, da far paura. Non è così. Se dovessi misurarmi con mio padre o con il mio professore di filosofia del liceo, o con i miei fratelli, sono un fallimento su tutti i fronti. Mio padre lavorava dall’età di sedici anni (prima all’Annona, poi all’Esattoria Comunale), era finita la II^ Guerra Mondiale. Negli anni Cinquanta si è sposato, alla mia età aveva già un figlio. Il mio professore di filosofia del liceo, ex Sessantottino, alla mia età aveva un lavoro (fisso, come insegnante di filosofia) e due figli. Uno dei miei fratelli (commercialista) alla mia età era già funzionario di banca; l’altro, commercialista, si è sposato a trentatré anni ed ha avuto un figlio l’anno dopo. Mi rendo conto che il problema non è solo il mio. Si può provare a ragionare per astrazione, questa situazione non è vissuta solo da me. L’anima in pace, però, non la metto. Non è una situazione soggettiva, allora delle tre: o è intersoggettiva o è oggettiva o è oggettiva in quanto intersoggettiva (santa dialettica hegeliana!).
Nell’attuale situazione economica e sociale (che Prodi non riuscirà a risolvere, in quanto borghese e liberista, ed agirà sulle uniche leve che la borghesia gli mette a disposizione: l’espulsione dal mercato del lavoro, l’uso della leva della disoccupazione e della precarizzazione per comprimere il salario), la dimensione individuale rimanda direttamente alla oggettività della intersoggettività e non può che essere quella della hegeliana “coscienza infelice”. Infelice, perché il conto delle frustrazioni individuali supera di gran lunga il “saldo di soddisfazione”, la gratificazione interiore, che il modo di produzione capitalistico e la classe borghese pretendono abbia l’individuo (sempre che sia in possesso di Coscienza [oggettiva], e non sia invece alienata). Non posso dire di sentirmi gratificato. E guarda che mi misuro con la generazione precedente alla mia, non mi confronto con Napoleone Bonaparte (imperatore a poco più di trent’anni) o con Alessandro Magno (che a trent’anni aveva fra le mani un impero).
Il senso di frustrazione deriva dal fatto che, pur essendomi pro-gettato (Sartre, oggi sono una citazione continua) in funzione dell’insegnamento, non so effettivamente se a cinquant’anni sarò a contare i punti che mi separano dalla cattedra o se potrò effettivamente fare il mio lavoro e non piuttosto il gelataio con contratto a progetto (e sai bene che la legge 30 sul lavoro non verrà abolita). Già dopo la laurea, alla incerta prospettiva del dottorato (che anche allora mi attirava), ho preferito la concretezza della possibilità di insegnare. La SIS è stata una scelta obbligata, una doppia fortuna – aver fatto la SIS a Milano mi ha dato modo di confrontarmi con un altro mondo, rispetto a quello barese.
Ogni tanto, da amici e conoscenti, mi viene balenata la possibilità di un dottorato (che mi attira), ma so di non potermi permettere il lusso (economico) di
un dottorato. Non è per una questione soggettiva: ma quando alcuni soggetti di “sinistra” sparlano della legge Moratti perché la scelta precoce è una discriminante “di classe” – e mi ricordo alla fine della scuola media, i genitori di molti miei compagni di classe indirizzarono i figli alle scuole tecniche e professionali.. allora quella non era “selezione di classe”? –, perché non si considera una selezione di classe il percorso successivo alla laurea? Non è, anche questa, una forma di selezione di classe? Vai a vedere quanto costa un dottorato (senza borsa), o un master, poi vienimi a dire se non è una selezione di classe.
Non vedo rosee prospettive per i prossimi anni. Come si fa a volere insegnanti più giovani in cattedra se poi si bloccano le assunzioni, si aumenta il numero di studenti per classe, si cancellano le cattedre? Come si fa ad integrare un alunno straniero se i fondi per i mediatori culturali vengono tagliati? Blocco delle assunzioni; passaggio di insegnanti di religione cattolica (solo laureati, non in possesso dell’abilitazione) ad insegnamento di materia; passaggio di insegnanti di sostegno ad insegnamento di materia; passaggio di docenti con abilitazione ottenuta con corso interno (i famosi 365 giorni di supplenza) ad insegnamento di materia.. e chi me l’ha fatto fare, studiare, laurearmi, abilitarmi? Se tutto andrà bene, arriverò (come tanti altri) a cattedra a sessant’anni anni.
Non è questa la vita che vorrei, una situazione di questo tipo mi ricorda quello che Pasolini diceva dei genitori dei poliziotti (“Il PCI ai giovani”, è su www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm), né quella che vorrei offrire ad altri.
Scusa il delirio. Un abbraccio

La “pietas” per i soldati italiani morti a Nassiriya
e la realtà della guerra

Piero Bernocchi (Fonte: lettera a "Liberazione" pubblicata il 1º maggio) (noi da fonte Giovanetalpa)

La litania patriottarda dell’Italietta che va in guerra ma vorrebbe immortali i suoi guerrieri è ripartita dopo l’uccisione dei tre militari italiani a Nassiriya (del romeno se ne fregano, perché, ricorda Gigi Sullo, ne muoiono tanti nei cantieri edili). E nel coro melodrammatico le voci del centrosinistra e del centrodestra sono pressoché indistinguibili. «Tragedia nazionale di tutto un popolo», «Un lutto che colpisce e unisce tutta l’Italia», «L’immenso dolore che unisce il Paese», «Piangere tutti insieme i nostri soldati» sono frasi dei leaders dell’Unione che, oltre a segnare la differenza tra la tragica “serietà” bellica dell’imperialismo Usa (69 soldati Usa uccisi negli ultimi 20 giorni: ve lo vedete Bush che invoca la tragedia nazionale?) e il pagliaccesco militarismo nostrano, si subordinano di fatto alla scandalosa tesi della “missione di pace”. Lo stesso avvenne per la strage di carabinieri tre anni fa. Ma da allora c’è stato un enorme salto di qualità nella guerra: in media cento morti, in prevalenza civili, al giorno, lo sterminio di Fallujah, la distruzione delle moschee e la guerra civile immanente, la vistosa crescita della resistenza armata irachena con (cifre Usa) circa 150 azioni al giorno. Chi può ancora fingere che le truppe italiane non siano pienamente corresponsabili di una guerra sempre più cruenta? Perché dunque la morte dei tre militari (in guerra ci si va ad ammazzare e ad essere ammazzati) dovrebbe essere una “tragedia nazionale”, provocare “un immenso dolore”, se non dei familiari (e il cui dolore naturalmente comprendo e rispetto), “unire tutta l’Italia”, la cui maggioranza, invece, la guerra non l’ha mai voluta? Semplice “pietas”? Ma perché tale “pietas” non scatta mai per le decine di migliaia di civili massacrati in Iraq? Per i cittadini di Fallujah barbaramente sterminati con il fosforo? Per i torturati di Abu Ghraib e delle altre infami carceri Usa? Perché la morte di un italiano o “occidentale” dovrebbe pesare come un macigno e quella di migliaia di iracheni essere leggera come piuma? A me pare che ci sia dell’altro, come già per la “prima” Nassiriya e per il mercenario italiano ucciso. Buona parte del centrosinistra asseconda l’idea funesta degli “italiani brava gente”, in Iraq non a fare i guerrieri, ma a svolgere un “mestiere”, scelto magari per pagare la casa, sistemare i familiari, e in definitiva con l’intento di “aiutare le popolazioni”, in Iraq come in Afghanistan. Di lì ad essere resi martiri o eroi, suscitando il cordoglio nazionale, il passo è breve. Ma, e mi dispiace dirlo dopo – addirittura – Cossiga, «essi, a differenza dei resistenti iracheni, non sono né martiri né eroi, perché non la morte, ma la causa, fa degli uomini martiri ed eroi»; e perché «le nostre sono truppe di occupazione e invasione che hanno ucciso numerosi resistenti iracheni che difendevano l’indipendenza del loro Paese». Già, la resistenza irachena, tabù anche per i leader del centrosinistra che pure stavolta ripetono la giaculatoria del “terrorismo”, mentre tutta la stampa internazionale, Usa in primis, parla di “insorti”, “resistenti”, “guerriglieri, “combattenti” ecc… Anche un’azione bellica, certo spietata come sempre in guerra, che uccide tre militari delle forze di occupazione (non i pacifici turisti del Mar Rosso), è terrorismo? Ci si rende conto della gravità ideologica e politica di questo disconoscimento del diritto alla resistenza, sanzionato nei secoli dall’umanità? Tutto quanto ho scritto qui, è quasi ovvietà fuori dai sempre più soffocanti confini italici. Ma da noi oramai fa scandalo, come ogni frase, slogan, scritta sui muri, e persino fischio “non allineato”. E non sto parlando del “10, 100, 1000 Nassiriya”, sul quale negli ultimi giorni sono stato ossessionato da giornalisti sempre più carnefici/vittime di un meccanismo massmediatico micidiale. Quello è uno slogan dannoso, è sbagliato esaltare stragi (anche se, nella logica della resistenza irachena, legittime come azioni di guerra). Ma il processo “ai violenti” si allarga a tutto: bruciare una bandiera (errore, perché scarica su un intero popolo le responsabilità dei governi), gridare uno slogan, una scritta sui muri, e persino fischiare una Letizia Moratti sono atti considerati ben più gravi che buttare il fosforo a Fallujah, massacrare migliaia di civili, torturare e rapire resistenti. Si vuole stroncare, chiedendo la complicità al centrosinistra, qualsiasi pensiero “non conforme “ e “non allineato”: si vuole imporre che la guerra si chiami pace, la sopraffazione giustizia, il dominio libertà. E chi non ci sta, come mi hanno urlato in Tv Buttiglione e Magdi Allam, o in galera o isolato dal consesso umano come lebbroso moderno. E’ strano se in tale contesto avanzo dubbi sulla volontà della maggioranza del centrosinistra di ritirare subito TUTTE le truppe, senza sostituirle con presunti “ricostruttori” (ma de che?), e se, conseguentemente, invito il movimento anti-guerra a prevedere il miglior utilizzo, di massa e unitario, delle due imminenti scadenze del 2 giugno, parata del bellicismo italico, e del voto alle Camere per il rinnovo del finanziamento delle missioni militari, ivi compresa quella afghana, non più accettabile di quella irachena?

L’ITALIA? AGLI STRANIERI!

Le vicende del risiko bancario, delle scalate tentate e di quelle riuscite, nonchè di quelle in programma, mostrano quanto l’Italia sia divenuta preda di appetiti famelici da parte di chi, come il vecchio establishment, ha bisogno di risorse immediate per riparare alla perdite economiche di questi anni, ma anche da parte di una certa finanza straniera (a dominanza euroamericana) che ha capito che il "Bel Paese" è praticamente in (s)vendita. In realtà il ruolo di provincia (euro)americana dell’Italia diviene sempre più evidente, non si sente quasi più nessuno dire cose fuori dal coro e quando lo si fa  si tira fuori l’italianità da preservare contro lo straniero invasore, non prima di essersi ovviamente assicurati l’appoggio di altri gruppi e banche che certo non sono italiani. Come dire, ci sono stranieri meno stranieri a seconda che si collochino pro o contro i poteri forti attualmente dominanti, per alcuni di questi "falsi fratelli" si avviano semplificate procedure di naturalizzazione. Basta guardare agli  isterismi manifestatisi con la fusione tra Albertis e Autostrade che hanno scatenato le ire di alcuni politici di centro-sinistra, i quali hanno gridato allo scandalo per la perdita di un’altra proprietà italiana. Questi stessi politici avevano attaccato Fazio per la sua poca lungimiranza (e scarso senso del libero mercato) quando il governatore voleva impedire la  scalata di Antonveneta e BNL da parte degli olandesi (Abn Amro) e spagnoli (Bilbao).

In realtà il fumo negli occhi di questi mesi e la gran parte delle operazioni messe in atto, sono da considerarsi azioni preparatorie per il grande colpo. Certamente il boccone più prelibato sono le Generali. Il triangolo della finanza  italiana potrà consolidarsi attraverso un blocco di potere  che partirà dalla fusione tra Capitalia e Intesa, e si indirizzerà a Generali e Mediobanca. Quest’ultima è la chiave di volta per scardinare il chiavistello delle assicurazioni citate. Chi riuscirà a completare l’operazione si aggiudicherà risorse finanziarie adeguate per attivare ulteriori strategie d’attacco. Speriamo che la partita si chiuda presto, perchè in ogni caso, il popolo italiano non ne otterrà alcun vantaggio, anzi le annunciate manovre sul debito pubblico fanno proprendere per un ulteriore stretta della cinghia.

Occorrerà vedere come il nuovo governo si collocherà rispetto alle situzioni anzidette, anche se i nomi che circolano e le politiche che si preparano non lasciano adito a dubbi. Cercheremo di capire come il Presidente operaio della nostra Camera riuscirà a conciliare il suo pseudo-comunismo con il ruolo istituzionale che s’appresta a svolgere. Ma già la sua condanna del 25 Aprile contro "gli intolleranti" che bruciavano le bandiere israeliane in piazza è un buon inizio codino della scelta operata dal "leader maximo" in favore del Politically Correct (P.C.).

LA RESISTENZA E IL TERRORE

Quello che è accaduto ieri a Nassiriya ha scatenato un’ondata di cordoglio da parte del ceto chierico-mediatico italiano, oltrechè di quello politico. Da destra a sinistra si sono levate parole di lutto e di dolore per le famiglie dei soldati che hanno perso i propri figli in una guerra di "pace". Non ci sentiamo di essere pasoliniani in questo, per quanto siano i figli più sfortunati del sud Italia a dover scegliere professioni sporche (del resto anche noi siamo del sud ma non ci siamo arruolati) quando dall’altra parte lotta e resiste un popolo di disperati che ha patito per motivi pretestuosi e infondati due guerre sanguinose; inframmezzate da un embargo criminale che ha reso le loro condizioni di vita miserrime. Anzi, pasolinianamente parlando, questa volta i disperati sono proprio in Iraq. Certo è difficile dire a queste famiglie che i propri figli non sono eroi, quanto piuttosto salariati emigrati in Iraq per strappare paghe più cospicue, al servizio di padroni aventi sede oltreatlantico. Ma questa è la verità e non la si può negare con giri di parole. Questi figli d’Italia stanno garantendo, con la loro opera, il predominio geo-politico americano, la politica espansionistica di uno Stato assassino impegnato su così tanti fronti che ogni giorno deve fare la conta dei nemici e degli amici. Questo si chiama servilismo e, per quanto le responsabilità maggiori ricadano sui vertici dell’establishment italiano, questi soldati sono gli esecutori armati di piani di guerra atroci, che non potranno mai fare di loro degli eroi.

La resistenza irachena,  certamente composita al suo interno, deve essre sostenuta a tutti i costi contro le mire egemoniche statunitensi che puntano a controllare dall’Iraq tutta l’area medio-orientale per meglio minacciare gli Stati non allineati, i quali saranno dichiarati, di volta in volta e secondo convenienza geo-strategica, antidemocratici, canaglia, barbarici ecc.

Quindi a noi non importa da chi è composta la resistenza irachena, quali potrebbero essere i suoi obiettivi futuri, quali sono le forze islamiche che l’infiltrano. A noi interessa porre un freno all’espansionismo americano che, hic et nunc, costituisce la punta avanzata di un imperialismo sanguinoso e criminale. E’ una questione di priorità, per cui non possiamo permetterci di confondere i buoni sentimenti con la Politica, un morto è un morto, ma si può morire anche stando dalla parte del torto.

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