SOLO FISCHI E FIASCHI PER I “COMUNISTARDI”

 

«Quando ci si dichiara solidali con gli altri, generalmente, è per prendergli qualcosa». Copio volutamente questa frase di Pareto dall’articolo di Mario Giordano apparso sul Giornale di oggi, e lo faccio perché riassume lapalissianamente il ruolo giocato dalla sinistra comunista, quella di lotta e di governo, in questo paese. Così il Ministro Ferrero e il segretario di RC Franco Giordano, recatisi ieri davanti ai cancelli di Mirafiori, hanno incassato la loro buona dose d’indifferenza e di fischi da parte delle tute blu, prontamente “defilatesi” davanti ai due intrepidi “comunistardi” che volevano esprimere la loro solidarietà postuma alla "classe". Cercavano la catarsi rivoluzionaria i due felloni e, invece, hanno trovato la “giustizia proletaria”. Del resto, bisogna avere proprio una bella faccia tosta per pretendere l’appoggio operaio dopo le nefandezze e gli squilibri sociali aizzati dal governo del quale fanno parte. Dalle parole ai fatti il cammino si è fatto interminabile, dalle mille promesse in campagna elettorale a favore dell’“emancipazione” operaia in un nuova Italia “deberlusconizzata”, agli accordi con i poteri forti riuniti intorno a Romano Prodi, accordi pienamente avvallati da RC al fine di garantire lunga vita al proprio Presidente della Camera, il cui culo fa ormai tutt’uno con lo scranno. Lo stesso Giordano, in una puntata del programma di rai tre Ballarò, lo aveva ammesso, la strategia suicida di fare regali a Montezemolo per ammansirlo non aveva avuto il seguito che i dirigenti del partito speravano. Diamo 100 al re della Fiat per avere 10 a favore degli operai, ma Montezemolo ha sì ottenuto quanto voleva mentre gli operai sono restati con un palmo di naso. Comunisti poveretti, tanto studio di Marx per non capire che la logica del profitto e dell’arraffamento non risponde mai a criteri di pudicizia morale. La maggiore  preoccupazione di Giordano & soci è stata, al più, quella di lanciare il partito oltre l’ostacolo “spartitorio” dei posti di comando, in una logica meramente partitocratrica che non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa degli sfruttati; sono stati capaci di giustificare ogni giravolta ideologica per attaccarsi alle poltrone, indignandosi esclusivamente quando i loro protetti venivano “trombati” da un Governo definito amico. A proposito di spoil system vogliamo riportare le ultime nomine effettuate dal Governo, quelle che tanto hanno fatto incazzare la combriccola bertinottiana. Da qui in poi vi lasciamo all’articolo di Gabriele Villa apparso sul Giornale di oggi:

[…]L’ultimo a dare il buon esempio è stato il verde duro e puro ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio che sabato 5 maggio ha preso la sua penna migliore e si è messo a firmare decreti su decreti. Dopo aver commissariato il Parco del Pollino, ha nominato commissario Domenico Pappaterra, ex deputato dello Sdi di Enrico Boselli. Alla presidenza del Parco delle Foreste casentinesi ha piazzato Luigi Sacchini, già capogruppo della Margherita al Consiglio provinciale di Arezzo mentre ha assegnato la poltrona di presidente del Parco dei monti Sibillini a Massimo Marcaccio, già assessore all’Ambiente, naturalmente verde, della Provincia di Ascoli Piceno. Infine sull’Aspromonte ha accasato Leo Autelitano, segretario calabro dei Verdi nonché candidato, senza successo, a proposito di trombati, alle ultime politiche per il Senato.

Ma le nomine decise da Pecoraro Scanio sono soltanto l’ultimo gesto di generosità del governo Prodi verso amici e amici degli amici. La prova provata sta nel fatto che nella gran parte dei casi le scelte di governo e ministeri sono cadute su consulenti, tecnici, docenti universitari nonché manager della solita «scuola Iri» particolarmente cara a Romano Prodi. È accaduto per Alitalia come per Sviluppo Italia (presidente Nicolò Piazza, ad Domenico Arcuri, consigliere Maurizio Prato, che è pure presidente di Fintecna), è riaccaduto per la Sogin dove a governare gli impianti nucleari le Attività produttive hanno spalancato le porte a un docente della Sapienza, Maurizio Cumo, un manager Enel e un docente della Bocconi. Oltre a quelli di bottega ci sono i legami di cittadinanza ovvero Bologna se si guarda la carta d’identità dei commissari Consob Michele Pezzinga (ex Caboto) e di Luca Enriques, docente di Diritto commerciale.

Per l’Agenzia delle entrate il viceministro Vincenzo Visco ha subito convocato un suo fido scudiero, Massimo Romano, mentre per portare nuova linfa ai vertici dell’Antitrust i presidenti di Camera e Senato hanno puntato sui nomi di Piero Barucci, area Margherita e ministro del Tesoro con Amato, e di Carla Rabitti Bedogni, docente di Diritto dei mercati finanziari e dal 2002 commissario Consob. In area Ulivo va poi conteggiato Filippo Andreatta, figlio dell’ex ministro, che in febbraio è stato nominato nel cda Finmeccanica come «esperto di politiche e relazioni internazionali» e la cui nomina sarà ratificata entro maggio dai soci, tra cui il Tesoro.

A proposito di Tesoro va detto che il titolare del dicastero, Tommaso Padoa-Schioppa si è esibito sul fronte delle nomine in modo parco. Ma quando lo ha fatto ha centrato sempre il bersaglio. Come in occasione del rinnovo del vertice dell’Alitalia, che in vista della privatizzazione è stata affidata all’esperto di Diritto societario Berardino Libonati, e per la strategica scelta dei vertici della Cassa depositi e prestiti. Alla cui presidenza è stato chiamato Alfonso Iozzo, ex ad del Sanpaolo ma soprattutto grande e vecchio amico del medesimo Padoa-Schioppa e del leader dei Ds Piero Fassino. Nel consiglio della Cdp, però, non sfuggono la presenza dell’ex ministro ds Franco Bassanini, nominato vicepresidente, e dell’ex senatore piemontese della Margherita Renato Cambursano.

E in un mare tranquillissimo hanno navigato guidate dal nocchiero Prodi le nomine dei nuovi presidenti delle autorità portuali, dove il partito della Quercia, grazie anche al viceministro Cesare De Piccoli, ha attraccato a tre poltrone (Bari, Trieste e Livorno) e non contento insiste per nominare a Civitavecchia l’ex sindaco Pietro Tidei. L’Autorità di Taranto è finita al Pdci, quella di Brindisi a un ulivista. A Pdci e Margherita sono andate le due poltrone che si sono liberate all’Enav, l’Ente nazionale per l’assistenza al volo. All’Anas, la scorsa estate, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro tanto ha fatto che è riuscito a sistemare il suo avvocato, Sergio Schicchitano, e il fedelissimo Enrico Della Gatta (responsabile Trasporti dell’Italia dei valori.

Descritta pur sommariamente la grande abbuffata, prendiamo nota di qualche protesta. Che arriva persino da sinistra. «Nomine a senso unico – ha denunciato il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano -. Tutte fatte a uso e consumo del nuovo Partito democratico, decise da Palazzo Chigi e dal Tesoro, senza mai consultarci». Il Prc spara a zero contro Prodi, Ds e la Margherita tanto che dopo aver parlato di «nuova questione morale», Giordano ha annunciato che il suo partito voterà contro tutte le nomine avanzate senza una discussione politica condotta «in modo collegiale». Insomma persino nella sinistra si punta l’indice contro quello che viene definito uno spettacolo indecente. A proposito di spettacolo, anche il cinema è diventato proprietà privata di Prodi e i suoi prodini. Il vicepremier Francesco Rutelli ha infatti indicato Alessandro Battisti (Margherita) alla presidenza di Cinecittà holding, l’ex senatore ds Stefano Passigli all’Istituto Luce e Irene Bignardi, critico cinematografico di area ds, a Filmitalia.

 

 

LA TRANSIZIONE DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO NEL SUO SIGNIFICATO FILOSOFICO di M. Tozzato

 

L’idea del superamento delle due figure correlate della Borghesia e del Proletariato ad un dato grado di sviluppo della formazione sociale capitalistica appartiene sia a Preve che a La Grassa ma sicuramente il primo, filosofo di professione e profondo studioso di Hegel, ne comprende in maniera più immediata e completa la derivazione dalla figurazione hegeliana del Servo e Signore.

Con tutte le critiche, senz’altro giustificate, portate alla filosofia della storia in generale e in particolare a quella hegeliana risulta difficile negare che sia nelle Lezioni (nelle varie edizioni che ci sono state tramandate) che nella Fenomenologia dello Spirito gli spunti alla caratterizzazione storica e al coglimento delle  peculiarità delle società precapitalistiche si presentano numerosi e importanti e Marx ne risulta debitore in maniera notevole. Sia che si tratti della comunità di sudditi o della società di caste  (dalle quali Marx trarrà il modo di produzione asiatico) sia che il riferimento riguardi la formazione sociale schiavistica o la formazione sociale feudale europea si potrà trovare  in Hegel la capacità di rilevare proprio nei rapporti sociali uno degli elementi, se non il principale, capaci di determinare il senso di un epoca della vita di un popolo. E’ proprio a partire dalla figura dell’Autocoscienza nella Fenomenologia che il percorso  e il procedere prettamente teoretico del pensiero hegeliano si interseca con la dinamica dei rapporti pratici. Nel momento in cui la coscienza fenomenica scopre che la cosa in sé che dovrebbe sottostare ai fenomeni, e che per Kant risulta inconoscibile, non si riduce ad altro che non sia il puro riflettere, pensare, porre il problema, questa medesima coscienza  riconosce se stessa come verità del noumeno e perviene così alla coscienza di sé ( all’autocoscienza). Attraverso il rapporto pratico con l’oggetto l’autocoscienza come appetito viene determinata dal bisogno e dalla resistenza che l’oggetto stesso le frappone ma alla fine riesce a raggiungere il soddisfacimento e a superare l’ostacolo. Successivamente, nel rapporto tra Servo e Signore, l’autocoscienza, pervenuta all’oggettività mediante l’inglobamento e il superamento    dell’oggetto, riconosce in prima istanza l’altro come eguale a sé per poi, come è noto, ingaggiare quella lotta “a morte” in cui alcuni si sottomettono preferendo vivere da servi piuttosto che perdere la vita. Sono state scritte migliaia di pagine di commento su questi passi dei testi hegeliani eppure a volte chi legge fatica ad interpretare il significato generale della figurazione hegeliana ed in particolare il momento riguardante l’emancipazione del servo tramite il lavoro. Non è il Servo in senso proprio che compie il passaggio, ma il Borghese , non colui che svolge il lavoro (o meglio il pluslavoro) in maniera subordinata e alienata  ma una nuova figura sociale che tramite una iniziale accumulazione/appropriazione di mezzi di lavoro si trova nelle condizioni di poter comprare e comandare il lavoro (“vivo”) stesso. La transizione dal feudalesimo al capitalismo (se sia durata trecento anni o più se ne discute ancora) si esprime qui in linguaggio filosofico; l’essenziale è comunque che non si confonda la figura del Servo e del Signore con la finale emancipazione rivoluzionaria borghese e con la coppia Borghesia-Proletariato  diventata caratteristica della prima fase di instaurazione della formazione sociale realmente e non solo formalmente capitalistica. Lo sforzo operato da La Grassa in questi ultimi anni concerne, tra l’altro, anche  il riconoscimento delle scansioni interne allo sviluppo della formazione sociale del capitale nelle sua varie sfere, nella sua globalità, nelle sua varie dimensioni spaziali e temporali. Egli ha individuato e sta tentando di sviluppare l’analisi di quel momento tra il XIX e il XX secolo in cui è iniziato il dissolvimento della vecchia configurazione e la nascita della nuova, con tutte le grandi e tragiche conseguenze manifestatesi  nel periodo definito da Preve come quello del comunismo storico novecentesco. In questo momento in cui i paradigmi classici delle scienze sociali risultano in piena crisi (compreso il marxismo, certo, anche se siamo e eravamo convinti che è sulla sua base che bisogna ripartire per andare oltre) per non parlare degli epigoni che annaspano (Habermas e C.)

potrebbe essere utile rianalizzare il processo storico di nascita della scienza della società a partire del periodo a cavallo tra il XVIII e XIX secolo. Tanti sono i protagonisti importanti di questa vicenda ma Hegel è senz’altro uno di questi.

In una recente intervista data alla storica della filosofia Franca D’Agostini il filosofo americano Robert Brandom afferma:<<Kant ci ha insegnato che conoscere e agire sono fenomeni normativi, che ciò che rende speciali i nostri giudizi e le nostre azioni differenziandoli, per esempio, dai movimenti dei nostri corpi, è che essi implicano impegni specifici: responsabilità che siamo disposti ad assumerci, e a riconoscere. Hegel ha per primo osservato che questa normatività è socialmente istituita ed è legata all’occupare un posto e svolgere un ruolo sociale. L’idea di Hegel si sostituiva all’idea kantiana di libertà come capacità di essere responsabili, di assumere impegni, di esercitare un’autorità su se stessi: Kant apprezzava al massimo queste qualità , ma non fu mai in grado di spiegare il modo in cui agiscono in ambito sociale. La natura sociale della normatività è una acquisizione hegeliana>>. E in riferimento al rapporto tra Hegel e Marx così si esprime:<<Marx ovviamente ci ha dato una interpretazione della dialettica corrispondente ai suoi specifici interessi. Non condivido per esempio la premessa della critica marxiana all’idealismo: non credo che l’idealismo debba essere rimesso con i piedi per terra. Ma penso che ci sia una tradizione progressiva che inizia con l’assunzione da parte di Hegel dell’idea kantiana della normatività del giudizio su ciò che è propriamente umano, prosegue con la sua interpretazione di tale normatività come status sociale, e culmina con l’idea di Marx che le relazioni normative si istituiscono non soltanto nei confini di un singolo corpo umano, ma tra unità più ampie.>>

 

 

Mauro Tozzato                        15.05.2007    

I SOLITI ANTAGONISMI IDEOLOGICAMENTE SOLIDALI NELL´INGANNO di G. La Grassa

Posso affermare che "idealmente" non mi sento partecipe di nessuna delle due manifestazioni tenute a Roma per la famiglia e per il sedicente "coraggio laico"; anzi, sento antipatia per entrambe in modo pressoché eguale e simmetrico. Alla prima, la più numerosa in modo addirittura schiacciante (un elefante a confronto di una mosca), ha a mio avviso partecipato l´"uomo medio"; per di più quello italiano che lo è all´ennesima potenza. Su tale "medietà" non saprei dire nulla di meglio delle parole che Pasolini – intellettuale assolutamente non elitario né "radical-chic" – mise in bocca a Orson Welles nel cortometraggio "La ricotta" (chi è interessato a tali parole, stroncanti, si interesserà di vedere quel filmato)*. Alla seconda manifestazione, "bonsai", ha partecipato proprio il suddetto minuscolo popolo degli elitari e dei radical-chic, di quelli che si sentono più avanzati e moderni perché rispolverano l´anticlericalismo e/o l´ateismo militante tipico del positivismo ottocentesco. Non ritengo gli uni migliori degli altri.

Francamente, penso ci siano ben altri problemi che dovrebbero ritenere l´attenzione delle persone dotate di semplice buon senso. Problemi attinenti alla politica interna ed estera e a quella economica. Tuttavia, non sottovaluto il problema dei valori e delle scelte di tipo in qualche modo morale. Ammetto di non avere al momento nessun valore "alto" da proporre; certamente però non credo che stare a difendere la famiglia (cristiana o meno che sia) o invece le unioni di fatto, etero od omosessuali che siano, rappresenti un "Fine Supremo", di quelli per cui ci si deve battere e scontrare a mo´ di "Crociata" o "anti-Crociata". Cerchiamo qualche altro sistema di valori, smettendola con la "fine delle ideologie" (la più stupida e degradante delle ideologie); abbandoniamo fra l´altro le finzioni, ormai invereconde, del liberismo come base della libertà (individuale) e del comunismo come regno della solidarietà e reale eguaglianza (mai affermatasi in nessuna parte del mondo ed in nessuna epoca storica o preistorica).

Avevo scritto poco tempo fa sui finti antagonismi, cioè su quegli accesi scontri su temi che si situano reciprocamente in "solidarietà antitetico-polare" (tipo destr/sinistr come nelle marce militari) in modo da catalizzare l´attenzione, meglio le passioni, della "gente" su problemi che distolgano dalla ricerca di autentiche vie di uscita possibili in una società come la nostra (l´italiana in quanto paradigma di quella "occidentale"), ormai incartapecorita e paralizzata, in autentica fase di "decadenza". Mi ero scordato di citare questo altro "bell´antagonismo" tra la medietà "cattolica" – di persone religiose negli atteggiamenti esteriori, caritatevoli quando costa poco, del tutto pronte a seguire i "propri comodi" quando ciò sia più vantaggioso – e quella di "laici" che credono di essere di grande intelligenza perché blaterano sulla separazione tra Stato e Chiesa, lottano contro le ingerenze di quest´ultima, mentre i "geni superiori" si spingono perfino a sostenere una idea "nuovissima": che la scienza eliminerà l´oscurantismo religioso arrivando ad illuminare ogni angolino della natura ("naturans e naturata", se così vogliamo dire alla Spinoza).

Personalmente, mando cordialmente al diavolo sia gli uni che gli altri; ma non per atteggiamento pilatesco alla DS (in specie nella versione Fassino, perché D´Alema crede adesso di poter fare il furbo recuperando, con molta prudenza, il rapporto con i "laici" più moderati). La stima dovrebbe andare sia ai veri credenti, quelli che sanno rimetterci sul serio pur di restare fedeli ai propri convincimenti, quelli che non sono smaniosi di seguire semplicemente i flussi elettorali, che sono effettivi portatori di "Carità", ecc.; sia ai non credenti, a quelli che sanno di doversi impegnare qui ed ora senza attesa di premi in "altra sede", e che tuttavia non assumono idioti atteggiamenti di superiorità rispetto a chi non ce la fa a vivere e soffrire (per le proprie idee) "quaggiù" senza la fede in una ulteriore esistenza "lassù".

C´è molto da fare per chi voglia affrontare i problemi sempre più drammatici che si presenteranno via via in tempi "non eterni". Teniamo conto del degradare del dibattito nell´attuale fase, del continuo zigzagare tra le alternative antitetico-polari presentateci dagli ideologi dei dominanti. Cerchiamo però di non farcene catturare più che tanto e, se ci riusciamo, spostiamoci "di terreno".

14 maggio    

* [NDR]"Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio." 

Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?
"Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo." 
"Che cosa ne pensa della società italiana?
"Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa." 
"Che cosa ne pensa della morte?
"Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione" 

QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN (V ed Ultima Parte)

 

UN PERIMETRO COMMERCIALE RISTRETTO

 

Le analisi delle relazioni economiche sono molto istruttive per comprendere la capacità di un paese di svilupparsi velocemente. La potenza produttiva del Pakistan risiede soprattutto nell’agricoltura (44% della popolazione attiva, per il 22% del PIL) e nell’industria (25% del PIL). I beni prodotti sono quelli di un paese sottosviluppato come cereali (mais, riso, grano), cotone (4° produttore mondiale) per ciò che riguarda l’agricoltura; prodotti siderurgici, petrolchimici, derivati agricoli e prodotti artigianali per quel che concerne l’industria.

Si deduce subito la struttura del commercio estero di questo paese:

         Esportazione di prodotti tessili (cotone in primis), riso, tappeti e altri prodotti artigianali per 11,4 mld di dollari nel 2003.

         Importazione di petrolio (e derivati), di macchinari, di prodotti chimici, di ferro, di acciaio, di prodotti alimentari e fertilizzanti, per 15,7 mld di dollari nel 2003.

Queste caratteristiche commerciali dimostrano una dipendenza reale e problematica del Pakistan rispetto ai suoi fornitori principali. Al contrario, il Pakistan non dispone di mezzi di pressione efficaci per il fatto che esporta soprattutto prodotti agricoli ed artigianali. La struttura economica pakistana non permette al paese di posizionarsi come potenza economica egemone. Inoltre, i suoi partners commerciali riflettono determinate alleanze esterne delle quali abbiamo già detto. I suoi principali clienti sono gli USA, gli Emirati Arabi Uniti e l’Afghanistan. I principali fornitori sono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Cina.

Malgrado una crescita esponenziale dell’economia pakistana lo scorso anno, l’ottimismo post-11 settembre non è più lo stesso. La filiera tessile (60% delle esportazioni pakistane), i cui sbocchi principali sono gli Usa e l’UE, si è vista ritirare le condizioni di preferenza per l’accesso a questi mercati (con l’aumento dei diritti di dogana). Gli aiuti internazionali si sono assottigliati giacché sono stati concentrati sul disastro causato dal terremoto dell’ottobre 2005.

Il miglioramento delle relazioni diplomatiche e commerciali con l’India, dopo il terremoto, è reale ma senza grandi conseguenze positive per l’economia pakistana. Il commercio bilaterale tra i due paesi ammonta a circa 800 milioni di euro, ma nei fatti, questa cifra è appannaggio, soprattutto, dell’India (la bilancia commerciale pakistana segna un deficit di 400 milioni di dollari).

Il Pakistan non è membro di alcun accordo di libero scambio ma è membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il Pakistan partecipa ugualmente all’Associazione Sud-Asiatica di Cooperazione Regionale (ASACR), all’accorso di Commercio Preferenziale per l’Asia del Sud (ACPAS), con l’Afghanistan, il Bangladesh, il Bhoutan, l’India, le Maldive, il Nepal e lo Sri Lanka (la Cina e il Giappone ne sono parte come osservatori). L’ASARC incoraggia la cooperazione in agricoltura, nello sviluppo rurale, nello sviluppo scientifico e tecnologico, ma anche nella cultura, nella sanità, nel controllo delle nascite, nella lotta al narcotraffico e al terrorismo internazionale. Purtroppo, le tensioni tra i singoli Stati membri impediscono di dare coerenza e omogeneità alle politiche messe in atto da tale organismo, il che finisce col rallentare il raggiungimento degli obiettivi programmati. La strada verso lo sviluppo di una strategia di potenza nella regione è ancora molto lunga date le rivalità tra i paesi che ne fanno parte.

 

L’economia pakistana soffre, nei suoi scambi esterni, la dipendenza tecnologica da altri paesi, la complessità delle relazioni internazionali e la forte instabilità politica interna. Tutto questo non permette al Pakistan di esercitare l’influenza economica necessaria su qualsivoglia avversario internazionale.

 

DAL BISOGNO ENERGETICO AL PROBLEMA DELL’ACQUA

 

I problemi energetici del Pakistan sono ugualmente incipienti, poiché questo paese è poco dotato di materie prime (come ferro e carbone) e solo il 10% dei bisogni di petrolio sono coperti dalla produzione nazionale. Come buona parte dei paesi dell’area, l’approvvigionamento di acqua potabile è un problema strategico per il Pakistan. I suoi bisogni di acqua sono considerevoli perché l’agricoltura è tra le attività più importanti (l’80% del nutrimento del Pakistan viene dalla terra). Così, nel 2000, il 98% delle risorse di acqua sono state utilizzate per l’agricoltura mentre la media dei paesi sviluppati è tra il 70 e l’80%. Un rapporto concluso nel 2000 dall’International Water Management Institute dimostra che il Pakistan avrà gravi problemi di siccità da qui al 2025. L’acqua è, quindi, una risorsa strategica per il paese mussulmano e le sue fonti di approvvigionamento  sono ancora più preziose. La spartizione dell’acqua del fiume Indus, unica sorgente d’acqua della zona, è retta da un trattato tra L’india e il Pakistan sotto l’egida della banca Mondiale. Benché il trattato sia rispettato, il Pakistan resta dipendente dal buon volere dell’India che controlla il bacino del fiume dalla zona del Cachemire. Fatto ancor più paradossale è che l’acqua determina anche contenziosi interni che minano la coerenza del paese e i suoi progetti strategici. Così, l’annuncio fatto nel 1998 dal governo pakistano di costruire la diga di Kalabagh ha generato un numero considerevole di critiche. La posta in gioco aperta da tale diga è stata così alta che le parti politiche della Provincia di Frontiera del Nord-Ovest hanno cambiato posizione in virtù di questa questione.

 

ASSENZA D’INFLUENZA CULTURALE

 

Questa assenza si spiega principalmente per la mancanza di solidarietà, tra gli stessi mussulmani e tra le posizioni internazionali del potere e della popolazione, cosa davvero sorprendente per uno Stato nato con il fine di riunire i mussulmani della regione. L’unità del paese, necessaria per far intendere la voce pakistana sulla scena internazionale e presso gli altri paesi mussulmani è spesso malfunzionante. L’egemonia dei Penjabi è decisiva nell’esercito e nelle altre strutture di potere: la burocrazia permanente, l’aleatorietà del Parlamento, il dominio dell’acqua, essenziale all’economia del paese. Questa dominazione pendjabiana è particolarmente sentita dai Sindi e dai Beluchi, così come dai Mohajirs di Karachi. Tutto questo non può certo incoraggiare la nascita di uno spirito nazionale unitario.

Sul piano internazionale, la diffidenza occidentale nei confronti del Pakistan si è accresciuta con l’avvio dei test atomici. Le recenti rivelazioni di Musharaff, nella sua autobiografia, confermano i sospetti americani concernenti gli aiuti pakistani alla Corea del Nord. Le relazioni tra Washington e Islamabad rischiano diincrinarsi nuovamente come all’epoca del lancio del programma nucleare pakistano (1998). Gli Stati Uniti sembrano interessarsi al Pakistan solo quando ci sono interessi americani in ballo. Gli Usa dopo essersi “curati” del paese durante la guerra fredda e durante la guerra URSS-Afghanistan, contribuendo al suo sviluppo militare, hanno dimenticato le sanzioni imposte a causa del nucleare per ottenere l’appoggio pakistano contro i Taleban in Afghanistan. Gli Stati Uniti non hanno lasciato alcuna scelta ai dirigenti pakistani, come ha più volte dichiarato Musharaff. Ma a parte questi “avvicinamenti” non c’è mai stata grande confidenza tra i due paesi. Del resto, il Pakistan si trova tra due fuochi e finché continuerà ad accostarsi agli Usa gli altri paesi mussulmani non gli riconosceranno mai alcuna leadership.

 

CONCLUSIONI

 

Nella ricerca di una maggior potenza il Pakistan di Musharaff è riuscito ad ottenere un forte sostegno internazionale, grazie agli eventi seguiti all’11 settembre 2001.

Tuttavia i pakistani non gradiscono l’avvicinamento della classe dirigente agli Usa; nel paese sta così montando un forte antiamericanismo che si fa vieppiù caustico a causa della difficile situazione interna, sia economica che sociale.

In più, le zone tribali si stanno talibanizzando, a fronte di una maggiore militarizzazione del governo centrale, e questo contribuisce a rendere incoerente l’avvio di qualsiasi politica di potenza la quale, come ben si sa, richiede una situazione interna di unità (ed omogeneità). I gruppi islamici stanno screditando Musharaff per la sua politica americanista e si propongono alla popolazione come la vera alternativa ad un governo codino degli USA.

Sul piano internazionale, il Pakistan gioca un ruolo strategico per la stabilità della regione (ed è per questo che gli americani sono abbastanza interventisti negli affari di questo paese) sia verso l’Asia Centrale che verso l’Asia del Sud. Per ora il paese sta giocando un ruolo opportunistico nella situazione internazionale ma appare evidente la sua incapacità di agire secondo interessi più vasti e più rispondenti al ruolo che questa nazione potrebbe avere in un prossimo futuro.

SE LA FIAT VA A GONFIE VELE… 

Università Bocconi: Marchionne fa lezione
agli studenti come fare i licenziamenti.

Questa mattina una delegazione di 50 cassintegrati dell’Alfa Romeo di Arese ha fatto un presidio di protesta davanti all’università Bocconi di Milano, ove era presente ad un convegno l’amm. delegato della Fiat Sergio Marchionne.

I cassintegrati e lo Slai Cobas hanno protestato contro il licenziamento, avvenuto due giorni fa, di 355 cassintegrati dell’Alfa Romeo di Arese.
Marchionne, il quale si è rifiutato di incontrare i lavoratori, ha dichiarato oggi alla Bocconi che "Fiat sta assumendo dappertutto, stiamo assumendo per le macchine movimento terra, per i trattori, per i motori. C’e’ un impegno a 360 gradi per assumere gente in Italia e lo stiamo facendo".
<<In merito alle proteste degli ex dipendenti Alfa Romeo di Arese nei pressi della sede del convegno, Marchionne ha dichiarato che "e’ un problema che risale a molti anni prima del mio arrivo. Non credo ci sia una base per giustificare la posizione che hanno preso">>.

MA I LICENZIAMENTI NON NON SONO DI MOLTI ANNI PRIMA, PERCHE’ LI HA FATTI LUI SOLO L’ALTRO IERI.
E Marchionne è nel consiglio di amministrazione della Fiat dal 2003.

Il "miglior manager d’Europa"licenzia 355 cassintegrati dell’Alfa e nessuno -neanche nelle istituzioni- gliene chiede conto nonostante la Fiat, negli ultimi 20 anni, dopo aver avuto in regalo l’Alfa Romeo, abbia avuto a sbafo dallo Stato solo per Arese 2.000 miliardi di lire di finanziamenti pubblici!

E solo sei mesi fa un alto dirigente Fiat, Luigi Arnaudo, ex presidente della Rinascente ed ex comitato esecutivo del Cda di Ifil/Fiat, è stato nominato presidente della società proprietaria di tutta l’area dei 2milioni e 300mila mq dell’Alfa Romeo di Arese, area "venduta" ? nel 2000 dalla Fiat attraverso due società gestite da dirigenti della tangentopoli Fiat.

MERCOLEDI prossimo i cassintegrati dell’Alfa faranno una manifestazione alla Procura della Repubblica di Milano per chiedere giustizia.

Arese, 11-5-2007              
Slai Cobas Alfa Romeo

L'(in)Faust Presidente (di L. Garofalo)

E’ proprio vero! Dev’essere estremamente scomodo e duro essere criticati, essere accusati ingiustamente, apostrofati come "buffone", "guerrafondaio", "voltagabbana" ecc., soprattutto quando si è totalmente disabituati al ruolo di "incassatore", mentre si è sempre stati dalla parte opposta, a ricoprire il ruolo di "picchiatore", aduso a giudicare e contestare il potere detenuto da altri.

 

Bertinotti contestato

Che ingrati, però! Chi? Ma i giovani contestatori del nostro Presidente! Son proprio degli estremisti. Per non dire peggio… Ma si sa, il dissenso è quasi sempre legittimo e condivisibile quando non ci riguarda direttamente, quando non siamo noi il bersaglio, a maggior ragione quando siamo noi ad esprimerlo contro altri, mentre diventa insopportabile e indigeribile quando siamo noi a subirlo, per cui viene rigettato e disprezzato, addirittura criminalizzato, quando ci investe in prima persona… Il camerata Fausto BertinottiLa verità è che si predica sempre bene ma si razzola sempre male. Una volta al governo, tutte le incantevoli e seducenti promesse sbandierate in campagna elettorale, soprattutto sui temi della pace, della precarietà e del lavoro, della giustizia sociale, della scuola ecc., sono state sistematicamente e puntualmente disattese. Il Nostro magico parolaio è diventato l’emblema e l’artefice degli abbagli più clamorosi, delle peggiori e più subdole involuzioni, delle più ardue e tortuose giravolte e oscillazioni, della metamorfosi kafkiana per antonomasia, anzi della metamorfosi faustiana, dello zig-zag politico-ideologico. Non si erano mai visti ondeggiamenti e serpentine del genere negli ultimi decenni di storia del movimento operaio e sindacale italiano. Il FaustRicordo l’iniziativa intitolata "Bertinotti Presidente", durante la campagna condotta per le elezioni primarie. Sarebbe bastato aggiungere "Bertinoti Presidente… della Camera" e il gioco era fatto. Tutto sarebbe stato più chiaro. Ci saremmo messi l’anima in pace, avremmo compreso l’obiettivo reale del nostro infelice e sventurato Presidente, e ci saremmo regolati di conseguenza. Invece no, serviva il maggior numero di voti da racimolare all’interno dei movimenti e delle ali più "dure e pure" della cosiddetta "sinistra radicale". L’inganno e la menzogna erano strumenti necessari. "Il fine giustifica i mezzi", diceva un fiorentino che la sapeva lunga… E’ estremamente difficile portare il conto delle innumerevoli svolte e controsvolte compiute dall’ex-segretario rifondarolo, esteta e ballerino, prima in senso movimentista, poi ghandiano, infine governista, dunque interventista e militarista… Addio alla lotta di classe, addio al comunismo, addio al sindacalismo operaio, addio al pacifismo, addio al partito… E per cosa? Per una poltrona che fu occupata anche dal delicato fondoschiena della Pivetti? Ma ne valeva davvero la pena? Fausto Bertinotti con Napolitano e MariniCome il dottor Faust che vendette l’anima al diavolo, il nostro (in)Faust ha svenduto le battaglie e gli ideali di una vita, ottenendo in cambio un ben misero (si fa per dire!) incarico istituzionale, un ruolo che è costituzionalmente simbolico e formale, quindi privo di poteri decisionali… 

Voglio ricostruire in breve la parabola. Nel febbraio 2004 il quotidiano Liberazione, organo ufficiale di Rifondazione comunista, pubblicò un libro intitolato "La politica della non-violenza", nel quale erano contenuti diversi interventi ospitati da Liberazione e Il Manifesto sul tema della non-violenza.

bertinotti

Alla faccia! Il dibattito si accese e si allargò immediatamente, coinvolgendo e appassionando tanti intellettuali, scrittori, dirigenti politici, militanti, attivisti, simpatizzanti del partito e dei movimenti, ma in realtà giovò esclusivamente al Nostro futuro Presidente al fine di riscuotere maggiore visibilità politica e mediatica, dunque maggiori consensi. Ma soprattutto servì a sottrarre autonomia politico-organizzativa e capacità di iniziativa strategica, non solo alle componenti più movimentiste e più critiche dell’area contigua al PRC, per depotenziare e marginalizzare quelle soggettività che non si riconoscevano affatto nella linea seguita dal PRC. In effetti, l’occasione si rivelò alquanto propizia per creare un ampio serbatoio di voti e consensi che hanno favorito il Nostro aristocomunista nella scalata al potere, per sdoganare il partito e poggiare finalmente il suo fiacco deretano sullo scranno della Presidenza di Montecitorio. Faust 22giu2006Il resto lo sappiamo. Questo governo, che doveva essere il più "pacifista", "progressista", "operaista" , più"ista" di tutti, e quant’altro ancora, si è rivelato un governicchio "forte con i deboli e debole con i forti" , privo di autonomia, di coraggio, di energia e spirito di iniziativa per combattere, ad esempio, l’evasione fiscale, totalmente subalterno ai poteri del Vaticano, della Nato, della Confindustria. Un governicchio che però demonizza e reprime con brutalità le lotte e la rabbia dei ceti più deboli e indifesi, dei disoccupati e dei proletari disperati ed emarginati, degli operai scippati del TFR, dei lavoratori precari che non intendono più subire ricatti, degli immigrati (anche quelli pienamente integrati nel tessuto sociale del Paese) stanchi di sopportare torti e vessazioni. Un esecutivo ipocrita e meschino che nel giro di un anno ha votato a favore delle spedizioni militari in Libano e in Afghanistan (tralasciamo in questa sede altre "lodevoli" decisioni assunte in diversi ambiti ministeriali), per la cui impresa sono stati rinnovati i crediti di guerra. Non c’è che dire, si tratta proprio di un bel risultato. E nell’arco di un solo anno! Auguri Presidente! Si aspetti altre dure contestazioni. Le suggerisco di allenarsi, magari con Caruso & soci… Ricorda? I disobbedienti? C’erano una volta… 

LA RITUALITA’ BIZANTINA DEL "SINISTRO" POTERE di G. La Grassa

Cito tutti i passi di un articolo di Alvi (Giornale d´oggi) su cui sono pienamente d´accordo. Tralascio quelli (la maggior parte, almeno il 75-80% del totale) su cui non lo sono.

Prodi è "ormai portavoce di se stesso"; è "assistito però dal TG1 con fedeltà accurata che l´aiuta nel suo intento di anestetizzare tutto, e fingere bello il brutto. Ma il sopore anestetizzante che banchieri e giornalisti amici gli emanano attorno serve sempre meno…..Il governo perpetua la stessa casta di inetti che vampirizza la nazione, nei comuni o nelle imprese……se così pessimi attori comici hanno retto e reggono questo governo è perché ai potentati di banche e Confindustria e giornali va bene così [corsivo mio, perché qui l´accordo è massimo, come risulta dagli innumerevoli pezzi da me scritti in questo blog; nota mia]. Gli articoli soporiferi del Corriere della sera completano la nostra Bisanzio di industriali finti e politici verbosi, odiati. [corsivo mio; idem come sopra]…..Insomma un governo di cattolici degenerati, comunisti falliti, riccastri viziati vive in una Bisanzio di rituali, massime morali che più sono finte, più si recitano solenni…..; la nomenclatura e il suo governo [corsivo mio per i soliti motivi] ne sono ancor più screditati……Però attenti, perché quello del centrosinistra non è un partito, ma un sistema di potere. Dunque la sua fine richiederebbe di più che una sconfitta elettorale. Bisogna esorcizzare la nomenclatura, estinguerla, non basterà vincerla alle elezioni [è quello che ho sempre sostenuto, anche se con idee e prospettive diverse da quelle di Alvi; nota mia]…..I mezzi di produzione e di spreco della nostra casta politica non si limitano alle sole municipalizzate. Si tratta di estirpare le nicchie di potere, e di spesa, che nutrono una Bisanzio, che non è solo politica [corsivo mio, per quanto già sopra affermato]…..Altro che Centro: Casini, Mastella sono la commedia di sempre Occorre disperdere la nostra Bisanzio: così rifare l´Italia…".

Ricordo, a breve commento, che oggi si stanno delineando in Italia due pantani e un disfacimento. Quest´ultimo è, secondo la mia opinione, il processo che investe la destra (o centrodestra, tanto si tratta ormai di denominazioni di comodo). I due pantani stanno dall´"altra parte" (che è in realtà solo il riflesso speculare dello schieramento "avverso"). Un pantano è quello dell´attuale governo in quanto rappresentante di settori dell´establishment soprattutto finanziario (con la solita Intesa San Paolo in primo piano). Il secondo pantano è in fase di formazione e si è distaccato (in modo ormai definitivo?) dal primo con il quale è stato connivente al 100% tanto da invitare (con editoriale di Mieli nell´aprile 2006) a votare per il centrosinistra prodiano. Adesso, nelle "cinque" (o quattro o tre, ogni giornale "dà" i suoi numeri) giornate di Milano – organizzate dalla Bocconi e dal Corriere – una parte del "piccolo establishment" italiano (quello riunito nel patto di sindacato della Rcs) si rimette in moto, eleggendo a sua guida (in realtà, mandatario) Mario Monti, verso un nuovo tentativo di centro con dialogo tra i cattolici alla Casini e Mastella e i "laici" alla D´Alema, ma con sullo sfondo Rutelli e, forse ancor di più, Veltroni. Importante al proposito è anche assistere alla riuscita o meno di manovrette che stanno portando (sembra!) all´avvicinamento tra Unicredit (Profumo) e Capitalia (Geronzi). Con il Montepaschi sullo sfondo.

A parte – ma si tratta di una partita tutt´affatto diversa – andranno seguite certe manovre del francese Bolloré, con dissidi tra Mediobanca e Intesa-San Paolo; nati pur sempre all´insegna di ciò che avviene in Telecom. Ma non anticipiamo situazioni di cui si vedono solo le prime mosse (saranno seguite da altre? Non facciamo al momento previsioni).

 

11 maggio

GLI INTRIGHI DELLO STRATEGA DEL PANTANO

 

La testa oscilla forsennatamente leggendo l’articolo di Ludovico Festa sul Giornale di oggi, segno sì di sconforto inevitabile ma anche di annuizione per quanto viene fuori dalla ricostruzione fatta da questo giornalista circa il pantano nel quale sta sguazzando il Centro-Sinistra. Parola dopo parola si compone un puzzle inquietante, quanto veritiero, dei giochi sporchi interni alla coalizione guidata da Prodi. Lemmi preliminari che lasciano trapelare uno squallore ben più profondo, appena occultato dall’atteggiamento mellifluo dei leaders dell’Ulivo, campioni d’ipocrisia e di snobismo culturalistico. Certo qualcuno continuerà a storcere il naso, si dirà disgustato dalla fonte dalla quale si attinge (un liberista destrorso che vuol solo gettar discredito) ma i fatti sono fatti e sono sotto gli occhi di tutti. Si parte da Tommaso Padoa-Schioppa che fa la parte del poliziotto cattivo, come dice Festa, intimando ai Sindacati Confederali di accettare la riforma delle pensioni, così come proposta dal governo, altrimenti si torna allo scalone Maroni e alla variazione dei coefficienti di rendimento prevista dalla riforma Dini. Poi arriva il Ministro Damiano, il poliziotto buono, il quale si fa portavoce di una “riformetta a scalini” secondo la quale dal 2008 l’età per la pensione di anzianità passerà da 57 a 58 anni (contro i 60 voluti dalla Maroni); dopo 18 mesi si aumenta di un anno cosicché il primo luglio 2009 ci vorranno 59 anni di età e 60 al primo gennaio 2011, 61 al primo luglio 2012, 62 al primo gennaio 2014. I requisiti contributivi restano invece gli stessi. Insomma, la Maroni imponeva un’accelerazione di quelle tappe intermedie che Damiano vorrebbe ritardare per andare incontro ai Sindacati. Alla fine il risultato sarà lo stesso con i Sindacati che esulteranno per la grande vittoria. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, si continua a fare scena, si crea un movimento superficiale che non ripulisce affatto le acque torbide della politica italiana, con la volontà di celare gli intrighi e le coltellate che i sinistri si sferrano appena poco lontani da occhi indiscreti. Lor signori del Centro-Sinistra si scagliano l’uno contro l’altro armati, i rifondaroli contro chi li esclude dai posti pubblici (vedi le adirazioni di Giordano per le nomine nelle Ferrovie, fatte passare per una questione morale e non per beceri interessi di partito, quali realmente sono) e poi Fassino contro Rutelli, per i ben noti problemi di leadership nel costituendo partito democratico, Mastella contro tutti quelli che vorrebbero cancellare il suo partito con la riforma elettorale, Ferrero contro Padoa-Schioppa e poi contro la Bindi e poi, e poi… Si scavano trincee su trincee, si guerreggia facendo pagare al paese la foia pantagruelica di potere dalla quale sono irrimediabilmente affetti (il peggior ceto politico professionale che l’Italia abbia mai avuto) nel mentre il deus ex machina di tutto il pantano, quel Primo Ministro dal fare pretesco, si gusta gli esiti della guerra manovrando alle spalle di questi sciocchi. Prodi agisce mettendo gli uni contro gli altri i guitti della sua coalizione che si credono prime donne della scala o, peggio ancora, grandi statisti incompresi (come il sopravvalutato e più volte trombato D’Alema): amoreggia con i sostenitori dei Dico per andare contro Rutelli ma poi si accorda con le alte gerarchie ecclesiastiche,  lascia credere all’estrema sinistra che lui vuole ristatalizzare tutto per garantire i più deboli mentre s’accorda con le fondazioni e le grandi banche per spartirsi con queste le poche imprese strategiche rimaste. Riesce a giocare scherzi persino a Berlusconi al quale ha sventolato sotto il naso l’acciuga Telecom nel mentre che s’accordava con SanItesa e Mediobanca per papparsi il boccone prelibato delle tlc ed escludere Mediaset dall’affare.

Dice bene Ludovico Festa, l’unico obiettivo sotteso a tutto questo bailamme è quello di creare confusione, stordire, impantanare la politica, dividere maggioranza e opposizione al solo fine di rafforzare il suo potere personale messo al servizio di sodali finanziari (sia italiani che americani). E questo non dimentichiamocelo mai, Prodi è stato consulente Goldman Sachs, pagato direttamente dalla sede centrale americana (e non dalla filiale italiana!), per questi ha sempre lavorato danneggiando il paese, curandosi più degli interessi di una merchant banck straniera che dei problemi dell’Italia. Per esempio, l’affaire Italtel-Siemens, sul quale la magistratura sta indagando e dal quale sono venute fuori cose interessantissime sul conto di Prodi e sull’influenza da lui esercitata per cedere l’azienda ex IRI alla tedesca Siemens via Goldman Sachs (con tanto di tangenti che non si sa dove sono andate a finire).

Intanto il Corriere della Sera, l’organo ufficiale del piccolo establishment, cioè di quel gruppo di comando che sta attorno alla RCS, manifesta qualche riserva su Prodi (dopo aver emanato un editto in suo favore durante la scorsa campagna elettorale), ma prima di sbarazzarsi dello scomodo quanto “strafacente” professore di Bologna occorrerà stabilizzare il pantano in un altro senso, magari con il Centro-Destra avvolto da una leadership “casiniana” e il centrosinistra avvinghiato nel vacuo nonsenso veltroniano, quello di un triste personaggio (emblema dello svuotamento ideale della politica) che, come ha detto Andrea Romano, “ha cercato il ruolo dell’antipolitico…e ha sempre evitato gli scontri di carattere politico-culturale”. Insomma, questo gruppo sta "eleggendo" (ma solo idealmente) a proprio "segretario" Mario Monti (l’ “Enzo Biagi dell’economia"), quello che scopre l’acqua calda con i suoi grandi scoop sui poteri forti controllanti il nostro Sistema-paese, e lo fa con un tono pseudo-intellettualistico (da falso indignato) utile a dare credibilità alle "banalità morbide", quelle che più si addicono alla mente della "gente comune" o alla mediocrità del “popppolo” della sinistra perbenista. Questi due gruppi di comando, che “attraversano” gli stessi ambienti ed agiscono spesso gomito a gomito, contribuiscono alla “pantanizzazione” della società italiana facendo crescere pericolosamente la disaffezione della "gente" .

In questo paese non esiste più nemmeno un’opposizione degna di questo nome, il Centro-Destra è in completo disfacimento e non è in grado di opporsi ai gruppi di potere che, in questa congiuntura, stanno sostenendo Prodi & c. Di conseguenza, sarebbe ora di smetterla con lo spauracchio Berlusconi e con i riti apotropaici stile girotondini (alla Nanni Moretti) che hanno spinto la gente a disperdere preziose energie contro un pericolo inesistente, mentre i veri gruppi dominanti si rimpinguavano alle spalle dell’Italia in una vera e propria orgia di potere. Resta solo il centro (cui sta guardando Monti con il piccolo establishment) che costituisce un ennesimo tentativo di stabilizzare e rendere sempre più avvolgente il pantano, come si è già detto, ma solo nell’ipotesi che Casini riesca a raccogliere le forze necessarie per sbarazzarsi di Berlusconi, cosa che al momento è poco fattibile.

Chi non vuol vedere tutto questo è complice di ciò che sta accadendo, la buona fede si può riconoscere solo fino ad un certo punto di decenza. Amen

 

Gli intrighi dello stratega del pantano (Fonte il Giornale)
di Lodovico Festa

La discussione sulle pensioni, al di là degli esiti, mostra il disfacimento irreversibile del centrosinistra, che, peraltro, si manifesta in mille altri episodi: Piero Fassino litiga con Francesco Rutelli che attacca Romano Prodi, Liberazione dà del fascista a Walter Veltroni, mentre Paolo Ferrero si lancia ora contro Tommaso Padoa-Schioppa ora contro Rosy Bindi che morde ai polpacci Clemente Mastella che, dalla sua, un giorno sì un giorno no afferma di essere pronto a mettere in crisi il governo. Per dare, però, a questo disfacimento uno sbocco politico, non vanno sottovalutate le doti nell’intrigo di Prodi.

Arrogante, vendicativo, ossessionato dal potere personale, il professore ha appreso da due presidenze di un’Iri ormai in decadenza, lo stile della pugnalata alle spalle, del mettere l’uno contro l’altro, del contare solo su un piccolo gruppo di boiardi. E dopo la prima esperienza di governo, è ancora più sofisticato in questa arte. Così ha giocato la partita dei Dico: prima favorevole per colpire Rutelli, poi dilatorio per conciliarsi con la Chiesa. Così quella di Telecom Italia: prima l’appoggio a Intesa San Paolo per stroncare Marco Tronchetti Provera, poi via libera a Mediobanca per sfilare Mediaset ed evitare accordi dalemian-berlusconiani. Sul sistema elettorale, fa il tedesco con Pierferdinando Casini, è pro Tatarellum con Umberto Bossi. Intanto i suoi, Giulio Santagata e Arturo Parisi, raccolgono firme per il referendum. Si pensi alla Gentiloni: prima a tutto gas, poi il governo va in difficoltà, la sfila dal programma (non c’è tra i dodici punti), infine gli serve di nuovo e rispunta. Lancia Rutelli sull’abolizione dell’Ici, poi si accorda con la Cgil, e il suo vicepremier resta in mutande. Nel Partito democratico usa Fassino una volta come straccio rosso per i margheritici, un’altra come straccio qualunque per pulirsi le scarpe.

Sono infiniti i suoi intrighi. Però in queste manovre, c’è un’idea: impantanare la politica italiana, stordire e dividere maggioranza e opposizione, far crescere un diffuso disgusto verso la politica come base per il suo predominio personale. Un geniale intellettuale come Pietro Citati ha spiegato su Repubblica come il disgusto cresca vistosamente tra la gente comune. Le crepe del sistema Prodi sono visibili: gli attacchi di una persona cauta come Mario Monti sono segnale di insofferenze diffuse. Però proprio dagli ambienti vicini a Monti, dal cosiddetto piccolo establishment può venire un forte contributo al trionfo del pantano. Dopo l’appello antevoto di Paolo Mieli e Francesco Giavazzi verso un governo di centrosinistra, evidentemente condizionato dalla sinistra antagonistica, ad attuare un programma liberista, ora dalle pagine del Corriere della Sera viene l’invito di rimandare l’alternativa a Prodi a quando Casini sarà leader del centrodestra e Walter Veltroni del centrosinistra. Un contributo decisivo alla pantanizzazione. Chiunque rimandi a domani, la soluzione dei problemi politici (e quelli programmatici connessi) di oggi, dà un contributo alla pantanizzazione dell’Italia. La discussione sul futuro è onesta solo se non diventa la via per evitare le pressanti questioni poste dalla situazione presente.

 

SISTEMA BANCARIO: SI APRE L’EPOCA DELLA LEADERSHIP DUALE

 

Le ultime vicende legate all’acquisizione di Telecom da parte della spagnola Telefonica, hanno portato alla luce il fondamentale ruolo giocato da due dei principali istituti bancari del nostro sistema creditizio, sottoposto, in questi ultimi tempi, ad un potente riassetto, acceleratosi impetuosamente dopo le tentate scalate ordite dai “furbetti del quartierino” (con l’appoggio dell’ex governatore di Bankitalia Fazio). Ovviamente, stiamo parlando di Mediobanca (la quale, fin dall’inizio della sua fondazione, nel 1946, ha operato come maggiore marchant banck italiana) e della creatura nata dalla fusione (un’acquisizione, in realtà) tra il San Paolo di Torino e la Banca Intesa guidata da Bazoli, con quest’ultima, come dicevamo, che ha praticamente assorbito la prima.

Nell’affaire Telecom si è creata una “convergenza parallela” tra queste due banche le quali, generalmente, agiscono in forte concorrenza ma che, in questo caso, hanno dovuto accantonare le reciproche rivalità (che avranno modo di svilupparsi più causticamente su ben altri fronti) per la mediazione della politica, in particolare, per il compromesso fortemente ricercato dal Governo di Centro-Sinistra. In realtà, con l’opposizione esacerbata opposta da Marco Tronchetti-Provera alla scalata (dopo l’ingenuità commessa da Rovati, il quale aveva manifestato l’interesse del governo allo scorporo della rete, inviando una nota su carta intestata della Presidenza del Consiglio al presidente di Telecom) alla quale è seguita una pretesa esorbitante sul prezzo del pacchetto di controllo dell’azienda di tlc, non esistevano più molte possibilità di procedere con azioni “solitarie”. Dopo la proposta di AT&T e American Movìl solo una cordata di tipo finanziario poteva mettere sul banco una liquidità tale da far fuori la concorrenza americana (anche se è incerto che gli americani di AT&T fossero davvero interessati alla Telecom). Tuttavia, non è stato esclusivamente un problema di soldi quello che ha spinto il leader dell’Unione e il presidente della SanIntesa ad accordarsi con Mediobanca, lo scorporo della rete perseguito dal già citato Piano Rovati (con il fondamentale contributo della Goldman Sachs) e con l’epilogo che conosciamo, aveva reso irto d’insidie un percorso che, nelle aspettative iniziali del duo Prodi-Bazoli, doveva scorrere sul velluto. Scoperto l’inghippo, non si poteva pensare di non allargare il “banchetto” anche ad altri, almeno per non compromettere ulteriormente una situazione che vedeva comunque “bruciato” Tronchetti-Provera, troppo "implicato" (anche in sede giudiziaria) per restare attaccato al “malloppo” ancora a lungo. E così è stato. Si è raggiunto un accordo di massima tra Mediobanca e SanIntesa le quali, tenendo fede alle differenti mission (Mediobanca quale snodo per le più importanti operazioni finanziarie che avvengono in Italia e SanIntesa quale partner privilegiato della politica, con la quale agisce all’unisono funzionando quasi come un’istituzione al “servizio” degli affari pubblici), hanno accettato di convivere, gomito a gomito, nella gestione di un’azienda che, nonostante i debiti, resta strategica per loro e per il paese. Ma i primi nodi sono venuti al pettine già in questi giorni, in prossimità della nomina del nuovo presidente di Telecom.

SanIntesa, in accordo con Telefonica, riproponeva Guido Rossi, il quale si era meritato una menzione d’onore per aver riallacciato i rapporti con le istituzioni politiche ed aver remato contro Tronchetti, quando quest’ultimo tentava di strappare una buonuscita più cospicua. Ma Rossi non è gradito a Mediobanca per cui, almeno per il momento, Pistorio resta confermato al suo posto. Dunque, il difficile rapporto tra la SanIntesa e Mediobanca è l’arcano che peserà sul futuro di Telecom. Questa situazione incerta è frutto di un problema dai contorni ampi che si risolverà solo quando i rapporti di forza torneranno a squilibrarsi a favore dell’una o dell’altra banca. Si tratta di una questione di leadership e della maggiore influenza che entrambe puntano ad esercitare sul sistema-Italia. Le due banche si stanno tenendo testa sui numerosi fronti apertisi in questi mesi, in seguito alle difficoltà economiche nelle quali versano molte imprese italiane, sia private che pubbliche (per quest’ultime hanno giocato un ruolo decisivo le scriteriate privatizzazioni avviate agli inizi degli anni ‘90). Uno di questi fronti “scoperti” è quello di Alitalia dove Intesa e Mediobanca si sfidano sostenendo partner distinti; la prima sta seguendo gli americani di Tpg e Mattlin Patterson e la seconda è vicina agli interessi di Air One. In altri tempi non ci sarebbero stati dubbi, Mediobanca avrebbe spazzato via ogni concorrenza, ma oggi la situazione è profondamente cambiata; sulle grandi battaglie le due principali banche tendono a sbarrarsi la strada vicendevolmente in virtù di rapporti di forza pressoché paritari. Inoltre, la “guerra fredda” tra questi contendenti si sposta spesso su campi di "contorno", come è accaduto con la faccenda Hopa-Mittel, dove si può scorgere lo zampino di Mediobanca nel naufragio dei piani di Bazoli-Zalesky, con il banchiere polacco (protetto di Bazoli) che si è visto battere sullo sprint da Palladio.

Come si dice spesso in questi casi, chi rincorre avvantaggiandosi dell’andatura in surplace dell’avversario ha buone probabilità di guadagnare la testa della classifica, ma non si può dubitare che Mediobanca si riorganizzerà velocemente (e lo sta già facendo) per non perdere un primato che detiene da più di 50 anni.

 

QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN (PARTE IV)

 

L’evoluzione verso il liberalismo

 

L’avvento al potere, nel 1972, del Primo Ministro Ali Bhutto, diede luogo ad un vasto programma di nazionalizzazioni delle industrie di base (all’epoca nascenti), così come delle banche (1° gennaio 1974). E’ importante comprendere la tradizione interventista dello Stato in questo paese. Nel 1985, gli attori privati hanno ottenuto il diritto di svilupparsi nei settori prima controllati dallo Stato. Dal suo arrivo al potere, il Generale Musharaff si è trovato con una situazione di gravissimo indebitamento, accentuata dalle sanzioni finanziarie consequenziali allo sviluppo del piano nucleare del 1998. Il paese era allora sul bordo della bancarotta.

Dopo il 2001, il governo ha lanciato un programma ambizioso di riforme (accelerazione delle liberalizzazioni con privatizzazione dei monopoli statali più redditizi, riforme delle tariffe doganali, ristrutturazione del sistema bancario) incoraggiate dal FMI e da Washington, per modernizzare la sua economia.

Tutte queste riforme hanno permesso di attivare una dinamica positiva per l’integrazione del Pakistan nella mondializzazione. Pertanto, la potenza economica pakistana, ancora segnata da debolezze strutturali, non è un fattore chiave per comprendere la potenza complessiva che questo paese può mettere in atto. Ma sappiamo bene che la forza di un paese deriva da tanti altri fattori, a prescindere dalle incongruenze economiche.

 

Il dopo 11 settembre, boccata d’ossigeno per l’economia pakistana

 

Il Pakistan, altre volte accusato dagli USA d’essere un covo d’islamisti radicali, è stato uno dei beneficiari più inattesi dell’abbattimento delle Twin Towers. La brusca virata strategica di Musharaff ha portato la nazione a divenire un alleato del governo americano nella campagna contro i taleban, ricevendo, in cambio, laute ricompense. Le sanzioni in vigore dalla fine degli anni ’70, dopo i tragici eventi dell’11 settembre, sono state tolte nel giro di due settimane; con ciò gli americani hanno voluto evitare che il Pakistan divenisse un nuovo Iran, con una situazione interna ben più esplosiva. I debiti sono stati annullati, le restrizioni commerciali eliminate ed è stata garantita una preziosa assistenza militare (con la consegna, da parte americana, di diciotto F16). La Casa Bianca ha previsto di fornire un sostanzioso finanziamento al Pakistan per 6,1 miliardi di dollari, da qui al 2010. Si tratta di uno dei sostegni economici più consistenti mai forniti dal governo USA ad un altro paese. Vi è, inoltre, una formidabile mobilizzazione di fondi da parte della Banca Mondiale che arrotondano a circa 7 miliardi di dollari la cifra che, da qui al 2009, sosterrà la nuova politica pakistana. A questi fondi si aggiungono, come se non fossero sufficienti quelli già ricevuti, 1,5 miliardi di dollari stanziati dal FMI e 2,5 miliardi concessi dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo. D’altro canto, anche l’Unione Europea ha tolto ogni sanzione commerciale al Pakistan aprendo il mercato unico ai prodotti provenienti da questo paese. Inoltre, la UE ha concesso 165 milioni di euro di aiuti finanziari, tra il 2002 e il 2006.

Infine, i milioni di pakistani viventi nel mondo, irritati dall’accresciuta vigilanza delle banche occidentali rispetto agli investimenti dei mussulmani, hanno rimpatriato il loro denaro nel paese. Tanto che, nel 2005, più di 4 miliardi di dollari sono stati iniettati nell’economia locale. L’impatto del denaro sull’economia è stato fenomenale determinando un boom economico senza precedenti, soprattutto nei consumi e nel mercato immobiliare.

Per un paese assetato di divisa, tutta questa affluenza di denaro è stata fortemente salutare, specialmente perché è intervenuta nel momento più propizio, cioè quando il governo aveva avviato il suo piano di modernizzazione dell’economia. Cinque anni dopo i fatti dell’11 settembre i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il Pakistan si è avvantaggiato di un aumento del PIL “alla cinese”, pari ad un 6,6% nel 2006 (7,5% nel 2007, dopo le stime ufficiali). Il debito estero è stato ridotto di 1/3 e la deriva dei conti pubblici si è arrestata di colpo. Infine, dal 2001, gli investimenti stranieri si sono decuplicati .

Il Pakistan ha, dunque, saputo cogliere le opportunità che gli si sono prospettate a causa della situazione internazionale, risollevando la propria economia attraverso il riannodamento una serie di alleanze che, solo pochi anni prima, sembravano impossibili. Sfortunatamente, questa chance inaspettata non è sufficiente, da sola, all’approntamento di una più lungimirantedi una strategia di potenza.

 

Degli indicatori economici molto inquietanti

 

I frutti della crescita economica pakistana si sono ripartiti in maniera fortemente diseguale (aggiungeremmo, come sempre accade in casi simili, quando la crescita economica dipende da fattori dirimenti e, per di più, in un paese che deve recuperare  molte posizioni nell’economia mondiale!). La ricchezza pro-capite non raggiunge gli 800 dollari all’anno e la situazione sociale del paese resta problematica: un abitante su due è illetterato ed un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Oggi, malgrado un prodotto interno lordo di 374 miliardi di dollari (25° paese), gli indicatori tradizionali sono deludenti. Per esempio, il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, le ineguaglianze d’istruzione tra città e campagna sono enormi, e solo 44 milioni di cittadini hanno un’occupazione (su 166 milioni, circa il 26%), questo si spiega anche col fatto che il 41% della popolazione ha meno di 14 anni (ciò non giustifica ma spiega benissimmo perchè ci sono venti milioni di bambini costretti a lavorare in condizioni di schiavitù).

Le contraddizioni del Pakistan sono rintracciabili lungo i differenziali di reddito tra le classi sociali e nella composizione della spesa pubblica. Circa 1/3 del budget dello Stato se ne va in spese militari, inoltre, il 45% del budget statale è risucchiato dal debito pubblico. Questa supremazia della spesa militare, aggiunta alla costante crescita demografica (3 milioni di nuovi nati all’anno), ha rallentato la modernizzazione del paese. L’unità tra il popolo e la sua classe dirigente, sia nelle scelte politiche che in quelle sociali è davvero molto lontana.

Le condizioni politiche, sociali, storiche del Pakistan ne impediscono lo sviluppo armonico, sin dal 1947, anno di nascita della nazione. Divenire una potenza regionale, con capacità di esercitare l’influenza necessaria sui suoi vicini, senza legittimità né peso economico, è davvero un’operazione improba. Ancora, la forza economica senza il consenso della società civile, quest’ultima attraversata da mille conflitti, non consente al Pakistan di ergersi a potenza regionale indiscussa.

 

Il problema dell’economia criminale

 

Il Pakistan è uno dei paesi più corrotti al mondo e deve fare i conti con un’economia parallela stimolata dal mercato della droga. Ogni anno 100 tonnellate di eroina percorrono il paese da nord a sud per essere esportate. Questa economia sotterranea rappresenta 1/3 del PIL. L’oppio, trasformato in seguito in eroina, è principalmente prodotto nelle zone tribali del nord-est, controllate, non dallo Stato, ma da autorità locali compiacenti. La specializzazione del paese come produttore di oppio è dovuta a tre fattori storici concomitanti:

         La politica proibizionista del generale Zia determinò, indirettamente, che una parte del raccolto, tradizionalmente effettuato nelle zone tribali, fosse esportato clandestinamente in Iran, perle esigenze dei tossicomani piuttosto numerosi di questo paese

         La rivoluzione iraniana finirà poi per scombinare i circuiti del traffico della droga lasciando sulle spalle dei trafficanti stock considerevoli di droga

         Il denaro proveniente dal traffico della droga fece “marcire” il normale sistema economico pakistano. Innanzitutto, fu toccato il campo militare. Il denaro fu utilizzato per la ricerca nucleare e per finanziare segretamente l’equipaggiamento militare. Si assistette, inoltre, al formarsi di una borghesia del narcotraffico che investì anche il potere politico; quest’ultimo lasciò fare per colmare la penuria di divisa che affliggeva il paese.

 

Sola potenza islamica a detenere la bomba atomica, il Pakistan, è anche sospettato di aver favorito i programmi nucleari di altri paesi (Libia, Corea del sud, Iran), per l’intermediazione del Dott. Kahn. I ritorni economici di tali aiuti, difficili da quantificare, sono inseriti in circuiti simili a quelli della droga. (continua…)       

 

 

 

UN "MENO PEGGIO" CHE NON SANA PER NULLA IL PESSIMISMO di G. La Grassa

La vittoria di Sarkozy in Francia sancisce la definitiva chiusura dell´epoca gollista. Del resto, era già finita da un pezzo, quanto meno era una pallidissima copia di ciò che fu in un non recente passato. Sarkozy ha dichiarato – queste almeno le intenzioni espresse – che si situerà d´ora in poi con maggior convinzione in Europa e che, nelle scelte geopolitiche globali, sarà sostanzialmente a fianco degli USA. Del resto, è ormai evidente da tempo che l´europeismo è, in ultima analisi, atlantismo e dunque effettivo (per quanto a volte minimamente mascherato) filoamericanismo. Ulteriore "spia" dell´attuale schieramento del neoeletto è stata la richiesta alla potenza egemone centrale di impegnarsi contro il surriscaldamento del pianeta. E´ una mossa particolarmente sintomatica: una verniciatura ambientalista è utile per fingere una qualche indipendenza "critica" nei confronti degli Stati Uniti, mentre si è con loro nelle scelte fondamentali di tipo mondiale.

Ci si pensi bene: chiedere certe misure di difesa dell´ambiente serve oggi esattamente a quello cui serviva la teoria ricardiana dei costi comparati all´epoca della predominanza inglese. Allora, sostenere la positività del libero commercio internazionale equivaleva a voler sancire la supremazia industriale del paese centrale di quel tempo, nel mentre si chiedeva agli altri paesi di limitarsi (per loro convenienza! Di questo li si voleva convincere) alla produzione di materie agricole e minerarie per rifornire l´industria inglese. Oggi, la globalizzazione e il libero commercio internazionale vengono incensati con lo stesso scopo (a favore degli Stati Uniti); a ciò si aggiunge però anche il tema dell´ambiente, perché se Cina, India o anche Russia intendono sanare l´attuale ritardo in tempi credibili (un paio di decenni), è poco probabile siano in grado, in questo momento, di evitare determinate forzature in termini ambientali; i paesi già avanzati invece – soprattutto quelli che si pongono sotto le ali protettrici del paese centrale, poiché quest´ultimo è in qualche modo obbligato a tenere il passo per non vedersi raggiunto o superato dalle potenze emergenti – possono permettersi maggiori "lussi" a questo riguardo e presentarsi come i campioni della salvaguardia della natura.

La vittoria di Sarkozy è perciò l´ultimo tassello di una effettiva subordinazione europea agli USA nel conflitto globale che si manifesterà in un periodo storico relativamente breve, durante il quale sono convinto si entrerà in quella che definisco epoca policentrica, di tipo simile (non eguale, ovviamente) a quella che fu detta imperialistica (a cavallo tra otto e novecento). Con l´attuale quadro politico, ancora incentrato sul "duetto" tra destra e sinistra (e con varianti centriste di dubbia efficacia), non si uscirà dal "mondo occidentale", cioè da una vasta area del globo che accetta supinamente il netto predominio americano.

Tuttavia, a differenza che in Italia – dove destra e sinistra, pur con le loro differenze di tono e coloritura, non sono affatto alternative in senso reale – ritengo che la vittoria di Sarkozy in Francia rappresenti il meno peggio. Di poco, sia chiaro, proprio di un soffio, ma comunque è il meno peggio. Intanto, il fronte Italia-Spagna (perché le vicende Enel-Endesa e Telecom-Telefonica hanno chiarito che ci sono "strani" e sotterranei legami tra Prodi e Zapatero, molto ambigui e pericolosi) non dovrebbe trovare sponda in Francia che semmai potrebbe avere maggiori legami con la Germania (forse). La prospettiva italo-spagnola è una delle più subdole e ingannatrici che ci siano. Entrambi i paesi hanno ritirato le truppe dall´Irak (ma non dall´Afghanistan, dove cercano però di non impegnarsi troppo) e fingono di porsi alla testa di un falso antiamericanismo.

In realtà, questi paesi di "centrosinistra" stanno cercando di "tirare a campare" per un anno e mezzo (che non è periodo brevissimo nell´attuale contesto internazionale), sperando che poi arrivi una presidenza democratica negli USA e, soprattutto, un cambio di strategia "imperiale" da parte di quel paese. A quel punto, potranno schierarsi in senso apertamente filostatunitense, cercando di dimostrarsi i più fedeli alleati della nuova impostazione geopolitica (pur sempre legata al tentativo di predominio globale). Oggi, la reale sudditanza agli USA è coperta da una parvenza di "critica" rivolta all´amministrazione repubblicana (nella versione Bush, quella più "estremistica"), mentre esiste un forte legame di subordinazione degli organismi finanziari "nostrani" a quelli americani; abbastanza scoperto è il caso italiano, con il gruppo Intesa San Paolo in piena evidenza nei suoi legami di dipendenza, in particolare rispetto alla Goldman Sachs e al Carlyle Group (che sono istituti bancari strettamente bipartisan tra i repubblicani e i democratici del loro paese).

La Francia della Royal sarebbe stato il "terzo" di questo gruppo di melensi, falsi e bugiardi sostanziali filoamericani; un filoamericanismo garantito dal più ampio servilismo della politica nei confronti dell´economia, più precisamente della finanza. Una finanza che, nel paese centrale, si pone quale strumento degli interessi di predominio imperiale, mentre nei paesi asserviti è puramente parassitaria e mira a drenare risorse da questi ultimi (dai loro "cittadini") verso quello preminente. Nella Francia di Sarkozy – più incerta appare la situazione nella Germania attuale – la politica sceglie apertamente di collocarsi, forse proprio strategicamente (e questo è certo un guaio), a fianco degli USA nella politica internazionale; ma non abdica completamente a favore del potere economico, e tanto meno di quello finanziario. Si può essere (quasi) sicuri che la politica sosterrà invece in Francia proprio le industrie di punta – non semplicemente quelle automobilistiche o dei frigoriferi, ecc. (con sovvenzioni varie, tipo la "mobilità lunga") come in questo nostro disgraziato paese – e cercherà di obbligare la finanza ad un ruolo di "fornitura" di mezzi e servizi per lo sviluppo di tali industrie. Non ci sarà in Francia alcun "piccolo establishment" parassitario come quello italiano, in gran parte raggruppato nel patto di sindacato della Rcs (non mi consta che in Francia ci siano i "patti di sindacato").

La politica internazionale francese, che certo vede la fine dell´indipendentismo gollista, si salderà quindi con una politica interna, in particolare economica, tesa comunque a ritagliarsi uno spazio maggiore pur nell´ambito di una sfera geopolitica, e geoeconomica, che sarà a lungo eccessivamente schiacciata sull´"occidentalismo". Tuttavia, nel lungo periodo (certo più lungo di quanto vorremmo), solo il rafforzamento dei settori produttivi dell´ultima "rivoluzione industriale" sarà forse, oggettivamente, in grado di mettere in moto processi di sganciamento da una troppo netta subordinazione agli USA, quando apparirà chiaro – come apparve a List nella Germania di metà ottocento in relazione ai rapporti con l´Inghilterra – che restare appiattiti sulle prospettive geopolitiche statunitensi di predominio globale inficia le proprie possibilità di sviluppo e di maggior potenza (e di benessere).

A quanto appena detto, si aggiunga che Sarkozy, se manterrà fede a quanto affermato durante la campagna elettorale, scaraventerà in soffitta i tic e pregiudizi "buonisti" di una sinistra, ormai insopportabile nel portare avanti i propri meschini interessi elettoralistici fondati sull´appoggio dei ceti meno fattivi e vittimisti, che si lamentano sempre della loro sfortuna, di essere "sfruttati", di essere posti in una condizione di sfavore quanto a potere, di non godere di "eguali possibilità". Che questi negativi processi sussistano, fino a quando esisterà il capitalismo, è indubbio, ma essi non giocano più "da noi" il ruolo che avevano nell´ottocento o primi novecento; non giocano il ruolo che hanno ancora in molti paesi non sviluppati. Nel capitalismo avanzato, è necessario fare un po´ indietreggiare un falso egualitarismo soltanto teso a mortificare ogni merito ed ogni impegno. Ed è ora di finirla con la totale anarchia scambiata per libertà. Certi temi sono stati fatti passare per patrimonio della destra, della conservazione, della reazione (per definizione sempre "in agguato"). Basta con queste sciocchezze che ci danneggiano. Ci sono senza dubbio soprusi, prepotenze, sopraffazioni e "sfruttamento". Tali fenomeni si manifestano però spesso in senso inverso, o quanto meno assai diverso, rispetto a quanto sostenuto dalla sinistra. Un minimo d´ordine e un minimo di meritocrazia sono necessari a far emergere chi dà un maggior contributo; anche a se stesso, certamente, ma nel contempo con effetti sociali concentrici di più largo raggio. La sinistra impedisce sovente ogni iniziativa, la teme; essa ha soprattutto bisogno di sudditi, e ne ha bisogno per poter essere suddita essa stessa di interessi stranieri, dato che da questa sudditanza guadagna lautamente.

Anche in Italia, come male minore (pur sempre male, certo, ma minore), avremmo bisogno di una forza politica in grado di spazzare via sia una destra, semplicemente succube dell´impostazione geostrategica del "falchi" americani attuali, sia una sinistra che è in attesa di un mutamento di tale impostazione onde mettersi più apertamente al servizio dell´"Impero" statunitense, per interessi puramente personali (cioè di piccole cosche "mafiose") e mandando a "ramengo" l´intero paese; nel frattempo, queste cosche sono prone di fronte alla finanza americana che, "laggiù", agisce in funzione (bipartisan) di una politica di predominio mondiale.

E´ bene chiarire che nemmeno in Francia vi è la sicurezza (anzi!) di poter spazzare via questa sinistra meschina e servile verso i poteri economici più arretrati, essendo in ciò coadiuvata dai sindacati e da tutte le associazioni che raggruppano i meno fattivi e quelli che pretendono di essere soprattutto "assistiti". Non basta questa Presidenza; del resto, come già detto, ambigua e debole verso gli USA. Ci sono ancora le elezioni parlamentari a giugno; e sussiste, anche in Francia, le cauchemar centrista. E ci sono tutti gli elementi di una nuova ricaduta "di sinistra" nella malattia che corrode in pratica quasi tutta l´Europa. L´elezione di Sarkozy è un "meno peggio", ma proprio facendo uno sforzo titanico per non cadere nel più completo pessimismo.

 7 maggio  

 

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