LA FINANZIARIA "EQUA E SOLIDALE"

Peccato che in questo periodo La Grassa stia poco bene e non possa intervenire sul blog, ma immaginiamo che  avrebbe sottoscritto le informazioni che stiamo dando sullo "sfascio" della politica italiana.

Montezemolo sta facendo un gioco delle parti forsennato con il governo, batte e ribatte ad ogni decisione dell’esecutivo e adotta il linguaggio conservatore della sua base (quale occasione migliore del Forum delle piccole imprese per dimostrare che i vertici Confindustriali sono sintonizzati sulle istanze dei piccoli e medi imprenditori) per dire che questa manovra finanziaria è vecchia e classista. Lui, invece, propone un sano e robusto “patto di competitività” tra soggetti economici e istituzionali. Montezemolo si rivolge alle banche alle quali chiede di sostenere le idee più innovative (come le iniziative sul tessile alle quali sta puntando per importare prodotti dalla Cina e mettere definitivamente in ginocchio le piccole imprese italiane del settore); ai Sindacati chiede di adeguarsi a quello che succede negli altri paesi nostri concorrenti dove c’è più flessibilità e si lavora di più ( siamo un popolo di poeti, santi, navigatori e sfaticati!).

Intanto, Romano Prodi reagisce all’accusa di essere un bolscevico sostenendo che questa manovra è equa ed ispirata da criteri di giustizia sociale. Snocciola i dati il professore: 7 mld alle imprese, 3 mld alle famiglie e 6 mld alla Sanità. Nell’ equa giustizia sociale prodiana mancano i lavoratori dipendenti. I 4 mld del cuneo fiscale che dovevano andare nella busta paga dei lavoratori si sono persi negli aiuti generalizzati alle famiglie e alla totalità dei soggetti Irpef. La sinistra di governo tace, né i Comunisti Italiani né Rifondazione hanno preso posizione sulla faccenda. E questa sarebbe la finanziaria della classe operaia! Come al solito, per cogliere la realtà delle cose bisogna leggere tra le righe. In questo ci aiuta Mario Monti il quale, al convegno Glocus, think thank della Margherita, invita a dimenticare la parola lavoratori perché il nuovo must sono le richieste dei consumatori, in Europa lo hanno capito noi invece saremmo ancora indietro. Così parlò Mario Monti, altro geniaccio pagato dalla Goldman Sachs.

Naturalmente, se non bastano le parole di questi lestofanti a corroborare tali nefandezze ci pensano i teorici innovatori come Anthony Giddens il quale propugna una terza via tra liberismo sfrenato ed assistenzialismo statale. A questi concetti ormai obsoleti Giddens oppone una sana competizione tra individui e imprese nello scenario “armonico” dell’economia globalizzata. La ciliegina sulla torta è quella di Mario Draghi che da ben altra platea rincara la dose sulla necessaria apertura dei mercati. Il governatore della Banca D’Italia, dal raduno degli studenti della Business school della Columbia University, fornisce le sue ricette su crescita e competitività. Draghi è un ricardiano doc nel perorare la massima apertura dei mercati in funzione di una competizione virtuosa che avvantaggia tutte le economie. Anzi, il Governatore dice chiaro e tondo che occorre togliersi dalla testa il dannoso protezionismo che i governi “alzano” per favorire imprese e lavoratori nazionali. Draghi sostiene che l’Europa è ad un bivio e dovrà scegliere tra libera concorrenza, libertà di movimento ed integrazione dei mercati (cioè il terreno dove ci intrappoleranno gli Usa) oppure il vetusto protezionismo disintegratore che priva l’economia della sua spinta alla crescita e alla massima produttività. Così il Governatore ci invita ad ispirarci al modello americano dove l’economia è più dinamica. Ma quali saranno le ragioni di questo maggiore dinamismo? Draghi le spiega con parole concise: in America si lavora di più e più a lungo rispetto all’Europa, il contesto normativo è più favorevole alle attività industriali e imprenditoriali. Vorremmo aggiungere che gli Stati Uniti s’inventano anche qualche guerra qua e là per garantirsi il controllo di aree strategiche del mondo (a sostegno della propri geopolitica di potenza e per lo sfruttamento delle risorse presenti in questi paesi). Inoltre, dove non arrivano con le guerre utilizzano i virtuosi principi del mercato descritti da Draghi, con le merchant banks e le agenzie di rating a dettare il verbo della competizione liberista. Ormai dovrebbe essere chiaro che si vuole creare un clima di “inevitabilità”, almeno per ciò che riguarda il nostro paese, per una palingenesi del sistema previdenziale e per una riforma in pejus del mercato del lavoro. Rebus sic stantibus, il governo non potrà rifuggire dai suoi compiti riformatori perché lo richiedono i mercati, perché lo chiede la globalizzazione.

Abbiamo già più volte ricordato per chi lavora in realtà questa gente. Sul Sole di oggi c’è un articolo di Marco Valsania sui superbanchieri alla corte di Goldman Sachs. Vi consiglio di leggere come si allevano e si fanno strada i figli di puttana nel mondo della finanza(americana) che conta. La Goldman Sachs ha 25 mila dipendenti in tutto il mondo, un giro d’affari di 25 mld di dollari, 8 mld di utili nel 2005, 237 banchieri, un rialzo dei titoli del 40% nel 2006 e 1,68 mld di dollari di profitti nel terzo trimestre 2006. Volete che questa gente non lavori per chi la paga così profumatamente? Oltre a questo ci sono le credenziali che la Goldman fornisce. Vuoi diventare governatore della Banca D’Italia? Fai un po’ di strada con loro e la promozione sarà assicurata.

LO SFASCIO ITALIANO (di Franco D’Attanasio)

L’Italia è un paese ormai allo sbando. Non potevano certo mancare i giudizi delle agenzie internazionali di rating sulla situazione del debito pubblico del nostro paese. Il genio di Prodi ci rassicura che era tutto nelle previsioni, e che, effettivamente, non poteva essere altrimenti dopo cinque anni di governo Berlusconi. Per la maggioranza di governo le cose cominciano a mettersi un po’ troppo male, la situazione si fa sempre più ingarbugliata, quel minimo di compattezza (ma fondata esclusivamente sulla sete di potere e non su motivi prettamente politici) che ha permesso a questa armata Brancaleone di sopravvivere fino ad adesso, mostra i primi segnali di sfaldamento. Arrivano dure critiche perfino dal Corriere della Sera e Repubblica, fino a ieri in prima a linea a sostenere il fuoco di sbarramento in favore dei propri alleati e fiancheggiatori. Si sa, quando si inizia a temere per la tenuta del proprio prestigio e dei propri interessi, i vigliacchi, che questa compagine governativa può vantare di averne a bizzeffe, iniziano a pensare al modo in cui farla franca e si preparano ad evitare la valanga che potrebbe da  un momento all’altro travolgerli; inizia così la fase dei tradimenti, dei colpi bassi e i peggiori danno il meglio di loro stessi.

 Ma molto probabilmente questo governo resisterà, rimanendo in carica per qualche anno ancora, anche perché dall’altra parte, escludendo le sceneggiate a cui assistiamo ogni giorno per via del gioco delle parti, ci sono molte componenti che preferiscono gli inciuci, piuttosto che sferrare il colpo decisivo ai propri avversari, il che dovrebbe essere relativamente facile data l’attuale situazione di particolare vulnerabilità di chi occupa gli scranni più alti delle istituzioni. Ma si dà il caso che oggi giorno le categorie di destra, centro e sinistra hanno perso qualsiasi valenza politica (nel senso più alto e nobile del termine), non tengono conto di alcunchè, e sono utili esclusivamente a tenere in piedi quella parvenza di democrazia atta ad ingannare il popolo sulla inevitabilità di tale situazione e la mancanza assoluta di alternative; danno vita a distinzioni puramente formali, dietro le quali si nasconde una sostanza ben diversa, fatta di rapporti di potere le cui connotazioni risultano essere non facilmente identificabili ma comunque trasversali ai due schieramenti.

I giudizi delle agenzie di rating suonano più come un avvertimento rivolto a Prodi & C. che altro, bisogna fare di più non solo nell’opera di tosatura della stragrande maggioranza del popolo, ma soprattutto nel tenere sotto controllo la situazione sociale complessiva, nel riuscire a contenere il malcontento con maggior efficacia. Non scordiamoci che questa maggioranza ha avuto l’investitura, non solo del gotha del capitalismo italiano, ma anche di certi ambienti politici e finanziari americani, e sono questi ultimi adesso che si fanno sentire e si sentono in dovere di bacchettare chi non sta ripagando appieno la fiducia da loro concessa. Questa è una ulteriore dimostrazione di come il nostro povero paese sia ormai totalmente in balia dei poteri stranieri, di come sia vittima di una classe politica ed economica incapace di esprimere una seppur minima autonomia, che si accontenta di servire detti poteri perché ciò le consente comunque di avere ancora un minimo di gloria. Non crediamo alle favole dell’obbiettività dei giudizi di queste agenzie di rating, agiscono secondo logiche e strategie ben precise che dipendono direttamente dalla configurazione del potere su scala mondiale e sono in grado, quando lo decidono, di mettere in ginocchio intere nazioni.  

L’IDIOZIA AL POTERE

Tutti si stanno accorgendo della mediocrità dei tecnici del governo. Anche a destra hanno progressivamente messo da parte il metus reverenzialis da sempre nutrito nei confronti di questi idioti con alto quoziente intellettivo. Per esempio, sul Giornale di oggi Ludovico Festa definisce Padoa-Schioppa “un mediocre tecnocrate senza visione”. Parole grosse se si pensa che alla nomina di TPS al Ministero dell’economia, sia a destra che a sinistra, panegirici e sviolinate varie non avevano fatto difetto. Evidentemente non basta più essere consulenti Goldman Sachs, occorre anche azzeccare qualche mossa. E di mosse giuste Pado-Schioppa non ha fatte tante, direi proprio nessuna. Ma come poteva farne del resto? A capo del governo c’è un altro “collaboratore” Goldman Sachs che ne combina più di lui e che le spara ancora più grosse possibilmente. Una lotta tra titani dell’idiozia. Romano Prodi quando parla a ruota libera è peggio di Berlusconi, non dirà barzellette oscene come il cavaliere ma il solo fatto di esplicitare il suo pensiero diviene materiale per i comici. Per esempio, il Nostro si è lamentato perché la stampa non lo tutela abbastanza e che se non fosse stato per l’Unità l’intero schieramento mediatico-giornalistico lo avrebbe crocefisso. Ma come? Dopo che il “Corrierone” della Sera ha emanato addirittura un editto (Mieli) in suo favore e che Repubblica non ha fatto altro che mettere pezze per coprire tutti gli inganni della politica del governo! Per quel che si è visto in Parlamento e per quello che stanno combinando con la finanziaria, in un paese diverso e con una stampa meno prona agli interessi dominanti, Prodi avrebbe fatto la fine di Maddalena, o, al meglio, sarebbe finito seppellito sotto le sue stesse amenità. Ha mentito spudoratamente sul caso Telecom e se l’è cavata con qualche rimbrotto non troppo convinto. E’ andato in Parlamento, dopo aver dato del matto a tutti, e ha proseguito colla litania del “non sapevo”, errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Ha preso ordini dalla finanza amica (Bazoli e Salza) con la scusa della competitività del sistema Italia mentre stangava chi non voleva chinarsi ai diktat della nuova alleanza finanziario-politica da lui rappresentata. Lo sanno bene sia i Benetton che lo stesso Tronchetti-Provera. Per non dimenticare tutti i dietro-front compiuti ogni qual volta un provvedimento economico scatenava le ire di qualche categoria professionale. In realtà, gli amici di Prodi sono rimasti in due, la Cgil e l’Unità. La prima, con l’ineffabile Epifani, ha preso le distanze dagli altri due sindacati Confederali che rifiutano lo scippo del TFR da parte dell’INPS, la seconda, invece, è l’unica che difende a spada tratta (senza un minimo di decenza) la politica economica del governo (ma data la nota doppiezza dei diessini è facile che si cambi indirizzo al momento opportuno). In un intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Paìs, Prodi ha detto che il suo lavoro è paragonabile a quello del mugnaio, gira e rigira l’impasto, riuscirà a mettere su una bella mozzarella, da registrare col marchio “Partito Democratico” . Il professore va di fretta, ha capito che le mani in pasta potrebbero non essere solo le sue e, dati i precedenti, non può fidarsi molto dei suoi compagni di ventura. Non credo proprio che Prodi riuscirà a vederlo dal vivo il Partito Democratico, ammesso che anche quest’ultimo abbia un parto felice. L’unica formazione politica che Prodi è riuscito a costituire aveva come simbolo un asinello. Ho detto tutto.  Prodi, però, va avanti con la solita sicumera convinto di essere il nuovo Don Chijote della politica italiana. Eppure, nel ’98, aveva fatto esperienza della consistenza delle pale dei mulini. Ma lui, si sa, è un diabolico perseveratore.

DOVE VA A FINIRE IL CUNEO FISCALE PER I LAVORATORI?

La finanziaria del governo Prodi è come il pane, lievita di giorno in giorno e finirà anche per scarseggiare se non verranno apportate modifiche sostanziali al suo impianto. Dai 33,5 mld annunciati da Tommaso Padoa-Schioppa al Governatore della Banca d’Italia Draghi, fino ai 34,7 confermati dallo stesso Ministro dell’Economia dinnanzi alle Commissioni congiunte Bilancio e Finanze di Camera e Senato, per arrivare ai 40 mld di questi giorni. Sembra che a pesare sulla faccenda, e sulla misteriosa lievitazione, siano stati i 5,280 mld di Iva auto che l’Italia dovrà restituire, in virtù di una sentenza pronunciata dalla Corte di Giustizia Europea.

Sta di fatto che l’approvazione della manovra in sede parlamentare sarà tutt’altro che una passeggiata, si annunciano una miriade di emendamenti da parte sia del Centro-Destra che del Centro-Sinistra. Come dire, la Finanziaria, nonostante i proclami della maggioranza sulla sua perfettibilità ma sulla sua bontà di fondo, non piace proprio a nessuno (ovviamente non per i motivi per i quali non piace a noi). Alla fine, il Governo potrebbe porre la fiducia. Quest’ultima, fino a poco tempo fa, era considerata una estrema ratio ma, da come si stanno mettendo le cose in queste ultime ore, non è escluso che si finisca per utilizzarla con l’obiettivo di placare gli appetiti famelici dei “parlamentari-notabili” della maggioranza di Centro-Sinistra.

Il Governo ha già fatto esperienza di votazioni nelle quali è finito sotto a causa dei franchi tiratori, il ricorso alla “conta parlamentare”, allora, dovrebbe allontanare ogni spauracchio e riportare all’ordine anche i più recalcitranti.

Questi aspetti ci interessano però relativamente, alla fine si troveranno i giusti equilibri tra le varie “corporazioni” del Centro-Sinistra e saranno tutti felici e contenti. Tutti tranne i lavoratori dipendenti. Il vulnus in questo caso riguarda proprio il famigerato cuneo fiscale, quel famoso 40% che era previsto per i lavoratori e che, a quanto pare, verrà spalmato su tutti i soggetti Irpef (evasori compresi). Innanzitutto, non si capisce come mai il Governo appoggiato da Rifondazione, quello che avrebbe affondato i panfili dei ricchi, non ha speso una sola parola per questa questione. Già è difficile capire le motivazioni che hanno spinto a non ripartire equamente il cuneo tra imprese e lavoratori dipendenti. In secondo luogo, i 4 mld previsti a vantaggio dei lavoratori non entreranno nella busta paga di nessuno di questi. Eppure,la CGIL e RC si erano detti soddisfatti degli indirizzi della politica economica del Governo. Soddisfatti di che? Forse l’unica soddisfazione che gliene viene è quella di aver tartassato la parte più bassa del cosiddetto ceto medio, con la sicumera di aver colpito i più ricchi tra i ricchi del paese. Così non è, i veri ricchi non piangono affatto e continuano a ridere alle spalle dei disoccupati, dei lavoratori autonomi, dei parasubordinati e di quelli precari. Montezemolo, per esempio. Vi pare che sia così triste? Il governo gli ha regalato l’esenzione bollo sulle auto per 3 anni, quella sui motocicli per 5 anni e la mobilità lunga.

Insomma, la sinistra del Governo non è riuscita nell’intento di far ottenere il 50% del cuneo fiscale ai lavoratori, adesso tace anche di fronte alla distribuzione del cuneo a tutti i contribuenti. Non c’è davvero nulla per esultare, anzi! Gli unici soggetti che si rallegrano sono gli esercenti, quelli che le tasse se le autoriducono senza attendere i provvedimenti del governo.

ci pregano di diffondere l’appello, vi invitiamo a fare altrettanto:

IL FUTURO DI OGNI GIOVANE PALESTINESE
RAPPRESENTA
IL DOMANI DELLA STESSA LOTTA PALESTINESE.

T.D. è un ragazzo palestinese che, dopo molte difficoltà, è finalmente riuscito a proseguire i propri studi universitari in Italia frequentando un master in State Managment and Humanitarian Affairs all’università di Roma La Sapienza.

Il master ha una durata di 1 anno e mezzo e prevede la partecipazione ad uno stage di circa tre mesi presso ONGs e/o associazioni nazionali e internazionali.
Per i giovani palestinesi è molto difficile avere la possilità di studiare all’estero: gli ostacoli per ottenere i documenti e il visto sono molteplici e i sacrifici economici che le loro famiglie devono affrontare sono enormi, a volte impossibili da sostenere.

T. è stato finora fortunato riuscendo a raccogliere i soldi necessari per gli studi, ma le speranze che ha riposto in questo master rischiano di svanire se non trova una ONG di rilievo presso la quale svolgere uno stage significativo per il suo futuro professionale e che gli permetta di portare avanti, attraverso gli studi ed il lavoro, il suo impegno per la Palestina.

FAO, World Food Programme, UNHCR … queste sono alcune delle importanti realtà che operano nella cooperazione internazionale e diritti umani.
Chiedo a chiunque di voi avesse un contatto in una di queste organizziazioni (o altre ONG operanti nello stesso campo) di scrivermi: un nominativo, un numero di telefono, un indirizzo email al quale inviare la candidatura di T. o più semplicemente un suggerimento; questo è l’aiuto che chiediamo ora.

Potete contattarmi via email a questo indirizzo: walla.riham@gmail.com
Riham.

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

LE PANZANE DI PANSA

 

Finalmente lo hanno tacitato. I metodi e gli argomenti saranno stati discutibili, ma dobbiamo ammettere che non sempre si può essere schizzinosi, si gode e ci si accontenta di quel che si ha e di quel che si vede. Si era divertito fin troppo il caro Pansa, sproloquiando sul “Sangue dei vinti” e sulla “Grande Bugia” alla base della fragilità della democrazia italiana, almeno secondo il suo “nobile” punto di vista.

A voler a tutti costi rovistare negli angoli bui della storia, si finisce per ispezionare orefizi un po’ flatulenti, anche se, come dicevano i latini, per la pecunia che non olet si fa tutto e di più.

Ieri, finalmente, il prezzolato revisionista, sceneggiatore di fictions, “grande” giornalista e storico specializzato nelle vendette partigiane ha subito la sua giusta contestazione. Naturalmente, la sua superiorità intellettuale gli ha consentito di ignorare le urla scomposte dei giovinastri dei centri sociali accorsi a Reggio Emilia, dove Pansa discuteva del suo libro “La Grande Bugia”.

Pansa è un uomo tutto d’un pezzo e, certo, non si poteva fermare davanti a quattro scalmanati con il mito dell’antifascismo e della resistenza nella “capoccia”. Anche se non poteva arringare i suoi ammiratori accorsi al dibattito li ha sollazzati firmando il suo capolavoro sulle infamie partigiane, fino al placarsi della “singolar tenzone”. Così dopo tanti epiteti: “fascista”, “revisionista”, “prezzolato cortigiano”, Pansa ha potuto regalare agli astanti altre pillole di saggezza del suo repertorio, a dire il vero, molto poco originale: “Ringrazio gli uomini e le donne liberi di questo paese”, “La Resistenza è la mia patria morale”, “la stella cinque punte non è un simbolo felice”. Bravo Pansa, tuttavia, questi metodi non ti vanno a genio solo quando sono rivolti nei tuoi confronti. Ricordo un episodio di qualche tempo fa quando l’ineffabile giornalista-storico-sceneggiatore-rifacitoredellastoria intervenne in una trasmissione su rai due della quale ora non ricordo il nome. Qualcuno aveva avuto l’impudenza di far parlare nella stessa trasmissione Leonardo Mazzei dei “Comitati Iraq Libero”. Quella volta Pansa sbottò scocciato e protervo perché si era data la parola a inutili “sovversivi”. Vedi Pansa, a chiacchiere siamo tutti libertari, difendiamo il diritto di parola finché non sconfina in opinioni contrarie alle nostre e tu hai dimostrato chi sei proprio in quella occasione. Detto ciò, non prenderemo certo lezioni da te sulla libertà degli uomini e sul buon senso civile. Quando si “disciolgono” epoche storiche così cariche di significato in episodi collaterali (che pure si sono verificati) ma che, proprio per questo, devono restare tali, si fa la fine del filosofo del racconto di kafka, quello che insegue la trottola perché è convinto che nel suo movimento si nascondano le leggi del cosmo. Tu fai pure, segui la trottola ma, per favore, non farle girare a noi possibilmente.

I MIRACOLI DEL CENTRO SINISTRA (di G. La Grassa)

Non si sa veramente da dove cominciare. Il paese affonda sempre più nella me…lma. Criminalità e montagne di rifiuti a Napoli (e in tutta la Campania). Scontro nel metro di Roma, mentre si fa la “grande festa” del cinema; si parla di Nicole Kidman e di Robert De Niro mentre accadono disastri mortali (solo casuali?). Mastella rivela che alle primarie di Prodi si sono recati si e no due milioni di elettori e non i quasi quattro e mezzo “immortalati” anche dai principali organi di stampa (in testa quegli ignobili fogliacci di Repubblica e Corriere della Sera). “Striscia la notizia” per ben due volte (e continuerà) mostra persone iscritte senza saperlo alla Margherita. E queste sono notazioni quasi divertenti.

Dopo la recente orgia di “difesa dell’italianità” (due anni fa condannata in Fazio nel risiko bancario d’allora), ieri in Spagna quest’essere indefinibile (solo per non scrivere intere pagine di epiteti) che ci fa da Premier ha dato “semaforo verde” (testuale!) all’operazione Autostrade (Benetton)-Abertis. Evidentemente si cerca, dopo Tronchetti, di non scontrarsi con altri personaggi dell’establishment italiano (patto di sindacato della RCS); resta il fatto che si cambiano le idee (e non di poco conto) a seconda di meschini e personali interessi del giorno. Dulcis in fundo, una finanziaria priva di qualsivoglia strategia di sviluppo, fatta per accontentare i propri “padroni” (italian-americani) e l’Unione monetaria (anzi puramente contabile) europea, una delle peggiori disgrazie che ci potessero capitare fra capo e collo (mi riferisco sia alla UE che alla finanziaria).

Si è tentato di accreditare la menzogna che, con questa finanziaria, ci rimettevano solo gli “abbienti” a partire dai 75000 euro (lordi) l’anno. Di fronte alla dimostrazione data da uno dei loro uomini, Draghi, secondo cui un dipendente con 23100 euro (lordi) l’anno, senza assegni familiari, ci perde 120 euro (sempre lordi all’anno), da un paio di giorni Governo e fogliacci (debenedettiani, montezemoliani e bazoliani) che lo appoggiano si sono attestati sulla cifra di 40000 euro, al di sotto della quale tutti ci guadagnerebbero, mentre al di sopra si sarebbe appena un po’ tosati. Il pessimo economista che guida il Governo e i due mediocri e infantili tecnici che stanno all’economia, in vena di barzellette, ci hanno raccontato, almeno all’inizio, che le tasse non erano affatto state alzate; il 98% dei soggetti all’Irpef ci avrebbe guadagnato, mentre solo l’1,8% avrebbe pagato un po’ di più. Pensate che geni! Con quasi tutti che ne traggono un vantaggio ed un’infima, piccolissima, schiera di appena un po’ svantaggiati, portano a casa una montagna incredibile di maggiori entrate. Perché aspettare la liquefazione del sangue di S. Gennaro; adoriamo questi saltimbanchi che “progettano” miracoli decisamente superiori! 

Nel mentre il quadro si fa sempre più fosco, l’intelligentone D’Alema, evidentemente travolto dalla stupidità d’insieme della compagine governativa, si bea e si gonfia il petto perché l’Italia entra nel “vertice” dell’ONU, questo organismo del tutto inutile e futile, questo giocattolo con cui si sperperano fondi mondiali ingenti con cui si potrebbero fare ben altre cose; mentre serve esclusivamente a ingrassare lautamente un bel po’ di funzionari e dipendenti nei vari apparati di cui consta, nonché a finanziare una serie di vergognose missioni quasi sempre per togliere le castagne dal fuoco agli USA. Solo la UE supera l’ONU in inutilità e sperpero di denaro che viene tolto ai “normali” cittadini, “curnuti e mazziati”. Appare del tutto evidente che da troppo tempo la ghigliottina è stata messa ad arrugginire in qualche sperduto sottoscala di uno degli ammuffiti Ministeri romani.

Tuttavia, sia chiaro che non si risolve nulla con nuove elezioni e magari il ritorno dei buffoni al posto dei saltimbanchi. Occorrerebbero altri metodi, ai quali il popolo italiano sembra allergico con il suo miserabile “buonismo”, con la sua spregevole “arte di arrangiarsi”. Solo i francesi ogni tanto s’incazzano e fanno una bella pulizia. Qui abbiamo una classe dirigente economica fatta di finanzieri parassiti e di industriali da “parcheggio”; e un ceto politico diviso tra i dilettanti di “destra” e i “sinistri” professionisti ex-dc, ex-pci, ex-psi – però tutti i più scadenti ereditati dalla prima Repubblica – che rappresentano comunque il vero cancro di questo paese. Per quelli di destra, personalmente mi augurerei delle case di riposo (non però comode e confortevoli); per quelli di sinistra ci vorrebbe un po’ di piombo onde appesantirli e, da palloni gonfiati quali sono adesso, farli ridiscendere verso la nuda terra. So che si tratta di sogni; ma almeno questi permettetemeli!

17 ottobre

LA "SANINTESA" TRA GOVERNO E GOLDMAN SACHS (di G. La Grassa)

Ci si avvicina alla resa dei conti e i pericoli sono grossi. La fusione che porterà alla SanIntesa è in linea d’arrivo. Il Crédit agricole (francese) ha accettato di dimezzare la sua partecipazione azionaria nel colosso che nascerà, avendo in cambio sportelli della Cariparma e della Friuladria. C’è ancora l’opposizione dello spagnolo Santander (azionista del San Paolo), ma è solo questione di trovare l’accordo sulla valutazione delle azioni. Il colosso che nasce – è bene averlo presente – ha alleanze (e non da pari a pari, ma come un subdominante verso il predominante) con la Goldman Sachs; esso fornisce inoltre un’ottima base di partenza per andare verso la conquista di Mediobanca e, tramite questa, di Generali. Va infine rilevato come vi sia stretto collegamento tra questo blocco finanziario e l’attuale Governo Prodi, che ne è – almeno per quanto concerne il gruppo prodiano, supportato dagli scalzacani di Bertinotti e di Epifani – l’esecutore politico.

Il vero oppositore di questo progetto è l’altro gruppo finanziario che fa capo alla Capitalia (Geronzi). Unicredit, e ancor più Montepaschi, sembrano al momento incerti su come schierarsi in questa battaglia. Fino a qualche tempo fa, Tronchetti (Telecom) era di fatto d’appoggio a Capitalia più che all’altro gruppo. Sappiamo però come tale personaggio è stato conciato ed escluso dalla presidenza della società telefonica. In questo momento, Bazoli (Intesa) ha un suo uomo, il finanziere polacco Zalewski, dentro quest’ultima, il cui attuale presidente è Guido Rossi, con una posizione da definirsi in bilico.

Ovviamente, il problema non è pensare che, tra i due contendenti, uno sia migliore dell’altro; si tratta solo di capire qual è attualmente il maggiore pericolo, dato che la finanza americana (cioè una sua parte), tramite questa nefasta Goldman, ha messo non so quanti uomini in posti chiave dell’economia e della politica italiane. Qui sta dunque il pericolo imminente. Questo Governo – incredibilmente appoggiato da personaggi che giocano ancora ai “comunisti”, ai rappresentanti dei lavoratori (con un sindacato, la CGIL, che ha il 55% degli iscritti pensionati!) – è ormai una vera “emergenza nazionale”; se ne deve andare al più presto! Ripeto, non bisogna sperare che qualche altro gruppo finanziario-politico faccia gli interessi del paese e della maggioranza della popolazione. Si tratta solo del pericolo più immediato e vicino. Quindi, non vi è dubbio che la caduta di Prodi – questo lobbista di poca intelligenza e per ciò stesso ancor più dannoso in quanto servitore sciocco della cosca Goldman-SanIntesa, e dei suoi molteplici addentellati economico-politici – è a mio avviso una priorità. Senza illusioni sul dopo; solo come riflesso di difesa per adesso. Dopo, appunto, si vedrà. Ma questo Governo deve cadere, altrimenti ci troviamo in una autentica dittatura finanziaria, corroborata dall’appoggio di masse rincoglionite che seguono i peggiori residui del fu movimento sedicente operaio.

Chi difende oggi questo Governo, difende i lobbisti al servizio della peggior parte dei gruppi predominanti statunitensi. Essere contro questo Governo è solo una difesa minimale dalla più completa e devastante subordinazione! Sia chiaro che quanto detto non significa invocare nuove elezioni, né credere che qualsiasi altro personaggio del centrosinistra faccia rifiorire un qualche interesse nazionale. Lo ripeto: non suicidiamoci così passivamente; buttiamo intanto Prodi “dalla rupe”!

 

13 ottobre

COSI’ PARLO’ GOLDMAN SACHS

 

La finanziaria del governo Prodi, apparentemente, finisce per scontentare tutti i ceti sociali. Si lamentano le piccole e le medie imprese che dovranno sottostare ad una maggiore pressione fiscale e alla sottrazione del 50% del TFR che verrà stornato all’Inps ( anche se queste, selettivamente, potranno beneficiare del cuneo fiscale per 4,7 mld). Si lamentano i ceti professionali “vessati” dalle liberalizzazioni di Bersani e dalle alchimie sul pagamento delle prestazioni che impongono “percorsi rintracciabili” delle entrate e delle uscite ai fini della riduzione dell’evasione fiscale (tutto da vedere, visto che cliente e professionista potrebbero sempre accordarsi “in nero”). Si lamentano i lavoratori che in assenza di carichi familiari subiranno un aggravio dei prelievi di circa 120 euro, con uno stipendio su base annuale pari a 23.100 euro, mentre un lavoratore con moglie e due figli a carico risparmierà in tutto 20 euro al mese, un inezia. Vorremmo capire dove sono i ricchi puniti dalla manovra di questo governo “Robin Hood”  che secondo i rifondaroli avrebbe fatto piangere l’intera “classe borghese”. L’unico che fa finta di lamentarsi è Luca Cordero di “Montezuma” che ha ricevuto un bel po’ di regalini dal governo e che gli permetteranno di vendere qualche auto in più e di licenziare, all’occorrenza, qualche lavoratore in più. Il leader della Confindustria ogni tanto fa la voce grossa contro il governo, soprattutto per tenere a bada la base recalcitrante della sua organizzazione, la quale non ha valutato per nulla positivamente “lo scippo” del TFR, fonte “autonoma” di finanziamento per le piccole e medie imprese che non sempre hanno le garanzie sufficienti per accedere al credito bancario. Forse, le più contente sono proprie le banche, quelle che hanno ricevuto una serie di “regaloni”, e che spingono affinché il governo Prodi continui su questa strada. Detto en passant, l’unico provvedimento “contro” le banche preso da questo governo è stato quello sulla chiusura gratuita dei conti per i clienti, previsto dal decreto Bersani. Pochi giorni dopo l’ABI aveva già diffuso, tra gli istituti bancari, una circolare per aggirare il provvedimento e per farci pagare lo stesso.

Padoa-Schioppa ha trasecolato di fronte alle critiche generali piovute sulla sua manovra, si è chiesto come sia possibile non comprendere la grandezza di questa (tra un po’)legge finanziaria. La colpa, a suo dire, è tutta del governo che difetta in comunicazione, lui vorrebbe un Vasari per consegnare alla storia dell’arte questa grande opera e per agiografare la vita di un uomo illuminato che di nome fa Tommaso. La verità è che questa gente non ha proprio il senso della prosaica vita quotidiana. Già Berlusconi ci aveva consigliato di essere più oculati nelle spese, di girare per i vari mercatini in modo da trovare i prodotti con i prezzi più bassi. Ciò dovrebbe bastare a spiegare l’arroganza di questi privilegiati, ma poi dovevano venire pure Padoa-Schioppa e Draghi a dirci che se il prezzo del peperoncino aumenta del 400% l’inflazione non muta, o che se le imprese perdono il TFR possono sempre rivolgersi alle banche con applicazione di un tasso d’interesse doppio. E che sarà mai il 6% rispetto al 3% attuale! Grandi tecnici per grandi cazzate, la Grandeur è sempre uguale a sé stessa, in qualunque occasione la si esprima.

Poi, però, questi vanesi ogni tanto hanno l’esigenza di rampognarsi a vicenda, perché abbisognano di emergere in qualche modo, fremono per essere sempre i primi della classe. Draghi per esempio. Ieri ha detto che non c’è da preoccuparsi sull’attuale situazione economica perché l’economia mondiale è in “bilanciamento”. Segnatevi questa nuova legge dell’economia elaborata dal banchiere della Goldman Sachs. Il bilanciamento consiste in questo: se l’economia del paese centrale arretra (America) e se quella del paese semicentrale (Europa) cresce di qualche punto decimale, si realizza un equilibro che prelude ad un nuovo balzo dell’economia. Questa la legge di Draghi che, però, contraddice un’altra legge economica ben più verificata, per cui quando arretra l’economia trainante le altre, a questa legata, vanno in recessione piena.

Potremmo raccoglierne molti di questi errori marchiani da grandi tecnici, i quali fanno i salti mortali per accordare scienza economica ed ideologia politica. Sono “tecnicamente” perfetti per propagandare i diktat di chi li mette sugli scranni più alti delle istituzioni di un paese.

Fanno i calcoli ed edulcorano o peggiorano i conti a seconda degli obiettivi che si sono prefissati, sempre ben attenti a curare gli interessi dei loro protettori. Ormai è un dato acquisito che tutti questi “contabili” hanno costituito in Italia una succursale della Goldman Sachs, la quale detta forme e interventi di qualsiasi manovra economica. E’, ovvio, che la Goldman Sachs non è la Spectre, ma una delle più importanti Merchant Bank americane la quale ha tentacoli in tutta Europa e che diffonde il verbo americano garantendone purezza(economica) e inevitabilità(storica). Ed è proprio qui il problema. Tutto appare come inevitabile e senza soluzione alternativa, o si fa come dicono loro oppure sarà il collasso del sistema Italia. Vorremmo ricordare a questa gente (che taglia, cuce e ricompone a proprio piacimento) che l’unica maniera per ridare fasto al nostro sistema-paese è quello di accrescere la torta che si dovrebbe dividere. La nostra torta (leggi l’incremento della ricchezza generale) è ormai ridotta ad una ciambella bucata della quale voi prendete sempre i 4/4 e al popolo lasciate il buco che sta in mezzo.

LE CANAGLIE E I REVISIONISTI

 

In questi ultimi giorni se ne sono dette abbastanza sulla “Rivoluzione” Ungherese del ’56. Da una parte quelle canaglie dei giornalisti di regime, appartenenti alla sfera ideologico-culturale dominante, il cosiddetto clero mediatico dei produttori di pubblica opinione e di “buon” senso comune, dall’altra gli ex-comunisti pentiti i quali, dopo aver applaudito ai carri armati sovietici che avanzavano per riportare l’ordine nei recalcitranti paesi dell’est, tentano oggi di rifarsi una verginità politica al costo di abiure vergognose (non meditate nemmeno per un istante) e di ripensamenti senza un minimo di “convulsione” coscienziale. La verità è che questi cosiddetti ex-comunisti sono solo degli ex- piccìisti che col comunismo non hanno mai avuto nulla a che fare.

Questo, ovviamente, non significa che non si possa cambiare idea in assoluto, la vita è lunga ed un essere umano può essere chiamato a fare i conti con sè stesso e col proprio passato. Per tale motivo, ogni ripensamento delle proprie prese di posizione e delle fasi storiche vissute, dovrebbe essere accompagnato da percorsi interiori lunghi e turbinanti che solo i superficiali potrebbero esternare con leggerezza. Come dire, la coscienza non è un orifizio anale dal qual espungere peti.

Ai coprofagi del “fu” Partito Comunista vogliamo ricordare qualcosa. Nemmeno in Ungheria sentono la rivoluzione del ’56 così come si finge di sentirla in Italia o in qualche altro paese Europeo. Questa operazione di strumentalizzazione e di revisionismo storico ha il solito obiettivo di infangare il comunismo e di insozzare quelle bandiere che sono state, per molte generazioni di uomini, il simbolo di una possibile alternativa allo sfruttamento capitalistico. Allora, quale metodo migliore delle abiure di chi comunista non è mai stato?

Lo storico ungherese Gyorgy Litvan, uno di quei rivoluzionari che si erano opposti all’invasione russa, ha dichiarato che dello spirito di quella rivolta all’autoritarismo oggi non è rimasto assolutamente nulla. La nuova Ungheria ha tradito le aspettative di quella generazione che aveva imbracciato le armi per un paese più solidale. L’attuale sistema ungherese è fondato sull’insicurezza sociale ed esistenziale e lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’est post-sovietico.

Paradossalmente, il clima favorevole alle manifestazioni di piazza era stato fomentato proprio da Kruscev e dall’opera di destalinizzazione che il gruppo dirigente del Pcus aveva avviato subito dopo la morte del leader georgiano. C’è da dire che il gruppo dirigente del Pcus ebbe una gran fretta a denunciare gli orrori dello stalinismo, probabilmente perché occorreva distruggere la figura carismatica di Stalin e assicurare una certa riproducibilità al potere. Di fatti, dov’era Kruscev durante le purghe staliniane? Kruscev aveva approvato i metodi di Stalin e, addirittura, si dice fosse tra i suoi più cruenti collaboratori.

Ma tant’è. L’Urss avvierà, in seguito a ciò, la politica del “disgelo”, i metodi staliniani verranno abbandonati e le nuove purghe, che pure ci saranno, (contro Molotov e contro Malenkov) avranno tutt’altre caratteristiche rispetto al periodo precedente. La Russia aprirà ai rapporti commerciali con i paesi del “blocco occidentale” (“scambiare merci con gli amici del temuto sig. Jones è solo un trucco per averlo meno ostile”[Assemblea Musicale Teatrale]).

Tutte queste precondizioni saranno preludio al climax della in(scena)ta del 1956. Al XX congresso del Pcus, Kruscev terrà il famoso rapporto sul despota sanguinario Stalin e si darà avvio alla destalinizzazione della Russia. Sarà proprio la destalinizzazione a invogliare i paesi satelliti dell’Urss a reclamare le proprie libertà, fino a quel momento sacrificate sull’altare della contrapposizione al nemico imperialista. Dapprima scoppieranno disordini in Polonia (giugno 1956) repressi nel sangue dai successori di Stalin (i cosiddetti destalinizzatori, sic!), successivamente la protesta si estenderà anche in Ungheria. Era stato proprio Kruscev a sostenere che il comunismo era degenerato a causa della poca moralità dei capi. La gente aveva creduto alle sue parole ed aveva cominciato a cercare, tra le “pieghe” della dittatura, quel “fondamento di potere operaio” che, secondo Kruscev, era ancora alla base della società socialista.

Allo scoppio della rivolta ungherese le truppe russe presenti a Budapest lasciarono la città e Imre Nagy e Janos Kadar (due comunisti, ripeto due comunisti) perseguitati dallo stalinismo, diventano rispettivamente capo del governo e segretario del partito comunista. Certo, Nagy commette un errore, poiché in piena guerra fredda pretende di uscire dall’alleanza politico-militare con la Russia. A questo punto, “inevitabilmente”, i carri armati non possono che marciare sull’Ungheria. O qualcuno è davvero così sciocco da pensare che si dovesse lasciar fare? L’unione Sovietica si sarebbe sfaldata dopo pochi anni anziché arrivare sino al 1991. Era comunista l’Unione Sovietica? Non lo abbiamo mai pensato, all’epoca i comunisti più critici avevano parlato di social-imperialismo, mentre chi oggi abiura era concordemente schierato con il regime sovietico. Comunque, alla fine il clima cambiò. Kadar (il quale si schierò con i russi appena i carri armati entrarono a Budapest) divenne capo del governo Ungherese ed avviò una serie di riforme politiche ed economiche che innalzarono il tenore di vita della popolazione. Questa è Storia, il resto è lerciume montato ad arte dai “traditori” e dal clero mediatico dominante.

 

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