IL GIOCO DEGLI SPECCHI” Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione(di Gianfranco La Grassa)

 

E’ finalmente uscito il nuovo saggio di Gianfranco La Grassa (“Il gioco degli specchi. Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione”), edito dalla casa editrice Ermes di Potenza (www.EditricErmes.it).

Per richiedere il testo potete contattare direttamente la casa editrice attraverso il suo sito, oppure potete inviare una mail a www.ripensaremarx.splinder.com

 

IL GIOCO DEGLI SPECCHI

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione

PRESENTAZIONE

Il gioco degli specchi è quello di raggruppamenti politici che si presentano sulla “scena” recitando due parti in una infinita commedia degli equivoci e, soprattutto, degli inganni a danno dei popoli. Avrei anche potuto parlare di “due facce della stessa medaglia”, poiché destra e sinistra, in questa ormai irritante farsa delle elezioni “democratiche”, sono due aspetti – in opposizione e sostegno reciproco, antitetico-polare (secondo la nota espressione di Lukàcs) – di un unico processo di grave involuzione e disfacimento della politica in Europa, un’area che fu centrale nella storia mondiale ed è oggi in rovinosa decadenza. In tale scenario di povertà (non certo materiale) e di degrado culturale, l’Italia occupa un posto del tutto speciale; i suoi difetti sono quelli in gran parte comuni a tutti i paesi europei, ma esaltati all’ennesima potenza. La nostra destra e la nostra sinistra sono a dir poco orripilanti; intollerabile è il loro gioco di finta alternativa, la loro totale mancanza di idee e di visione minimamente strategica in un mondo costellato da contrasti in fase di continuo allargamento e inasprimento.

Questo libro ha voluto dare un’idea, purtroppo ancora sommaria, del quadro or ora delineato. Esso è stato scritto utilizzando un intreccio di argomentazioni disposte su vari livelli. Vi sono rapidi, ma spero chiari, accenni alla griglia teorica su cui mi sono basato per interpretare quello che ho chiamato “gioco degli specchi”. Vi è poi quella che definirei analisi di fase (o d’epoca) che non ha un orizzonte temporale nettamente delimitato; si può andare dai 5-10 anni ai due-tre decenni al massimo. Ovviamente, le considerazioni e previsioni formulate per un periodo così lungo (pur se breve secondo i tempi della storia) sono di larghissima massima e mettono in conto ampi margini di errore; e tuttavia ritengo utile, anzi indispensabile, schizzare un quadro economico e politico di questo tipo, perché non si deve procedere nella vita sociale avendo in mente soltanto il presente, l’attimo fuggente. Infine, ho voluto condire i miei ragionamenti con riferimenti al momento veramente attuale, a fatti contingenti, alcuni dei quali però influenzeranno anche il non immediato futuro.[1][1]

Ed è su quest’ultimo punto che avverto il lettore di stare molto attento, poiché gli avvenimenti ancora in corso di svolgimento mutano di continuo, e possono quindi verificarsi discrepanze tra ciò che rilevo oggi e ciò che sussisterà al momento della pubblicazione del libro. Per tali motivi, avendo terminato di scriverlo a fine luglio, ho poi aggiunto un breve aggiornamento riguardante alcuni importanti avvenimenti verificatisi in agosto. Altri ce ne saranno via via, ma non posso seguirli dopo la data di consegna del mio scritto alle stampe.

In ogni caso, quanto esposto nel libro circa la mancanza di idee e di strategia delle nostre meschine forze politiche si adatta bene ai fatti nuovi indicati nell’aggiornamento; e ad altri che si stanno verificando giorno dopo giorno. In fondo, questo scritto è un inizio; vuol favorire la discussione tra quei gruppi di individui, sia pure ancor poco numerosi e scollegati fra loro, che hanno intenzione di rompere definitivamente, e senza ambiguità, sia con la destra che con la sinistra italiane nella loro configurazione attuale. La strada sembra lunga, ma la scommessa è che certi processi siano in via di accelerazione ed esista perciò qualche speranza che l’Italia, assieme ad alcuni altri paesi europei, conosca, non certo in tempi immediati, rivolgimenti rilevanti in grado di ripulirla dell’attuale cancro rappresentato dalle forze politiche (con dietro precisi gruppi finanziari e industriali) che imperversano nel paese similmente ad una invasione di cavallette.

Questa la speranza, questo l’intendimento del libro, piuttosto diverso dai miei soliti, che sono prevalentemente di teoria. Credo sia venuto il momento di rivolgere l’attenzione anche a qualcosa di meno teorico – pur se la teoria mi fa da guida nella “visione” delle tendenze dell’epoca – perché la situazione è veramente in forte degrado, in scollamento. Non ci sono “grandi crisi” all’orizzonte – almeno così mi sembra – ma i progressi striscianti di una malattia lunga e spossante provocano egualmente una disgregazione sociale che si avvertirà sempre più, e giungerà ai limiti della tollerabilità da parte di una maggioranza della popolazione che, pur non dando ancora segni di aperto “nervosismo”, forse comincia già a non poterne più dell’odierno ceto politico; quest’ultimo ha però dietro di sé lobbies di potere più nascoste e devastanti, delle cui manovre la “gente” è poco consapevole. Si deve contare su una non lontanissima presa di coscienza; non però di chi insiste ancora a dar credito a questi ominicchi (o forse meglio, quaquaraqua) che ci s-governano, ma di quelli che un tempo venivano indicati come qualunquisti. Occorre una nuova linfa, non intorbidata dalle passate e consunte ideologie, che sappia imboccare la strada per nuove prospettive e coltivare nuovi valori.

 

Conegliano, fine luglio 2006

 

 IL GIOCO DEGLI SPECCHI (di GIANFRANCO LA GRASSA)

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione

 

INDICE

 

Presentazione

 

Capitolo primo. Neoliberismo e “neokeynesismo”: alternativa paralizzante

 

Capitolo secondo. Pochezza politica e culturale di destra e sinistra

 

Capitolo terzo. Un intermezzo necessario

 

Capitolo quarto. Torniamo alla presente fase

 

Capitolo quinto. Europa e Italia nelle strategie statunitensi per l’egemonia

 

Capitolo sesto. E il ruolo dell’Italia?

 

Capitolo settimo. Passiamo oltre e torniamo al più generale

 

Capitolo ottavo. La politica al posto di comando laddove si voglia emergere

 

Capitolo nono. Un sommario quadro economico-sociale e i limiti dell’odierna “democrazia”

 

Capitolo decimo. Per superare la debolezza economica e la miseria politica italiane

 

Capitolo undicesimo. I dominati nella struttura sociale dei capitalismi avanzati

 

Capitolo dodicesimo. Le possibilità del nuovo nei capitalismi avanzati

 

Capitolo tredicesimo. E in Italia quali prospettive?

 

Conclusioni aperte al futuro. Per una nuova forza politica e il mutamento sociale

 

Breve aggiornamento

 

 

IL GIOCO DEGLI SPECCHI.

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione.

Recensione al nuovo saggio di G. La Grassa (di Gianni Petrosillo).

 

Gianfranco La Grassa, economista già docente delle Università di Pisa e Venezia ed allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettelheim, ha ultimamente pubblicato, con la casa editrice Ermes di Potenza, un interessante saggio dal titolo “Il gioco degli specchi. Destra e Sinistra: due facce di una politica in decomposizione”. Il titolo dell’opera è gia abbondantemente esplicativo del giudizio che attraversa il pamphlet circa i due schieramenti politici italiani che, nell’epoca dell’alternanza, si danno il cambio alla guida politica del paese. In realtà questa valutazione negativa è largamente suffragata dall’analisi dell’attualità politica e dalla numerosità dei fatti storici, sia di epoca che di fase , portati a supporto delle proprie tesi dall’autore, col fine esplicito di dimostrare il livello di mistificazione (una vera e propria messa in scena) al quale è giunto lo scontro politico tra il Polo delle Libertà e l’Unione di Centro-Sinistra. La Grassa definisce antitetico-polari (secondo la felice espressione utilizzata da Georgy Lucaks in un diverso contesto filosofico) le forze politiche italiane che, nelle finte azzuffate quotidiane, sono ridotte a esecutrici non recalcitranti delle direttive provenienti dagli agenti strategici finanziari e industriali (sia italiani ma soprattutto americani), i quali stanno trascinando l’Italia in una grave decadenza economica, culturale ed ovviamente politica, con grave perdita di autonomia del nostro paese rispetto agli USA.

Questo scritto, benché si limiti ad affrontare argomenti di interesse attuale, rivelandosi perciò di facile lettura ed aperto al più vasto pubblico, ha alle spalle un impianto teorico ben rodato, che partendo da un’interpretazione rigorosa del pensiero marxiano (da non confondere con il pensiero marxista, quello degli epigoni per intenderci, del quale La Grassa dà una valutazione tutt’altro che positiva) va oltre le classiche categorie del pensatore di Treviri per cogliere i mutamenti avvenuti nella formazione economico-sociale capitalistica, soprattutto nel fondamentale passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari(privati) del capitale.

Sintetizzando, si potrebbe dire che La Grassa va con Marx oltre Marx, attraverso il tempo e le modificazioni che necessariamente si producono nelle società umane e che, a loro volta, impongono una rivisitazione costante dell’impianto teorico col quale si tenta di agganciare la direzionalità del reale.

Il nucleo logico delle teorizzazioni di La Grassa si concentra proprio sull’importanza del conflitto tra agenti(strategici) dominanti che nel capitalismo penetra nella sfera economica (come non era mai accaduto in altre epoche dell’umanità), e che ha determinato una maggiore dinamicità del sistema rispetto alle tendenze al ristagno caratterizzanti altri modi di produzione ad esso pre-figurantesi come antitetici, vedi il socialismo pianificato dell’ex URSS .

E’ chiaro che l’individuazione di tale paradigma, nell’ambito della speculazione teorica lagrassiana, illumina di una nuova luce le categorie più pregnanti del pensiero di Marx quali, solo per citarne alcune, la teoria del valore-lavoro che, secondo l’autore, è rimasta a lungo schiacciata su meri parametri quantitativi legati al sistema generale dei prezzi, il concetto di modo di produzione capitalistico inglobante i rapporti di produzione e le forze produttive, nell’ambito del quale non si è mai realizzata la profetica alleanza tra forze intellettuali ed esecutive del lavoro(il cosiddetto General Intellect) “dall’ingegnere all’ultimo manovale”, che avrebbe dovuto spazzare via il capitalismo.

Ancora, le riflessioni intorno all’involucro giuridico che ricopre la proprietà dei mezzi di produzione che diviene, per l’economista Veneto, aspetto secondario rispetto al reale potere di disposizione sugli stessi. Quindi, per La Grassa, né più Padroni (con la P maiuscola), né Classe Operaia (con doppia maiuscola) e nemmeno, conseguentemente, uno scontro frontale Capitale/Lavoro (che pure esiste ma non è determinante per cogliere la tendenza di fondo e la dialettica intrinseca del Capitalismo, la cosiddetta determinazione di ultima istanza). In realtà, la spinta propulsiva del capitalismo, che non è affatto limite a sé stesso, e l’incessante sviluppo delle forze produttive, sono frutto della lotta tra agenti strategici dominanti svolgentesi nelle varie sfere sociali (economia, cultura, politica), tesa alla pre-dominanza su altri agenti decisori, al fine dell’egemonia e del consolidamento delle posizioni di preminenza via via acquisite.

E’ questa la griglia teorica che permette a La Grassa di descrivere “tridimensionalmente” la realtà sociale di oggi, una realtà ingannevole e sfilacciata che non mostra mai tutta la verità sugli eventi che la dispiegano, se non attraverso una sintomatologia “a spizzico” che permette comunque di fare delle ipotesi interpretative (per quanto provvisorie). Come diceva Hegel, quello che si crede noto è sempre il meno conosciuto.

La Grassa avverte di diffidare dai proclami liberisti di molta parte del “clero” giornalistico, finanziario o industriale, perché proprio dietro le immutabili leggi dell’economia si celano scelte politiche ben precise. Di fatti, a seconda delle convenienze e delle contingenze, si può essere più o meno protezionisti o più o meno liberoscambisti. Un esempio per tutti, chi si ricorda degli alti lai che si sono levati nella torbida vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” che hanno coinvolto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio? L’accusa principale che fu mossa all’ex governatore, fu quella di aver favorito due banche italiane quali BPI, nel tentativo di scalata ad AntonVeneta, e l’Unipol, nella scalata a BNL. Si disse che era stato un attentato alle leggi del mercato. Oggi, invece, tutti plaudono all’accordo Intesa-San Paolo che ha fatto fuori gli stranieri del Santander e del Crédit Agricole senza troppe remore. In questo caso il mercato non conta perché l’affare lo hanno fatto “i furboni del quartierone”, amici di questo governo di centro-sinistra (cioè il prodiano cattolico Bazoli e l’ex democristiano Salza). Nemmeno a destra si sono scomodati nelle critiche visto che il progetto ha avuto la benedizione del governatore della Banca D’Italia Draghi (l’uomo della Goldman Sachs in Italia) e di certa finanza americana.

E la logica del profitto dove va a finire in questi casi? Nelle lunghe lezioni di economia all’università non ci avevano insegnato che si vende sempre al miglior offerente? In realtà, sostiene La Grassa, il profitto è uno strumento dalla natura “variabile” che serve ai dominanti per “finanziare” le proprie strategie di potere, dominare l’avversario e incrementare la propria egemonia nei vari settori sociali. Ecco svelate le micragnose considerazioni economiche legate al "profitto" dei capitalisti che sono una foglia di fico per nascondere l’impostazione strategica degli agenti capitalistici dominanti; il profitto, per quest’ultimi, è solo un mezzo per approntare più efficaci ed aggressive strategie di dominio sociale.

Il saggio svelerà retroscena inquietanti della politica italiana, mettendo in evidenza la stretta dipendenza di quest’ultima dagli Usa e dal complesso finanziario-industriale italiano (a sua volta succube della finanza targata USA) che tira i fili dei due schieramenti falsamente “polarizzati” lungo scelte politiche che hanno una stessa “natura” capitalistica.

Crediamo che, a questo punto, il lettore attento sia stato abbastanza stimolato.

 





[1][1] I miei interventi di tipo politico ed economico, e di carattere più contingente, appaiono regolarmente nel blog www.ripensaremarx.splinder.com

(P)RODI, (P)RODI…L’ITALIA. POLITICA E FINANZA DEL PRE-INCIUCIO (di G. la Grassa)

Sul Giornale di oggi (9 ottobre) trovo un articolo di Lodovico Festa che ritengo ambiguo eppur interessante. Solo il fazioso e testone, com’è spesso lo schierato a sinistra, crede che il mondo si divida in buoni, sinceri e intelligenti (i “suoi”) e in bugiardi, cattivi e stupidi ( “gli altri”). Ritengo invece Festa persona ben informata, con ottime relazioni in ambienti confindustriali che contano (e sanno), anche se certamente avversari del “Luca” e dei suoi conniventi. Nell’articolo si punta l’attenzione sulla Goldman Sachs, facendo chiaramente intuire al lettore (non tonto) le operazioni da “gruppo di pressione” da questa compiute in combutta con quella che viene correttamente definita una lobby, la Nomisma (messa in piedi da Prodi). Quest’ultimo non è certo l’“onest’uomo” creduto dai suoi “ingenui” elettori. E’ di mediocre intelligenza, pessimo nella sua “specializzazione” professionale, ma sicuramente legato a clan di potere estremamente pericolosi, uno dei quali è questa Goldman Sachs che ha piazzato suoi uomini in posti decisivi non solo nel governo economico degli USA (il suo paese d’insediamento), ma anche qui da noi.

Festa ne ricorda alcuni, e cito anch’io, a mo’ di esempio, il duo (Costamagna e Tononi) che è quasi sicuramente all’origine del progetto Rovati per la Telecom (di cui Prodi fa finta di non sapere nulla, arrivando al colmo del ridicolo e della sfacciataggine). Ma non è questo ciò che qui mi interessa rilevare. Festa si scorda proprio il più importante posto occupato da uno degli uomini della Goldman Sachs (suo vicepresidente fino alla nuova nomina), quello di Governatore della Banca d’Italia. E dimentica che, da qualche tempo, è consulente della stessa (come lo fu Prodi anni fa) Mario Monti. Perché non nominare proprio questi personaggi? Non credo ad una involontaria omissione di Festa, ma a tutto il contrario, perché è meglio non toccare chi potrebbe un giorno tornare utile al centrodestra, magari tenendo a battesimo qualche “inciucio” con lo schieramento opposto (se accettasse di ridurre a ragione i suoi “estremisti” di sinistra).

Festa dà la giusta importanza anche a quella grande fusione bancaria che diventerà la SanIntesa. Egli naturalmente non si dimentica di ungere Bazoli & C., dicendo che il colosso nato da tale operazione sarà una “delle risorse di formidabile qualità per l’economia italiana”. Solo che dovrebbe, secondo lui, decidersi ad allentare i suoi legami con Prodi. Leggendo Festa sembra quasi che Bazoli sia un po’ subornato dal Premier, mentre è invece quest’ultimo – e, se il giornalista è intelligente come penso, sa meglio di me che le cose stanno così – ad essere l’esecutore del grosso centro finanziario in gestazione. E’ evidente, anche in tal caso, che si spera di staccare un potente come Bazoli dalla sua longa manus Prodi, e di renderlo neutrale o favorevole all’inciucio di cui detto.

Altri “avvertimenti” vengono infatti lanciati alla futura SanIntesa, sottolineando notizie che non sono una novità (se ne parla da giorni), ma che è significativo vedere riportate da chi, lo ripeto, ha buoni canali di informazione in settori confindustriali (e quindi anche politici). L’opposizione del Governo (Di Pietro) alla fusione di Autostrade (Benetton) con la spagnola Abertis – opposizione dichiarata in nome di una ridicola difesa dell’italianità, dopo averla attaccata nella persona di Fazio all’epoca delle scalate olandesi e spagnole all’Antonveneta e alla BNL – è in realtà “una pressione sulla famiglia di Ponzano Veneto per lasciare spazio alla banca milanese [SanIntesa per l’appunto; ndr] che vuole entrare massicciamente nel campo delle utility”. Non solo; è “di ieri la notizia che insieme a Mediobanca e Generali [si parlava pure, per quanto ho sentito, di Unicredit e Capitalia, e forse Montepaschi; ndr], anche la banca bazoliana potrebbe inserirsi nel nucleo di comando di Telecom…..quale compromesso….per evitare guerre prolungate tra esecutivo e impresa telefonica”.

Insomma, una serie di favori che l’esecutore (Prodi) fa ai suoi “superiori” (poteri finanziari) per avere aiuto e superare un momento assai più che difficile. E in effetti si è anche sparsa la notizia “che un autorevole esponente del futuro gruppo San Paolo Intesa, Pietro Modiano, peraltro bravissimo banchiere” [altra evidente “unta” di Festa a chi, considerato dalemiano, non rientrava in un primo tempo nell’organigramma previsto per la superbanca nascente, e fu reinserito solo dopo intervento dei DS; ndr] va “in giro a garantire che la futura megabanca rimedierà ai gravi guasti combinati dall’ineffabile coppia Prodi-Padoa Schioppa sulle liquidazioni”. Cioè, in parole povere, la SanIntesa con una mano aiuterebbe Prodi finanziando le piccolo-medie imprese a buone condizioni  (visto che il Tfr sottratto costava sul 3% e i prestiti “normali” sono almeno al doppio), e con l’altra ci guadagnerebbe comunque dei bei soldini; così tutti contenti e felici (si fa per dire).

Queste ultime mosse preoccupano evidentemente il centrodestra, perché si tenta di chiudere il contenzioso apertosi oggettivamente (e malgrado tutta la buona volontà di Montezemolo e dei dirigenti di altre associazioni imprenditoriali italiane, i cui iscritti sono però ultraincazzati) tra Governo e industriali, commercianti, professionisti, ecc. Si cerca di mettere il tappo al caso Telecom, dove Prodi e Tronchetti si sono, nei fatti, accusati reciprocamente di mendacio, ma solo per darsi i ben noti “avvertimenti” (come li definireste?) che preludono al compromesso. Nel contempo, si cerca – dopo aver fatto il bel regalino alla Fiat con la “mobilità lunga” ecc., a Merloni con la rottamazione dei frigo, ecc. – di ammorbidire i piccolo-medi imprenditori sostituendo il Tfr sottratto con prestiti non troppo disastrosi per i loro bilanci. Si farà poi in modo di tirare la coperta per addivenire anche a qualche affievolimento della protesta dei sindaci. E così, di “stiramento in stiramento”, aggiusta di qua e aggiusta di là, semplicemente con “conti della serva” (o del “ragioniere”), senza un minimo di strategia salvo affidarsi allo “stellone” di una presunta ripresa (da offrire in pasto alla popolazione ignara, soprattutto sparando cifre a capocchia mediante istituti statistici ormai rodati nelle più perverse menzogne e manipolazione dei dati), si tira avanti; con la sola intenzione di allontanare il più possibile il momento della resa dei conti. E quanto più si galleggerà affannosamente, tanto più avremo lo squasso finale.

D’altronde, non si pensi di avere alternative. In questo senso, l’articolo di Festa è interessante, e a suo modo importante, giacché rivela la mentalità dell’opposizione, priva anch’essa di orientamenti e prospettive strategiche; gioca solo di rimessa e spera in un affondamento della maggioranza per “virtù” propria. Da qui tutte le chiacchiere sulle manifestazioni o meno. Se ne fa una grossa a Milano o Roma? No, forse meglio farle decentrate nelle varie città (le 150 del Berlusca sempre più leggero ed effimero). No, è meglio esperire prima tutte le vie in Parlamento; mentre al suo esterno, nei vari “Palazzi”, le diverse cosche si riuniscono cercando l’inciucio. Si può essere quasi sicuri che, almeno provvisoriamente, il centrosinistra – mostrando di nascosto “l’acciughetta” agli avversari – li “fregherà” clamorosamente. D’altronde, pensiamoci bene. Destri e sinistri sono tutti politicanti di basso rango. Tuttavia i primi (parlo del grosso delle loro truppe) sono dilettanti, che hanno anche altre possibilità lavorative. I sinistri no, sono in maggioranza professionisti (pur senza abilità professionale); se vanno a casa, non sanno come vivere perché di altri lavori non ne conoscono. Per loro, restare al governo è questione decisiva.

La conclusione è una: per qualche tempo, avremo ancora ai vertici (politici) clan di centrosinistra (con Prodi o senza, non sarà completamente rilevante) con sopra i potenti centri finanziari e la grande imprenditoria industriale; un po’ ammaccata, un po’ rissosa e “incazzosa”, ansimante, senza alcuna innovazione né capacità di “fare sistema”, ma che si strascicherà, magari portando fuori Italia parte degli investimenti e creando nuove società non certo trainanti (come quella famosa Charme, di Montezemolo, Merloni, Unicredit e altri, con sede in Lussemburgo e che ha costituito una joint venture con i cinesi per l’importazione e diffusione nei paesi del Mediterraneo di cashmire proveniente dal lontano paese asiatico). Sotto, un ammasso di ceti sociali presi per i fondelli, più fortemente acciaccati e a corto d’ossigeno; ma tanto masochisti da slittare da destra a sinistra o viceversa, perché andare a votare è un “dovere civile”; anche se si votano schiere di guitti e perfino individui intellettualmente handicappati, che lasciano fare e disfare persone più intelligenti, ma non dedite al bene del paese, né delle maggioranze elettorali; continuate pure ad affidarvi a loro (dalla SanIntesa alla Goldman Sachs, da Montezemolo a Tronchetti, e via dicendo) e votate chi esegue i loro ordini o cerca di ingraziarseli per ottenere il posto di “servitori modello”.

E andiamo avanti, finché dura. Mi si permetta almeno di propagandare il mio libro (Il gioco degli specchi, Editrice Ermes; e-mail editricermes@tiscali.it). Non ci guadagno proprio nulla; non ho diritti d’autore e ho comprato 100 copie a 10 euro l’una (fate i calcoli). Solo che leggendo i giornali, constato ogni giorno di averci azzeccato per almeno un 70-80%; ed io non sono “servo” di nessuno dei “due padroni”: politicanti e gruppi finanziario-industriali. 

I CALCOLI ALCHEMICI DELL’ISTAT (di Gianfranco La Grassa)

Un elogio innanzitutto a Franco e Mauro per la loro abnegazione nell’addentrarsi nel “mistero” delle tasse, dove è facile perdersi. Io stesso mi guarderò dall’interessarmi della questione perché rischierei il soffocamento. Attenderò gennaio e allora saprò quale detrazione (o il contrario) mi sarà stata calcolata; e capirò fino ad un certo punto, perché c’è sempre un piccolo aumento rappresentato da una data percentuale (francamente non ricordo quale) dell’inflazione programmata. Voglio oggi proprio partire da tale problema ma con diversa angolazione.

Negli ultimi anni, due sono state le sensazioni della gente comune, per altro sempre avallate dalle varie associazioni consumatori. Innanzitutto che l’Istat mente spudoratamente circa i tassi annui di aumento del costo della vita (che è l’inflazione e indica anche la svalutazione del metro di misura monetario). Inoltre, si avverte una diminuzione della propria capacità di spesa o d’acquisto delle merci (di consumo), per cui ci si convince di un, non drammatico ma sensibile, peggioramento del proprio tenore di vita. Vediamo la prima sensazione. Dopo essere stata irrisa a lungo, anche da tecnici come Padoa-Schioppa oggi Ministro (ne ho già parlato in un intervento di qualche giorno fa), l’impressione di una inflazione assai superiore a quella statisticamente calcolata – sempre aggirantesi grosso modo, dopo l’introduzione dell’euro cinque anni fa, intorno al due e mezzo per cento – è oggi pienamente riconosciuta, tanto che centrosinistra e centrodestra si accusano l’un l’altro di esserne responsabili. Non mi interessa discutere delle colpe dell’uno o dell’altro schieramento; importante è l’ammissione di una inflazione consistente.

Intanto noto che, ciò malgrado, l’Istat continua imperterrito a sfornare dati sul costo della vita del tutto irrisori; come sia possibile, dopo che tutti i politici e gli “esperti” ammettono le ragioni della gente e si accusano soltanto reciprocamente del “fattaccio”, questa continuazione della menzogna statistica, è uno dei misteri del nostro tempo. Rileviamo comunque al proposito una prima incongruenza. Ultimamente, il dato dell’inflazione (quello ufficiale e falsificato) è stato presentato come leggermente in diminuzione. Tuttavia, la Banca Europea continua ad alzare il tasso di sconto, e ormai si prevede il 4% in pochi mesi (ieri è stato portato dal 3 al 3,25); la motivazione è: “combattere le spinte inflazionistiche”! E allora perché il nostro Istat calcola l’indice del costo della vita in diminuzione? Nel nostro paese, inoltre, l’ammontare dei mutui immobiliari (in maggior parte a tasso variabile) è altissimo; l’innalzamento del tasso di sconto europeo, con riflessi immediati anche sui nostri tassi di interesse, non può che incidere sul reddito (dei molti mutuanti) da destinare ai consumi; anzi inciderà prima sui risparmi, perché si tenta di non ridurre il proprio tenore di vita, ma alla fine ci si dovrà arrendere perché la capacità di spesa, già intaccata dall’inflazione (non calcolata a dovere), si ridurrà ulteriormente per tutti quelli (tantissimi) che hanno mutui per l’acquisto della casa.

Quindi ripeto per chiarezza: abbiamo un’inflazione (costo della vita e svalutazione del metro monetario) nettamente superiore a quella calcolata; vogliamo indicare, ma sono certo con troppa “timidezza”, un tasso effettivo intorno al 5%? Fermiamoci a questo livello. Contrariamente a quello che indica l’Istat – indice del costo della vita in leggera diminuzione – la Banca Europea avverte spinte inflazionistiche e aumenta il costo del denaro, con pesanti conseguenze su tante persone indebitate a vario titolo. Già a questo punto, uno si sente di concludere che anche la seconda sensazione di questa gente – un peggioramento, per il momento non grave, delle condizioni di vita – è giustificata. Tuttavia, i soliti “esperti” ci dicono che il tasso di crescita del Pil è in aumento, che c’è la ripresa; si calcolava l’1,3 per quest’anno, poi si è recentemente previsto l’1,5%, anzi forse si arriverà all’1,7-1,8, forse toccheremo il 2. Già il fatto che si è praticamente sicuri di una recessione degli USA (alcuni dicono leggera, altri abbastanza notevole), e che il secondo trimestre del 2006 abbia visto un considerevole raffreddamento dell’economia tedesca, mette mille punti interrogativi su tale ripresa italiana. Qualche “intelligentone” parla del traino della Cina, il che, per il nostro sistema economico, fa semplicemente ridere. Senza considerare che pochi mesi fa la Cina ci rovinava; e non lo diceva solo Tremonti, ma l’intera UE che incitava a mettere dazi sui prodotti cinesi. E poi, come ciliegina finale, anche la Cina, per quanto ad alto sviluppo, ridurrà il tasso dello stesso dall’11% del 2005 al 9 di quest’anno; e si prevede anche meno per il 2007. Ma quante balle ci raccontano?

Non è però ancora finita, secondo un mio modesto ragionamento, che non credo sia sbagliato; se lo è mi scuso e resto comunque a quanto detto fin qui, che è già bastevole a farci capire le continue prese in giro cui siamo sottoposti, con balletti di cifre a capocchia. Per calcolare la crescita del Pil – visto che si tratta di un insieme di prodotti (e servizi) in quanto merci diversificate qualitativamente fra loro e non quindi omologabili per poterle sommare – bisogna ricorrere per forza al mezzo di scambio generale, la moneta. Tuttavia, se questa perde valore ogni anno (in base all’inflazione), per avere un tasso di crescita del Pil espresso in termini reali (o che si possano ragionevolmente, per quanto approssimativamente, considerare tali), si deve tenere conto di questo fenomeno, e tentare di misurare il prodotto in moneta a valore costante. Se ho oggi un prodotto di 100, ma nel corso dell’ultimo anno il tasso d’inflazione (svalutazione del metro monetario) è stato del 5%, approssimativamente (qui ci bastano i calcoli all’ingrosso) ho in realtà 95 utilizzando una unità di misura che abbia lo stesso valore di un anno fa.

Di conseguenza, quando valuto il tasso di crescita del Pil – utilizziamo la migliore delle ipotesi fatte per quest’anno di presunta “ripresa” – sul 2%, debbo saper indicare come ho fatto i calcoli. Se, ad es, sono partito da una previsione di crescita del 4,5% del Pil espresso in moneta (e non si può calcolare altrimenti che così), e poi accetto le balle dell’Istat sul tasso di inflazione (svalutazione del metro monetario) fissato al 2,5%, in effetti mi ritrovo un aumento del Pil (sempre calcolando all’ingrosso, ma con sufficiente esattezza per i nostri scopi) del 2%. Se però rifiuto le menzogne dell’Istituto di statistica, e mi baso sul 5% quale minimo tasso d’inflazione credibile, ecco che il tasso di “crescita” si trasforma nello 0,5% di decremento del suddetto Pil. E quando quest’ultimo cala, è ben difficile che alla fine non diminuiscano anche la capacità di spesa e i consumi della gente; e dunque il suo tenore di vita. E in genere si riduce pure il suo capitale di riserva, il risparmio.

Da ormai non so quanti anni abbiamo saggi di crescita del prodotto nazionale (in moneta) bassi. Ma, come minimo dall’entrata nell’euro, abbiamo tassi ufficiali di aumento del costo della vita (svalutazione della moneta) del tutto ingannevoli e, volendo essere teneri con l’Istat, dimezzati rispetto a quelli reali (io credo che, se parlassimo di un terzo, saremmo un po’ più vicini al vero). Quindi penso proprio che non esista la crescita, del resto modesta, del nostro Pil in termini reali, bensì una sua riduzione o almeno stasi. Allora, anche la seconda sensazione della gente (parlo della maggioranza, non di alcuni strati di straricchi e in via di ulteriore arricchimento), cioè quella di una pur modesta riduzione del proprio tenore di vita, è sostanzialmente esatta. Del resto, se quanto appena scritto è vero, le due sensazioni – inflazione molto più alta di quella dichiarata e difficoltà crescente di mantenere il proprio livello di vita a causa di una decrescita o di una stagnazione (in termini reali) – sono tra loro strettamente e causalmente legate.

In un sistema capitalistico vige la “legge di Alice” – espressa, se ricordo bene, non in “Alice nel paese delle meraviglie”, ma in “Alice dietro lo specchio” – secondo cui, pur soltanto per rimanere stazionanti in un punto, è necessario correre sempre più in fretta. Chi si ferma o semplicemente rallenta, ristagnando su certe posizioni, ha la netta sensazione di un arretramento via via accelerato. La sua frustrazione cresce in continuazione; impossibile dire quando esploderà, ma è sicuro che alla fine esploderà. Noi dovremmo, per quel poco che possiamo fare, rendere sempre più cosciente questa frustrazione e indirizzarla giustamente verso i responsabili della stessa. Oggi, è sempre più chiaro che sia chi ci governa sia chi si oppone – e poco importa che governi la destra e si opponga la sinistra o viceversa come oggi – è all’origine di tale situazione (e della conseguente frustrazione). Non allungo qui il discorso (semmai lo si riprenderà), ma è comunque evidente in questo momento il tendenziale “inciucio” tra quasi tutte le forze politiche (soprattutto addensantisi in una zona di centralità), malgrado si facciano reciprocamente la faccia feroce, ma solo per conquistare le migliori posizioni; alcune di loro vogliono poi evitare di indebolirsi, sempre però nell’ambito di una ricerca del centrismo, rispetto ad altre.

Ricordiamoci anche di un’altra “legge”; i vermi, strisciando, non incespicano mai. Inutile tentare di farli inciampare; in questo modo non ci si libera di loro. I vermi però, dandosi le opportune occasioni, possono essere spiaccicati calpestandoli; meglio se con scarpe pesanti.

 

7 ottobre   

I TARTASSATI (3) (di M. Tozzato)

Alcuni giorni fa avevo chiesto aiuto a causa delle difficoltà di comprensione che il ddl della nuova finanziaria mi aveva creato. Devo ringraziare in particolare, oltre agli amici e compagni che scrivono sul blog “Ripensare Marx”,  il quotidiano economico finanziario IlSole24Ore e un sito internet in cui sono riuscito a rintracciare un paio di articoli interessanti.

Il giorno 03.10.2006 su Il Sole24Ore trovo una tabella in cui vengono calcolati i nuovi carichi Irpef,

comprensivi oltre che delle rimodulazione delle aliquote anche delle detrazioni d’imposta e delle deduzioni dal reddito; viene specificato però che le modifiche apportate agli assegni familiari potrebbero bilanciare in tutto o in parte gli incrementi dell’Irpef. Ad ogni modo vengo a sapere che un mio collega di lavoro, tecnico di manutenzione negli enti locali, che grazie agli straordinari dovrebbe riuscire a superare il reddito annuo di 30.000 euro, essendo un contribuente con moglie e un figlio a carico si troverà a pagare 142 euro in più, mentre il sottoscritto, che vive da solo, se riuscirà a raggiungere la medesima retribuzione lorda, usufruirà di una diminuzione di 83 euro (meglio che niente!).

Penso che il fatto che gli assegni familiari possano riequilibrare la situazione del mio collega rispetto alla mia non attenui la stranezza della situazione.

Mi limito a questo solo esempio visto anche che sicuramente i ragionieri del Sig. Padoa-Schioppa

saranno già impegnati in ricalcoli molto complicati considerando la forza e il numero dei gruppi di pressioni da accontentare.

Proviamo ora ad inoltrarci in quel ginepraio (almeno per me) che  chiamano cuneo fiscale  ; sempre su Il Sole24 Ore trovo scritto, in riferimento all’art. 18 della finanziaria, :

<<Una prima deduzione della base imponibile riguarda i contributi assistenziali e previdenziali a carico del datore di lavoro […] la seconda deduzione consiste nell’abbattimento forfetario della base imponibile per un importo pari a 5.000 euro, su base annua, per ciascun lavoratore dipendente[…]a tempo indeterminato  […] nelle Regioni del Sud Italia la deduzione spetta per un importo sino a 10.000 euro>>.

Sorvoliamo, per ora, sulla decorrenza e su altre specificazioni per mettere in evidenza che i Sigg. Epifani e C. avrebbero dovuto considerare che se le agevolazioni per le regioni del sud appaiono giustificate riguardo alle imprese risultano meno comprensibili per i lavoratori dipendenti (40% del cuneo): seguendo il buon senso, per i lavoratori assunti a tempo indeterminato, a parità di reddito lordo e di ogni altra condizione, i vantaggi (che sembrano comunque esigui) dovrebbero risultare, credo, eguali. Si corre il rischio di ridare forza, mi pare, al solito  vergognoso antimeridionalismo di certi “padani” e al razzismo leghista e la deriva culturale negativa che coinvolge in modo pesante i ceti dominati rischia di esserne alimentata.

In un articolo apparso nel giugno di quest’anno su internet  S. Giannini e M. C. Guerra scrivono:

<<Il cuneo fiscale è la differenza fra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta che resta a disposizione del lavoratore. E’ costituito dalle imposte e dai contributi commisurati alla retribuzione, che sono pagati dal datore di lavoro o dal lavoratore. E’ quindi formato da un insieme eterogeneo di componenti che gravano su soggetti diversi.[…] Sul datore di lavoro gravano tre tipologie di contributi: previdenziali, assicurativi e assistenziali. Complessivamente, ammontano al 32,08 per cento della retribuzione lorda.[…] Sul lavoratore gravano due tipologie di contributi: previdenziali e, in minima parte assicurativi. […] Per ridurre il cuneo fiscale si possono seguire diverse strade. Si può agire sulle imposte (Irap e Irpef) o sui contributi (previdenziali, assicurativi, assistenziali); la riduzione può inoltre riguardare la componente a carico del datore di lavoro o quella a carico del lavoratore.>>

Bisogna però distinguere tra guadagno netto e guadagno lordo relativi alla riduzione del cuneo quando si agisca sui contributi:

<<i contributi sono infatti deducibili dall’Ires pagata dal datore di lavoro. Se i contributi calano, la base imponibile dell’Ires aumenta e con essa l’imposta da pagare. […] Allo stesso modo, per quanto riguarda la riduzione del cuneo a vantaggio dei lavoratori, occorre tenere conto della maggiore Irpef che essi dovrebbero pagare sulla loro più elevata retribuzione lorda.>>

Ma la riduzione dei contributi implica conseguenze importanti:

<<è utile ricordare che i contributi sono molto diversi dalle

imposte, in quanto non servono al finanziamento generale della spesa, ma vanno a finanziare

programmi specifici, che hanno in senso lato la funzione di assicurare il lavoratore rispetto alla

possibile perdita del proprio reddito (per vecchiaia, malattia, disoccupazione, eccetera.) e sono

prelevati sulla categoria di soggetti che beneficia di quei programmi.

Rispondono pienamente a questa definizione, e sono perciò considerati "oneri propri", i

contributi previdenziali e assicurativi in quanto servono, i primi, a finanziare le pensioni di

cui i lavoratori usufruiranno e i secondi, a salvaguardare il loro reddito in caso di eventi avversi

(disoccupazione, malattia). Questi contributi non possono essere tagliati senza decurtare le

pensioni e gli altri programmi che con essi sono finanziati, a meno di non procedere a una loro

fiscalizzazione (e cioè al loro finanziamento tramite imposte), che però porrebbe a carico di

tutti i cittadini il finanziamento di programmi di spesa di cui beneficiano solo i lavoratori.

I contributi assistenziali sono invece "oneri impropri", in quanto servono a finanziare

programmi che hanno una componente redistributiva. Il contributo per maternità viene ad

esempio pagato anche dagli uomini, i contributi per assegni familiari vengono pagati da tutti i

lavoratori dipendenti, a prescindere dal loro stato di famiglia. Questi contributi sono stati

diminuiti a più riprese nel tempo, da ultimo con l’ultima legge Finanziaria (n.d.r.2006), e sostituiti con un finanziamento a carico delle imposte.>>

L’alternativa, aggiungono ancora la Giannini e la Guerra, consisterebbe nell’agire sulla componente fiscale del cuneo:

<<Per quanto riguarda il datore di lavoro ciò implicherebbe […] di eliminare dalla base imponibile dell’Irap la componente del costo del lavoro rappresentata dai contributi a carico del datore di lavoro […] Per quanto riguarda lo sgravio promesso ai lavoratori, le ipotesi sul tappeto possono essere ovviamente le più diverse. Nel loro caso, infatti, l’intervento non è finalizzato a una riduzione del costo del lavoro, ma al sostegno delle retribuzioni nette. Può quindi interessare il fronte fiscale, ad esempio in forma di restituzione del fiscal drag……>>.

A questo punto mi fermo perché è apparso uno spettro, il fiscal drag , che dovrebbe procurare una fitta dolorosa a tutti i lavoratori.

Sempre in rete trovo questa definizione del fiscal drag:

<<In un imposta progressiva, come l’Irpef, l’imposta media aumenta all’aumentare del reddito monetario. Quando si ha inflazione, un aumento del reddito monetario non comporta un pari aumento del reddito reale […] Ma il sistema tributario non tiene conto di ciò, e tassa l’individuo di più (perché ha un reddito più alto) considerandolo più ricco. L’aumento di tassazione indotto dall’inflazione si chiama fiscal drag e discende da due fattori: 1) una quota sempre più ampia del reddito è assoggettata ad aliquote (marginali) più elevate; 2) il valore delle detrazioni e deduzioni d’imposta per tipologie di redditi, per carichi familiari, ecc., non è indicizzato all’aumentare dei prezzi e quindi diminuisce, in termini di potere d’acquisto, quando vi è inflazione.>>

A partire dalla Finanziaria 2001 la restituzione del fiscal drag ha cessato di esistere; si tratta del periodo che ha visto l’introduzione dell’Euro, con l’Istat impegnato nella più imponente falsificazione di dati sull’inflazione che la storia della Repubblica ricordi. A suo tempo alcune associazioni di consumatori avevano provato a quantificare l’effettiva perdita di potere d’acquisto di salari e stipendi. Sarebbe interessante che questi sindacati consumatori provassero a valutare l’autentica gigantesca grassazione operata ai danni dei lavoratori in questi anni col mancato recupero del fiscal drag.

Un mio collega, operaio comunale, ormai prossimo alla pensione, sentendo parlare del “cuneo” (l’elemosina dopo il salasso) mi ha fatto osservare che aveva un forte sospetto riguardo al posto in cui ce l’avrebbero “inserito”. Chissà…..

 

06.10.2006

I TARTASSATI (2) (di Franco D’Attanasio)

In effetti, come faceva notare una persona, a commento del mio articolo sulla questione dell’Irpef dal titolo “I tartassati”, bisogna tener conto di una ulteriore detrazione di cui verrebbero a beneficiare i lavoratori dipendenti, secondo quanto stabilisce l’articolo 13 della nuova legge finanziaria:

 "Articolo 13 (Altre detrazioni). 1. Se alla formazione del reddito complessivo concorrono uno o più redditi di cui agli articoli 49, con esclusione di quelli indicati nel comma 2, lettera a), e 50, comma 1, lettere a), b), c), c-bis), d), h-bis) e l), spetta una detrazione dall’imposta lorda, rapportata al periodo di lavoro nell’anno, pari a: a) 1.840 euro se il reddito complessivo non supera 8.000 euro. L’ammontare della detrazione effettivamente spettante non può essere inferiore a 690 euro; b) 1.338 euro, aumentata del prodotto tra 502 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 15.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 7.000 euro, se l’ammontare del reddito complessivo è superiore a 8.000 euro ma non a 15.000 euro; c) 1.338 euro se il reddito complessivo è superiore a 15.000 euro ma non a 55.000 euro. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 55.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 40.000 euro.”

Quindi nel caso considerato questa ulteriore detrazione ammonta, essendo il reddito complessivo pari a 27.830, ad euro 908,8, il che determinerebbe un’imposta netta di 5.132, a fronte di un’imposta netta relativa all’anno 2005 di 4.626; di conseguenza l’aumento di imposta sarebbe di circa l’11%, e non del 30% così come veniva fuori dai miei precedenti calcoli.

Comunque continuo a ribadire che questo è un tentativo di far chiarezza su un aspetto molto dibattuto in questi giorni, dato che, da parte di un po’ di tutti (mi riferisco in particolar modo al mondo dell’informazione) c’è effettiva incapacità in tal senso; e non è escluso che ci siano altri errori e mancanze, a noi può far solo piacere che ci siano persone pronte a segnalarceli.

MANIFESTO SULLA TERZA FORZA

(interventi di Franco D’Attanasio e Gianfranco La Grassa)

 

FRANCO: E’ necessario tentare di uscire da questa situazione politicamente bloccata, che vede l’Italia essere il vero cavallo di troia “piazzato” dagli USA in seno all’Europa, in funzione delle strategie di dominio della stessa potenza nordamericana. Concordo perfettamente con il fatto che bisogna sempre e comunque tendere al massimo sviluppo, che il problema, in tal senso, non sono le macchine ma il sistema delle relazioni sociali che ne ingabbiano l’uso e che finalizza la produzione al reperimento dei mezzi per le strategie di dominio. Bisogna, detto in altri termini, essere materialisti fino in fondo; non a caso quel che si proponeva il comunismo era di superare l’organizzazione sociale capitalista al fine di dispiegare lo sviluppo delle forze produttive al massimo grado, per liberare l’uomo dai bisogni materiali. Ora per Marx tutto sarebbe avvenuto grazie al fatto che il modo di produzione capitalistico avrebbe indotto una crescente proletarizzazione della popolazione e quindi una configurazione sociale fondamentalmente dicotomica (in questi aspetti La Grassa ci ha illuminato parecchie volte e quindi inutile aggiungere altro). Dato che queste condizioni di possibilità del rivoluzionamento del capitalismo (il che indusse Marx a dire che la rivoluzione è la levatrice di un parto già maturo in seno al modo di produzione capitalistico) non si sono verificate e non c’è nessun “indizio” che si possano verificare in un futuro non troppo lontano, allora chiaramente c’è necessita di arretrare (nel senso della pratica teorica ma anche politica) rispetto alle conclusioni di Marx e concentrarsi fondamentalmente sull’antiegemonismo. Ma gli strumenti che attualmente abbiamo per espletare, diciamo, questa funzione economica ma anche socio-politica sono di natura capitalistica con tutte le problematiche e le contraddizioni del caso. Ma come si suol dire “la lingua batte dove il dente duole”, e quindi, da anticapitalisti non possiamo non tornare sulla solita questione, vale a dire quella della trasformazione sociale nella direzione della piena cooperazione tramite la libera associazione di tutti i produttori, finalizzata al controllo pienamente cosciente, da parte degli stessi, delle proprie condizioni di esistenza, oltre che alla liberazione dalla schiavitù dei bisogni. Per La Grassa questa contraddizione è tutta insita nello sviluppo ineguale dei vari capitalismi a livello mondiale,  da ciò quindi discende la necessità di sviluppare una teoria adeguata a tal proposito. Concordo con questa posizione però io aggiungerei un altro aspetto (di cui mi sembra  avesse parlato Althusser) che forse potrebbe essere considerato alla base di questa contraddizione, vale a dire la mancanza di una teoria generale della transizione. Non a caso in Marx esistono due concezioni del modo di produzione capitalistico: una storico-aleatorio, l’altra essenzialista e filosofica (“Materialismo aleatorio” di  Dinucci). La prima “è presente in tutti quei passi del Capitale nei quali la nascita del modo di produzione capitalistico non è presentata come lo sviluppo necessario del modo di produzione feudale, ma come l’effetto di un incontro casuale tra il possessore di danaro e il proletariato spogliato di tutto, salvo che della propria forza lavoro.” Quindi “secondo questa prima concezione, un modo di produzione è un collegamento specifico che si istituisce tra elementi differenti, in seguito ad una serie di eventi aleatori”. La seconda concezione invece pone l’accento sulle dinamiche sociali (impersonali, oggettive) di continua riproduzione di quel rapporto originario, venutosi a stabilizzare ad un certo punto dello sviluppo storico. Il fatto è che Marx ha fondato la maggior parte delle sue analisi su quest’ultima concezione, il proletariato è rivoluzionario in base a delle leggi storiche oggettive (individuate dallo stesso pensatore), le contraddizioni intrinseche al modo di produzione capitalistico sono tali da produrre esse stesse le condizioni del suo superamento, in particolare il soggetto rivoluzionario; in definitiva si può dire che in Marx non c’è una teoria soddisfacente della classe e del suo ruolo nella transizione tra due modi di produzione. Questa debolezza perdura ancora oggi, non a caso per La Grassa la transizione verso un nuovo modo di produzione può prendere l’avvio solo quando lo scontro tra le varie frazioni della classe dominante raggiunge l’apice e si arriva alla resa dei conti finale per la vittoria definitiva di una di esse: una concezione che ha molti punti in comune con quella di Lenin. Ora ciò, sinceramente, non so se rappresenti più un bene o piuttosto un male, voglio dire, se forse non sia il caso di lavorare anche per il superamento di questa concezione, anche perché la storia ci ha insegnato (penso in particolare alle due guerre mondiali) che non è affatto sufficiente che i dominanti arrivino alla resa dei conti per dare la spallata definitiva al capitalismo, ma c’è necessità di un substrato socio-politico di una certo spessore su cui possa attecchire una nuova forma di società caratterizzata da rapporti di piena cooperazione a tutti i livelli. In questa ottica quindi, forse si potrebbe definire meglio l’antiegemonismo (con tutte le sue implicazioni teoriche e politiche) come una sorta di transizione alla transizione al comunismo. Questo anche per una maggiore chiarezza in merito a quelli che sono i nostri fini ultimi, che non sono appunto quelli di favorire lo sviluppo di una potenza imperialista in grado di efficacemente fronteggiare gli USA, ed eventualmente sostituirsi ad essi, ma appunto quelli della trasformazione dei rapporti sociali capitalistici.

 

RISPOSTA DI G. LA GRASSA

 

Caro Franco,

rispondo non al tuo pezzo sui “tartassati”, ma alle tue osservazioni sulla TF (terza forza). Prima però lasciami dire qualcosa sulla lamentevole situazione in cui ci troviamo. Ho ricevuto un certo numero di telefonate che mi hanno dato atto di aver previsto cosa sarebbe diventato questo centrosinistra, così come altre volte (almeno 3-4), nella mia ormai lunga “carriera”, ho previsto alcuni eventi non marginali in sede internazionale e nazionale. Tuttavia, tutti mi hanno “rimproverato” per essere stato preveggente, si, ma “per difetto”. E’ quello che mi è successo anche le altre volte in cui ho anticipato alcuni andamenti generali. Non ho una mentalità mostruosa e non posso arrivare a capire l’intero arco delle degenerazioni che si producono. In questo particolare caso, ho tenuto conto di avere a che fare con forze di sinistra (ivi comprese le più “estreme”) corrotte, vendute, rinnegate, serve dei vari centri economici e finanziari (anche stranieri). Che però si trattasse di una banda di criminali, non arrivavo a pensarlo. Ho usato spesso gli esempi della banda Al Capone o Frank Costello, ma in senso metaforico. Invece, in senso letterale, perfino Totò Riina o Provenzano non sono tanto peggiori di tutti questi bestioni di sinistra; non li nomino uno per uno per non incorrere in motivi di querela. Del resto se dico tutti, significa tutti (magari qualche eccezione ci sarà; ma attendo però che si renda manifesta). E sia chiaro che, in termini di degrado morale e intellettuale, i bestioni di cui sopra sono più pericolosi di qualsiasi delinquente comune.  

Quindi mi rassegno e passo volentieri alla parte teorica dove mi sento nettamente più a mio agio, e dove generalmente do il meglio di me, perché mettere le mani nella merda, e rimestarla, non è il mio forte. Tuttavia, confesso che non avrò oggi la stessa tensione teorica di altre volte, pensando in quale pozzo di liquame siamo caduti con questa sinistra. Come è solitamente mia abitudine, parto da una tua sola considerazione contenuta alla fine del testo; tu scrivi che l’antiegemonismo può essere considerato una sorta di “transizione alla transizione” (al comunismo). E’ bene essere precisi sul punto che ne coinvolge molti altri (da te toccati in parte nel tuo commento).

Antiegemonismo è espressione generale, che indica un certo atteggiamento di opposizione a chi è in quel momento al centro del dominio mondiale. In quest’epoca, tale posizione centrale è occupata dagli USA, e quindi l’antiegemonismo si identifica (ma rischia anche di confondersi) con l’antiamericanismo. E’ del tutto probabile che la preminenza del paese in questione duri a lungo, per cui potrebbe sembrare superfluo fare tanti discorsi in merito a simile problema; per molti decenni, con alta probabilità, dovremo essere antiamericani. Tuttavia, non è “innocente” dimenticare che, per quanto lunga sarà la congiuntura (un’intera epoca) di predominio statunitense, l’antiegemonismo non va identificato con l’antiamericanismo. Dobbiamo consegnare a generazioni anche decisamente future una teoria che consenta, quando sarà necessario, di passare ad un atteggiamento, che so, anticinese o antirusso o altro, a seconda di chi eventualmente assumesse il predominio dopo il possibile, e credo probabile, declino degli USA. Per di più, non si passa in genere da una centralità ad un’altra senza una intera epoca di contrasti tra la potenza già predominante, ormai declassata e contestata, e altre emergenti, tutte più o meno di pari forza. E’ quello che accadde per una settantina (all’ingrosso) d’anni, tra la fine ottocento e la seconda guerra mondiale, con declino dell’Inghilterra e passaggio della supremazia agli Stati Uniti. Anzi, nemmeno questo è esatto, poiché dopo il 1945 il mondo fu diviso in due (“imperialismo” e “socialimperialismo”, come si diceva allora con linguaggio assai impreciso); dunque, in realtà, la transizione dal policentrismo (imperialistico) al (sostanziale) monocentrismo statunitense si è prodotta in un buon secolo e più.

Oggi è difficile non notare che ci stiamo inoltrando verso un nuovo policentrismo, anche se questo passaggio è incerto, confuso, instabile, ecc. In ogni caso, quanto più ci avvieremo ad esso, e in modo probabilmente irreversibile (oggi non siamo a questo punto), una eventuale TF (come quella di cui parlo) non potrà essere così compattamente e in modo monocorde antiamericana; dovrà invece giostrare di nuovo – come fece il leninismo – all’interno delle diverse contraddizioni intercapitalistiche, divenute interimperialistiche. E’ necessario capire questo punto, altrimenti si abituano gli anticapitalisti a restare fermamente anti-USA in linea di principio, diventando poi degli ottusi servitori di altri “padroni” così come le destre-sinistre odierne lo sono del paese attualmente centrale. Poiché secondo quanto la storia ci ha insegnato – e anche la teoria – una possibile nuova “rottura” radicalmente rivoluzionaria avverrà in una fase policentrica (o almeno più vicina a questa configurazione geopolitica), nei famosi “anelli deboli” (nei punti di “catastrofe”, nel senso di Thom), quella che tu chiami “transizione alla transizione” (e che è, in ultima analisi, la rottura in oggetto) si verificherà più probabilmente in una fase storica in cui non ci sarà un preciso e univoco atteggiamento antiegemonico, poiché sarà invece necessario “navigare” entro le sempre più articolate contraddizioni (chiamiamole ancora interimperialistiche, cioè policentriche), approfittando delle situazioni in cui sono più favorevoli le condizioni della “catastrofe”. Un bel guaio se, in una contingenza simile, la cosiddetta TF si incaponisse contro gli USA, magari appoggiando la potenza più debole, in piena crisi e disfacimento (tipo Russia del 1917), “perdendo così l’autobus”.

A me fa specie che certuni parlino dell’Uomo, del Genere Umano, con discorsi lanciati in quell’Universale che riguarda i “secoli dei secoli”, e poi si limitino a predicare l’antiamericanismo in nome del fatto che almeno per alcuni decenni è probabile il predominio statunitense. Fra l’altro dimenticando che tale politica “anti” dovrà essere molto più polivalente e “ambigua” ben prima della fine del predominio in questione, quando già diventasse evidente l’inizio della fase policentrica. Non parlerei quindi, in senso stretto, dell’antiegemonismo come “transizione”; ne tratterei come di una politica (transitoria, dell’epoca monocentrica), che mira ad indebolire il centro dominante per accelerare l’affermarsi della diversa fase di scontro multilaterale, da cui possono (teniamoci sull’aleatorio, non sul deterministico) generarsi fenomeni di rottura. E anche dopo quest’ultima, dopo l’affermarsi provvisorio di una forza anticapitalistica, è solo possibile (non necessitato) l’inizio della transizione ad altra formazione sociale. Solo con tutte queste precisazioni, diventa accettabile la formula secondo cui l’antiegemonismo indicherebbe una “transizione alla transizione” ad un possibile “comunismo”; quest’ultimo essendo ancora tutto da definire e immaginare nei suoi tratti non più derivati, deterministicamente, dalla tradizionale analisi marxiana della dinamica del modo di produzione capitalistico; con il suo preciso “soggetto rivoluzionario” e le altre varie “cosette” che tu, e spero altri, conoscerete già in base alle mie critiche della suddetta analisi.

Quanto detto fin qui coinvolge però questioni più ampie e che non tratterò in questa sede: prima fra tutte quella teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi, che dovrà sostituire, spiegando anche teoricamente, quella “legge” marxiana dello sviluppo del modo di produzione capitalistico –  che malgrado tutto è ancora nella testa di tanti anticapitalisti, magari già in fase di netta evoluzione – secondo la quale il capitalismo tende all’omogeneizzazione progressiva del mondo e il capitale forma oggettivamente, contro di sé, le masse preparate al suo affossamento. C’è un punto cruciale su cui sono stato pesantemente frainteso; non da te ma sicuramente da altri (sentiti generalmente a voce). Sembra quasi che io abbia soltanto voluto indicare, come obiettivo di una TF, la creazione di un nuovo polo imperialistico (cioè, in primo luogo, capitalistico). A me sembra di essere stato chiaro, soprattutto nella parte finale del testo, ma voglio dare per scontato di non essermi spiegato bene. Lo farò con calma, e continuando a tornarci sopra, in futuro; qui pochi cenni.

Se qualcuno crede ancora alle masse con “naturali” sentimenti di rivolta – non generica e di insofferenza, bensì indirizzata in senso anticapitalistico – è ovvio che non posso discutere con costui; sarebbe il solito dialogo tra sordi, del tutto sterile perché, a mio avviso, ancorato ad una visione populistica della “rivoluzione sociale”. Se qualcuno crede che Chavez sia il modello del nuovo dirigente che affosserà il capitalismo, è inutile che ci confrontiamo; si tenga la sua credenza e vada al macello come sono sempre andati tutti gli “amanti del popolo”, ivi compreso quella degnissima persona che fu il Che; senza dubbio di grandissima statura morale, ma non “rivoluzionariamente efficiente” come Lenin e Mao, assai poco “eroi” ma molto “tosti”. Ricordiamoci il grande Brecht: “sfortunati quei popoli che hanno bisogno di eroi”; ecco uno che capiva le cose. Oppure, scendendo un po’ di livello, ricordo anche quel film (da cui ho tratto il “Popolo, buona notte” con cui termino il mio ultimo libretto), in cui Manfredi-Pasquino ha, ad un certo punto, la folgorazione: “ecco perché il popolo le abbusca sempre, perché c’ha er core”. Sarà bene mettere in moto qualche volta il cervello; con Woody Allen ripeterò che è “il nostro secondo organo preferito”, ma sta comunque un posto avanti “ar core”.

Parto dal principio, dal quale non credo recederò mai più, che la dinamica del modo di produzione capitalistico, lasciata alla sua spontaneità, crea oggettivamente la frantumazione della società in tante parti, in interazione conflittuale, a volte poco marcata e sorda, altre volte più acuta anche se, per certi periodi (storici, quindi non brevi), soffocata e “repressa” da determinate configurazioni ideologico-culturali che favoriscono l’egemonia di dati gruppi dominanti. Tale frantumazione si verifica sia in orizzontale (con creazione di tanti “separatismi corporatistici” anche negli strati della popolazione allo stesso livello nella “piramide sociale”) sia in verticale, dove non è netta la separazione tra dominanti e dominati, così come avveniva nel modello marxiano della tendenza ad un “punto finale” costituito dalla netta divisione tra “corpo lavorativo collettivo” (la stragrande maggioranza) e ristretto gruppo di rentier, di tagliatori di cedole, nuova classe signorile avulsa dalla produzione e puramente parassitaria come le vecchie classi feudali (proprietà di azioni al posto di quella della terra).

Esistono, con lo sviluppo del capitalismo, masse crescenti di quello che viene definito “ceto medio”, concetto-ripostiglio che tutto nasconde. E’ molto imperfetta anche la definizione di “lavoratori autonomi” (poiché obnubila un intero mondo di stratificazioni); eppure è migliore (o meno peggiore) di quella di ceto medio, che fa pensare, anche al suo più basso livello, a gente comunque benestante (magari modestamente), mentre invece intere fasce del lavoro autonomo stanno sotto alcuni livelli (tecnici, certe specializzazioni operaie, ecc.) del lavoro dipendente, salariato. La dinamica del modo di produzione capitalistico fa però di più; malgrado le onde cicliche, essa ha sempre condotto, secolarmente, ad un trend di accrescimento della ricchezza tale da consentire – pur nella divaricazione dei vari livelli di reddito – un miglioramento del tenore di vita anche per i più “diseredati”. Chi parlasse ancora di miseria crescente ad un polo (sempre più vasto) della società, è un perfetto imbecille. Anche in Cina e India, paesi in impetuoso sviluppo per nulla affatto “socialistico”, le tensioni nascono per il troppo diverso ritmo con cui cresce il tenore di vita nelle città (o in certe regioni) rispetto alle campagne (o altre regioni); ma tale tenore, con ritmi del tutto diversificati, è comunque in mutamento quasi ovunque. E’ in atto una autentica trasformazione sociale in quei paesi; e non saprei cosa pensare di chi mi venisse a raccontare che si tratta di una transizione al socialismo o comunismo.

Una TF che voglia porsi entro le varie contraddizioni interdominanti (intercapitalistiche) non può porsi il compito della “rivoluzione sociale” senza pensare alla dinamica capitalistica, così diversa da quella pensata dal vecchio marxismo, ancora contrabbandata da ristrettissimi gruppi di intellettuali (dalla bella vita, piena delle comodità capitalistiche) in combutta con piccole schiere di “schiuma” sociale, di disadattati, sempre presenti in ogni processo di sviluppo (soprattutto se veloce e in accelerazione com’è nel mondo attuale). La TF deve dunque porsi il problema della potenza con cui affrontare le contraddizioni, e il rischio di fare la fine del “vaso di coccio”, nel mondo tumultuoso dello sviluppo ineguale dei capitalismi; e tanto più quanto più ci avvieremo all’entrata nella fase di policentrismo. Si acuirà quindi quel contrasto, che pensavo di aver posto in perfetta evidenza, tra questa esigenza di potenza e quella della trasformazione sociale, per la quale, certamente, bisognerà fare appello alle “masse” (dei dominati), ma frammentate sia in orizzontale (corporatismi, autonomi e dipendenti, ecc.) che in verticale.

Per fare un esempio per cenni, l’URSS di Stalin adempì brillantemente ai compiti di potenza, ma credette (non in “mala fede”, solo per le fumisterie ideologiche incombenti sulla teoria marxista tradizionale) che questo fosse sufficiente a garantire anche la transizione (addirittura mondiale) al socialismo, partendo dalla sua “costruzione in un paese solo”. Non avesse però adempiuto ai compiti di potenza, sarebbe stata sfracellata. Tuttavia, bisogna ripensare tutto l’altro corno del dilemma, la trasformazione sociale; ma senza nasconderci – magari dietro la bella formuletta della “dialettica”  – che tra potenza e rivoluzione c’è netta e irriducibile contraddizione, da tenere sempre presente allo “spirito” nel mentre si opera per la “transizione” (quella vera). Per il momento qui mi fermerei, perché qui si apre la “questione vera”, quella che non risolveremo con intellettuali salmodianti e “masse” di spostati. Benissimo “er core”, ma orientato dal cervello.

Cari saluti e diamoci da fare

glg     

 

 

 

PICCOLO COMMENTO DI LA GRASSA ALL’ARTICOLO "I BUGIARDI AL POTERE (2)"

Mi consenti una piccola aggiunta (tra il serio e il….beh quasi faceto)? Se potessi scegliere, favorirei l’ascesa di Cofferati a Premier. Solo però come "ultima spiaggia" prima del diluvio. Il "cinese" è senz’altro intelligente, meno supponente e perciò indisponente di D’Alema. Inoltre, si è ultimamente accaparrato le simpatie di coloro che vogliono un po’ "d’ordine". E’ quindi il "migliore", anche per evitare il rischio di nuove elezioni nel momento in cui istituti di sondaggio assolutamente non schierati (almeno non appaiono tali) danno il centrodestra intorno al 53% dei voti. Con Cofferati, allora, eviteremmo il ritorno dell’altro "specchio", e perciò del gioco che dura da anni. Nel contempo, non risolverebbe nulla (non credo abbia fatto gran che a Bologna; figurati in una situazione miserevole come quella nazionale), e farebbe incazzare qualche fetta in più del "popolo di sinistra" con il suo moderatismo e i suoi riflessi d’ordine. Una "bella" soluzione, comincio quasi ad accarezzarla; e poi infine "après moi le déluge". Vogliamo lanciare "Cofferati for President"?Sto sostanzialmente scherzando; meglio precisarlo, con la gente che ci si ritrova in giro.
glg

I BUGIARDI AL POTERE (2)

Che i conti fatti da questi bravi tecnici governativi fossero ingarbugliati sino all’inverosimile lo si era ormai capito da tempo, il bandolo della matassa veniva nascosto sotto provvedimenti buttati lì a casaccio per calcoli che non potevano e non dovevano tornare. Si è urlato al dissesto economico dello Stato solo per poter agire secondo interessi ben precisi, la tecnica era quella di sparare cifre a cazzo per vedere un po’ "l’effetto che fa". Alla fine due conti li facciamo noi. 20 mld di introiti fiscali in più pagati dagli italiani e l’Istat che ieri ha annunciato un rapporto deficit-pil sotto il 3%. Allora?

Qualcuno si è già bruciato in questa vicenda e il governo Prodi ha i mesi contanti. Le bugie possono avere anche le gambe lunghe ma è bene, innanzitutto, saperle raccontare senza cadere in contraddizioni palesi alle quali poi si deve sopperire con la faccia di bronzo di chi nega pure l’evidenza.

Il governo è riuscito perfino a fare incazzare i sindaci di centro sinistra, arrivisti “transeunti” che dalle realtà locali preparano il grande balzo verso le istituzioni che contano. Pensate a Veltroni o a Cofferati, credete che questa sia gente che si accontenta della “ciotolina” comunale?

I Ds e la Margherita in primis, stanno già pensando a come liberarsi di Prodi, il professorone ne ha combinate abbastanza anche per loro, ma soprattutto ha viaggiato su binari “ultrapolitici” che hanno scontentato il ceto politico professionale abituato a concludere personalmente certi affari. Questi uomini si sentono minacciati  nella gestione del potere (l’unica cosa che sanno fare per quanto, come le galline, beccano sostanzialmente briciole), che, poi, è la ragione per cui uno diventa un figlio di puttana e si fa eleggere in parlamento.

E ancora, anni ed anni ad urlare sul conflitto d’interessi di Berlusconi per scoprire che i lestofanti sono distribuiti equamente a destra e a sinistra. “Prodi”tori che approfittano del loro ruolo per costruire una rete di relazioni "trasversali" e “deformare”, con i loro culetti stridenti che non si scollano dalle seggiole, gli scranni delle istituzioni. Ci dica Prodi, come mai durante il periodo in cui era alla Commissione Europea la sua Nomisma (società fondata da lui stesso nel 1981) ha ottenuto 64 contratti con Bruxelles per 8,4 mln di euro? Rovati “il solipsistico”, il misantropo della finanza, era amministratore della Ieffe S.p.a, a sua volta socia di Nomisma. Questo “infame” silente che fa le cose di soppiatto è amico di lunga data del professore ed è per questo che ha accettato di sobbarcarsi responsabilità che non erano solo sue. Oggi la Nomisma è presieduta dal ministro De Castro, altro consulente di Prodi quando era alla Commissione Europea. Per non parlare poi della società immobiliare “l’Aquitania” gestita dalla signora Franzoni in Prodi (collegata con una marea di altri finanzieri poco raccomandabili), che ha pure aderito al condono fiscale varato dal governo Berlusconi. Come lo chiamiamo questo se non conflitto d’interessi? Siamo seri per favore. Queste cose si sapevano già prima che la “grande” coalizione di centro-sinistra scegliesse Prodi quale proprio leader. Ma a che pensavano questi farabutti, a vincere le elezioni per spartirsi meglio il bottino? E noi qui a discutere se i partiti della cosiddetta estrema sinistra si sarebbero posti il problema di raddrizzare l’ago della bilancia sociale verso le classi disagiate. I politici comunisti hanno imparato subito la lezione, nel porcile si va per sguazzare. La ripulita gliela daremo noi, forse, se avremo la forza di mandarli tutti a casa.

 

LA CRISI DI AIRBUS

 

La vicenda Airbus sta prendendo una brutta piega, ieri la maglia nera della borsa è andata proprio a Parigi per Eads (- 4,1%) dopo i nuovi ritardi preannunciati nella produzione degli Airbus A380, con conseguente downgrade da parte delle principali banche d’affari. Naturalmente si sono subito levati gli alti lai degli economisti liberisti che, come da ipotesi di scuola, hanno imputano l’inefficienza di Airbus al controllo stringente da parte dei governi francese e tedesco, i quali stanno sacrificando la competitività dell’azienda in funzione di obiettivi “politici” e di salvaguardia dell’occupazione. Ancora una volta la colpa è della poca competizione e del troppo interventismo pubblico. Ovviamente, stiamo parlando di un settore strategico per l’Europa intera (e non solo per i due governi citati), quindi è giusto fare un discorso più ampio, meno “contabile” e avulso dalle fandonie sull’economia pura. In Italia si è fatto il diavolo a quattro per una compagnia telefonica (la quale, tuttavia, doveva essere solo svenduta agli amici di Prodi attraverso una falsa statizzazione) con la scusa della difesa degli interessi nazionali. I liberisti da strapazzo (e in malafede) non hanno certo denunciato la doppiezza del progetto prodiano (i cui sponsor sono finanziari) ma hanno utilizzato un argomento meno indisponente come quello del dirigismo statale, il tutto per non urtare la suscettibilità dei veri manovratori dell’operazione (leggi Goldman Sachs). Sono queste le occasioni in cui i tirapiedi del paese centrale si rivelano prodighi di consigli economici (che celano interessi comunque contrastanti).

Anche in questo caso, si va dagli assertori dell’intervento statale nella salvaguardia di settori importanti per la collettività (come se il problema reale fosse la natura giuridica della proprietà!), al solito consiglio “economicistico” di affidarsi alla mano libera e “invisibile” del mercato. Ma è proprio questa invisibilità che preoccupa. Sarebbe opportuno che, a questo punto, l’Europa giocasse finalmente una partita strategica senza gridare al reato di lesa maestà se i russi le chiedono di entrare nel consorzio che gestisce l’Airbus e, soprattutto, senza voler allontanare a tutti i costi la nostra Finmeccanica, che  si era mostrata scettica nella fase di "start up", quando decollarono le ambizioni europee in tale settore di punta (grazie alla poca lungimiranza politica dei nostri governanti, da sempre attenti a non cozzare contro gli interessi americani). Innanzitutto, occorre non dimenticare che anche la Boeing ha usufruito di copiosi aiuti statali (gli americani conoscono bene la strategicità del settore aeronautico, soprattutto per le ricadute in termini tecnologici). La guerra della Boeing all’Airbus è iniziata nel 2004 quando l’Ufficio del rappresentante del commercio Usa, su richiesta della Boeing, ha formalizzato le accuse a Airbus di fronte alla Wto; l’Unione europea, da par suo, ha rintuzzato le accuse del colosso americano perché pretestuose (ed il pretesto era proprio quello di mettere un freno alle ambizioni europee in tale settore). La disputa tra Europa e Usa si è concentrata in particolare su tre aerei: il Boeing 787 “Dreamliner”e gli Airbus A380 e A350.

Il 787 sviluppato da Boeing negli ultimi anni è un velivolo a lungo raggio che può trasportare da 223 a 296 passeggeri, è destinato a entrare in servizio nel 2008 con l’obiettivo esplicito di fare concorrenza all’ Airbus A330 e al A340. L’A380 è, invece, il velivolo dell’Airbus in questo momento sotto accusa a causa dei mille ritardi nelle consegne che stanno mettendo sul chi vive sia le banche d’affari che gli Stati che hanno già prenotato i velivoli (l’ordine più grosso è degli Emirati con 43 apparecchi). L’A380 con la sua fusoliera a doppio ponte e i suoi 555 passeggeri, ha l’obiettivo esplicito di soppiantare il Jumbo che detiene il titolo di aereo commerciale più grande del mondo. Infine, c’è l’A350 è una versione evoluta dell’A330 con una maggiore autonomia. Quest’ultima caratteristica tecnica, secondo i piani europei, dovrebbe “tarpare le ali” al Boeing 787 prima che questo possa prendere il volo. Gli americani, che non fanno della sana competizione un totem indissacrabile, hanno tirato fuori un contenzioso per cui Airbus riceverebbe, per lo sviluppo del suo grande aereo, un’infinità di aiuti statali. Da par loro, gli Europei hanno risposto che Boeing riceve aiuti di stato mascherati nella forma di contratti col Dipartimento della Difesa Americano, a questo vanno poi aggiunte le agevolazioni fiscali praticate dagli Stati che ospitano gli stabilimenti della compagnia (vedi Washington, dove la Boeing ha la sua sede principale) e anche da parte di paesi stranieri (vedi Giappone e Italia, le cui aziende aeronautiche realizzano parti del nuovo velivolo Boeing). Detto questo, dovrebbe meglio dipanarsi il quadro della situazione che, come al solito, cela dietro la “finzione economica”  una precisa strategia politica. Naturalmente i beceri economisti nostrani, idioti con un quoziente intellettivo A+++, tacciono su queste questioni e continuano a sostenere che il problema della compagnia europea è l’eccessivo dirigismo statale, il quale frena la “virtuosa” competitività delle aziende. Insomma, ci vogliono tutti un po’ più “ricardiani” e molto meno “listiani”, meglio il vino oggi che la rivoluzione industriale domani. La verità è invece un’altra. Chi può essere così facilone da credere che se l’Airbus producesse aerei cento volte migliori di quelli americani e a più basso prezzo, il Dipartimento della Difesa Americano rivolgerebbe all’Europa i suoi ordini? Mica ‘sti americani si fanno fottere dalla teoria dei costi comparati! No, loro la “Teoria” la propinano a noi.

Quindi si cerchi di fare meno gli ipocriti!  Nessuno dice che le cose vanno bene per Airbus, tuttavia si dovrebbe spingere la Eads (società controllante di Airbus) ad aprirsi ad altri governi europei, per esempio all’Italia con Finmeccanica e alla Russia che, attraverso la banca statale Vneshtorgbank, aveva già chiesto di entrare nel consorzio aeronautico europeo. Airbus e Boeing si stanno, infatti, contendendo il rinnovo della flotta della compagnia di bandiera russa Aeroflot che, in questo momento, sta giocando su due tavoli. Di fatti, la compagnia russa ha, a questo proposito, annunciato l’intenzione di acquistare da Boeing ventidue Boeing 787 Dreamliner, e da Airbus ventidue A350. Per ora sono alla pari, ma se la Eads optasse per l’integrazione dei russi nel consorzio, quanto meno la partita potrebbe finire diversamente. Ciò non deve però distogliere dai problemi della Airbus, che pure sono concreti e di diversa natura. Esistono forti diatribe tra Francia e Germania, i due partner principali che detengono l’80% di Eads, mentre la British Aerospace ha già annunciato che venderà la propria quota. Ora che gli inglesi si tolgono di torno è meglio che ne approfitti un paese europeo con intenzioni di autonomia e rilancio della compagnia. I discorsi economici li faremo dopo l’ eventuale rafforzamento di queste alleanze.

Vi rimandiamo ad un articolo apparso su Corriere.it al seguente link http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/10_Ottobre/04/airbus_taino.html

I TARTASSATI ( di Franco D’Attanasio)

Nel bel mezzo di questo gran casino sulla legge finanziaria, in special modo di quello scoppiato a riguardo della diatriba se paghino o no di più i ceti medi, se effettivamente c’è stata o meno una pur minima redistribuzione della ricchezza ecc. ecc…, capendoci effettivamente ben poco, sia perché sono ignorante in materia  e sia perché la stragrande maggioranza dei mezzi di (dis)-informazione lavora a pieno regime per far in modo che il popolo rimanga sospeso e sia condannato a rimanere in uno stato confusionale permanente, di modo che i potenti, continuando a recitare le parti che questa “democrazia” conferisce loro, possano continuare ad imperversare e ad “ingrassare” senza più ritegno alcuno né senso della misura, nel bel mezzo di un periodo di vero e proprio decadimento culturale, morale ed etico, mi sono preso la briga di cercare di capirci qualcosa facendo una piccola ricerca.

Bene, son partito da un caso concreto (che poi sarebbe il mio) di un impiegato metalmeccanico di sesto livello con moglie e figlia (una) a carico. Ho preso il modello 730 relativo ai redditi dell’anno 2005 ed il testo integrale della legge finanziaria 2007. Quest’ultimo recita al Capo II (DISPOSIZIONI IN MATERIA DI IRPEF E DI ASSEGNI PER IL NUCLEO FAMILIARE) quanto segue:

“Art. 3 (IRPEF) 1. Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 3, relativo alla base imponibile, nel comma 1, le parole "nonché delle deduzioni effettivamente spettanti ai sensi degli articoli 11 e 12" sono soppresse; b) l’articolo 11 è sostituito dal seguente: "Articolo 11 (Determinazione dell’imposta). 1.

L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito: a) fino a 15.000 euro, 23 per cento; b) oltre 15.000 euro e fino a 28.000 euro, 27 per cento; c) oltre 28.000 euro e fino a 55.000 euro, 38 per cento; d) oltre 55.000 euro e fino a 75.000 euro, 41 per cento; e) oltre 75.000 euro, 43 per cento.”

Il mio reddito complessivo relativo all’anno 2005, così come risulta dal modello 730, ammonta ad euro 27.830, gli oneri deducibili ad euro 23, la deduzione per la progressività dell’imposizione (art. 11 del TUIR) ad euro 1.642, la deduzione per oneri di famiglia (art. 12 del TUIR) ad euro 4.402. Da ciò deriva un reddito imponibile di euro 21.763 su cui applicare la vecchia aliquota (26%), per ottenere così un’imposta lorda di 5.005. A questo punto consideriamo l’articolo 3 così come è stato modificato, in particolar modo la parte in grassetto: volendolo applicare al reddito complessivo sopra considerato, il reddito imponibile dovrebbe ammontare a: 27.830-23=27.807, poiché non dovrei considerare più le altre deduzioni in base appunto a quanto stabilito nell’art. 3. Ora applichiamo la nuova aliquota (27%) per ottenere così un’imposta lorda di 7.507,89. Quindi la nuova imposta lorda, considerando la nuova aliquota e le modifiche dell’Art.3, è aumentata di 2.502,89. Ma a questo punto bisogna considerare le detrazioni per il coniuge e figli a carico che la nuova legge finanziaria ha reintrodotto, e che nella dichiarazione dell’anno 2005 non risultano. Il testo della legge finanziaria a tal proposito riporta quanto segue: “dall’imposta lorda si detraggono per carichi di famiglia i seguenti importi: a) 800 euro per il coniuge non legalmente ed effettivamente separato. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 80.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 80.000 euro; b) 800 euro per ciascun figlio, compresi i figli naturali riconosciuti, i figli adottivi e gli affidati o affiliati. La detrazione è aumentata a 900 euro per ciascun figlio di età inferiore a tre anni…… La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 95.000 euro, diminuito del reddito complessivo , e 95.000 euro;…” Quindi nel nostro caso dovremmo procedere in questa maniera per stabilire l’ammontare delle detrazioni:

1)    coniuge: (80.000-27.830)/80.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 521,7;

2)    figlio: (95.000-27.830)/95.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 565,64;

il totale delle detrazione è quindi pari a 1.087,34. L’imposta netta risulta essere quindi, in base alla nuova legge finanziaria, 7.507,89-1.087,34 (detrazioni per figlio e coniuge a carico)-379(altre detrazioni)=6.041, a fronte di un’imposta netta di 5.005(imposta lorda così come risulta dal calcolo relativo al 2005)-379(altre detrazioni)=4.626. Quindi secondo il nuovo metodo di calcolo subirei un aumento di imposta di 6.041-4.626= 1.415, vale a dire +30% rispetto all’anno 2005.

Ora molto probabilmente il mio calcolo è errato in qualche parte, poiché non penso che un reddito di 27.830 possa subire un incremento di imposte di tale entità, ma quello che mi chiedo e vi chiedo, è vero, come si accaniscono a ribadire soprattutto i vertici sindacali confederali, che i redditi al di sotto di 40.000 euro non vengono toccati con la nuova legge finanziaria perlomeno nella parte del prelievo dell’Irpef? Una sola cosa sembra essere certo, e cioè che i redditi da 80.000 euro in su non potranno beneficiare delle detrazioni per figli e coniuge a carico, per il resto è difficile fare dei raffronti con il precedente sistema del prelievo dell’Irpef, proprio perché sembra sia cambiato il metodo di calcolo del reddito imponibile in base alla quale si stabilisce la relativa aliquota.

Comunque rimane vero il fatto che la questione dell’Irpef è solo una piccola parte di tutta la finanziaria che prevede sostanziosi tagli alla spesa sociale, che è rimasta di una entità quasi pari a quella stabilita da tempo, già prima dell’accertamento dell’aumento delle entrate fiscali di 16 miliardi; dove sono o andranno a finire questi soldi, dato appunto che l’entità della manovra è rimasta la stessa?

1 550 551 552 553 554 562