GRANDE FINANZA+INDUSTRIA DECOTTA+CETO POLITICO PROFESSIONALE=SISTEMA ITALIA

 

Gli ultimi episodi della telenovela Telecom, con il colpo di “genio” di Tronchetti-Provera che tenta di accordarsi con gli americani di AT&T per strappare 2,82 euro ad azione nelle cessione della più grande azienda di telefonia italiana, ha portato nuovamente allo scoperto gli intrighi (la metis) con i quali la Grande Finanza nostrana tenta di controllare tutte le risorse del nostro sistema-paese. Il ceto politico professionale, supino ai grandi gruppi finanziari, con quello di centro-sinistra che è un vero campione di servilismo ammantato d’intellettualismo e di culturalismo “museale”, ha invocato gli interessi supremi della nazione a tutela della discesa dello straniero. Montezemolo, pur discettando sulle grandi “virtù” del mercato, ha sostenuto che il sistema-paese non ne viene fuori bene da questa vicenda, vi è un ulteriore indebolimento dell’Italia con la perdita di un’impresa chiave per i futuri assetti strategici del sistema a tutto vantaggio di concorrenti stranieri. Montezemolo… non s’acquieta  mai, dopo tutti i regali che ha ricevuto dal governo di centro-sinistra! Ha voluto dire la sua anche sul “tesoretto” rinveniente dalle maggiori entrate fiscali, con il segretario di RC Giordano che ha finalmente palesato la nuova via al socialismo del XXI secolo: i capitalisti verranno annientati attraverso un’ overdose di finanziamenti pubblici. Voilà la coerenza rifondarola.

Qualcuno più ardito ha ribadito che questo è il mercato (bellezza!), accade qualche volta di dover tener fede alle sue regole, alle regole della concorrenza che in questo momento vedono gli americani in vantaggio sulle banche italiane, le quali erano già pronte a pregustare l’ennesimo boccone da ottenere con pochi “spiccioli” e la solita compiacenza politica (viva i paladini dell’italianità!). Ci avevano già provato (con in testa la Sanintesa di Bazoli, il padrone di Prodi) qualche mese fa con l’aiuto della solita politica e con un piano (quello Rovati-Goldman Sachs) che le avrebbe messe in condizioni di dare a tutta l’operazione un’aurea di statizzazione grazie alla presenza della CDP (avrebbero peso due piccioni con una fava, da un lato il controllo dell’azienda di tlc e dall’altro l’imprimatur dei soliti allocchi che vedono nel pubblico il miglior contemperamento degli interessi della collettività). Ma il problema, come abbiamo più volte ripetuto, non è nella forma giuridica della proprietà, ci sono imprese come la Finmeccanica che, per quanto a maggiore partecipazione pubblica, sono in grado di aggredire il mercato, di muoversi strategicamente su più scenari e di farsi valere anche all’estero senza poggiarsi alla stampella statale, e poi ci sono imprese private come la Fiat che drenano risorse allo Stato, chiedono condizioni di favore sul mercato interno ed alle prime difficoltà impongono agli organi politici di socializzare le perdite (perché è questo che avviene quando lo Stato paga la mobilità lunga della Fiat) dopo che non sono stati in grado d’investire con lungimiranza i profitti (privati).

Ma quando, come nel caso di Telecom, i coperchi volano in aria per la troppa pressione (leggi interessi contrastanti) si può guardare più facilmente nelle pentole, e non sarà complicato capire cosa si nasconde dietro le ricette di questi capitalisti da strapazzo. Chi non ricorderà Tronchetti-Provera mentre, in una comunicazione interna ai dipendenti, ripeteva infastidito che la Telecom era un’azienda sana, che nella Telecom non si spiava nessuno e che tutto procedeva per il meglio. Tronchetti doveva, invece, pararsi il culo quotidianamente perché era ossessionato dai nemici, si era trovato a gestire una grande impresa con un pacchetto di maggioranza infimo (18% tramite Olimpia) controllato attraverso un complesso gioco di scatole cinesi che, comunque, non lo metteva al riparo da eventuali scalate. Tronchetti teneva sotto stretta osservazione persino il presidente dei piccoli azionisti tanto temeva di essere buttato fuori da un’azienda nella quale giornalmente distruggeva valore. E poi si guardava bene anche dai suoi stessi “falsi fratelli”, i suoi compari dell’establishment, pronti a fargli le scarpe al primo abbassamento degli scudi (è il conflitto strategico interdominanti bellezza!).

Oggi che molte cose sono venute allo scoperto, adesso che diviene più difficile nascondere il modus operandi del nostro capitalismo, molti imprenditori si decidono a parlare. Ieri (07.04.07) su Libero è stata pubblicata una succosa intervista all’ex Presidente di Confindustria Antonio D’Amato il quale si è lasciato andare ad uno sfogo sensatissimo sul funzionamento del sistema-Italia. Ne’ più ne’ meno delle cose che andiamo ripetendo da mesi sul blog circa l’esistenza di un nucleo duro finanziario-industriale che controlla il ceto politico-professionale tanto di destra che di sinistra, questa "accolita" finanziaria che gode di privilegi insormontabili e che declina, secondo le sue strettissime esigenze, la politica economica di questo paese. Certo noi del blog non abbiamo mai pensato che le regole del mercato fossero la soluzione ai problemi del capitalismo italiano, né, tanto meno, per dirla alla Hobson, che esiste un discrimine certo tra concorrenza leale e concorrenza sleale, tuttavia certi aspetti erano così palesi che solo il comunista medio-identitario non li vedeva (o non li voleva vedere). Innanzitutto D’Amato parla di un vero e proprio sistema duale che favorisce il vecchio establishment e strangola il resto dell’imprenditoria italiana. La vicenda Telecom ha tirato in ballo questi grandi interessi, nonché il favore giornalistico che li accompagna poichè tutta l’editoria italiana è nelle loro mani. In secondo luogo, la vicenda Telecom ha portato alla luce, se mai ce ne fosse stata necessità, gli intrighi banco-industriali-pilitici-editoriali sul quale si regge il sistema-Italia. Volendo riportare il tutto nel nostro linguaggio esiste un connubio strettissimo tra Grande Finanza Industria Decotta (+apparati politico-statali) che sta asfissiando il nostro paese per ragioni di sopravvivenza propria e che sta costringendo l’Italia ad una decadenza irrefrenabile. Parola di Antonio D’Amato. D’Amato è un fiume in piena, se la prende con questo sistema “banco-industriale” arroccato dietro il cosiddetto salotto buono, che di buono e di nobile non ha proprio nulla. I metodi attraverso i quali questi lestofanti hanno agito e continuano ad agire sono ben più che risaputi: ferrei patti di sindacato (vorremmo ricordare che i patti di sindacato sono una creatura tutta italiana e  un’invenzione del “Grande Vecchio” della finanza, Cuccia) che rendono inattaccabili all’esterno le maggiori imprese spesso detenute attraverso pacchetti azionari di minoranza, complessi sistemi di scatole cinesi, ricatti espliciti nei confronti dei recalcitranti e degli imprenditori non allineati, grandi risorse distratte dagli investimenti per corrompere e fare pressione sugli organi di vigilanza del mercato, sulla politica, sull’editoria, ecc. ecc.. Inoltre, mentre all’ estero questi gruppi sono spesso costretti a dismettere le proprie partecipazioni per incapacità ad aggredire il mercato e per assenza di politiche industriali con conseguenti irretimenti provenienti da lunghissime catene del debito, in Italia continuano a conquistare potere perché agiscono come vere e proprie mafie (ed ogni tanto ci scappa pure qualche morto). D’Amato fa anche presente che il gruppo di potere che governa l’Italia, stretto nel patto di sindacato di RCS, si serve abilmente di un ceto di produttori di ideologia (giornalisti e intellettuali) attraverso i quali si garantisce o il silenzio o i facili ditirambi. Basta guardare alla Fiat pre-ripresa la quale, nonostante fosse sull’orlo del fallimento, non pensò mai di dismettere la propria partecipazione nel Corriere della Sera-RCS poichè da lì poteva ancora lanciare minacce, avvertimenti, invettive, il tutto al fine di determinare il clima più adatto per ottenere ulteriori aiuti di Stato e il consenso dell’opinione pubblica. L’establishment “mediatizzato”, così lo chiama D’Amato.

A questo sistema di potere non ha potuto resistere nessuno, persino la politica si è accodata in maniera perfettamente trasversale, da destra a sinistra. Quest’ultima ha sicuramente le responsabilità maggiori nell’attuale sfacelo industriale, per il sostegno dato al sistema banco-industriale che disgrega il sistema-paese. Dapprima si è data la possibilità alla SanIntesa di spadroneggiare nel campo finanziario, poi si sono favoriti i soliti industriali decotti, con Montezemolo che agitava una mano in segno di protesta mentre con l’altra arraffava lo “scivolo” pensionistico, la rottamazione, il cuneo fiscale ecc. ecc.. Ma perché se un’azienda è davvero risanata ha ancora bisogno della stampella statale?

Se la Telecom si trova in queste condizioni è perché, dopo la sua privatizzazione, si è agito con lo stesso sistema binario di sempre, favorendo i soliti gruppi di potere collegati a doppio filo ai potentati politici, così è potuto accadere che Tronchetti-Provera si è trovato padrone di una delle più grandi aziende italiane con un investimento proprio dello 0,6%. Ma mentre Tronchetti distruggeva valore dov’erano le autorità di vigilanza? E le banche che detenevano le partecipazioni? E la stampa sempre tanto attenta al conflitto d’interessi di Berlusconi?

Secondo D’Amato, da come queste banche si muoveranno in questi giorni si potrà capire se davvero ci sarà un’inversione di tendenza (povero illuso!). Forse la soluzione migliore sarebbe quella di un OPA alla luce del sole che tenga conto anche degli azionisti di minoranza. Per noi la soluzione migliore è un bel repulisti che ci sbarazzi di questo ceto politico asservito alla GF e alla ID.

Nel bailamme dei colpi di scena anche l’uomo che Tronchetti aveva posto alla presidenza di Telecom è stato cacciato. Quel Guido Rossi salvatore della patria (chiamato a rapporto tutte le volte che qualcosa si rompe nei meccanismi oliati di questo sistema di potere) che oggi sbatte la porta disgustato sostenendo che si è in clima da Chicago anni ’20, per cui sarebbe necessario l’intervento della magistratura. Perché non dirlo prima mentre s’immergeva nelle scartoffie di Telecom? Bella scoperta, caro Sig. Rossi, peccato che queste bande rivali di lestofanti ti chiamano ogni volta che cominciano a litigare tra loro, come mai? E perché tutte le volte accetti i compensi che questi contrabbandieri corrotti ti promettono? Ti considerano un “amico” e non sputare nel piatto dove mangi, orsù fai il bravo che tanto qualche altro “scandaletto” scoppia e tu, di nuovo, potrai mettere le cose a posto. Naturalmente ben retribuito.

I VERI STATI CANAGLIA

 

Gli Stati Uniti sono preoccupati per la sicurezza dell’Europa, temono che i futuri missili con testata nucleare dell’Iran e della Corea del Nord possano un giorno arrivare a colpire l’Europa e attentare alla stessa sicurezza degli USA. Il problema è che mentre l’Iran questi missili non li ha ancora (un ancora che per i più ottimisti equivale per lo meno ad un altro decennio) la Corea del Nord sta già negoziando con le potenze occidentali per ridurre il suo “misero” arsenale nucleare (bombe in cambio di aiuti economici). Allora? Allora qualcosa non quadra e l’insistenza americana per lo scudo europeo, con altre basi USA disseminate sul suolo del vecchio continente, deve avere necessariamente altri scopi. I veri obiettivi statunitensi sono la Russia di Putin e la Cina di Hu Jintao.

La cosa scandalosa è che l’Europa non sta mettendo becco nei piani americani di difesa antimissilistica, mentre permette ai singoli Stati di negoziare in proprio aspetti riguardanti gli assetti strategici dell’Europa intera.

Esiste un ventre molle nel nostro continente, dei veri e propri “Stati Canaglia” che pur facendo parte dell’UE a tutti gli effetti, sono sotto diretta influenza di Washington. Ed è proprio in questi paesi che gli USA stanno giocando i loro assi nella manica. Questi paesi si chiamano Romania, Polonia, Repubblica Ceca e, fuori dall’UE ma non fuori dall’area Europea, la Slovacchia ed altre piccole Repubbliche dell’ex URSS.

In Polonia si costruirà una base militare con dieci missili balistici in quanto parte integrante del sistema NMD (National Missil Defence), la difesa antimissilistica satellitare americana. A questa base sarà direttamente collegata un’altra postazione Usa nella Repubblica Ceca che fungerà da sistema radar integrato. Qualora le cose non dovessero filare lisce in questi due paesi esistono già altre candidature che vanno dalla Slovacchia alla Romania (con quest’ultima dettasi già disposta ad ospitare gli americani se gli italiani dovessero respingere la proposta di allargamento della base di Dal Molin).

Vorremmo ricordare che Polonia e Repubblica Ceca stanno anche sostenendo, con ampi contingenti, gli sforzi militari americani tanto in Afghanistan che in Irak. La Polonia ha attualmente novecento soldati sugli scenari irakeni, mentre sono un centinaio quelli cechi. La Polonia ha recentemente inviato mille soldati in Afghanistan mentre la Repubblica Ceca s’appresta a fornire elicotteri e armi alle forze d’occupazione in quel paese.

Tuttavia non si deve pensare che tutti i polacchi e tutti i cechi siano d’accordo con l’azione dei rispettivi governi, anzi! Anche lì, come a Vicenza, stanno organizzando delle proteste veementi per impedire agli americani di piazzare le proprie basi. Ma i governi continuano a decidere sulla testa dei popoli, all’est come altrove. Naturalmente ogni protesta è messa a tacere dall’apparato mediatico di questi paesi “neo-democratici”, i quali lasciano passare solo le informazioni “buone”, quelle sulla crescita economica o quelle sull’innalzamento del PIL. C’è da dire che anche in questi paesi destra e sinistra sono abbastanza trasversali nell’appoggio agli Usa, si distingue qualche voce isolata nei singoli partiti ma il gioco degli specchi riflettenti vale nell’est dell’Europa proprio come nel “cuore” del vecchio continente. Persino i Verdi cechi non hanno avuto nulla da ridire sull’impiantamento delle basi USA, anzi il partito ha rigettato una mozione che richiedeva un referendum popolare sulla questione. Per quel che riguarda i socialdemocratici (oggi all’opposizione) hanno fatto sapere di essere favorevoli alla base radar ed in cambio, il primo ministro ceco, si è detto disposto a dar loro una partecipazione attiva nei più importanti obiettivi della politica di governo (il solito do ut des tra sicofanti, ed in culo alla volontà popolare!). In realtà i socialdemocratici non avrebbero potuto fare diversamente dato che le trattative con gli Usa furono intavolate proprio mentre erano loro al governo (mutatis mutandis è ciò che è accaduto anche in Italia a schieramenti invertiti).

In Polonia le cose vanno anche peggio date le buone relazioni che questo paese manteneva con Theran. L’ex ministro polacco della difesa Sikorski è stato silurato per aver fatto notare questa incongruenza e per aver avanzato delle critiche nei confronti di un governo che voleva svendere la sovranità nazionale.

Naturalmente Mosca sta facendo sentire la sua voce nei confronti dei governi filo-americani che tentano di portarle il nemico in casa. Putin non si è fatto intimorire ed ha lanciato il suo avviso agli Usa e alla loro aggressività geopolitica. Anche Il generale russo Nikolai Solovtsov ha minacciato apertamente i governi di questi paesi ed ha affermato che i siti dove verranno istallati i missili Usa saranno considerati un obiettivo potenziale per i missili russi. Ma la tensione è continuata ancora a salire quando si è appreso che il Caucaso (il riferimento specifico è alla Georgia, qui gli USA hanno favorito l’ennesima rivoluzione arancione) diveniva un’area d’interesse strategico statunitense nella costruzione della difesa missilistica integrata.

Questa situazione rende l’Europa politica ancora più precaria di quello che già è. Donald Rumsfeld, nel 2003, aveva tentato di dividere l’Europa in “vecchia” e “nuova”. La vecchia Europa era quella inetta che ancora troppo legata alla propria autonomia (per quanto timida) non si mostrava disposta a cooperare pienamente con il governo americano. La “Nuova Europa” era invece costituita da tutti quegli Stati che stavano accettando di collaborare con il governo americano nella guerra al terrore fondamentalista senza se e senza ma.

Le poche critiche piovute sugli “Stati Canaglia” europei, soprattutto da parte tedesca, sono state subito rispedite al mittente con argomenti pretestuosi e puerili, il primo ministro ceco è arrivato ad accusare il ministro degli affari esteri tedesco di essere semplicemente invidioso perchè gli USA avevano scelto la Repubblica Ceca per la base scavalcando la Germania.

Anche la Slovacchia ha accettato il posizionamento di una base radar sul proprio territorio, questa opzione secondaria resterà aperta fino a che non arriverà la certezza dell’accordo con Polonia e Repubblica Ceca.

Di fronte a questa situazione si avverte ancora di più l’assenza di una politica unitaria dell’Europa. Francia e Germania non sono andate al di là di piccoli rimbrotti. Angela Merkel si è guardata bene dal sollevare la questione della difesa antimissilistica USA al summit dell’UE a Bruxelles malgrado qualche governo ne avesse fatto richiesta. Nonostante l’atteggiamento americano stia attaccando le regole esistenti sul disarmo nucleare, nessun governo agisce con la fermezza che sarebbe necessaria in casi come questi, così si sta determinando una nuova corsa agli armamenti da parte di tutte le potenze che non vogliono trovarsi inermemente sotto il dominio statunitense. Per di più, questo affronto diretto nei confronti della Russia sferrato dal suolo europeo sta mettendo a rischio le relazioni politiche ed economiche (materie prime ed approvvigionamento energetico in primis) tra l’UE e Mosca. Infine, il fatto che gli americani partano sempre più spesso dai siti europei per le proprie guerre incrementa la responsabilità europea in tali conflitti, tanto che diviene sempre difficile tirarsi fuori unilateralmente.

 

 

DISCORSO SULLA DEMOCRAZIA ED ALTRE FACCENDE (di M. Tozzato)

 

Premetto una sola breve considerazione riguardo all’ultimo ampio intervento di La Grassa sulla democrazia e la Costituzione. Nonostante la consapevolezza generalizzata dell’enorme distanza che separa la democrazia degli antichi da quella dei moderni si continua a parlare, o meglio ad usare espressioni, che danno credito all’esistenza di una democrazia in generale, concetto  universale del tutto astratto, incapace cioè di concretizzarsi , di darsi forma reale in qualsiasi maniera possibile. Per utilizzare una espressione kantiana, che mi pare adatta, si cerca, per lo più, di presentare la democrazia come una specie di idea regolativa che dovrebbe servire per effettuare progressive approssimazioni a forme di organizzazione politica capaci di rispettare la regola generale dell’ eguale accesso agli strumenti, funzioni e ruoli di potere per tutti gli individui facenti parte di una determinata comunità. In realtà   la storia del pensiero e la filosofia politica hanno tutto il diritto di portare avanti uno studio comparato delle istituzioni, del rapporto governanti-governati, della costituzione in forma politica delle classi sociali attraverso forme rappresentative, economico-corporative, tributarie ecc. Nell’epoca contemporanea, però, per gli scopi dell’analisi della società attuale, diventa fondamentale ricostruire, con la maggiore precisione possibile – a partire dall’età moderna e soprattutto dalla prima rivoluzione industriale – le forme storiche in cui “il miglior involucro politico per la formazione sociale capitalistica” si è manifestato. Il costituirsi della democrazia borghese a partire dall’inizio del XIX° secolo e poi la nascita di svariate tipologie di democrazie capitalistiche post- borghesi, certamente in relazione, anche se non precisamente identificabile, con il passaggio di cui parla La Grassa alla società dei funzionari privati ( e “pubblici”) del capitale deve prescindere da qualsiasi illusoria ipotesi di un processo di democratizzazione che magari  iniziando, come proponeva il grande Lukacs,   dalla vita quotidiana possa inverarsi come una specie di anticamera politico-istituzionale del “socialismo”. E certamente è ancora della massima importanza tener conto anche di quello che il filosofo e storico Domenico Losurdo va ribadendo da anni riguardo alla natura fondativa per la cosiddetta democrazia di fortissimi e necessari meccanismi di esclusione, questi sì molto diversi morfologicamente nei vari periodi storici, creati attraverso apparati ideologici e/o coercitivi e mantenuti attraverso la costruzione di consenso tramite controllo delle devianze , intese come possibili embrionali forme di conflitto destabilizzanti per il mantenimento del modello sistemico. La democrazia, ancora con Losurdo che legge Schmitt, ha inoltre bisogno di convivere con tipologie di stati di eccezione a volte, anzi quasi sempre, trasformati e mistificati, tali da divenire condizione per dar luogo a  provvedimenti amministrativi e di polizia “ragionevoli”, “umanitari” ecc. all’interno e/o all’esterno del sistema-paese statuale.

 

E adesso proviamo a impostare alcune osservazioni sul rapporto ISAE dello scorso 27 marzo. L’inizio è veramente “brillante”:<<il possibile ritorno verso dinamiche annuali più robuste>> del PIL, ovvero <<leggermente inferiori al 2%>>, non possono ritenersi<< disprezzabili se si tiene conto del periodo da cui si proviene e del fatto che, data la bassa demografia, tali andamenti corrispondono a evoluzioni di analoga entità nelle grandezze pro-capite.>> Comunque  in qualsiasi rabberciato manualetto di economia  mi pare si possa leggere anche  che, se l’incremento della produttività supera quello del PIL, come credo accada in questo periodo, debba diminuire l’occupazione e quindi, con una dinamica salariale tendente al ristagno, la redistribuzione verso l’incremento dei guadagni da capitale e imprenditoriali a scapito dei ceti dipendenti e del “piccolo lavoro autonomo” risulta decisamente molto forte.

Andiamo avanti:<<La ripresa italiana manifestatasi nel 2006 […] è naturalmente un fenomeno ciclico legato al risveglio europeo e al ritorno, dopo lunga latitanza, della locomotiva tedesca. Essa però trova un fondamento nel processo di ristrutturazione operato negli ultimi anni dalle imprese manifatturiere […] Da un esame dei dati disponibili emergono alcune caratteristiche essenziali, così riassumibili: 1) al contrario dei precedenti episodi di riorganizzazione (primi anni ottanta e inizio decennio novanta) non è stata nell’insieme di tipo labour saving […] ; 2) è stata di tipo inter-settoriale , accompagnandosi ad un certo ridimensionamento dei settori tradizionali (tessile, abbigliamento, cuoio, calzature, mobili e prodotti della casa), a una crescita di altri settori di specializzazione (meccanica strumentale) e di comparti a media tecnologia (alimentari, industria energetica, prodotti intermedi in metallo, carta-stampa) e a un’ulteriore contrazione relativa dell’alta tecnologia; 3) è stata anche di tipo intra-settoriale, comportando, come già avvenuto in passato in occasione dell’acutizzarsi della competizione dei paesi a basso costo, la scrematura delle imprese meno efficienti nelle industrie tradizionali e il conseguente spostamento di queste produzioni su fasce qualitative più elevate, maggiormente al riparo dalla concorrenza delle economie emergenti; 4) nonostante il ridimensionamento del peso dei settori dei beni di consumo del Made- in- Italy, non si è verificata una modifica del modello di specializzazione del paese relativamente ai partner industriali, rivestendo tuttora i comparti tradizionali in Italia, accanto alla meccanica strumentale e ad alcune produzioni intermedie, un ruolo proporzionalmente maggiore rispetto a quanto avviene nelle economie europee e negli altri sistemi con analogo grado di sviluppo; 5) i movimenti inter e intra-settoriali si sono accompagnati a una ricomposizione nella struttura delle imprese esportatrici, con un ricambio […] particolarmente intenso tanto nei settori che hanno sofferto maggiormente la crisi competitiva […], quanto in quelli caratterizzati da una migliore tenuta sui mercati internazionali.>> Speriamo che qualcuno non provi ad avanzare la tesi che il prestigioso Istituto di Studi e Analisi Economica che dovrebbe, penso, fondare i suoi “Rapporti” su una attenta analisi dei dati empirici e contabili, nella sua ricostruzione sintetica delle condizioni dell’economia italiana abbia ricevuto suggerimenti dal blog RipensareMarx e in particolare da Gianfranco La Grassa vista la concordanza da quanto da noi commentato negli ultimi tempi con la ricostruzione, senz’altro “asettica” ma abbastanza chiara, risultante dalla precedente citazione. In effetti, almeno a mio parere, risulta invece di più difficile inquadramento l’affermazione, che nel “Rapporto” viene comunque riportata, riguardo al fatto che <<il rinnovamento nella composizione degli esportatori>> in Italia avrebbe <<interessato soprattutto le grandi unità produttive>>. A meno che parlando di “grande unità produttiva” non si intenda far riferimento a quelle  imprese, cosiddette medie, che sembrano aver sostituito “il piccolo è bello” e il “modello Nord-Est” di qualche anno fa.

 

 

Mauro Tozzato                       04.04.2007 

 

SEMPRE PIU’ A SINISTRA; UN ERRORE CHE SI RIPETE SEMPRE

Pubblichiamo sul nostro sito (www.ripensaremarx.it)  un’interessante riflessione di Gianfranco La Grassa dal titolo Sempre più a “sinistra”; un errore che si ripete sempre. Come si potrà ben capire l’oggetto di questa riflessione è la foia (per lo più una reazione scoordinata) con la quale si tenta riformare un soggetto storico e politico, qual è la sinistra, semplicemente ritornando alla purezza (o alla radicalità) perduta/tradita a causa di infidi dirigenti che fanno combutta con il nemico. Ammettiamo che pure questo sia vero (del resto i nostri articoli del blog testimoniano che, “fuori analisi”, anche noi sentiamo il più profondo disprezzo per questi omuncoli) tuttavia, come ben dirà GLG, non si può dimenticare che esistono dei processi storici oggettivi che determinano le condizioni più favorevoli affinché i “pesci reazionari” possano felicemente riprodursi. Nel ’17 il movimento oggettivo della Storia permise ad un rivoluzionario intelligente come Lenin di sbarazzarsi dei traditori e dei rinnegati (e con loro anche dell’opposizione armata delle classi dominanti contro i bolscevichi) e di avviare la costruzione del socialismo in URSS, così come il “pantano storico” del ’14 aveva favorito il revisionismo del rinnegato Kautsky. Ma quest’ultimo, e gli altri dirigenti socialdemocratici, potevano essere ritenuti la causa prima di quella involuzione o piuttosto i facili profeti di una motivazione oggettiva che si era già affermata? (con gli operai che s’apprestavano a scendere in guerra al fianco delle borghesie imperialiste per difendere la patria). Ed è per questo che diciamo: la Storia prepara le condizioni oggettive della sua affermazione selezionando gli uomini "migliori" (sia in negativo che in positivo). Oggi si continua a commettere lo stesso errore, invece di incanalare le energie nell’analisi dei processi storici, economici, sociali che sono alla base della metamorfosi del capitalismo oggi si continua a credere che il problema siano i soliti “traditori della classe”: i Giordano, i Diliberto, i Bertinotti ecc. Per mettere fine al tradimento si sceglie di tornare al “vero comunismo”, di ridare radicalità all’iniziativa politica semplicemente aggirando i problemi e sopperendo al vuoto teorico con l’impazienza rivoluzionaria (per dirla alla Engels). Il filosofo torinese Costanzo Preve direbbe che siamo ancora una volta vittime di un “cattivo infinito” e della “furia del dileguare”. Il cattivo infinito si spinge avanti senza determinarsi mai, la furia del dileguare porta al vuoto sociale astratto che produce solo moralismo rivoluzionario (la radicalità che si esprime nelle mere parole d’ordine) pronto ad ammorbidirsi non appena lo slancio moralistico è costretto a fare i conti con la prosaica realtà, con la quotidianità dello scontro sociale (che non c’è). E’ quello che è accaduto a tutte le sinistre radicali nate sulla base della critica ai cedimenti delle sinistre moderate. Ci si voleva sbarazzare dei traditori ma è bastato qualche alloro e qualche carica istituzionale per diventare a propria volta dei traditori. Un ennesimo circolo magico che alla fine si compendia nelle solite banalità sulla democrazia (la migliore forma della dittatura borghese) e sulla necessità di stare nelle istituzioni (democratiche) per cambiare le cose gradualmente. Gradualmente si arriva solo a Bertinotti Presidente della Camera…

Chi vuole essere il prossimo?

Vi lasciamo alla lettura dell’articolo di GLG

GIU’ LA MASCHERA di G. La Grassa (02.04.07)

 

Due fatti degli ultimi giorni smascherano ulteriormente questa associazione …… che ci governa. Innanzitutto partiamo da quell’anatra che si fa passare per aquila (con la connivenza di giornali asserviti e “acclamatori” coglioni) e che risponde al nome di D’Alema. Un vero mediocre, ridicolo, personaggio che – dopo essere stato sgridato dai padroni americani e dalla “sua” Condy – a “Porta a porta”, qualche sera fa, ha dichiarato di non aver mai trattato con i terroristi (talebani). Era stato Strada (Emergency) a trattare (di sua iniziativa? Ma va là!); questi gli aveva trasmesso una lista di prigionieri che i talebani volevano in cambio di Mastrogiacomo, e lui si era limitato a farla avere a Karzai (premier afgano), il quale aveva poi fatto tutto da solo.

Strada – assieme agli altri che hanno manifestato a Piazza Navona per criticare il nostro Governo, insensibile nei confronti sia dell’interprete di Mastrogiacomo ancora detenuto dai talebani, sia verso il mediatore del nostro medico arrestato dai governativi – ha sbugiardato, senza più smentite, Governo e Ministro degli Esteri, poiché è stato lui ad essere investito dai suddetti della missione di sondare i talebani, ecc. Quanto a Karzai, aveva già chiarito sin dall’inizio di aver liberato i prigionieri talebani dietro pressanti richieste del nostro Governo.

Come ciliegina finale ricordo che ieri su Libero (dove avranno “digrignato i denti”, ma non potevano rifiutare di pubblicare cotanto personaggio) è apparso il solito gustoso articolo di Cossiga. Ne dice molte e di belle; non posso riportarle tutte, ma le più clamorose sono: a) chiama esplicitamente Karzai fantoccio degli USA; b) dice che è assolutamente non pacifista, convinto della necessità e giustezza della guerra in certi casi, ma afferma che quella in Afghanistan, come anche quella in Irak, sono del tutto inutili e controproducenti; c) parla del nostro Governo come composto da totali incompetenti, non meno dei loro oppositori. Infine sfotte a più non posso il suo “amico” D’Alema, che non ha combinato nulla salvo far piantare 16000 alberelli; e a un certo punto lo definisce “l’implacabile martellatore di Belgrado”, in una guerra vinta seguendo Clinton. Quale personaggio, di destra o di sinistra, è capace di dire simili verità?

Si può comunque essere sicuri che questo “borghese piccolo piccolo” del nostro “ministro estero” continuerà la sua carriera, incensato da vermi e coglioni, poiché è tutto il nostro ceto politico ad essere una torma di cavallette divoratrici, ma (a differenza delle cavallette) anche incapaci e inintelligenti; degno specchio, del resto, di una popolazione che esprime i suoi “giusti” rappresentanti. Basta con l’ingenua idea che il popolo sia turlupinato e ingannato; lo è perché lo vuole (“democraticamente”, secondo l’indegna commedia delle “libere elezioni”, che dovrebbero essere immediatamente sospese per almeno cinque-dieci anni come misura di disinfestazione ed igiene).

 

Altra menzogna. Prodi dichiara una settimana fa (non un secolo!) che il Governo non mette mano nella faccenda Telecom; e che non è contrario a eventuali iniziative provenienti dall’estero. Bugiardo! Tutti sanno del piano Rovati, smascherato (per fortuna) all’ultimo momento. Tutti sanno della cordata guidata dal suo “amico e padrone” Bazoli (Intesa), con al seguito altri (fra cui le fondazioni bancarie in gran parte legate al gruppo Intesa-San Paolo). Si vogliono prendere il controllo di Olimpia (80% di Pirelli e il resto di Benetton), che con il 18% controlla la Telecom. Vi è tira e molla, fra l’altro perché gli acquirenti vorrebbero comprare al prezzo di mercato delle azioni Telecom (appena sopra i due euro) mentre il venditore intenderebbe avere 2,7.

Adesso, un colpo di scena: intervengono gli americani del colosso AT&T (con la secondaria aggiunta di America Movil) che intendono comprare il 66% di Olimpia (e, in prospettiva, l’intero pacchetto) addirittura a 2,82 euro. Immediatamente, sono entrati in forte agitazione i gruppi finanziari “amici e padroni” del Governo. Quest’ultimo non è più indifferente alla questione della Telecom e non finge più di “non opporsi” ad eventuali interessamenti stranieri. Stavolta, poi, Tronchetti ha evidentemente condotto le trattative riuscendo a salvare la loro segretezza, per cui ha colto di sorpresa gli intriganti che volevano impadronirsi a basso prezzo dell’azienda.

Il ministro Fioroni – degno ministro di questa banda – ha espresso le gravi preoccupazioni del Governo. E’ stata ritirata fuori la questione dell’italianità da salvare; quell’italianità (“l’ultimo rifugio delle canaglie” come Samuel Johnson diceva della Patria) che era stata svillaneggiata, irrisa, all’epoca in cui vi era bisogno di liquidare Fazio per mettere alla Banca d’Italia un personaggio proveniente dall’alta dirigenza della Goldman Sachs, enorme banca d’affari USA che – ne sono convinti in molti – stava dietro anche al Piano Rovati e alle successive manovre degli “amici e padroni” di Prodi e Governo al fine di impadronirsi della Telecom e di tutto il resto cui puntano (obiettivo privilegiato: le Generali).

Non vi è dubbio che, nell’attuale situazione, il male minore sarebbe che la Telecom venisse presa da AT&T; sempre di gruppi di potere si tratta, e sempre americani, ma meglio questa grande impresa di telecomunicazioni (con una sua efficienza) che una finanziaria americana (nascosta) con alcuni gruppi finanziari italiani, che si farebbero, fra l’altro, anche un grosso polo massmediatico; il tutto avendo come rappresentanza politica questo maledetto e schifoso Governo di malaffare, che nessuno – e tanto meno i mascalzoni e coglioni di destra – riesce a mandare a casa, impedendogli di devastare il paese e di costituire una ipocrita, mefitica, untuosa (da olio di vaselina), “dittatura”.

Non a caso, i gruppi finanziari, diretti da Intesa (Bazoli), sono comunque in agitazione. Si cerca di spingere Mediobanca e Generali (in possesso del 5,2% di azioni Telecom) a esercitare un diritto di prelazione, previsto da un patto di consultazione stipulato con Olimpia. Certo, il diritto di prelazione, se esercitato, implica che si sborsino i 2,82 euro previsti nella proposta del gigante telecomunicativo americano. Ma il problema che interessa noi non è che questa apa (accolita per azioni) sia costretta a sganciare dei bei soldini (che ci frega degli incassi di Tronchetti, altro “bel tomo”!); l’importante è che venga dato un colpo decisivo ai disegni dittatoriali dei “padroni e amici” di Prodi & C. Un colpo che si rifletterebbe sul partito democratico, sulle sue “tessere n. 1” (tipo De Benedetti, che si tira fuori dalla gara per Alitalia perché tende a farla fallire per poi cercare di prendersi l’azienda aerea per meno), sulle “sinistre estreme”, terrorizzate dall’indebolimento del Governo che garantisce loro cariche e carichette (centrali e locali), fiumi e rivoli e rivoletti di denaro pubblico che affluiscono per le loro inutili iniziative politiche e culturali, per le loro stupide associazioni, i loro orridi giornali e riviste, ecc. Un magna magna generalizzato dell’intera sinistra che deve finire!

 

Bugiardi e corrotti! Come direbbe Cossiga: “non meno dei loro oppositori”. A casa, a casa tutti: maggioranze e minoranze. E’ ora di dirlo senza giri di parole: questa apa non è composta da tipi migliori di Riina e Provenzano. Questi almeno rischiano di persona; infrangono la legge e vanno in galera. Quelli dell’apa le leggi se le fanno loro, e anche quando le aggirano – vedi le reprimende e ammende comminate dalla Consob per le varie operazioni (equity swaps, ecc.) tramite cui si è riusciti a mettere al sicuro la proprietà Fiat per la “grande famiglia” – stanno tranquilli e ridenti. Che schifo vedere tutti questi tizi, ben vestiti, riuniti in austere stanze dei “palazzi”, con le “autorità (per nulla autorevoli) al seguito, mentre fanno discorsi di “indirizzo” (anche morale, perché osano toccare perfino argomenti etici, le facce di tolla!) rivolti al popolo italiano (che spesso li ammira pure). Mentre Riina e Provenzano si fanno almeno i loro ergastoli.

 

No, non credo si possa più tollerare chi continua a votarli e a dire che sono il “meno peggio”, che “c’è Annibale (alias Berlusconi) alle porte”. Chi lo fa è complice di tutte le loro bugie e malefatte. Sia chiaro, quel che dicono questi sporchi politici può anche a volte far sorridere ed essere considerato quasi come il “gioco delle tre carte”. Ma solo se si fa finta di non sapere a quali loschi personaggi del mondo finanziario e industrial-decotto tali politici tengono bordone. Non è più lecito né ammissibile fingere di non sapere. Si è complici e quindi mascalzoni; e basta!

 

Allego notizia da Dagospia che è poco piacevole (sempre i “sinistri” in mezzo). Questo dimostrerebbe comunque che a destra ormai non contano una s….Quindi un motivo di più per non accettare l’“Annibale è alle porte”.

NON SARA’ FACILE PER PRODI SBATTERE LA PORTA IN FACCIA AGLI AMERICANI
LA A.T.&T. E’ UN COLOSSO CHE “INFLUENZA” LA CASA BIANCA ED E’ VICINA A SPOGLI
SCONFITTA LA SPOCCHIA DEI PROFUMO, BAZOLI, ROSSI: E’ IL MERCATO, BELLEZZA… fonte DAGOSPIA




Non è un pesce di aprile, ma una pagina di capitalismo finanziario che ieri ha lasciato di stucco il governo, e rientra nella logica dove il mercato è sovrano. E’ la stessa logica che ha consentito ad Alessandro Profumo, il capo di Unicredit, di conquistare la roccaforte bancaria in Germania, e incoraggia il manager dell’Enel Fulvio Conti a tentare la conquista del colosso energetico spagnolo Endesa. Nel mercato globale, dove la concorrenza è senza frontiere, contano i soldi ed è a questi, più che ai progetti industriali, che ha puntato il blitz improvviso di Mr Pirelli. "Gli affari – ha detto due anni fa il marito di Afef – sono una combinazione di tempismo e rapidità nelle decisioni, come accade nello sport della vela".

Lui di vela ne capisce e non vede l’ora di riprendere il largo con il suo Tauris III da 99 piedi per lasciarsi alle spalle le vicende di questi mesi. Che il cavaliere bianco abbia la maglietta americana oppure quella di Carlos Slim poco importa. Per Tronchetti la partita di Telecom come grande sfida industriale è chiusa, e non vede l’ora di lasciarsi alle spalle il teatrino italiano dei Rovati, Bersani e delle banche incerte e lacerate dai conflitti personali. Questo è il suo sogno che in un primo commento, apparso stamane sul "Financial Times", nasce "dall’immensa frustrazione all’interno di Pirelli per l’incapacità di concludere accordi a causa dell’opposizione del governo".

Chi l’ha visto ieri allo stadio di San Siro dove sedeva accanto ai figli e alle spalle del gaudioso Massimo Moratti, non immaginava certo che un’ora dopo la fine della partita Tronchetti avrebbe convocato d’urgenza il Consiglio di amministrazione straordinario di Pirelli per comunicare l’offerta parallela di AT&T e America Movìl.
Il colpo di teatro internazionale riporta alla ribalta un soggetto come l’americana AT&T che da molti anni tiene gli occhi aperti su Telecom. Fin dai tempi della Stet la società Usa ha considerato le telecomunicazioni del nostro Paese come un’area di mercato da sorvegliare in modo "speciale". Prima di essere liquidato da Ciampi e Draghi fu Ernesto Pascale a tentare una grande alleanza con gli americani, poi ci provò Tommasi di Vignano, ma quando nel 1998 la Fiat mise al vertice di Telecom GianMario Rossignolo, l’intesa venne spazzata perchè il manager tentò un’impossibile accordo con la Cable&Wireless. La mano lunga degli americani riapparve poco tempo dopo attraverso Lehman Brothers e Citicorp che misero nelle mani di Colaninno 100mila miliardi dell’epoca per conquistare Telecom.

Il mercato italiano fa gola ai colossi d’Oltreoceano e per un gruppo come l’AT&T, che capitalizza 242 miliardi di dollari e l’hanno scorso ha fatto 7,3 miliardi di profitti, non è un problema staccare un assegno da 2,7 miliardi e comprare le azioni a 2,92 euro. Non sarà per niente facile per Prodi e compagni sbattere la porta in faccia al colosso Usa delle Tlc anche per altre ragioni. AT&T è la realtà che in America finanzia in modo trasversale sia i repubblicani di Bush e Giuliani che il partito democratico di Hillary Clinton, e rispetto all’altro concorrente che si è affacciato ieri sera con le vesti del messicano Carlos Slim, proprietario di America Movìl, è il soggetto che sembra avere più chances per turbare il sonno della politica italiana.

Non a caso subito dopo l’annuncio di Tronchetti Provera qualcuno ha cominciato a riflettere sul ruolo attivo dell’ambasciatore americano in Italia, Donald Spogli, che dal giorno del suo arrivo non ha mai fatto mistero della grande liquidità che hanno tra le mani i fondi di private equity e sulla possibilità di investimenti nel nostro Paese. C’è chi si spinge ancora più in là, e ritiene che esista un sottile filo di intenti che legherebbe l’ambasciatore Spogli a Massimo D’Alema desideroso di non essere tagliato fuori dalla grande partita sul futuro di Telecom [corsivo mio; speriamo che non sia proprio così; altrimenti si salta dalla padella alla brace; nota mia]. Di questo scenario non ci sono conferme, mentre cominciano a filtrare le prime indiscrezioni sull’attivismo “vendi-cattivo” di Gerardo Braggiotti (consulente di Tronchetti) al quale si attribuisce la paternità di una trama che mette in soffitta la "soluzione di sistema" tessuta invano dalle banche italiane (che hanno sempre intralciato il Braggiottino).

Non è un pesce d’aprile, ma non è nemmeno un capitolo chiuso. Con la sua mossa improvvisa Tronchetti Provera vorrebbe ripetere quel copione del 2001 che lo portò con un colpo magistrale a vendere una piccola società (Optical Technologies Usa) agli americani di Corning e Cisco per 3,6 miliardi di dollari. L’uomo dei blitz finanziari, il manager che ha dimostrato di non saper costruire un destino industriale per le telecomunicazioni, pensa adesso di mettere alle corde con un colpo solo le banche e la politica.

Da ieri sera e per i prossimi 30 giorni è iniziata una primavera calda che vedrà scatenarsi un’asta al rialzo e un fuoco di polemiche. In ballo c’è l’italianità delle telecomunicazioni, la difesa del quinto baluardo industriale (dopo Fiat, Eni, Enel e Finmeccanica) sul quale il mondo politico non è disposto a mollare. Ne vedremo delle belle. Vedremo le barricate dei partiti di sinistra che non intendono mollare la gestione della rete agli yankees e tantomeno ai messicani.

Vedremo le banchette italiane (anch’esse già violate e in gran parte vulnerabili alle scalate straniere) recarsi a Palazzo Chigi per valutare una controffensiva a prezzi di gran lunga superiori a quella soglia di 2,7 euro per azione che consideravano irreale. E forse vedremo qualcosa che finora non si è manifestato e può avere le sembianze di un’Opa su Telecom, che stranamente non è stata ancora fatta, ma che è possibile se qualcuno avesse intenzione di mettere sul piatto 2 miliardi di euro.

Telecom è una telenovela che dura da dieci anni, cioè dall’autunno 1997 quando la privatizzazione portò alla presidenza Guido Rossi, il superavvocato che negli ultimi 100 giorni ha messo il suo nome e il suo prestigio a disposizione di Tronchetti Provera ricevendo un compenso di circa 700mila euro. Una parcella di tutto rispetto che dovrà essere moltiplicata per dieci e per cento se gli verrà chiesto di convincere le banchette italiane a difendere l’onore della Patria e se dovrà servire a cacciare il fantasma della "variabile giustizia", l’unico ostacolo "oscuro" che potrebbe impedire a Tronchetti Provera di alzare le vele verso lidi più ricchi e sicuri.

Dagospia 02 Aprile 2007

 

I PRINCIPI CONTABILI INTERNAZIONALI di Gianni Duchini

 

La conquista dell’Europa da parte Capitale Finanziario americano, si è realizzata e consolidata attraverso una modifica (che è poi l’imposizione di un modello) delle formazioni economico-sociali dei capitalismi europei. Questo quadro di progressiva finanziarizzazione americana nei confronti dell’economia europea, ha mostrato i suoi effetti anche in  Italia dove, tale processo finanziario, ha destrutturato e ricomposto, secondo direttive di dominanza del paese centrale, la nostra economia e i suoi principi di fondo. Uno dei tanti  suggelli posti dal dominio Usa nei confronti dell’Europa, sta nell’adozione obbligatoria dei Principi Contabili Internazionali (IAS) nei Bilanci d’esercizio delle Società quotate in Borsa, delle Banche e delle Imprese Finanziarie Vigilate (in Italia una disposizione legislativa prevede l’adozione dei principi anche per le società non quotate), dunque in tutta l’economia che conta. Gli Usa dopo avere conquistato l’Europa senza spargimenti di sangue, hanno imposto la propria Contabilità (in accordo con la CEE) come metro di giudizio e di valutazione, al fine di rafforzare il proprio predominio economico nel vecchio continente. Una lettura di questi principi ci porta ad ulteriori considerazioni, non senza aver dato un  primo sguardo al nostro paese. L’Italia, paese della “Ragioneria”, disciplina economica aziendale elaborata dalla seconda metà dell’800, ha salvaguardato in modo quasi sacrale, il valore del Patrimonio Aziendale delle imprese con il “principio della valutazione del costo storico (valore al momento dell’acquisto), con i corollari giuridici sui principi contabili quali quello della “correttezza, diligenza, verità, prudenza” nella iscrizione del valore di tutti i beni da classificare nel bilancio patrimoniale ed economico, con riguardo alle aspettative future di profitti.  L’adeguamento di tali criteri contabili nel 1994, all’applicazione della ” IV direttiva CEE “,  ha portato all’unificazione contabile dei bilanci europei, come  parametro di valutazione dei patrimoni  delle società e come premessa all’unificazione nel mercato monetario europeo; l’unificazione monetaria ha rappresentato un vincolo di coartazione tra le imprese secondo logiche  tese a difendere l’esistente, con lo strumento di valutazione dell’azienda nei principi contabili di ciascuna impresa.

    L’irrompere in Europa del Capitalismo Finanziario ha sconvolto, nel breve volgere di tempo,  dal dopo “ caduta del muro di Berlino” ad oggi, l’intero quadro idilliaco dell’unificazione monetaria europea, con l’aggiunta della recente adozione dei Principi Contabili Internazionali (IAS) del 2006 (l’accordo Cee del 2001) e pubblicati dal “Sole 24 Ore” : ” l’obbiettivo dei principi IAS è in primis quello della convergenza e della trasparenza dell’informativa finanziaria a livello internazionale, cosicché i bilanci siano strumenti di informativa finanziaria utili a tutti gli “stakeholders” (azionisti) per prendere decisioni economiche e non siano più solamente rappresentazioni veritiere e corrette della situazione di un impresa o di un gruppo a una certa data. Per raggiungere tale obiettivo, al modello del costo storico, che rimane in vigore per talune poste di bilancio, si affiancano i modelli del “fair value”soprattutto per gli strumenti finanziari e del  “present value”  per le poste a medio-lungo termine, ….  Come si può dedurre i nuovi principi di valutazione dei Bilanci rappresentati dal “fair value” e “present value,” sostituiscono quelli veritieri e corretti della valutazione a “costo storico” (posti a difesa dell’integrità del patrimonio aziendale) con nuovi parametri astratti e convenzionali basati su valori ideali cui mirano le potenziali controparti in un’operazione di scambio tra contraenti, in quanto atto a soddisfare le rispettive attese economiche. Il velo calato con questi valori astratti, necessita ulteriori considerazioni; lo scenario economico e sociale che abbiamo davanti è un teatro vero e proprio, con tanto di  recitazione  su un copione già scritto, dove le “potenziali controparti” sono gli attori della recita di scambio tra imprese che, devono raggiungere un alto grado di drammaticità negli equivoci posti dai valori astratti; in questo modo il pubblico viene coinvolto nel dramma che si svolge sul palcoscenico mass-mediatico che avrà un finale sorprendente e inaspettato, anche questo già scritto come da copione; le parti troveranno l’accordo sul valore astratto annunciando ad un pubblico sbigottito la lieta notizia. Una riflessione si impone e riguarda la motivazione di fondo sul perché si sono adottati da parte europea tali criteri. Una prima risposta potrebbe essere cercata nel sommovimento di fondo prodotto dalla centralizzazione dei capitali americani: il Capitale Finanziario americano (con l’aiuto delle Banche d’affari) svuota i patrimoni aziendali delle società, annullando importanti settori aziendali e sostituisce il loro valore in bilancio con l’equivalente di valori finanziari spazzatura (come gli edge fund ed altri simili); i bilanci  delle aziende imbellettate con valori fasulli e gonfiati da valori convenzionali e astratti, vengono  rimessi nel mercato per essere venduti come se fossero valori reali, in modo similare al conio impresso nelle monete. Prendiamo come esempio emblematico, l’applicazione degli IAS nei confronti della Banca di Lodi, nel tentativo fallito di Fiorani (amministratore) in combutta con Fazio (governatore di Bankitalia) per la conquista di Antonveneta. Si ricorda che in questa vicenda intervenne la magistratura con le dimissioni di Fazio e la sua sostituzione con Draghi già ex Vicepresidente della nota banca d’affari Goldmann Sachs. Ci fu un grosso intreccio nella scalata ad Antonveneta, (in qualche modo legata anche a quella Unipol-Bnl); Fiorani rastrellò capitali, concedendo fidi (prestiti), presso il proprio gruppo (nelle fondazioni delle casse di risparmio toscane) per 1,3 miliardi. Secondo una norma degli  IAS, le “put” cioè le somme complessive derivanti dagli obblighi di riacquisti di azioni del gruppo Bpl raccolti, dovevano essere portati in detrazione del patrimonio, contrariamente ad una norma della BCE (Banca Centrale Europea) che vuole lo stesso valore in “conto d’ordine,” cioè ininfluente rispetto al valore del patrimonio della Bpl. Provo ancora a riassumere: Fiorani vuole scalare (impossessarsi) tramite la propria (Bpl)  una banca (Antonveneta) con un patrimonio quattro volte più grande e con soldi prestati da piccole banche toscane che si aspettano una restituzione del prestito concesso maggiore (“put”) di quello prestato. Tale importo prestato Fiorani può iscriverlo come valore ininfluente (conto d’ordine) nei confronti del patrimonio della propria banca e quindi con valore patrimoniale integro, seguendo l’applicazione delle norme della Banca Centrale Europea con l’autorizzazione di Bankitalia, oppure portando tutto il valore (delle “put” obblighi di riacquisto) in detrazione, seguendo le indicazioni degli IAS e svuotando così il valore del patrimonio di Bpl. L’intervento della procura e della Consob, impose le norme IAS anticipando la loro applicazione al Bilancio 2005 con l’effetto di svuotare il valore del Patrimonio e determinando un crac finanziario; l’autorizzazione di Fazio (Bankitalia), di concerto alle norme Cee, voleva invece ripartire le detrazioni patrimoniali per più anni, cercando  di salvaguardare la scalata bancaria, in ragione della difesa dell’Italianità (poi annullata con l’intervento della magistratura). C’è uno stretto legame politico-finanziario negli intrecci creatisi tra Antoveneta e  Unipol (su Bnl) (e rastrellamento azioni di Rcs). Due contraltari politici si confrontarono  con accordi per le rispettive scalate finanziarie: da una parte Lega e Forza Italia, dall’altro Ds (nella scalata fatta da Unipol a Bnl),  Tuttavia entrambi trovarono gli stessi impedimenti posti  dalle norme IAS, a riprova che le scalate bancarie si possono fare seguendo  regole Usa e non più quelle europee.

     Qualche riflessione sulle applicazioni  forzate  delle IAS si dovrà pur fare, se non altro per gli effetti che ha prodotto: anzitutto, il cambio del Governatore Fazio con Draghi (già ex VicePresidente della banca d’affari americana Goldman Sachs). Come dire, uno stop posto a tutte le concentrazioni e le fusioni bancarie italiane che ora possono essere condotte soltanto con la supervisione Usa.  C’è in questa storia qualcosa di ancora più complesso che sfugge  ad un comune osservatore: la periferia si tiene con il Centro (Usa) che garantisce l’esistenza e la sopravvivenza di tutta l’economia e ciò richiede un complesso sistema di regole e di mediazioni per tenere l’insieme del  campo di conflittualità tra le imprese. Mi sembra che la complessità delle norme poste dal  Centro (inteso come l’insieme di molteplicità conflittuali tra imprese dominanti) caratterizzi il sistema di gestione di quella che, eufemisticamente, viene definita “democrazia economica” dei risparmiatori azionisti, i quali interagiscono con il gruppo politico-manageriale dell’impresa dominante per il tramite del sistema della “governance” delle imprese stesse; quest’ultime agiscono come una sorta di filtro per una complessa mediazione politica, con pesi e contrappesi, svolta nel sistema “duale di governance”. Prendiamo il recente caso dei “corteggiamenti”, volti alla fusione, tra la grande banca americana Barclays e l’olandese Abn Amro. Il valore complessivo della banca olandese era da tempo nettamente inferiore alla somma delle sue parti; un terzo del capitale aveva cambiato mano mentre i prezzi salivano (ciò significa che una quota elevata di azionisti che avevano comprato a prezzi elevati, si attendevano guadagni a breve termine)  inducendo un consistente pacchetto di possessori di hedge fund, per un valore complessivo del 2% di capitale sociale ( in rappresentanza del fondo di investimento dal titolo ironico “The Children’s Investment Fund”), ad una ingiunzione nei confronti del management bancario olandese al fine della vendita di tutti i rami aziendali ormai fuori mercato, facilitando così la possibile fusione con la Barclays.

    La storia della Abn Amro sottolinea che i piccoli azionisti dei Fondi di investimento possono imprimere forti accelerazioni agli scorpori ed alle vendite di banche e imprese; ciò nel rispetto di una “democrazia economica” attenta all’azionariato diffuso, un specie di base di massa della politica, senza però alcun interesse alla destinazione finale delle strutture aziendali delle imprese e delle  banche, con buona probabilità di mandare tutto al macero e, con esse, anche i risparmi dei piccoli azionisti medesimi. Vedremo cosa succederà a Capitalia ed alle molte banche ed imprese che si trovano nella stessa situazione della spagnola Abno Amro.       

 

GD   marzo 2007   

 

 

PCI-PDS-DS-PD-RC, NUN VE’ "REGGAE" CHIU’

 

Vanno avanti a fatica, ma pur sempre unidirezionalmente, i lavori che porteranno all’autoscioglimento della Quercia  e alla nascita del Partito Democratico. Tutti insieme, non molto appassionatamente, in ossequio a complicate alchimie elettoralistiche e agli interessi di casta del ceto politico-professionale che sta appestando le istituzioni italiane. Sulla base di questi presupposti sorgerà il nuovo soggetto politico liberal-socialista di Fassino, D’Alema, Rutelli, + parte dei Verdi, + i soliti transfughi senza patria + decine di manutengoli sempre pronti a salire sul cavallo favorito. E pensare che la resistenza nel partito del “grissino” è affidata a uomini come Mussi, Salvi o Angius che non sono proprio il massimo della vita. Ovvio che, sepolto per sempre il cadavere pseudo-socialdemocratico diessino, solo alcuni organi potranno essere trapiantati nella nuova creatura centrista. Salvi e Mussi, qualora aderissero al PD, resterebbero confinati al ruolo di meri testimoni negli assetti di potere che verranno fuori dall’ennesima svolta verticistica diessina. Per questo s’impuntano, non ci stanno a fare le comparse nella creatura fassianian-dalemian-rutelliana. Insomma, per utilizzare una metafora di borsa, si profila lo stesso problema che hanno i piccoli azionisti all’indomani di una fusione tra organi societari diversi, il capitale iniziale investito si dimezza mentre si rafforzano (strategicamente ed economicamente) i pesci grossi. Così Mussi minaccia (non so se davvero avrà la coerenza di dar seguito alle invettive sin qui avanzate) di non aderire al progetto PD e di dar vita ad un’altra mostruosità con RC, Pdci, l’altra parte dei Verdi ostili al PD e qualche cespuglietto in cerca di gloria. Tutto il correntone dovrebbe essere in grado di portare con sé almeno il 14% del partito, tale cifra è comunque destinata ad assottigliarsi per i soliti giochetti e le promesse che il gruppo dirigente farà agli eventuali recalcitranti. Già, se da una parte i giochi sembrano fatti dall’altra comincia il mercato degli acquisti con Rifondazione pronta ad abbandonare la denominazione “comunista” pur di accogliere la gran parte degli emigranti diessini. Il gruppo dirigente di RC dice che è arrivato il momento di restituire una sinistra all’Italia, di portare le istanze dei più deboli nel cuore della modernità, attraverso la costituzione di un’ennesima accozzaglia partitocratrica, composta per lo più da profughi scaricati, reduci del piccìismo veterostalinista e approfittatori di ogni risma. A questo ambaradan  si darà il nome di Sinistra Europea. Bertinotti si autocandida a deus ex machina della nuova formazione, disegna equilibri, convergenze, immagina soluzioni arzigogolate per districare la matassa, si dice pronto ad aderire al nuovo soggetto politico che, nelle sue parole, dovrà restare ancora comunista. Detto da uno che viene dal partito socialista e che comunista non è mai stato…

Nel frattempo il gotha di RC propone una nuova strutturazione delle sezioni territoriali sulla base di iniziative politiche per aree tematiche. Meglio dare ai militanti una politica fatta a fettine al fine d’impedire che anche a Cernusco Lombardone vogliano arrogarsi il diritto di mettere becco nelle disquisizioni sui massimi sistemi; che si occupino delle faccende di quartiere e dei consigli comunali. Come dire, lasciate ai grandi capi del Comitato Centrale la decisione sulle grandi questioni perché non tutti hanno la competenza per decidere su temi delicati come la politica estera, quella interna ecc. Fidatevi di Berty e di Giordano vostri, che sono tanti bravi e coerenti!

La strada non sarà tutta in discesa per Bertinotti e & C., il subcomandante è già stato vittima di una legittima contestazione all’Università la Sapienza (proprio come il suo collega Luciano Lama che non Lama(va) proprio nessuno) dove sono volate accuse pesantissime contro le decisioni prese dal suo partito sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Ma lui non si scompone, capisce il dissenso e auspica che la riunificazione di tutte le “sinistve” avvenga il più presto possibile. Perché auspica ciò? Per timore della riforma elettorale che potrebbe collocarlo ai margini della vita politica italiana? Perché sente la necessità di una forza che raccolga le istanze dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati ecc. ecc.? Nooo, semplicemente per il solito rito apotropaico contro le “destve” che avanzano, perchè non si può permettere al berlusconismo di tornare al potere. Questa, diciamo, la motivazione ufficiale, poi c’è quella più dozzinale, robetta da poco che non interessa proprio nessuno: come farà a sopravvivere senza i fasti degli alti incarichi istituzionali? Qui nasce lo sprone di Bertinotti a fare sempre meglio per accreditarsi come responsabile uomo delle istituzioni, uno di cui ci si può fidare nonostante il forbito linguaggio noglobal. Ma il vero nemico, e noi lo sappiamo, marcia sempre alla nostra testa e si chiama sinistra di lotta e di governo (l’ossimoro che ha permesso a Bertinotti di diventare Presidente della Camera e che ha dato ai militanti la possibilità di sentirsi ancora dei rivoluzionari guevariani). Ma Bertinotti non si scoraggia per qualche contestazione, è un uomo pieno di risorse, uno che cento ne pensa e cento ne combina. Chi ha dimenticato la famosa desistenza con la quale permise a Prodi di vincere le elezioni del ’96? Oggi Fausto ci sta preparando altre novità, chiede ancora di discutere della cultura politica della sinistra, ci vuole tutti un po’ meno sovversivi e un po’ più democratici, nonviolenti, pacifisti ecc. ecc. Caro Bertinotti a noi della cultura politica della sinistra non ce ne frega proprio nulla. Vogliamo parlare di problemi veri, dello sfacelo di un sistema-paese ridotto a stuoino degli Usa, di politiche economiche che avvantaggiano solo le grandi banche e le imprese della passata rivoluzione industriale, tenute in vita grazie alle continue iniezioni di denaro pubblico (che Rc ha avvallato), vogliamo parlare di un’Europa ridotta a giardino di casa degli Usa a causa del servilismo delle sue classi dirigenti. La cultura (almeno come la intende lui) la lasciamo volentieri a Bertinotti e al suo entourage, ai Giordano, ai Migliore (il fratello scemo di Capezzone, come lo ha giustamente definito Walter Liberati) e a tutti quei parlamentari schizofrenici che mantengono in vita questo governo solo per paura di perdere la pensione.   

DEMOCRAZIA E SCUOLA di Lucio Garofalo

Da oltre un decennio la Scuola Pubblica, in modo particolare l’agibilità democratico-sindacale e gli spazi di libertà e legalità presenti al suo interno, stanno subendo colpi durissimi, inferti dai governi sia di centro-sinistra che di centro-destra, senza soluzione di continuità.

Con l’istituzione della cosiddetta "autonomia scolastica" e poi con l’applicazione della legge n. 53/2003 (meglio nota come "riforma Moratti"; ma ora attendiamo gli sviluppi concreti dei piani e delle intenzioni del Ministro Fioroni, che per il momento si è segnalato soprattutto come autore di una maxi-circolare composta da ben 17 pagine, dedicate ai "Procedimenti e sanzioni disciplinari nel comparto scuola", come se i "fannulloni" e lo "scarso rendimento" degli insegnanti fossero davvero la principale causa di tutti i mali che affliggono la scuola pubblica italiana!), è stata sancita ed eretta una struttura oligarchica e verticistica contrassegnata in modo autoritario. Di fatto si è instaurata una profonda divisione di ruoli gerarchici nel quadro dei rapporti umani e professionali esistenti tra le varie categorie dei lavoratori della scuola, docenti e non docenti, docenti e docenti, ecc.

In particolare, all’interno del corpo docente si è determinata una netta disparità di redditi e funzioni, non sempre rispondenti a meriti reali, a qualifiche professionali o a specifiche competenze tecniche di valore, attivando un processo di aberrante mercificazione della funzione didattico-educativa e di crescente, maldestra e volgare aziendalizzazione della Scuola Pubblica, degli ordinamenti e delle relazioni sociali al suo interno, strutturate sempre più in termini di comando e subordinazione, logorando e pregiudicando sempre più la democrazia collegiale, ormai inesistente.

Di fatto, i Collegi dei docenti non sono più la sede in cui si affrontavano e si dibattevano esclusivamente tematiche e argomenti di ordine psico-pedagogico e didattico-educativo, per cui gli insegnanti, specie quelli più curiosi, aperti e motivati, culturalmente preparati e coscienti, avevano modo di confrontarsi e di crescere intellettualmente e professionalmente, bensì sono stati ridotti a centri di mero avallo (attraverso modalità e procedure assolutamente acritiche ed esautoranti, che negano e umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi) e di ratifica puramente formale delle decisioni assunte dai Dirigenti scolastici e dai loro supporters, lacchè e collaboratori vari. In pratica i Collegi dei docenti (o, volendo ricorrere a una formula dissacrante ma efficace, intrisa di un amaro e osceno sarcasmo, i "Collegi degli indecenti") sono divenuti il luogo più alienante, mortificante e passivizzante, in cui al massimo si discute di questioni di natura prettamente economico-finanziaria, ma senza la necessaria e dovuta trasparenza informativa, ovvero senza fornire tutte le informazioni e i dati riferiti al budget effettivo di spesa delle scuole. Insomma, i Collegi dei docenti avallano ed approvano senza nemmeno conoscere fino in fondo l’oggetto reale che viene sottoposto all’attenzione degli organi collegiali, vale a dire somme, fondi e finanziamenti spesso cospicui che vanno a beneficiare e sovvenzionare un’esigua minoranza di colleghi, che coincide sempre con la ristretta cerchia oligarchica del cosiddetto "staff dirigenziale", tanto per adoperare un termine del nuovo gergo aziendalista, oggi tanto in voga. 

Negli ultimi anni è stato possibile sperimentare come l’avvento della "autonomia scolastica" e l’attuazione della succitata "riforma Moratti", non hanno sortito  esiti apprezzabili in termini di apertura della scuola verso le reali esigenze del territorio.

La mera formulazione giuridica dell’ "autonomia" non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto socio-economico e politico di appartenenza.

In tanti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come "autonome", hanno assunto una posizione subalterna verso i centri di potere presenti nelle varie realtà locali, e mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, assolutamente incapaci o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell’offerta formativa delle scuole.

A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità. Questi fenomeni di disgregazione sono una conseguenza prodotta proprio dalla tanto osannata "autonomia", nella misura in cui tale provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo, efficiente, ma in moltissimi casi ha suscitato solo confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, sia sindacali che democratici, favorendo comportamenti furbeschi, autoritari ed arroganti, ed esasperando uno spirito di competizione per fini venali e carrieristici.

In tali vicende sono innegabili le responsabilità storico-politiche dei precedenti governi di centro-sinistra, che hanno intrapreso un’azione demolitrice della Scuola Pubblica e della democrazia partecipativa al suo interno, per cui il governo Berlusconi ha avuto gioco facile nell’infliggere il colpo letale alla Scuola Pubblica e al diritto costituzionale all’istruzione, in virtù della pseudo-riforma legata al nome della Moratti.

In tal modo lo stato di palese disorientamento e di sfascio, già diffuso ed avvertito nella realtà di tante scuole, è aumentato. Il clima di caos, di assenza di regole, di crisi delle norme democratiche e sindacali, è destinato a crescere, aggravando le contraddizioni interne al mondo della scuola. 

Riceviamo e Pubblichiamo

 

iraq.libero@alice.it

 

1. UN GRANDE SUCCESSO

2. LA RISOLUZIONE FINALE APPROVATA A CHIANCIANO

3. <<AVETE PERSO UNA GRANDE OCCASIONE PER CAPIRE>> – Lettera al Manifesto di

Ugo Giannangeli

4. INTERROGAZIONI A VALANGA – La risposta di Hamza Piccardo alle

farneticazioni del sen. Mantovano

5. PRESTO IL DOPPIO CD SULLA CONFERENZA

6. LA SOTTOSCRIZIONE CONTINUA!

 

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UN GRANDE SUCCESSO

 

 

Un successo politico

La conferenza internazionale di Chianciano è stata un grande successo

politico.

Per due anni ci siamo battuti per poterla effettuare. Alla fine l’abbiamo

realizzata nel migliore dei modi.

Odiamo il trionfalismo, e chi ci segue lo sa, ma in questo caso dobbiamo

esprimere davvero una grande soddisfazione. Alla conferenza hanno

partecipato 18 relatori provenienti dal Medio Oriente. Questo risultato è

stato raggiunto sia per la vittoria sul fronte dei visti, frutto di una

lunga battaglia politica, sia per il grande interesse che la conferenza ha

suscitato tra le forze della resistenza in Iraq, Palestina, Libano,

Afghanistan.

A Chianciano sono intervenute tutte le componenti della Resistenza irachena,

ed in particolare le correnti baathiste, islamiche, nazionaliste arabe e

comuniste; le più importanti componenti della Resistenza nazionale libanese

a partire da Hezbollah; le forze del movimento di liberazione palestinese,

da quelle storiche ad Hamas; esponenti della Resistenza afghana.

I rappresentanti di queste forze hanno lasciato l’Italia con la

consapevolezza di aver fatto un passo avanti, di essersi conquistati non

solo il diritto di parola, ma anche un sostegno ed una solidarietà più

ampia.

Ma l’interesse internazionale è andato ben oltre ed a Chianciano sono

arrivate delegazioni da una ventina di paesi.

Il convegno ha visto una partecipazione costante di oltre 300 persone, un

dato positivo se si tiene conto della natura dell’incontro e del

boicottaggio della sinistra politicamente corretta e dell’area del

movimentismo senza costrutto. Un dato significativo anche perché vero e

verificabile, cosa assai rara in un paese dove ormai il numero dei

partecipanti alle manifestazioni viene spesso moltiplicato per 10.

 

Un successo organizzativo

Un altro elemento positivo che dobbiamo segnalare è stata la riuscita

organizzativa della conferenza, che anche grazie ai compagni impegnati nell’organizzazione,

si è svolta nella massima serenità, Una serenità, quella della due giorni

del 24-25 marzo, che ha consentito di dare ai lavori un ritmo intenso e

partecipato con grande attenzione.

Questo risultato non era del tutto scontato visto il clima di paura che

qualcuno aveva cercato di creare. Intendiamoci, nulla di paragonabile all’incredibile

campagna mediatica che ci era stata scatenata contro nel 2005, ma – giusto

per fare un esempio – è bene che si sappia che a dieci giorni dall’evento

siamo stati costretti a cambiare la sala della conferenza a causa delle

pressioni subite dal proprietario di quella inizialmente prevista.

Dobbiamo poi segnalare un altro dato: quello dell’autofinanziamento del

convegno. In molti ci hanno chiesto come si sarebbe finanziata la

conferenza. Questa domanda ci è stata spesso rivolta da giornalisti

interessati, ma anche da persone oneste. E’ chiaro che è ormai passata l’idea

che la politica si può fare solo stando o con i partiti istituzionali (e le

loro appendici collaterali) o con i potentati economici.

Purtroppo questa idea è tutt’altro che infondata. A maggior ragione siamo

ben lieti di avere mostrato che si possono percorrere strade alternative,

fondate sulla sottoscrizione volontaria.

Una strada che ha avuto successo. L’andamento della sottoscrizione, che

rilanciamo anche in questo bollettino telematico, ci fa ritenere realistico

l’obiettivo del pareggio economico.

E’ questo un dato politico assai interessante, il segno che quando ci sono

idee forti ed obiettivi chiari si possono superare anche gli ostacoli di

tipo economico.

 

Un fatto nuovo

La conferenza non piaceva a molti.

Non piaceva alle forze della destra filoamericana, ben felici di averla

impedita su ordine di Washington due anni fa ed oggi imbarazzate dal suo

svolgimento. Non piaceva alle forze di governo, impegnate a garantire la

continuità atlantica della politica italiana, vero pilastro dei "12 punti"

su cui si è costruito l’asfittico rilancio del governo Prodi. Non piaceva al

pacifismo ipocrita che non sa scegliere tra oppressi e oppressori. Non

piaceva neppure a settori del movimento contro la guerra, che pur

riconoscendo ormai il ruolo delle resistenze, vorrebbero però gestirlo in un’ottica

eurocentrica che esclude di fatto l’ascolto, il confronto, la collaborazione

e l’alleanza con queste.

E’ anche alla luce di tutto ciò che il successo di Chianciano è stato

davvero notevole. Il segno che qualcosa di nuovo si sta facendo avanti. Un

nuovo fatto di persone che guardano ai fatti e non al teatrino della

politica, che vogliono contribuire alla costruzione di un’alternativa fatta

di sostanza e non di mera ritualità movimentistica, che hanno capito (e

molti lo dicevano) che un incontro internazionale come questo vale 10

manifestazioni…

 

Il silenzio assordante della stampa

Qualcuno leggendo queste note proverà forse una certa sorpresa.

La conferenza di Chianciano è stata infatti oscurata dai mezzi di

informazione. E si sa cosa significhi in società come la nostra. Tuttavia in

questo caso lo scandalo della disinformazione di regime è talmente enorme –

perché enorme è lo scarto tra un evento di portata mondiale ed il suo

assoluto oscuramento mediatico – che non vogliamo qui lamentarcene, ma

piuttosto riflettere sul suo significato. Avevamo capito da tempo che la

linea di condotta bipartisan sarebbe stata quella del silenziamento. D’altronde,

nei confronti di chi sostiene le lotte di liberazione dei popoli oppressi la

linea è questa: o criminalizzazione o silenziamento.

Ma in questo caso si è passata ogni misura, chiediamoci il perché. Dobbiamo

chiedercelo anche perché a Chianciano erano presenti le maggiori agenzie di

stampa oltre ad alcune testate giornalistiche e televisive. Anche questa

presenza non ha prodotto alcun ritorno informativo.

A noi pare che tutto ciò abbia un’unica spiegazione: siccome avrebbero

dovuto parlare di una grande riuscita della conferenza hanno preferito non

parlarne per niente.

A questo siamo arrivati, su questo sarebbe bene ragionare per capire dove

sta andando la "democrazia" italiana nei tempi del centrosinistra.

Nello scandalo generale del silenziamento c’è un altro scandalo non meno

grande, quello dell’assenza di ogni informazione su quotidiani come il

Manifesto e Liberazione i cui lettori hanno saputo della conferenza solo

grazie alla pubblicazione delle manchette a pagamento.

 

La discussione con e tra le Resistenze

Nella preparazione della conferenza abbiamo spesso parlato di Resistenze. Se

il fenomeno della resistenza al progetto di dominio americano concepito con

la "Guerra Infinita" è infatti unico, diverse sono le sue espressioni ed

articolazioni nelle varie realtà nazionali.

Di fronte a questa evidenza avevamo due strade. La prima era quella di far

finta di niente, approcciandoci alle Resistenze in maniera generica e

superficiale; la seconda – che abbiamo scelto – era quella dell’invito alle

forze maggiori e più rappresentive, coinvolgendo le aree politiche e

culturali più significative e decisive nell’avanzamento di un necessario

processo di unità che possa sfociare nella costruzione di un vero fronte

antimperialista internazionale.

Ovviamente questa scelta implicava anche il confronto tra posizioni diverse.

Come era facile prevedere un rilievo particolare ha assunto la valutazione

dell’attuale politica iraniana in Medio Oriente. Una politica vista con il

massimo favore da Hezbollah e dalle altre forze della resistenza nazionale

libanese, così come da Hamas; valutata invece in termini nettamente negativi

dalla resistenza irachena che deve confrontarsi militarmente con un governo

(e con gli squadroni della morte ad esso collegati) assai vicino a Teheran.

Jabbar al Kubaysi, portavoce del Fronte Nazionale Patriottico Islamico, ha

così sintetizzato la questione: "Saremo con l’Iran se verrà aggredito dagli

Usa, ma oggi è l’Iran che deve rovesciare la propria politica in Iraq

smettendo di sostenere l’occupazione statunitense". Il tema è stato ripreso

nelle conclusioni di Moreno Pasquinelli, che ha argomentato la necessità di

stare con l’Iran nella prospettiva dell’aggressione, mantenendo però una

forte critica nei confronti dell’attuale geopolitica iraniana che tanti

danni sta provocando sul fronte iracheno.

 

Un passo avanti

Un passo avanti è stato fatto.

Per la prima volta è stato possibile un confronto internazionale ad

altissimo livello su questi temi, con questi protagonisti. Il documento

conclusivo che pubblichiamo di seguito, proposto dalla presidenza ed

approvato per acclamazione, è certamente un passo avanti nella direzione

dell’unità.

In esso si legge che: "seguendo il sentiero tracciato dalle Resistenze in

Palestina, Iraq, Libano e Afghanistan, ci impegneremo a costruire una rete

delle forze antimperialiste affinché si concretizzi la speranza di tutti gli

oppressi, dal Sud al Nord, dall’Est all’Ovest: un’alleanza antimperialista

internazionale".

Se per raggiungere questo obiettivo c’era un grande bisogno del confronto

tra le resistenze, altrettanto importante è la questione del rapporto tra

queste ed il movimento contro la guerra in occidente. Su questi punti sono

stati rilevati i passi avanti compiuti nell’ultimo anno, ma anche la loro

insufficienza.

Se l’obiettivo del Fronte antimperialista internazionale richiede certamente

un lungo lavoro politico, quel che è emerso da Chianciano è la necessità di

proseguire su questa strada, unica risposta all’altezza della sfida lanciata

dall’imperialismo con la "Guerra Infinita".

Per quanto riguarda l’Italia, il successo della conferenza indica la

necessità di un’aggregazione più ampia e più forte degli antimperialisti. In

un contesto generale molto difficile, il lavoro di questi anni ha dato dei

frutti importanti che ora costituiscono la base di un possibile passo in

avanti.

Di tutto questo discuteremo nelle prossime settimane con chi ha lavorato con

noi in questi mesi.

 

 

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LA RISOLUZIONE FINALE

 

Palestina, Iraq, Libano, Afghanistan: sosteniamo la Resistenza!

Per la sconfitta dell’impero nordamericano, dei suoi alleati europei e dei

suoi fantocci in Medio Oriente!

 

 

DICHIARAZIONE FINALE APPROVATA PER ACCLAMAZIONE DALLA CONFERENZA

INTERNAZIONALE «CON LA RESISTENZA-PER UNA PACE GIUSTA IN MEDIO ORIENTE»

 

Una battaglia di storica portata è in corso in Medio Oriente. Il suo esito

non determinerà soltanto il futuro della regione, ma quello dell’intera

umanità.

L’offensiva imperialista – guidata dagli Stati Uniti, sostenuta dagli altri

briganti imperialisti e dai loro satrapi locali – iniziò in Afghanistan e

culminò con l’invasione dell’Iraq. Lo scopo non era solo il consolidamento

della tradizionale supremazia occidentale.

 

Riscoprendo i suoi congeniti appetiti colonialisti, l’imperialismo cerca di

esercitare un dominio diretto e incontrastato.

In questo quadro non c’è spazio per forze, governi o nazioni che rifiutano

di sottomettersi al dispotismo imperiale americano.

Gli imperialisti giustificano le loro aggressioni affermando di voler

combattere il "terrorismo" ed "esportare la democrazia" – ove per

"terrorismo" intendono ogni movimento popolare di liberazione e per

"democrazia" le dittature camuffate che essi tengono in piedi in Medio

Oriente. Nel contempo istigano a una nuova crociata contro l’Islam in nome

dell’idea sciovinista di "scontro di civiltà".

 

Gli aggressori, una volta sconfitti i governi a loro ostili in Afghanistan e

Iraq, si sono illusi di aver raggiunto una facile vittoria.

Al contrario, si sono trovati di fronte potenti movimenti armati di

resistenza, i quali, forti di un sostegno popolare crescente, hanno portato

colpi devastanti agli occupanti e fatto traballare i loro piani

geostrategici.

 

La Resistenza irachena, malgrado l’ostilità della cosiddetta "comunità

internazionale", basandosi sulle sue forze, svolge un ruolo decisivo: non

solo sta gettando le basi per la liberazione nazionale, ma ha anche dato una

grande spinta a tutti i movimenti di resistenza dei popoli oppressi nel

mondo. Per questo, mentre condanniamo tutti i tentativi di isolare la

Resistenza irachena, lanciamo l’appello a riconoscerla come unica legittima

rappresentante del popolo iracheno.

 

Non è accettabile che, mentre l’Iran è sotto la minaccia di un’aggressione

militare statunitense, il regime di Tehran continui a sostenere il governo

fantoccio di al Maliki il quale, in combutta con gli occupanti, continua a

massacrare la resistenza popolare irachena.

 

Il grido di battaglia venuto dall’Iraq ha dato una nuova spinta all’eroico

popolo palestinese che dopo due decenni di Intifada ha intensificato la sua

lotta, cacciando i sionisti da Gaza e scegliendo un governo che non vuole

rinunciare all’obbiettivo storico della totale liberazione della Palestina.

 

L’entità sionista, cane da guardia dell’imperialismo, ha quindi attaccato e

invaso il Libano, ancora una volta violando il diritto internazionale. I

sionisti hanno sperato così di spostare nuovamente a loro favore i rapporti

di forza. Hanno invece subìto uno scacco devastante. La Resistenza nazionale

libanese, guidata da Hezbollah, ha infatti ottenuto una vittoria di portata

strategica che ha pesantemente incrinato il progetto americano-sionista di

"Nuovo Medio Oriente".

 

Condanniamo tutti i tentativi di disarmare la Resistenza libanese, così come

lo sforzo di americani ed europei di puntellare un governo incostituzionale

e antipopolare, il tutto allo scopo di proteggere gli interessi israeliani.

 

Gli Stati Uniti, insistendo nel loro tracotante disegno imperiale, hanno

reagito accentuando la loro politica guerrafondaia.

 

Mentre in Afghanistan la NATO ha scatenato un’offensiva genocida contro le

zone liberate, in Iraq gli Stati Uniti hanno aumentato le truppe d’occupazione,

sperando che questo serva a fermare l’avanzata della Resistenza e a salvare

il governo fantoccio. Parallelamente essi continuano a utilizzare le milizie

collaborazioniste allo scopo di alimentare il conflitto fratricida tra le

diverse componenti della comunità nazionale. In Libano, sotto l’egida delle

solite Nazioni Unite, gli americani e i sionisti hanno chiesto che Francia,

Italia e Germania dispiegassero le loro truppe, nel tentativo di

coinvolgerli nella loro campagna per schiacciare la Resistenza nazionale e

quindi riportare il Libano sotto la loro tutela.

 

Fino a quando gli Stati Uniti e i loro alleati non ritireranno le truppe dal

Medio Oriente; fino a quando essi non chiuderanno le loro basi militari;

fino a quando terranno in piedi l’entità sionista, non ci sarà pace nella

regione. Nessun popolo può concedere alcuna tregua ai suoi oppressori. Una

pace giusta sarà possibile solo con la vittoria dei movimenti di

liberazione. Per vincere, le Resistenze hanno bisogno di un fattivo sostegno

da parte delle forze antimperialiste e democratiche del mondo, ma hanno

anzitutto bisogno di unirsi, di coordinarsi, di lottare mano nella mano. Il

nemico è lo stesso, gli scopi anche. Noi rifiutiamo quindi tutti i tentativi

di divisione da qualsiasi parte essi provengano.

 

Ci impegneremo affinché i movimenti contro la guerra, anticapitalisti e dei

lavoratori, con azioni di massa, lottino contro l’imperialismo e il sionismo

e per un pieno e sincero sostegno alla Resistenza.

 

Seguendo il sentiero tracciato dalle Resistenze in Palestina, Iraq, Libano e

Afghanistan, ci impegneremo a costruire una rete delle forze antimperialiste

affinché si concretizzi la speranza di tutti gli oppressi, dal Sud al Nord,

dall’Est all’Ovest: un’alleanza antimperialista internazionale.

 

Basta con le guerre d’occupazione, fuori tutte le truppe straniere dai paesi

aggrediti!

Battere il sionismo, per la liberazione totale della Palestina!

Fermare la guerra permanente e preventiva dell’impero statunitense, no alle

minacce di guerra contro l’Iran e la Siria!

L’Europa cessi di sostenere le aggressioni americane!

No alle sanzioni ONU contro chi respinge i diktat occidentali!

Con la Resistenza verso un fronte internazionale antimperialista!

 

Chianciano, 25 marzo 2007

 

 

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<<AVETE PERSO UNA GRANDE OCCASIONE PER CAPIRE>>

 

 

Lettera di Ugo Giannangeli al Manifesto

 

a "Il Manifesto"

 

Fax: 06.68719573

 

Sono un abbonato.

Ho assistito alla Conferenza Internazionale di Chianciano del 24/25 marzo di

cui avete dato pubblicità (presumo a pagamento).

Ho atteso sino ad oggi, martedì, prima di scrivervi, nella vana attesa di un

vostro articolo sulla iniziativa.

Nulla.

La Conferenza è stata di eccezionale interesse.

Afgani, iracheni, palestinesi, libanesi hanno raccontato la loro situazione.

Larry Holmes ha descritto quella degli USA.

Comunisti, islamici, sunniti, sciiti hanno avuto la parola.

Silenzio stampa.

Avreste dovuto ringraziare e contribuire alle spese per la grande

opportunità offerta.

Invece nulla.

Avete offeso la memoria di Stefano che certamente sarebbe stato presente e

attivo.

Non a caso Lucio Manisco ha dedicato a lui il suo intervento.

Avete perso un abbonamento ma, soprattutto, una grande occasione per capire,

riflettere e far riflettere i lettori.

 

Ugo Giannangeli

 

 

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INTERROGAZIONI A VALANGA

 

 

La risposta di Hamza Piccardo alle farneticazioni del sen. Mantovano

 

 

Pur avendo ormai capito di aver perso la battaglia per impedire lo

svolgimento della conferenza (ride bene, chi ride ultimo!) diversi esponenti

della destra si sono rifugiati in una serie di interrogazioni parlamentari a

valanga.

La settimana scorsa è stata la volta dei senatori Mantovano (An) e Paolo

Amato (Forza Italia) che hanno ripetutamente chiesto al ministro dell’interno

di "Fermare la conferenza".

Ora è di nuovo Mantovano a scagliarsi contro l’intervento tenuto a

Chianciano da Hamza Piccardo, ripreso nella trasmissione Controcorrente di

Sky TG24 del 26 marzo, chiedendo a Giuliano Amato: <<quali provvedimenti

intende assumere a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica nei

confronti di chi ha svolto una tale apologia della violenza e della

devastazione quali strumenti di affermazione politico-confessionale>>.

 

In merito all’interrogazione presentata dal sen.. Mantovano, Hamza Piccardo

ha diramato una nota nella quale precisa quanto segue:

 

La mistificazione contenuta nell’interrogazione di Mantovano è provabile con

la visione del filmato del mio intervento a Chianciano durante il quale ho

ampiamente argomentato in merito al tema propostomi e, parlando delle

comunità immigrate ho esemplificato la loro condizione anche citando la

disperazione e la rabbia dei giovani di terza e quarta generazione che,

appunto in Francia, nell’autunno 2005, avevano sfogato il loro scontento in

una azione distruttiva nei confronti di beni e strutture pubblici e privati.

Ho detto con chiarezza che questo è quello che si deve evitare con ogni

sforzo possibile e che è necessario "parlare alle loro menti e ai loro cuori

senza mai dar loro l’impressione di volerli assimilare o strumentalizzare".

Quanto alla convinzione antimperialista essa fa parte del mio patrimonio

politico personale che la mia adesione all’islam non poteva che rafforzare

dandole al contempo una dimensione spirituale.

Il senatore Mantovano, sottosegretario agli Interni durante la reddition di

Abu Omar, membro quindi di un governo sorpreso in flagrante reato di

complicità con il rapimento compiuto da servizi segreti stranieri sul nostro

territorio nazionale, ha una concezione della libertà di espressione molto

particolare, forse eredità del suo bagaglio culturale e politico che

nonostante le correzioni democratiche ostentate da Fiuggi in poi, rimane

evidentemente potente in lui.

 

Hamza Piccardo, 28 marzo 2007

 

 

 

UN TEMPO I COMUNISTI…..di G. La Grassa

 

Ci fu un tempo, ormai lontanissimo, in cui i comunisti – al di là del giudizio storico che adesso si potrebbe dare sull’intera loro vicenda storica – si ponevano i problemi della società tutta. Essi si consideravano l’avanguardia della classe operaia; ed essendo convinti che questa avrebbe progressivamente rappresentato la maggioranza della società, o comunque la sua parte decisamente produttiva – mentre tutti gli altri ceti (intermedi) sarebbero vissuti del plusvalore creato da quest’ultima – i comunisti avvertivano su di loro il peso di scelte che dovevano servire al complesso del sistema-paese, salvo che a un pugno di sfruttatori ormai parassiti in quanto meri rentier, semplici finanzieri.

Indubbiamente, lo sviluppo capitalistico non ha dato ragione ai comunisti ancorati all’analisi marxiana del primo capitalismo (quello con epicentro nell’Inghilterra di metà ottocento). La classe operaia in senso stretto – Marx non pensava comunque soltanto alle “tute blu”, bensì all’operaio cooperativo collettivo “dall’ingegnere all’ultimo giornaliero” (parole sue) – è diminuita in senso assoluto e soprattutto relativo; inoltre, perfino nei periodi di maggiore espansione e peso sociale, è stata una classe di rara incapacità egemonica. Tanto è vero che i partiti comunisti, postisi all’inizio come semplice avanguardia della stessa – in quanto “espressione concentrata” della volontà di quest’ultima, (sup)posta quale rappresentante degli interessi generali dell’intera società – si sostituirono poi di fatto ad essa e divennero un puro apparato di potere e di oppressione.

A coloro che iniziarono a capire la profonda degenerazione dei partiti comunisti “storicamente esistiti” nel ‘900, sia al potere (nei paesi del “socialismo reale”) sia all’opposizione nell’ambito del “campo capitalistico”, spettava il compito di analizzare le cause del fallimento e di mutare prassi e teoria che avevano condotto al disastro. Inizialmente, fu comprensibile che si pensasse ad una semplice involuzione, con possibilità di ripresa tramite una dura lotta interna al movimento comunista tesa a rovesciare le direzioni supposte revisioniste (con errato parallelo storico con la lotta primonovecentesca tra socialdemocrazia kautskiana e comunismo leninista). In seguito però, e soprattutto dopo l’indecoroso crollo e implosione del “socialismo”, dopo il rinnegamento e cambio di casacca di tutti i partiti comunisti, sarebbe stato necessario comprendere che il “difetto stava nel manico”, che il fallimento veniva da molto lontano, da una sedicente avanguardia incapace di riflettere sui suoi insuccessi e di mutare radicalmente prassi e teoria della rivoluzione anticapitalistica.

In ogni caso, soprattutto nei paesi avanzati capitalistici, ancora in sviluppo – con addirittura l’avvio di una nuova “rivoluzione industriale”, di grandi innovazioni e apertura di nuove frontiere della conoscenza – malgrado le profezie di crolli e sventure pronunciate da marxisti ormai degradati a gruppetti di fedeli di una “religione” senza più seguito di massa, ci si sarebbe aspettato che nuove schiere di critici della società capitalistica avrebbero abbandonato ogni velleità passata, mettendosi all’“ascolto” dei nuovi fatti, con la mentalità e il metodo dei comunisti d’antan, che si sforzavano di interpretare i bisogni generali di una collettività almeno nazionale.

Manco per niente. I (sedicenti) comunisti residuati hanno dimostrato di essere come gli anarchici di fine ottocento, ma meno simpatici, più arroganti e protervi. Qualche volta anche patetici, ma più spesso irritanti nel loro voler continuare ad insegnare la “vera religione marxista”, causa non ultima del loro totale sbandamento e sconfitta. Qualcuno è rimasto abbarbicato alla classe operaia, vista come fosse tuttora composta da tornitori, fonditori, magari perfino ancora minatori; questo qualcuno è rimasto ai tempi di Germinal di Zola. Altri si sono “modernizzati” (sic!), e sono allora diventati mera succursale di forze che hanno vitalità in completamente diversi contesti economico-politici e anche religiosi, in genere tipici di paesi capitalisticamente arretrati; le cui lotte – di liberazione nazionale o almeno di resistenza alle imprese neocoloniali soprattutto (ma non solo) di parte americana – vanno sicuramente appoggiate, ma non possono essere contrabbandate per una prassi politica in grado di coinvolgere le “masse” dei paesi dell’area in cui noi ci troviamo inseriti.

Si è così prodotta una vera degenerazione “imprenditoriale” dell’attività politica. I vari grupponi, gruppi, gruppetti, che si ritrovano nell’agone politico, non fanno altro che applicare le politiche delle grandi, medie, piccole imprese. Ci sono i partiti più grossi, gli oligopoli; ci sono medie imprese che cercano di trovare spazi non proprio infimi, lasciati liberi dalle più grandi per l’impossibilità di sostenere i costi crescenti necessari alla produzione di merci atte a soddisfare i bisogni di fasce abbastanza marginali di consumatori, lasciate un po’ in disparte dalla “produzione di massa”. Infine, ci sono le imprese piccole e piccolissime, alla ricerca spasmodica di qualche “nicchia”, che garantisca quel minimo di sopravvivenza sia pure a scartamento del tutto ridotto. Così abbiamo in Italia FI e DS come imprese di tipo oligopolistico, subito dopo AN e Margherita e appena appresso Rifondazione, Lega e UDC. Poi via via dei partiti piccoli, ma che riescono a far valere con i più grossi una loro “utilità al margine” non del tutto trascurabile. Infine i “disperati”, i gruppetti e gruppettini di comunisteggianti, di terzomondisteggianti, di non violenti che mimano malamente Gandhi e di violenti che assicurano la sopravvivenza a qualche “centro sociale”, ecc. E tutti, in catena (“di Sant’Antonio”), trattano sottobanco quella anche minima fetta di reale o potenziale elettorato che possono controllare a favore di qualche “impresa” di maggiori dimensioni.

L’idea che sia da ripensare una politica generale per l’intero paese non sfiora nessuno, nemmeno gli “oligopoli”, che tuttavia si possono sempre accordare per dividersi in qualche modo il “territorio” (sociale): il lavoro dipendente ad uno (magari quello del settore pubblico ad un collaterale); il lavoro autonomo ad altri, ma differenti a seconda che si tratti di professionisti o invece di commercianti o di “artigiani” (microimprese dei settori trasformativi), e così via. I manager poi la pensano diversamente, quelli del giornalismo o dello spettacolo si sentono intellettuali più raffinati e pretendono di avere una speciale rappresentanza qualificata. I più ridicoli sono gli avanzi che si dichiarano ancora comunisti, qualcuno anche marxista. Fanno una fatica boia a piazzarsi ma, in un sistema capitalistico con pur sempre buone risorse finanziarie, qualche piccolo sito dove alloggiare si può sempre trovare; tanto più che viviamo in un paese che, per una parte, distrugge la sua storia, ma ha pure qualche settore sociale sensibile a conservare l’archeologia industriale o perfino quella ancora precedente.

Credo non si debba più seguire gente simile, per quanto pochi si sia. Si fosse anche in 5 o 10 soltanto, è bene riprendere la “vecchia” mentalità (e metodologia) di pensare ai problemi più generali. Siamo talvolta costretti, dall’autentica cloaca politica con cui ci scontriamo ogni giorno, ad interessarci di bassezze, nelle quali, lo ribadisco, si distingue particolarmente la sinistra, trasformista, opportunista e ipocrita come in tutta la sua storia; peggiorata in questo dopoguerra dall’emergere del cattocomunismo, che forse, in un primo tempo, ha avuto una sua dignità in quanto unione di due “fondamentalismi”, ma che è adesso ridotto ad una accozzaglia informe di due pratiche politiche untuose, parrocchiali, meschine, senza strategia, solo dedite alla menzogna e al raggiro, la cui immagine visiva abbiamo in: Prodi, Rutelli, Marini, Fassino, D’Alema, Veltroni, Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, Mastella, Boselli, Bonino, ecc. Si tratta di una riedizione – certo in mutate, meno drammatiche ed invece farsesche, condizioni storiche – della badoglian-monarchia dell’8 settembre 1943, con la sua viltà e infamia; una classe sedicente “dirigente” che tradì l’alleato e passò dall’altra parte, ma senza dare al popolo (e all’esercito) alcuna indicazione precisa, se non quella di “resistere e difendersi da attacchi da qualsiasi parte provenissero” (capolavoro, si fa per dire, di codardia e di pilatesco atteggiamento di fronte ad ogni possibile conseguenza della propria precipitosa fuga e abbandono di responsabilità). La sinistra attuale è l’erede di questa classe “dirigente”.

Nel mentre indichiamo al ludibrio e alla vergogna il ceto politico italiano, i gruppi dominanti (la GFeID) che lo comanda, il suo elettorato decerebrato e cocciuto, dobbiamo però dedicare sempre più tempo ad analisi di lungo respiro, a vari livelli di “astrazione teorica”, onde capire la situazione nazionale e internazionale nell’attuale fase di notevole, pur se ancora squallido, movimento. Bisogna aprire le nostre menti ai problemi più generali del paese e del contesto più complessivo in cui è inserito.

 

28 marzo     

FRANCA RAME MI DEVE UN CRUSCOTTO

 

Franca Rame mi deve un cruscotto. La senatrice incorruttibile dell’IdV, quella che minaccia di dimettersi e poi non lo fa perché la sua gente la vuole seduta lì al suo posto, quella che tra gli anni ’60 e ’70 cantava, insieme al marito, canzoni memorabili contro il gradualismo; quella rivoluzionaria, comunista, ora anche pacifista, nonviolenta ma anche un po’ meno comunista (e più gradualista), quella che lancia sondaggi dal proprio sito per decidere cosa votare in senato, quella che chiede al “poppolo” se è il caso o meno di dimettersi (sapendo in anticipo che sarà un plebiscito di “no-dai-rimani-salvaci-ancora-dal-male”) quando il governo agisce squallidamente, quella che si è candidata con Di Pietro simbolo della Giustizia “oneway” (il prode cavaliere dell’apocalisse antiprimarepubblica, quello che si è mosso solo quando la DC e il PSI erano stati scaricati dagli USA e dai poteri forti nostrani, premurandosi sempre di non guardare mai dall’altra parte, anche se abbiamo avuto “secoli” di consociativismo). Purtroppo ieri ero in macchina mentre Franca Rame arringava i senatori con le sue mille ragioni contro la guerra. Diceva dei molti soldati italiani lasciati alla loro triste sorte dopo aver contratto tumori e leucemie (a causa dell’uranio impoverito utilizzato in Jugoslavia, Iraq ecc). Sciorinava, con maestria e voce stridula, le sue ulteriori ragioni contro le guerre combattute conto terzi, al solo fine di garantire agli Usa il proseguimento di una strategia di controllo del mondo. Verooo! Bene! Brava e Bis! Ma dopo tutte queste belle argomentazioni, dopo questo prologo impeccabile eccola finalmente giungere alla dichiarazione di voto vera e propria: “…ed è per questo che voto sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan”. Come? Siamo su scherzi a parte o lei ci fa davvero così coglioni? Dopo tutta la santità del suo discorso ci propina la solita solfa sul Governo Prodi che deve vivere perché di sinistra? E le sembra una ragione sufficiente? Con questo atto lei e tutti i suoi compagni di “merende mancine” vi rendete responsabili di una guerra criminale che sta portando morte e distruzione, sia tra le fila “nemiche” (nemici di chi? degli italiani forse?) che tra i nostri soldati ai quali avete lasciato regole d’ingaggio buone solo ad alleviare la vostra coscienza di pacifinti codini. Visto che le piace tanto Di Pietro e la giustizia, sa mica come si chiamano, secondo il codice penale, quelli che convincono gli altri a commettere un crimine? Si chiamano mandanti e le loro responsabilità sono per lo meno uguali (in questo caso superiori) a quelle degli esecutori materiali (adesso faccia lei, sempre se uno più uno fa ancora due per questa sinistra). Tanto detto, le ribadisco che mi deve un cruscotto perché dopo il suo bel discorso d’apertura e la dichiarazione di voto, in completa contraddizione con quanto pronunciato pochi secondi prima, è partito il mio diretto in direzione del contachilometri.

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