MANIFESTO PER LA COSTRUZIONE  DELLA TERZA FORZA

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Finalmente pubblichiamo (cliccare qui a fianco) sul nostro Blog “Costruire la Terza Forza,” una sorta di documento-manifesto, elaborato da Gianfranco La Grassa,  che si propone di delineare le qualità specifiche e la struttura che dovrà avere una nuova forza antiegemonica ed anticapitalistica in grado di proporsi quale agente di rivoluzionamento (in tempi che, tuttavia, non saranno brevi ma nemmeno troppo proiettati in un indefinibile futuro) dei rapporti di forza tra “classi sociali”, oggi fortemente squilibrati a tutto vantaggio dei funzionari(privati)del capitale.

Con questo manifesto si vuole puntare ad un’accumulazione delle forze, positiva e propositiva, di quelle parti della società che avvertono la necessità di una trasformazione e la cui azione dovrà ineluttabilmente indirizzarsi verso il compattamento dei blocchi sociali dominati (fortemente stratificati e, quindi, tutt’altro che definibili come un’unica “classe” in sé o per sé, nonché diversificati soprattutto per livelli di reddito) al fine di opporre una resistenza che sia realmente tale, ed, in prospettiva,  rilanciare una controffensiva (sulla quale per ora poco si può dire) a danno degli attuali dominanti capitalistici.

Per fare questo occorrerà sgombrare il campo dai vecchi convincimenti e dalle teorie vetuste che hanno segnato il passo; si dovrà procedere ad una inevitabile sostituzione di queste teorie (pseudo)anticapitalistiche (anche se “marxisteggianti”), ormai inservibili per la comprensione di una realtà sociale stravolta dalle innumerevoli rivoluzioni avvenute all’interno del capitalismo (e si badi bene, dentro il capitale e non fuori di esso). Queste stesse teorie hanno avuto, nell’epoca storica nella quale si sono dispiegate, un afflato “similrivoluzionario”, a volte sono state anche utili per il  coinvolgimento delle masse in processi di miglioramento e di avanzamento sociale (comunque dentro il capitale), oggi, invece rappresentano meri accumuli di macerie che sbarrano il percorso a chi vuole di fatto ricominciare ad agire in termini anticapitalistici.

Per iniziare, quanto a lungo dovremo ancora girare in tondo come i sufi, nella magica circolarità solo apparentemente polarizzata, qual è quella tra destra e sinistra? Dovremmo deporre nella pattumiera storica delle cose inutilizzabili queste due categorie perché completamente svuotate della loro funzione originaria. Destra e sinistra hanno esaurito la loro missione epocale, converrebbe oggi chiamarle “Fattore D” e “Fattore S” (come dice bene La Grassa in questo manifesto) con la consapevolezza che, come in una proiezione ortogonale, “D” e “S” si sono alla fine incontrate in un punto di convergenza capitalistica, qui hanno subito una metamorfosi e sono state sussunte, divenendo la migliore proiezione “formale” di una comune sostanza capitalistica. Di esse resta solo un involucro identitario che rimanda ad un passato, qualche volta glorioso (almeno per quanto concerne una parte di questa  sinistra), andato irrimediabilmente perduto.

Certo, una possibile Terza Forza avrà la necessità di agire tatticamente (all’interno di una visione strategica più completa) e tale tattica potrà richiedere alleanze provvisorie per la conquista di spazi d’azione sempre più ampi e per l’allargamento della base sociale sulle cui gambe camminerà la nuova forza antisistemica. La sinistra, in questo senso, potrebbe essere una momentanea sponda di dialogo (anche perché controlla blocchi sociali rilevanti) ma tenendo presente, con anticipo, la sua storica propensione al tradimento. Questo dovrà spingerci sempre a preservare la nostra identità, faremo solo brevi tratti di strada con questa gente, guardandoli a vista e non dando mai loro le spalle.

Dunque, nella definizione della strategia complessiva che una Terza Forza dovrà adottare, occorrerà specificare una serie di obiettivi (da quelli più contingenti a quelli di più lungo periodo, sempre con una certa flessibilità adattativa, almeno sulle modalità di conseguimento di tali obiettivi) quali, ad esempio, la nostra collocazione rispetto alla politica internazionale o quella interna al contesto nazionale (quale campo privilegiato d’azione, il terreno che sosterrà il nostro peso, a meno di non voler dare adito alle nefandezze sulle moltitudini transnazionali di un impero senza centro).

Intanto, è imprescindibile per noi un antiamericanismo “ragionato” (e non pregiudiziale e indirizzato contro ogni aspetto della cultura americana) perché gli Usa sono il paese attualmente dominante, l’area del modo dove si è sviluppata la formazione sociale dei Funzionari del Capitale. Noi contestiamo gli Usa perché sono il centro di un’area egemonica capitalistica di “predominanza” che cerca d’inglobare nella sua sfera d’influenza altre formazioni capitalistiche ad essa affini (in quanto formazioni sociali di funzionari(privati) capitalistici), tenendole in posizione di “subdominanza” (vedi i paesi dell’occidente sviluppato, quelli semicentrali) o addirittura di totale asservimento (i paesi non centrali). Per realizzare questa preminenza gli Usa approntano strategie di potenza a “variazione geometrica”  che a volte possono sfociare in guerre aperte (come in Afghanistan, Iraq o Serbia) altre volte contemplano l’uso delle “armi” della diplomazia (un po’ bastone un po’ carota a seconda dei casi e delle opportunità). L’Europa, in primis, è un’area che si sta legando agli Usa a causa delle sue inette classi dirigenti che accettano di riprodursi negli spazi lasciati liberi dal paese centrale proprio in virtù di tale sub-ordinazione, batterie controllate di “polli” che non metteranno mai in discussione l’egemonismo statunitense. Anche l’Italia, essendo parte dell’Europa, sta giocando il suo ruolo nell’accelerazione di tale processo d’inglobamento, il nostro paese ha una funzione geo-strategica fondamentale per i dominanti americani e le numerose ingerenze nella vita politica ed economica italiana non fanno che corroborare questa convinzione (vedi il ruolo della Goldman Sachs in molti affari ancora poco chiari).

In questo senso occorrerà favorire lo “scornamento” reciproco tra gli schieramenti politici del “Fattore D” e del “Fattore S”, perché entrambi sono legati ai dominanti americani e ritardano, con la loro supinità e arrendevolezza (e questo vale anche per gli schieramenti politici degli altri paesi europei), il formarsi  di agenti sociali terzi, pronti a smarcarsi dall’egemonismo Usa.

Ovviamente, tante cose dovranno essere ripensate, abbiamo bisogno di una teoria sociale nuova (La Grassa la definisce nel manifesto “Teoria Sociale dello Sviluppo Ineguale dei Capitalismi) che consenta un miglior orizzontamento nelle mutate condizioni sociali concretatesi col passaggio dalla formazione economico-sociale borghese a quella dei funzionari (privati) del capitale.

In questo ripensamento dovrà necessariamente rientrare tutto il marxismo d’antan (da spazzare via una volta per tutte) ma anche la stessa elaborazione teorica di Marx.

Non vogliamo commettere nessun “parricidio” dicendo questo, ma non si può tollerare ancora questa operazione di pietrificazione del pensiero del grande pensatore di Treviri. L’ossificazione delle categorie da Marx utilizzate, al fine di cogliere la dinamica di sviluppo del sistema capitalistico, fa solo il gioco dei dominanti della sfera ideologica, i quali vogliono costringere la scienza marxiana in uno spazio senza tempo, fuori dalla storia e dalla possibilità di comprendere/rovesciare gli attuali rapporti di forza, hic et nunc. Per utilizzare una metafora scientifica (si parva licet), abbiamo dinnanzi lo stesso problema che ebbe Einstein (con i dovuti distinguo) nell’elaborazione della sua teoria della relatività generale. Di fatti, quando principiò ad elaborare tale teoria Einstein utilizzò i concetti della geometria euclidea in uno spazio che non poteva più esserlo, perchè occorreva trattare il tempo come una coordinata che si aggiungeva alle tre coordinate spaziali. Oggi noi ci troviamo nella stessa situazione, ci serviamo delle categorie marxiane sul modo di produzione ma cerchiamo di accordarle con le politiche degli agenti strategici dominanti a livello di geopolitica. Se è vera l’affermazione che si è costituita una diversa formazione economico-sociale, che non è più la Borghesia capitalistica dei tempi di Marx, viviamo in uno spazio modificato rispetto a quello che lui poteva osservare e spiegare con la sua teoria scientifica. E’ tutta qui la nostra esigenza di una nuova teoria che “riorienti il tutto della complessità strutturale della società capitalistica mondiale”(G. La Grassa).

La Grassa parla, come dicevamo, di Teoria Sociale dello Sviluppo Ineguale dei Capitalismi (TSSIC) perché il “Capitalismo” non esiste se non come lotta tra diversi capitali (che originano in diversi stati che sono anche nazioni)  che sono il “motore” di una dinamica competitiva più vasta (di potenza geopolitica), dipanantesi all’interno della formazione sociale mondiale(capitalistica). Lo sviluppo ineguale indica, allora, la disomogeneità intrinseca delle diverse parti che compongono la formazione sociale mondiale; da tale disarticolazione dipende il modificarsi dei rapporti di forza derivante dallo scontro tra segmenti di dominanti che puntano alla predominanza sugli altri. In tale ottica si alternano fasi più caotiche (policentrismo) quando la lotta per la predominanza è aperta o, al contrario, più stabili (apparentemente stabili) quando un segmento di formazione sociale riesce ad affermare la propria supremazia (provvisoria) sulle altre altri parti della formazione sociale mondiale(capitalistica). Il richiamo al sociale non può che essere riferito a questa alternanza tra fasi “mono” e “policentriche”, nell’ambito delle quali mutano le classificazioni sociali, in una spirale vieppiù crescente di complessificazione (sedimentazione orizzontale e stratificazione verticale) che è propria della dinamica capitalistica. Diventa, tutto ciò premettendo, davvero difficile comprendere come, i marxisti più ostinati, possano ancora parlare di contrapposizione tre due classi sociali, Borghesia e Proletariato, con la seconda che avrebbe la tendenza ad ingrossarsi a causa della concentrazione del capitale in poche mani.

Detto questo, l’intenzione del manifesto stilato da Gianfranco La Grassa è tutta politica ed ha l’obiettivo esplicito di dare sostanza (intervenendo come fattore riaggregante di ciò che la dinamica capitalistica disaggrega) ad una “massa d’urto” volta alla trasformazione sociale contro il capitale. I soggetti di questa trasformazione sono identificati per grandi linee, ma non esistono confini netti tra le classi stratificate (in basso), quelle che potrebbero essere artefici del rivoluzionamento (qui dovranno nascere molte alleanze che si sfalderanno o si rafforzeranno nell’azione di contrasto alle forze capitalistiche). Molto si capirà nella pratica organizzativa quotidiana.

Concludo questo intervento invitando gli interessati a considerare “Il manifesto per la costruzione della Terza Forza, come un “work in progress” che richiede un’affinazione collettiva. Siamo aperti al dialogo, ma solo con chi è davvero interessato alla creazione di una forza anticapitalistica con queste caratteristiche.

PIANO ROVATI: VOGLIAMO SAPERE TUTTO! (di G. La Grassa)

L’Unione fa quadrato attorno al suo leader e dichiara che non è più il caso di parlare del “piano Rovati”, perché adesso c’è l’emergenza delle scandalose e criminali intercettazioni della Telecom. Ecco a che cosa servono tre anni di indagini su queste intercettazioni, i cui risultati (arresti ecc.) vengono tirati in ballo al momento opportuno per salvare un premier e una parte politica. E naturalmente sono utili a ricattare Tronchetti e altri onde tenerli buoni e “rispettosi delle istituzioni” – come ha dichiarato l’ex presidente ora dimessosi – in modo che nello scontro non salti fuori nulla di illegale o quanto meno di “politicamente scorretto” proveniente da Palazzo Chigi.

A me sembra invece questo lo scandalo enorme: che tutto venga messo a tacere, che il piano Rovati sia fatto cadere in oblio. Il problema non è, come dicono i cretini dell’opposizione o l’ineffabile presidente confindustriale, il ritorno al dirigismo statale. Ribadisco che solo agli sciocchi può interessare discutere sul problema della proprietà “pubblica” (che piace alla sinistra) o “privata” (che piace alla destra); il problema reale è quali centri di potere stanno agendo e perché; quali strategie hanno in testa, come vogliono conciare l’intero paese a vantaggio di un’infima minoranza (non per la gloria del “capitalismo”, ma solo per quella del peggiore dei capitalismi).

Il piano (che è anche lo scandalo) Rovati è il piano e lo scandalo di Prodi. Quest’ultimo, però, è solo un servitore, un maggiordomo, un uomo di piccole virtù, di modesta intelligenza, di grande prosopopea e arroganza, un tempo mascherata da “umiltà di prete di campagna”, oggi sempre più scoperta e aggressiva. E’ sempre stato (anche come Presidente dell’IRI o della Commissione europea) l’uomo “giusto” al momento e al posto “giusto”; ma giusto per “certi” giochi di potere (sia economico-finanziario che politico). La vera questione di fondo è che dietro Prodi si intravede “la famosa Goldman Sachs” (per citare un recente passo di Geronimo) e la SanIntesa con altri centri finanziari del genere. La “statale” Cassa Depositi e Prestiti serviva da avanguardia e copertura; lo Stato – e la politica – “interveniva” affinché quei dementi della sinistra “radicale” fossero felici di farsi turlupinare dai predetti potentati finanziari (naturalmente so che molti di loro non sono dementi, ma corrotti; hanno bisogno della scusa “pubblica” per raccontare balle al loro elettorato, questo sì composto da dementi).

Il progetto Rovati – che speriamo non finisca nel rogo delle intercettazioni illecite su cui adesso, dopo anni di pubblicazione a mezzo stampa con sputtanamento di chi si voleva sputtanare per motivi di lotta politica, sono tutti d’accordo – sembra seguisse le indicazioni di due personaggi già della Goldman Sachs, Costamagna e Tononi, di cui il secondo è viceministro di Padoa-Schioppa e su cui pende una interrogazione parlamentare di Cirino Pomicino e altri per sapere se è ancora dipendente della finanziaria americana (la quale ha già un suo ex vicepresidente al vertice della Banca d’Italia; un vicepresidente che fu anche consulente del Banco di Bilbao nella sua OPA verso la BNL in opposizione a quella dell’Unipol, con le ben note vicende “antifaziste”, ecc.).

Parliamo brevemente anche di Costamagna. E’ stato recentemente testimone di nozze di Rovati. Sulla stampa leggo (ma certo vedremo fra pochi giorni se si tratta di notizie affidabili) che il 28 settembre potrebbe essere nominato amministratore delegato della “Mittel”, di cui potrebbe avere anche il 20% delle azioni, la stessa percentuale del finanziere polacco Zalewski, stretto collaboratore di Bazoli (“capo” della Intesa e oggi della SanIntesa). La suddetta Mittel è pezzo importante del capitale della Intesa (e quindi della SanIntesa) ma è anche presente nel capitale della RCS (proprietaria del Corriere della sera, di cui tentò la scalata il “furbetto del quartierino” Ricucci), nel cui patto di sindacato c’è pure Tronchetti, oltre a Montezemolo, Della Valle, Intesa, Capitalia, Unicredit e altri. Vi piacciono questi edificanti intrecci? Nei prossimi giorni, se mi salta il ticchio, posso magari citarne qualche altro a mo’ di esempio.

In Italia (e non solo) siamo ancora agli anni ’50 del cinema. Allora, ricordo, si diceva: “vado a vedere un film con Gary Cooper, Clark Gable, Rita Hayworth, Ava Gardner, ecc.”. Dagli anni ’60 siamo maturati e abbiamo capito che il personaggio principale è il regista, quindi si è cominciato a dire: “vado a vedere un film di Ford, di Wilder, di Fellini o Visconti, ecc.”. In politica si continua a vedere l’attore, non il regista. Solo quando esiste quella colossale mistificazione, ad uso dei “coglioni” elettori di sinistra, che è il berlusconiano “conflitto di interessi”, si vede il regista, ma solo in quanto attore. Non appena c’è l’attore Prodi, non si vede più il regista SanIntesa (Bazoli) o la Goldman Sachs, ecc.; o, detto meglio, non lo si vuol vedere e far vedere. E, per meglio riuscirci, non si parli nemmeno più dell’attore e del suo scandaloso progetto; ecco la moralità della sinistra, il suo amore per il popolo, il suo preteso farne gli interessi generali. Una menzogna continua, una copertura degli scandali, una melma che monta sempre più e tutto fa marcire.

Per quanto cerchi di reprimerlo, provo un senso di grande disgusto nei confronti di quelli di sinistra, e in particolare di certi loro settori; la destra non ha mai usato dati strumenti di analisi, ma una parte dei furfanti di sinistra ha conosciuto il marxismo; e quest’ultimo insegna chi sono i registi, assai più rilevanti degli attori. E invece nulla; quando si apre uno squarcio, come con il piano Rovati e la sequela di notizie che ne sono seguite, questi mascalzoni – anche con l’utilizzo di una magistratura che definire parziale è eufemistico – buttano cortine fumogene per salvare i loro posticini di parlamentari, di governativi, di sottogovernativi, di esseri subumani, venduti al “peggior offerente”, quali sono: tutti in massa senza eccezioni.

Non le persone oneste, ma semplicemente quelle di intelligenza umana media, desiderano invece che si indaghi sulle intercettazioni illegali della Telecom, che se c’è da “pestare” su Tronchetti, lo si faccia senza riguardo; ma che venga in primo piano il progetto (e lo scandalo) Prodi (Rovati è solo un tirapiedi), con tutto il verminaio registico che è alle sue spalle. Basta tollerare connivenze da parte di questi autentici mentitori e fottutissimi di sinistra, più corrotti e colpevoli di quelli (un po’ ritardati) di destra; “chi non li combatte in compagnia, è un prete, un porco, o una spia”, adattando una vecchia filastrocca un po’ goliardica.

 

24 sett.

SOLUZIONE "THAI" (di Gianfranco La Grassa)

I tre poteri della “democrazia” liberale – quelli presunti separati e che si controllano reciprocamente – stanno facendo proprio una bella figura. Quelli legislativo ed esecutivo è già da un pezzo che fanno acqua da tutte le parti, e vorrei sapere quanti cittadini sono ancora convinti che sia da salvare qualcosa. Quello giudiziario sta ormai dimostrando a chiare lettere che è assolutamente non interessato alla Giustizia, ma solo ai giochi finanziario-politici che si svolgono sempre più scopertamente, da almeno 10 anni, in questo paese, e che lo stanno portando allo sconquasso definitivo. Prima però mi si conceda una digressione, non inutile.

In Ungheria – grazie al nastro, in cui era registrata una riunione del vertice del partito di maggioranza – si è venuto a sapere, dalla viva voce del Premier, che egli aveva mentito fornendo falsi dati circa una ripresa economica mai avvenuta, cosa che aveva favorito la sua vittoria elettorale. Laggiù, è scoppiato un casino infernale. Qui, purtroppo, non abbiamo ancora avuto un simile colpo di fortuna. Per anni sono stati truccati i dati sull’inflazione (ma erano conniventi entrambi gli schieramenti politici); e oggi mi sembra molto probabile che si stiano imbrogliando le carte in riferimento alla presunta ripresa in corso. Almeno fino a quando non si registrerà una chiara inversione di tendenza negli USA e in Germania, e si continuerà a notare che l’ancora alto tasso di sviluppo della Cina è comunque in diminuzione (di circa 2 punti percentuali; dall’11 al 9), è lecito pensare ad una possibile menzogna circa la conclamata ripresa in Italia. L’opposizione è però qui da noi in perfetta combutta con la maggioranza; ognuna delle due cerca solo di ascriversi il merito della “ripresa” in questione. D’altra parte, i dati sono forniti dal Governatore della Banca d’Italia, fino a poco tempo fa (fino all’elezione all’attuale carica) vicepresidente della Goldman Sachs (sezione Italia), la finanziaria americana di punta in mille operazioni sul nostro territorio; e chi è più filoamericano della nostra opposizione?

Torniamo comunque al discorso iniziale. Da almeno un anno, poteva scoppiare la bomba delle intercettazioni della Telecom; implicato in particolare un certo Tavaroli, che tutti i giornali dicono essere stato uomo di fiducia di Tronchetti. Il problema non è di dubitare delle illiceità scoperte dalla Procura; anche all’epoca di “Mani pulite”, almeno buona parte delle indagini rilevavano fatti illegali. Però, la Procura si serve di questi ultimi al momento opportuno, e per motivazioni che sembrano ben più politiche che di “Giustizia”. Così all’epoca di “Mani pulite” – quando fuori della rete furono fatti rimanere ben precisi ambienti politici piciisti e qualcuno anche diccì – così oggi per l’affaire Telecom. Tutto serve in un determinato momento, e nell’ambito di un determinato scontro politico (che ne ha dietro uno finanziario).

Dal mio punto di vista, c’è da esserne soddisfatti perché viene sempre più in luce quale verminaio sia la “democrazia borghese”, la finta separazione dei (tre) poteri. In quanto “cittadino”, che deve vivere in un paese del genere – sempre più vicino a situazioni simili, che so, a quella tipo scandalo della Banca romana all’epoca di Giolitti o, ancor peggio e in termini più vasti, a quelle caratterizzanti gli ultimi anni della Repubblica di Weimar – sono però preoccupato perché un eventuale crac della Telecom sarebbe quello della Cirio o della Parmalat all’ennesima potenza (da bomba convenzionale ad atomica); e potrebbe preludere appunto ad eventi anche politici assai pericolosi. Detto scherzosamente, ma non troppo, sarebbe quasi da augurarsi che fosse possibile in Italia una soluzione “thailandese”, con nuove elezioni non prima di un anno e dopo aver “bonificato” il paese dall’attuale ceto politico (ed insisto anche intellettuale; tutti quelli che avevano promesso di andare all’estero in caso di vittoria di Berlusconi dovrebbero essere “energicamente” invitati a mantenere la loro promessa). In Italia aggiungerei una precisa clausola: le persone che, a livello centrale e locale, hanno rivestito anche una minima carica politica negli ultimi dieci anni debbono essere escluse dall’elettorato (passivo ed attivo) per altrettanti anni. E tutti i conduttori, uomini di spettacolo, giornalisti, ecc, che hanno partecipato attivamente a trasmissioni TV, hanno scritto su importanti giornali (non solo i 4-5 principali!), riviste (e anche alcuni scrittori in certe case editrici), ecc. debbono esserne esclusi a vita. Ma è solo “un sogno”, lo concedo; però tanto bello!

Venendo al serio, bisognerà certo fare un po’ di cronistoria di questa Telecom (dal 1997 ad oggi), ma qui ci vorrebbe l’aiuto di qualcuno capace di rinvenire molti documenti (che, cercando, ci sono; non sto parlando di quelli segreti). Nessuno rimpiange che se ne sia andato Tronchetti; ed anzi speriamo che non ci sia qualche “rientro”, come accade spesso in questo paese. Quel Guido Rossi, se uno guarda a tutte le vicende “intricate e dubbie” degli ultimi (almeno 15) anni, è da considerarsi un tipo in gamba, ma non proprio tale da non destare dubbi e preoccupazioni di vario genere.

Per oggi mi limito a prendere le mosse da un articolo di Geronimo (Cirino Pomicino). Questi si spende per il mantenimento dell’italianità dell’azienda telefonica che non è “un inutile optional, come dice Mario Monti, nuovo consulente della famosa Goldman Sachs”; e poi afferma l’utilità di un “ritorno parziale del capitale pubblico che non può essere contrabbandato con il ritorno dello statalismo, che peraltro non c’è mai stato nella storia delle partecipazioni statali”. Più o meno tutto vero, però se si apporta una serie di qualificazioni non inutili. Intanto, molte voci concordano nel dire che il piano Rovati di scorporo della Telecom – quello che Prodi sostiene di non conoscere, mentre le persone sensate continuano a crederlo al centro della faccenda – era stato, almeno in linea generale, approntato da due uomini della “famosa Goldman Sachs” (di cui non mi sembra giusto ricordare solo un suo consulente attuale, Mario Monti, che lo è da meno tempo di altri, con ben altre cariche nel nostro sistema finanziario e politico); e su almeno uno dei due, che è al Governo, i giornali di un paio di giorni fa parlavano di una interrogazione parlamentare presentata proprio da Cirino Pomicino e altri parlamentari.

Il piano in questione comportava l’intervento “pubblico” (Cassa Depositi e Prestiti), ma non sembra trattarsi di qualcosa rispondente agli interessi della collettività nazionale, su cui dovrà pesare una finanziaria di 30 miliardi di euro; tra un quarto e un terzo di tale somma – pur se non si tratta di “giroconto diretto”, ma spero che nessuno si lasci imbrogliare da questo fatto – sarebbe stato impiegato per l’acquisto della Rete (fissa e banda larga, ecc.) della Telecom, che sarebbe comunque rimasta fortemente indebitata, aprendo così la strada ad un possibile intervento delle Fondazioni bancarie (su cui esprimeva un parere di “disponibilità” il Presidente della Cariplo) e, soprattutto, della SanIntesa; organismi non certo “pubblici”, e senza dubbio legati alla “merchant bank” di Palazzo Chigi.

Non facciamo confusione con l’ENI del tipo di quella di Mattei. Quest’ultimo aveva ben altra visione strategica, e non si faceva condizionare dai partiti (a loro volta tutti, ivi compreso il PCI, “pressati” dai centri di potere finanziario), ma anzi li pagava, come lui stesso ammise. E’ ovvio che l’ENI era “pubblica” solo di nome; in realtà era gestita – e aggiungo: per fortuna! – dal gruppo di comando creato da Mattei che, lo ripeto, aveva una apertura strategica di grande rilievo. Non so se ad es., oggi, Scaroni (ENI) e Guarguaglini (Finmeccanica) abbiano la stessa statura, la stessa stoffa, la stessa indipendenza dalla politica, che a sua volta dipende dalla finanza; al cui vertice, anche in Italia, sta quella americana, di cui “la famosa Goldman Sachs” – e Geronimo dovrebbe saperlo – è una “punta di lancia”. Io mi auguro che ENI e Finmeccanica possano essere due nostri cardini per un minimo di rinascita di una economia allo sbando, ma francamente non ho elementi per emettere un vero giudizio, positivo o negativo.

Quello che mi sembra certo è che la Cassa Depositi e Prestiti non rappresenta nulla di tutto ciò. Come proprietaria di una quota (si parlava del 30%) della Telecom, sarebbe stata alla mercé delle decisioni della suddetta “merchant bank”, che ha i suoi precisi mandanti nel complesso finanziario SanIntesa e, credo in subordine, Fondazioni. Non è un caso che le voci dicono di possibili cordate “avverse”, fra cui una è quella che pare costituirsi attorno a Unicredit e Montepaschi (sempre comunque connesse al carro del centrosinistra, quale loro rappresentante politico). Mi incuriosisce il silenzio della (o sulla?) Capitalia. Eppure dovrebbe anch’essa reagire alla (tentata e fallita? Non so) costituzione del polo di potere finanziario-politico rappresentato dalla suddetta SanIntesa e Governo (o meglio Premier, perché “altri” – indovinate chi? – potrebbero stare con Unicredit-Montepaschi). Ricordo solo, di passaggio, che alcuni mesi fa Veltroni aveva espresso giudizi di stima e appoggio a favore della Capitalia (in particolare di Geronzi), nel momento in cui quest’ultima sembrava esposta alle mire della Intesa e a queste però resisteva.    

In ogni caso smettiamola con la coppia pubblico-privato, vero inganno del formalismo borghese esattamente come la “tripartizione e separazione” dei poteri. I neoliberisti inneggiano al privato, i neokeynesiani, e anche certi “vecchi democristiani”, inneggiano al pubblico. In realtà, conta solo sapere quali sono i centri di potere cui rispondono le imprese pubbliche o private. Conta solo sapere se si tratta di imprese di punta o no, se promuovono o meno una ricerca tecnoscientifica di eccellenza, ecc. Conta solo sapere se abbiamo un governo politico prono a centri di potere del tipo della “famosa Goldman Sachs” e di centri finanziari privi di un qualsiasi piano industriale (sto parlando di quelli che progettano produzione e innovazione, non meri giochetti finanziari, scorpori o acquisizioni, apertura o cessioni di sportelli per mettersi in regola con le ridicole regole antitrust, che non hanno mai deconcentrato il potere effettivo!). Basta con la presa in giro e dell’italianità e del binomio pubblico-privato; queste formulette ideologiche vengono usate, “a geometria variabile”, a seconda degli interessi di gruppi finanziari-politici che, al momento, sono solo devastatori del paese; e tutti, incredibile, trovano il loro campo di battaglia all’interno del centrosinistra, quello che è per il “poppolo” contro il cattivo Paperon dei Paperoni italiano, il quale “fa solo il furbo” cercando di giostrare in mezzo al casino pazzesco combinato da questo centrosinistra, al governo da appena tre mesi o poco più. Prima fa dire ad un importante dirigente che Mediaset potrebbe essere interessata alla Telecom, poi afferma che mai si sognerebbe di prendere una società così indebitata; è come se dicesse: “ci speravate che io abbandonassi la politica con una ricca buona uscita, e invece no”. Però….quale sarà l’intenzione (recondita) vera? Tutto è aperto.  

In ogni caso, questo Governo ha conseguito un vero record; nessuno, in così poco tempo, aveva saputo impiantare un puttanaio simile. Ma non si esaurirà da solo; il ceto politico vorrà durare come minimo due anni, sei mesi, un giorno; altrimenti tutti i privilegi della legislatura andranno persi. Che bel sogno, la soluzione thailandese….; non preoccupatevi, mi piace finire scherzando.

 

23 settembre

       

INTERVISTA A MOHAMMED ALDARAJI (MONITORING NETWORK OF HUMAN RIGHTS IN IRAQ)

(Intervista di Gianni Petrosillo) 

Mohammed AlDaraji è il presidente della Rete di Monitoraggio per i Diritti Umani in Iraq. Tale rete raggruppa 28 diverse organizzazioni che si propongono, come obiettivo prioritario, quello di portare alle luce le violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo in Iraq, all’indomani dell’occupazione del paese da parte dell’esercito americano.

il loro lavoro è molto importante perché, attraverso le denunce sulla reale situazione in Iraq e con i filmati diffusi, costringono gli americani a confessare l’utilizzo di armi non convenzionali nel conflitto in corso, vedi appunto il famigerato fosforo bianco. Rai News ha trasmesso, poco tempo fa, il terribile filmato “Fallujah: la strage nascosta”, dove si sono visti gli orrendi effetti che i bombardamenti al fosforo bianco hanno causato sulla città di Fallujah. Gli americani si sono giustificati dicendo di aver utilizzato tali armi solo contro i resistenti irakeni, in realtà, sono morti soprattutto donne, bambini e civili.

Questo è stato il loro un primo “successo” in termini mediatici.

Un altro terribile fatto, portato alla ribalta dei media grazie al loro lavoro, è stata la strage di Haditha, nell’est dell’Iraq. Qui i soldati statunitensi hanno rastrellato le case e sterminato quattro famiglie inermi, uccidendo donne e bambini.

Tale strage è avvenuta in seguito ad un atto di ritorsione poichè i resistenti irakeni avevano ucciso due soldati americani. L’esercito USA ha risposto uccidendo 24 persone innocenti (adesso fate voi le dovute proporzioni, anche con altri episodi della Storia, visto che oggi i paragoni sono di moda).

Dopo quattro mesi questo osceno crimine è stato portato a conoscenza dei media internazionali proprio grazie alle foto scattate dalla Rete di Mohammed e pubblicate dal giornale “Today”.

 

Ho avuto la fortuna d’incontrare Mohammed nella città nella quale vivo attualmente, così ha deciso d’intervistarlo.

G:  Mohamed sono passati 3 anni dalla fine della guerra in Iraq, una guerra che, è bene ricordarlo, era cominciata perché gli americani dicevano di aver individuato armi di distruzione di massa nel vostro paese e per un fantomatico collegamento tra Saddam Hussein-Al Qaida-Twin Towers. In realtà, in “corso d’opera”, gli americani hanno “riaggiustato” il tiro parlando di necessaria esportazione della democrazia (anche perché le armi di distruzione di massa non c’erano). Qual è la situazione oggi?

 

M:     Il Congresso Americano ha ammesso che non c’erano armi di distruzione di massa in Irak, persino i capi della Cia hanno dovuto ammettere che non c’era traccia di tali armi, sconfessando precedenti rapporti dell’intelligence americana stessa. Il Congresso americano ha stabilito, inoltre, che non c’era nessun link tra Al Qaida e Saddam.

Loro parlano di esportare la democrazia in Iraq, ma dov’è la democrazia quando vengono uccise persone innocenti. In Irak non c’è sicurezza, non c’è lavoro e non ci sono servizi. I civili irakeni escono di casa ma non sanno se riusciranno a tornare dalle loro famiglie. Ci sono squadroni della morte diffusi su tutto il territorio, milizie irakene, curde e sciite provenienti dall’Iran, questi lavorano con gli americani per dividere ulteriormente l’Irak.

Alcuni di questi miliziani sono fuggiti dall’Iraq sotto Saddam e si sono riorganizzati grazie all’aiuto degli iraniani. Oggi questi criminali combattono al soldo degli Usa e garantiscono agli americani il controllo di un’importante area del paese.

 

G: Tu sei di Fallujah e durante la prima battaglia eri presente nella città. Le devastazioni sono state immani a causa delle cluster bomb, poi, addirittura, nella seconda battaglia gli americani hanno utilizzato le famigerate armi al fosforo bianco. Perché proprio a Fallujah e perché con una tale intensità?

 

M:     Con l’attacco a Fallujah gli americani volevano dare un esempio alle altre città.  I combattenti di Fallujah avevano tentato di rapire il Generale John Abu-Zaid che era lì per prendere visione della situazione. L’obiettivo era quello di uno scambio con i prigionieri detenuti ad Abu Graib. Quando si sono resi conto che si trattava di un’operazione troppo difficile hanno cercato di ucciderlo ma sono riusciti solo a ferirlo. C’è però un secondo motivo che spiega la ferocia con la quale i soldati americani hanno attaccato Fallujah.  I resistenti irakeni hanno ucciso quattro contractors legati al Mossad e alla Cia.

L’attacco a Fallujah ha generato un clima da vera rivoluzione in tutto il paese, l’esempio delle fiera resistenza fallujana ha spinto molte città a ribellarsi, a rintuzzare gli americani fuori dal proprio territorio. Gli americani si sono trovati così a intervenire su troppi fronti contemporaneamente ed alla fine hanno sottoscritto un cessate il fuoco. Ma gli americani non accettano di buon grado le sconfitte e così la tregua non è durata molto a lungo.

 

G: Quanti irakeni sono morti in questa “guerra” democratica?  

M:     Il primo anno di occupazione ha causato 100 mila morti. Secondo la stampa internazionale i morti sono solo 25 mila in due anni.

 

G:      Quali sono stati gli abusi peggiori che l’esercito americano ha commesso sul suolo irakeno e quante Abu Ghraib esistono ancora in Irak?

Le violazioni dei diritti umani ormai non si contano più, tu hai più volte denunciato all’ONU la situazione. Come sta agendo l’ONU in tal senso?

 

M:     Gli americani hanno chiuso Abu Ghraib dopo le immagini e i filmati trapelati, tuttavia non sappiamo ancora quante prigioni come questa esistono ancora in Irak e in che condizioni sono. Dall’ultimo rapporto che abbiamo inviato all’ONU, proprio l’altro ieri, emerge che ci sono ancora 35 mila civili irakeni rinchiusi nelle carceri controllate dagli americani, molti di questi non hanno commesso nessun reato, sono detenuti ingiustamente e gli Usa non spiegano perché li tengono prigionieri.

Per quel che riguarda l’ONU posso dirti che non ha nessun potere, è sotto il completo controllo americano. L’ONU non fa assolutamente nulla, è un organismo debole senza mezzi e strumenti per fare pressione sugli americani. Ti faccio un esempio. L’ONU interviene in molte zone di guerra, a volte con decisione, da noi invece non ci prova nemmeno perché gli Stati Uniti hanno fatto capire che non ammettono alcuna ingerenza in questa faccenda.

Ho chiesto molte volte all’ONU di istituire una Commissione d’indagine per verificare lo stato dei diritti umani in Irak ma loro non rispondono neppure. Durante il periodo di Saddam Hussein venivano stilati molti rapporti sulle torture e gli abusi commessi dal regime. In quel periodo è stato fatto un monitoraggio completo della situazione. Oggi, invece, l’ONU, dopo le forti pressioni subite, ha interrotto tale monitoraggio. Ora che le violazioni sono maggiori rispetto al periodo di Saddam Hussein nessuno si interessa dei diritti umani in Irak.

Abbiamo a più riprese richiesto l’invio dei Commissari dell’Onu nonchè l’istituzione di una Commissione d’indagine, ma l’ONU non ha risposto. L’ONU se ne lava le mani e si deresponsabilizza dicendo che non è sua competenza perché tutto dipende dal Consiglio di Sicurezza.

La nostra organizzazione sta cercando di completare l’ultimo rapporto speciale, come ha già fatto in passato, sostituendosi ad un’ONU totalmente inerte. Cerchiamo di accumulare  prove per il futuro.

Abbiamo chiesto alla Commissione di Ginevra, già col nostro primo rapporto, di intervenire con l’istituzione di alcune commissioni d’inchiesta, anche in questo caso nessuna risposta.

Col secondo rapporto ci hanno invece risposto, ringraziandoci per la professionalità del primo rapporto, hai capito? Utilizzano questi giochetti per non fare assolutamente nulla.

Alcuni commissari tunisini che si sono interessati all’Irak sono stati subito liquidati con la scusa che il loro mandato era in scadenza.

 

G: Adesso parliamo della fiera resistenza che il popolo irakeno ha opposto all’invasore americano.Com’è composta la resistenza irakena? Si può parlare di un fronte di resistenza unitario oppure esistono grandi differenze tra i vari gruppi che si oppongono all’invasione USA?

 

M: La resistenza non sapeva cosa fare poi hanno capito che gli americani volevano solo controllare l’Irak con la violenza. La resistenza si è costituita velocemente. È sicuramente composita, ci sono politici, religiosi, provenienti dall’esercito e da varie parti del paese. Ogni gruppo non conosce l’altro così se un gruppo viene preso non può dare nessuna informazione sugli altri. Si tratta, insomma, di piccoli gruppi con un proprio leader.

La violenza genera violenza, gli americani hanno cominciato con la violenza e per questo gli irakeni si difendono con i denti. Gli americani non hanno portato né democrazia né libertà,  loro hanno fatto patire al popolo le peggiori atrocità. La democrazia non verrà da fuori da una occupazione. Non regge l’esportazione della democrazia che è solo un fatto ideologico. La democrazia deve nascere dal popolo e nel cuore della nazione. Gli americani in nome della democrazia controllano i popoli, si tratta di un pretesto che nasconde i loro progetti egemonici.

 

G: Si dice che l’Iran stia facendo il doppio gioco in Irak. La sua volontà di proseguire in patria le ricerche sul nucleare spinge il governo di Amadinejad a rintuzzare con forza i diktat americani, tuttavia, ciò non si traduce in una lotta contro l’egemonismo americano tout court. Difatti, qualcuno dice che è proprio grazie all’Iran che gli Stati Uniti possono controllare il sud dell’Irak. E’ vero questo?

 

M: Si, è tutto vero. Il deputato iraniano Ali Abtahi  ha detto in una conferenza internazionale negli Emirati Arabi che senza l’apporto dell’Iran gli americani non avrebbero concluso nulla, né in Afghanistan né in Irak.

 

G: Pare che gli americani abbiamo intenzione di ridurre i contingenti militari in Irak installando basi in posizioni strategiche, per “marcarvi a zona”. In realtà, il marcamento a zona sarebbe indirizzato non solo all’Irak ma a tutta l’area mediorientale. Secondo te quali sono i loro piani sul medio-lungo periodo? E’ ipotizzabile un attacco all’Iran come quello avvenuto in Irak?

 

M: Il generale John Abu-Zaid ha detto, l’altro ieri, che non ci sarà nessuna riduzione dei contingenti. Tuttavia, gli americani sono intenzionati ad installare 6 nuove basi americane in Irak. Chi ha visto le basi dice che si tratta di installazioni che lasciano intendere una lunga permanenza e con molti uomini.

La posizione dell’Irak è centrale per il controllo di tutta l’area mediorientale per

questo gli americani stanno trasferendo i loro militari da altre zone del mondo in

Irak. L’occupazione è cominciata già nel 1992. Per quel che riguarda l’Iran, non

credo che gli americani attaccheranno questo paese perché l’esercito iraniano e

l’intelligence iraniana collaborano con gli Usa. Sul nucleare iraniano avrebbero

potuto intervenire in molti modi e non l’hanno fatto. Quando hanno voluto

bloccare la ricerca nucleare in Irak hanno ucciso i nostri scienziati e distrutto i

nostri centri di ricerca. Perché, invece, con l’Iran si limitano solo ad alzare la

voce?  La presenza del nucleare in Iran fa comodo agli americani, si tratta

di una scusante per piazzare le proprie basi e controllare l’area, il più a lungo

possibile.

G:      La ricostruzione del paese sarà lunga e difficile. Quanto tempo occorrerà, a tuo parere, per bonificare tutto il territorio dalle bombe a grappolo e dalle contaminazioni chimiche causate dalle “intelligenti” armi americane?

 

M:     Non c’è nessuna ricostruzione in Irak, la corruzione dilaga. I documenti ufficiali del governo dicono che ci sono 367 zone sono contaminate, di cui 150 molto pericolose. Ci sono 22 milioni di persone che rischiano la vita per cancro, su 26 milioni di abitanti in totale. Senza contare che gli effetti delle armi chimiche possono manifestarsi anche dopo decenni e generazioni.

 

G: Cosa speri per il tuo paese?

 

M:     L’Irak ha lunga e nobile storia. Spero nella ricostruzione e nella fine dell’occupazione. La liberazione dell’Irak dipenderà dal popolo e dalla resistenza che opporremo all’invasore americano. La gente irakena vivrà e morrà come gente libera, come sempre è stato nella storia del nostro paese.

I MASNADIERI DI GOVERNO (di G. La Grassa)

Aggiungo a quanto scritto nel blog poche considerazioni sulle notizie del giorno; ormai si accavallano l’una all’altra. Intanto, un articolo di George Soros sul Corriere. Come tutti sanno, questo personaggio nefasto è quello che i cretini di sinistra hanno incensato come capitalista rinsavito e “democratico” per aver scritto libri di critica di una parte del capitalismo americano, con la quale aveva dei conti da regolare, come avviene da sempre tra gli agenti dominanti. Ma ormai la sinistra attuale è diventata una cloaca massima, senza più analisi di alcun genere (non oso nemmeno nominare la teoria che ci univa un tempo, per non sporcare nomi nobili con “questi qui”) né prese di posizione politiche minimamente decenti e pensate. Oggi vanno di moda i “borghesi buoni”, come direbbe uno dei “migliori” rappresentanti di questa cloaca.

Poche righe dell’articolo di Soros: “In reazione agli attacchi di Hezbollah, Israele aveva ragione da vendere a voler annientare le milizie nemiche e a proteggersi contro la minaccia dei missili sui suoi confini. Ma Gerusalemme doveva stare più attenta a limitare al massimo i danni collaterali [corsivi miei; si noti che la dizione danni collaterali non è nemmeno messa tra virgolette, come si dovrebbe, magari mettendoci anche sic!, visto il linguaggio orwelliano usato per indicare massacri indiscriminati di civili, donne e bambini, ecc.; questa la sensibilità del “capitalista democratico”, del “borghese buono”]. Comunque, sia chiaro, apprezzo che Soros si schieri senza ipocrisie da una parte. Come avevo già rilevato, ci si avvia sempre più alla situazione netta e definita, in cui si romperanno false unanimità, tatticismi vergognosi, anche amicizie. O si sta da una parte o dall’altra; è una questione sia morale che politica.

Un altro genio è il commissario europeo Almunia: data la (presunta) ripresina, è bene che l’Italia ne approfitti per pestare giù forte con la finanziaria. Anche l’agenzia di rating Fitch dichiara perfino deludente la manovra poiché è stata ridotta della modica cifra di 5 miliardi (quando ci sono stati ben 19 miliardi in più di gettito fiscale tra primo semestre 2006 e quello del 2005). Veramente tutti dei geni. Si prevede che nel 2007 gli Usa, come minimo, rallenteranno (alcuni sostengono che “stanno sfiorando la recessione”); anche la Germania non farà da traino; ergo, la nostra annunciata ripresina  – sempre ammesso che non ci siano i soliti imbrogli sui dati come quelli relativi all’inflazione (2%), ai conti pubblici disastrati (affermazioni poi ringoiate) – durerà ovviamente l’espace d’un matin. In questa situazione, ormai largamente prevista – e con la Banca europea che vorrebbe innalzare ancora il tasso di sconto per prevenire spinte inflazionistiche (ma se è “ufficialmente” così bassa, e ancora più bassa in Europa che in Italia!) – gli imbecilloni consigliano di approfittare della supposta situazione “favorevole”, dando in realtà una botta all’economia e causando, con imposte e riduzione della spesa pubblica, l’annientamento di questa presunta ripresina. Si può immaginare una masnada di imbroglioni, giocatori “delle tre carte” allo sbando, peggiore sia della “banda” europea che di questi 103 (numero record di tutta la vita della Repubblica) tra Ministri e vice del nostro Governo?

E adesso, l’ultimo genio, l’emerito prof. Monti, advisor della Goldman Sachs, la “benemerita” punta di lancia della finanza americana, di cui fu vicepresidente Draghi, oggi “infilato” in un ganglio importante come la Banca d’Italia. Monti, in una intervista alla Stampa, loda appunto Draghi per aver eliminato i controlli della suddetta Banca, affidandosi finalmente alle “virtù del libero mercato”. Sta facendo cioè gli interessi della finanza (Usa appunto) da cui proviene, esattamente come il suo lodatore, l’emerito prof. Monti; il quale sgrida invece un po’ (ma non troppo) Prodi perché dovrebbe procedere più speditamente a pestare su di noi per sistemare i conti pubblici. E anche lui, come Almunia, sostiene: “Coloro che dicono: i dati sono un po’ migliori del previsto, perciò possiamo diluire gli interventi necessari, forse non hanno capito la natura del problema”. Insomma, la solita questione della “riforma” delle pensioni, della Sanità, ecc. Siamo sempre al gioco delle parti: l’Europa (questa esiziale Unione sostanzialmente monetaria al servizio del predominio statunitense) ci striglia e continua a rimproverare il nostro Governo (qualsiasi sia) perché troppo timido e prudente. E all’Europa si aggiungono le tirate d’orecchi dei filoamericani alla Monti e alla Draghi, dei fautori del centrismo, del “partito democratico”, e chi più ne ha più ne metta. Il nostro Governo segue con finta “riluttanza”, non applicando al 100% (solo al 90!) le ricette proposte, e tutti i cretini (di destra o di sinistra alternativamente) a sentirsi sgravati di un peso, a dire “meno male”, ecc. E intanto andiamo sempre più a fondo e siamo sempre più americodipendenti; e la ripresina occhieggerà dal “buco del c…” di tutti questi manigoldi che ci danno consigli e ci s-governano.

Per non dilungarmi troppo, invito solo a leggere il disgustoso editoriale di Di Vico sul Corriere (giornale sempre più infame e meschino, privo di ogni dignità di “organo d’informazione”). Ricordo che il prodiano Di Vico (fustigatore dell’immoralità di certi DS che osavano tentare di impadronirsi della BNL tramite l’Unipol) è papabile per la direzione del giornale dopo la fusione tra Intesa e S. Paolo, promossa dai prodiani Bazoli (che è potente membro del patto di sindacato della RCS) e Salza. Ormai il formaggio (Italia) è pieno di vermi. Ricordo solo, per gli smemorati, che l’opa dell’Unipol sulla BNL e quella della Popolare di Lodi (allora di Fiorani) sull’Antonveneta (operazioni appoggiate da Fazio) furono contrastate giudiziariamente, con vicende ben note, e appoggiate in nome della “libertà del mercato” (la stessa che porta Monti a lodare Draghi), attaccando invece il gretto Fazio che difendeva la meschina “italianità”. Oggi, gli stessi di allora (fra cui stanno i membri del patto di sindacato della RCS, a partire dall’ineffabile presidente confindustriale; tutti rigorosamente per il centrosinistra, con luride operazioni di acquisto dell’UDC; questa la concezione della politica di simili “esseri di superiore moralità”), gridano alla italianità sia per contrastare la fusione Autostrade-Abertis sia per inneggiare alla creazione del colosso italiano Intesa-S. Paolo, che così “si difenderà meglio da scalate straniere”. Si va a corrente alternata; italianità e libertà di mercato si scambiano i ruoli sempre per la maggior gloria di spregevoli riccastri che trovano il loro vantaggio nel porsi alle dipendenze USA.

 

31 agosto

 

La merda monta (di G. La Grassa)

Il sinistro "baffetto" è finalmente tornato quello dell’aggressione alla Jugoslvia al servizio di Clinton. Ha oggi dichiarato: "Se la Siria fa filtrare armi verso gli Hezbollah, non staremo a guardare". Per uno che parlava di "difesa integrata" riferendosi alle missioni di bombardamento dei nostri aerei nel suddetto conflitto del 1999, questo linguaggio equivale a dire che si sparerà se necessario per favorire il disarmo degli Hezbollah. Meno male; sarebbe in effetti augurabile che il nostro esercito provi le stesse sofferenze che hanno dovuto subire gli israeliani nei loro 34 giorni di aggressione al Libano. Abbiamo per un soffio – per mene politiche – evitato una bella lezione in Jugoslavia dove avremmo fatto una brutta esperienza se ci fosse stata l’invasione di terra; nulla di meglio che provare il nostro coraggio con gli Hezbollah e altri. Comunque, per sfortuna, il nostro Stellone ci salverà per un po’ di tempo, perché sia Hezbollah che Israele hanno da recuperare forze per il prossiomo round. E poi, come capiva Pasolini Zanella, conservatore, la guerra in Libano fa parte di un confronto geopolitico più vasto, e non è escluso che il luogo di questo scontro subisca spostamenti, di volta in volta. Peccato, un vero peccato!
Cambiando discorso, anche per la manovra "lacrime e sangue", siamo al bazar, al suk. Da oltre un mese, ambienti economici trasversali sostenevano che l’imprevisto aumento del gettito fiscale (ben 19 miliardi in più rispetto al corrispondente semestre del 2005) consentiva di alleggerire la manovra; alcuni sostenevano di "spalmarla" in due anni. Niente da fare, Prodi, e il malefico duo Bersani-Visco, insistevano che ciò non era possibile; Bersani ha anche ironizzato: solo la cioccolata si spalma. Adesso, non si fanno spalmature ma uno sconto (miserabile rispetto ai 19 di cui sopra) di 5 miliardi; e Prodi ha la faccia tosta di dire che lo fa "visto che c’è stato un gettito fiscale superiore"; ma non era quello che stavano dicendo non so quanti altri? Beh, soprassediamo al momento. Pian piano, i buffoni resteranno senza la maschera. Hanno solo la fortuna di avere contro una destra ridicola e pagliaccesca, e per di più con Casini che ormai trama (Mastella dice la verità). Ma i tempi sono in accelerazione, malgrado tutto. La merda monta; e adesso, per ragioni "governative", monta meglio quella di sinistra.
31.08.06

LA MALA (DIESSINA) ORDINA!

 

Pare proprio che ai compagni diessini non sia andata giù la disfatta subita da Consorte, il quale aveva cercato di “regalare” una banca al partito di D’Alema e di Fassino. I massimi dirigenti del partito non riescono a digerire il fatto che molti “compagni” di ventura politica si siano messi di traverso nella buona riuscita dell’operazione, per cui oggi c’è un leggero “venticello” di vendetta nell’aria.

La procura milanese, intanto, sembra voler approfondire il coinvolgimento di alcuni politici nelle scalate dell’estate scorsa (quelle dei furbetti del quartierino) soprattutto di quelli intercettati nelle comunicazioni telefoniche con Consorte che, come si sa, aveva la linea sotto controllo. Chi può dimenticare le parole di Fassino all’ex presidente di Unipol: “Allora, abbiamo una banca?”. Il moralista di Torino, quello che si è sempre indignato per l’intreccio politica-affari di Berlusconi, voleva una banca tutta per sé. Consorte stava per accontentarlo e quando c’era quasi riuscito qualcuno ha rotto le uova nel paniere.

All’epoca dei fatti molti si indignarono per la fuga di notizie che aveva tirato in ballo il segretario diessino. Persino Cicchitto di FI difese il segretario dei ds perché quelle parole erano irrilevanti al fine delle indagini. Forse erano irrilevanti penalmente, ma politicamente possono essere considerate innocue? Di questo, ovviamente, noi non ci sorprendiamo perché non abbiamo mai creduto alla favola dei politici che si disinteressano della finanza, o della finanza che si disinteressa della politica. Gli intrecci ci sono tutti e quando vengono a galla in maniera così palese abbiamo la prova provata delle cose che da sempre andiamo sostenendo su questo blog.

Tuttavia, tra gli intercettati non c’è solo Fassino ma anche altri importanti leader dei ds come D’Alema e Bersani e quasi tutto il gotha del partito aveva a cuore la buona riuscita della scalata o, quanto meno, si mostrava molto interessato agli sviluppi che la faccenda stava avendo. Chi non era su quella linea trema. Qualcuno (in combutta con i Della Valle e gli Abete o più semplicemente contrario ad una fusione ritenuta ideologicamente non affine) aveva avversato l’operazione ed oggi sta pagando a caro prezzo il “vile” tradimento.

L’altro ieri, Turiddo Campaini ha lasciato la presidenza della Finsoe, la finanziaria di controllo di Unipol assicurazioni. Certo chiunque può dimettersi, tuttavia, Campaini era stato uno dei “fieri” oppositori di Consorte e della sua scalata a BNL(nonché sponsorizzatore di una più “naturale” integrazione con MPS) e la sua nomina era avvenuta proprio all’indomani dell’implicazione del presidente di Unipol nell’affaire trasversale con i “furbetti del quartierino”. Insomma, la sua nomina doveva garantire un cambio di rotta, ma i fatti sono andati nel senso opposto rispetto a quanto dichiarato dopo l’ "abdicazione" di Consorte. La nave non farà nemmeno una virata. Contrordine Compagni!

Va bene, può darsi che una rondine non fa una vendetta, ma che fine hanno fatto gli antifusionisti vicini ai ds? Franco Bassanini è stato silurato e non riconfermato parlamentare, dopo esser stato elogiato per anni per la riforma della P.A. che porta il suo nome. Vannino Chiti, ex n.2 dei ds, è stato relegato ad un ruolo ministeriale di secondo piano, i rapporti col parlamento. La stessa misera (con)sorte è toccata a Lanfranco Turci, anche lui antifusionista ed ex presidente della Lega Coop. Naturalmente esiste sempre un risvolto della medaglia, per qualcuno che scende qualcun altro deve salire. Eccoli qui i vincitori del premio fedeltà: Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco, difensori a spada tratta dell’Unipol, hanno ricevuto tanto potere nel nuovo governo quanto non potevano nemmeno immaginarsi. Addirittura, Visco lo spavaldo, aveva persino tentato di punire i vertici della guardia di finanza milanese che avevano indagato sul fattaccio, cercando di disperderli in altre sedi della penisola.

In realtà, il mondo delle cooperative rosse è più spaccato che mai, mentre riemergono le sempiterne ruggini tra “compagni” toscani e “compagni” emiliani. Campaini era stato nominato proprio per voltare pagina rispetto al periodo Consorte ed ora è costretto a dimettersi per la nomina “ostile” di Carlo Salvatori (già indicato da Consorte come papabile per la guida del colosso abortito sul nascere Unipol-BNL) alla presidenza della Unipol, che riporta inevitabilmente l’ago della bilancia verso l’Emilia.

Come al solito ci verranno a dire che i partiti non entrano in queste beghe e che loro si occupano del buon governo del paese. Evidentemente nelle "best practices" governative rientrano anche le telefonate di Fassino e Chiamparino i quali, a quanto pare, avrebbero insistito affinché un loro protetto (Modiano) non restasse fuori dall’organigramma di comando di SanIntesa. Allora, la politica non c’entra nulla con la finanza? Povero chi ci crede!  

ALCUNI DUBBI (G.La Grassa)

Dopo la stampa inglese e la TV NBC, sempre inglese, anche il N.Y. Times (ed è un pezzo da 90 americano) chiarisce due punti:
1) gli attentati nei cieli non erano affatto imminenti; se dovevano esserci (il giornale solleva dubbi perfino su questo), non erano certo né per l’11 né per il 16 agosto; le indagini inglesi sono state messe in difficoltà dalla fretta di comunicare al mondo (per evidenti motivi collegati alla crisi in Libano e con l’Iran) il presunto attentato.
2) Se dovevano esserci attentati, questi sicuramente non erano "catastrofici e inimmaginabili", "molto peggiori di quelli dell’11 settembre 2001".
Fonte più autorevole della presa in giro subita – e del casino creato per giorni e ancora adesso per i controlli pazzeschi – non potrebbe esserci. Si creano perfino danni economici immediati a se stessi pur di creare allarme e isterismo utili ad altri fini. Un buon esempio di come i disegni strategici di lungo periodo prevalgano sempre su micragnose considerazioni economiche legate al "profitto" dei capitalisti.
glg 

UN INTERESSANTE CONTRIBUTO DA FRANCO DI ORTONA (Ch)

Scrivo questa lettera a commento dell’articolo scritto da Etienne Balibar e da Jean-Marc Lévy-Leblond pubblicato da “il manifesto” il 20 Agosto 2006. Detto articolo tratta della questione medio-orientale ed in particolare di quella israelo-palestinese e mi ha indotto delle riflessioni in quanto penso esso possa essere preso da esempio di come si incorri in errori di prospettiva e di analisi quando si abbandonano certe categorie socio-politiche a vantaggio di altre. Balibar è stato un esponente di rilievo del marxismo e spiace notare come appunto egli abbia potuto, si direbbe quasi abiurare, questo sistema di pensiero. Sono due le questioni che a mio avviso saltano maggiormente agli occhi, vale a dire la questione delle forme di resistenza del popolo palestinese e l’analisi più in generale della situazione politica del medio oriente. Se da una parte gli autori condannano senza mezzi termini la politica di Israele bollandola come coloniale in quanto ha istituito sui diversi territori che controlla una forma di apartheid mortale per la popolazione palestinese, dall’altra ritengono che gli attentati suicidi che hanno caratterizzato la seconda Intifada siano “forme di azione moralmente ingiustificabili, distruttrici e controproducenti”. Ora verrebbe da chiedere quali forme di resistenza potrebbero attuare i palestinesi, considerando la schiacciante sproporzione nel rapporto di forze in campo come riconosciuto dagli stessi autori. A mio avviso questa è la stessa posizione dei pacifisti ad oltranza che ritengono la non violenza essere il vero “demiurgo” della trasformazione sociale. Ora ciò poggia, possiamo senza dubbio dire, più su legittime aspirazioni umane ed i relativi sogni che da esse possono scaturire (sempre necessarie intendiamoci, poichè senza di esse la volontà umana sarebbe ridotta alla stregua di quella degli animali) che su analisi di un certo spessore teorico. Gli autori altresì proseguono sostenendo che la scomparsa dello stato d’Israele non risolverebbe i problemi della nazione palestinese, poiché finirebbe per rendere quest’ultima inevitabilmente dipendente dagli stati arabi petrolieri e/o militarizzati. Ora perché questa situazione sarebbe di per sé ininfluente per la sorte dei palestinesi (in quanto sicuramente non risolleverebbe minimamente le loro condizioni) non si capisce bene. Ciò di cui avrebbero bisogno i palestinesi sarebbe “una metamorfosi di Israele”, “una rinuncia all’abuso della forza”, una sua “riforma morale” e via discorrendo, ma gli autori sono ben coscienti che la situazione attuale è quanto di più lontano ci si possa immaginare da questa prospettiva; ma perché? Perché “la specificità del problema israelo-palestinese è in via di entrare in un conflitto di più vaste proporzioni, dai contorni ancora confusi ma di violenza crescente e sempre meno controllabile dai propri attori: gli Stati Uniti e i loro diversi alleati da una parte; gli stati antiamericani e i movimenti fondamentalisti islamici dall’altra”. Non ci si accorge che il genocidio dei palestinesi così come l’aggressione israeliana al Libano fanno già parte (e da molti anni) di una strategia (geo-politica) americana di ben più ampio respiro il cui obbiettivo è quello di rafforzare la propria supremazia nella zona del mondo che va dal Mediterraneo orientale fino al cuore dell’Asia centrale al fine di tenerne fuori le potenze che gli USA stesse ritengono, allo stato attuale delle cose, potenzialmente essere in grado, in un futuro non troppo lontano, di competere concretamente militarmente ed economicamente con essi, vale a dire la Cina e la Russia.
Gli avversari degli USA non sarebbero da meno quindi, “ chi non vede che le retoriche di Bush e di Ahmadinejad sono l’una lo specchio dell’altra?” Ora sicuramente qualsiasi capo di stato del mondo sogna di sostituirsi a Bush o quantomeno di accrescere il suo potere (e quindi la sua influenza sulle zone strategiche del mondo) tramite la gestione e controllo dei diversi apparati di stato, ma cosa centra questo con quelli che sono realmente i rapporti di forza e di potere a livello planetario? Una attenta analisi strutturale ci dice che l’Iran attualmente è semplicemente costretta a difendersi dalla costante e sempre più stringente minaccia americana alla sua indipendenza ed autonomia, che non è attualmente in corso nessuna sfida o contrapposizione tra potenze per la supremazia mondiale, che esiste una nazione, gli USA, il cui strapotere non è minimamente messo in discussione e che si trova costretta ad aprire vari fronti di guerra perché teme che la sua supremazia possa essere incrinata da altra nazioni fortemente in ascesa, che non esiste più quell’equilibrio mondiale bipolare che l’ URSS assicurava, che stiamo per entrare in una fase di forti tensioni geo-politiche a livello mondiale, foriera, fra l’altro, di enormi tensioni sociali anche nei paesi più sviluppati. I nostri autori quindi auspicano un diverso ruolo dell’Europa volto a reimpostare la politica internazionale sul terreno del diritto al fine, fra le altre cose, di “reclamare l’applicazione di tutte le risoluzioni delle Nazioni unite” Inoltre, continuando in veri e propri voli pindarici, “bisogna che l’Europa contribuisca all’attivazione di uno spazio mediterraneo di cooperazione e di negoziato”….questo consiglio regionale permanente non garantirà di certo automaticamente la pace ma è il solo antidoto alla logica dello scontro di civiltà in grado di far arretrare l’integralismo al tempo stesso che il razzismo post-coloniale, l’antisemitismo e l’islamofobia.” Ora come si possa riporre una minima fiducia in una entità niente affatto definita politicamente qual è l’Europa, enormemente divisa al suo interno e, cosa ancor più rilevante, ancora vassalla degli USA, nonostante qualche sussulto, ma niente più, da parte della Francia e della Germania, come essa si pensa, quindi, possa veramente giocare un ruolo a livello internazionale in futuro, non è a affatto chiaro. Ma cosa ancor più grave, questo consiglio regionale permanente sarebbe l’antidoto alla logica dello scontro di civiltà; quindi, di nuovo in questa parte dell’articolo, si ignora completamente il fatto che la situazione medio-orientale è il riflesso perfetto delle strategie imperialiste messe in atto dalle potenze mondiali, in primis gli USA, che Israele è un gendarme che risponde perfettamente agli ordini nord-americani, e che tale situazione potrà significatamene cambiare solo quando una nuova potenza o gruppo di potenze sarà in grado di contrapporsi allo strapotere degli USA.
Franco, Ortona (CH).

LO SPETTRO EUROPEO

 

Per anni abbiamo creduto che ad aggirarsi per l’Europa fosse lo spettro del comunismo, il quale minacciava tutte le potenze del Vecchio Continente e i suoi dominanti. Oggi che quelle illusioni sono miseramente svanite anche gli spettri assumono obiettivi e forme diversi. La nuova entità spettrale si chiama Unione Europea. Fa sentire a più riprese la sua voce attraverso raccomandazioni, rampogne e minacce. Dal suo essere evanescente vengono fuori numeri, conti, inneggiamenti all’abbattimento del debito pubblico, contenimenti del rapporto deficit-Pil intorno al 3%.

Lo spettro s’incarna in cupi personaggi in carne ed ossa che diffondono il suo verbo e annunciano l’apocalisse in caso di disattendimento dell’oracolo. Queste vestali, che si fanno chiamare economisti, sono super partes e “tecnicamente corretti”. Il problema è che lo spettro europeo è in realtà un demone di seconda classe senza nessuna aspirazione all’ascesa, succube di una suprema entità d’oltre atlantico.

Oggi l’Europa chiede all’Italia una finanziaria da 35 mld e non accetta rateizzazioni, impone i tempi senza alcuna proroga. Ecco, questo è uno dei rari casi in cui lo spettro europeo si manifesta e fa percepire la sua aurea spettrale. La sua essenza è monetaria, si nutre dei tagli alla spesa: sanità, scuole, pensioni ecc., ha servitori in tutti i governi, soprattutto in quelli che si dichiarano di sinistra.Tutto il resto, invece, lo delega, o meglio, attende che si mettano in moto i neuroni americani per accodarsi ai suoi impulsi, alle sue decisioni.

Dei governanti coraggiosi romperebbero questa assurda tendenza, chiederebbero una ridefinizione dei parametri e penserebbero ad un’alleanza trasversale tra paesi europei per cambiare le regole del gioco, per dare consistenza ad un continente azzoppato dall’egemonismo americano.

Qui si discute invece se spalmare la finanziaria in due anni o accettare tutti i tagli in un anno solo.

Così si formano due partiti all’interno del centro-sinistra: i rigoristi e gli splamatori, il gioco delle parti tra poliziotti buoni e poliziotti cattivi.

I primi dicono che non si può disattendere il verbo, c’è un patto di stabilità che lo impone e i patti si rispettano, pacta sunt servanda (esclusi quelli con gli elettori). I secondi, che fanno un po’ la parte del poliziotto buono, cercano escamotage per dividere la manovra nell’arco di due anni, ci edulcorano la pillola. In entrambi i casi non cambiano i soggetti sociali che dovranno subire le conseguenze della riduzione della spesa. Insomma due modi diversi per sodomizzarci.

Eppure, se come tutti ripetono, c’è stato un incremento delle entrate fiscali pari a 15 mld, la manovra potrebbe essere di soli 20 mld, magari spalmata in due anni e con una seria politica di sviluppo che riguardi i settori più avanzati, tecnologicamente strategici, piuttosto che limitarsi ad un mero abbattimento della spesa. Ciò comporterebbe, ovviamente, l’approntamento di strategie economiche aggressive che non piacerebbero agli americani, i quali continuano a propinarci fandonie sul business puro e sui costi comparati, al fine di comprimerci in settori vetusti ed ormai spremutissimi. Allora ci si accontenta delle nicchie di mercato lasciate libere dagli Usa, roba da passate rivoluzioni industriali, dove ci ritroviamo la concorrenza dei cinesi e di chissà quanti altri.

Ci vuole coraggio per fare questo, lo sappiamo, ed è per questa ragione che non ci aspettiamo nulla dai questi servi che dicono di essere di sinistra. Tutto ciò che hanno fatto e proposto sino a questo momento è andato in tale direzione e sfido chiunque a dire il contrario. Gli unici che esultano sono la Confindustria (dei grandi imprenditori e del cuneo fiscale) e la finanza filoamericana delle M&A.

 

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