La partita di pallone

E’ davvero ignobile vedere come la politica sia ridotta alla stregua di una partita di calcio. I due protagonisti, dei due finti schieramenti continuano a far finta di essere politicamente diversi. La loro diversità, una distinzione stilistica (a voler essere buoni), è più che altro un modo alternato per servire gli interessi fondamentali delle classi dominanti che, in Italia, preparano la più grossa arraffata dal dopoguerra ai danni delle classi dominate.

Gli sgherri dell’Unione e della Cdl fomentano un clima da stadio, attribuendo la vittoria  del duello televisivo di ieri sera al proprio leader di coalizione, confidando nella passività del popolo "italico" ridotto a pensare in maniera fideistica la politica (e per questo a parteggiare necessariamente per una delle due squadre in campo), proprio come avviene tra ultras negli stadi. Precisamente, la distinzione tra destra e sinistra equivale ad una separazione tra opposte tifoserie accomodate nella curva nord o in quella sud al fine di incitare attori che realizzano uno stesso gioco.

 Ed infatti, nonostante noiosi zero a zero che non aggiungono nulla di nuovo a quello che già sappiamo, cioè che stanno decidendo come cucinarci meglio, i loro supporters continuano a sbraitare come se stessero assistendo alla finale di coppa del mondo Germania-Italia dell’82. Sarebbe più saggio lasciar condurre i duelli tra i due leaders direttamente ad Aldo Biscardi.

Sta di fatto che la situazione è davvero grave, oltre che nauseante, ed occorrerà da subito prepararsi al peggio. Bisogna sperare che la vittoria del centro sinistra avvenga di misura e che i disegni ormai visibili del futuro establishment incontrino una qualche resistenza. Pertanto non si può che rinnovare l’invito alla disertazione delle urne.

ad maiora

Appello per il non voto

Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti (almeno alle persone di buon senso) il teatro dell’assurdo messo in piedi dalla politica italiana. Caduta inesorabilmente la differenza tra destra e sinistra – che da orizzonti diversi servono supinamente lo stesso padrone americano – e venuti a galla gli sporchi giochi tra "furbetti di quartiere" e "salotti buoni" (schieramenti di diverso grado, ma la cui natura di funzionari del capitale è  è indirizzata a risucchiare le poche risorse della nostra debole economia al fine di accentuare la "volatilità" finanziaria e speculativa per i primi, o salvare imprese decotte e purulente per i secondi, in ogni caso facendone gravare i sacrifici maggiori sui salariati e sui lavoratori autonomi), i pochi che decidono ancora di ragionare con la propria testa non possono che rifiutare di andare a votare. Sarebbe, altrimenti, come chiedere al boia di lasciar decidere a noi di che morte vogliamo morire.

La finanza che conta ha già ampiamente dichiarato di stare dalla parte del centro-sinistra, mentre Berlusconi si barcamena nervosamente, avendo capito che nella CdL i suoi alleati centristi sono pronti alla costituzione di un centro di nuovo tipo che raccolga trasversalmente i servitori più biechi dell’imperialismo americano, eliminando definitivamente il peso e il fardello delle ali estreme di entrambi gli schieramenti. Occorrerà alla fine vedere come l’uomo di Arcore contratterà la sua uscita di scena.

Dunque, di segnali in questa direzione ne sono stati dati molti e solo chi è in malafede può fingere di non vedere. La linea di condotta del centro-sinistra seguirà un andamento ormai prevedibile: realizzazione piena ed inequivocabile della Legge 30, vendita dei gioielli industriali di famiglia e storno delle risorse così acquisite ai frequentatori industrial-finanziari del salotto di cui sopra, i quali già premono alla cassa. Il tutto, ovviamente, con l’imprimatur statunitense.

Il risultato sarà un peggioramento generalizzato delle condizioni economiche e sociali dei dominati e la perdita di qualsiasi autonomia da parte dell’Italia. Uno dei primi settori strategici che sarà "sistemato" per compiacere gli Usa è quello energetico con la fine di una politica energetica degna di tale nome in Italia, quod non fecit barbari…

Per queste ragioni, che peraltro non sono che una piccola parte dei disegni strategici (a perdere) in atto, dobbiamo negare il nostro voto a questa gentaglia. Per una volta dimostriamo di non essere una plebeglia incapace di qualsivoglia analisi politica. Confessiamo, tuttavia, di non essere troppo fiduciosi in tal senso.

Discutendo di teoria con di G. La Grassa

Nell’analizzare il modo di produzione capitalistico La Grassa attualmente ritiene che sia fondamentale esaminare il conflitto strategico interdominanti, ovvero focalizzare l’attenzione innanzi tutto sulla competizione che intercorre tra gli agenti capitalistici, la quale è finalizzata principalmente all’ottenimento di un maggiore grado di dominanza.

E’ evidente che questa posizione teorica, privilegiando la suddetta azione conflittuale rispetto ad altri elementi rinvenibili nell’opera marxiana e diversamente sviluppati dalle numerose correnti del marxismo storico  [verso le quali è, peraltro, notevolmente critica], si ponga come fine precipuo il rilevare l’aspetto politico sottostante alle dinamiche capitalistiche, le quali, secondo La Grassa, non sarebbero comprese appieno se ci si dovesse soffermare sulla sola economia, considerando esclusivamente il profitto a scapito dell’analisi delle più complesse forme di dominio esistenti nella società capitalistica.

            L’incipit è chiaro: l’agire economico è politico! L’obiettivo polemico anche: il discorso puramente economico, tanto caro ai sinistri accademici quanto agli ortodossi economicisti di diversa origine, è sicuramente perseguibile in ambito speculativo, altresì è improponibile, a maggior ragione dopo più di un secolo di dibattiti non sempre proficui, all’interno di una pratica teorica che si pensa comunista.

 

            E’ bene precisare, comunque, che La Grassa, da  economista, con il suo argomentare non intende certamente colpire i seguaci della "triste scienza" con l’accusa di eccessiva astrattezza, infatti in un suo scritto del 12/2005 ironizza riguardo ad un economista insignito del nobel presumibilmente per aver criticato la razionalità conoscitiva illimitata presupposta dall’economia neoclassica [se non abbiamo inteso male, il nobel in questione è quello del "comportamento amministrativo", ovvero H. Simon]. Inoltre, si ricorda che La Grassa non è certamente ascrivibile nella schiera dei marxisti che sovente confondono l’analisi del modo di produzione capitalistico, forma generale, con quella concernente la formazione economico-sociale capitalistica, situazione concreta [egli, di certo, non sovrappone "teoria e prassi" e non è dimentico della suddetta distinzione evidenziata particolarmente dall’impostazione althusseriana; anzi, è tra i pochi che la rivendica e la rielabora!].

 

            Passiamo a considerare, dunque, le osservazioni dello studioso: la principale operazione teorica che lo contraddistingue è <<la sostituzione del conflitto strategico alla proprietà (dei mezzi di produzione) in quanto concetto centrale del suddetto modo di produzione>> [Perché il conflitto strategico?, 01/2005]; il mutamento che propone in campo marxista appare di rilevanza paradigmatica, dato che tradizionalmente in questo ambito si è intenti <<a trattare la proprietà in senso meramente giuridico, sottintendendo che essa [è], nel capitalismo, quella regolata dal regime del diritto privato. In questo modo, ogni forma pubblica di proprietà [è] considerata almeno l’anticamera di una formazione sociale diversa, quella socialistica…[ ] infine, il capitalismo [è] identificato con la proprietà privata mentre quella statale [viene] ritenuta caratteristica precipua del socialismo o almeno di una formazione sociale di transizione ad esso>> [Ibidem].

 

            Per comprendere l’importanza di quanto sostenuto, tralasciando l’annosa discussione circa il ruolo dello Stato nelle opere di Marx ed Engels [facciamo solo presente che il filosofo francese Henri Lefebvre, qualche decennio fa, ha notato come storicamente Lassalle abbia purtroppo prevalso su Marx], occorre ricordare che ad oggi le "strategie" delle forze politiche di presunta matrice comunista non si spingono oltre la mera rivendicazione dell’intervento pubblico-statale nella sfera economica, intendendo ciò per l’appunto come un’azione intrinsecamente portatrice di istanze socialmente anticapitalistiche. E’ chiaro, invece, che in tal modo non si fa altro che seguire e riprodurre errati riti ideologici, che precludono una seria riconsiderazione critica delle numerose incongruenze sviluppatesi nella prassi dei partiti comunisti europei e soprattutto nel "socialismo reale" [non tacendo, per di più, sul fatto che una simile concezione da decenni svolge ormai una sola funzione pratica: giustificare l’osceno opportunismo riformista dei partiti comunisti, tesi unicamente ad occupare quanti più posti di rilievo possibili, in realtà soltanto delle briciole, nell’ambito degli apparati politico-amministrativi locali, nazionali ed europei].

 

            La Grassa, dunque, invita marxianamente ad <<andare dietro la forma per attingere il significato reale dell’espressione proprietà…[ ] La prima mossa è quindi la precisazione che la proprietà – in quanto modo dell’appropriazione, con controllo d’uso, dei prodotti – deve essere sostanziata da un reale potere di disposizione da esercitare sui mezzi produttivi. Questo reale potere di disporre (dei mezzi) implica almeno due fattori cruciali. E’ innanzitutto necessario sapere come utilizzare detti mezzi…[ovvero, il ] sapere produttivo. […] L’altro elemento è legato all’esercizio – a volte pacifico a volte violento – del potere politico e ideologico (meglio ancora, culturale)  >> [Ibidem].

 

            Ci sembra che in questa lunga citazione risuoni decisamente l’eco delle analisi condotte tra gli anni ’60-’70 dall’economista marxista francese Charles Bettelheim, secondo cui, inteso che il possesso è la << capacità di mettere in opera i mezzi di produzione >>, mentre la proprietà << è costituita dal potere di adibire… in particolare i mezzi di produzione a date utilizzazioni e di disporre dei prodotti ottenuti>>, questa << funziona come potere in quanto è riconosciuta come tale, cioè fin quando non è messa in causa da un processo di lotta di classe ideologica >> [ Ch. Bettelheim, Calcolo economico e forme di proprietà, pp.70-72 ].

 La Grassa infatti sostiene: << deve esserci la capacità dei gruppi divenuti dominanti di far prevalere una precisa ideologia – diffondendola e radicandola nella società tutta, in modo da farla diventare una precisa ideologia – che affermi la validità sociale e la legittimità sostanziale dei principi regolanti la riproduzione dei rapporti sociali >> [Perché il conflitto strategico? 01/2005].

 

            Il dominio e la coesione tipici della società capitalistica, dunque, presumibilmente sono fondati sulla relazione ed interazione di diversi agenti dominanti che si muovono in più sfere sociali, le quali per approssimazione potrebbero essere definite e distinte come segue: 1) "economico-politica" [con le ulteriori ripartizioni industriale e finanziaria]; 2) politico-istituzionale; 3) ideologico-culturale.

 E’ a tutti noto il predominio che all’interno della tradizione marxista è stato accordato alla sfera economica rispetto alle altre, intese come sostanzialmente dipendenti – in ultima istanza – dalla prima. Questa concezione ha indubbiamente rappresentato il fulcro dell’analisi comunista della società capitalistica [presente tanto nei più contorti scritti di dottrina, quanto nei testi divulgativi in uso presso partito, partitini e gruppi vari], ma ci sembra giusto che almeno in sede teorica ci si ponga l’obiettivo di analizzare il suddetto "predominio dell’economico", evitando di assumerlo come un ready made e ridefinendone eventualmente il ruolo, non foss’ altro per verificarne l’operatività nella comprensione della struttura e delle dinamiche capitalistiche.

 

            Prima di procedere oltre, si noti, innanzi tutto, come abbiamo definito la prima sfera: "economico-politica". La terminologia rimanda a quanto si è in precedenza evidenziato, ossia l’intrinseca politicità dell’azione economica [da non confondere assolutamente con i legami sussistenti tra la politica partitica ed i potentati economico-finanziari], una concezione centrale nella odierna riflessione di La Grassa. Egli ritiene estremamente riduttivo pensare l’antagonismo capitale/lavoro – meglio, tra capitalisti e lavoratori, sottolineandone l’aspetto non metafisico – come il tratto tipico del capitalismo, considerandolo peraltro come motore di una transizione verso un differente modo di produzione sociale; per lo studioso l’elemento <<veramente caratterizzante, innervante l’intero tessuto della società capitalistica, è invece il conflitto di strategie tra gli agenti di tale forma di dominio…[conflitto in atto particolarmente, ma per nulla esclusivamente] nella sfera produttiva… provocandone la frammentazione e l’acuta dinamica interattiva>> [Discussione sugli agenti strategici, 10/2004]. Asserendo questo, non si deve ritenere che La Grassa disconosca la rilevanza del conflitto più o meno costantemente presente tra capitalisti e lavoratori salariati [figure e ruoli che per il momento non articoliamo], quanto piuttosto che egli la valuti come il mero <<punto di partenza di una considerazione relativa all’appropriazione di plusprodotto (in forma di valore)…se però da tale problema, e dalla sua risoluzione nella direzione indicata da Marx, si vuole immediatisticamente dedurre la rivoluzionarietà dei lavoratori salariati, il loro essere il perno attorno a cui ruoterebbe il processo di trasformazione del capitalismo in socialismo e comunismo, allora si va molto oltre ogni sensata conclusione […] Si deve ammettere che la convinzione, indubbiamente espressa da Marx e dal marxismo…della trasformazione per linee interne del modo di produzione capitalistico – ad opera di soggetti che sarebbero, in sé, già l’anticipazione di una futura società completamente diversa, e che dovrebbero solo esplicitare, realizzare, questa loro oggettiva funzione – deve ormai essere abbandonata senza più esitazioni>> [Ibidem].

 

            Da queste affermazioni si evince il peso che lo studioso attribuisce alla contraddizione in oggetto, la quale non potrà più essere assunta alla stregua di un vettore della rivoluzione; d’altronde, nel passato prossimo e remoto , al di là delle mistificazioni ideologiche e fideistiche, non ha mai ricoperto un simile ruolo, al punto che, fuori da ogni dogmatica, bisognerebbe ricordare quanto scritto da Lenin:<< …la classe operaia [leggi l’insieme dei lavoratori salariati] con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto [e comunque non sempre!] una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge…misure atte a rimediare ai mali che comporta la loro condizione, ma non…a sopprimere questa condizione, cioè a distruggere la sottomissione del lavoro al capitale>> [Lenin, Che fare].   

 Interponendoci nella citazione, abbiamo evidenziato che nemmeno la cosiddetta "coscienza tradunionista" si manifesta spontaneamente, tant’è che basta guardarsi attorno per rimanere impietriti dinanzi al grado e alla diffusione raggiunti dal dominio capitalistico nei luoghi di lavoro. La resistenza dei lavoratori è talmente minima da risultare insufficiente addirittura per la difesa delle predette condizioni di vita – in senso produttivo e riproduttivo, cioè durante e dopo l’esercizio dell’attività lavorativa -; figurarsi, quindi, come sia possibile pensare che la classe lavoratrice possa detenere la forza dirompente per decidere le sorti ed orientare il capitalismo!

 

            Fatte queste considerazioni, possiamo agevolmente immaginare lo stordimento accusato dagli eventuali interlocutori di fede comunista, anticipandone le probabili obiezioni [le imprecazioni le lasciamo perdere…]: "ma – ci potrebbe essere riferito -, senza il portatore soggettivo ed oggettivo della rivoluzione, cioè la classe dei lavoratori, il comunismo non sfumerebbe, perdendo la propria peculiarità di movimento politico saldamente ancorato allo sviluppo sociale? Inoltre, la differenza tra una generica condanna di impronta morale del capitalismo e quella di tipo scientifico, il comunismo, non si basa proprio sulla constatazione della contraddizione nella sfera economica tra forze produttive e rapporti di produzione?"

 

            Se questi ipotetici interrogativi possono considerarsi plausibili e rappresentativi delle posizioni marxiste in campo [tralasciando le opinioni cosiddette "crolliste"], ci si rende immediatamente conto che la discussione verte intorno agli snodi essenziali del pensiero marxiano e comunista.

 

            All’analisi di tali questioni La Grassa dedica una parte considerevole del suo lavoro critico, cercando di definire le ragioni strutturali per cui è necessario prendere atto della inesistenza di un soggetto collettivo in sé e per sé anticapitalistico, sgombrando il campo innanzi tutto dalle opinioni paranoiche secondo le quali le ipotesi prodotte da Marx sono senza dubbio valide nella loro interezza e la radicalità della massa dei lavoratori [ontologica?] è stata ed è ancora oggi puntualmente deviata e tradita dai vertici partitici. Eliminando preventivamente, dunque, questi atteggiamenti fideistici – che non hanno niente a che fare con un’analisi ragionata del capitalismo e che nulla di sensato possono dirci su di esso -, La Grassa indica nella non formazione del lavoratore collettivo cooperativo e/o del general intellect il reale corto circuito del discorso intrapreso da Marx e sviluppato da numerosi altri [fino ai pensatori post-operaisti italiani odierni].

 

            A tale riguardo, è indispensabile considerare che la concezione marxiana concernente la maturazione all’interno della formazione sociale capitalistica del lavoratore collettivo cooperativo – "dal dirigente all’ultimo manovale" –  era basata sulla constatazione, all’epoca per niente ovvia, dello sviluppo storico delle dinamiche capitalistiche nei termini di concentrazione e  centralizzazione dei capitali, in altre parole l’incremento delle forme delle imprese in senso sia strettamente tecnico-produttivo che mercantile e finanziario. Entrambi i fenomeni furono letti da Marx non solo in chiave prettamente economica, ma interpretati in tutta la loro ampia portata sociale, al punto che fu da lui prefigurata la tendenza capitalistica verso una crescente socializzazione delle forze produttive, la quale avrebbe comportato la scissione tra la mera proprietà ed il controllo delle imprese, sostanzialmente foriera di <<una trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici…capitalisti monetari>> [K. Marx, Il Capitale]. Questa situazione avrebbe dovuto condurre ad un differente modo di produzione sociale: <<La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati>> [K. Marx, Ibidem].

 

            La Grassa, richiamando e commentando questi importanti passi in un testo risalente alla metà degli anni ’90, riassumeva la previsione marxiana nel seguente modo: <<la centralizzazione e l’aumento dimensionale delle unità produttive riuniscono masse crescenti di lavoratori (produttori) e li spingono… a una cooperazione crescente nel processo di lavoro; processo che mette capo a valori d’uso, a ricchezza nella sua forma concreta, utile, cui si contrappone, secondo modalità sempre più antgonistiche, la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione…[la quale] diventa progressivamente estranea, parassitaria, e dunque antagonistica, rispetto agli interessi di questi individui realmente attivi>> [La Grassa, Per una teoria della società capitalistica, cap. 4, pp. 132-133].

 

            Indubbiamente, è innegabile che alcuni aspetti rilevati da Marx si siano storicamente diffusi nel corso del capitalismo – ad esempio, il processo centralizzante del capitale, il cosiddetto capitalismo mono/oligopolistico, ed anche la conseguente divisione funzionale tra proprietà giuridica e finanziaria, da una parte, e dall’altra, il controllo gestionale e produttivo delle imprese [punti sui quali, peraltro, ci concentreremo successivamente] – . Tuttavia, il punto debole della teoria marxiana [e della elaborazione della stragrande maggioranza degli epigoni] è rinvenibile all’interno della presunta socializzazione delle forze produttive, sulla cui analisi è bene soffermarsi, approfittando copiosamente delle osservazioni svolte da La Grassa in Saggi di critica dell’economia politica ed Il capitalismo lavorativo, entrambi dei libri estremamente interessanti, del medesimo periodo del testo indicato in precedenza, dunque risalenti ad una precedente fase di elaborazione teorica dello studioso, dalla quale si evincono molteplici indicazioni di ricerca e, a nostro parere, non pochi tratti in continuità con l’analisi odierna.

 

            Nel primo scritto egli invita a considerare la suddetta socializzazione <<sia in riferimento al lato oggettivo delle forze produttive sia con riguardo al loro lato soggettivo…

 

[ ] Dal punto di vista oggettivo, la socializzazione in questione dipende semplicemente dal fatto che i mezzi di produzione vengono impiegati sempre più come elementi fra loro combinati secondo dimensioni via via maggiori. Non è più possibile l’uso, e il controllo individuale, di semplici strumenti artigianali…[ ] Oggi, in presenza di grandi impianti ed attrezzature,…[di] tecnologia sempre più complessa e di ampie dimensioni [in cui] vengono incorporandosi la scienza e, più in generale, le "potenze mentali della produzione" (il general intellect)…[ ] la socializzazione della produzione implica l’universale interrelazione tra i prodotti [e gli atti] lavorativi umani… [ ] Nei sistemi socio-produttivi moderni, ogni produttore (collettivo) sussiste all’interno del generale processo di interscambio di attività produttive e di prodotti… Ogni produttore, insomma, dipende da tutti gli altri per la sua vita in società. Il riconoscimento della generale reciproca interdipendenza avrebbe dovuto condurre i vari produttori ad accordarsi per una produzione veramente collettiva, eliminando il carattere privato dell’appropriazione sia dei mezzi produttivi che dei prodotti. In realtà, questa conclusione…[del tutto interna all’opera marxiana, rimanda] a quello che abbiamo indicato come versante soggettivo della socializzazione crescente delle forze produttive>> [La Grassa, Saggi di critica dell’economia politica, pp. 36-38].

 

            E’ giusto quest’ultima tendenza richiamata nella divisione analitica appena citata, ovvero il raggrupparsi dell’insieme del "lavoro produttivo" sotto e contro il rapporto di produzione capitalistico, a non essersi però minimamente sviluppata, tanto che il capitalismo contemporaneo sembra, piuttosto, persistere nell’incrementare la divaricazione e la frammentazione del lavoro sociale complessivo, operando mediante il suo specifico carattere di dominio, con relativa subordinazione, esercitato nella sfera lavorativa.

 

            Per meglio comprendere, ricorriamo nuovamente a La Grassa:<<l’attività lavorativa complessiva sociale si suddivide in modo polifunzionale…e le diverse funzioni vengono esercitate da molti ruoli (occupati da soggetti empirici di volta in volta differenti) disposti in scala comunque gerarchica (per quanto flessibile essa sia). Tra di essi non è lecito supporre sempre la cooperazione, anzi semmai il contrario, poiché il principio del minimo mezzo [la cosiddetta razionalità strumentale, la quale, però, come vedremo, non è per nulla esclusiva nel definire la logica delle azioni tipiche delle imprese] spinge ogni strato di ruoli ad organizzare "razionalmente"…le prestazioni degli strati di ruoli subordinati>> [Ibidem, pp. 69-70].

 

            Seguendo quanto esposto dallo studioso, si deduce che l’insieme del lavoro socialmente combinato è riassumibile alla stregua di una struttura caratterizzata dalla presenza – nelle unità produttive denominate imprese tra di esse in concorrenza – di determinate funzioni, sostanzialmente definite dalle attività di direzione ed esecuzione [quella eventualmente tesa all’ideazione le interseca entrambe e non muta la tipicità della configurazione capitalistica; d’altra parte, oggi più che mai, è realmente fuorviante utilizzare la griglia concettuale basata sulla distinzione tra lavoro intellettuale e manuale!].         

 

            L’esercizio delle suddette funzioni conduce conseguentemente alla produzione di una elevata, ma al contempo elastica, gerarchizzazione dei ruoli lavorativi svolti da una mutevole molteplicità di lavoratori in carne ed ossa, attraversata da continui rivoluzionamenti che si verificano in ragione della combinazione di diversi elementi di notevole rilevanza, alcuni dei quali sono: le dinamiche di mercato ed i relativi riposizionamenti – ampliamenti e/o ristrutturazioni – aziendali; la diffusione del progresso tecnologico e lo sviluppo di innovativi comparti produttivi [per cui gli organici degli occupati subiscono variazioni a causa sia della divisione tecnica che sociale del lavoro]; il rinnovamento dell’assetto delle relazioni industriali [dalle rivendicazioni a carattere monetario fino agli interventi legislativi in ambito giuslavoristico]; la conflittualità tra frazioni della classe dominante [i cui effetti si propagano simultaneamente in più contesti, da quello finanziario e creditizio a quello istituzionale ed amministrativo].

 

            Mediante questa descrizione, probabilmente un pò macchinosa, non si vuole certo riprodurre l’andamento dell’esistente – che, quand’anche fosse possibile, risulterebbe tutto sommato inutile, considerate la dinamicità e quantità delle variabili da osservare – . L’intento, invece, è semplicemente quello di mostrare, seppur parzialmente, l’elevato grado di complessità prodotto dal capitalismo nella sfera lavorativa, la quale, contrariamente alle attese marxiane circa la formazione del lavoratore collettivo cooperativo – ed alla tanto agognata ed immaginata ricomposizione del soggetto rivoluzionario, data sempre per imminente dai post operaisti desideranti – risulta essere fondata su una parcellizzazione immancabilmente attraversata da istanze di verticalizzazione <<che comporta l’espropriazione soggettiva dei lavoratori, che non sono più in grado di comprendere…la via via più complessa organizzazione dei processi lavorativi, ormai coordinati [necessariamente] dalla direzione del capitale. La non conoscenza dell’insieme configura…la sottomissione reale del lavoro al capitale; subordinazione per ottenere la quale non vi è bisogno dell’esercizio di potere dispotico, poiché l’oggettività del processo, ormai diviso in tante operazioni parcellari, esige il coordinamento da parte di chi possiede la visione più complessiva>>[La Grassa, Saggi di critica dell’economia politica, p. 94].

 

            La realtà operativa in cui il lavoro si trova allora immerso – ricoprendo le posizioni più variegate: dai reparti di "trasformazione" più o meno manuale, ossia l’insieme della cosiddetta classe operaia e dei tecnici di fabbrica, fino alle divisioni amministrative e contabili, continuando fino a quelle di vendita e commercializzazione – non è per niente tesa verso l’omogeneizzazione dei differenti lavori concreti,  come si è invece pensato stesse accadendo durante l’epoca di forte utilizzo dei metodi organizzativi taylor-fordisti [osservando erroneamente solo alcuni settori produttivi o, ancora peggio, esclusivamente certe mansioni, in specie quelle operaie, all’opera nelle aziende dimensionalmente maggiori].

 

            Si deve dunque definitivamente riconoscere che nel mondo del lavoro non è rilevabile nessuna integrazione inerente a quello che precedentemente è stato qualificato come versante soggettivo, in quanto <<la cooperazione è un aspetto del tutto superficiale del lavoro, poiché esso è in realtà attraversato – sia orizzontalmente…, sia verticalmente – dal conflitto…[il quale, agendo nell’ambito  economico] spezza incessantemente la continuità del lavoro capitalistico e costituisce frammenti separati>> [La Grassa, Il capitalismo lavorativo, pp. 130, 146].

 

            In sintesi, quella che si osserva è una cooperazione di tipo conflittuale messa in atto dai vari segmenti di lavoro esecutivo, differenziati al loro interno dalla matrice dei ruoli gerarchici – mutevole in base alle esigenze tecniche,  organizzative e merceologiche delle unità produttive -, ed infine agiti e riconnessi tra di essi dalle direttive provenienti dagli agenti dominanti capitalistici [sui quali ci soffermeremo tra breve]. 

 

            La Grassa precisa che l’intero marxismo, finanche il migliore, non essendo stato capace di  analizzare appieno le implicazioni derivanti dalle complesse dinamiche di sviluppo della forma impresa, non ha sostanzialmente compreso che <<il coordinamento cooperativo esiste in una certa misura [sempre subordinata!] anche perché richiesto dalle direzioni capitalistiche che, nella disorganizzazione e disarmonia, vedono un attentato ai loro profitti>> [Perché il conflitto strategico? 01/2005]. Peraltro, secondo lo studioso, il pensiero marxista si è reso colpevole – ed è inconcepibile, a nostro avviso, che continui ad esserlo ancora oggi proprio la corrente che si ritiene "soggettivistica" – della sottovalutazione degli effetti prodotti dalla oggettiva moltiplicazione dei saperi produttivi specialistici, i quali, incessantemente scomposti e segmentati, implicano che tra le soggettività agenti <<nei diversi gruppi di lavoro ognuno cerca di dimostrare,…perché ne è spesso convinto, che il suo specialismo è più importante ed efficace (tecnicamente ed economicamente) degli altri, ha maggiori possibilità di sviluppo e più numerose occasioni di proficuo impiego>> [Ibidem].

 

            In conclusione, se si ritiene che quanto sostenuto illustri ragionevolmente gli effettivi orientamenti seguiti dal capitalismo, si dovrà pur convenire con La Grassa che dagli accennati <<processi discendono due conseguenze fondamentali. Innanzitutto, l’accentuazione della distanza quanto a condizioni sociali, e dunque dei contrasti, tra "dirigente ed ultimo manovale"; questi due soggetti, con numerosi altri gradini intermedi, non fanno parte di un unico lavoratore collettivo, presunto soggetto della rivoluzione contro i proprietari ormai assenteisti (rispetto alla produzione). Tra i possessori dei saperi e gli altri vi è accentuata differenza di potere di disposizione sui mezzi produttivi, e la contraddizione spinge ad una contrapposizione più che alla loro cooperazione reciproca. D’altra parte, i saperi sono sempre più frammentati specialisticamente, per cui anche i possessori di questi ultimi – tanto "approfonditi" nella loro unilateralità da far perdere completamente di vista l’insieme – non fanno parte, in linea generale, dei veri dominanti nella formazione sociale capitalistica>> [Ibidem].

 

            Quest’ultima osservazione, concernente i soggetti che esercitano o meno il reale dominio, riconduce l’analisi direttamente all’elemento che, all’inizio del discorso, si è affermato essere centrale nell’odierna teorizzazione di La Grassa: la ridefinizione della forma che assume la lotta intercorrente tra gli agenti dominanti capitalistici.

 

            Si è insistito fino ad ora sulla tendenza generale che  struttura e divarica i ruoli di potere nell’ambito dell’organizzazione capitalistica del lavoro – da intendersi sempre in senso lato – .

 

            Occorre a questo punto aggiungere che l’accennato processo di centralizzazione dei capitali, che si è detto realmente operante nel capitalismo [basti pensare alle conglomerate di settore], in combinazione con l’aumento dimensionale delle imprese [empiricamente, nel nostro paese, non contraddetto in termini "sistemici" dal verificarsi dell’esternalizzazione industriale, più che compensata da quanto accade nel terziario], ha fatto sì che <<il fulcro dell’attività capitalistica si sposta e si allontana dal mero processo tecnico [e dai soggetti in esso coinvolti] della produzione in senso stretto…[ ] Con l’affermarsi dell’oligopolio, il sistema (di ruoli verticalizzati) costituito dall’impresa assegna compiti strategici decisivi a suoi settori (dipartimenti o altro) decisamente staccati, esterni, rispetto al semplice processo trasformativo…[ ] Questo tipo di economia si afferma sempre meno in modo semplice ed immediato, poiché conosce invece complicati processi indiretti, in cui sono all’opera, seguendo certe regole, le decisioni strategiche prese dalle direzioni imprenditoriali con riferimento agli sbocchi mercantili, ai flussi finanziari, ecc. più ancora che non ai semplici processi tecnico-produttivi. Non è un caso che, negli staff manageriali di più alto livello, i tecnici (in senso stretto) sono in minoranza rispetto a coloro che prendono le decisioni strategiche nei campi appena indicati, oltre che in quelli relativi ai rapporti con il potere politico, con i mass media, ecc.[in altre parole, l’insieme delle sfere sociali di cui si è detto nel corso dell’esposizione]…Ciò che decide della dominanza di certi ruoli è l’attribuzione ad essi di funzioni strategiche complessive: possibilità di prendere decisioni vincolanti per tutte le parti del sistema, stabilire i suoi scopi generali, (che solo in una visione…fin troppo economicistica possono essere riassunti nel conseguimento del massimo profitto)>>[La Grassa, Saggi di critica dell’economia politica, pp. 100-101].

 

            Dalle considerazioni svolte dallo studioso, si evince, dunque, che l’elemento decisivo da analizzare per meglio comprendere la specificità delle dinamiche capitalistiche è quello dell’articolazione interna al raggruppamento degli agenti economici dominanti. Questi, lungi dall’essere un unico blocco monolitico – i cosiddetti manager – si suddividono essenzialmente in base all’esplicazione delle funzioni ad essi attribuite e alle posizioni occupate nella gerarchia aziendale.

 

            Tradizionalmente, il pensiero marxista novecentesco [analogamente ad altre correnti teoriche], sviluppando alcuni elementi rinvenibili in Marx e correlandoli con l’andamento storico dell’economia, ha interpretato il ruolo manageriale come quello di un dirigente della produzione, mero coordinatore dei fattori produttivi, fondamentalmente alieno dalle implicazioni proprietarie e teso principalmente ad organizzare l’erogazione di [plus]lavoro mediante l’introduzione di nuovi mezzi tecnici [i metodi di estorsione del plusvalore relativo].

 

            D’altra parte, in virtù della già detta estraneità nei confronti degli interessi strettamente proprietari, il manager è stato anche ritenuto un tendenziale collaboratore – se non proprio "alleato" – della massa dei lavoratori salariati via via più esecutivi; in altri termini, lo si è pensato alla stregua dell’apice del lavoratore collettivo cooperativo, interessato a sviluppare l’efficienza delle forze produttive, le quali – stando all’ipotesi marxiana – avrebbero prima o poi, per contraddizione, rotto l’involucro dei rapporti produttivi capitalistici, pensati per lo più in senso giuridico privatistico.

 

            Ovviamente, quella appena compiuta è una sintesi estrema di ben più complessi ragionamenti che hanno segnato per un non breve arco di tempo gli orientamenti delle ricerche marxiste; tuttavia, per quanto strumentale al nostro discorso, la si ritiene rappresentativa di alcune importanti incongruenze che hanno impedito al pensiero critico anticapitalistico di progredire.

 

            Sarebbe superfluo ritornare su delle questioni già affrontate, quali, ad esempio, l’assenza della costituzione del general intellect; piuttosto, è preferibile evidenziare che la debolezza del ragionamento esposto consiste nell’aver identificato la funzione direttiva economico-imprenditoriale  con il ruolo del manager, che si è visto essere incentrato  esclusivamente sulla dirigenza della produzione – intesa come trasformazione di inputs in outputs -, tralasciando del tutto la valutazione della sfera "circolatoria", ovvero la rete istituzionale ed economica preesistente, socialmente costitutiva, dove la forma impresa agisce ed in cui avviene la riconnessione mercantile capitalistica dei valori e delle merci.

 

            Puntualizziamo immediatamente, per evitare equivoci, che quanto ora rilevato non deve intendersi come un discorso che tende a contrapporre nuovamente il mercato alla produzione; ci risultano ben chiare, e del tutto condivisibili, le riflessioni sulla produzione svolte da Marx, ad esempio, all’inizio dei Grundrisse. E’ proprio per tale ragione, però, che ci appare eccessivamente riduttiva l’analisi che si limita ad osservare quanto accade all’interno dell’impresa, perché <<non esiste capitalismo senza competizione nel mercato, non esiste capitalismo se non si verifica quella che Marx indicò come socializzazione indiretta, mediata (dal mercato appunto) dei tanti "lavori eseguiti privatamente", cioè delle tante produzioni effettuate da varie imprese in concorrenza>>[La Grassa, Perché il conflitto strategico?, 01/2005].

 

            D’altronde, a nostro parere, non si può tacere sull’impasse – legata ai limiti evidenziati – raggiunta anche dal marxismo più acuto, in seguito alla connotazione del mercato come ormai non concorrenziale, bensì basato sulla competizione a carattere mono/oligopolistico. Di sicuro, la rilevazione dell’accentramento dei capitali – lo si è più volte ribadito – è un solido assunto, insostituibile per la comprensione della formazione a modo di produzione capitalistico; tuttavia, ci sembra che la ricerca in campo marxista denoti una notevole staticità, causata sostanzialmente dall’accettazione, più o meno implicita, della convinzione kautskiana circa l’inesorabile tendenza della centralizzazione dei capitali ad addensarsi sempre più, fino al definitivo raggiungimento di un unico trust mondiale.

 

            E’ evidente che quando è all’opera una simile concezione evoluzionistica, la teoria potrebbe anche smettere di indagare puntualmente ed approfondire ulteriormente i fenomeni. Secondo noi, è proprio quello che alla fine è avvenuto, lasciando tutt’al più a qualche economi[ci]sta il compito di una mera descrizione, senza alcun serio effetto politico.

 

            Siamo del parere che la riflessione di La Grassa vada in direzione del tutto opposta. Egli, conducendo l’analisi sul capitalismo e focalizzandola sulla composizione degli agenti economici dominanti, sostiene che quest’ultimi, in ragione delle funzioni svolte, possono considerarsi formati da <<due figure [funzionali, non necessariamente empiriche] ormai nettamente distinte…[quella] del possessore dei saperi, sempre più specialistici e frammentari, e [quella] del realizzatore delle strategie necessarie al conflitto per la preminenza entro la sfera economico-produttiva… Solo la prima figura va indicata come manager, come dirigente della produzione (sempre in senso lato…); alla seconda figura diamo la denominazione più appropriata di agente strategico del conflitto interimprenditoriale, conflitto che vede in stretto collegamento le contrapposte azioni dello scontro e dell’alleanza…[ ] Il conflitto in questione comporta la crescente frammentazione dei saperi che divengono via via più specialistici, allontanandosi continuamente da quel "general intellect" preconizzato da Marx. Tali saperi…sono il patrimonio dei manager, dei dirigenti delle imprese che agiscono prevalentemente all’interno delle stesse per coordinarne la produzione… E’ ovvia l’importanza di tale strato di agenti produttivi, poiché l’ottenimento e la crescita dei profitti – costituenti la parte fondamentale del plusvalore e che si presentano nel capitalismo in forma monetaria – hanno origine nella produzione; e i profitti sono un mezzo fondamentale per lo svolgimento delle funzioni espletate dagli agenti del conflitto interimprenditoriale. Sono comunque questi ultimi a interessarsi prevalentemente del più vasto orizzonte rappresentato dal mercato, dalla dislocazione degli investimenti (di cui consta l’accumulazione capitalistica)… I profitti (plusvalore) sono un fine per l’apparato manageriale preposto all’organizzazione d’impresa; in un contesto più vasto, invece, essi sono un mezzo, il conflitto è la spinta propulsiva, la conquista della supremazia (da parte di determinati gruppi capitalistici) è il fine più ampio cui si tende>> [Ibidem].

 

            Si è preferito produrre una così lunga citazione, perché nessun’altra esposizione avrebbe potuto rendere con altrettanta efficacia il senso del pensiero dell’autore.

 

            La Grassa, attraverso l’indicazione della rilevanza del conflitto interdominanti nella società capitalistica e della preminenza di questo sulla categoria del profitto, pone in essere una radicale innovazione nell’ambito della teoria marxista.

 

            Numerosi autori a quest’ultima appartenenti, seguendo le formulazioni rinvenibili nella critica dell’economia politica, hanno inteso la competizione svolgentesi tra le unità produttive come una sorta di pungolo concernente gli agenti imprenditoriali, sostanzialmente [pre]occupati a massimizzare i profitti.

 

            Certamente, nel capitalismo questo aspetto è di fondamentale importanza, da esso non è possibile prescindere in alcun modo, ed in precedenza, criticando il riduttivismo "produttivista",  lo si è evidenziato a chiare lettere: si è detto, per l’appunto, che la sottovalutazione della sfera "circolatoria" è un enorme errore. Tuttavia, <<il marxismo ha indagato il comportamento dei capitalisti in base al principio secondo cui essi tendono al conseguimento del massimo profitto, mediante i metodi del plusvalore in specie relativo (progresso tecnologico con aumento della produttività del lavoro)… In definitiva, la condotta razionale degli agenti dominanti sarebbe quella che conduce all’economizzazione delle risorse impiegate…[ma] in realtà, [si è notato che] questo tipo di razionalità caratterizza tutt’al più l’azione dei gruppi (manageriali) d’impresa… [mentre] la razionalità impiegata nella conduzione delle strategie conflittuali…non si attua mediante economia di risorse, bensì impiegando queste ultime con modalità adeguate al dispiegamento di forze indispensabile a piegare gli avversari>>[Ibidem].

 

            Dal ragionamento addotto, si evince che non è possibile pensare di poter leggere adeguatamente il complesso funzionamento dell’economia capitalistica, soffermandosi esclusivamente sull’analisi dei risultati conseguiti da alcuni agenti dominanti mediante l’uso della cosiddetta razionalità strumentale, ovvero la marxiana economia di tempo, coaudiuvata dalla "segnaletica informativa" proveniente dal  mercato. La loro considerazione, secondo La Grassa, deve essere necessariamente integrata da quella dell’atteggiamento strategico, che naturalmente è <<sempre una forma di razionalità, di adeguamento dei mezzi ai fini,…[non dando però] alcuna preminenza al minimo dispendio dei primi in vista dell’ottenimento di dati risultati [come invece avviene secondo la logica del minimo mezzo o del massimo risultato]>>[Ibidem; cfr. La Grassa, A partire da Marx, non seguendo Marx].

 

            Peraltro, sia detto per inciso, non è immaginabile volere orientare la pratica trasformativa comunista ed  anticapitalistica prestando un’attenzione ossessiva alla valutazione quantitativa dei saggi di profitto e/o degli appositi indicatori economici approntati dalla disciplina economica, maggioritaria o minoritaria poco interessa – gli indici spesso divengono veri e propri "totem", branditi tanto dagli accademici, quanto dai dotti di piccoli gruppetti, a mò di previsione profetica! – . Purtroppo, la lezione di Lenin non è stata per niente appresa e la sua remota  canonizzazione continua ancora oggi…eppure, ce ne sarebbero di cose da imparare.

 

            Ritornando al percorso tracciato da La Grassa: la premessa per la conduzione del conflitto interdominanti va ricercata, dunque, nella formazione di adeguati livelli di plusvalore/profitto, <<data la presentazione della ricchezza capitalistica in forma monetaria, [la quale è] l’alimento necessario a sostenere le varie strategie>>[Perché il conflitto strategico?, 01/2005].

 

            Il suddetto conflitto assume una centralità paradigmatica, in quanto <<è il sintomo più pregnante della…produzione capitalistica, della sua continua frammentazione che costantemente produce e riproduce, su scala allargantesi, le forme mercantili e di valore… L’essenzialità del conflitto strategico – ai fini della riproduzione, squilibrata e con alti e bassi congiunturali, del sistema produttivo capitalistico – spiega bene i motivi per cui è impossibile l’affermazione di tendenze ultraimperialistiche [kautskiane], di tendenze ad una centralizzazione che, se considerata invece nella sua mera veste proprietaria, porta all’errata conclusione dell’espulsione di detta proprietà dai processi produttivi, ove funzionerebbero solo corpi lavorativi integrati e prefiguranti, nei loro reciproci rapporti, l’intelaiatura della futura formazione sociale>>[La Grassa, Discussione sugli agenti strategici, 10/2004].

 

            L’evidenziazione dell’aspetto conflittuale, quindi, impedisce di pensare i suoi portatori quali <<semplici parassiti che si appropriano di quasi rendite. La loro competizione…[al contrario] dà innanzitutto [un] impulso insostituibile>>[La Grassa, Perché il conflitto strategico?, 01/2005], rappresentando una caratteristica precipua dello sviluppo delle forze produttive capitalistiche.   

 

            A questo punto, lo studioso asserisce che se l’analisi si dovesse limitare a considerare soltanto la sfera economica – ovviamente, secondo la nuova accezione -, ci si troverebbe dinanzi ad una "presa" teorica in grado di reimpostare realisticamente l’indagine sul capitalismo, ma, al contempo, pur sempre basata su una visione parziale, "settoriale", quindi sostanzialmente impossibilitata a cogliere la ben più vasta rete di legami sociali, il cui insieme assicura la riproduzione dei rapporti di dominio.

 

            <<Non è…tassativo [scrive La Grassa] che gli agenti… del conflitto interimprenditoriale siano i predominanti nell’insieme sociale; quanto meno essi condividono spesso il dominio con gli agenti posti al vertice delle attività svolgentisi nelle altre due sfere principali: politica e culturale (in particolare nella prima), proprio perché è solo l’insieme delle strategie ad assicurare la supremazia>>[Ibidem].

 

            Risulterebbe, allora, realmente fuorviante continuare a pensare di poter comprendere le dinamiche della società capitalistica, puntando lo sguardo solo sull’economia, magari letta con l’ausilio di qualche testo sacro. Sarebbe un vero spreco di energie, per non parlare del favore fatto agli agenti dominanti, che infatti approntano tranquillamente le loro strategie di dominio, non essendo disturbati in nessun modo.

 

            Ci si dovrebbe sforzare, invece, di capire la complessa trama di campi e funzioni operanti nel capitalismo, tenendo presente, <<con analogia di larga massima, [che] il conflitto nella produzione è il cervello, con i suoi processi fisico-chimici e in specie fisiologici, mentre la politica e la cultura sono la mente che "scopre" nuovi assetti (idee) e controlla e incanala i suddetti processi nel loro tumultuoso emergere al livello del pensiero>>[La Grassa, Discussione sugli agenti strategici, 10/2004].

 

            Possiamo concludere questa sintetica presentazione della riflessione di La Grassa, precisando che le ipotesi prodotte dall’autore non sono dirette a <<stabilire, in base ad una teoria generale del modo di produzione capitalistico, quali di questi differenti tipi di agenti strategici sono quelli che prevalgono pur nell’ambito di un’azione necessariamente congiunta. Sapere se, di volta in volta, hanno una funzione trainante e preminente quelli economici o quelli politici e/o culturali, è compito di una analisi delle differenti congiunture. La teoria generale serve solo ad indicare l’erroneità di posizioni come quelle del marxismo tradizionale – che sosteneva la centralità della funzione proprietaria (dei mezzi produttivi)>>[Ibidem].

 

            <<La potenzialità [comunista ed anticapitalistica] è in grado di venire ad esistenza reale solo mediante il complesso intreccio tra costruzione dell’oggetto teorico di riferimento e costruzione del movimento politico che organizza la critica rivoluzionaria dell’ineguaglianza nella sua forma e nella sua fondazione capitalistiche>> [La Grassa, Il capitalismo lavorativo, p. 76].

Gianluca A

 

ANCORA UN ARTICOLO DI GIANFRANCO LA GRASSA SU "L’AFFAIRE UNIPOL" E RETROSCENA VARI

LA BELLA ITALIA (2)

 

Spero che ci sia ancora la bella abitudine dei “miei tempi” di leggere attentamente i “nemici” in particolari congiunture. Quando due bande (diciamo “Al Capone” e “Frank Costello”) arrivano ai ferri corti per la conquista di “Chicago” (Italia), possiamo essere sicuri che i perdenti (almeno di questa “battaglia”) “dicono la verità” (pur se non “tutta la verità”). Questa è la funzione, al momento, di Cirino Pomicino (Geronimo), del cui grado di informazione su ciò che si svolge in campo avversario ho già dato ultimamente la prova; egli fa parte dei perdenti e l’articolo che vi accludo è impressionante per precisione di interpretazione dei fatti.

Spero sia chiaro che, per quanto importanti, non erano BNL e Antonveneta gli obiettivi ultimi dello scontro, bensì in ultima analisi le Generali, che hanno un carattere internazionale ma sono anche il fulcro della finanza – e quindi, con tutte le mediazioni possibili del caso, anche di una importante porzione di potere politico – in Italia. Nemmeno, me lo auguro, si crederà che fossero i “furbetti del quartierino” i principali artefici dell’assalto a questo bastione finanziario-politico. Si tratta di “stracci” che oggi volano e che parlano, parlano, ma non faranno certo i nomi di chi stava veramente sopra di loro (altrimenti rischiano la fine di Sindona e Calvi).

Sopra, e dietro, vi erano la Deutsche Bank, la BNP Paribas e qualche altra, ma anche queste banche non sono i principali protagonisti. Ancora più dietro, e sopra, possiamo pensare al Vaticano (Fazio era, malgrado si cerchi di nasconderlo, uomo dell’Opus Dei). Non credo tuttavia che così si sia arrivati all’intera cupola, ma non è facile smascherare la banda al completo, anche perché sarà senz’altro un “gruppo” di bande con chissà quali diramazioni in chissà quali direzioni anche, e soprattutto, internazionali. Quanto a Consorte e ambienti “dalemiani” – da chiamare così con molta approssimazione, perché D’Alema è uomo cinico pronto ad abbandonare tutti non appena vede la mala parata, com’è accaduto con la Banca 121 del Salento e in ogni altra occasione, anche in politica – si tratta di altri stracci che in parte sono volati via (Consorte), in parte hanno chinato la schiena e si sono adeguati (come D’Alema) e in parte…..chissà dove stanno.

Dalla parte dei vincitori (del momento), quella che chiamo “Banda Bassotti”, stava sicuramente la cupola finanziaria americana, a cui, come dice bene Cirino Pomicino, aderivano di fatto l’olandese Amro e la spagnola Bilbao. E’ difficile dire quanto di interessi economici fossero in gioco e quanto di ancor più importanti interessi (egemonici) politici. La finanza americana non è così parassitaria e sanguisuga come quella che Geronimo chiama “allegra combriccola” (Abete-Dalla Valle). Nemmeno è semplice servitrice, ma è comunque parte di un complesso politico-industrial-finanziario, che non è nemmeno lui unitario e compatto (parlo di cupola in senso approssimativo), poiché vi sono più lobbies (non tantissime), alcune più aderenti ai repubblicani, altre ai democratici. In ogni caso, tutte interessate al predominio USA e quindi ad impedire trasgressioni pericolose in paesi considerati sicuri come il nostro (dove anche il centrodestra, sia chiaro, è  fortemente filoamericano; non parliamo di Berlusconi che tenta di salvare il salvabile facendosi “amerikano” al 100%).

Da tempo è in campo il progetto del centro moderato, cui la sinistra deve fare da portatrice d’acqua. Tuttavia, negli ultimi due-tre anni, al centro diciamo così di tipo “laico” (solo per dire, mi raccomando), si è affiancato il progetto (sicuramente, anche se duttilmente, appoggiato dal Vaticano) di un centro cattolico, di cui la “Nuova DC” (Rotondi, Cirino Pomicino, ecc.) voleva essere un primo, piccolo ma attivo, nucleo. Considerato perso Berlusconi, perché non schiodabile dalla prona alleanza con gli USA (che, forse stupidamente ma non so, egli pensa come sua ancora di salvezza), questo “embrione” di partito sperava di recuperare altri notabili DC (in primo luogo Andreotti), ma anche alcuni ambienti diessini (Consorte e chi gli stava dietro – ora defilatosi – va letto in questo senso), e soprattutto alcuni spezzoni ex-democristiani del centro-sinistra, parte dell’UDC, il movimento di Lombardo in Sicilia (con collegamenti in altre regioni meridionali, in specie in Puglia).

Un anno e mezzo fa circa, Geronimo cominciò a scrivere sempre meno sul Giornale, lanciò segnali di fumo verso sinistra, poi appoggiò in pieno Fazio (anche adesso a costui è stata offerta l’iscrizione alla nuova DC) e si batté per la “libertà” dell’Unipol di scalare la BNL. La controffensiva degli altri – grazie al fatto che il fantomatico partito democratico è sicuramente la miglior garanzia per gli USA, perfino rispetto a Berlusconi – ha però al momento prevalso. Andreotti non si è sbilanciato, Cossiga ha detto, anche lui, delle verità spiacevoli per i poteri forti, ma non si è speso molto; Lombardo tende ad accordarsi con il centro-sinistra, Tremonti (recuperato da Berlusconi) fa da pontiere tra (certi ambienti del) centrodestra e gli altri; vedi cenetta del 26 ottobre assieme a Mastella, Abete e Dalla Valle (sia chiaro che non penso ad un tradimento di Tremonti nei confronti di Berlusconi; penso a qualcosa di molto più ambiguo). Il Vaticano accetta per il momento di aver perso una battaglia e sta (apparentemente) a guardare; comunque è cauto e farà in modo di ripensare la strategia. A questo punto sembra vittorioso il gruppo che propaganda il partito democratico e tutti (ivi compreso, vergognosamente, Bertinotti, verso cui Geronimo è particolarmente deluso e acre, parlando di un suo “silenzio assordante”) si sono sdraiati a tappetino di fronte alla “banda Bassotti” coprendo le loro impudicizie con il solito “grande pericolo” berlusconiano, carta (igienica) pronta per tutte le smerdate che questi furfanti e criminali vogliono ammannirci.

Però…. però, entro e non oltre la prossima legislatura, il gruppo attualmente vincente devasterà il Paese, lo impoverirà, arrafferà tutto ciò che sarà in grado di arraffare, per cui non credo molto alla prospettiva strategica del partito democratico. Lo sconquasso, o come minimo la putrescenza e la stagnazione, saranno alleate degli “altri”. Gli avversari (e la Chiesa in primo luogo) hanno ancora molte carte da giocare. Mi sembra chiaro che anche Geronimo non si senta disperato; mostra tutto il suo disprezzo per la sinistra corriva in questo gioco e dice con chiarezza che essa o ha veramente molte cose sporche e gravi da nascondere o ha un gruppo dirigente del tutto incapace e senza spina dorsale. Non mi sembra si senta definitivamente sconfitto, ed infatti non credo che lo sia.

E che cosa fa la sinistra che si vuole comunista (mi basterebbe anticapitalista)? Sinceramente non lo capisco. Se si perde ancora l’autobus, le alternative alla baraonda in cui ci condurrà il gruppo che propone il partito democratico (con in testa Rutelli più il sindaco “de Roma”, che vuole intitolare una strada a Quattrocchi), diventeranno solo due: o il partito cattolico di centro o una forma di “neonazi” (so bene, se lo sento ripetere ancora sparo, che la storia non si ripete; ma nelle sue forme congiunturalmente specifiche, perché quanto a sostanza del problema tante ripetizioni ci sono ormai state).

In ogni modo, per il momento, gustatevi – perché si può gustare se non si è settari – l’articolo di Geronimo che “dice la verità” pur se “non tutta la verità”. Salutamme

 

glg 

Ricevo e pubblico queste riflessioni di Gianfranco La Grassa sulla situazione attuale intitolate "La bella Italia".

LA “BELLA ITALIA”

 

E’ mia intenzione, con calma, riflettere sulla situazione di fase oggi esistente, in generale e con particolare riferimento all’Italia (in un articolo che intitolerò Il verminaio). Tuttavia, con queste maledette feste è difficile lavorare bene. Butto intanto giù alcune prime considerazioni relative agli ultimi fattacci italiani. Sono più che certo che siamo stati tutti presi in giro da media ben controllati che ci hanno raccontato la storiella dei cattivi, immorali, imbroglioncelli da strapazzo, sconfitti da gente seria e che ha un’etica nel condurre gli affari. Politici come Rutelli o Castagnetti, ecc. e industriali (del piffero) come Montezemolo o Della Valle (o il De Benedetti dell’imbroglio relativo alla SME in cui ebbe come coadiutore Prodi; oltre ad aver venduto, con aiuti politici, a prezzo pieno i suoi vecchi computer, da fondo di magazzino, alle Poste), ecc. ci hanno raccontato che la politica e gli affari debbono restare separati, guai a confonderli. Una simile ipocrisia disgusta. In nessuna epoca storica, ma meno che mai nella nostra, affari e politica sono potuti essere separati; chi attuasse simili propositi, fallirebbe all’istante e, fin che durerà il capitalismo, porterebbe all’affamamento di massa. Il problema è solo: quali affari e quale politica? Solo questo! Il resto è imbecillità o menzogna che copre un atteggiamento di particolare violenza, sopraffazione, imbroglio (e forse vera criminalità) nel condurre gli affaracci propri a spese di una intera popolazione confusa e disorientata dai media che questi pericolosi individui controllano (Corriere e Repubblica in testa).

Chi ha vinto nel recente scontro tra certi gruppi finanziari e altri è in definitiva il più potente, ma non certo il migliore. I “furbetti del quartierino” sono apparsi molto sprovveduti e gentucola da quattro soldi, ma non erano affatto i più pericolosi per le sorti economiche e politiche (e perfino di “democrazia borghese”) del nostro paese. E inoltre vorrei che qualcuno ricordasse che questi “furbetti” avevano già vinto sul piano puramente finanziario, avevano già il controllo dell’Antonveneta e gli olandesi dell’Ambro avevano ormai ritirato la loro offerta d’acquisto (OPA). I momentaneamente sconfitti italiani – con dietro gli ambienti finanziari internazionali più potenti – hanno dovuto, more solito, far intervenire la magistratura e il verdetto è stato rovesciato. Voglio ancora ricordare che, all’epoca dei fallimenti Cirio e soprattutto Parmalat nonché della truffa relativa ai bond argentini, che hanno dilapidato i risparmi di decine (o centinaia?) di migliaia di persone ma non leso gli interessi di pochi potentati e del loro principale giornale di riferimento (“Corriere”), il sistema bancario al completo – e non solo l’italiano ma pure l’americano, implicatissimo in quelle operazioni (come mai la magistratura non è andata sino in fondo, fino a toccare i santuari statunitensi, in quel caso?) – fu corresponsabile del disastro; e tuttavia sono volati solo gli stracci. A quell’epoca, salvo Tremonti (ma non posso qui diffondermi sui veri motivi del suo atteggiamento che non erano quelli esposti in pubblico; ne parleremo altrove), tutti difesero Fazio, la Bankitalia e il sistema bancario in genere. Ci sono mille e una dichiarazioni di appoggio a Fazio & C. fra cui quelle dell’intero centrosinistra e di Montezemolo nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Confindustria. “Tutti insieme appassionatamente” costrinsero Berlusconi a far dimettere Tremonti. Come ultima notazione, voglio ancora ricordare che chi attacca – in quanto parvenu – è sempre in condizioni di svantaggio rispetto a chi si difende (e con quel po’ po’ di appoggi della finanza internazionale con la sua cupola ebraico-americana). Chi attacca si scopre, sgomita, rispetta sicuramente meno le “leggi”, si espone.

 

Comunque, detto molto in sintesi, lo scontro attuale iniziò di fatto nel 1992-93 con “mani pulite” (che più sporche non potevano essere), quindi con la liquidazione di un sistema certo ormai fatiscente e gravemente intaccato dalla corruzione, ecc. Ma non fu quest’ultima a perdere il centrosinistra di allora. Purtroppo non ho tempo per cronistorie, e per spiegare i motivi internazionali e interni di quell’attacco, partito poco dopo la dissoluzione dell’URSS e del campo socialista. Rinvio comunque a Preve-La Grassa, Il teatro dell’assurdo (Punto rosso gennaio 1995), perché ritengo che quanto lì scritto sia stato poi confermato almeno al 90%; fra l’altro da interviste (sul Corriere e alla TV) di Cossiga, su cui tutti hanno sorvolato pur se sosteneva cose di una gravità notevolissima. In ogni caso, l’attacco partì pure allora dagli USA e dai settori asserviti italiani; all’epoca Agnelli (Montezemolo era ancora in secondo piano), Tronchetti, De Benedetti e ….i soliti noti insomma. E il solito Corriere (anche allora era direttore quello di oggi) che godeva di rapporti privilegiati con la Magistratura, sapeva in anticipo questioni protette da segreto istruttorio e inviava i suoi propri “avvisi di garanzia” per sconvolgere gli assetti politici così come volevano i suoi padroni: nazionali e, dietro questi, americani. Esattamente come ha cominciato a fare oggi.

Per vari motivi (sempre rinvio al libretto di cui sopra) si mise di traverso Berlusca, e questo impedì lo sbocco voluto dai poteri forti che doveva essere imperniato sui buoni servigi dei “rinnegati” del comunismo che, in quanto “rinnegati”, avevano ben poco da scegliere e dovevano “pedalare” per restare a galla e rifarsi una verginità (e sarebbero sempre stati tenuti sotto ricatto). Solo che Berlusconi, per riuscire, è stato ancor più realista del re, è diventato un amerikano a prova di bomba; anzi ha dovuto porsi al servizio perfino dei più retrivi fra i poteri statunitensi, giacché quelli aventi come punto di riferimento il partito democratico erano probabilmente più vicini a coloro che stavano provocando lo sconquasso in Italia e tentavano di cambiare regime, mettendo sul davanti della scena i “rinnegati” del comunismo (e altri ovviamente, soprattutto rimasugli democristianucci).

Comunque, anche servendosi di quel centro di potere che è pur sempre la Presidenza della Repubblica (in mano ad un loro uomo come Scalfaro), i poteri forti di cui sopra riuscirono a contenere e licenziare Berlusconi e a favorire, dopo la transizione di Dini, la vittoria elettorale del centro-sinistra, il cui Governo fu però del tutto instabile e subì una serie di cambi della guardia alla Presidenza del Consiglio; da Prodi a D’Alema ad Amato. Il secondo – con la spinta di Cossiga e di “altri” ambienti democristiani che ricominciavano a tirar fuori il capino; ma soprattutto legandosi fortemente ad ambienti democratici statunitensi (c’era Clinton allora) mediante la partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia e la promessa di inviare niente meno che 18000 soldati italiani se vi fosse stato bisogno dell’impresa di terra (resa inutile dalle mene politiche che riuscirono a liquidare Milosevic) – volle fare il “furbetto” per acquisire una certa indipendenza rispetto ai poteri forti di sempre. Aiutò quelli da lui definiti capitani coraggiosi (Gnutti e Colaninno e una parte di “nuovi ricchi” del Nord) a prendersi la Telecom. Agnelli, mediante la sua San Paolo-IMI, difese debolmente Bernabé e lo scontro si concluse con la vittoria (temporanea) dei nuovi arrivati. Bernabé si lasciò andare inizialmente a dichiarazioni un po’ “avanzate” e compromettenti (in specie sull’aiuto del Governo ai “conquistatori”), ma poi si calmò, tacque e passò ad altro incarico (sempre buono e ben retribuito, non compatiamolo troppo!).

Tuttavia, la vittoria era quella classica “di Pirro”, la Telecom era piena zeppa di debiti (fatti in gran parte per conquistarla) e infine il tutto ripassò a uno di quelli dei poteri forti (Tronchetti), il quale non mi sembra sia ancora riuscito a sistemare quell’azienda che appare decotta e in forte decadenza come professionalità dei suoi dipendenti, come avanzamento tecnologico, ecc. Poi, grazie all’incapacità del centrosinistra di trovare un qualche assetto stabile – e confortevole per i poteri forti – dopo la liquidazione di D’Alema (e l’indebolimento dei “capitani coraggiosi”), tornò infine al Governo, e più stabilmente, Berlusconi. Vi fu quindi un armistizio tra i vari poteri forti, vecchi e nuovi, un’azione di lavorio ai fianchi e di logoramento del centrodestra (soprattutto con la sotterranea e mascherata azione dell’UDC), che culminò nell’alleanza tattica tra questi vari poteri di fronte alla venuta a galla, con il crac Parmalat e il resto, del marciume del sistema produttivo-finanziario italiano, del suo essere truffaldino e della sua sudditanza (al di là della politica e dei Governi) di fronte alla cupola finanziaria statunitense.

Fin da subito, si evidenziò l’incapacità completa dell’accozzaglia di centrodestra di governare con almeno un minimo di unità di intenti (FI, AN, Lega, UDC sono sempre andate ognuna per conto proprio mediante alleanze momentanee, confuse, continuamente cambiate, ecc.), con la sempre più netta predisposizione degli ex democristiani a partecipare, assieme ai loro confratelli del centrosinistra, ad un progetto non di “grande centro” (una montatura di facciata) ma di maggior peso e riequilibrio verso la “sinistra”, acquisendo una nuova sicurezza circa la vittoria del centrosinistra nelle ormai prossime elezioni. Si ruppe allora ogni equilibrio, la lotta si riaccese e si arrivò a quello che adesso si vorrebbe fosse l’ultimo e definitivo stadio dello scontro. Sembra siano partiti all’attacco i “parvenus” con dietro Fazio e, ne sono convinto, la finanza vaticana (d’altra parte qualche potenza reale i “furbetti” dovevano pur averla per osare tanto e andare tanto vicini al successo); non è però escluso che siano dovuti “andare in guerra” (un po’ come i giapponesi quando furono “chiamati all’attacco” da Roosvelt). Assieme ai “nuovi ricchi” (e al Vaticano) si mise l’Unipol (che è ormai praticamente sicuro avesse l’appoggio del solito D’Alema), mentre il Monte dei Paschi si defilava (e nel suo Consiglio d’amministrazione, infatti, i dalemiani rimasero in minoranza). L’obiettivo dichiarato erano BNL e Antonveneta (e, forse osando troppo, l’RCS con il Corrierone); l’obiettivo ultimo credo fosse però la Mediobanca (malgrado l’indebolimento rispetto all’epoca di Cuccia, essa è ancora un centro importante del potere finanziario) e, sopra tutti, le Generali, vero cuore (anche se internazionale) della stessa finanza (ed economia) italiana.

Ripeto che gli assaltatori erano giunti in ottima posizione nelle due OPA miranti a conquistare gli avamposti, i primi bastioni, dei poteri forti, e il contrattacco ha dovuto ancora una volta adire la sedicente “Giustizia”. Questo intanto dimostra che l’Italia è un paese di conquista da parte degli “altri” potenti del mondo. Ridicola indubbiamente la scusa di Fazio di difendere l’italianità delle banche prese di mira dalla spagnola Bilbao (BNL) e dalla olandese Ambro (Antonveneta); entrambe strettamente legate alla finanza USA. Per compiere la sua scalata, l’Unipol ottenne un credito elevato da Deutsche Bank, dalla francese BNP Paribas e da altre tre banche straniere; l’italianità era una gran balla. Comunque anche i vincitori avevano alle spalle la grande finanza europea e come già detto, in ultima analisi e ai vertici, la finanza USA.

Un importante passaggio dello scontro oggi in fase di conclusione è stato in definitiva il seminario della Margherita a fine maggio a Frascati. Vi parteciparono Montezemolo, Tronchetti, Della Valle e tutti i big, ivi compresi alcuni della finanza come, se non erro, Profumo (Unicredit). Comunque, non vi andarono Fazio e Billé (Confcommercio), proprio per la rottura del precario “fronte” creatosi in precedenza, e che aveva funzionato all’epoca sia del crac Parmalat che della colossale truffa operata ai danni dei risparmiatori con la vendita dei bond argentini, promossa proprio dall’intero sistema bancario italiano, con alle spalle le “famose” società di rating, esse pure per lo più statunitensi (ricordo, a chi dimentica facilmente, che queste società promossero la “sana” amministrazione della Parmalat pochi mesi prima del disastro). Alla riunione di Frascati (a porte chiuse, senza ammissione della stampa) non andò Prodi per polemica nei confronti delle mosse compiute in quei giorni da Rutelli.

All’inizio, l’attacco partì con estrema violenza dirigendosi contro entrambe le OPA: della Banca popolare di Lodi (Fiorani) su Antonveneta e della Unipol sulla BNL (in quest’ultimo caso mettendo pienamente in luce come la prima volesse “mangiarsi” una impresa bancaria che aveva un capitale sociale quintuplo del suo). E’ però evidente che l’attacco all’Unipol significava comunque – pur se oggi si tende a salvare Fassino e a scaricare tutto su D’Alema – rischiare una grossa frattura tra Margherita e DS, con brutti riflessi sulle elezioni del 2006 già date per vinte dopo tutti i contatti e i pourparler segreti (di Pulcinella), soprattutto negli ultimi due anni, tra Follini e Casini, da una parte, e Mastella, Rutelli, Letta (Enrico), ecc. dall’altra. Ci si concentrò allora su Fiorani e Fazio (si agì quindi per far fallire intanto l’azione della Lodi sull’Antonveneta e per dare un buon avvertimento alla finanza vaticana) e si rinviò a dopo le elezioni il regolamento di conti tra la Margherita – cui appartiene Abete (presidente della BNL e legato al Bilbao) ed appoggiata dai poteri forti – e i DS, che hanno difeso, fino all’ultimo, l’Unipol e persino Consorte. Solo che, non so se stupidamente o invece perché sapeva di perdere la partita se avesse aspettato le elezioni (soprattutto in caso di vittoria del centrosinistra, e non ci si meravigli del solo apparente controsenso), il suddetto Consorte tentò di accelerare l’OPA sulla BNL e dichiarò più volte che intendeva concludere prima di Natale; in ogni caso, certamente prima delle elezioni, pur se egli ovviamente non parlò in tal senso (troppo scoperto).

A questo punto, è saltato ogni compromesso e l’attacco si è scatenato anche contro la seconda OPA, facendo dimettere in questi giorni Consorte; si è mantenuto un velo di compromesso sostenendo che la sorte di…Consorte non invalida la legittimità della scalata alla BNL. Tuttavia, sarà tutto da vedere, poiché solo una risistemazione degli affari interni ai DS – anzi, assai di più: la loro dissoluzione nel “mitico” partito democratico – orientata dai potenti potrebbe consentire all’Unipol (tuttora isolata dall’altro polo della finanza detta “rossa”, il Monte dei Paschi, che sta alla finestra a vedere cosa accade) di concludere positivamente la sua operazione; e solo se vi sarà un previo accordo con la finanza americana che sta al di sopra del Bilbao e di gran parte della finanza europea; gli unici finanzieri della UE che si siano (debolmente) mossi negli ultimi tempi in direzione contraria sono esclusivamente i tedeschi della Deutsche Bank – che ha, come amministratore delegato in Italia, De Bustis, già direttore, se non ricordo male la carica (comunque di vertice), della Banca 121 del Salento, qualche tempo fa nell’occhio del tifone giudiziario e con sempre alle spalle settori dalemiani, quindi quelli perdenti nello scontro di cui si sta parlando – e la BNP Paribas (Francia).

A dimostrazione che la vicenda sporchissima di cui stiamo parlando si intreccia strettamente con la manovra che i poteri forti – legati agli ambienti finanziari americani – stanno conducendo in modo sempre più accelerato per riconfigurare a loro immagine e somiglianza (di banda “Al Capone”),  la costellazione delle forze politiche italiane, si è avuta l’intervista di De Benedetti al Corriere, in cui l’ineffabile personaggio affermava senza perifrasi che Prodi dovrà durare lo stretto necessario e poi lasciare il campo a Rutelli e Veltroni in quanto capi di un fantomatico – tutto da creare – partito democratico italiano, a somiglianza (proposito ridicolo) di quello americano. Nella seconda metà di dicembre, mi sembra all’Hardisson Hotel (Roma), si è tenuta una nuova assemblea soprattutto della Margherita, con però la presenza di dirigenti DS (Fassino in testa). L’assemblea è stata chiusa da due “forti” discorsi di Mauro (Repubblica) e Mieli (Corriere), in cui si è detto esplicitamente che è ora di avere facce nuove, che non se ne può più dei postcomunisti. Mieli ha concluso il discorso affermando che D’Alema, Fassino, Violante, Angius, Bassolino, ecc. vengono tutti “da lì” [dal comunismo, così come lo intendeva lui quando faceva parte di Lotta Continua; questa appartenenza se l’è bella e dimenticata. Faccio comunque notare che non ha citato Veltroni fra i postcomunisti]; e che bisogna che finalmente se ne vadano, lasciando il posto a nuovi personaggi (i debenedettini Rutelli e, appunto, Veltroni).

Per completare il quadro, ricordo che il 16 novembre (all’incirca), i DS presentarono in anteprima il programma che l’Ulivo avrebbe poi dovuto ufficializzare l’1-3 dicembre a Firenze, ma che ancora nella sua completezza non mi sembra si sia visto (si sa che si tratta di un malloppone di oltre 300 pagine). Comunque, a quella riunione, organizzata in un grande Hotel di Roma (con grande dispendio di soldini), vi erano 400 invitati, tutti i big dell’industria e finanza (salvo Fazio e Billé, ma vi era ancora Consorte; e arrivò anche Confalonieri di Mediaset) con tutti i dirigenti dei DS e della CGIL (con Epifani, promotore dello sciopero generale di qualche giorno dopo, allo stesso tavolo di De Benedetti e altri big del genere). Poiché quel giorno Montezemolo era occupato e non poteva partecipare alla “riunione dei 400”, due giorni prima Fassino si era recato in viale dell’Astronomia, ricevuto nella foresteria dell’Associazione industriali dal Presidente, cui illustrò per circa un’ora il suddetto libro dei sogni, ricevendone vivo apprezzamento.      

Comunque, arriviamo adesso all’ultimo atto, che sanziona completamente la vittoria dei poteri forti (sicuramente i peggiori nell’affaire): la nomina di Draghi alla Bankitalia. Questo personaggio è stato consulente del Bilbao nella vicenda dell’OPA sulla BNL, ha partecipato, fra l’altro, alla stesura del programma dell’Ulivo; ma ciò che lo connota in modo precipuo è di essere vicepresidente della Goldman Sachs, società USA importante nel mondo finanziario, una di quelle che dava giudizi positivi sulla Parmalat pochi mesi prima del crac, uno degli snodi del dominio finanziario statunitense (ed ebraico) sulla finanza europea, e italiana in specie. Questo individuo, che senz’altro sarà capace e tecnicamente istruito, è però il solito ideologo che nasconde dietro la “neutralità” dell’efficienza la sua scelta per la privatizzazione, la deregolamentazione dei servizi, la flessibilità del mercato del lavoro, ecc. In una lezione tenuta nell’aprile 2004 (in occasione della consegna a lui fatta di un diploma honoris causa) aveva previsto una forte ripresa economica mondiale (che paragonava a quella del dopoguerra) a cui si sarebbe collegata l’Europa (senza commenti). Comunque, un uomo della vecchia guardia, che non incenso certamente ma giudico almeno lucido, cioè Cirino Pomicino, ha dichiarato – magari mosso anche lui da chissà quali interessi contrari – una cosa sensatissima un paio di giorni prima della nomina di questo “tecnico” con, grosso modo, queste parole: “Se faranno questa scelta, sarà un preciso segnale lanciato all’esterno che l’Italia è, ormai senza più ostacoli, campo di conquista”. Non si poteva dire meglio, qualsiasi sia stato il motivo per cui questa affermazione è stata fatta.   

La sua nomina è stata accolta da ovazioni bipartisan, ma è del tutto evidente la maggior convinzione del centrosinistra e degli ambienti finanziari e giornalistici dei poteri forti (si veda l’autentica gioia del Corriere, ma anche quella del Foglio, il giornale più filoamericano che ci sia in Italia). Più di prammatica la soddisfazione di Tremonti che puntava su Grilli, politicamente meno esposto. Ovviamente, anche se sono sicuro avrà storto la bocca, l’amerikano Berlusconi non poteva dire di no ai padroni, pur se questi – altro segreto di Pulcinella – hanno già a più riprese contattato i vertici dell’Ulivo, visto che tale schieramento ha il 90% di probabilità di vincere le prossime elezioni (nel senso che, in realtà, le perderà il centrodestra ormai condannato anche da suoi settori come l’UDC, che intrallazza con i nominali “avversari”). In fondo Berlusca è, come detto, più realista del re, ma non dà garanzie di stabilità dato che i poteri forti lo combattono (proprio oggi il Corriere riprende i suoi attacchi con notizie di inchieste giudiziarie sul Premier, notizie che gli vengono sempre ben servite dalla magistratura). Uno dei motivi, di primo piano, della loro ostilità è il fatto che le loro imprese decotte hanno bisogno di soldi dallo Stato; e in questa funzione il centrosinistra è insostituibile.

E gli americani, in combutta con questi poteri forti (estremamente deboli nei loro confronti perché sostenuti da essi e dalla loro finanza, senza la quale andrebbero in fallimento domani stesso), hanno bisogno di una decisiva subordinazione italiana ai loro voleri; ma non senza mascherature adeguate. L’americanismo di Berlusconi non ha veli, ed è quindi assai pericoloso per i padroni statunitensi. Il padrone, se ne ha la possibilità, sceglie tra i suoi scherani quelli che portano la maschera, cosicché non vengano subito riconosciuti mentre, per servirlo, compiono le loro mascalzonate. Faccio un inciso. Nel programma del centrosinistra si dice esplicitamente che ci si ritirerà dall’Irak, ma con il consenso del Governo irakeno. In questo modo, si riconosce la finta autonomia di un Governo fantoccio e, nella sostanza (ma con forma mascherata, appunto, e dunque ipocrita), si invia ai reali padroni l’assicurazione che ci si ritirerà, ma se loro lo permetteranno e non avranno più bisogno dei nostri (non certo eccelsi) servigi. Siamo alle solite, come quando l’intervento in Jugoslavia del servo D’Alema era mascherato da “difesa integrata” e da azione umanitaria contro il genocidio dei kossovari, smentito nell’ottobre del 1999 da un rapporto OCSE (ufficialissimo) che dichiarava il ritrovamento di 2000 cadaveri, non dei centomila ammazzati secondo i nostri media (che ancor oggi, in specie a sinistra per continuare a giustificare quel criminale intervento del loro Governo, ripetono la storiella del genocidio).

Torniamo a noi. Malgrado la schiacciante preminenza, e non solo militare (si pensi alla ricerca scientifico-tecnica), gli USA non sono in completa salute, e il disordine mondiale cresce e spesso arreca loro danno. Una testa di ponte in Europa, pienamente prona al loro potere ma, ripeto, con la finzione dell’indipendenza – e senza quei, pur deboli, sfizi autonomistici che, all’epoca della divisione del mondo in due “campi”, nutrivano i vecchi partiti tipo DC e PSI – è quanto gli USA agognano, anche perché mette in difficoltà quei pochi settori industriali europei (i finanziari sono quasi al 100% orientati dai centri di potere americani) che potrebbero fare un po’ di fronda. Gli USA dovranno sopportare confronti mondiali accesi nei prossimi decenni; guai se pure gli europei si mettessero a rompere le scatole. L’Italia ha la sua importanza per garantire lo sfacelo della UE come potenza autonoma. E queste prospettive a lungo raggio, strategiche, non sono avulse da quello che si è svolto negli ultimi tempi in questo autentico campo di battaglia – e di conquista – che è diventata l’Italia con i suoi settori finanziari subordinati a quelli USA ma decisivi, in combutta con forze politiche a loro asservite, per continuare ad alimentare industrie parassitarie come la Fiat, la Telecom e altre grandi imprese (carrozzoni d’altri tempi); del resto, le poche imprese in attivo (mettiamo la Luxottica o la Tod’s o che so io) non sono certo industrie di punta che fanno potenza; sotto l’ala americana stanno benone, mentre un reale ambiente competitivo le stroncherebbe.

 

Detto quanto sopra, anch’io, in nome del “tanto peggio…”, spero vinca il centro-sinistra. Vediamo perché. Pochi giorni fa, fatto oggetto della campagna di stampa di Corriere & C., il buon D’Alema vedeva complotti e, dietro questi, proprio i poteri forti. Adesso che il Corrierone, cioè il solito gruppo di potere, riapre il fronte giudiziario contro Berlusconi, tutto il centro-sinistra, ivi compresi i dalemiani e i diessini più esposti nelle recenti vicende, si buttano a capofitto gridando “all’untore”, al corrotto e chi più ne ha più ne metta. A questo punto solo i mascalzoni (i dirigenti del centrosinistra) e i cretini (che purtroppo abbondano nella base di quello schieramento e soprattutto a “sinistra”) possono far finta di non capire che l’antiberlusconismo (alla Sabina Guzzanti, alla Travaglio, alla girotondina), il gridare al fascismo montante ecc., sono il cemento che tiene unita una cosca – sia economico-finanziaria che politica, giornalistica e intellettuale – formata da gente che si odia, si combatte con coltellate alle spalle, che non aspetta altro che vincere le elezioni per regolare i conti fra loro, e prendere per sé tutto o la maggior parte del potere, devastando definitivamente la “bell’Italia”. Se va via Berlusconi, finalmente il bubbone esploderà e tutto il pus andrà in circolazione nell’organismo sociale, con infezione generale e, speriamo in tempi non pluridecennali, la sua morte invereconda. Perché il centrosinistra – a dir la verità soprattutto il suo centro e i settori moderati della “sinistra” – è il vero cancro che corrode ormai questa democrazia sempre più simile alla Repubblica di Weimar, che era un impasto simile di putridi interessi finanziari e politici, abbondantemente influenzati anche allora dalla finanza statunitense.

 Diciamo allora più precisamente: il vero cancro è il complesso di quei poteri “forti” – debolissimi verso gli USA – che sono un conglomerato di banche parassitarie e di industrie decotte o “tatticamente” (nel breve periodo) ancora floride ma solo nell’ambito di una totale subordinazione al centro imperiale. Il centrosinistra, oggi in particolare il centro di quest’ultimo, è la mano politica di questi gruppi di parassiti finanziar-industriali; che non sono l’anticamera del fascismo – non diciamo pure noi una simile idiozia – ma della devastazione e corruzione completa della democrazia pur formale, e dell’avanzare della putrescenza sociale, più ancora che economica, nel nostro paese ad essi sottoposto (e, tramite essi, sottoposto totalmente al dominio USA). Tuttavia, i cosiddetti poteri forti sono in difficoltà. Per quanto tempo ancora la Fiat riuscirà a far credere al “mercato”, e ai cittadini, che si sta risanando e rilanciando? Fino a quando vi riusciranno le altre grandi imprese in bilico, indebitate fin sopra i capelli, e prive di qualsiasi impulso alla ricerca scientifico-tecnica di punta? Fino a quando terrà il nuovo “eroe” dell’ideologia confindustriale (dopo le idiozie propalate per decenni sul “piccolo è bello”), cioè la media impresa di settori non di punta, non strategici, che vive di “luce riflessa” (e sopravviverà fin quando la situazione economica continuerà a restare almeno “così e così”)?

Non credo manchi molto tempo; e i vari Montezemolo, De Benedetti e C. lo sanno meglio di me. Stanno accelerando, debbono fare in fretta a costruire il partito democratico, a dissolvere in esso perfino i “rinnegati” del comunismo, a ricattare i rifondatori, i comunisti italiani, ecc. minacciandoli – se non si accontentano delle briciole del sottogoverno – di sostituirli con forze oggi formalmente ancora appartenenti al centrodestra. Mieli si lancia in messaggi (mafiosi) del tipo: “No, niente paura, non è una nuova tangentopoli, però è necessario stare calmi”, cioè sottostare ai voleri e ai tempi di questi poteri fintiforti che hanno una fretta del Demonio, che sono forse all’ultima spiaggia. Per di più, cosa ridicola, dopo aver preso in giro Berlusconi che parla ancora di comunisti, questo pennivendolo (così si diceva una volta) afferma che bisogna farla finita con i postcomunisti. La situazione è proprio tragicomica, da buffoni e cialtroni quali sono i “potenti” italiani. Diceva bene De Gaulle: “L’Italie n’est pas un pays pauvre, c’est un pauvre pays”.

Per questi motivi, spero che vinca il centrosinistra, affinché questo cancro ammazzi infine l’organismo malsano dei poteri che si credono forti (con i deboli) e sono in affanno. Non sarà facile per loro creare il partito democratico; soprattutto con fasulli quali Rutelli e Veltroni (e, del resto, anche Prodi è un “genio assoluto”!), e alle spalle gli industriali come Montezemolo, i giornalisti come Mieli, il ceto intellettuale che ci ritroviamo; e al di sopra di tutti poche banche parassite e la finanza americana che ci spadroneggia. Non c’è da stare allegri, questo è chiaro, ma forse – è comunque l’unica speranza – certi processi di sfascio si accelereranno e si chiarirà da chi siamo manovrati. Finirà la scusa dell’antiberlusconismo, non ci sarà più l’uomo nero contro cui sfogarsi e unire tutti gli uomini di malaffare (e gli “ingenui”) presenti in questo paese. Tuttavia……tuttavia temo che a sinistra – almeno in quella che si vorrebbe “di classe”, anticapitalista – non riesca a sorgere nulla. E allora……

Comunque se ne riparlerà più meditatamente, perché i tempi sono (storicamente) ormai stretti e la cloaca è infine a cielo aperto (per chi ha occhi per vedere; i ciechi vadano adda’ via….). A voi – anzi a noi – un buon 2006, di sveglia brusca e vivace

glg

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