Veloci considerazioni di Gianfranco La Grassa sull’articolo del condirettore del Financial Times che annuncia grosse difficoltà economiche per il Goveno Prodi (più sotto ciò che viene ripreso dal corriere.it)

Il FT non deve essere preso come un oracolo, visto che fa gli interessi di certa finanza euroamericana. Ciò era però valido anche quando criticava il governo di centrodestra (la stessa cosa vale per l’Economist); ed è valido pure adesso nel momento in cui critica il prossimo governo e il suo (non) programma. Invece, tutti i "sinistri" erano estasiati prima del 9 aprile delle critiche (ultraliberali) di FT e Economist a Berlusconi, mentre ora protestano sdegnati affermando che tali giornali non capiscono nulla.In realtà, tali giornali capiscono benissimo quali sono gli interessi (euroamericani, cioè di una Europa subordinata agli USA) che sembravano
meglio difesi – nella sostanza, non a parole – dal centrosinistra. Adesso che la prospettiva è mutata – non per cambiamento programmatico del centrosinistra che è sempre lo stesso, ma per la sua debolezza politica – i giornali della finanza euroamericana sono vivamente, e giustamente, preoccupati. L’analisi non è comunque tutta peregrina, ci sono senz’altro delle "verità", cioè dei fatti che non sarà tanto facile smentire. Il problema è che i due schieramenti oggi esistenti in Italia sono entrambi disastrosi e incapaci di alcunché; e se anche arrivasse la forza populista, di cui parla il FT, non si risolve nulla. Occorrerebbe una forza politica
molto dura e cattiva con programmi precisi (che non sono, come qualcuno pensa, di tipo nazionale) di rilancio produttivo, ma in settori di punta e fortemente innovativi. Bisognerebbe spazzare via neoliberismo e "neokeynesimo" (in realtà il semplice assistenzialismo statale senza prospettive che passa, non so perché, sotto questo nome). Occorrerebbe smetterla di credere che le difficoltà di sviluppo dipendano dal lato della domanda; e bisognerebbe annientare non so quanti miti sia della destra che della sinistra. Destra e sinistra andrebbero fatte fuori contemporaneamente e senza tanti complimenti "democratici". Ma non a caso uso il condizionale, poiché al momento non si vede nulla di buono all’orizzonte, per cui quello che scrive il FT ha un suo parziale realismo.Ovviamente, se ne dovrebbe riparlare a lungo, qui ho detto solo poche cose veloci.

Da Dagospia su fonte Corriere.it
Un default sul debito e l’uscita dall’euro entro 10 anni. Sono molto nere le previsioni del Financial Times sull’Italia dopo la vittoria, di strettissima misura, di Romano Prodi nelle ultime elezioni politiche. La tesi è contenuta nell’ascoltatissimo commento settimanale dell’editorialista Wolfgang Munchau, condirettore del quotidiano londinese. «La risicata vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi – si legge nell’editoriale – costituisce il peggior esito immaginabile in termini di possibilità dell’Italia di rimanere nell’eurozona oltre il 2015».

«Prevedo che gli investitori internazionali inizino ad assumere scommesse speculative sulla partecipazione italiana all’euro entro la durata di un governo Prodi. Queste – puntualizza Munchau – non sono scommesse sull’impegno politico di Prodi nei confronti dell’euro. Sarebbe infatti difficile trovare un politico più a favore dell’Europa dell’ex presidente della Commissione europea. Queste sono scommesse sulle circostanze economiche che potrebbero obbligare un governo a prendere decisioni che sono inimmaginabili fino al momento in cui diventano inevitabili».

L’ECONOMIA ITALIANA – «Tutti sappiamo – sottolinea Munchau – che l’economia italiana si trova in profonde difficoltà. Ma è importante ricordare che i problemi italiani sono differenti da quelli della Francia e della Germania. Molte economie continentali sono afflitte da bassa crescita e alta disoccupazione. Anche l’Italia soffre di un basso livello di crescita anche se la sua creazione di posti di lavoro è stata rilevante. Ma il problema dell’Italia è quello di non essere pronta a una vita nell’Unione monetaria».

LE RIFORME DI PRODI – Il Financial Times segnala la forte discrasia tra problemi e soluzioni proposte. Da un lato infatti «sin dalla nascita dell’euro nel 1999, l’Italia ha registrato un massiccio apprezzamento del suo tasso reale di cambio. I suoi costi unitari del lavoro sono cresciuti del 20% rispetto alla Germania. Ma mentre le retribuzioni tedesche reagiscono alla domanda aggregata, i salari italiani continuano a crescere a un ritmo del 3% annuo. L’Italia registra anche un problema di competitività di prezzo in molti settori economici. Un programma sensibile di riforme economiche dovrebbe concentrarsi sulla contrattazione salariale e sulla regolamentazione dei mercati dei beni e servizi».

Dall’altro lato «Prodi offre il tipo sbagliato di riforme. Che consiste nello stesso tipo di riforme che sono fallite in altri Paesi europei. E dal momento che la sua frammentata coalizione di moderati, socialisti e comunisti, avrà una sottolissima maggioranza in Senato, potrebbe anche non essere in grado di portare a compimento il suo insufficiente programma. Se l’Italia continuerà a perdere competitività macroeconomica, un movimento politico populista potrebbe ben emergere con un programma per l’abbandono dell’euro.

Proviamo a immaginare l’inimmaginabile e ipotizziamo che un futuro governo italiano riporti la lira. Cosa succederebbe al debito del Paese, prevalentemente denominato in euro, che attualmente raggiunge il 106,5% del Pil? L’Italia sarebbe quasi certamente incapace di rimborsare pienamente le sue obbligazioni nei confronti degli investitori. E dovrebbe o riconvertire tali debiti in lire a un tasso di cambio sfavorevole agli investitori, o addirittura dichiarare apertamente l’insolvenza».

Il condirettore del Financial Times snocciola qualche altra cifra rilevante. «Dal punto di vista di un investitore l’abbandono dell’eurozona è equivalente a un’insolvenza sovrana. E data questa prospettiva, perché i mercati finanziari non stanno ancora scommettendo su un tale evento? La scorsa settimana i rendimenti sui titoli pubblici decennali italiani registravano solamente un differenziale di 0,3 punti al di sopra degli equivalenti titoli tedeschi. E tale valutazione suggerisce che i mercati non vedono attualmente un alto rischio di default. Ma certamente, anche se qualcuno reputa improbabile l’abbandono italiano dell’eurozona, il rischio non è nemmeno pari a zero».
L’OTTIMISMO DEL MERCATO – Secondo Munchau «tre fattori potrebbero spiegare l’ottimismo del mercato». Primo: «l’opinione che l’Italia potrebbe essere effettivamente intrappolata dentro l’Eurozona; lasciarla non risolverebbe alcun problema economico». Secondo: la Banca centrale europea in ultima istanza interverrebbe per evitare l’insolvenza di uno stato membro. Ma tale argomento – si legge ancora sul Financial Times – sembra sottovalutare la decisione della Bce a rispettare la propria regola di "non salvataggio" in tali circostanze». Il terzo fattore è quello che «anche se si accettasse lo scenario peggiore, è ancora molto improbabile che l’insolvenza si materializzi entro la vita residua di un’obbligazione decennale. E tale argomento – sottolinea Munchau – offre la spiegazione più plausibile per cui i mercati non hanno ancora fatto pagare un premio di rischio più elevato sui titoli di stato italiani. E spiega anche perché i mercati obbligazionari sono notoriamente cattivi indicatori anticipati del rischio d’insolvenza. I mercati obbligazionari sono compiacenti fino a quando iniziano ad andare nel panico».
IL GOVERNO DELL’UNIONE – Il Financial Times chiede retoricamente: «dopo i risultati delle elezioni italiane gli investitori rimarranno altrettanto ottimisti sui seguenti dieci anni durante la vita di un governo Prodi? Esiste una ragionevole possibilità che nei prossimi cinque anni il premio di rischio (italiano, ndr) salirà nei prossimi cinque anni. E prevedo – aggiunge Munchau – anche un aumento per gli swap sull’insolvenza creditizia italiana, strumenti finanziari attraverso i quali gli investitori possono assicurarsi contro il rischio. La scorsa settimana gli investitori avrebbero pagato un premio annuale di 21.750 euro per assicurarsi contro l’insolvenza su di un investimento di 10 milioni di euro in un titolo di stato italiano a 10 anni. E si tratta di un livello molto basso, date le incertezze economiche e politiche.

Tali swap, non sono sofisticati strumenti speculativi. Un acquirente di swap sull’insolvenza creditizia italiana viene rimborsato solo se l’Italia cade in uno stato d’insolvenza. Ma gli investitori sofisticati sanno come costruire strategie di trading profittevoli da una situazione così sbilanciata. I mercati finanziari non possono provocare l’uscita di un Paese dall’Unione monetaria attraverso la speculazione valutaria, come fecero nel 1992 facendo uscire la Gran Bretagna dal meccanismo di cambio europeo. Ma per gli investitori esistono altri modi per sfruttare le difficoltà di un Paese dentro un’Unione monetaria».
PARALLELI ROMA-LONDRA – «Ecco perché – conclude Munchau – esistono dei paralleli tra l’Italia di oggi e la Gran Bretagna del 1992. Allora l’impegno della Gran Bretagna per il meccanismo di cambio appariva incrollabile come l’impegno di Prodi per l’euro ora. Ma la Gran Bretagna non era pronta né economicamente né politicamente a vivere in un regime di cambi semifissi. E la partecipazione dell’Italia all’euro è basata su fondamenti parimenti traballanti. Quattordici anni fa per gli investitori ci vollero pochi giorni per smascherare una bugia politica».

LA FATTICITA’ DEL REALE

(questo articolo non sarà di facilissima comprensione, ma può essere utile per iniziare quell’attività di costruzione teorica che abbiamo auspicato negli scorsi giorni. Si tratta solo di un piccolo cominciamento che prende in considerazioni le tipiche categorie del pensiero marxiano ancora indispensabili per un’analisi realmente antisistemica).

 Se gli assiomi della geometria urtassero gli interessi degli uomini si sarebbe cercato di confutarli (in Lenin, “Carlo Marx”).

Una caratteristica fondamentale del capitalismo è quella del suo darsi come fatticità immanente attraverso la forma delle sue esitazioni empiriche più “visibili” che, tuttavia, sembrano non portare in sé il segno di alcuna genia.

In virtù di tale presupposto la stessa storicità del modo di produzione capitalistico si pone come storia priva di forma storica, storia neutralizzata, avente piuttosto una base “naturale” simile alla consistenza dell’albero che spunta dal suolo.

Il capitalismo si svela così al mondo in maniera tolta, attraverso sintomi della sua presenza che non rimandano direttamente ad esso e che, al contrario, si autofondano in quanto determinazioni che fanno riferimento ad un proprio principio di realtà.

Questi sintomi si chiamano con linguaggio economico: denaro, merce, profitto, rendita, mercato ecc.

La loro realtà trasfusa nel linguaggio ideologico della giustificazione dell’esistente, può essere solo colta negli aspetti superficiali e “circolatori” per cui la “triste scienza” nulla ci dice in merito ai processi mediatori che dovrebbero rappresentare il collante processuale tra struttura fondante e determinazioni empiriche.

Il metodo scientifico marxiano non può che essere, allora, la volontà di svelare il rapporto – nel modo di produzione capitalistico – tra apparenza delle cose e loro sostanza: “Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero”.

Com’è possibile concettualmente cogliere e rendere (logicamente) visibile tale rapporto? Innanzitutto, occorre distinguere tra le tendenze generali del Capitale propriamente inteso e le forme fenomeniche con le quali tale tendenzialità si manifesta. In realtà, ciò che appare come dato di fatto compiuto deve necessariamente essere l’immagine rovesciata della struttura fondamentale che lo ha generato. Si tratta perciò di individuare nella fatticità presupposta del dato reale le molteplici mediazioni che ne sono alla base e che lo determinano per quello che si vede. I fatti sono pertanto una cosa intricatissima, l’esito di una mediazione che sembra non svelare nulla del principio dal quale tutto parte. In tale situazione le soggettività sociali sono in diretto contatto con la forma fenomenica del modo di produzione, quella che si dà immediatamente, mentre, per potere cogliere lo stesso modo di produzione nella sua astrazione concreta, occorre dialettizzare queste forme semplici per risalire dal dato sensibile al reale principio fondante di tale esito. Il capitale forgia, pertanto, di una forma non direttamente problematizzabile i fenomeni nei quali si estrinseca, gli stessi dati di fatto si giustificano per il loro esserci non mediato come fattori estranei alla soggettività sociale, è insomma una notte di vacche nere che bisognerà illuminare.

L’economia politica dominante appare così come la scienza delle spiegazioni superficiali di questa logica invertita, che non può e non vuole porsi il problema della struttura sostanziale di un modo di ri-produzione sociale astrattizzatosi. Tutto ciò che si innesta su tale nascondimento (dalla politica, al diritto, dall’agire economico ai valori, alla costruzioni ideologiche stesse) si presenta all’intelletto dei soggetti come fatticità esprimente l’opposto della loro natura interna e al contempo come negazione di qualsiasi mediazione, che sofistica il termine primo, il Capitale appunto) dal quale il movimento del pensiero dovrebbe partire.

I soggetti, perduti nella consistenza fattuale della datità, incapaci di pensare in maniera lineare i processi in cui sono inseriti, non colgono più tali fatti come il risultato di rapporti sociali ma come estraneità oggettiva a loro opponentesi con la quale non è possibile alcuna mediazione conoscitiva, se non l’accettazione aprioristica. I soggetti sociali sono tuttavia convinti di attraversare le cose del mondo in piena autonomia, ma la loro razionalità e già data una volte per tutte dalle cose stesse. Il mancato discernimento dialettico delle mediazioni in questione rende le cose autoidentiche, “enti naturali” inappellabilmente esistenti.

La grandezza di Marx è, allora, nel metodo attraverso il quale tenta di rompere la superficie della realtà fenomenica, per cogliere il motore interno della struttura che genera tali determinazioni. Fatte queste precisazioni può cominciare l’analisi marxiana del valore.

Cos’è il valore per Marx? La quantità di lavoro astratto cristallizzato  nella merce. Il lavoro astratto costituisce la sostanza sociale del valore. Il lavoro sans phrase è l’elemento che nello scambio dei prodotti pone i valori d’uso come “frontisti” privi di qualità e per ciò stesso misurabili.

Per definire la natura del valore Marx utilizza aggettivi inequivocabili che rimandano a tutto il nostro discorso: “un arcano”, “una forma metafisica”, “una proprietà occulta”. Quello che però appare e che possiamo vedere distintamente è solo la merce, ovvero l’esito ordinato di una cosa imbrogliatissima.

Marx per spiegare questa cosa piena di sottigliezza metafisica la isola dal rapporto con tutte le altre merci e la coglie nel suo rapporto più semplice. Marx ci spiega che il valore trova la sua via d’uscita dal corpo nel quale è costretto grazie allo stare l’una di fronte all’altra delle merci, dal loro confronto quantitativo (valore di scambio). Il valore perciò è finalmente misurabile.

A questo punto la merce, ancora passiva nel rapporto di valore, può apparire, naturaliter, portatrice di valore. La merce cioè può definitivamente oscurare la sua derivazione da un determinato modo di produzione, e appropriarsi di qualità che fino a poco prima le erano esterne.

Dall’analisi semplice della merce si dovrebbe ora passare all’analisi del livello superiore della teoria del valore, laddove le sofisticazioni si fanno ancora più indistinguibili e si concretano nella forma-denaro.

Il denaro , l’equivalente generale, consente il raffronto simultaneo delle merci con ciascuna di esse, funzionando come misura generale dei valori e dei prezzi, “l’enigma del feticcio del denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto invisibile e che abbaglia l’occhio”.

Se, come abbiamo detto prima, salario, profitto e rendita erano già il risultato di una mediazione invertita, con l’emergere dell’interesse, il capitale realizza la sua autogenesi. Con la formula D-D’ l’autoriproduzione del denaro tramite sé medesimo compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Qui è completamente svanito ogni riferimento alla forma storica di tale rapporto che non ha più nulla a che fare con la produzione, il plusvalore e i soggetti agenti.

 

N.B. Le riflessioni contenute in questo articolo sono spiegate in maniera organica ed esaustiva nel saggio di Franco Soldani intitolato “Marx e la scienza” disponibile integralmente on-line sul sito Actuel Marx.

Si tratta di un’analisi estremamente interessante anche se i risultati con i quali Soldani conclude tale lavoro, dovrebbero essere ulteriormente problematizzati. Soldani ritiene, infatti, che la teoria marxiana del valore non sia invalidata da aporie logiche, bensì dall’impossibilità (secondo l’autore) di una corrispondenza univoca tra valori e prezzi di produzione. Tale impasse sarebbe determinata dalla differente natura di valore e prezzi (essendo quest’ultimi “un’espressione quantitativamente incongruente del valore della merce”). Se, da un lato, Soldani ha ragione da vendere, soprattutto contro chi ha spogliato la teoria del valore della sua valenza qualitativa ingabbiandola in una mera ripetitività matematica (ad oggi insoluta), dall’altro però il suo costante riferimento ad un doppio livello della realtà capitalistica, ha in sé qualcosa metafisico che dovrà necessariamente essere spiegato meglio.

 

 

PRO MEMORIA

In questi ultimi giorni post-elettorali, la pentola della politica ribolle ininterrottamente e il movimento superficiale dell’acqua ci riporta alla volontà di conoscere chi alimenta il fuoco. L’apparenza della cose ci dice che il governo Prodi ha difficoltà ad insediarsi in tempi rapidi, l’amico di scorribande del professore, tale patriota Ciampi, temporeggia adducendo il rispetto dei tempi istituzionali, proprio in quest’Italia cha ha nella deroga la sua grundnorm.

E’ oppurtuno capire di chi stiamo parlando, per evitare qualsiasi sorpresa in futuro, e zittire la sinistra che farà finta di non sapere. Prodi e Ciampi sono stati i massimi artefici (per conto di gruppi stranieri e italiani), dapprima della trasformazione dei più grandi enti statali italiani in società per azioni (IRI, INA, ENI, ENEL) e, poi, della loro svendita a favore sia di società straniere per le quali erano consulenti nonchè di quei capitalisti italiani che hanno ridotto alla miseria questo paese: i Cuccia di Mediobanca, i Colaninno, i Ferruzzi, i Tronchetti-Provera, i Benetton ecc.

Questi loschi figuri del nostro capitalismo straccione, che hanno come unica strategia conflittuale l’arraffamento ai danni dello Stato,  sono gli stessi che hanno permesso al Centro-sinistra di vincere su Berlusconi. Tuttavia, la vittoria sul filo del rasoio lascia credere che i potentati italiani, concedono sempre il proprio appoggio con riserva. Può essere, secondo tali strategie, che un’affermazione troppo netta del Centro-sinistra avrebbe potuto rendere tale schieramento troppo autonomo e irriconoscente nei confronti dei suoi mentori, impedendo la fluidità necessaria alle manovre che gli stessi poteri forti hanno progettato.

I tecnocrati ( vero e proprio braccio armato della burocrazia capitalistica) Prodi, Ciampi e Draghi sono dei frequentatori abituali delle strategie dei dominanti. Ciampi, per esempio, è stato l’artefice della fine del monopolio  delle banche per ciò che concerne la gestione delle operazioni sui titoli e valute estere, con il trasferimento di tali competenze alle società di intermediazione immobiliare, mentre dall’altro lato ha concesso alle banche medesime carta bianca in merito alla cessione e gestione dei crediti. Si potrebbe dire che questo patriota del capitalismo, è un uomo competente e poichè legato a certi ambienti(con i quali condivide una certa filosofia di pensiero) fa effettivamente il suo dovere. Nemmeno questo è vero. Ciampi si è reso responsabile della più grossa svalutazione ai danni della lira nel ’92. Allorchè il banchiere filo americano Soros lanciò il famoso attacco speculativo sulla lira, Ciampi, per resistere a ciò non chiese aiuto ad alcuno, ma tentò di sopperire con le riserve valutarie di Bankitalia. Questa strategia perdente(quasi un accordo sottobanco) determina il precipitare del valore della lira di 30 punti percentuali. Da tale operazione in poi l’Italia diverrà un banchetto(di conquista) dove ci si può mangiare le proprietà statali per pochi spiccioli.(Destra e Sinistra lo hanno premiato con la presidenza della Repubblica e forse con un secondo mandato). All’epoca uno stretto collaboratore di Ciampi è Mario Draghi. L’attuale presidente di Bankitalia negli anni dello sfacelo della prima Repubblica prendeva ordini direttamente dalla finanza anglossassone. Dopo la caduta della DC questi banchieri hanno spiegato ai nostri funzionari come si doveva procedere con le riforme necessarie atte a consegnere l’Italia nelle loro mani. Draghi presidente di Bankitalia, oltrechè dirigente Goldman Sachs e accreditato in quota Bilderbergers insieme a Padoa-Schippa, Mario Monti, Renato Ruggero ecc., ha eseguito diligentemente gli ordini. Per quel che riguarda Prodi, le sue operazioni di svendita della SME sono fin troppo risapute: la Cirio a Cragnotti,  la Italgel alla Nestlè e la Bertolli alla Unilever della quale era anche stato consulente (dicesi conflitto d’interessi, altro che Berlusconi!). Il resto della faccenda è storia del passato recente che s’appresta a ritornare (sarà vero che la storia non si ripete mai, ma gli involucri umani per ora sono gli stessi).

Infine, Mario Monti, (nome molto in voga in questo periodo)anch’egli, come abbiamo detto, presente alle riunioni del Bilderberg e compagno di avventure (molte!) di Draghi e Prodi. Oggi sponsorizza caldamente il Grande Centro, che tradotto in linguaggio volgare significa: presto non ci saranno più opposizioni, nemmeno parlamentari, ai disegni dei funzionari del capitale. La sinistra è in piena partita, solo che gioca a centrocampo, in un macht dove arrivano lanci lunghi che scavalcano i suoi uomini. Impareranno dall’esperienza a soccombere sotto i tradimenti alla base di questo sistema di riproduzione sociale.

Da qualche parte abbiamo letto che Gianfranco La Grassa sia, in qualche modo, assertore di una politica cosiddetta dello struzzo, con la sua presa di posizione irrevocabilmente negativa sul centro-sinistra. In realtà quando l’analisi teorica è fatta seriamente si colgono i nuclei logici delle scelte politiche ed ideologiche che orientano la classe dirigente (che ricomprende tanto quella politica e culturale che quella economica) e, per quanto la realtà richieda continui adattamenti delle ipotesi teoriche, la sostanza delle stesse diviene quasi conseguenziale se gli obiettivi manifesti (ma soprattutto quelli celati dietro la facciata di parole insulse come lo sviluppo e democrazia) seguono un unico filo conduttore. L’articolo sottostante è pertanto un invito a rimboccarsi le maniche e ad incominciare un lavoro serio, proprio sulla base di quello che potrebbe accadere con la vittoria del centro-sinistra. Se i presupposti che poniamo in evidenza si riveleranno fondati, le persone di buon senso dovranno davvero scegliere da che parte stare, cioè se dimostrarsi passivi di fronte agli scenari futuri che si apriranno (e che non promettono davvero nulla di buono) oppure avviare un lavoro collettivo di resistenza e di costruzione teorica anticapitalistica. E’ questo l’unico modo serio per tentare di cambiare l’esistente e non il voto elettorale (che resta una delle forme con la quale si consolida uno strumento di oppressione dei popoli che abbiamo già individuato come "dittatura democratica"). Solo rifiutando i luoghi comuni (le zavorre e le categorie vetuste ampiamente sussunte dall’ideologia dominante) sul fascismo, il feticcio della resistenza partigiana, la sinistra che rappresenta gli sfruttati (e altre nefandezze discorrenti) potremo cogliere il senso della partita che si è aperta in Italia. Il resto spetta a noi e la vera scelta da fare è quella tra bendarci gli occhi e turarci il naso oppure tentare d’interpretare criticamente la direzione seguita dagli eventi. Buona lettura

ANDIAM, ANDIAM, ANDIAMO A LAVORAR (10.04.06 di Gianfranco La Grassa)

(sull’aria della canzone di Churchill da “Biancaneve e i sette nani” di Disney)

 

1. Premetto che comincio a scrivere prima che siano chiuse le urne, per non essere influenzato dai risultati, del resto ormai ben sicuri. Per prima cosa, anche se me ne dispiace, non posso esimermi – perché sono fatto così – dal puntualizzare sia pure poche cose.

Partiamo da un discorso serioso e impegnativo (ma breve). La mia generazione (e quelle immediatamente precedenti e successive) ha evidentemente molte colpe per com’è oggi fatto il mondo (in specie il “nostro”, il cosiddetto occidentale). Inoltre, quelli che pensano (o pensavano) come me hanno subito una sconfitta, che può essere definita “storica” (quella del sedicente comunismo). Circa il fatto di non essere stato molto in gamba, di aver sbagliato molte scelte e giudizi, di essere stato lassista e di larga manica di fronte a tanta merda che debordava da tutti i lati, non voglio avanzare troppe scuse né tanto meno “chiamarmi fuori”. Della sconfitta del comunismo mi sento partecipe, anche se voglio ricordare che, dal 1962-63, ruppi con i PC ufficiali (“da sinistra”, come si diceva allora) e produssi analisi sempre più pungenti e critiche sulla loro degenerazione e su quella del “socialismo reale” (URSS in testa); naturalmente non fui il solo, e per le mie analisi mi basai del resto sulle tesi del mio maestro francese (Charles Bettelheim) e della corrente marxista althusseriana di cui egli divenne parte dal 1967-68.

Proprio perché non mi sento un “innocente”, non sopporto molti (troppi) sinistri attuali che vedono il male negli altri, mentre loro sono sempre i più morali, i più intelligenti, i più colti. Tanto intelligenti e colti che di un prodotto del degrado morale e culturale degli ultimi trenta-quarant’anni, verificatosi in tutto il mondo occidentale, hanno fatto l’artefice primo di tale degrado (sto parlando di Berlusconi). Negli ultimi 12 anni sono stato tormentato da questi cazzoni di colti e intelligenti di sinistra con l’assurda e antistorica storiella dell’uomo che assomma in sé tutto il male del mondo, quel male di cui, lo ripeto, sono responsabili le varie generazioni dai quarantacinque anni in su. Almeno, io sento di essere parte di questo degrado; ma invece loro no, si credono perfetti, proprio quando il ceto politico e intellettuale che esprimono è la più perfetta rappresentazione degli “ultimi uomini” vaticinati da Nietzsche. Si tratta di quanto di più mostruoso e abominevole abbia prodotto la storia dell’umanità dall’età della pietra. Non nascondo, proprio nell’ora in cui questi degenerati pensano di aver vinto chissà che, di disprezzare profondamente questi intellettuali e politici di sinistra, nonché questo “ceto medio” improduttivo profondamente stupido che forma l’ossatura di tale raccogliticcio raggruppamento politico (mentre l’ossatura dei PC degli anni ’50 e ’60, con cui ho pur sempre rotto, era almeno costituita da operai e contadini); un ceto medio che si crede colto perché legge quattro romanzetti di scrittorucoli moderni, va a vedere filmetti per cui grida ogni volta al capolavoro, gira con aria da intenditore per le varie mostre (di cui l’arguto Muscetta diceva già molti anni fa: “Il sonno della Regione produce mostre”), va all’estero e crede di conoscere il mondo su cui sputa sentenze da far rabbrividire (e che mi tocca sorbire con aria seria e sorridendo, anch’io “falso come Giuda”).

Questi colti e intelligenti si sono fatti convincere – ripetendolo anche loro cento volte al giorno – che stava avanzando il fascismo, il regime più bieco (anzi il fascismo era acqua di rose di fronte a quello che avanzava). E su questo pericolo fascista hanno guadagnato milioni: i Camilleri e i Conso e i Baricco, i Moretti e i Guzzanti, Fabio Fazio e la Serena Dandini e Benigni, Santoro e Gad Lerner e Biagi, Eco e Furio Colombo e Travaglio, ecc. ecc. Dove si è mai visto un fascismo – Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Peron, ecc. – che abbia impiegato 12 anni a prendere il potere e instaurare un regime? Dove si è mai visto un regime in cui il dittatore si facesse svillaneggiare sui giornali, in TV (perfino nelle reti di cui ha la proprietà), su internet e in ogni dove? Dove si è mai visto un dittatore che, in 12 anni, è stato al Governo per 5 anni e 7 mesi (nel 1994) e ha poi accettato di farsi mandare a casa in elezioni “democratiche”? 

Adesso, nel momento in cui il “dittatore” è stato licenziato, dico basta a tutto l’immondezzaio di troppi (non tutti i) sinistri che mi hanno rotto i “sissi e biribissi” per tanti anni. Non sono né morali né colti né intelligenti; sono come me e come tanti altri, che non la pensano alla loro stessa maniera, non hanno i loro tic, le loro paranoie; ne hanno altre, ma non le loro. Io non sono certo meno colpevole di questi esseri “sinistri” per tutto lo schifo che si constata ogni giorno nel mondo; ma cerco di rendermene conto, di analizzare la situazione riflettendoci sopra, non butto tutta la colpa su altri, e in particolare su “un altro”. Riesco almeno a capire che ci sono motivi storici profondi che stanno minando la nostra cosiddetta civiltà; e, pur essendo invischiato in una vecchia cultura, in un vecchio apparato teorico di analisi, ecc. mi sforzo di capire qualcosa, faccio qualche ipotesi su quanto sta accadendo (sapendo che senz’altro si rivelerà poi sbagliata, ma almeno si tenta). Molti (non tutti i) sinistri non fanno un simile sforzo: sono monomaniaci, la causa del male è una sola, ed è puramente incarnata in un essere umano individuale. 

Certamente io non disprezzo chi è andato a votare; e nemmeno lo stimo. Per me il non voto è come il voto, sono agnostico così come lo sono in campo religioso. Non credo in Dio ma nemmeno predico la sua inesistenza. E così io non predico il non voto, pur se non credo in esso e quindi non vado a votare. Per me, troppi (non tutti i) sinistri non sanno ragionare se non in termini puramente personalistici, sanno solo dare addosso agli individui in carne ed ossa, vedono il male incarnato in un qualche “uomo nero”, non sanno fare il becco di una analisi minimamente fondata su qualche fatto; certo, lo so, analisi che si fonda su ipotesi (perché i “fatti” esistono in funzione delle ipotesi formulate) e quindi sempre aperta all’errore e alla successiva revisione. Ma almeno è una analisi. Invece questi troppi sinistri non sanno farla, perché pensare è difficile, sputare sentenze e odiare un individuo è semplice, è rassicurante, non si fa fatica, il cervello può riposarsi. In tal senso, questi sinistri sono da rottamare perché del tutto inutili, anzi pericolosissimi. 

 

2. Toltomi qualche sassolino (ancora pochi) dalle scarpe, posso anche dire: “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato, ha dato; scurdammose o’ passato, siamo in Italy paisà”. In realtà, lo scorderò solo fino a quando qualcuno non riprenderà a parlarmi di qualche altro uomo che è causa di ogni male, di qualche altro fascismo o regime che avanza. Chi non ha voglia di fare qualche piccolo sforzo di analisi, chi non ha voglia di pensare ma solo di dire stronzate immani come quelle dei troppi (non tutti i) sinistri che mi hanno tormentato in questi ultimi anni, è bene che mi lasci in pace, che si allontani da me per sua personale decisione; perché a me dispiacerebbe dover essere sgarbato e mandarlo infine “affanculo”. Arrivato alla mia bella età, non intendo avere più pazienza, per il semplice fatto che non ho più tempo. E’ inutile raccontarsela; l’orologio biologico è entrato nell’ultimo quadrante (anzi “ottante”).

C’è adesso molto da fare, proprio sul piano del pensare e riflettere e analizzare. Non ripeterò qui quanto ho già inviato negli ultimi giorni. Si sa bene come la penso sul centrosinistra, sul fatto che non ha autonomia rispetto ai “poteri forti”; che tuttavia ipotizzo siano molto deboli invece, e che porteranno, secondo me con altissima probabilità, il paese in una situazione difficile (oscillante tra il semplice sfascio ed un periodo di scarsa crescita e di corrompimento del tessuto sociale, con fenomeni socio-politici poco piacevoli non troppo lontani nel tempo). Si tratta, come già detto, di ipotesi, quindi di un discorso che resta aperto e va continuato.

Sono poi deciso ad andare oltre l’orizzonte teorico e culturale in cui ci si è imbozzolati per troppo tempo. Mi è difficile farlo, per le mie “tradizioni”, ma cercherò di scrollarmele di dosso il più possibile; e quando mi capiteranno a tiro dei “giovani”, dirò loro apertamente di mandare al Diavolo sia coloro che hanno rinnegato ogni loro principio sia coloro che ai principi stanno attaccati come certi vermi ai cadaveri in putrefazione. E basta con le scuole accademiche: che siano liberali, riformiste, marxiste (“creative” o “ortodosse”). Il dibattito esca dal ceto intellettuale, sempre più narcisista e autoreferente, e circoli tra gli “ignoranti”. In Manhattan, di fronte ad una Diane Keaton, “pierina” e che annovera tra le sue conoscenze un mucchio di intellettuali alla moda, Woody Allen sbotta: “conosci troppi intelligenti, se avessi frequentato qualche imbecille, saresti meno insopportabile”. Ecco, è la risposta giusta in certi casi!

Tuttavia, ci sono anche tanti miti della “sinistra che fu” – non parlo dei cialtroni attuali, dove non esiste destra o sinistra se non nella testa bacata di molti (troppi) elettori – che bisognerà ridiscutere, e talvolta perfino prendere a calci (sempre dopo approfondite analisi e discussioni). Non basta il “popolo lavoratore”, i diseredati, le strutture sociali, ecc. (anche questo ma non solo); ci sono i rapporti di forza, la configurazione delle relazioni tra le varie aree e paesi del mondo, ecc. Ci sono lotte di popoli contro specifiche forme imperialistiche, ma anche sviluppo di forme nuove di capitalismo (nuove potenze “capitalistiche”) che non possono essere identificate semplicisticamente, e quasi per forza di inerzia di una teoria ormai alla frutta, con i capitalismi già sviluppati. Insomma, c’è da aprire molti “cantieri” di ricerca; e li debbono aprire le nuove generazioni. Le vecchie siano di supporto, ma non scodellino quattro nozioncine dell’epoca di Marco Cacco, irretendo qualche giovane dalla psiche troppo fragile e in cerca di sicurezze ideologiche.

Spero di essere stato chiaro. Lo ripeto: non voglio apparire migliore di quello che sono, so di avere limiti paurosi per una troppo lunga storia di miti e di certezze alle spalle. Una volta resomene conto, mi appare negativo frequentare ancora coglioni; che non sono i votanti a sinistra, ma quelli fra questi votanti che non pensano, che risparmiano l’uso del cervello convogliando il male su qualcuno, sia che poi abbandonino ogni decenza per frenesia di qualche posticino sia che invece restino a presidiare i cimiteri. E che “Dio” ce la mandi buona!

IL GRANDE CENTRO

Il risultato elettorale risicato ottenuto dalla coalizione di centrosinistra, può essere foriero di alleanze trasversali tra le due coalizioni e, soprattutto, tra le forze più centriste (che vede l’UDC e la Margherita condurre i giochi, con la prospettiva, tra qualche tempo, che la stessa Forza Italia, o parti di essa, non restino avulse da alleanze successive), con l’obiettivo esplicito di risolvere il problema costituito dai partiti più estremi (in senso ormai solo culturale e autoreferenziale) che sono comunque in grado di rallentare alcune “riforme” fondamentali richieste a gran voce dai capitalisti italiani e stranieri.

Occorre chiarire una faccenda basilare che è quella dell’irreversibilità storica della caduta della D.C. che non si ricostituirà mai più, a causa di contesti economici, politici, sociali (oltrechè storici ovviamente), palingeneticamente mutati, che richiamano i soggetti politici di centro a ridefinire le proprie prospettive contrattando ogni decisione politica con i poteri dominanti e rinunciando così a qualsivoglia autonomia (episodi come quello di Sigonella, dove l’Italia dissimulava una qualche reazione ad interferenze sulla propria sovranità, non saranno nemmeno più immaginabili).

Questo nuovo centro (del quale si percepisce l’aura) dovrebbe profilarsi come ago della bilancia fondamentale e trasversale ai due schieramenti “antitetico-polari”, al fine di far passare ciò che alcuni partiti (per motivi culturali o di profilo sociologico) sarebbero restii ad accettare.

Solo per fare un esempio. L’attuazione della legge Biagi così com’è non potrebbe mai essere votata dai parlamentari di Rifondazione, non certo perché i comunisti nostrani abbiano una prospettiva anticapitalistica, ma perché i loro voti vengono soprattutto dai giovani precari e dai settori più deboli della società italiana nonché da parti del lavoro dipendente (dei quali occorre comunque tener conto). Ecco che allora la parte centrista interverrebbe a supporto del governo facendo approvare ciò che deve essere approvato (perché lo richiedono i fantomatici mercati o l’UE), mentre Rifondazione Comunista può “dignitosamente” astenersi o persino votare contro. Insomma tutti contenti e con la faccia pulita.

In questi giorni si stanno moltiplicando, non a caso, le solite sciocchezze sul deficit pubblico che hanno come obiettivo principale il rastrellamento di risorse aggiuntive (da destinare a chi?) da risparmiare con i tagli sulla  spesa pubblica.

Lo stesso Centro potrebbe divenire superfluo laddove si andranno a toccare gli interessi dei lavoratori autonomi, in tal caso la coalizione governativa (che sta già annunciando un giro di vite sulla faccenda) agirà con la propria conformazione “naturale” col sostegno dei poteri capitalistici che hanno appoggiato congiunturalmente l’Unione.

Tuttavia le questioni più spinose resteranno quelle riguardanti i così detti “gioielli nazionali”, dal settore energetico (dove sono previste privatizzazioni e fusioni) a quello finanziario (che ha già mostrato il proprio ribollimento con le faccende torbide di questi ultimi mesi) fino a quello industriale (dove sono previste le più grosse dismissioni con aggravi per la collettività sia in termini di occupazione (persa) che di uso della Cassa Integrazione.

L’esorcismo

L’unione ha vinto di poco. Berlusconi il demone malefico è stato sconfitto. Il dittatore tremendo che cuciva la bocca alle menti illuminate di Biagi, Santoro e la Guzzanti ecc. ma che poi non riusciva a mettere in riga i suoi giornalisti dipendenti del TG5 non  tormenterà più nessuno nel sonno. Ma, da oggi, i cupi sinistri avranno però un problema più grande. L’ectoplasma berlusconiano che aleggiava come spettro sulle loro teste non incarnerà più il male del mondo. Come riusciranno così a giustificare le manovre che attueranno contro il mondo del lavoro (autonomo e salariato)fortemente richieste dalla Confindustria? La Confidustria non ha votato a sinistra per nulla, i Dominanti non si schierano per odio (a dispetto di questi sicofanti che leggono la realtà con categorie moralistiche). La Confindustria è stata contro Berlusconi per motivi più strategici che non l’avanzare di una dittatura inesistente. I falsi fratelli si fanno la lotta senza esclusione di colpi per l’egemonia e la dominanza nelle varie sfere della società, è questa la natura del conflitto interdominanti che muove un sistema di riproduzione sociale chiamato capitalismo.

La sinistra è, invece, medioevale, crea mostri perchè solo spaventando sè stessa e la sua plebe può porre differenze con la parte avversa, il tutto condito con lo spauracchio del fascismo e della dittatura. (anche se, come dicono Lenin e La Grassa, la vera dittatura è quella democratica).

Adesso che l’esorcismo è compiuto e la plebe di sinistra è in preda all’estasi mistica come si affronteranno temi quali la guerra, l’imperialismo americano, il sionismo e la crisi sociale e politica vero cancro di questa fase policentrica? Le risposte a queste questioni stanno tutte nelle manovre che i leaders dell’Unione hanno in mente da molto tempo (questi sono i veri programmi di una parte dei dominanti italiani che muovono i fili sulle nostre teste). Si profilano tempi bui senza un minimo di opposizione sociale visto che il blocco in questione è un moloch sindacal-capitalistico. Nessuno chiamerà i pensionati o i lavoratori in piazza a protestare contro il governo. Do you remember la riforma della pensioni? La stessa legge che fece cadere il primo governo Berlusconi fu attuata in seguito dalla sinistra in nome della responsabilità di governo, mentre una miserevole richiesta sulle 35 ore causò la fine del governo di centro-sinistra stesso. Questo solo per dire cosa ci aspetta, visto che Bertinotti questa volta non chiederà nemmeno piccole riforme. Siamo convinti che ci asfissieranno con leggi e leggine sui diritti civili e su questioni morali per tenerci lontani dalle questioni serie dell’economia e della politica che sono, ovviamente, affar loro.

Avremo più teatri e più musei dove consolare il sonno della nostra ragione.

L’Iran e la bomba

Gli Stati Uniti vogliono risolvere al più presto la pratica Iran, dopo aver accerchiato  lo "Stato canaglia" cercano una soluzione sbrigativa per allinearlo, visto che le truppe statunitensi sono impegnate in molti scenari di guerra. Le voci si rincorrono e il presidente Bush propaganda seriamente l’uso dell’ atomica, per ora solo il veto di Cina e Russia in Consiglio di Sicurezza ha impedito l’approvazione di una mozione di censura contro Teheran. Ecco un interessante quanto preoccupante articolo in proposito.

09.04.2006
 New Yorker: «Bush vuole usare l’atomica contro l’Iran»

di Roberto Rezzo

 Il presidente iraniano Ahmadinejad è come Hitler e per toglierlo di mezzo non c’è niente di meglio che unattacco nucleare. Queste le conclusioni cui è giuntoil presidente George W. Bush durante ripetuti colloquicon i suoi collaboratori dietro le discrete mura dellaCasa Bianca. Il contenuto è trapelato grazie a uno scoop del New Yorker a firma di Seymour Hersh, il leggendario giornalista investigativo che nel 1969,durante la guerra in Vietnam, aprì gli occhidell’opinione pubblica americana sul massacro dicivili compiuto dalle truppe Usa nel villaggio di My Lai.«Quest’amministrazione è convinta che l’unico modo dirisolvere il problema sia di cambiare la struttura di potere in Iran, e questo vuol dire una cosa soltanto:guerra», sono le dichiarazioni che Hersh ha raccolto da un alto funzionario dei servizi segreti conconoscenza diretta dei fatti. Il piano d’attacco contro Teheran sarebbe già in avanzato stato di preparazione e viene definito «enorme, complicatissimo e allo stadio operativo». Le rivelazioni sono confermate punto per punto da un anonimo consulente governativo con buoni agganci fra i vertici civili al Pentagono. «Bush è assolutamente convinto che se non sarà fermato in tempo l’Iran metterà insieme l’atomica. Il presidente ritiene di dover fare quello che nessun democratico o repubblicano eletto dopo di lui avrà mai il coraggio di fare: salvare l’Iran. E per questo vuole che la sua amministrazione sia ricordata; è la sua eredità ai posteri».
Nell’articolo del New Yorker si citano anche fonti dirette del dipartimento alla Difesa che hanno preso visione delle modalità con cui dovrebbe essere lanciato l’attacco: «Una massiccia campagna di bombardamenti per umiliare le autorità religiose iraniane e spingere la popolazione alla rivolta contro il governo». Tradotto con il linguaggio del diritto internazionale, Bush vuole un olocausto nucleare per scatenare una guerra civile. A titolo preventivo naturalmente, perché non esistono prove del fatto che Teheran stia lavorando alla produzione di armamenti non convenzionali. All’Agenzia atomica internazionale, ‘agenzia delle Nazioni Unite che da Vienna controlla tutto quello che riguarda la proliferazione nucleare, fanno notare che gli Stati Uniti non hanno mai
presentato una documentazione convincente a sostegno delle accuse contro Teheran. Il tentativo di Washington di far passare in consiglio di Sicurezza -con l’aiuto di Francia e Gran Bretagna – una mozione  di censura nei confronti di Teheran con esplicita
 minaccia di sanzioni punitive è stata affossata dall’opposizione di Russia e Cina dietro minaccia di veto. Il risultato è stato un documento generico e non vincolante che ha avuto l’unico effetto di inasprire le tensioni fra Stati Uniti e Iran.

 Le rivelazioni di Hersh mettono in chiaro una volta per tutte che il gioco della Casa Bianca non è affatto quello di raggiungere una soluzione diplomatica. Bush
 non cerca il compromesso, ma lo scontro. Anzi, l’annientamento. La scelta di un attacco nucleare contro Teheran sarebbe fra l’altro obbligata: gli Stati Uniti, con un contingente compreso fra i 130 e i 150mila uomini in Iraq, non possono permettersi spostamenti significativi di truppe su altri teatri di guerra. Non resta che l’atomica per salvare gli
 iraniani dal proprio destino.

Volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Gianfranco La Grassa che fanno tutt’uno col post precedente "Dall’epidermide alla struttura ossea". Si tratta di riflessioni che l’autore destinava a pochi (capaci di non farsi fottere dalle miserie dell’esistente), ma i pochi proprio perchè tali vanno raggiunti con ogni mezzo.

 "La Dittatura Democratica" (di Gianfranco La Grassa)

Meno male che, oltre che di derivazione marxista, sono ancor più di derivazione leninista. Per cui non mi scandalizzo, e anzi un po’ mi diverto, a quanto sta accadendo (e non solo qui da noi). Ormai, dopo l’epoca delle dittature sudamericane, gli USA hanno sposato la tesi leniniana secondo cui la forma migliore della dittatura “borghese” (questo ai tempi di Lenin, oggi va detta capitalistica o anche semplicemente dei dominanti) è la “democrazia”. Le rivoluzioni “arancione” sono state l’ultima trovata in tal senso, ma ormai cominciano a far fallimento per la loro terribile corruzione (non solo economica). Ovviamente, comunque, laddove i popoli resistono (come in Irak o prima in Jugoslavia, e un domani magari in Iran o altrove), ci sono sempre i modi tradizionali per “farli ragionare”; ma anche queste tradizioni, e ciò è incoraggiante, cominciano a far acqua.

Nel 1989, dopo il crollo del socialismo reale nell’est europeo (che segnò la fine dell’intera esperienza ormai involutasi irreversibilmente), molti sciocchi – a partire da Occhetto e dagli allora ancora piciisti italiani, subito dopo diventati degli opportunisti “postcomunisti” al soldo delle oligarchie capitalistiche italiane e statunitensi – pensavano si aprisse l’era del successo delle loro sporche manovre di venduti, annunciata quale “millennio di pace e prosperità” (come appunto sostenne lo scemarello appena citato). Passarono si e no due anni (prima aggressione all’Irak) e la delusione fu evidente; si era aperta un’epoca – che come tutte le fasi storiche non sarà certo breve – di disgregazione del tessuto internazionale, di reinizio di una lotta più policentrica (effettiva, quella che il socialismo reale, in completo disfacimento, non poteva più assicurare), di più che probabile declino dell’impero americano (forse giunto al suo apogeo), di situazioni via via più drammatiche e incontrollabili.

Partendo da questo quadro, piuttosto avvilente ma almeno di scala un po’ grande, è con dispiacere che torno alle miserie (per di più contingenti) di casa nostra. Quello che ha fatto vedere questa campagna elettorale, nella sua meschinità assoluta, è stato molto istruttivo. Della destra nemmeno tratto, non solo perché considero finito il suo iter, ma perché è effettivamente rozza e un po’ ignorante (e anche poco astuta) nei metodi di esercizio della dittatura in forme democratiche; in ogni caso, subirà già da quest’anno profondi rivoluzionamenti interni. Quella attuale ha comunque ben poco a che vedere con la “raffinatezza” della sinistra in tema di dittatura “democratica”; tuttavia tale ultimo raggruppamento non ha alcuna reale autonomia – e quindi non è in effetti una vera forza politica con capacità strategiche – rispetto alle oligarchie parassitarie (e filoamericane) dominanti, il cui nucleo centrale è rappresentato dal patto di sindacato della RCS (editrice, fra l’altro, del Corriere della sera). La giornata di ieri (5 aprile) è stata molto indicativa. Intanto, ha mostrato il vero volto di questa sedicente par condicio; inoltre ha fatto cadere – solo per chi ragiona ovviamente – la colossale menzogna del Cavaliere dominus di ben sei canali TV. Non controlla nemmeno il 5 di Mediaset.

Ma queste sono vere sciocchezzuole; ben altro riserverà il futuro. Ad un livello molto, molto piccolo, lunedì sera si ripeterà l’evento della fine del 1989. Una folla di “sinistri” festanti crederà iniziata l’epoca del risanamento e del risveglio, della pulizia morale e del riprendere in mano il proprio destino. Tale illusione si dissiperà già nei sei mesi successivi grazie all’accozzaglia, da Mastella a Bertinotti, che tenterà di governare. E poi, i veri padroni, il gruppo precedentemente indicato, inizierà assai presto le sue manovre “verso il centro”, perché non può aspettare a lungo. Leggere in questi ultimi due mesi il loro giornale ha destato in me la più profonda sorpresa; sapevo da un bel pezzo chi tale quotidiano appoggiava, ma che diventasse così rozzamente fazioso dimostra che simili “potenti” sono alla frutta, vicini ad un grosso fallimento; per andare avanti ancora qualche anno, e magari riciclare i loro capitali in qualcosa d’altro (e per lo più all’estero), debbono veramente operare un tale trasferimento di ricchezza nelle loro tasche da rischiare di essere assai presto identificati come la più grossa piovra mai esistita nel nostro paese (ivi compresa la mafia). Questi potenti debbono perciò mettere il più velocemente possibile a soqquadro l’intero assetto politico attuale, anche quello della sinistra che adesso appoggiano.

Per questo, attenderò i festaioli del 10 aprile alla fine di quest’anno. In molti, quelli più onesti, saranno a Natale con le alucce basse, basse. Per gli altri aspetteremo un po’ di più, ma non credo si dovrà attendere tanto quanto invece sarà necessario per constatare l’effettivo declino dell’Impero americano. Per vedere “cotti” i nostri “poteri forti” – con le loro schiere di politici e intellettuali di sinistra – basterà la prossima legislatura; potrebbe anche essere di più, ma ne sarei sorpreso. Non penso però, vorrei fosse chiaro, che la forte perdita di potere subita da un certo gruppo capitalistico, oggi temporaneamente vincente, significhi la vittoria finale di una forza politica “antisistema” (diciamo così, genericamente); e nemmeno sono sicuro che si affermerà un capitalismo “meno peggiore”. Non sono in grado di predire simili fausti eventi; sono solo convinto che l’attuale capitalismo italiano (sempre più legato agli USA e certamente il peggiore, il meno autonomo, finora esistito) farà una fine invereconda che mimerà, su scala infinitamente più piccola, il “crollo del muro” del 1989. Non faccio per il momento previsioni diverse; sono solo convinto che i “sinistri” faranno bene a godere al massimo la “vittoria” del 10 aprile nel più breve tempo possibile, perché non avranno lunga “vita” (politica).

 

 

Come coda, di tipo cronachistico, invito a leggere l’inserto economico del Corriere del 3 aprile. In seconda pagina c’è un elenco kilometrico di manager in “fila d’attesa” per avere posti governativi o negli enti pubblici o in grandi concentrazioni finanziarie (e sono tutti nomi grossi e potenti), dopo la vittoria elettorale del centrosinistra. Si tratta di personaggi in gran parte anche legati alla finanza anglo-americana. Per tutti ne cito un paio: il ben noto Bernabè (già Telecom), che oggi è con la Banca Rotschild, e Costamagna (bel nome indicativo, nevvero?), fino ad ieri della tristemente famosa Goldman Sachs e oggi già sulla “rampa di lancio” per un alto incarico, forse la presidenza dell’Unipol. C’è invece Guarguaglini (AN) che avrebbe ancora un contratto di due anni per la presidenza della Finmeccanica; e non si sa come fare per sostituirlo. E poi ancora altre belle notizie su tutti i preparativi dei vari amici di Prodi e dei DS per sistemarsi al meglio. Per es. Chicco Testa (già Enel), oggi con incarichi alla solita Rotschild e alle metropolitane di Roma, che si aspetta un alto incarico governativo.

 

 

Sempre sul Corriere (del 6 aprile, pag. 11). Vi ricordate la sollevazione di scudi e l’indignazione alle stelle quando Tremonti progettò di vendere beni patrimoniali del Demanio (perfino “le spiagge”) per raccogliere soldi onde intaccare il debito pubblico? Ma Tremonti è della destra e la stampa e i mass media sono al 90% influenzati dalla sinistra. Ed infatti nessuno fiata più quando il sinistro Guarino – della stessa genìa dei Monti, dei Padoa-Schioppa e compagnia cantando – propone il seguente metodo per ottenere quello scopo con cui i cittadini vengono ossessionati. Secondo valutazioni dell’Agenzia del Demanio il patrimonio delle amministrazioni pubbliche ammonterebbe a 1800 miliardi di euro, di cui 450 sarebbero già reperibili subito. Si tratta però di valutazioni non a prezzo di mercato perché la gran parte di questi beni non sono commerciabili, non possono (appunto!) essere portati sul mercato essendo del Demanio. Cosa immagina allora il professorone? Che si costituisca una società per azioni; ma non dello Stato come la Patrimonio dello Stato spa o la Cassa Depositi e Prestiti. No, una società privata, autonoma, che emetterebbe azioni da immettere nel mercato (nazionale e mondiale) per un valore all’incirca ammontante a quello della valutazione dei beni patrimoniali suddetti (per la loro parte, 450 miliardi, immediatamente reperibile). E le azioni – nota soddisfatto, gonfiandosi il petto, il sinistro di turno – sono vendibili sul mercato, a differenza del patrimonio del Demanio (non era Tremonti quello della “finanza creativa?). Un 10% o poco più delle azioni (45, al massimo 60 miliardi) andrebbe riservato a “investitori istituzionali” (gergo professorale e burocratico per intendere Enti pubblici, statali) e grandi banche e imprese nazionali (quelle che hanno ingannato i piccoli risparmiatori con i bond argentini e i crac Cirio e Parmalat) e anche con la “presenza, fin dall’inizio, di qualche importante socio estero” (sicuramente americano o euroamericano).

Il resto (90% circa) andrebbe venduto al libero mercato e collocato per metà in Italia e per metà all’estero. E l’incasso, man mano che le azioni andranno vendute, verrebbe impiegato per diminuire il debito in questione. Poi – questo lo aggiungo io – di fronte all’imprescindibile necessità di salvare le grandi imprese decotte (per “aiutare i poveri lavoratori”, ecc.), si dirotterebbero tali risorse verso i manigoldi del suddetto patto di sindacato della RCS, che poi se le porteranno all’estero nelle loro società (tipo la Charme di Montezemolo, Della Valle, Merloni, Unicredit, Monte dei Paschi, con sede in Lussemburgo). Bisognerebbe, una volta per tutte, demistificare la questione del Debito Pubblico, vero feticcio creato dai dominanti italiani e internazionali (europei, con in testa quelli USA) per spaventare la popolazione e favorire le manovre di ruberia dei risparmi dei cittadini e del patrimonio pubblico, svenduto ai privati; il tutto per convogliare questi furti verso la finanza (con al vertice l’americana) e le grandi imprese inefficienti di imprenditori ladri (che Berlusconi lo è “di mandarini” in confronto a questi furfanti che saccheggiano l’intera ricchezza nazionale; solo che questi attuano i furti non direttamente, presentandosi a faccia scoperta, ma tramite i loro politicanti-servi e con politiche di privatizzazioni, di rientro dal debito pubblico e altre malversazioni varie). E certi cittadini si offendono perché vengono definiti coglioni. Io userei termini molto più forti! Comunque, ripeto la solita domanda: perché quello che propone un destro è esposto al ludibrio mediatico, mentre la stessa “invenzione” (per me ben peggiore) è trattata con rispetto se la espone un sinistro? La risposta io la conosco, ma vorrei la traessero indipendentemente anche altri.     

 

 

Altra notiziola. Liberazione ha fatto una entusiastica recensione al libro di Bazoli, Mercato e diseguaglianza. La recensione è…..di Jervolino (questa famiglia non si smentisce mai, in qualsiasi angolo politico sia) che definisce un banchiere estremamente grifagno e pericoloso (lo si vede da come ha fatto trattare Geronzi che era “perplesso” sulla fusione tra Capitalia e Intesa) “esponente di quella tradizione del cattolicesimo democratico che appartiene alla storia d’Italia….e ha ancora filo da tessere e cose da dire”. La sua idea “per rendere compatibile capitalismo e democrazia nell’era della globalizzazione…andando oltre il ‘capitalismo ben temperato’ che seduce una parte dell’attuale centrosinistra” può avvicinare moderati e sinistra più radicale, cosicché “si potrebbe aprire un dialogo fruttuoso”. Vi piace? Votateli allora. Così voterete anche per un bel finanziere, che tenta – è vero – la scalata a Mediobanca-Generali, ma rappresenta il cattolicesimo democratico (sic!) che concilierà un capitale, questo sì di autentici rentier parassiti, con il popolo lavoratore; “il Diavolo e l’acqua santa”. Cosa si può volere di più da “poveri di spirito” come Jervolino e “rifondatori associati”?

 

 

Per finire un bell’articolo di Geronimo (Cirino Pomicino) che irride (e smerda) un articolo del diessino Salvati (già direttore di Classe e Stato, rivista sessantottina extraparlamentare; tutti di lì vengono i mostri attuali del centrosinistra), che propugna sempre, con la sua mentalità liberaldemocratica da azionista (Giustizia e Libertà, cui appartenevano Ciampi, Scalfari e altri “maestri negativi” del genere), la fondazione del partito democratico, operazione che non verrà mai portata a termine. Cito tutta la parte finale scritta da Geronimo: “Il cemento che la borghesia azionista utilizza per tenere insieme ciò che insieme non può stare sono gli interessi economici di alcuni gruppi imprenditoriali [quelli da me sempre citati; nota mia] e il corto circuito finanza-informazione che da due anni a questa parte vede le maggiori banche italiane legate ad alcuni grandi gruppi editoriali. Le stesse banche che hanno distribuito a piene mani tra i piccoli risparmiatori i bond e le azioni Parmalat e Cirio e che oggi sono chiamate da Enrico Bondi a risarcire l’azienda di Collecchio con alcuni miliardi di euro. Dei vertici di queste banche nessuno dell’Unione ha mai chiesto le dimissioni perché, in realtà, non si possono chiedere le dimissioni ai padroni del proprio partito. Il disegno di Salvati è, sotto altre spoglie, quello di Agnelli, De Benedetti e di Romiti agli inizi degli anni novanta che generò Tangentopoli e produsse le macerie della politica che ancora oggi opprimono il Paese. Come si vede possono mutare le vesti del progetto, ma la sua illiberalità resta la stessa. Ieri Di Pietro, oggi il circuito finanza-informazione con la sua visione elitaria e autoritaria del governo del Paese”.

Preve ed io scrivemmo Il Teatro dell’assurdo (gennaio 1995) dicendo, più diffusamente, cose simili; ed oggi pensiamo le stesse cose affermate anche in questo pezzo. Le faccio mie non perché scritte da Geronimo, ma perché le penso da tempo immemorabile. 

 

 

Concludendo, io non voterò. Intanto per ragioni di principio, per le quali non voto da non so quanti anni (cioè decenni); e che sono le ragioni espresse da Lenin, ma rinvigorite dalla fase dell’attuale dittatura “democratica” del capitalismo (e dell’imperialismo americano).

Poi, in più, non voto per la destra perché:

1) Sono contro il neoliberismo e le tesi della “mano invisibile” del mercato (ma sono anche contro le tesi, apparentemente antagonistiche, della fine degli Stati nazionali e della contrapposizione tra un generico, e diffuso, Impero e la “moltitudine”; tesi in realtà complementari, e complici, della precedente).

2) Sono contro il filoamericanismo e il filosionismo di questa destra italiana.

Poi per altri minori motivi:

3) Non credo molto nella famiglia, nella pura e semplice “sacralità” della vita, e non mi entusiasmano per nulla i “diritti dell’embrione”.

4) Non mi piace che si chiamino froci i gay; e per quanto mi riguarda essi possono fare ciò che vogliono (ma anch’io, sia chiaro, debbo non sentirmi a disagio, o premoderno, perché sono rigorosamente eterosessuale).

Per il centrosinistra non voto per motivi più articolati e numerosi.

1) Sono stato comunista, ma per me il comunista non è di sinistra. Quest’ultima, nella mia testa, si identifica con tutti gli opportunisti e infami che si sono, ad ondate successive, presentati nella storia del “movimento operaio”. Per me “sinistra” è sinonimo di socialdemocrazia, e questa è sinonimo di guerre mondiali e imprese coloniali e altre mostruosità simili.

2) Sono contro il neokeynesimo tanto quanto contro il neoliberismo. Per quanto riguarda lo Stato sociale, non posso in due battute esprimere il mio pensiero, ma sono fortemente critico verso tutta una serie di “miti” e semplificazioni, pur riconoscendo il valore di certi servizi essenziali alla popolazione. Non sono però favorevole al “pubblico” in sé e per sé, se non vengono prestati con efficienza servizi essenziali e non si trova modo di mettere in riga molti “fancazzisti” ottusi e assolutamente negativi che in tale settore allignano come vermi in certi formaggi. Non sono favorevole alla difesa ad oltranza del “lavoratori” che “non lavorano”. Sono contro ogni forma di lassismo e buonismo imbelli, che rendono inetto un intero paese.

3) Sono contro il sostanziale filoamericanismo e filosionismo della “sinistra” che si distingue dalla destra solo per la menzogna e l’ipocrisia. Ricordiamo il Governo D’Alema: appoggio all’aggressione americana contro la Jugoslavia, ma per “ragioni umanitarie” (un falso genocidio, smentito dal rapporto OCSE dell’ottobre 1999); e bombardamenti della nostra aviazione assieme agli angloamericani sostenendo che noi compivamo operazioni di “difesa integrata” (linguaggio tipicamente orwelliano, che è il massimo dell’ipocrisia e dunque dell’infamia). Il programma dell’Unione non dice, sul ritiro delle truppe dall’Irak, nulla che si differenzi da quanto affermano Berlusconi o Martino, ecc.; si è solo più ambigui, da veri “figli di p…” che, secondo la mia opinione, dovrebbero essere avviati a campi di lavoro forzato e non in Parlamento a prendersi circa 20.000 euro al mese.

 

 

Quindi, starò alla finestra e mi godrò non tanto le elezioni, il cui esito è troppo evidente e quindi “sportivamente” poco significativo (che penso sarà compreso tra un 52 contro 48% e un 54 contro 46%), quanto invece il prosieguo, ciò che avverrà dopo, nei prossimi mesi e anni. Come nel famoso detto, “siederò sulla riva del fiume….ecc.”. Tuttavia, per carità, se qualcuno non può fare a meno di votare, altrimenti gli rimorde la coscienza o si sente un cittadino di serie B o altro, non ho nulla da ridire, data la scarsa importanza che attribuisco al voto in genere e a questo in particolare. Ho preferito esprimere con sincerità il mio parere. Poi, dopo il voto, vedrò però come si comporteranno compagni e amici, e con quali si potrà intavolare un discorso serio e fattivo e con quali sarà invece meglio avere soltanto rapporti di cena, cinema, qualche discussione “esistenziale”, qualche simpatica risata e tante chiacchiere del più e del meno, che servono pur sempre nella vita di tutti i giorni. Sono però deciso, dopo 53 anni che di fatto sono in politica, a selezionare bene i tipi con cui discutere di cose serie. Nei prossimi, tutt’altro che semplici, anni ci vorrà molta forza per resistere e non cadere nel più bieco conformismo, che è nelle intenzioni per me chiarissime dei dominanti (sia pure non ancora per un numero spropositato di anni; ma purtroppo, per me, potrebbero essere già tanti 10 o anche 5) e della sinistra attuale che giungerà ai massimi vertici dell’infamia, dell’opportunismo e della repressione (ovviamente “democratica”). Dopo, la pagherà cara, ne sono certo; ma, lo ripeto, 10 o anche 5 anni per me sono tanti. Evviva, evviva il prode Anselmo, che andò in guerra e mise l’elmo.

DEMONI DENTRO E FORA

Nel precedente post parlavamo del settore energetico e delle strategie che il cento-sinistra appronterà in caso di vittoria. Avevamo anche detto che lo smembramento dell’Eni sarebbe stato giustificato con la solfa sui vantaggi competitivi e con un miglior tornaconto per le comunità locali, difatti, ecco cosa risponde Monsignor Prodi sul tema energia ad una domanda di Andreotti: "Andreotti: Il principio della concorrenza e del libero mercato vale in assoluto anche per il settore strategico dell’energia?
Prodi: Non esistono motivazioni particolari per cui il settore dell’energia non debba essere sottoposto alle stesse regole ed agli stessi principi che caratterizzano la concorrenza in altri settori di attivita’ economica. La strategicita’ del mercato elettrico non giustifica infatti accorgimenti particolari. Credo che di una piena liberalizzazione del mercato ed una ampia concorrenza tra gli operatori possa beneficiare l’intera economia del paese. Le imprese vedrebbero diminuire i costi e la loro competitivita’ ne verrebbe accresciuta. Le famiglie si ritroverebbero invece maggiore reddito disponibile che potrebbe cosi’ sostenere la crescita della domanda interna. Naturalmente, anche in questo caso, occorre garantire che tutti rispettino la concorrenza."

Tutti rispettino la concorrenza, meno gli amici americani di Prodi ai quali si svenderà il Paese. Adesso fate voi…

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