CHI SALIRA’ AL QUIRINALE?

La restaurazione del potere sinistroide sta incontrando serie difficoltà, poichè, com’era evidente, il risultato delle urne non ha permesso una distribuzione arrogante e trionfante delle cariche, inoltre la debolezza del centro-sinistra sta aggravando le lotte intestine per gli scranni disponibili. Rifondazione per ora è stata accontentata, in cambio sussurrerà le proprie istanze senza più strapparsi i capelli per la condizione dei salariati. Certo, questa potrebbe essere la sua fine come partito che si proclama anticapitalistico e l’inizio di una nuova fase nella quale dovrà reinsegnare ai suoi militanti che la cultura di governo richiede senso di abnegazione e responsabilità, ovvero volendo tradurre: stiamo con i "poteri forti" ma lo facciamo per il bene dei metalmeccanici. 

Per ora il partito più scontento della coalizione restano i Ds, o almeno, quella parte corposa dei Ds legati al baffo guerrafondaio di D’Alema. A chi dubita della sua capacità di poter fare il Presidente della Repubblica ricordiamo queste sue parole: "“Noi ci sentiamo, con l’Europa, a fianco degli Stati Uniti: non solo perché alleati in un’alleanza che si è cementata nel corso di una lunga storia durante la quale per ben due volte, nella prima e nella seconda guerra mondiale, gli americani hanno versato il loro sangue per la pace e la libertà del nostro continente, ma anche perché sentiamo minacciati ed offesi i valori comuni. Anche allora si disse che la forza non avrebbe aperto la strada alla pace, ma poi è venuta la pace e si è aperta la strada anche alla democrazia”. Sarebbe insomma un bel Ciampi-bis di nefandezze, ben celate dietro il "buon senso" che deve contraddistinguere chi ricopre la carica di Presidente del paese più codino d’Europa (del resto non è D’alema che ha sempre parlato di "paese normale" cioè di un paese che, come gli altri, realizza subdolamente le proprie manovre di potere senza la prosopopea berlusconiana?). D’Alema è un uomo di stile e lui le cose le fa per bene. Insomma l’alleato americano può stare tranquillo perchè il "compagno spezzaferro", com’era chiamato ai tempi della FGC, è uomo rispettoso dei loro interessi.

Berlusconi e il centro-destra non potranno che far finta di essere scandalizzati per l’avvento alla Presidenza della Repubblica di un ex P.C. riciclatosi da tempo nel nuovo P(olitically) C(orrect). Ma le manovre consentite ai Ds da Berlusconi durante l’operazione trasversale messa in atto da Gnutti e Consorte negli affaires BNL e Antonveneta, nonchè la visita di D’Alema a Mediaset di qualche anno fa (senza tralasciare l’inconcludente tentativo dalemiano della bicamerale che certo non fu sgradito a Berlusconi), lasciano intendere che i due leader, quanto meno, non si odiano.

D’Alema si sta giocando la sua carriera politica, ha già dato prova in passato di essere lo "yes man" filoamericano adatto al ruolo di "grande statista", per cui fare il secondo di Prodi non è per lui. D’Alema è ben visto anche in Europa e si è costruita in questi anni un’immagine di leader internazionale (i convegni della Fondazione Italianieuropei, il mandato a Bruxelles, il ruolo di vicepresidente dell’Internazionale socialista, ecc.). Ancora, è tra i più accesi sostenitori della dottrina Bush sulla cosidetta "esportazione forzata della democrazia" e le sue parole nel merito sono inequivocabili:“se si vuole perseguire con successo una strategia di espansione della democrazia e dei diritti umani, questo significa non escludere il tema del ricorso alla forza”.

Un uomo così, non investito di alcuna carica di primo piano è troppo pericoloso per il governo Prodi, peraltro la sua capacità di lavorare alle spalle con intrighi e sotterfugi (qualità già messa in evidenza in illo tempore) costringeranno il suo partito e gli alleati di coalizione a riservagli un posto dorato. La Presidenza della Repubblica potrebbe andar bene, forse…

STORIE DI ORDINARIA PRECARIETA’

Spesso, quando si parla di precarizzazzione dei rapporti di lavoro, si rimanda ad una fantomatica possibilità di flessibilizzazzazione delle scelte. Sappiamo benessimo che così non è, nonostante le differenze filologiche con le quali i "sinistri" governanti cercano di scindere due concetti che vanno a braccietto, quali appunto flessibilità e precarietà

In realtà la flessibilità, baluardo ideologico degli Autonomi anni ’70(per la maggior parte operai emigrati dal Sud nelle fabbriche del nord) che si sentivano soffocare rinchiusi per 8-10 ore tra rumori assordanti e ambienti insalubri, era  un’alternativa per non morire tra le unità produttive della Fiat, ormai non più pienamente fordista e non ancora totalmente automatizzata.

Ma la flessibilità la creano i funzionari del capitale per  un uso "razionale" dei fattori produttivi nell’ambito dei processi di produzione (materiali o immateriali che siano), ovviamente indirizzati all’aumento del plusvalore e dei profitti (elementi intermedi che non sono fine sistemico bensì mezzi indispensabili all’approntamento di strategie di dominio). Se un’impresa fa profitti avrà risorse adeguate per mettere in atto strategie d’attacco contro i concorrenti. Ma anche il profitto può divienire elemento secondario laddove qualche perdita immediata garantisce la vittoria sul lungo termine (si pensi alla Microsoft che compra le piccole imprese di software solo per chiuderle), Allora possiamo continuare a sprecare le nostre migliori energie analizzando il modo di produzione e i suoi contenuti (forze produttive e rapporti di produzione), la cosìdetta analisi verticale, ma non si possono trascurare gli aspetti geo strategici e spaziali dei rapporti tra le forze sistemiche (partendo appunto dall’impresa fino ad arrivare ai rapporti tra Stati e continenti). Insomma una cartina geografica del potere può essere utile per capire in che direzione si sviluppa il mondo capitalistico e per tentare qualche provvisoria previsione.

Detto questo pubblichiamo una lettera inviataci da un amico che, per quanto personale, crediamo rigurdi la condizione di molti giovani precari, soprattutto al sud.

Nelle tue miserie riconoscerai il significato di un arbeit macht frei.Tetra economia quotidiana umiltà ti spingono sempre verso arbeit macht frei. Consapevolezza ogni volta di più ti farà vedere cos’è arbeit macht frei.
(AREA, Arbeit macht frei, Cramps records, 1973)

Ciao!
Per me questo è un periodo di bilanci, a me capita di farli almeno due volte l’anno – il 31 dicembre ed il giorno del mio compleanno. Oddio: non è che scoprirmi più vecchio di 365 giorni mi faccia star male, non è un problema esistenziale questo, questo proprio no.. è proprio altro.
Passare la mezzanotte del giorno che ha segnato il passaggio ai miei trentatré anni chino a lavare pentole, piatti e tegami, non è stato un bell’esordio.. come anche, nel pomeriggio dello stesso giorno, rinunciare (per quattro palanche) a passarlo a casa, tornare al lavoro con una stanchezza, negli occhi e nella testa, indicibile, non è (neppure economicamente, neppure questo) gratificante.
Certo, nessuno mi ha messo il mitra dietro la schiena e mi ha imposto di andare a lavare i piatti al ristorante; nessuno mi ha obbligato a farlo (certo, non ufficialmente.. la “scuola del sospetto” con me funziona bene..). Formalmente sono libero, libero di scegliere, libero di scegliere la mia vita.
Vorrei studiare. Mi manca il rapporto quotidiano con i libri, mi manca la possibilità di approfondire, di rimuginare una pagina. Ufficialmente sono libero; questo lavoro, adesso che mi hanno assunto con un regolarissimo contratto in nero (la norma, qui al sud) dopo quasi un anno e mezzo in prova (la norma, qui al sud) l’ho scelto io ed avrei potuto benissimo dire di no. Il bello è che se non hai lavoro, il parentame ti dice di cercarti un lavoro, se trovi un lavoro continuativo come lavapiatti ti dicono di lasciarlo perché è un lavoro di merda. Almeno chiudessero il becco..
Sai, la cosa più divertente – quando parlo con i miei fratelli (due fratelli e due sorelle, tutti più grandi di me) – è che loro mi sembra non si rendano assolutamente conto della differenza fra un diploma “tecnico” (entrambi i miei fratelli ed una delle mie sorelle sono diplomati in ragioneria; l’altra ha il diploma magistrale) ed uno di liceo. Nei fatti, uno/a con il diploma tecnico ha molte più probabilità di lavorare di quante non ne abbia io (con due perfezionamenti, ed un’abilitazione all’insegnamento). Un individuo, uomo o donna che sia, nato negli anni Cinquanta/Sessanta ha molte più probabilità di essere inserita nel circuito della produzione (im)materiale di quanto non lo siano coloro i quali (come me e molti altri) sono nati negli anni Settanta. Paradossalmente il sistema integra e protegge chi è già inserito (anche se sulla linea di confine fra lavoro e non lavoro) ma “dimentica” allegramente gli altri – che non sono solo i bambini gli anziani e le donne. Sono troppo giovane per avere la pensione al minimo sociale, troppo vecchio per essere appetibile per le aziende. E poi veteromarxista (che pena!, anche vecchio dentro..), lettore pressoché accanito dei Francofortesi. Un povero pirla, uno sfigato, insomma.
Ho trentatré anni, dovrei spaccare il culo al mondo, avere tanta di quella energia e voglia di vivere e di fare, dentro, da far paura. Non è così. Se dovessi misurarmi con mio padre o con il mio professore di filosofia del liceo, o con i miei fratelli, sono un fallimento su tutti i fronti. Mio padre lavorava dall’età di sedici anni (prima all’Annona, poi all’Esattoria Comunale), era finita la II^ Guerra Mondiale. Negli anni Cinquanta si è sposato, alla mia età aveva già un figlio. Il mio professore di filosofia del liceo, ex Sessantottino, alla mia età aveva un lavoro (fisso, come insegnante di filosofia) e due figli. Uno dei miei fratelli (commercialista) alla mia età era già funzionario di banca; l’altro, commercialista, si è sposato a trentatré anni ed ha avuto un figlio l’anno dopo. Mi rendo conto che il problema non è solo il mio. Si può provare a ragionare per astrazione, questa situazione non è vissuta solo da me. L’anima in pace, però, non la metto. Non è una situazione soggettiva, allora delle tre: o è intersoggettiva o è oggettiva o è oggettiva in quanto intersoggettiva (santa dialettica hegeliana!).
Nell’attuale situazione economica e sociale (che Prodi non riuscirà a risolvere, in quanto borghese e liberista, ed agirà sulle uniche leve che la borghesia gli mette a disposizione: l’espulsione dal mercato del lavoro, l’uso della leva della disoccupazione e della precarizzazione per comprimere il salario), la dimensione individuale rimanda direttamente alla oggettività della intersoggettività e non può che essere quella della hegeliana “coscienza infelice”. Infelice, perché il conto delle frustrazioni individuali supera di gran lunga il “saldo di soddisfazione”, la gratificazione interiore, che il modo di produzione capitalistico e la classe borghese pretendono abbia l’individuo (sempre che sia in possesso di Coscienza [oggettiva], e non sia invece alienata). Non posso dire di sentirmi gratificato. E guarda che mi misuro con la generazione precedente alla mia, non mi confronto con Napoleone Bonaparte (imperatore a poco più di trent’anni) o con Alessandro Magno (che a trent’anni aveva fra le mani un impero).
Il senso di frustrazione deriva dal fatto che, pur essendomi pro-gettato (Sartre, oggi sono una citazione continua) in funzione dell’insegnamento, non so effettivamente se a cinquant’anni sarò a contare i punti che mi separano dalla cattedra o se potrò effettivamente fare il mio lavoro e non piuttosto il gelataio con contratto a progetto (e sai bene che la legge 30 sul lavoro non verrà abolita). Già dopo la laurea, alla incerta prospettiva del dottorato (che anche allora mi attirava), ho preferito la concretezza della possibilità di insegnare. La SIS è stata una scelta obbligata, una doppia fortuna – aver fatto la SIS a Milano mi ha dato modo di confrontarmi con un altro mondo, rispetto a quello barese.
Ogni tanto, da amici e conoscenti, mi viene balenata la possibilità di un dottorato (che mi attira), ma so di non potermi permettere il lusso (economico) di
un dottorato. Non è per una questione soggettiva: ma quando alcuni soggetti di “sinistra” sparlano della legge Moratti perché la scelta precoce è una discriminante “di classe” – e mi ricordo alla fine della scuola media, i genitori di molti miei compagni di classe indirizzarono i figli alle scuole tecniche e professionali.. allora quella non era “selezione di classe”? –, perché non si considera una selezione di classe il percorso successivo alla laurea? Non è, anche questa, una forma di selezione di classe? Vai a vedere quanto costa un dottorato (senza borsa), o un master, poi vienimi a dire se non è una selezione di classe.
Non vedo rosee prospettive per i prossimi anni. Come si fa a volere insegnanti più giovani in cattedra se poi si bloccano le assunzioni, si aumenta il numero di studenti per classe, si cancellano le cattedre? Come si fa ad integrare un alunno straniero se i fondi per i mediatori culturali vengono tagliati? Blocco delle assunzioni; passaggio di insegnanti di religione cattolica (solo laureati, non in possesso dell’abilitazione) ad insegnamento di materia; passaggio di insegnanti di sostegno ad insegnamento di materia; passaggio di docenti con abilitazione ottenuta con corso interno (i famosi 365 giorni di supplenza) ad insegnamento di materia.. e chi me l’ha fatto fare, studiare, laurearmi, abilitarmi? Se tutto andrà bene, arriverò (come tanti altri) a cattedra a sessant’anni anni.
Non è questa la vita che vorrei, una situazione di questo tipo mi ricorda quello che Pasolini diceva dei genitori dei poliziotti (“Il PCI ai giovani”, è su www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm), né quella che vorrei offrire ad altri.
Scusa il delirio. Un abbraccio

La “pietas” per i soldati italiani morti a Nassiriya
e la realtà della guerra

Piero Bernocchi (Fonte: lettera a "Liberazione" pubblicata il 1º maggio) (noi da fonte Giovanetalpa)

La litania patriottarda dell’Italietta che va in guerra ma vorrebbe immortali i suoi guerrieri è ripartita dopo l’uccisione dei tre militari italiani a Nassiriya (del romeno se ne fregano, perché, ricorda Gigi Sullo, ne muoiono tanti nei cantieri edili). E nel coro melodrammatico le voci del centrosinistra e del centrodestra sono pressoché indistinguibili. «Tragedia nazionale di tutto un popolo», «Un lutto che colpisce e unisce tutta l’Italia», «L’immenso dolore che unisce il Paese», «Piangere tutti insieme i nostri soldati» sono frasi dei leaders dell’Unione che, oltre a segnare la differenza tra la tragica “serietà” bellica dell’imperialismo Usa (69 soldati Usa uccisi negli ultimi 20 giorni: ve lo vedete Bush che invoca la tragedia nazionale?) e il pagliaccesco militarismo nostrano, si subordinano di fatto alla scandalosa tesi della “missione di pace”. Lo stesso avvenne per la strage di carabinieri tre anni fa. Ma da allora c’è stato un enorme salto di qualità nella guerra: in media cento morti, in prevalenza civili, al giorno, lo sterminio di Fallujah, la distruzione delle moschee e la guerra civile immanente, la vistosa crescita della resistenza armata irachena con (cifre Usa) circa 150 azioni al giorno. Chi può ancora fingere che le truppe italiane non siano pienamente corresponsabili di una guerra sempre più cruenta? Perché dunque la morte dei tre militari (in guerra ci si va ad ammazzare e ad essere ammazzati) dovrebbe essere una “tragedia nazionale”, provocare “un immenso dolore”, se non dei familiari (e il cui dolore naturalmente comprendo e rispetto), “unire tutta l’Italia”, la cui maggioranza, invece, la guerra non l’ha mai voluta? Semplice “pietas”? Ma perché tale “pietas” non scatta mai per le decine di migliaia di civili massacrati in Iraq? Per i cittadini di Fallujah barbaramente sterminati con il fosforo? Per i torturati di Abu Ghraib e delle altre infami carceri Usa? Perché la morte di un italiano o “occidentale” dovrebbe pesare come un macigno e quella di migliaia di iracheni essere leggera come piuma? A me pare che ci sia dell’altro, come già per la “prima” Nassiriya e per il mercenario italiano ucciso. Buona parte del centrosinistra asseconda l’idea funesta degli “italiani brava gente”, in Iraq non a fare i guerrieri, ma a svolgere un “mestiere”, scelto magari per pagare la casa, sistemare i familiari, e in definitiva con l’intento di “aiutare le popolazioni”, in Iraq come in Afghanistan. Di lì ad essere resi martiri o eroi, suscitando il cordoglio nazionale, il passo è breve. Ma, e mi dispiace dirlo dopo – addirittura – Cossiga, «essi, a differenza dei resistenti iracheni, non sono né martiri né eroi, perché non la morte, ma la causa, fa degli uomini martiri ed eroi»; e perché «le nostre sono truppe di occupazione e invasione che hanno ucciso numerosi resistenti iracheni che difendevano l’indipendenza del loro Paese». Già, la resistenza irachena, tabù anche per i leader del centrosinistra che pure stavolta ripetono la giaculatoria del “terrorismo”, mentre tutta la stampa internazionale, Usa in primis, parla di “insorti”, “resistenti”, “guerriglieri, “combattenti” ecc… Anche un’azione bellica, certo spietata come sempre in guerra, che uccide tre militari delle forze di occupazione (non i pacifici turisti del Mar Rosso), è terrorismo? Ci si rende conto della gravità ideologica e politica di questo disconoscimento del diritto alla resistenza, sanzionato nei secoli dall’umanità? Tutto quanto ho scritto qui, è quasi ovvietà fuori dai sempre più soffocanti confini italici. Ma da noi oramai fa scandalo, come ogni frase, slogan, scritta sui muri, e persino fischio “non allineato”. E non sto parlando del “10, 100, 1000 Nassiriya”, sul quale negli ultimi giorni sono stato ossessionato da giornalisti sempre più carnefici/vittime di un meccanismo massmediatico micidiale. Quello è uno slogan dannoso, è sbagliato esaltare stragi (anche se, nella logica della resistenza irachena, legittime come azioni di guerra). Ma il processo “ai violenti” si allarga a tutto: bruciare una bandiera (errore, perché scarica su un intero popolo le responsabilità dei governi), gridare uno slogan, una scritta sui muri, e persino fischiare una Letizia Moratti sono atti considerati ben più gravi che buttare il fosforo a Fallujah, massacrare migliaia di civili, torturare e rapire resistenti. Si vuole stroncare, chiedendo la complicità al centrosinistra, qualsiasi pensiero “non conforme “ e “non allineato”: si vuole imporre che la guerra si chiami pace, la sopraffazione giustizia, il dominio libertà. E chi non ci sta, come mi hanno urlato in Tv Buttiglione e Magdi Allam, o in galera o isolato dal consesso umano come lebbroso moderno. E’ strano se in tale contesto avanzo dubbi sulla volontà della maggioranza del centrosinistra di ritirare subito TUTTE le truppe, senza sostituirle con presunti “ricostruttori” (ma de che?), e se, conseguentemente, invito il movimento anti-guerra a prevedere il miglior utilizzo, di massa e unitario, delle due imminenti scadenze del 2 giugno, parata del bellicismo italico, e del voto alle Camere per il rinnovo del finanziamento delle missioni militari, ivi compresa quella afghana, non più accettabile di quella irachena?

L’ITALIA? AGLI STRANIERI!

Le vicende del risiko bancario, delle scalate tentate e di quelle riuscite, nonchè di quelle in programma, mostrano quanto l’Italia sia divenuta preda di appetiti famelici da parte di chi, come il vecchio establishment, ha bisogno di risorse immediate per riparare alla perdite economiche di questi anni, ma anche da parte di una certa finanza straniera (a dominanza euroamericana) che ha capito che il "Bel Paese" è praticamente in (s)vendita. In realtà il ruolo di provincia (euro)americana dell’Italia diviene sempre più evidente, non si sente quasi più nessuno dire cose fuori dal coro e quando lo si fa  si tira fuori l’italianità da preservare contro lo straniero invasore, non prima di essersi ovviamente assicurati l’appoggio di altri gruppi e banche che certo non sono italiani. Come dire, ci sono stranieri meno stranieri a seconda che si collochino pro o contro i poteri forti attualmente dominanti, per alcuni di questi "falsi fratelli" si avviano semplificate procedure di naturalizzazione. Basta guardare agli  isterismi manifestatisi con la fusione tra Albertis e Autostrade che hanno scatenato le ire di alcuni politici di centro-sinistra, i quali hanno gridato allo scandalo per la perdita di un’altra proprietà italiana. Questi stessi politici avevano attaccato Fazio per la sua poca lungimiranza (e scarso senso del libero mercato) quando il governatore voleva impedire la  scalata di Antonveneta e BNL da parte degli olandesi (Abn Amro) e spagnoli (Bilbao).

In realtà il fumo negli occhi di questi mesi e la gran parte delle operazioni messe in atto, sono da considerarsi azioni preparatorie per il grande colpo. Certamente il boccone più prelibato sono le Generali. Il triangolo della finanza  italiana potrà consolidarsi attraverso un blocco di potere  che partirà dalla fusione tra Capitalia e Intesa, e si indirizzerà a Generali e Mediobanca. Quest’ultima è la chiave di volta per scardinare il chiavistello delle assicurazioni citate. Chi riuscirà a completare l’operazione si aggiudicherà risorse finanziarie adeguate per attivare ulteriori strategie d’attacco. Speriamo che la partita si chiuda presto, perchè in ogni caso, il popolo italiano non ne otterrà alcun vantaggio, anzi le annunciate manovre sul debito pubblico fanno proprendere per un ulteriore stretta della cinghia.

Occorrerà vedere come il nuovo governo si collocherà rispetto alle situzioni anzidette, anche se i nomi che circolano e le politiche che si preparano non lasciano adito a dubbi. Cercheremo di capire come il Presidente operaio della nostra Camera riuscirà a conciliare il suo pseudo-comunismo con il ruolo istituzionale che s’appresta a svolgere. Ma già la sua condanna del 25 Aprile contro "gli intolleranti" che bruciavano le bandiere israeliane in piazza è un buon inizio codino della scelta operata dal "leader maximo" in favore del Politically Correct (P.C.).

LA RESISTENZA E IL TERRORE

Quello che è accaduto ieri a Nassiriya ha scatenato un’ondata di cordoglio da parte del ceto chierico-mediatico italiano, oltrechè di quello politico. Da destra a sinistra si sono levate parole di lutto e di dolore per le famiglie dei soldati che hanno perso i propri figli in una guerra di "pace". Non ci sentiamo di essere pasoliniani in questo, per quanto siano i figli più sfortunati del sud Italia a dover scegliere professioni sporche (del resto anche noi siamo del sud ma non ci siamo arruolati) quando dall’altra parte lotta e resiste un popolo di disperati che ha patito per motivi pretestuosi e infondati due guerre sanguinose; inframmezzate da un embargo criminale che ha reso le loro condizioni di vita miserrime. Anzi, pasolinianamente parlando, questa volta i disperati sono proprio in Iraq. Certo è difficile dire a queste famiglie che i propri figli non sono eroi, quanto piuttosto salariati emigrati in Iraq per strappare paghe più cospicue, al servizio di padroni aventi sede oltreatlantico. Ma questa è la verità e non la si può negare con giri di parole. Questi figli d’Italia stanno garantendo, con la loro opera, il predominio geo-politico americano, la politica espansionistica di uno Stato assassino impegnato su così tanti fronti che ogni giorno deve fare la conta dei nemici e degli amici. Questo si chiama servilismo e, per quanto le responsabilità maggiori ricadano sui vertici dell’establishment italiano, questi soldati sono gli esecutori armati di piani di guerra atroci, che non potranno mai fare di loro degli eroi.

La resistenza irachena,  certamente composita al suo interno, deve essre sostenuta a tutti i costi contro le mire egemoniche statunitensi che puntano a controllare dall’Iraq tutta l’area medio-orientale per meglio minacciare gli Stati non allineati, i quali saranno dichiarati, di volta in volta e secondo convenienza geo-strategica, antidemocratici, canaglia, barbarici ecc.

Quindi a noi non importa da chi è composta la resistenza irachena, quali potrebbero essere i suoi obiettivi futuri, quali sono le forze islamiche che l’infiltrano. A noi interessa porre un freno all’espansionismo americano che, hic et nunc, costituisce la punta avanzata di un imperialismo sanguinoso e criminale. E’ una questione di priorità, per cui non possiamo permetterci di confondere i buoni sentimenti con la Politica, un morto è un morto, ma si può morire anche stando dalla parte del torto.

Domande(di Gianfranco La Grassa)
 
Dato il clima che si sta sempre più creando in occasioni come queste, non faccio commenti particolari agli ultimi, certo luttuosi, avvenimenti a Nassirya. Mi limito a tre piccole notazioni: 
1) La madre di uno dei militari italiani uccisi dichiara, piangendo, che è comunque orgogliosa della morte fatta da suo figlio (immagino "in adempimento del suo dovere"). Mi sembra di essere tornato ragazzino, ho sentito ancora frasi come queste, e mi provocano un certo "disagio" (che sia perché mi riportano alla giovinezza?).
2) Rutelli e Fassino dichiarano che non vi sarà disimpegno dell’Italia, la quale non si farà certo dettare il suo calendario dal "terrorismo". Solo – essi affermano – muterà la natura militare della "occupazione" (pardon, della presenza) italiana in Irak; essa avrà scopi di assistenza civile. Forse anche qualcun altro – che tutti i sinistri aspiravano a buttare giù -ha sempre sostenuto questa tesi: che non si trattava di una missione di guerra, ma di pace; e contro le minacce del terrorismo. Forse ho capito male; i sinistri  sono prevalentemente juventini o interisti, e volevano quindi, semplicemente, buttare giù il sostanziale presidente del Milan.
3) Prodi ha invece dichiarato che non cambiano i programmi dell’Unione; del resto, ha aggiunto, anche il Governo ancora in carica ha affermato che le truppe italiane verranno ritirate entro dicembre. Non ho quindi capito bene la differenza tra i suddetti programmi unionisti e quelli dei precedenti governanti. Eppure c’è stata battaglia "all’ultimo voto" e con una percentuale di votanti da record. Non sarà mica il caso di pensare che forse ci sono davvero molti "coglioni"? Ovviamente, non da una parte sola, anzi equamente distribuiti. Ma è solo un interrogativo che mi sono posto.
 
glg


(“Il Popolo al Potere” di Costanzo Preve, edizioni Arianna)

Scrivere la recensione per un testo di Costanzo Preve non è sicuramente un compito semplice. Preve è un filosofo nel senso antico della parola, capace di assaltare con coraggio ed antiaccademicamente le barricate innalzate a difesa delle torri d’avorio dove si sono arroccate le discipline scientifiche post-moderne, la cui pretesa scientificità è una mera mistura di autoreferenzialità specialistica e di linguaggi complessi. Preve, invece, insegue, anche in questo saggio, gli “universali”, fondando il proprio tentativo di comprensione del reale sul percorso veritativo che conduce al bene, contro i formalismi tipici (dalla democrazia delegata, ai diritti umani, alla guerra giusta) dell’ideologia di legittimazione dell’esistente capitalistico.

Il saggio in questione parte proprio con un’inversione filologica “non autorizzata” che dirotta la semantica del concetto di Democrazia: dal “potere del popolo” al “popolo al potere”. Tale operazione si rende indispensabile perché la stessa Democrazia è divenuta un mero “fantasma di legittimazione” che si definisce per sottrazione, che crea nemici per riempire il suo involucro formale: dal comunismo al fascismo fino all’integralismo islamico dei nostri giorni.

In realtà quella che il “Clero” mediatico di giornalisti e intellettuali allineati si ostina a chiamare Democrazia è, piuttosto, una oligarchia poggiante su una rete di mercati finanziari che domina il mondo attraverso una serie di apparati ideologici i quali, ingurgitata la soggettività sociale,  l’hanno resa incapace di guardare oltre la datità del reale.

Il popolo così inteso, un esercito di monadi rinchiuse nel proprio “privato sociale” che non partecipa alla vita activa della polis (se non mediatamente) vedrà sempre preclusa la propria possibilità di accesso al potere. Al contrario il popolo che si educa alla Democrazia è il popolo plurale di comunità liberamente organizzate che non delegano a terzi il proprio destino.

La Democrazia è, dunque, per Preve un processo dinamico che non ha nulla a che vedere con la ritualità elettoralistica del voto a scadenze prefissate. Il popolo che alle elezioni si reca alle urne per scegliere tra due mali, sebbene diversamente graduati, è già rinchiuso in una logica identitaria da stadio, che trova il suo climax nei caroselli post-voto.

Ma questo c’entra davvero qualcosa con la Demokrazia? Se la Democrazia è un processo di partecipazione diffusa di un tipo umano non riducibile al profilo sociologico dell’uomo-ultrà, è ovvio che oggi abbiamo sepolto la polis con tutti i greci. La Democrazia liberale dei nostri giorni è una mera risorsa simbolica nelle mani di lestofanti che la agitano come fosse un’arma mortale.

Per quanto non è tornando al modello di Democrazia ateniese che potremo recuperare il suo significato reale (questa è irrimediabilmente persa nell’irreversibilità del tempo storico) tuttavia, la Democrazia dei greci resta un modello insostituibile al quale ispirarsi, essa si realizza nell’ambito di un processo di educazione del popolo chiamato a decidere direttamente della propria comunità, in contrasto con la Democrazia della delega, occidentalocentrica e guerrafondaia.

La Democrazia antica era una Democrazia comunitaria che non poggiava sulla separazione liberale tra proprietà e libertà di poter dire qualsiasi sciocchezza, (purchè la sciocchezza resti sempre tale e non si traduca in azione criminale). La democrazia greca era, al contrario, sostanzialista e poteva dividersi solo tra le aporie di un “discorso giusto” e quelle di un “discorso ingiusto”. La stessa libertà democratica non poteva che definirsi esclusivamente insieme alla nozione e alla pratica di bene politico.

Cos’è recuperabile di tale concezione per noi moderni? Innanzitutto il modus operandi, la processualità del metodo democratico che vive nel suo stesso movimento verso il bene, nel suo andare incontro agli ultimi. La Democrazia così come la viviamo oggi è solo una declinazione di slogan ad uso e consumo di popoli tifanti  e plebi assetate di sangue. Ma, il vero spazio democratico è definibile come l’estensione di un processo educativo comunitario, laddove il popolo agisce collettivamente per il bene della propria collettività. La Democrazia diviene, in tal maniera, una manifestazione pratica e concreta di prevalenza del popolo nella  gestione della res pubblica che non ha nulla a che vedere con forme di governo o di Stato. La Democrazia, così esplicitata, non è semplicemente una forma di disciplinamento di soggetti neutralizzati in “cerimonie pubbliche di autorappresentazione estatica” direzionati dai dominanti a proprio piacimento.

Preve conclude il suo saggio (che certo non si esaurisce nell’epitome da noi fatta) con una presa di posizione forte e coerente: “Noi non viviamo in una Democrazia ed è bene non credere a tutti coloro che vogliono rassicurarci, dicendo che in fondo, viviamo in una Democrazia, sia pure limitata, minacciata, imperfetta, migliorabile ecc.”. L’autore auspica, comunque, l’avvento di una Democrazia diversa dall’attuale che non solo è possibile ma addirittura necessaria. La Democrazia è necessaria “Perché solo la pratica comunitaria della Democrazia può influire su quel decisivo livello dell’identità umana che è la socializzazione pacifica e razionale”. Se Preve ha dunque ragione, e noi lo crediamo, l’opera di educazione al processo democratico non può che partire dalla consapevolezza che quello che oggi chiamiamo Democrazia sia solo un simulacro celante i giochi strategici delle oligarchie dominanti.


GLI STRATEGHI DEL CAPITALE

Gianfranco la Grassa è sicuramente tra i pensatori più innovativi del pensiero marxista, e, insieme al filosofo Costanzo Preve (che ha ultimamente pubblicato un interessante saggio dal titolo “Il Potere del Popolo” Arianna ed.), si è impegnato nella decostruzione di quelle categorie marxiane (o meglio, dell’uso che ne ha fatto la marxologia ufficiale) arenatesi sulle sponde dello storicismo e dell’economicismo. La Grassa individua quale fattore dominante, di dinamicità estrema, del modo di produzione capitalistico, il conflitto strategico interdominanti, allontanandosi così dalla pletora di teorizzazioni sul conflitto Capitale/lavoro(quale contraddizione “ossea” alla base della futura dissoluzione sistemica) e sulla Classe Operaia (con annessi scivolamenti ipersoggettivistici e moltitudinari, laddove l’incapacità della stessa di fare la rivoluzione è divenuta inequivocabile con la dissoluzione dell’URSS) quale formazione intermodale per il passaggio ad una società non capitalistica.

Pubblichiamo la recensione al libro di Edoardo De Marchi per il Manifesto del 28 marzo, invitandovi, ovviamente, a comprarlo.

Gli strateghi del capitale», un saggio del filosofo Gianfranco La Grassa, con un occhio fisso sui risvolti politici della dimensione teorica

EDOARDO DE MARCHI
Nel panorama teorico-politico dell’ultimo ventennio Gianfranco La Grassa, pur occupandosi dei problemi più generali delle dinamiche capitalistiche, lo ha sempre fatto con l’occhio attento ai risvolti politici della dimensione teorica. Nella consapevolezza che la tradizione marxista era una formazione ideologica irrevocabilmente datata, egli ha però sempre considerato il proprio percorso all’interno del marxismo come una garanzia da fughe frettolose e regressive. Scostandosi dalla linea interpretativa del «capitalismo lavorativo» sostenuta negli anni ’80 mira oggi a porre in primo piano la conflittualità intercapitalistica. Gli strateghi del capitale (manifestolibri, pp. 191, * 18) sintetizza tali recenti sviluppi, evidenziando i presupposti teorici e le conseguenze della svolta, che pur mantiene la critica già rivolta alla visione marxiana relativa ai limiti storici del capitalismo. Secondo La Grassa, Marx vedeva infatti una spaccatura della società fra una classe di rentier e l’insieme di coloro che creano la ricchezza come conseguenza dello sviluppo capitalistico. Un insieme costellato da contraddizioni e diversità di interessi, comunque minori rispetto al crescente antagonismo nei confronti dei rentier. Di contro ad essi si sarebbe formato un lavoratore collettivo, il «soggetto rivoluzionario» della trasformazione in direzione del comunismo. La tesi di La Grassa ai tempi del capitalismo lavorativo sottolineava l’erroneità di tale previsione sostenendo che il veicolo dei rapporti capitalistici entro l’impresa non era più costituito dalla proprietà quanto invece dalla piramide burocratica aziendale, il principale agente dell’estrazione di plusvalore. Tale posizione viene oggi ridimensionata. Per la Grassa, il capitalismo non ignora certo la necessità di massimizzare il profitto, ma non la considera come fondamentale e la subordina come mezzo ad altri fini strategici. Sarebbe tuttavia riduttivo pensare all’innovazione (organizzativa e tecnologica) come strumento per minimizzare il costo di riproduzione della forza-lavoro e massimizzare per contro l’estrazione di plusvalore relativo. Piuttosto, l’innovazione «promuove l’apertura di interamente nuovi spazi economico-sociali, e culturali, in cui si precipitano colossali investimenti, con il periodico rinfocolarsi della competizione intercapitalistica (tra dominanti), che sgretola il monopolio pur nell’ambito di una crescita delle dimensioni imprenditoriali». La continua apertura di nuovi spazi economici costringe i gruppi capitalistici a un’incessante lotta per la supremazia, acquistando posizioni di predominio strategico attraverso le alleanze e/o la lotta, escludendo gli avversari dall’accesso a determinati settori, oppure fiaccandoli e costringendoli ad accettare accordi in una collocazione subordinata. La razionalità strategica con cui vengono gestiti tali conflitti e gli apparati in cui essa si incarna sono sovraordinati alla razionalità tecnico-strumentale e agli apparati che reperiscono le risorse, i quali rappresentano in definitiva strumenti in vista di un fine più alto e complesso. Una volta acquisito che la molla dello sviluppo capitalistico non è il conflitto tra dominati e dominanti, ma quello interno a questi ultimi per la supremazia e che non è mai stato in atto un processo oggettivo che determina la formazione del lavoratore collettivo di marxiana memoria, quali conseguenze ne derivano nel ripensamento delle tradizioni politiche e delle strategie del movimento operaio? Per rispondere a tale interrogativo, l’autore torna a Lenin, o meglio a quella che La Grassa considera la vera nuova acquisizione leniniana, pur se mai portata al livello della esplicita teorizzazione, ossia una concezione della rivoluzione anticapitalistica in cui la classe operaia perde il suo posto decisivo e quasi esclusivo. Pur mantenendosi all’interno della distinzione tradizionale tra classe in sé e per sé e non disdegnando in certi casi spiegazioni ad hoc come quella dell’aristocrazia operaia, Lenin mise di fatto in discussione la centralità del soggetto della trasformazione pensato dal marxismo sostenendo con chiarezza che la classe operaia, lasciata alla sua spontaneità, non aveva consapevolezza dei suoi compiti rivoluzionari, prerogativa piuttosto del partito come avanguardia. Se tale risposta alla lunga non ha dato gli esiti sperati, ciò non deve far tornare indietro rispetto all’acquisizione decisiva: la contraddizione capitale/lavoro, lasciata a se stessa, è semplicemente capace di lotte redistributive, ma non di rivoluzionare l’assetto dei rapporti di produzione capitalistici. Il passo successivo, mai fatto da Lenin, consiste nel riconoscimento che quella trasformazione non è necessitata da alcuna legge storica, in quanto non intrinseca alla dinamica della formazione sociale capitalistica. Ciò non significa che non esistano le possibilità di una svolta rivoluzionaria, ma che le situazioni di crisi non si configurano come processi indirizzati ad uno sbocco anticapitalistico. L’ineguaglianza dello sviluppo capitalistico provoca infatti congiunture storiche di forte crisi, soprattutto nelle situazioni in cui si addensano le contraddizioni tra gruppi dominanti; crisi che ne portano in primo piano la divaricazione tra pochi gruppi privilegiati e la maggioranza della popolazione, ma non è detto che questa percepisca le radici delle proprie difficoltà e ne tragga adeguate conseguenze. Nella molteplicità di giochi possibili e di risultati la scelta rivoluzionaria «è effettivamente soggettiva e chi la compie non rappresenta alcuna avanguardia di una classe sociale cui il processo storico avrebbe affidato compiti specifici (e salvifici)», cosi che la ricerca di un’alternativa al capitalismo mantiene il carattere di una scommessa dall’esito aperto.

il manifesto
28 Marzo 2006

"VIVA L’ITALIA" (di Gianfranco La Grassa)

Il centrosinistra (in particolare Rutelli e Letta, ma gli altri mugugnano e non prendono decisa posizione) è offeso per la fusione – “senza nemmeno avvertirli” – tra Autostrade (Benetton) e il gruppo spagnolo Abertis, che porterà al primo gruppo mondiale in fatto di autostrade. I suddetti politici esprimono “serie perplessità” e “pesanti riserve”, e “vorranno vedere bene i conti”. Per quale sostanziale motivo? C’è da stropicciarsi gli occhi nel leggerlo: per la difesa dell’italianità di pezzi del nostro sistema finanziario e “industriale” (le Autostrade come industria? Mah, le opinioni possono essere tante).

Sembra impossibile che la memoria sia così corta. Gli stessi personaggi – con alle spalle il “piccolo establishment” (costituito dai 15 proprietari del patto di sindacato della RCS) e i suoi precisi addentellati nelle Procure – hanno attaccato per mesi (non secoli fa, ma l’anno scorso) Fazio, pubblicato le intercettazioni delle sue telefonate, trattato da semidelinquente, perché si ostinava, in nome di un allora definito gretto provincialismo, a difendere l’italianità di Antonveneta e BNL di fronte alle scalate degli olandesi (Abn Amro) e spagnoli (Bilbao; spagnoli come l’Abertis). Adesso l’italianità torna in campo anche per questi campioni del “centrosinistra” e i loro mandanti.

In realtà, al di là della pochezza e miserabilità dei “furbetti del quartierino”, i motivi di fondo dell’attacco a Fazio & C. furono: a) il tentativo di scalata al Corriere (santuario del piccolo establishment); b) come messo in luce da Tronchetti in una intervista concessa a fine battaglia, i veri obiettivi “ultimi” della scalata erano Telecom e Fiat; c) è ora del tutto chiaro che gli effettivi (e definitivi) obiettivi ultimi di tante battaglie finanziarie di questi mesi in Italia (con pesante intervento della finanza euroamericana) sono Mediobanca in quanto chiave che apre la porta delle Generali. E questa battaglia è ben lungi dall’essersi conclusa, pur se sono cambiati i protagonisti (quelli “in prima linea”; per quanto concerne i “più coperti”, sarebbe tutto da vedere).

I tre sopra elencati sono comunque i motivi di fondo che misero “il pepe al culo” del nostro meschino gruppo di comando finanziario-industriale, spingendolo infine a prendere aperta posizione per il centrosinistra con il noto editto Mieli sul Corriere, che tanta sfiga ha portato a tale schieramento politico, in chiaro vantaggio a un mese dalle elezioni e che già pregustava una vittoria tale da creare un bel regime (dopo il duo De Benedetti-Scalfari, bisognerebbe dare la patente di iettatore a Mieli). E’ ovvio che il gruppo economico-finanziario per il momento al comando (ma non proprio unito) cerca un legame privilegiato con forze politiche e sindacali che, nel loro complesso, assicurino un compromesso con il “mondo del lavoro”, aiutino a scremare il cosiddetto ceto medio (in realtà il lavoro denominato “autonomo”) onde ottenere lauti finanziamenti pubblici, diretti e indiretti. Economia e politica stanno ricreando di fatto – ovviamente mutatis mutandis, perché nulla si ripete pari pari – una situazione che ricorda quella della marcia e putrefatta Repubblica di Weimar, fortemente influenzata (negativamente) dalla finanza americana ma con i socialdemocratici in appoggio; e il “già marxista” Hilferding fu Ministro delle Finanze nel 1923 (periodo della grande inflazione in Germania) e nel 1928-29 (inizio della grande crisi mondiale).

Detto questo, rilevo che nella fusione “autostradale” la Abertis ha certo un notevole potere (ma non si può ancora dire se sarà o meno prevalente). Inoltre, in appoggio ai Benetton sta Profumo, Ad di Unicredit e messosi ben bene in evidenza – assieme a Bazoli, Passera e altri finanzieri – quale elettore di Prodi alle “primarie”. La recente fusione di questa banca con la tedesca Hvb è stata esaltata proprio dai settori di centrosinistra che adesso esprimono forti riserve sull’operazione di cui stiamo parlando. Voglio ricordare, sempre “in nome dell’italianità”, che nella fusione tra Unicredit e Hvb, mentre tutti ne parlano come si trattasse di una incorporazione della seconda da parte della prima, il principale azionista è in realtà la società assicurativa tedesca Munich Re, un autentico gigante finanziario del ramo. Poche balle: tutti tirano in ballo o il grande valore dell’italianità, o il suo gretto provincialismo e chiusura nazionalistica, a seconda di interessi che non hanno nulla a che vedere con quelli della stragrande maggioranza della popolazione. Il ceto politico italiano è, “trasversalmente”, implicato in questo camaleontico gioco di sfacciati interessi monopolistici e finanziari del tutto estranei ai popoli, dell’Italia come dell’Europa.

Se possibile, dovremmo cercare di considerare un po’ meglio per chi stiamo lavorando, o almeno chi stiamo appoggiando, spesso in nome di un fantomatico “meno peggio”, che proprio non esiste. Ovviamente, chi lavora, fa affari, ecc. non può non avere contatti con questo pur corrotto ambiente politico ed economico; siamo uomini di mondo (come diceva Totò, “abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”) e lo capiamo. Tuttavia, sarebbe bene prendere atto che la situazione può magari marcire ancora per anni, ma più durerà e più sarà doloroso uscirne; almeno se ne tenga conto e si valuti attentamente quanto malsana essa sia.  

OH CHE BEL CASTELLO (di Gianfranco La Grassa)

Il Governatore della Banca d’Italia, Draghi – già vicepresidente della società americana d’asset management Goldman Sachs, consulente del Bilbao nella nota scalata alla BNL, società d’appoggio del patto di sindacato della RCS nel risiko bancario del 2005, garante della “completa affidabilità” della Parmalat pochi mesi prima dell’altrettanto noto crac – è stato nominato presidente del Financial Stability Forum, subentrando a Roger Ferguson, attuale vicepresidente del board della Federal Reserve statunitense. Il suddetto Financial Forum “promuove forme di cooperazione e coordinamento [dirette di fatto dagli USA; ndr] fra le autorità nazionali e internazionali di vigilanza sui mercati finanziari, e sovrintende alle azioni necessarie ad assicurare la stabilità bancaria e finanziaria internazionale, ottimizzare il funzionamento dei mercati e ridurre i rischi sistemici”. Di tale Forum “sono membri le autorità nazionali che hanno competenze nel settore della stabilità e supervisione finanziaria”; e inoltre il FMI, la Banca Mondiale, la Banca dei Regolamenti internazionali, la Banca Centrale Europea, l’OCSE; tutti organismi più che influenzati dalla preponderanza politica e finanziaria statunitense.

L’altro ieri da Washington (riunione FMI) Draghi ha annunciato una “forte ripresa” per l’Italia e la revisione al rialzo della stima di crescita per il 2006: 1,2%. Questo nuovo Governo è come il “mago Casanova”: neanche si è insediato che già fa aumentare il PIL. Per il trimestre gennaio-marzo, i dati parlano di un aumento della produzione industriale dell’8%. Quali sono stati i settori “trainanti” (semplicemente con il più alto tasso di sviluppo)? L’informatica e telecomunicazioni, le biotecnologie, ecc.? Nossignori, pelli e calzature (quelle calzature che due-tre mesi fa erano date per morte, in crisi di sfacelo come la maglieria o l’industria laniera di Biella, sottoposte alla concorrenza asiatica).

Ultima piacevolezza: l’articolo di fondo di Padoa-Schioppa sul Corriere di ieri. Da goderselo interamente, allo stesso livello di goduria dell’articolo di Biagi (sempre in prima pagina, in fondo a destra). Quello che qualcuno vorrebbe come decisivo ministro economico, altri come presidente (o almeno importante e “autorevole” membro) del Consiglio di Europa, sfornava possibili ricette per accontentare tutti, ma proprio tutti, i politici e i cittadini italiani. E finiva con la “saggia” ingiunzione di passare infine dalla politics alla policy; detto in termini molto volgari, italiani, e per ciò stesso inattuabili (solo l’inglese “afferra la realtà” e quindi consente di trasformarla in meglio): passare dal fare politica (da politicanti) agli “alti” indirizzi programmatici. Un altro “mago Casanova”, che per il suo illusionismo usa le parole invece che le mani.

“Questa è l’Italia, bellezza” avrebbe detto Bogey; di “destra” o di “sinistra”.   

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