LA REALTA’ ETICA di M. Tozzato

Sono cresciuto in una famiglia cattolica e anche quando sono diventato non credente non ho smesso di leggere testi religiosi di svariato genere e di apprezzare il contenuto morale e filosofico che si può ritrovare  nei libri sacri abramitici e nella “sapienza orientale”. D’altra parte in una società come la nostra, che si avvia a diventare multietnica e multiculturale in maniera sempre più accentuata, appare doveroso non soltanto che il principio della laicità dello Stato venga ribadito ma che lo stesso ruolo, tuttora istituzionalmente predominante, rivestito dalla Chiesa cattolica romana, in relazione e in rispetto dei diritti religiosi universali, venga criticato e messo in discussione anche a livello giuridico-sociale. Per fare un esempio, mi pare che gli articoli 7 ed 8 della Costituzione della Repubblica Italiana appaiano inadeguati allo sviluppo e all’evoluzione sociale degli ultimi decenni.

Più precisamente e in maniera più concisa, ma sufficiente per li riconoscimento giuridico della libertà religiosa, sarebbe possibile ridurre il testo eliminando integralmente l’articolo 7 e togliendo le parole “diverse dalla cattolica” dall’articolo 8. Ne risulterebbe un più equo ed equilibrato riconoscimento della “democrazia religiosa” in un paese in cui la tradizione cristiano-cattolica deve ormai far leva sulla sua capacità di orientare le coscienze in un confronto aperto e leale con le altre concezioni del mondo, religiose e non.

Le polemiche, anche piuttosto aspre, sulle unioni di fatto mettono in gioco problemi che non riguardano ovviamente soltanto  questioni morali e modi di concepire la vita perché rimandano comunque ad una rielaborazione di alcuni punti cruciali delle dottrine di diritto privato (civile) anche se mi pare che proprio da questo punto di vista, rispetto al  quale sono comunque del tutto  incompetente, il dibattito si sia presentato in toni blandi e dimessi. Ci si è, infatti, quasi esclusivamente, soffermati  sulla questione se per la Chiesa sia da considerarsi  lecito o meno interferire in maniera “forte” su tematiche che dovrebbero essere di  esclusiva competenza di un Parlamento libero e sovrano. Benedetto XVI nell’ultimo periodo ha fatto ampio uso della sua autorità spirituale e i suoi messaggi pur caratterizzati da una forma filosofica e teologica e quindi non immediatamente politica, sono stati recepiti, tradotti e amplificati  dai mass media in maniera che potremmo definire piuttosto efficace. Nell’introduzione all’Angelus del 28 gennaio, commemorando Tommaso d’Aquino, il papa afferma: <<Secondo il pensiero di San Tommaso, la ragione umana, per così dire, “respira”: si muove, cioè, in un orizzonte ampio, aperto, dove può esprimere il meglio di sé. Quando invece l’uomo si riduce a pensare soltanto ad oggetti materiali e sperimentabili e si chiude ai grandi interrogativi sulla vita, su se stesso e su Dio, si impoverisce.>>

Queste parole sono già sufficientemente significative per comprendere l’opposizione da lui presupposta: da una parte abbiamo la scienza pura e applicata a cui l’ umanità (presa in blocco) si affiderebbero indiscriminatamente, dall’altra una “Vita” ipostatizzata, “sacra”, astratta e metafisica, priva di spessore naturale, sociale e culturale assieme ad un essere umano chiuso nell’isolamento della sua coscienza di fronte a Dio. Effettivamente coloro che vedono in Ratzinger un avversario del Concilio Vaticano II° probabilmente non hanno tutti i torti; nonostante l’ abilità dialettica del papa-filosofo a volte lo nasconda, non ci può sfuggire, credo, la comprensione che qui è presente  una regressione rispetto alla forte apertura alla dimensione sociale della religiosità che aveva caratterizzato il Concilio. Per quanto riguarda il problema del matrimonio Benedetto XVI, nel suo discorso al Tribunale della Rota Romana del 27 gennaio, puntualizza che la<<”verità del matrimonio” perde però rilevanza esistenziale in un contesto culturale segnato dal relativismo e dal positivismo giuridico, che considerano il matrimonio come una mera formalizzazione sociale dei legami affettivi. Di conseguenza, esso non solo diventa contingente come lo possono essere i sentimenti umani, ma si presenta come una sovrastruttura legale che la volontà umana potrebbe manipolare a piacimento, privandola perfino della sua indole eterosessuale.>> E’ evidente che il cattolicesimo conosce, hegelianamente, solo il momento della moralità e non quello dell’eticità (nella storicità): le forme sociali, infatti, conoscono uno sviluppo storico in cui si intrecciano natura e cultura, nelle loro specificità e nelle loro differenze. La Chiesa dimentica che una forma che perda il proprio   contenuto deve modificarsi perché diventa “irreale e irrazionale”. Ma l’intreccio di natura, cultura e società non deve necessariamente , nel suo sviluppo, terminare in un “relativismo assoluto” che realizzi una completa manipolabilità degli enti. Difatti omosessualità ed eterosessualità coesistono dall’inizio dei tempi, che piaccia o non piaccia, e prima dell’avvento del Cristianesimo le grandi civiltà dell’antichità, greca e romana,  ammettevano la liceità di entrambe, eppure l’istituto familiare non avrebbe potuto comunque essere fondato altrimenti che su una unione eterosessuale. La natura e la cultura nell’umana socialità devono poter avanzare i loro diritti ma non prevaricare totalmente l’altra sino ad annullarla e la procreazione (la potenzialità procreativa) che determina la famiglia in senso proprio richiede la differenza biologica tra maschile e femminile. Ma l’”intima communitas vitae et amoris” (Cost. past. Gaudium e Spes) non si esaurisce necessariamente nelle forma del matrimonio e della famiglia e può dar luogo a diversificate tipologie di relazioni sociali ed affettive che meritano un riconoscimento giuridico nella misura in cui l’evoluzione socioculturale ne riconosce ( ancora hegelianamente) la razionalità e quindi la “realtà etica”.

 

 

Mauro Tozzato                        15.02.2007         

LA MEGLIO GIOVENTU’ LA VA’ SOTTOTERRA

La Commissione Europea è prontamente intervenuta sulla diatriba tra Italia e Croazia scatenata dalle dichiarazioni del Presidente Napolitano, in merito alla faccenda delle foibe. Naturalmente, chi si aspettava una semplice rampogna “bilaterale” per ripristinare la pace verbale tra i due contendenti, ovvero il Presidente italiano e il Presidente Croato Mesic, deve essere tacciato, ancora una volta, di cronica tendenza all’illusione. La CE ha stigmatizzato la reazione di Mesic definendola inappropriata (adesso vorrei capire che aggettivo dovremmo usare per le parole di Napolitano visto che quello più calzante ci è stato scippato dall’establishment del politically correct). Al rimprovero è seguita la minaccia, con le parole della portavoce della Commissione, Pia Ahrenkilde Hansen, la quale ha detto testualmente che l’integrazione europea è “basata su criteri ben definiti di accesso per cui ogni paese sarà giudicato sulla base dei suoi meriti”. La Croazia che vuole entrare in Europa è così avvisata.

Ma prima di unirci al coro dell’ideologia dominante sul "coraggio" mostrato dal nostro Presidente facciamo un piccolo esercizio di “immaginazione storica”. Proviamo ad immaginare un giovane Giorgio Napoletano nel ’48-‘49-‘50 ecc., che si alza dai banchi del parlamento per denunciare gli abusi dei partigiani comunisti o che nel ’56 si schiera al fianco dell’autonomia ungherese contro i carrarmati sovietici. Senza farla troppo lunga, la sua carriera politica sarebbe stata stroncata sul nascere. Oggi, invece, è Presidente della Repubblica. Da buon Presidente, in un nuovo clima storico, si è lanciato all’arrembaggio, armato fino ai denti di revisionismo irrefrenabile de-zavorrato del fu socialismo realizzato, tanto che persino a destra non riescono più a stargli dietro. Come vedete il suo coraggio non è per nulla cambiato, dagli applausi ai carrarmati russi (in un’epoca in cui era possibile farlo) a quelli “sbucciapelle” per la fantomatiche missioni di pace della NATO (in un’epoca in cui è doveroso farlo). Nessun vuole mettere in dubbio l’atrocità di certi delitti, tuttavia furono sempre poca cosa rispetto al bagno sangue causato da due guerre mondiali imperialiste che trascinarono nella fossa fior di giovani generazioni. E da chi furono scavate queste “fosse comuni generazionali”? Non certo dai comunisti sovietici o titini, ai quali va riconosciuto il merito storico di aver costituito un baluardo contro il nazifascismo. E poi, caro Presidente, qualche parolina sulla classe dirigente italiana (squadristi, gerarchi locali podestà, segretari e messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali) che per l’attuazione di sistematiche prevaricazioni nazionali e poliziesche, aveva permesso all’odio slavo di covare così incipiente, non andava forse detta?

Oggi lei tace su tutto, a Vicenza si deturpa il nostro territorio (quello che già abbiamo e che non dobbiamo rivendicare con alcun revanscismo nazionalistico) con l’ennesima svendita agli Usa (la base Nato di Dal Molin) e lei si è limitato ad abbozzare su accordi presi che non possono essere disattesi. Ebbene, voi fate gli accordi sulla testa degli italiani, rendete la nazione una meretrice di basso bordo e poi invocate una nemesi (anacronistica) che se davvero dovesse realizzarsi cadrebbe solo di voi, fieri lacchè dell’imperialismo criminale USA.

Contro una sinistra realtà

di G. Amodio

 

– << A Londra, il 1° febbraio 2006, è stato siglato un accordo tra Afghanistan, comunità internazionale e NATO, che rinnova e regola fino al 2011 le relazioni tra il governo di Kabul ed i suoi alleati. … Gli obiettivi: fino al 2011 resteranno le forze Nato, oltre 35000 unità. Il governo di Kabul dovrà consolidare un esercito di 70000 uomini ed una polizia di 62000 agenti. … Sviluppo di acqua potabile, sanità, elettricità, scolarizzazione e riduzione del 3% della soglia di povertà (!!!) >> (Corriere della Sera, 11/02/07)

 

– << Ho rititrato le truppe dall’Iraq ma non lo farò dall’Afghanistan. … Sull’Afghanistan ho preso un impegno con le Nazioni Unite e voglio mantenerlo >> (presidente del consiglio Prodi, da "Repubblica", 11/02/07)

 

– << Nel parlare del 2011 ho sentito il bisogno di ricordare il quadro di riferimento nel quale la comunità internazionale sta operando in Afghanistan >> (ministro della difesa A. Parisi, da "Repubblica", 11/02/07)

 

– << Il mio governo è contro ogni rapimento ma il caso Abu Omar è coperto dal segreto di stato: secondo le leggi queste carte non possono essere rese pubbliche ed io ho riconfermato questo. … E’ un caso di continuità. Il mio predecessore Berlusconi ed io abbiamo firmato documenti che interessano il segreto di stato… Non ci sono cambiamenti dalla linea del mio predecessore >> (presidente del consiglio Prodi, da "Repubblica", 11/02/07)

 

Le dichiarazioni riportate sono lineari, il governo rimarrà nei pressi di Kabul minimo per altri 5 anni. Eppure, quell’ammasso informe e melmoso di politicanti denominato(si) "sinistra radicale" continua a meravigliarsi per le "scadenze Afghane" ed insiste nel cianciare di pace e pacifismo. Straparla in continuazione di nette differenze tra la politica estera di Berlusconi e quella di Prodi: l’affermazione dello stesso premier sù evidenziata concernente il "segreto di stato" smentisce chiaramente le innumerevoli balle messe in circolazione dai militanti di ogni livello dei partitini pseudo-comunisti, sempre pronti ad esprimere mass-mediaticamente la loro indignazione per i sequestri e le torture perpetrati dagli USA in giro per il mondo, tuttavia del tutto orbi e volutamente ignoranti in sede parlamentare e di governo (a parte qualche altisonante richiamo del parlamento europeo puntualmente inefficace; ad esempio, in ultimo, quello che ha visto come relatore sulle extraordinary rendition il diessino Fava: condannerà questi il premier Prodi per l’annuncio sù menzionato, oppure gli stringerà la mano alla prima occasione, indicando come unico cattivo il solo sigor B.?)

Dovrebbero solo vergognarsi per la distanza esistente tra quello che dicono e ciò che fanno, invece continuano a salmodiare moralisticamente sui mali procurati dalla guerra e dal militarismo nel mondo, quando, a ben vedere, loro sono assolutamente corresponsabili: come possono dire "pace in terra agli uomini di buona volontà" e contemporaneamente votare (è la seconda volta!) per lo stanziamento di truppe, armi e bagagli?

Non c’è dubbio, hanno proprio la faccia tosta ‘sti stronzi. Ha ragione da vendere Gianfranco La Grassa: questi rappresentano il vero ceto politico professionale; gli altri, a confronto, sono dei meri urlatori accattoni. I sinistroidi, in tutte le varianti-correnti, sono quelli pericolosi, capaci di vendere al loro popolo la classica fontana del film di Totò: proclamano infatti la partecipazione "di massa" alla manifestazione che si terrà a Vicenza, ma non si sognano neppure di dimettersi da quel governo capeggiato da un comico che raccontava – dall’estero, proprio come quell’altro capocomico in precedenza premier – la storiella per cui la costruzione di una base militare USA in Italia è un aspetto a carattere urbanistico di mera competenza comunale (è vero che siamo nell’epoca del federalismo, però c’è pure un limite!); ancora, i rifondaroli, in occasione della finanziaria, non molto tempo fa, si sono lanciati in uno slogan propagandistico del tipo "anche i ricchi piangano", quando successivamente, in ragione della medesima legge di bilancio, proprio i ceti socialmente più deboli si sono visti costretti a pagare un bel ticket sanitario per i famosi "codici bianchi" ed un bell’incremento di 10 euro per tutte le richieste di visite diagnostiche (per non parlare delle maggiorazioni Irpef degli enti locali che andranno a decurtare le buste paga). 

Con comportamenti e provvedimenti del genere i cari compagnucci oggi al governo stanno seriamente compromettendo il lavoro di coloro che intendono riprendere una seria lotta anticapitalistica. Ormai, la "politica delle sinistre" (in realtà una sinistra unica, oscenamente e profondamente solidale, al di là dei bizantinismi puntualmente riproposti, vedi la linea editoriale del Manifesto) ha assunto dei tratti surreali, irreali ed iperreali: proprio come quando in un’opera artistica l’autore riesce ad esprimere più aspetti contraddittori mantenendoli "stranamente" assieme, anche l’attuale compagine governativa ha ottenuto un effetto analogo.

La "commedia", di sicuro, ad un critico avveduto e consapevole non può che risultare alquanto datata e di non ottima qualità (in effetti, l’anno scorso, in un’occasione del medesimo genere, ne circolava una identica ugualmente scadente!), tuttavia, com’è noto, l’opinione pubblica – quella di sinistra in particolare – è da sempre restìa ad accettare radicali novità, in più, profondamente adagiata sul senso storicamente creato e cristallizzatosi, è addirittuta incapace di desiderare altro ed è impossibilitata anche solo ad immaginare di poter recepire una trama diversa dal solito; dunque, alla fine, per quanto priva di originalità, la messa in scena posta in atto dai nostrani politicanti riesce nell’intento di soddisfare le aspettative della tradizionale mentalità dei militanti dell’intera sinistra italiana, ciò avvenendo in virtù di una netta corrispondenza tra i due caratteri che attraversano la "commedia" e quelli che connotano il pensiero della "sinistra militia di base": cinico occultamento ed auto-ottundimento riguardo alle reali dinamiche sociali e politiche, ovvero doppiezza ipocrita e sdoppiammento psico-ideologico.

L’unica tipologia ideologica oggi rimanente ed effettivamente operante dopo il definitivo dissolvimento degli "alti ideali" (?!) alla base dei "grandi partiti di massa sorti dopo la resistenza" (?!) è in estrema sintesi quella riconducibile al senso marxiano, ossia quella falsa coscienza necessaria ed indispensabile ai "sinistri" per raccontarsi e raccontare delle vere e proprie balle, utili per tirare a campare e rinnovare continuamente gli "incentivi simbolici" indirizzati al popolo-bue che in quanto elettore democratico è pur sempre funzionale all’ottenimento ed al mantenimento da parte dei partiti delle sedi(e) istituzionali.

E’ fin troppo nota la suddetta comunanza a carattere occultante ed ottundente per doverla argomentare; chiunque abbia un pò di memoria e di conoscenza storiche, oppure – per i più giovani – abbia frequentato qualche sede del partito della Rifondazione … (meglio non aggettivarla, sarebbe un uso improprio del lessico!) ne riconosce la veridicità. Appartiene, senza alcun dubbio, tanto ai furbastri commedianti presenti in parlamento (o negli enti locali) con la coscienza costantemente la(va)bile, quanto agli umili compagni sempre disposti a tesserarsi e sempre più "pappagalli" nel ribadire ciò che viene stabilito dai piani alti, ormai assolutamente incapaci finanche di abbozzare un minimo di ragionamento che non sia di supporto alla logica (ri)produttiva capitalistica.

I "compagni" hanno cercato di compensare la loro pochezza pratico-intellettuale blaterando di globalizzazione economica, rinunciando nei fatti a portare avanti e diffondere una seria ricerca sulle relazioni geo-politiche – oltreché finanziarie – intercorrenti in ambito internazionale tra le differenti formazioni economico-sociali a modo di produzione capitalistico; hanno altresì enfatizzato alcuni aspetti finanziari e commerciali sviluppatisi particolarmente dopo il crollo del blocco filo-sovietico, di conseguenza hanno puntato il dito contro alcuni enti sovranazionali – FMI, Banca Mondiale, WTO -, facendoli apparire non come enti regolatori dei rapporti tra gli stati capitalistici nazionali, bensì come la quintessenza di un inesistente capitalismo mondiale unificato, in modo tale che la testa ed i piedi dei manifestanti fossero ben occupati a riconoscere con una certa regolarità l’esotico avversario monstre ( distante quanto basta per non capirci nulla!) contro cui al massimo inveire. Ancora, cosa veramente grave, hanno letteralmente impedito – e continuano a farlo – la diffusione di una sia pur minima capacità di lettura dei rapporti di forza e degli intrecci esistenti in Italia tra fazioni politiche e gruppi industrial-finanziari nazionali ed esteri (d’altronde, basterebbe provare a chiedere ad un segretario di partito o ad un consigliere di qualunque livello la configurazione dei "poteri forti" in Italia: risponderebbe, appassionato e certo di aver colpito nel segno, Berlusconi e la P2. E Prodi invece? E’ il simpaticone, dato che ha l’accento emiliano, che ha sconfitto il cavaliere nero, ed a malapena sovverrà il ricordo della vicenda Moro-Gradoli, saranno dimenticati i suoi trascorsi nella potente sinistra DC e nell’IRI, del tutto ignorata poi l’importanza del legame organico sussistente tra Prodi e Bazoli, ossia tra l’attuale capo del governo ed il presidente in capo alla prima catena bancaria del paese, "SanIntesa", la quale ha alle spalle un certo gruppo finanziario di marca USA, Goldmann Sachs, che non è secondo a nessuno addirittura in tutto il mondo…E’ proprio strano: non si sa e non si vuole sapere chi determina le dinamiche della finanza dalle nostre parti, mentre si va cianciando a più non posso di "finanziarizzazione" del capitalismo!).

Quanto fino ad ora evidenziato è altamente sintomatico del degrado politico odierno totalmente imputabile alla sinistra, tuttavia non è che uno sguardo in supeficie, che ha come oggetto solo la punta dell’iceberg. … Tramite questo sito, cercheremo di aguzzare la vista e l’intelletto per portare alla luce il resto…

 

N.B. La dichiarazione che segue, riguardante la "missione Afghana" dell’esercito italiano, ben rappresenta la "doppiezza ipocrita" e lo "sdoppiamento psico-ideologico" cui abbiamo precedentemente accennato nelle nostre annotazioni:

<< Nessuno mi ha ancora spiegato con chiarezza che stiamo a fare in Afghanistan. Se qualcuno mi risponde che siamo lì per esportare la civiltà occidentale, allora prima mi faccio una bella risata e poi voto no. … A D’Alema dico che … se le missioni sono multilaterali e sbagliate vuole dire che hanno sbagliato in parecchi anziché in uno. E non credo sia una buona idea continuare a sbagliare tutti assieme. Ma esiste un’altra strada: prendere un’iniziativa per uscire da lì. … Ho votato contro la missione quando c’era Berlusconi, avrei votato contro anche l’ultima volta se il governo Prodi non avesse messo la fiducia ed anche adesso voterò sì alla fiducia, se dovesse essere posta, perché significa non entrare nel merito della questione (??!!) >> (Senatore Massimo Villone – Democratici di Sinistra -, da "Repubblica", 12/02/07) 

OVUNQUE IL GUARDO MIRA……

di G. La Grassa

 

Leopardi continua (Risorgimento): “tutto un dolor mi spira/tutto un piacer mi dà”. Io, non essendo poeta, mi limito a sentire un po’ di nausea. Metto subito le mani avanti, affermando comunque ciò che realmente penso. Non ho nessuna simpatia per la Croazia e per chi la rappresenta; non voglio quindi tanto discutere circa le cosiddette aberranti dichiarazioni del presidente croato, che avrebbe offeso l’Italia intera (salvo il sottoscritto!). Mi interessano solo i fatti come riportati dai giornali, in particolare quelli di destra entusiasti delle “coraggiose affermazioni” del presidente italiano, un ex comunista (di quelli di lunghissimo corso), e delle sdegnate proteste di un altro ex comunista, di medio corso, quale il nostro Ministro degli Esteri. Citerò quindi un paio di frasi di parte italiana (quelle che hanno provocato l’ira croata), e alcune di risposta considerate un vergognoso insulto al nostro presidente (speriamo da non lavare con il sangue). Le riporto così come le ho trovate sul Giornale, di destra ma “in brodo di giuggiole”, che penso debba essere attendibile dato che esalta un uomo della parte avversa.

Voglio preliminarmente ricordare che, non appena qualcuno osa criticare lo Stato di Israele per la sua selvaggia politica contro i palestinesi, viene accusato di antisemitismo [fra le accuse più ridicole che conosca, visto che anche i palestinesi, e gli arabi in genere, sono semiti; e chi critica Israele sta dalla parte di questi semiti], di revisionismo storico, di revanscismo politico, perfino di simpatie filonaziste, ecc. C’è addirittura chi pensa, in questo Governo di sinistra, di introdurre pene detentive per coloro che vogliono approfondire la storia, anche quella dell’Olocausto; magari ricordando che non si tratta solo di “milioni di ebrei soppressi”, poiché nei campi di sterminio andavano pure i comunisti, i Rom, vari prigionieri politici e poi di guerra, i soldati italiani dopo l’8 settembre del 1943 (qualcuno si ricorda ancora delle “tradotte”; o si vergogna anche di sol citarle?). Sugli ebrei non si può proferire verbo, sulla resistenza jugoslava, indiscutibilmente diretta dai comunisti “titini”, si può invece sostenere impunemente che è stata una sequela di massacri, con addirittura la pulizia etnica a danno degli italiani per impossessarsi di una parte del nostro territorio.

Cito allora due frasi di Napolitano – così come riportato tra virgolette da Il Giornale – che hanno scatenato le ire dall’altra parte. E, lo ripeto, non mi interessa quest’ira, ma solo le enormità di parte italiana. Certo, si tratta di frasi estratte dal contesto, ma il lettore non è stupido e saprà valutare se esse hanno o meno un senso compiuto in se stesse. Queste le affermazioni: “Già nell’autunno del ’43 [si noti bene la data, l’inizio “ufficiale” della Resistenza europea ma anche italiana] si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che cessò di essere la Venezia Giulia” [sottolineatura mia perché l’affermazione mi sembra perfino incredibile, ma non penso sia stata alterata dal giornale]. E ancora (quasi più grave): il dramma delle popolazioni giuliano-dalmate nacque “da un moto di odio e furia sanguinaria” e da “un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica” (ammappete, si va giù duro!).

Queste le “coraggiose frasi” di parte italiana (del tutto amichevoli ed eleganti come si può notare), mentre la truce e offensiva risposta di Mesic così è riportata: “sono affermazioni in cui è impossibile [per qualsiasi persona non obnubilata da una ottusa faziosità; ndr] non intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico difficile da accostare all’auspicio formulato per la promozione delle relazioni bilaterali”; è “spaventoso e potenzialmente molto pericoloso” rimettere in discussione il trattato di pace firmato (anche dall’Italia) nel 1947; “c’è qualcuno a cui debba essere ancora ricordato cosa scatenò lo sproloquio contro il trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale?”. Lasciamo pur perdere le risposte croate – che a me sembrano comunque doverose, per nulla tracotanti e atte a ricordare la pericolosità di certe incaute affermazioni – e concentriamoci sulla parte italiana.

Vogliamo analizzare con un po’ di lucidità le affermazioni del nostro presidente? Lo ripeto, per come le leggo sui giornali! Ricordo intanto che chi le ha pronunciate ha appartenuto al PCI dagli anni ’40 fino al rinnegamento del comunismo susseguente al crollo del “socialismo” nel 1989. Voglio anche premettere che, dal 1963, ho sempre appellato questa gente con il termine di piciisti, perché certi connotati li avevo riconosciuti – e me ne faccio vanto – con decenni di anticipo; tuttavia, mai avevo creduto che si arrivasse a voler rivedere tutta la storia in funzione dei propri “capovolgimenti” politici.

La più clamorosa delle affermazioni è quella relativa all’Istria e Dalmazia che “cessa di essere Venezia Giulia”. Quindi si tratta di un pezzo di Italia, magari in base al vecchio dominio della Repubblica marinara veneziana? Alla faccia….de li pescetti! Questo non è revanscismo nazionalistico? Non è rimessa in discussione di confini, su cui sarebbe meglio soprassedere? Il fascismo non popolò di italiani quelle zone (così come fece in Alto Adige)? Non siamo qui in presenza di revisionismo storico, e di una gravità (nazionalistica) non certo irrilevante? Il “parossismo nazionalista” (altro passo di quelle frasi) non fu superiore a quello dei resistenti francesi, e del resto d’Europa, che vollero cacciare dal loro paese gli eserciti occupanti, ma si annessero anche territori ritenuti propri (Nizza e Savoia, Alsazia e Lorena, i Sudeti, e via dicendo). Per gli italiani andava forse fatta una eccezione perché crediamo ancora che essi siano “brava gente”, che “aiutino” le popolazioni sottoposte al loro dominio coloniale? Ci siamo scordati quello che abbiamo combinato in Libia, in Etiopia (gasificando le popolazioni), in Albania, in Grecia e, per l’appunto, in Jugoslavia? E pensavamo di essere trattati con i guanti? Siamo forse di una specie “superiore” che non può essere maltrattata da una presunta “inferiore”? E possiamo con tanta leggerezza parlare di “pulizia etnica”?

 Fino a prova contraria, eccessi ce ne sono sempre stati, e sempre ci saranno, durante guerre, rivoluzioni, sconvolgimenti politici e sociali, ecc. Se non lo sopportiamo, allora accettiamo tutte le affermazioni che molti contestano invece a Pansa circa le “terribili nefandezze” compiute dalla nostra Resistenza; basta con i due pesi e due misure. I reazionari e criptofascisti sono molto più coerenti (proprio perché non hanno rinnegato il passato, non debbono coprirsi il capo di cenere per farsi accettare dall’establishment odierno); questi ex comunisti sono al contrario veramente intollerabili. Nelle foibe non metto in dubbio che siano stati buttati persino innocenti o comunque alcuni che non meritavano la morte (come non la meritavano i serbi uccisi dalla d’alemiana “difesa integrata”, cioè dai bombardamenti aerei compiuti al seguito degli USA nel 1999; qualche autorità italiana, e in primo luogo l’attuale “indignato” Ministro degli Esteri, ha chiesto scusa e perdono per quei morti?). Ci saranno stati anche, come durante la Resistenza italiana (ed in ogni rivolgimento politico-sociale), vendette personali, regolamenti di conti, persino omicidi per appropriarsi della “roba”. I giudizi complessivi su eventi storici di quella portata si emettono in base a tali iniquità inevitabili?

Si parla poi di “rivalsa sociale”. La rivoluzione compiuta dai comunisti di Tito (qualunque giudizio si voglia dare su di essa, magari anche assai negativo) non può però essere considerata in nessun caso una semplice rivalsa sociale. Tanto meno da chi è stato – dalla Resistenza italiana in poi – comunista, per quanto diventato troppo presto un piciista. Chi vuol rispettare la storia, sa benissimo che non il solo Secchia, tra i comunisti italiani, pensava la Resistenza come “rivoluzione sociale”. E’ una menzogna quella che si propala oggi sostenendo che era soltanto una “lotta di liberazione nazionale”. La Resistenza, salvo piccole minoranze scarsamente effettuali, era formata da due grossi tronconi: a) quelli che volevano salvare i loro privilegi, le loro aziende e il loro status sociale, le loro ricchezze, ecc. “cambiando cavallo in corsa”, tradendo i propri alleati per schierarsi con gli ormai sicuri vincitori (gli “Alleati”, fatti passare vergognosamente per “liberatori”); b) quelli che speravano con sincerità (e dopo anni di dedizione, conditi da galera e clandestinità) di rovesciare il potere (sociale) della “borghesia capitalistica” e di almeno iniziare una strada diversa. Probabilmente sbagliavano, non avevano compreso bene quel che era il “socialismo” in URSS. Si deve però allora fare una vera opera di revisione storica, con tanto di autocritica e di analisi degli errori commessi (ma da tanti, e molti di essi morti!, in perfetta buona fede e credendo nel rivolgimento in meglio della società).

Questi incredibili ex comunisti (piciisti) non hanno mai fatto uno straccio di analisi autocritica; sono passati dall’altra parte con “coscienza felice”, contando sulle manovre di “mani pulite” per diventare i referenti politici privilegiati di quell’establishment (in gran parte lo stesso che aveva “cambiato cavallo” durante la guerra), contro cui molti della “loro base” (poveri “illusi”, ma a loro vanno la mia stima e il mio commosso ricordo) avevano sperato di condurre sino in fondo la rivoluzione sociale. Oggi, invece, tutto ciò – sia che riguardi i comunisti italiani sia quelli slavi – viene “tradotto” in “rivalsa sociale”. Una massa di “pezzenti” (di “brutti, sporchi e cattivi”) voleva solo prendere il posto dei “siori”; questa è la “rivalsa sociale”, almeno nella lingua che conosco! Bene, lo dice uno che ha appartenuto per non so quanti decenni ai massimi vertici del PCI; su quella massa di “pezzenti” in cerca di “rivalsa sociale” ha costruito tutta la sua vita di membro del ceto politico. Non sarebbe stato male se questa “verità” fosse stata detta un po’ prima; qualcuno di quei “pezzenti” poteva ripensarci e passarsela meglio, ma certamente altri non sarebbero arrivati “tanto in alto”.

Se andiamo avanti così, non manca molto tempo prima che i nostri governanti ci ordinino di alzarci in piedi e, tutti impettiti, gridare:

 

W L’ITALIA….. un pauvre pays

 

 

[NDR] A sostegno di quello che dice La Grassa nel suo articolo (e delle stesse gravissime affermazioni di Napolitano) riportiamo per intero l’articolo apparso su Repubblica del 10.02.07. Sono queste le dichiarazioni che hanno scatenato un applauso bipartizan tra le forze politiche italiane. I picciìsti sono i peggiori revisionisti al servizio dell’ideologia dominante, si assumano, pertanto, tutta la responsabilità delle proprie affermazioni perché è da questo becero servilismo, antistorico e infangante la memoria dei popoli, che nasce la violenza più cieca. Bisognerebbe ricordare a tutti gli ex-comunisti, oggi (apparentemente) gente ragionevole che tiene bene le discussioni nei salotti buoni, che già a partire dalla svolta togliattiana legalista e parlamentare (c’era poco altro da fare dopo la divisione bipolare del mondo tra Usa e Urss) i leaders del fu PCI non hanno fatto altro che alimentare il proprio popolo con riti di appartenenza identitaria politico–elettoralistica e con simboli di adesione emotiva al grande pachiderma picciìsta (proprio come fanno oggi, con i loro ultras, contro il pericolo Berlusconi). Questi signori hanno sottoposto per qualche decennio la gente (gli operai in primis, quelli che oltre alla rivoluzione cercavano anche la rivalsa sociale, e che male c’è del resto!) ad una terapia retorica (gradulistica) che non aveva assolutamente nulla di comunista ma era solo finalizzata al contenimento di un blocco sociale per fini di riproduzione organizzativa e di pura spartizione del potere (come dire, erano in fieri all’epoca, anche a causa di una fase storica non favorevole, quello che sono oggi in atto). Quando hanno potuto liberarsi della zavorra ideologica simil-marxista, con la caduta dell’URSS nell’’89, si è realizzato il loro “regno animale dello spirito”. Dei vecchi tempi resta, a questa gentaglia, quella saccenza culturale elitista che li porta a ritenersi migliori in virtù di una superiorità culturale (esteticamente superiore) della quale si sentono depositari a fronte della rozzezza della Destra e del popolo bue (che loro hanno contribuito a rendere sempre più “tifoso” e sempre meno politicamente partecipativo). Per questa gente tutto il nostro disprezzo, la coerenza è merce rara che non si trova al mercato e per quanto potere e ricchezza possano ancora accumulare resteranno sempre in posizione orizzontale, proprio come i ve…i.

 

Foibe, Napolitano consegna le medaglie d’oro
"Riconoscimento troppo a lungo mancato"

Il presidente ha ricordato "le vittime di una furia che assunse i contorni di una pulizia etnica"
Plauso bipartisan al discorso. Fini: "Belle parole". Commenti favorevoli da Udc e dal vicepremier Rutelli

ROMA – "Un riconoscimento troppo a lungo mancato, un dramma negato per ideologia". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano alla cerimonia dedicata alle vittime delle foibe. Il capo dello Stato ha consegnato oggi una medaglia d’oro ed un diploma ai parenti di trenta italiani uccisi nell’ambito della persecuzione etnica scatenata dalle milizie titine tra Trieste e Fiume alla fine della seconda guerra mondiale.

"Non dobbiamo tacere, – ha detto Napolitano – assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica" il dramma del popolo giuliano-dalmata. E’ stata una tragedia, ha spiegato, "rimossa per calcoli dilomatici e convenienze internazionali"

"Oggi che in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un’amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliano, è la verità. E’ quello del ‘Giorno del Ricordo’ è precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verità", ha aggiunto il capo dello Stato.

Napolitano ha voluto richiamarsi esplicitamente al suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che ne raccoglie l’esempio circa "il dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato" delle tragedie di un intero popolo di istriani, fiumani e dalmati, che al confine orientale dell’ Italia, dopo l’8 settembre ’43, furono vittime di un moto di odio e di furia sanguinaria che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Una tragedia la cui memoria "ha rischiato di essere cancellata" e che invece, ha aggiunto il capo dello Stato, deve essere trasmessa ai giovani nello spirito della legge del 2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo.