newAGGIORNAMENTO (PERVENUTA LA RISPOSTA FINALE DI LA GRASSA A PREVE)

INSERITI SUL SITO WWW.RIPENSAREMARX.IT DUE NUOVI INTERVENTI.

IL PRIMO E’ DI COSTANZO PREVE, ULTERIORE RISPOSTA A GIANFRANCO LA GRASSA (SI RINGRAZIANO GLI AMICI DI COMUNITARISMO PER AVERCI CONSENTITO LA PUBBLICAZIONE).

IL SECONDO E’ DI MAURO TOZZATO, DAL TITOLO " DE PROFUNDIS, MARX RISCOPERTO E POI SEPPELLITO DEFINITIVAMENTE"

MANOVRE DI POTERE (COME FINIRA’ LA DEMOCRAZIA BORGHESE IN ITALIA)*

di Gianfranco La Grassa

Lungi da me voler difendere Tronchetti Provera. Le complicate, e per nulla chiare, manovre che lo condussero ad impossessarsi della Telecom (con un mucchio di debiti ancor oggi assai pesanti), dopo il flop dei dalemiani “capitani coraggiosi” (Gnutti e Colaninno), non depongono affatto a favore della sua limpidezza e cristallinità. E’ un grosso capitalista (diciamo pure del tipo italiano) come tutti gli altri ben noti. Tuttavia, la lotta in corso è preoccupante per il possibile accumulo di poteri in mano al gruppo della SuperIntesa (che è fortemente legata alla finanza americana, come per la verità tutti gli altri nostri gruppi finanziari), di cui il maggiordomo politico è l’attuale disastroso (e pericoloso) Premier, ma a cui si sono ultimamente avvicinati – vista l’aria che tira – anche gli ambienti dalemiani (e D’Alema, quale servo di potenti interessi, è tanto pericoloso quanto Prodi).

L’operazione, come al solito, trova la sua longa manus nella magistratura, che conduce i giochi a “fuoco lento” (va avanti per anni) in modo da porre gli indagati “sotto schiaffo”, con la possibilità di ricatti, “spade di Damocle”, ecc.; si fa il possibile affinché questi si ritirino dalla lotta senza bisogno di arrivare ad uno scontro feroce e aperto che potrebbe provocare ferite pure agli attaccanti. La stessa sostituzione di Tronchetti al vertice della Telecom può oggi essere meglio letta in questa chiave, ben sapendo le qualità mediatorie (ma sempre al servizio di precisi interessi) del sig. Rossi.

La Magistratura ha appurato che gli spiati dai vertici Telecom erano soprattutto Colao e Mucchetti, entrambi uomini di Bazoli (Intesa). Il primo era amministratore delegato (ad) della RCS, proprietaria del Corrierone, e fu defenestrato dopo uno scontro tra il suo protettore, da una parte, e, dall’altra, l’Unicredit (Profumo) appoggiato proprio da Tronchetti, e probabilmente Montezemolo, ecc.: diciamo dal gruppo degli “industriali decotti” (anche se la Fiat è in preda “al miracolo”, continuo a vederla come strategicamente inconsistente). Mucchetti è vicedirettore del Corriere, si pone in antitesi al direttore Mieli in quanto quest’ultimo sta con l’“altro gruppo”, mentre egli è vicino ai vertici della superbanca. Adesso si dice che al Corriere (nel comitato di redazione, immagino) si è preoccupati. Mi auguro che invece di esprimere solo preoccupazione, questi pennivendoli comprendano almeno quali giochi si stanno facendo sulla testa di tutti gli italiani, poiché il superpotere che si cerca di creare – da parte della finanza e della politica, con le solite manovre giudiziarie che durano ormai da quindici anni – è qualcosa che abolirebbe la stessa “democrazia borghese”.

Ricordiamo alcuni fatti, ma tralasciandone altri, fra cui l’incredibile vicenda pro e contro Fazio – con il condimento dei “furbetti del quartierino” (più Unipol, ecc.) – che è stata presentata, come al solito, quale opera di pulizia “etica” degli affari, mentre è stata la pura difesa del più vecchio, corrotto, inetto e servo (degli USA) establishment italiano, che ha accettato a Governatore della Banca d’Italia una diretta emanazione della “piovra” americana di nome Goldman Sachs. Adesso, via via, si capisce meglio tutta la faccenda; e quanto i gonzi italiani si siano fatti irretire dai nostri indecenti media. La magistratura, poi, è il peggio che si possa immaginare quale simbolo della decadenza servile del nostro paese.

Comunque, ricapitoliamo poche cose. L’Intesa tenta di conquistare Capitalia – mentre la magistratura mette in difficoltà e lega le mani a Geronzi (guardate che non mi viene minimamente in testa di dipingerlo come un “cherubino”) – in quanto tale banca ha circa il 10% di Mediobanca che, a sua volta, è il maggiore azionista delle Generali con il 14%; e quest’ultima è il vero obiettivo, essendo il nucleo centrale della finanza italiana e assai rilevante in sede europea. La Capitalia, anche per merito del suo ad Arpe, resiste e l’operazione rifluisce. L’Intesa ripiega sul San Paolo e conclude con successo l’operazione, che non è affatto una fusione (su un piede di perfetta parità, come si vuol far credere) ma, sostanzialmente, una incorporazione (dove Bazoli e l’ad Passera dell’Intesa sono i veri dirigenti).

Poi arriva il piano Rovati (cioè Prodi, cioè sempre dell’Intesa, e sempre con dietro la suddetta “piovra”), tramite il quale si pretende la resa di Tronchetti, lo scorporo della rete fissa da quella mobile della Telecom, con acquisto della prima tramite un’operazione fintamente “pubblica”, portata avanti dalla Cassa Depositi e Prestiti (carrozzone dove si addensano putridi poteri politici al servizio di quelli finanziari) mediante l’utilizzazione di una somma pari a più di un terzo della finanziaria poi approvata. Manovra pesantissima con la scusa di conti pubblici disastrati, che poi si rivelano non essere nient’affatto tali; e i bugiardi lo sapevano fin dall’inizio! Ma avevano bisogno di costituirsi le scorte per le loro malversazioni e attività di potere e corruzione. Il piano “Rovati” viene smascherato in tempo – soprattutto perché lasciava all’asciutto gli ambienti dalemiani, e questi hanno reagito! – e tuttavia Tronchetti, già indagato, viene costretto a lasciare il suo posto a Rossi che conduce l’operazione con più “dolcezza”, riuscendo probabilmente a recuperare i suddetti ambienti dalemiani e situandosi nell’attuale posizione che sembra preludere al definitivo sbaraccamento (forse soffice, se Tronchetti dà prova di “ragionevolezza”) del precedente vertice.

Non ci si dimentica però nemmeno della RCS, e dunque del Corriere, dove Bazoli, come sopra visto, era stato in un primo momento sconfitto e aveva dovuto vedere il suo uomo tolto dalla carica di ad. Gli restava però sempre il vicedirettore del Corriere. E adesso quest’ultimo e l’ex ad Colao risultano essere i principali spiati dai vertici Telecom; e quindi, lo si fa sempre più capire senza tanti giri di parole, da Tronchetti. Il che non sorprende, visto che era in corso una lotta per il potere tra il gruppo facente capo all’Intesa (con vari alleati) e l’altro in cui forse l’uomo principale era Profumo (Unicredit), ma assieme a Tronchetti, Della Valle, Montezemolo ecc. Tutti non si possono attaccare, ma facendone fuori uno si tenta di costringere gli altri a riposizionarsi in modo più malleabile. Lo stesso direttore del Corriere Mieli, che sta attualmente con il secondo gruppo ma che è uomo “di mondo” (non a caso è un ex sessantottino), saprebbe fare bene, suppongo, il “minuetto”, mutando all’occorrenza la “figura di ballo”.

In tutto questo bailamme, Profumo è al momento silenzioso. De Benedetti, apparentemente alleato dello schieramento anti-Intesa, continua a “giocare” alla tessera n. 1 del Partito democratico e fa scrivere ai giornali che vede di buon occhio la sostituzione del “provato” Prodi con Veltroni. Tuttavia, il suo “figliuolo” (Marco) è ai vertici europei del Carlyle Group, “piovra” n. 2, stretta alleata (almeno per come i gruppi capitalistici sono alleati, fino alla prossima occasione di accoltellarsi) di quella n. 1, la Goldman. Sarà quindi sincera la posizione attribuita a De Benedetti o, come i dalemiani, è pronto al compromesso se gli si dà qualcosa? Non la vedo tanto bene per Tronchetti (e nemmeno per Geronzi in altro contesto). I suoi alleati sembrano pronti a lasciarlo al suo destino se si è in grado di raggiungere un compromesso generale che curi gli interessi (contrapposti) di tutti (o quasi). Ma sarà facile un compromesso quando i “padroni” americani ci impediscono di ristrutturare il nostro sistema economico complessivo dando spazio ai settori di punta, dove abbiamo invece poche grandi imprese che vanno un po’ per conto loro? Un sistema del genere è destinato a galleggiare in sostanziale stagnazione, non consente ampi margini per accordi fruttuosi tra i gruppi dominanti.

In ogni caso, il tentativo che è in atto è quello di costituire un forte e grosso centro di potere in quanto agglomerato di finanza, stampa (il principale giornale italiano) e telecomunicazioni; ma con l’intento, ormai non più nascosto, di accaparrarsi intanto la Telecom Italia media (che controlla la 7 e MTV), aggiungendo al potere della suddetta concentrazione anche la TV. E, soprattutto, si continua nelle manovre sempre meno scoperte – in cui si coinvolgono anche settori finanziari francesi: vedi la nomina del presidente di Generali, Bernheim, alla vicepresidenza del gruppo Intesa-San Paolo – di avvicinamento all’obiettivo agognato, che è appunto la grande società di assicurazioni. Sia chiaro che la formazione di una concentrazione di banca (la più grande), assicurazioni (la più grande), telecomunicazioni, stampa e TV sarebbe qualcosa di fronte a cui Berlusconi e Mediaset fanno ridere. Questo era fin dall’inizio l’obiettivo dei “sinistri” imbroglioni che gridavano “al lupo” (Berlusconi). Si sono sempre trincerati dietro il presunto “fascista in doppiopetto” – per tutti si veda lo stupido film di quella “poveretta” di Sabina Guzzanti – per nascondere chi sono i veri accentratori del potere, gli “antidemocratici” (persino affossatori della formale democrazia capitalistica, la democrazia di quelli che arraffano e spogliano il popolo fingendo di amarlo).

Per il momento, teniamo presenti questi fatti e seguiamo (con preoccupazione) gli eventi. E ribadiamo con forza: attenti alla sinistra. Altro che “meno peggio”! Altro che meno servile verso l’egemonia USA (che non è solo quella perseguita con i metodi di Bush)!

 

21 gennaio 

 

*Ho dovuto rallentare il saggetto sul "neoromanticismo" (economico e sociale), ma questi fatti sono da commentare, perché del pericolo sembra che in pochi si accorgano (e meno che meno i sinistri). Non so che cosa se ne facciano del marxismo certi "ortodossi". Evidentemente, questi fatti non riguardano né la "trasformazione" né la "caduta tendenziale del saggio di profitto". Ma nemmeno la "Marx renaissance", evento puramente accademico che imbalsama il poveretto con preziose disquisizioni filologiche, tendenti ad appurare se era più vicino ad Hegel o a Spinoza; se era per la "necessità storica" o per il "materialismo aleatorio", o a non so cos’altro ancora; tutte questioni di "evidente" importanza vitale per "tutti noi".

 

 

DIETRO PRODI LE TRAME OSCURE

L’articolo di Ludovico Festa del Giornale di oggi merita sicuramente un commento “appassionato”. Mi sembra che il giornalista legga bene le trame che si ordiscono alle spalle di Romano Prodi, soprattutto da parte di quella finanza che fino ad oggi lo ha appoggiato ma che lo ha anche bruciato troppo in fretta. Prodi ha mostrato il fianco un po’ a tutti quanti. Come al solito il professore non tiene mai abbastanza il polso della situazione, lo stare tra i giganti lo fa sentire protetto ma poi finisce per essere scaricato non appena la matassa s’ingarbuglia (fedele è sempre il servo non il padrone). La sua sicumera non ammette ripensamenti e lo fa andare alla velocità dei treni fuori controllo, così come accadde nel lontano ’97 quando finì con il sedere per terra, abbagliato dalla sua stessa onnipotenza che lo rende cieco. Le certezze sul futuro del suo I° governo furono accompagnate dalle solite parole fuori luogo “se Bertinotti ha cambiato totalmente idea allora é un suo problema, non un mio problema". Di fatti, il problema non fu affatto di Bertinotti il quale, insieme a D’Alema, diede il ben servito al Professore. Se qualcuno pensa, ingenuamente, che Prodi possa aver fatto tesoro delle esperienze del passato si sbaglia di grosso. Errare humanum est, perseverare autem prodiano. Prodi continua ad agire, alternativamente, in maniera pilatesca o proterva. Volete un esempio della sua doppiezza di bassa lega? Eccovi serviti: prima ha risposto che la base Usa di Vicenza era un “affare” del Sindaco poi, quando lo scenario si è fatto più intricato, ha alzato la voce dicendo che avrebbe deciso lui. Cioè: gli americani avevano disposto già da un pezzo, la colpa è del solito Berlusconi che ha preso certi accordi, mentre lui, appunto, “decide” (si fa per dire) e ratifica come un cane fedele.

Comunque, Festa raccoglie dei giusti sintomi per la sua disquisizione e li scevera secondo uno scenario plausibilissimo. Si parte da D’Alema che esce dal suo solito aplomb e si lascia sfuggire frasi sull’esistenza di un complotto neocentrista contro il governo. Quando “Maximo” mette quel neo davanti alla parola centrista non lo fa per caso. I centristi di sempre hanno davvero poco di nuovo, ma se a questi residuati della prima repubblica si aggiunge l’ingrediente “Veltroni” la ricetta è bella che completa.

Naturalmente ci sono i soliti burattinai alle spalle della politica, i poteri finanziari che stanno riposizionando i loro uomini in funzione di una prematura “dipartita” di Romano Prodi. La nuova convergenza sarebbe quella tra il piccolo establishment montezemoliano, che si appoggia al gallo canterino Paolo Mieli per la diffusione dei propri “editti”, e quello debenedettiano. Entrambi vogliono liberarsi del consunto Prodi per affidare la sorti del governo a Walter Veltroni. Tradotto, tutto ciò significherebbe un po’ meno Bazoli e un po’ più di spago per tutti gli altri “padroncini” che fino ad oggi si sono dovuti accontentare della seconda fila (subendo qualche scossone, come i Tronchetti o i Benetton) o che, come Profumo di UNICREDIT (il vero concorrente di San-Intesa), si sono defilati e sono restati a guardare la “splendida avanzata” Bazoliana.

E così i centristi hanno lanciato segnali positivi in funzione della svolta; l’UDC per bocca di Cesa fa sapere che con il condottiero Veltroni, Berlusconi avrebbe poche possibilità di farcela. E se Cesa ha parlato vuol dire che Casini ha già “sentenziato”.

La preoccupazione maggiore per il potere finanziario (da Bazoli a Profumo, fino al piccolo establishment montezemoliano + De Benedetti) è quella di agire rapidamente (più rapidamente dei propri vicini) non appena la faccia di Prodi andrà in mille pezzi. La San-Intesa gode di una rendita di posizione rispetto alle altre inseguitrici (con Capitalia che, invece, diviene ogni giorno più debole ed una preda succulenta per tutti gli altri predatori finanziari) e cercherà di rispondere prontamente all’attacco, "puntellando" il suo versante politico al fine di preservare gli spazi già conquistati in questi mesi (ovviamente Prodi sarà stato già “sepolto “da qualche altra parte, mentre D’Alema potrebbe diventare il nuovo portavoce).

Con l’indebolimento di Prodi, quindi, si apriranno nuovi spazi di manovra. Quella tra Montezemolo e De Benedetti non è ancora un’alleanza vera e propria quanto piuttosto una convergenza contro un nemico comune, quel Bazoli che fin qui ha goduto delle corvè di un fedele maggiordomo. Alla finestra resta sempre Profumo che però non intende scoprirsi, almeno per il momento. Staremo a vedere.

 

 

LE INGUARDABILI RIFORME

 

All’interno del governo (e della maggioranza che lo sostiene) sono incominciati i litigi sulla riforma delle pensioni. Non credo, tuttavia, che sarà un pratica urgente, per ora se ne parlerà un po’ per vedere se sono possibili margini di manovra e accordi trasversali, soprattutto con i sindacati.

Quest’ultimi ormai rappresentano soprattutto i pensionati e possono calarsi le braghe fino ad un certo punto, comunque cercando sempre di edulcorare in tutti i modi l’amara pillola perchè prima o poi la riforma si farà(il favor legis per i  fondi chiusi rispetto a quelli aperti, essendo i primi gestiti corporativisticamente e quindi appannaggio dei sindacati, potrebbe essere una soluzione per saziare gli appetiti confederali).

I punti sui quali la discussione si fa serrata sono lo scalone voluto dalla riforma Maroni, che ha l’effetto di innalzare l’età pensionabile dai 57 ai 60 anni, oppure la revisione dei coefficienti che avrà l’effetto di decurtare la pensione di un 6-8% (si tratta di un ennesimo invogliamento ad aderire ai fondi integrativi nonostante l’INPS abbia ripetuto che per ora ha i conti in regola). Sia da destra che da sinistra, si parla di una revisione necessaria per calcolare la pensione nel sistema contributivo e Padoa-Schioppa ha fatto già sapere che si tratta di un intervento ineludibile se si vuole assicurare la pensione anche alle nuove generazioni. In realtà, si sta facendo di tutto per rendere il livello delle pensioni talmente infimo da costringere tutti quanti (almeno quelli che possono permetterselo) ad “accedere” ad una pensione integrativa. Già quella faccia di bronzo del Ministro Damiano aveva rivolto un appello, qualche tempo fa, ai giovani, invintandoli a pensare in proprio per il futuro  perché lo Stato non potrà più essere magnanimo come in passato. Ma il problema, caro Ministro, è che con le nuove forme contrattuali flessibili, le quali oltre all’incertezza caustica del rapporto di lavoro hanno avuto l’effetto di ridurre di molto le retribuzioni, diviene praticamente impossibile pagarsi la pensione integrativa. Per altro, se si dà uno sguardo all’andamento dei fondi pensione si potrà notare che questi  garantiscono davvero poco e, al più, restano stabili senza dare guadagni essenziali (ritorna utile il famoso mattone alla Poggiolini che, tuttavia, nulla può contro l’inflazione galoppante). Se poi si pensa al rendimento dei fondi pensioni in paesi dove questi sono già ampiamente rodati (vedi gli Usa) possono venire fuori diverse brutte sorprese: dai meccanismi perversi che aprono una vera e propria guerra tra poveri ( i fondi che finanziano le imprese crescono soprattutto quando quest’ultime annunciano tagli sul personale) alla perdita completa del capitale investito con il fallimento delle imprese stesse (vedi Enron) . Il fatto che a sinistra spingano per questa formula è indice dei più capziosi interessi dei sindacati e delle forze politiche che hanno maggior contatto col lavoro dipendente (tutti attivatesi in questa rincorsa alla costituzione dei fondi, dalle assicurazioni di sinistra ai già esistenti fondi sindacali) che ricercano un solido terreno finanziario per riprodursi (chi non ricorda le infauste parole di Fassino che voleva una banca tutta per sè?) a danno dei lavoratori che si vantano di rappresentare. Nel frattempo c’è tutto un mondo di banche e di affaristi che preme per affrettare i tempi della riforma come le varie merchant bank, le quali hanno già annunciato che innalzeranno il rating dell’Italia non appena il governo agirà sulla spesa sociale, cioè su pensioni e sanità. Proprio su quest’ultima la nuova normativa prevede che il finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale ricada quasi interamente sulle regioni, ad eccezione di una quota gestita a livello centrale (che permette allo Stato di finanziare, ad esempio, gli IRCCS dove arrivano finanziamenti a pioggia perché, siano essi pubblici o privati, c’è sempre da accontentare i soliti centri di potere. Dato che gli IRCCS dovrebbero essere centri di eccellenza e fare ricerche serie, sarebbe interessante verificare se il lavoro che mettono in atto sia sempre di elevato valore scientifico); in secondo luogo il sistema sanitario si baserà sulla complessiva finanza regionale senza più specifici vincoli di destinazione su uno o più tributi.

Il nuovo regime dovrebbe così realizzare l’abolizione dei trasferimenti erariali integrativi alle Regioni a Statuto Ordinario e la sostituzione dei trasferimenti con l’aumento dell’IRPEF fino allo 0,4%, la compartecipazione al gettito IVA del 38,55%, l’aumento della compartecipazione all’accisa sulla benzina fino a 0,13€, la perequazione in funzione fiscale, l’attivazione di un sistema di monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza offerti da ciascuna regione. Tutto questo per ridurre il finanziamento pubblico della sanità fino al 6% del PIL (per questo i tickets aumenteranno ancora)con l’obbligo per le regioni di sanare il deficit pregresso.

Insomma, chi dalla sinistra si aspettava qualcosa di “sinistra” è stato servito. Ha ragione La Grassa quando afferma che la sinistra è quella “cosa” che ha sempre tradito.

 

JAMME JAMME JA’, FUNICULI’ FUNICULA’

(di G. La Grassa)

 

Dal documento promulgato dal “Regio Governo” (riunitosi a Caserta) il giorno 12 gennaio dell’Anno di Grazia 2006: “solo attraverso una robusta e duratura crescita della ricchezza prodotta dal paese è possibile infatti: completare l’azione di risanamento, proseguire nella coesione della società italiana e, infine, colmare i divari di sviluppo e della qualità della vita”. E ancora: “ricerca di una maggiore equità sociale ed intergenerazionale con la piena valorizzazione della famiglia, dei giovani e delle donne”.

Una ventina d’anni fa o giù di lì, quando l’attuale premier era presidente dell’IRI, tale organismo commissionò uno studio di consulenza – riguardante lo stato presente e le prospettive di sviluppo delle FFSS – alla società Nomisma, sempre fondata dal suddetto presidente e oggi premier (a proposito, chi è che parlava di conflitto di interessi?). La società di consulenza in questione sfornò migliaia di pagine che vennero a costare alcuni milioni a pagina. In tale studio erano contenute frasi (ovviamente diverse perché vertenti su un oggetto diverso) dello stesso tenore di quelle sopra riportate; solitamente definite “scoperte dell’acqua calda”, cioè inutilità che di più inutili di così non se ne possono immaginare. Lo “studio” (si fa per dire) di Nomisma destò grande ilarità e commenti maligni (o maliziosi) anche in certi ambienti accademici; e forse un po’ di invidia per la “fortuna” di aver potuto “sgraffignare” un buon gruzzolo di soldi pubblici senza impegnare il cervello e vendendo “fregnacce”.

Si trattava tutto sommato di un peccato quasi veniale, solo un po’ squallido. Qui invece abbiamo a che fare con il Governo del sesto o settimo paese industrializzato del mondo. Qui i soldi che corrono – per mantenere ministri e sottosegretari (con le loro coorti di inutili e inetti consulenti), parlamentari con i portaborse, piccoli “satrapi” locali, corrotte clientele politico-intellettuali sia nazionali che regionali e comunali, industrie (private) decotte assistite pubblicamente, ecc. – sono milioni e milioni di euro (a decine e centinaia). Non c’è più tanto da ridere; si può solo rimpiangere i “bei tempi andati”, quando ogni tanto il popolo assaltava i palazzi del potere, sbudellava un bel po’ di “lorsignori”, e per qualche tempo si respirava aria fresca e si dormiva tra lenzuola linde e odorose di bucato (cioè di pulito). Durava quel che durava, ma era come quando, durante le afose estati di un clima continentale, arrivano violenti temporali; per due-tre giorni si vive meglio e con una nuova carica di energia dopo l’oppressione del caldo umido. Sputaci sopra!

In questo paese pieno di ottusi buonisti, di mammoni, piagnoni e trafficoni, ancora non si vede formarsi all’orizzonte la tromba d’aria che farebbe un bel repulisti. Però continuiamo a sperare; così almeno, secondo il famoso detto, “moriremo cantando”. Intanto, osserviamo questi sciatti e scialbi mammiferi aggirarsi nei meandri del “potere”; e accumuliamo nei loro confronti l’antipatia irriducibile che magari, chissà, un giorno potrebbe tornare utile. Mi piacerebbe anche odiarli – perché è un sentimento più elevato, più nobile – ma come si possono odiare dei “puzzoni e fetentoni” simili? Per non schiattare, è meglio “astrarsi” e assumere un atteggiamento da entomologhi. Proviamoci!        

 

E’ bene chiarire un punto importante (che va oltre questo breve “sputazzo”). Sono fortemente critico della sinistra per due motivi: uno contingente, l’altro generale. Il primo è rappresentato dal fatto che essa è adesso al Governo; e sta compiendo un’occupazione di tutti i posti di potere (politico-istituzionale) che ha del pericoloso. La sinistra ha gridato per anni al lupo (Berlusconi), per il ben noto motivo che chi così strilla lo fa perché è lui il lupo. La sinistra ha alle spalle i veri registi, quelli che si muovono dietro le quinte: un complesso di interessi in specie finanziari che cercano, in lotta fra loro, di dar vita ad un potere pervasivo, cui dovremmo tutti diventare succubi e marionette. Si tratta di interessi finanziari italiani (in evidenza al momento quelli che si raggrumano intorno all’operazione Intesa San Paolo con i loro tentativi di controllare le Generali); i quali, a loro volta, sono dipendenti dai ben più potenti interessi egemonici americani. Anche questi ultimi hanno al momento una punta di lancia (comunque in più chiara esposizione): la Goldman Sachs, una “piovra” di fronte alla quale la nostra (cioè la mafia) fa sorridere.

Il secondo motivo, più generale, per cui la sinistra va attaccata senza remissione è che, storicamente, è sempre stata la fucina del tradimento e del rinnegamento di ogni principio e valore in nome del puro potere “al servizio di”; sempre e comunque delle classi dominanti di ogni data epoca. La sinistra esplica il suo servizio con modalità particolarmente utili a queste classi perché inganna e devia le potenzialità delle forze che dovrebbero ergersi contro di loro. La sinistra italiana odierna non fa eccezione; costituita da “riformisti” e “radicali” (con classico gioco delle parti), essa è eminentemente reazionaria e prona ai voleri degli ambienti (sub)dominanti più corrotti e succubi dei (pre)dominanti centrali (USA). Non è conservatrice, anzi sfoggia la massima volontà modernizzatrice, in fatto di costumi e di antiquate tradizioni della società italiana; è reazionaria in quanto al servizio dei gruppi di potere economico più arretrati e parassitari (che denomino GFeID: grande finanza e industria decotta), quelli quindi più voraci e succhiatori del sangue e del lavoro della maggioranza della nostra popolazione; gruppi che trattengono una congrua percentuale dell’“ingurgitato” per sé, svolgendo però le loro funzioni ai fini della prevalenza dei dominanti centrali.

La destra attuale non ha tuttavia alcuna funzione alternativa in senso positivo; essa è semplicemente ottusa e rozza nella sua pretesa di servire gli stessi dominanti centrali. A tal proposito punzecchia i (sub)dominanti italiani, vorrebbe ingraziarseli, tenta di raccogliere il malcontento provocato dagli errori o dalla eccessiva smania divoratrice di questi ultimi, ma non ha alcuna capacità unitaria, nemmeno al fine di preservare un minimo di coordinamento tra le sue varie cosche in lotta, cercando la mediazione fra di esse (così come fanno quelle di sinistra). E’ quindi sempre obbligata a vivere degli errori altrui e del suddetto malcontento che i (sub)dominanti, ormai scatenati alla guisa di sanguisughe, provocano (almeno nella stretta contingenza dell’ultimo periodo).

Per questi motivi, esposti in estrema sintesi, la destra va certo tenuta “sotto osservazione”; e di essa non è certo il caso di sottovalutare il becero razzismo, la grettezza clericale, una non sottile e non più sotterranea rivalutazione del veterofascismo, ecc. Tuttavia, proprio questa arretratezza eminentemente culturale – politicamente assai poco efficace – la rende meno pericolosa sulla media distanza (la destra ha insomma “meno fiato”). Anche il suo forsennato filoamericanismo e filosionismo non può ben attecchire nella nostra società, in specie nei ceti che esercitano l’egemonia culturale; e la metterà completamente a terra fra due anni, se si precisasse l’attuale cambiamento “d’umore” statunitense con una vittoria democratica alle presidenziali. In definitiva, non vedo motivo di mutare l’atteggiamento di prevalente critica della sinistra (oggi per di più governativa) che tengo da tempo. Non dimentico la destra, ma sono convinto della maggiore pericolosità della sinistra al servizio dei peggiori gruppi di (sub)dominanti capitalistici italiani, schiacciati sulle posizioni dei (pre)dominanti gruppi imperialistici americani; e, se i democratici vincessero le presidenziali, e se dunque gli USA perseguissero una differente strategia imperiale (egemonica), la pericolosità della sinistra ne verrebbe enfatizzata. E’ perciò meglio giocare d’anticipo.

Come ultima ciliegina, non dimentichiamo mai che la sinistra è un misto di untuosi ex democristiani (quelli proprio preteschi, ben interpretati dall’untuosità parrocchiale di Prodi) e di spocchiosi rinnegati del fu “comunismo” (che non era nemmeno comunismo, ma onnivoro statalismo). Si tratta della più nefanda “specie” umana, senza dignità, senza morale, senza sentimenti, senza nulla di nulla; degli autentici robot costruiti per favorire il potere dei dominanti più pericolosi: quelli parassiti e subordinati ad altri dominanti più forti di loro. Sono però robot in cui è stato inserito un software “buonista”; recitano le più melense trame da romanzo “rosa”. Ascoltate bene il loro rappresentante più “puro”: Veltroni. Non dice nulla di fuori posto, nulla che non sia “vero”, della verità dell’ovvio, del generico, del sempre identico, dell’assenza di ogni novità. Nulla deve sortire un effetto di sorpresa, tutto deve corrispondere alla medietà della sedicente “Coscienza Comune”. Rabbrividite! E diventate cattivi. E’ l’unico modo per guastare il programma di queste macchine infernali fabbricate per addormentare, appiattire le menti individuali, renderle un deserto dove non possa allignare più alcuna opposizione, alcun sussulto di sdegno per le porcherie che questi “grovigli elettronici” (agenti nella sfera economica, politica, culturale) ci ammanniscono giorno dopo giorno. Ripristiniamo la nostra umanità; senza u maiuscola, per carità!, poiché l’enfasi (dell’ipocrisia) va lasciata ai “buonisti” di sinistra.

 

14 gennaio

UN COMMENTO CHE MERITA UN POST (di Anonimo)

Memoria storica…..
I "VERDI" VARIOPINTI
Fiori avvizziti del "capitalismo di distruzione";

una specie di marijuana del periodo decadente

Il 19 aprile 1985, in piazza Diana di Comiso, mentre la nota pacifista inglese (di Liverpool) "Patricia" si incatenava alla balaustra della fontana per protestare contro gli arresti di domenica 7 aprile, giorno di Pasqua, abbiamo avuto uno scontro polemico con un gruppo di "Verdi", tutto indaffarato a raccogliere firme per la presentazione di una lista locale alle amministrative del 12 maggio. La polemica è stata breve ma molto aspra e, come avviene in questi casi, poco chiarificativa. Riteniamo, quindi, opportuno ritornare, con "calma", sull’argomento ed esaminare chi sono e cosa vogliono i "Verdi" nostrani.
Dato che i "gruppi verdi" sono un caleidoscopio politico, nella presente analisi critica assumiamo come punto di riferimento o carta di identità dei "Verdi", il "progetto di società del futuro" proposto da Franco Nocella e Dino Tafuto (entrambi del direttivo nazionale della "Lega per l’Ambiente") all’inizio di gennaio nel giornale "I Verdi" (progetto che peraltro si riallaccia ai deliberati del congresso "verde" di Urbino del 1983). In questo documento si premette che, mentre "i santoni della politica guazzano nel presente, i verdi guardano al futuro" aspirando ad una società "solidarista, pacifista, libertaria" ed operando con la parola d’ordine "agire localmente pensare globalmente". Già questa sola premessa consente di cogliere la fisionomia dei "verdi": socialimperialisti variopinti alla ricerca di un impossibile "sano sviluppo industriale". Ma vediamone i tratti fisionomici nei particolari, passando in rassegna i fiori all’occhiello, sfoggiati dalla "cascata Verde che dilaga in Europa", come con fanciullesca prosopopea essi amano presentarsi nel citato documento.

1°) Il primo fiore all’occhiello è che il "Movimento Verde trae il modello di società dall’opposto delle tendenze capitalistiche". Per cui se il capitalismo produce disastri ecologici, guerre, disgregazione sociale, il Movimento Verde rivendica "equilibrio ecologico", "cooperazione internazionale", "autogoverno popolare". Il capitalismo è brutto e degenere, i "Verdi" hanno trovato la cipria per renderlo accettabile.

2°) Il secondo è che l’"equilibrio ecologico" richiede tecnologie leggere, consumi sobri, cooperazione sociale. Tutti modi di dire per mascherare la logica capitalistica che è impiego di ogni tecnologia profittevole e sfruttamento massimo.

3°) Il terzo è che l’"equilibrio ecologico" non deve far dimenticare il pericolo nucleare e i conflitti militari, per cui bisogna perseguire il "disarmo militare", la "redistribuzione mondiale delle risorse", la "smobilitazione della potenza degli Stati"; il tutto mediante una "federazione internazionale di popoli". Tanti paroloni per coprire la corsa al potenziamento tecnologico degli eserciti e il militarismo imperialistico.

4°) Il quarto fiore all’occhiello è che il modello di società dei "Verdi" si fonda sull’"autogestione", articolata sul "principio di decisione" (ogni decisione viene presa da chi vi è direttamente coinvolto), sul "principio di esecuzione e di controllo" (la delega viene ristretta al necessario), sul "principio di confronto e arbitrato" (i conflitti vengono decisi equamente) omogeneizzata dalla "pianificazione democratica" che dovrebbe realizzarsi con una "rivoluzione culturale". Un coktail eccezionale di misture anarcoidi, socialdemocratiche, culturaliste.

5°) Il quinto è che la società deve costruirsi nel consenso con "strutture di autogoverno decentrate ed egualitarie", perché la democrazia rappresentativa è, secondo loro, in crisi per la ristrettezza dei suoi canali rispetto alla "domanda politica di base". I "Verdi" si pongono, quindi, come nuova terapeutica alla crisi del sistema politico.

6°) Il sesto è che l’autogoverno popolare deve basarsi su "unità di base" e "comuni territoriali", integrati in "un circuito reticolare", sulla democrazia diretta, ripartendo "equamente il lavoro", sulla riorganizzazione dello spazio, costruendo "città dei cittadini". A parte il "circuito reticolare", che lascerebbe pensare a un fantasioso rintanamento dello Stato nelle amministrazioni locali, non si vede come dove e quando si possa dare lavoro ai disoccupati o case agli sfrattati senza distruggere il capitale e lo Stato.

7°) Il settimo è che il capitalismo è in crisi "per la crisi del segreto"; per cui la formula dei "Verdi" è "autogoverno più comunicazione". Una formula che si commenta da sé.

8°) L’ottavo e ultimo bocciolo è che la "pianificazione deve essere continua e circolare" e basarsi su tre regole: la "autoregolazione spontanea", la "regolazione contrattuale", la "regolazione autoritaria". Un altro miscuglio di misture anarcoidi, democraticistiche, tecnocratiche; per coprire il fatto che l’unica "pianificazione" possibile è solo quella che viene attuata dal capitale monopolistico e multinazionale.

Dunque la "cascata verde" assomiglia molto a una palude imputridita. Dalla società imperialista non si esce che col comunismo. Ogni diversa proposta, progetto, ecc., di modello sociale è uno squallido tentativo di incerottare il "capitalismo distruttivo". E ci pare di potere definire questi "verdi" una "droga leggera" del nostro tempo.

(da RC Sud n. 63 del 30/4/1985)

I GIGANTI DEL MERCATO NELLA MORSA DI LILLIPUT (di M. Tozzato)

L’articolo che segue, uscito su “il manifesto” dell’11 gennaio 2007 rappresenta un tipico esempio

di quella retorica movimentista dei forum sociali, apparentemente frutto di fantasie e costruzioni immaginifiche del tutto risibili  che in realtà nasconde, però, lo strutturarsi, sempre in nicchie molto limitate, di forme marginali e parassitarie di organizzazione economica che con la scusa dei buoni sentimenti solidali mirano proprio ad inserirsi in specifiche pieghe di quel mercato globale di cui si professano critici. Da domani insieme al settimanale “Carta” dovrebbe uscire un libro sul problema della privatizzazione dei servizi pubblici e del suo fallimento negli ultimi quindici anni in Italia. Non dubito che vi si  potranno trovare informazioni interessanti, ma sicuramente non mancherà una  reale e interessata proposta, mascherata da retorica “buonista”,  alla GFeID (Grande Finanza e Industria Decotta) da parte dell’area dell’”impresa sociale” per ricevere quelle attenzioni e quegli spazi che essa probabilmente merita come puntello dei dominanti. Questo supporto può articolarsi in varie maniere  a partire dall’economia “low cost”, nelle sue varie forme, per proseguire con forme cooperative sociali (ultradefiscalizzate) che a partire da attività legate, in massima parte agli enti pubblici, di fornitura di servizi produttivi a basso costo si sono allargate alla gestione di spazi marginali, ma non del tutto, del consumo, della distribuzione, del credito  collettivo decisamente importante in un società superprecarizzata e con livelli di reddito medio-bassi sempre più differenziati.

 

Mauro Tozzato    12.01.2007  

 

 

I giganti del mercato nella morsa di Lilliput

 

L’egemonia del pensiero neoliberista alle prese con la crescita e la diffusione dell’economia solidale

 

Jean-Louis Laville

 

Nei trent’anni di forte crescita economica del dopoguerra (1945-1975), la socialdemocrazia europea ha confidato nella possibilità di un progresso sia economico che sociale, ma il compromesso che ha realizzato ha avuto due punti deboli di fondo. Il primo è stato riconoscere il monopolio della creazione di ricchezza all’economia di mercato. La crescita dei mercati doveva essere massimizzata per favorire le politiche di redistribuzione. In altre parole, la possibilità di politiche di solidarietà era indicizzata alle prestazioni dell’economia di mercato. La seconda debolezza è stata, nell’ambito del welfare state, la posizione degli utenti, a cui da un lato veniva garantito l’accesso ai servizi grazie alla gratuità o alla modicità dei prezzi praticati, ma che dall’altro venivano esclusi dalla concezione dei servizi loro destinati.

Negli ultimi anni l’offensiva neoliberista, confortata dal crollo dei regimi del socialismo reale, si è presentata come una politica senza alternative percorribili e si è appoggiata su queste due ambiguità. Si è sostenuto è che il potenziale dell’economia di mercato era bloccato da un insieme di regole paralizzanti. Le politiche tipiche della fine del ventesimo secolo si sono affidate ai meccanismi di mercato per sostituire regolamentazioni considerate troppo rigide.

Ma quando si pensava di assistere al trionfo culturale del capitalismo e che lo Stato sociale avesse perso gran parte della sua legittimità, una moltitudine di iniziative sono apparse praticando comportamenti solidali nelle attività economiche quotidiane: creazione di nuovi servizi e forme di scambio, produzione, commercio, consumo, risparmio. In tutti i continenti, si moltiplicano le esperienze collettive di agricoltura biologica, commercio equo, consumo responsabile, energie rinnovabili, microfinanza, monete sociali, servizi di prossimità, turismo solidale. Si riallacciano a un progetto di trasformazione dell’economia a partire dal coinvolgimento dei cittadini, e da qui viene lo stretto legame tra i movimenti «altermondialisti» e il riconoscimento delle iniziative solidali. Non è un caso se i dibattiti dei Forum sociali, mondiali come locali o continentali, concedono un spazio sempre più grande a questa «altraeconomia», poiché si tratta di legare la contestazione politica della globalizzazione attuale con le pratiche di cittadinanza economica. Si tratta di smantellare il riduzionismo che interpreta ogni forma di economia a partire dal solo interesse materiale, pur riconoscendo la legittimità dell’economia di mercato.

Lo studio storico ed empirico dei fenomeni economici ha messo in evidenza la loro realtà plurale. Questa diversità va rafforzata attraverso vari strumenti; ad esempio aprendo il servizio pubblico all’espressione dei cittadini che ne sono gli utenti, eliminando le discriminazioni negative di cui sono vittime le associazioni, e facendo posto nella legislazione alle imprese in cui la proprietà non appartiene ai detentori del capitale, ma alle persone che partecipano alle attività. Allo stesso tempo, è necessario inquadrare il mercato in un sistema di regole riguardanti la giustizia e i diritti sociali; così, ad esempio, il commercio equo, attraverso la «Rete europea delle botteghe del mondo», ha proposto un piano d’azione internazionale per le materie prime agricole.

Si aprono così nuovi campi d’intervento per le politiche pubbliche a livello europeo, nazionale e locale. A livello europeo, i poteri pubblici dispongono di uno strumento importante nella forma dei mercati legati alle commesse pubbliche, che rappresentano il 15 percento del prodotto interno lordo dell’Unione: le clausole sociali e ambientali potrebbero essere promosse, invece di accettare come unico principio la concorrenza sui prezzi più bassi. A livello locale, le politiche economiche regionali non possono accontentarsi ad attrarre imprese che si insedino sul proprio territorio; vanno sviluppate nuove politiche a favore dell’economia solidale, capaci di rimediare alle discriminazioni negative di cui sono vittime molte attività che uniscono creazione di posti di lavoro, coesione sociale e democrazia partecipativa. Inoltre è necessario che il messaggio ideologico principale del liberismo – che solo il mercato capitalistico è creatore di ricchezza e di occupazione – venga rimesso in discussione dai politici e dai rappresentanti dei cittadini nelle istituzioni.

Ciò che importa è che, dopo le delusioni delle alternative di sistema e i limiti incontrati dalla socialdemocrazia, si affermi una nuova concezione del cambiamento sociale. Per caratterizzarla, possiamo far riferimento al sociologo socialista Marcel Mauss che, nella sua «critica del bolscevismo», opponeva al volontarismo destinato a sfociare nel totalitarismo, dei cambiamenti che «non impongono assolutamente alternative rivoluzionarie radicali, scelte brutali tra due forme di società contraddittorie», ma che «si fanno e si faranno attraverso processi di costruzione di gruppi e di istituzioni nuove accanto e al disopra delle precedenti». E’ in questa direzione che occorre andare per un’opposizione coerente agli effetti devastanti del capitalismo contemporaneo. La democrazia non saprebbe sopravvivere in una società di mercato. Il nostro futuro è legato alla possibilità di un’economia pluralista con il mercato, cioè alla capacità di non sottrarre più le decisioni economiche alla deliberazione dei cittadini.

LA "SINISTRA" REGGIA DI CASERTA (di G. La Grassa)

A parte il fatto del tutto ridicolo, e anche un po’ insultante, di un governo sedicente democratico e progressista (con tutte le sue componenti dette radicali) che si riunisce alla Reggia di Caserta, è il caso di ripetere C.V.D, come avevo intitolato un recente pezzo. La commedia delle parti è continuata imperterrita. Dall’agenda del conclave, all’inizio nutrita, è stato via via tolto quasi tutto. Si è straparlato della nuova crescita, quando – lo ripeto anche se so che è noiosissimo – secondo i dati forniti da “lorsignori” il Pil, che si sostiene essere cresciuto nel 2006 dell’1,7%, è previsto all’1,3 per il prossimo anno. La Germania, che doveva essere la nuova locomotiva trainante del “mondo occidentale”, è data al penultimo posto (noi siamo all’ultimo) con l’1,5. Appena un po’ meglio Francia, Spagna, Inghilterra, ma sempre con tassi da sostanziale stagnazione. Gli USA, com’è ormai ammesso da tempo, sono in fase di arresto, che potrebbe anche tradursi in vera crisi. Restano la Cina (dall’11 al 9) e l’India (dall’8 al 6). Insomma, un anno di arretramento generale; eppure, mistero, Prodi afferma (nella Reggia dei Borboni; forse per questo gioca al Pulcinella) che dal risanamento dei conti (imbroglione e bugiardo!!) si passerà alla crescita. E’ meglio lasciar perdere perché non si possono trovare i termini adatti per insultarlo a dovere.

Del resto, sempre CVD, si lascerà perdere pure la riforma delle pensioni. Naturalmente, con i “radicali” che gonfiano il petto e i “riformisti” che bofonchiano per mantenersi in esercizio onde poi riprendere a lamentarsi fra un po’. D’Alema – “grande riformista” nemmeno due mesi fa alla riunione della fondazione “Italianieuropei”, cui partecipò Montezemolo (vi ricordate il mio intervento “Il gatto e la volpe”?) – ha dato soddisfazione ai “radicali”, chiudendo la bocca a Fassino e invitandolo a non parlare più di “Fase due”. Quest’ultima è invece mantenuta in caldo (diciamo “in tepore” lieve, lieve) da Rutelli e altri margheritisti. Il “Corriere”, organo della RCS (e della GFeID), nonché fanfara di tutti i “riformisti” (buffoni e guitti), ha accolto benevolmente (appena qualche corrugamento di fronte) il conclave di Caserta. Comunque, si rifarà fra qualche tempo. Vedrete che questi “riformisti” – politici e confindustriali; e, dietro a loro, gli organismi europei, il FMI, ecc. – riprenderanno a dire che le riforme sono inevitabili, reingaggiando il finto duello con i “radicali”, così utile a mantenersi “tutti insieme appassionatamente” nei cadreghini conquistatati (ormai quasi tutti, a tutti i livelli, e in tutti gli organismi istituzionali, massmediatici, militari, finanziari, ecc.).

La destra continua anche lei nella recita; vince…. nei sondaggi, e si guarda bene dallo spingere il piede sull’acceleratore. L’UDC cerca disperatamente il pertugio da cui poter infilare la strada per avvicinarsi agli “avversari”; la Lega vuol vedere se da Caserta non esca qualche filo di speranza per la sua ossessione federalista. Uno spettacolo che vorrebbe essere divertente – più o meno come il famoso tormentone “vieni avanti cretino” dei fratelli De Rege – ma che è invece ormai noioso. Perfino avvilente, direi; ma sembra che pochi se ne accorgano. E allora, per carità, “abbozzo” anch’io, e mi metto a parlare d’altro. Non oggi però.   

 

LE "CORTI" OCCIDENTALI

 

Iniziamo il resoconto odierno dal vergognoso attacco americano alla Somalia che ha incontrato solo i rimbrotti poco convinti dell’UE. Si è parlato impudentemente di pericolosità delle azioni unilaterali americane ma nessuno ha avuto il coraggio di chiamare questo d’atto di guerra con il suo nome. Soprattutto, l’inanità della Comunità Internazionale è tutta nelle sue vacue richieste di apertura del dialogo per pacificare la Somalia. La domanda sorge, allora, spontanea, come si sarebbe detto una volta. Quali dovrebbero essere gli interlocutori di questo dialogo? Forse i signori della guerra che per 15 anni hanno diffuso il terrore e la morte tra la popolazione civile somala? L’attuale Governo provvisorio di transizione che a stento riesce a controllare gli appetiti delle varie fazioni che lo compongono e che ha applaudito al bombardamento del suo territorio da parte di forze straniere? Oppure, ancora, il governo etiopico che “temendo” per i propri confini si è spinto con i propri eserciti nei villaggi controllati dalla Corti Islamiche, per combattere il terrorismo (sic!)?

Naturalmente, neanche a dirlo, gli unici esclusi a priori da un eventuale tavolo di conciliazione sarebbero proprio le Corti Islamiche, quelle stesse Corti che grazie al sostegno popolare erano riuscite a scacciare i signori della guerra (sponsorizzati dagli USA) e ad assicurare un minimo di ordine e di pace sociale in una Somalia in preda alla famelicità dei trafficanti di armi e di materie prime. Ma certo noi democratici non possiamo prendere in considerazione tali aspetti "secondari" visto che il problema non sono mica le armi o i morti per l’accaparramento delle materie prime. Quello che più ci preme e che le donne non siano costrette ad indossare il velo e che non si sia obbligati a piegarsi in ginocchio alle cinque del pomeriggio orientati verso la Mecca. Bisogna essere democratici, di una democrazia impacchettata che si vende in tutti i migliori supermercati nostrani e con una bella etichetta a caratteri cubitali che recita: “democrazia garantita made in USA”.

Questo è il vero discrimine tra il male ed il bene, tra i buoni e i cattivi. E dato che oggidì la moralità di un governo si definisce, non in base alle azioni che compie o a quello che fa per la propria collettività e per renderne più liberi i cittadini, ma in base alla fedeltà al padrone americano, è chiaro che alla fine la soluzione migliore sarà quella che garantirà il mantenimento degli assetti di potere che meno inficiano il percorso americano verso il dominio incontrastato del mondo. Un mondo ad una dimensione, con un solo popolo eletto e tutti gli altri con un bel culo a stelle e strisce.

Il governo italiano non fa difetto in questa supinità “paneuropea”. Anzi si distingue per maggiore servilismo, del resto, la chiacchiera è l’ingrediente che più abbonda nella ricetta del centro-sinistra da quando guida il paese. D’Alema, sornione pacato qual è, ha colto l’occasione per mettersi un po’ in vista con la solita mellifluità che lo contraddistingue. Si è detto contrario alle azioni unilaterali che non hanno il sostegno della comunità internazionale (come se per gli americani costituisce un problema il farsi autorizzare ex-post, Iraq docet). Stai tranquillo “Maximo”, vedrai che prima o poi ci sarà qualche risoluzione ONU che autorizzerà gli americani a fare quello che vogliono, come è di norma in questi tempi bui. Ma il doppio gioco dalemiano fa il paio con quello di tutta la compagine di governo che non è andata al di là di definizioni aleatorie senza alcuna condanna esplicita per il “gendarme” del mondo. E’stato molto più facile per loro parlare di azione scriteriata. Ma un’azione ha sempre un esecutore, come si può condannare un atto senza farne ricadere la stessa sostanza criminale (se valutata tale) sull’attuatore? Potenza del linguaggio post-moderno che appesta i loschi figuri al governo.

Ma andiamo avanti con l’immonda narrazione dei fatti da parte dei media di "Casa Italia". Siccome sono ancora un po’ illuso ho guardato il TG3 sperando che le notizie fossero meno filtrate dalla cortigianeria filoamericana che abitualmente agisce in tutti gli altri telegiornali nazionali. La notizia di apertura era questa: “Gli americani bombardano Al Quaida”. Al che mi sono chiesto, ma dove si troverà mai questo ameno paese? Che cazzo vuol dire che gli USA bombardano Al Quaida? Un tempo si bombardavano i paesi, i ponti, le case ecc. Oggi si bombardano le entità! Potenza delle armi massmediatiche dell’impero.

Dopo questa digressione sugli affari internazionali uno sguardo anche agli affari di casa nostra. Non si può certo non sorridere per la frequenza con la quale Prodi chiama i suoi a raccolta ultimamente. Ma che gli dirà mai? E’ scontato che queste iniziative le prendi per risollevare il morale alla truppa, o per evitare che qualcuno si faccia solleticare troppo dalle trame che si ordiscono solitamente alle spalle dei comandanti poco amati. E Prodi non è così tanto amato dai suoi. Per questo non ha nascosto la sua intenzione di escludere dalla Reggia di Caserta i leader di partito.  Molti di questi vorrebbero candidarsi a prenderne il posto prima che l’estesa terra bruciata intorno a lui impedisca il fiorire delle loro supreme aspirazioni: da Veltroni a D’Alema da Rutelli a Marini ecc. ecc. hanno tutti lo stesso sogno. E venderebbero madri e consorti per vederlo realizzato. Ma Prodi è ancora molto forte, gode di "sana costituzione finanziaria" ed i suoi amici della GF e ID possono dirsi abbastanza soddisfatti del lavoro che il professore bolognese ha fatto per loro. Certo di questo passo non potrà durare ancora tanto a lungo, il malumore che ha colpito i lavoratori del cosiddetto ceto medio comincia a farsi strada anche tra gli strati più bassi della popolazione che non hanno avuto alcun vantaggio da questo governo di centro-sinistra. Anzi, iniziano a levarsi alti lai anche a sinistra per un supposto riformismo lasciato nel cassetto dei desideri. Questo riformismo reazionario invoca a gran voce le riforme di “struttura”: dalle pensioni, alla sanità, al mercato del lavoro. Tali (contro)riforme si fanno sempre a danno dei ceti sociali più svantaggiati. Staremo a vedere, per ora l’acqua sembra ancora cheta ma potrebbe straripare senza preavviso.

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