LA (FALSA)SUPREMAZIA DEL CAPITALISMO FINANZIARIO (a margine di un articolo apparso su COMEDONCHISCIOTTE di James Petras)

 

Purtroppo, a più riprese, sui vari fogli on-line della sinistra antiglobalizzazione e anticapitalistica appaiono analisi e disquisizioni sull’imminente caduta dell’impero americano, schiacciato sotto il peso della finanziarizzazione della propria economia che, a quanto pare, starebbe generando una serie di bolle speculative da crollo stile ’29. Ammesso e non concesso che ciò possa verificarsi, e che, come già successo in passato, i danni di tale cataclisma finiscano per scaricarsi soprattutto sui paesi direttamente legati all’economia Usa (più che sul paese in questo momento dominante), non è l’esplosione di bolle speculative che annuncia la fine della supremazia americana nel mondo o la inesorabile caduta del sistema capitalistico. Queste analisi apocalittiche sull’irreversibile ultimo stadio finanziario del capitalismo  (le quali fanno il verso alle ormai vetuste, nonché contraddette dalla storia, analisi del superimperialismo dei monopoli) dimenticano che già nel ’29 non si verificò nessuna caduta del capitalismo ma una rimodulazione e uno spostamento di equilibri tra gli agenti dominanti capitalistici. Per quanto le cadute delle maggiori borse internazionali determinarono il fallimento di banche e industrie in tutto il mondo e bruciarono i risparmi di tante persone, la crisi non ebbe gli stessi effetti per tutti e c’è chi continuò ad arricchirsi e ad accumulare(processo che continuerà ad accentuarsi durante e dopo la guerra) tra il disastro dei più. La situazione si risolverà solo alla fine della II guerra mondiale (passando attraverso vari fascismi) dalla quale emergerà il nuovo ordine bipolare Usa-Urss.

In tale visione, l’errore più grave è nel considerare la momentanea supremazia del capitale finanziario come antitetica al più lungimirante capitalismo industrial-produttivo. Tuttavia, se si abbandona questa prospettiva e si pensa al capitale finanziario come indispensabile per procurarsi le merci di cui ci si deve servire per apprestare le strategie del conflitto, si comincia ad illuminare la notte delle vacche bigie. Tenendo ben presente che gli agenti strategici finanziari sono parte integrante del conflitto interdominanti, che le classi finanziarie dei vari paesi possono avere composizione e obiettivi diversi, si può più facilmente intuire che mentre, ad esempio, in Italia le stesse sono incapaci di approntare strategie aggressive e di lungo periodo (anche all’interno dell’Italia medesima) facendosi appoggiare dallo Stato per raschiare il fondo del barile, la classe finanziaria americana è indispensabile al mantenimento della supremazia monocentrica statunitense. Le imprese cosiddette produttive, quelle che trasformano dati input in dati output, hanno bisogno di risorse finanziarie per l’acquisto di materie prime e mezzi produttivi, e più innovativi sono i prodotti che si ricercano e si realizzano, più queste risorse devono essere grandi.

E’ chiaro che essendo questo sviluppo non omogeneo ed orientato al conflitto, si succedono fasi più o meno acute di crisi, dovute alla lotta interdominanti all’interno del proprio campo geografico di riferimento(differenti strategie di dominio che si confrontano/scontrano in ambito nazionale) ma tutte con l’obiettivo “esterno” di conquistare vaste zone d’influenza e di maggior controllo delle risorse. Da questo punto di vista, dunque, senza la finanza che reperisce risorse, nessuna attività produttiva sarebbe possibile, e, soprattutto, su una scala vieppiù crescente, non sarebbe possibile la spudorata ingerenza negli affari altrui attraverso la sfera finanziaria, visto che non a tutti si può dichiarare guerra. Il capitalismo non si può, allora, snocciolare per stadi successivi e lineari, per cui dal primo stadio accumulativo e produttivo, si giunge, quasi per un’ ineluttabile necessità di sviluppo intrinseco, ad uno stadio di stagnazione e decadenza che coincide col predominio del capitale finanziario. Occorre, invece, pensare questi passaggi come complementari, benché mutevoli e legati a diverse strategie più o meno aggressive e più o meno efficaci, che cambiano da paese a paese (da quelli dominanti a quelli semicentrali, o addirittura non centrali). Per quanto produzione e finanza finiscano per autonomizzarsi l’una dall’altra, danno entrambe vita ad imprese che “lavorano” e producono output di diverso tipo, indispensabili gli uni agli altri. Sia i marxisti che gli economisti di sistema hanno sempre pensato che c’è un limite alla supremazia finanziaria oltre il quale l’impresa produttiva si spegne o viene strozzata nella sua capacità di creazione di valore, ma si tratta di reversibilità congiunturale e mai di irreversibilità stadiale. C’è qualche elemento di verità in questo, basti pensare all’Italia di questi ultimi anni, ma ciò che vale per l’Italia non vale per gli Usa (il paese centrale) dove la finanza non succhia meramente energia allo Stato e va letteralmente alla conquista del mondo. Allora la miopia di queste analisi, che colpisce tanto l’economia ufficiale quanto quella critica, è legata soprattutto ad una prospettiva economicistica che pensa il capitale finanziario, non in combutta, ma in contrapposizione alla “produzione pura”. L’eccessiva finanziarizzazione non consentirebbe all’imprenditore di ottimizzare la combinazione dei fattori produttivi, o di innovare con facilità, o di ottenere il massimo con le risorse disponibili, tuttavia distaccandosi da tale razionalità strumentale e assumendo come chiave di lettura teorica la razionalità strategica, si può uscire da questo vicolo cieco, che paventa, a periodi alterni, catastrofi e collassi da ultima spiaggia. Obiettivamente è proprio tale dinamismo che impedisce la putrescenza del capitalismo, le funzioni decisive non sono legate né alla direzione dei processi produttivi né alla proprietà dei mezzi di produzione. Certo queste ultime funzioni sono importanti, la caratteristica del capitalismo è proprio quella di penetrare con le sue contraddizioni nella sfera economica, laddove, in altre epoche, il conflitto penetrava soprattutto nella sfera politica. Ciò non toglie, però, che il punto di condensazione “determinante in ultima istanza” non è l’economia in sé stessa, bensì il conflitto interdominanti che attraversa con la sua dinamica le diverse sfere sociali generando continue rotture e crisi che, per il momento, hanno mostrato un’abbondante reversibilità.

Come si può pensare che il capitalismo stia per crollare? Nell’articolo di James Petras si legge che ha causa della supremazia delle banche negli Usa, il debito pubblico americano è raddoppiato in cinque anni, che il paese si è deindustrializzato e che la povertà ha raggiunto livelli paurosi. Tuttavia, lui stesso dice che i profitti delle quattro maggiori banche Usa (G.S., Morgan Stanley, Lehman Brothers e B.S.) sono pari 22.900 milioni di dollari per anno. A tale somma andrebbero aggiunti i profitti di Citigroup, Jp Morgan e Merrill Lynch pari a 50 milioni di dollari per il 2006. E’ questa vi sembra una situazione da disastro? Queste banche governano il sistema bancario mondiale, stabiliscono quali investimenti si fanno e quali no, in qualsiasi parte del mondo. La G.S., solo per fare un esempio, sta facendo di tutto per impedire che le società russe dell’acciaio e del gas stringano intese e facciano fusioni con imprese del medesimo settore in Europa. Questa si chiama strategia e vale più di qualsiasi debito pubblico o bilancia commerciale in deficit, argomenti con i quali ci torturano i nostri tristi governanti da strapazzo. Metterei, invece, la questione in questi termini: gli agenti strategici finanziari americani fanno guadagnare dominio e supremazia agli Usa contro gli agenti strategici di altri paesi che contendono agli Usa il controllo di aree d’influenza e risorse economiche. Qui si verifica una confluenza d’intenti e di obiettivi tra i vari agenti strategici che compongono la formazione economica-sociale nordamericana, che comprende il governo americano stesso. Tale avanzata non si deve tuttavia considerare come irreversibile e cieca alle esigenze più impellenti della produzione materiale. Gli agenti strategici politici, finanziari e industriali potranno anche decidere che la strategia ad un certo punto deve mutare perchè muta “l’ambiente esterno” a causa di fattori che possono essere sia di tipo esogeno che endogeno. La finanza, in tal caso, riverserà il denaro in attività di ricerca e di sviluppo, nelle attività considerate di punta e nei nuovi settori innovativi che possono trainare la crescita (la finanza americana continua a svolgere questo duplice ruolo, non ha caso si tratta del paese che registra più brevetti ogni anno e che spinge con forza per l’innovazione di prodotto e di processo). Noi italiani invece ci accontentiamo dello 0,3% di crescita, i nostri politici ci parlano di trenini da agganciare e si vantano di una crescita occupazionale dello 0,1%. Questa sì che è stagnazione e putrescenza, non del Capitale però, ma di una nazione sempre più misera politicamente e culturalmente, oltre che economicamente.

TELECOM, LA SENTI QUESTA VOCE?

 

Le ultime notizie sull’affaire Telecom e le intercettazioni illecite di managers e imprenditori, politici e banchieri, dirigenti di società sportive e arbitri, la dice lunga su qual è l’ideologica che copre i mezzi di cui si servono i poteri dominanti per conquistare spazi di mercato, supremazia sugli avversari e, naturalmente, il dominio sulla società. Chiunque abbia studiato un po’ di economia capirà che le lezioni sulla concorrenza (nelle sue diverse varianti), i vantaggi derivanti dalla “sana” competizione mercantile, i profitti intesi quale fine precipuo dell’attività d’intrapresa economica, prendono il davanti della scena ma non esauriscono il campo e la dimensione di un conflitto tra contendenti che è molto più vasto e intricato. Spostando di un po’ la visuale, insieme alle leggi “eterne” dell’economia, insieme allo studio del saggio di profitto, dei costi medi e marginali, del costo del lavoro ecc., a scuola si dovrebbe studiare anche Karl Von Clausewitz, il generale prussiano dell’arte militare e della guerra, per capire come le strategie dei dominanti siano orientate da strumenti diversi rispetto a quelli dell’economica pura. Da qui si comprende che, sul quel campo di battaglia che è il mercato, le strategie interdominanti si servono degli strumenti più diversi per raggiungere determinati obiettivi: dall’accerchiamento del nemico all’inganno e al sotterfugio, dalla sottrazione di energie vitali per costringerlo ad alleanze (sempre provvisorie) al conflitto economico spietato per obbligarlo alla resa incondizionata e senza l’onore delle armi. Se si studia la lotta interdominanti tenendo presente questa prospettiva, evitando di restare schiacciati sotto il peso dell’economicismo, si possono cogliere i tratti più salienti di questo pugnar, che può essere più o meno violento o più o meno pacifico (e condotto, di volta in volta con le armi della diplomazia per limitare il campo d’azione degli avversari, o con l’intento esplicito e non troppo celato di espungere dei concorrenti dal mercato) tutto si fa, comunque, per il controllo e il dominio sociale, fine specifico che viene obnubilato dal velo dell’economia ideologica. Insomma, occorrerebbe pensare all’efficienza e all’efficacia perseguite dalle imprese (di cui sono pieni i manuali di management), come ad una fase mediana (anche se decisiva) che consente di raccogliere forze ed energie (accaparramento delle menti migliori e utilizzo delle tecnologie più avanzate al fine di sottrarre spazi di manovra e autonomia agli avversari) aventi però come fine, non la fantomatica customer satisfaction, né, tanto meno, il profitto inteso come accumulazione monetaria, quanto piuttosto il dominio di mercati e di interi blocchi sociali. Così si fa la concorrenza, così si può pensare di divenire più forti sul mercato. Lo sanno i nostri potenti, lo sanno meno, a quanto pare, i nostri professori di economia che dal piccolo schermo e dalle cattedre universitarie decantano le virtù della competizione leale e della concorrenza onesta. Soprattutto, lo sa benissimo Tronchetti-Provera, dato ciò che è venuto a galla in questi giorni, anche se la maggior parte dei giornali ha fatto passare sotto silenzio la notizia, eccettuando il quotidiano La Repubblica.

Tronchetti si è subito difeso parlando di un attacco ingiustificato da parte dei giornali(?) ed ha annunciato un’indagine interna per colpire chi voleva danneggiare(?) “un’azienda strategica per l’Italia”. Parole sue! Ci invita ad essere orgogliosi perché Telecom è un’azienda italiana forte sui mercati internazionali, che porta in alto il nome di questa nazione ma che nel frattempo si premura di schedare gli utenti che cambiano gestore telefonico (disfattisti antinazionali!). Ma questa è la parte meno importante del problema, ciò che premeva a Telecom era tutt’altro. Si accumulavano informazioni sulle consistenze patrimoniali e bancarie di altre aziende, sulle frequentazioni politiche dei vertici di imprese concorrenti, sui familiari e sulle amanti di persone che potevano dare fastidio e che, con tali informazioni, divenivano ampiamente ricattabili. L’informazione (lo spionaggio) è determinante per capire come si muovono gli avversari, quali sono i punti di forza e di debolezza sulla base dei quali mutare e migliorare le proprie strategie, sia di difesa che di attacco. Telecom vale 30 mld di euro, ma ha anche debiti ingenti che potrebbero fare cadere l’impero di Tronchetti se solo lo stesso non fosse seduto tra quelli che contano nel gotha dei dominanti. E, di nemici, quando si sta in alto, se ne hanno molti. Quando si sgomita e si tradisce per arrivare a certi livelli (tratto distintivo del potere dagli albori dell’umanità) si perisce nella stessa maniera( De Benedetti scalpita in proposito dopo essere stato esautorato dalla guida dell’azienda telefonica). E’ la dinamica del potere e del conflitto interdominanti, la sua logica intrinseca che stratifica ruoli in alto, in basso e in orizzontale, dove l’equilibrio tra agenti sistemici è solo una variante provvisoria.

Tronchetti per questo, anche se oggi difende l’italianità della sua azienda (ne abbiamo sentiti tanti, in questi ultimi mesi, di garibaldini che volevano difendere l’Italia dallo straniero) sa benissimo che presto dovrà accettare l’ingresso in Telecom di un partner straniero che si accolli parte dei debiti. Un po’ quello che sta facendo anche Benetton che in Autostrade, senza la fusione col gruppo spagnolo Abertis, non saprebbe dove prendere i soldi per effettuare gli investimenti previsti nel contratto di concessione. Eppure, i nostri governanti hanno concesso a questi gruppi di aumentare le tariffe, di non effettuare gli investimenti necessari al miglioramento dei servizi, e nonostante tali dati di fatto si continua a perorare la causa delle liberalizzazioni che avrebbero ridotti i prezzi e aumentato la competitività. Qui noi vediamo solo monopoli e intrecci di potere a tutto danno della crescita del “sistema Italia”.

 

Alcune considerazioni sulle posizioni di Costanzo Preve (in margine al contributo di Giovanni Petrosillo) di Yurii Colombo [ N.D.R. Y. Colombo è il curatore del sito Giovane Talpa.it, le idee espresse nel suo articolo non sono necessariamente quelle dei curatori di questo blog ma ci sembrano utili al dibattito]

 

Non si può non essere d’accordo sulle premesse di Giovanni Petrosillo. Costanzo Preve ha diritto di pubblicare i suoi scritti per le case editrici che più gli aggradano ed essi vanno giudicati per quanto in essi vi è sostenuto e non per il catalogo e l’orientamento ideologico delle case editrici che lo pubblicano. Quelle stesse case editrici del resto annoverano titoli che noi, impudici curiosi e da sempre strenui oppositori di ogni tipo di censura, leggiamo pur senza ovviamente condividerne contenuti e conclusioni, come gli scritti di de Benoist, di Irving, di John Kleeves, ecc.nonchè, perchè no, di Julius Evola, di Gentile, di Adolf Hitler, di Alessandro Pavolini e chi più ne ha più ne metta.

Tuttavia non si può non notare che Costanzo Preve soffra di vittimismo: non più di un paio di anni fa un suo ottimo contributo sull’ “inattualità di Marx” è stato pubblicato da una casa editrice di un certo prestigio come la Boringhieri e più recentemente le Edizioni Arianna – che si potranno al più considerare "conservatrici" – ne hanno pubblicato un altro sulla questione della democrazia. Inoltre Preve stesso ha trovato sempre spazio sulle riviste e le pubblicazioni promosse dall’amico Moreno Pasquinelli. Tuttavia Preve sente di aver MOLTE cose da dire e per cui eccolo pubblicare, scrivere e farsi intervistare dovunque gli venga dato uno spazio. Tuttavia la legittima scelta di Preve non si situa nell’iperuranio ma sulla nuda terra che calpestiamo ogni giorno. E le posizioni che via via sta assumendo Preve negli ultimi anni non possono non avere delle conseguenze. Perchè non credo, a differenza di Petrosillo, che quanto  l’ex intellettuale di area DP scrive oggi sia la “ribattitura dello stesso chiodo” di quanto affermava qualche hanno fa. Preve naturalmente lo sa benissimo. Egli ha diritto ovviamente, come tutti noi, di cambiare idea ma non inficia il fatto che i salti dialettici della sua riflessione siano a nostro avviso non solo errati ma conducano in un tunnel senza via d’uscita. Con ricadute, se solo il suo approccio fosse preso sul serio, terrificanti e disastrose.

 Vediamo di sintetizzare quale sia il nocciolo duro del suo discorso politico che egli ha sparso in vari libri, opuscoli e articoli, e che qui ci permettiamo di condensare:

1) Il proletariato non è mai stata una classe rivoluzionaria ("è stata una classe tra le meno rivoluzionarie della storia") e quindi forse non lo sarà mai.

2) Il movimento operaio si è eclissato

3) Il comunismo novecentesco in tutte le sue varianti si è ideologizzato ed è finito in un cul de sac, incapace di comprendere la dinamica della realtà

4) Lo scontro attuale, anche in vista di una possibile ripresa del movimento anticapitalista si muove su linee di faglia geopolitiche   

5) QUINDI la posizione da assumere in questa fase è quella di un EUROASIATISMO TEMPERATO in cui gli USA sono il nemico principale e  vanno sostenuti non solo tutti i movimenti di resistenza antiamericani, non solo tutti gli Stati canaglia, ma anche tatticamente quelle potenze capitalistiche come la Russia, la Cina e financo gli Stati europei che possono essere da contrappeso alla potenza militar-finanziaria americana.

Speriamo di non aver distorto l’attuale riflessione politica di Preve (che chiunque può andare a leggersi nei libri e nei saggi da lui scritti negli ultimi anni).

Ogni parte della riflessione previana contiene un grano di verità, ma nel complesso le molte erbe che egli mischia con DISINVOLTURA producono una tisana assai indigesta. Vediamo in dettaglio.

1)       il proletariato non è mai stata una classe rivoluzionaria (e quindi forse non lo sarà mai). E’ un’affermazione a nostro avviso distorta e ingenerosa. Il proletariato del ciclo del dominio formale del capitale è stato “rivoluzionario” nella misura delle sue possibilità e del suo grado inevitabile d’integrazione. Il proletariato del “secolo lungo”  1850-1980 in cui si snodano le vicende del movimento operaio aveva una scarsa coscienza della necessità della propria autonegazione. In altri termini ha pensato alla propria emancipazione dentro la forma-capitale. Ma non si può dire che non sia stato a varie riprese al centro della dinamica storica e che gli scontri di classe siano stati pantomime o al massimo duelli rusticani. Ma già ai suoi esordi, nella resistenza degli schiavi, dei miserabili, dei farabutti, degli ex contadini, degli ex artigiani, dei servi della gleba, in sintesi il proto-proletariato ha dimostrato una certa vitalità rivoluzionaria. Nell’America tanto vituperata da Preve dal XVI al XVII secolo ci furono gigantesche rivolte contro il nascente dominio capitalistico non solo degli schiavi ma anche degli stessi emigrati, per non parlare dell’accanita resistenza dei nativi. Se il processo storico non è qualcosa di necessitato e sfugge a ogni teleologia progressista, se non è mai esistita alcuna parabola storica che dal comunismo primitivo conduce al comunismo “non più rozzo”, passando per i famosi modi di produzione schiavistico-feudale-capitalistico, così come sintetizzato da Engels nelle celebri pagine dell’”Antiduhring”, non c’è allo stesso modo nessuna prova che il capitale dovesse INEVITABILMENTE imporsi su tali rivolte e anche sull’assalto al cielo del 1917-1921.

Tutto ciò non vale solo per il passato. Preve, come vediamo, concentrato su quanto passa il convento ideologico-massmediatico spettacolare occidentale, resta silente sulle LOTTE DI CLASSI  che scuotono oggi la Cina praticamente quotidianamente. Ma tant’è che né l’accumulazione primitiva classica in Inghilterra, né quella atipica russa si  realizzarono senza potenti rivolte – a volte palesi a volte sotterranee – contro l’ascendente dominio del capitale Tanto è vero che Preve dimostra scarso interesse verso le rivolte delle banlieau o alle lotte contro la precarizzazione in Francia. Il motivo è da far risalire al punto 5 sopracitato.  

2)      Il movimento operaio si è eclissato. Qui potremmo essere ancora più radicali del Prof. Preve e affermare che il movimento operaio – per come l’abbiamo conosciuto – è morto e sepolto e in quanto tale auspichiamo che non riappaia più. Quell’identità, quelle sub-culture, quelle tradizioni, quelle strutture organizzative appartengono tutte intere all’epoca del dominio formale del capitale. La mercificazione di ogni aspetto dell’esistenza, la messa a valore di ogni attimo di nuda vita (nell’utile distinzione di Agamben tra zoé e bios) l’estraneità e il rigetto dell’ IDEOLOGIA DEL LAVORO che invece informava la tradizione del movimento operaio, possono invece aprire la strada a una autonegazione del proletariato, alla emancipazione umana complessiva, alla comunità umana. L’avvenimento simbolo della chiusura del ciclo lungo del movimento operaio in Italia è condensato nella indimenticabile e precipitosa fuga di Lama e del mitico servizio d’ordine del sindacato all’Università di Roma il 17 febbraio 1977, inseguiti da festosi indiani metropolitani che li dileggiavano gridando “sacrifici! sacrifici!”.

L’eclissi del movimento operaio coincide con l’eclissi della politica (che alla faccia  di quanto dicono ex fascisti ed ex pciisti non ebbe MAI il primato sull’economia e più in generale sulla vita materiale) sia in campo borghese con lo svuotamento della rappresentanza e la riduzione a funzioni tecnico-amministrative di supervisione di scelte compiute altrove  a livello di Stato-nazione come a livello sovranazionale, sia nel campo degli oppressi, che hanno colto da tempo l’inutilità di ogni partecipazione alla vita politica complessivamente intesa (altro che crisi della militanza!) visto che la loro emancipazione dentro la forma capitale è stata più o meno raggiunta.

3)       Per tutto quanto detto anche il marxismo in quanto ideologia è morto. Noi e il Prof. Preve lo abbiamo scoperto tardi ma Korsch nell’immediato secondo dopoguerra aveva con le sue 10 tesi sul marxismo oggi, chiarito i termini della questione. Per giungere a quell’appunto però Korsch era dovuto passare attraverso tutte le peregrinazioni dei movimenti rivoluzionari della prima metà del secolo e la sua eresia era stata certificata non dai CARC (e chi se ne frega) e neppure da qualche intellettuale organico di un partito comunista del secondo dopoguerra (e chi se ne frega) ma dalla Presidenza del Comintern NON ANCORA STALINIZZATO nella persona del suo Presidente Zinov’ev. Korsch giunge quindi alla conclusione dell’abbandono (non superamento!) del marxismo non attraverso una riflessione astratta fatta su qualche tavolino o in qualche aula universitaria ma dopo decenni di fuoco della storia mondiale in cui spesso è coinvolto in prima persona. Naturalmente, come ricorda Petrosillo, a noi resta Marx. Sarebbe meglio dire al mondo resta Marx. Tuttavia Marx è imprescindibile ma non autosufficiente,né tanto meno esente da errori, limiti, aporie, contraddizioni. Tuttavia Preve mette tutto il marxismo nello stesso sacco mischiando come fa un abile croupier con le carte, Lenin con Pol Pot, Trotsky con Breznev, Togliatti con Bordiga. Resta il fatto che in un passaggio di uno dei suoi recenti scritti (“Ribelli al futuro”) Preve, in un dialogato con de Benoist, una distinzione la fa. Dice, tra tutti i marxismi, di preferire il maoismo, per il suo tratto di “praticità”. I motivi di questa “preferenza” vanno demandati anche qui al punto 5. Per gli stessi motivi anche noi stessi dobbiamo riconoscere che i personaggi sopraccitati a casaccio fanno PER CERTI VERSI parte dello stesso album di famiglia: malgrado ciò, preferiamo, nel gioco della torre, salvare Trotsky, Lenin e Bordiga dalle cui ceneri abbiamo avuto almeno Debord, James e Camatte.

4)      La geopolitica è tornata di gran moda dopo la caduta del Muro di Berlino che per lungo tempo era rimasta nell’oblio perché considerata una “scienza” prossima al nazismo. Seppur consideriamo le analisi geopolitiche di un certo interesse (e dobbiamo riconoscere come abbiamo fatto nella nostra monografia su Cervetto che egli fu forse il solo a cercare di integrare il marxismo alla geopolitica in tempi non sospetti). Marx ed Engels stessi furono dei “geopolitici” ante-litteram.

Lo sviluppo e il grado di raffinatezza dell’analisi geopolitica raggiunta oggi non ci lascia indifferenti ma vorremmo segnalare come essa si muova su assi MONISTICI e/o per altri versi DETERMINISTICI rischiando di farci passare direttamente dal determinismo economicista a quello geografico. Oggi la geopolitica anticapitalista ha preso la via dell’antiamericanismo e quindi dobbiamo farci i conti. Da una parte,  la scuola “imperiale” di Negri malgrado ripudi ufficialmente (a ragione) l’antiamericanismo (e dopo Katrina e dopo il 1 maggio 2006 come potete continuare a dichiararvi antiamericanisti? Lo chiediamo a compagni di buon senso come Moreno) essa ha fatto tuttavia del contrappeso europeo al dominio americano il suo cavallo di battaglia fino al punto disastroso di sostenere il referendum sulla Costituzione Europea e dall’altra si muove una vasta galassia euroasiatista che come giustamente segnala Preve parte da lui medesimo, trova sostenitori nel PRC versione Ernesto, e giunge fino alla destra estrema. Ci sentiamo di essere radicalmente contrari a questa ipotesi proprio per i motivi per cui Preve “salva” Mao e noi “salviamo “Trotsky e Lenin. (In un altro suo intervento egli ha “salvato” anche De Gaulle e questa proprio non gliela perdoniamo, né la dimenticheremo!)  Da questo punto di vista non ci imbarazza per nulla in uno scontro militare aperto in cui sia coinvolta una potenza imperialista (o nel caso di aggressione direbbe il mio amico Serino) sostenere militarmente anche il regime più reazionario e più “arretrato”. Lo fece Lenin con la Turchia e lo fece Trotsky con l’Abissinia. Lo facciamo ora con l’Iraq e non vediamo perché non dovremmo farlo con Cuba o con il Venezuela. Tuttavia al contrario di Preve non vogliamo pagare il pegno di ciò chiudendo gli occhi quando Castro getta in galera un dissidente o un sindacalista. E non li abbiamo chiusi quando Saddam massacrava i rivoluzionari e i curdi. Del resto da tempo pensiamo che Kronstadt 1921 fu un’infamia e che nessuna EMERGENZA poteva giustificare. Che Preve ci getti pure nel campo dei liberali e degli odiati bertinottiani! Che Preve ci consideri pure degli anarchici di ultima generazione! Tuttavia Castro è così realista che certamente darà sempre più retta all’ex subcomandante Fausto che al filosofo torinese. Per noi ogni passaggio “tattico” è SUBORDINATO alla lotta di emancipazione degli oppressi (in primo luogo di casa nostra) e non può essere piegato a nessuna tattica mondiale geopolitica che del resto esigerebbe vere baionette da schierare.                 

5)      Questo ci porta a dire che il tatticismo maoista di Preve dell’alleanza eurasiatica ci è del tutto estraneo. Per le stesse ragioni per cui Preve ammette la dittatura castrista SUGLI oppressi, ammette in nome della lotta “contro il nemico principale” di essere disposto ad accettare non solo la repressione delle popolazioni tibetane ma anche delle rivolte contadine e proletarie in Cina. Il comune apprezzamento per le idee del Beccaria fa sì però che Sorini-Preve assieme all’ “estrema destra” di Orion condannino le esecuzioni negli USA mentre restino silenti di fronte allo stillicidio di pene capitali nell’Impero di Mezzo. Quanto al preteso “antiamericanismo” di Putin esso è tutto da dimostrare: Si tratta in realtà di un mito. Putin non solo è stata una creatura di settori dell’oligarchia moscovita, ma fu il delfino di Eltsin, la cui carriera  iniziò come agente del KGB. Ci si consenta di ricordare che durante il regime Putin non solo la guerra in Cecenia – malgrado lo sterminio sistematico di quella popolazione – non è mai stata vinta, ma la Russia ha perso definitivamente dalla sua sfera di influenza l’Azerbagian, la Georgia, probabilmente il Kazachistan mentre la situazione in Ucraina resta incerta. Tutti questi paesi sono passati sotto l’influenza della NATO e della Casa Bianca durante l’era Putin che inoltre ha permesso – malgrado una modesta opposizione a sua maestà – l’aggressione alla Serbia (paese ortodosso fratello) all’Afghanistan, all’Iraq. Proprio un antiamericanista di ferro questo Putin, anche a volerla vedere dal punto di vista di Preve! In compenso i diritti di manifestazione e di organizzazione sociale e sindacale si sono notevolmente ridotti in Russia tanto è che molte delle piccole manifestazioni antiregime vengono spesse represse in modo sproporzionato e brutale.

Ma tant’è. Preve guarda ai grandi fatti e non si commuoverà né per il contadino cinese appeso per il collo perché rifiutava di trasformarsi in vagabondo o operaio, né per le sane manganellate che l’anarchico russo si prende sulla testa per aver manifestato contro la globalizzazione. Egli deve giocare la partita del risiko euroasiatista-maoista nello studio di casa sua.  Non disturbiamolo.

SIAMO PIÙ “DRAGHI” O PIÙ SERVI?

 

La relazione del Governatore di Bankitalia Mario Draghi ha raccolto consensi unanimi da tutto il mondo politico, persino Bertinotti, l’uomo del bon ton radical chic della nuova sinistra governista, ha fatto sapere che, essendo un ospite garbato, non aveva nulla da dire al riguardo. Nulla da dire, né sulle annunciate liberalizzazioni né sulla linea che Bankitalia “continuerà” a seguire circa la non ingerenza nel sistema bancario e, poi, ancora su un ampio ventaglio di temi toccati nella relazione del governatore: dalla concorrenza alla educazione, dalla semplificazione della macchina burocratico-amministrativa ai tempi della giustizia. A quanto pare il comunista con la “evve moscia”, tanto scandalizzato dalle prese di posizione di Ferrando su Israele, non ha, invece, nessun commento da fare ad un uomo della Goldman Sachs. E’ ovvio che parlando del Governatore della Banca d’Italia non ci si poteva aspettare un discorso di altro tenore, ma le sviolinate da parte del mondo politico e finanziario la dicono lunga su come procederanno le cose in Italia: destra e sinistra, mondo politico e finanziario, industriali e sindacalisti tutti concordi nella necessità di porre un freno alla spesa pubblica e nel rilanciare l’economia, ovviamente con le solite riforme di struttura che non prospettano nulla di buono. Da Bazoli (Banca Intesa) a Montezemolo, da Tronchetti-Provera a De Benedetti, da Gianni Letta a Bonanni della CISL a Epifani della CGIL (che pone le sue sindacali preoccupazioni “da domanda”, e la necessità di far ripartire la crescita economica, che bella scoperta!) si è apprezzato lo stile asciutto e comunicativo del Governatore che ha parlato persino di orgoglio da rinsaldare per una Istituzione ferita dopo lo scandalo Fazio (sul quale si premura di dire che, tuttavia, è stato un umile servitore delle istituzioni), dei baci sulla fronte di Fiorani e di tutte le altre convulsioni bancarie di quest’ultimo periodo.

La trimurti italiana Draghi – Padoa-Shioppa – Prodi, premiata ditta della Goldman Sachs, dove Prodi è stato advisor e gli altri due continuano ancora oggi le cattive frequentazioni dopo anni passati a servire la merchant bank americana, lascia presagire quali saranno gli indirizzi che il governo seguirà sia sul piano internazionale che su quello interno. La Goldman ha una estensione tale che costituisce il braccio armato della finanza americana nel mondo, agita giudizi di solvibilità sul debito pubblico dei paesi, orienta gli investimenti e guida gli accordi e le fusioni tra imprese, soprattutto quando possono andare in contrasto con gli interessi della superpotenza americana. Ad esempio, la Goldman non vede di buon occhio gli accordi che alcune imprese europee stringono con la Russia, ultimamente le attenzioni della merchant bank si sono riversate sul gigante dell’acciaio franco-belga “Arcelor” che puntava ad una fusione con la “Severstal” russa.

 La nomina del capo di Goldman Sachs, Henry Paulson al Tesoro americano, garantirà rapporti più stringenti con il governo americano, o almeno, così spera la “triade” nostrana, sicuramente l’Italia passerà dalla rozzezza berlusconiana di un appoggio prettamente ideologico agli USA (e si sa che gli atteggiamenti troppo viscerali possono fare più male che bene) ad un’adesione ugualmente incondizionata ma ammantata di buon senso e di giustificazioni più sofisticate.

Draghi ha fatto capire che uno degli scogli da superare sarà il consolidamento del sistema del credito, tirando fuori Bankitalia dalle beghe dei salvataggi continui delle proprie banche nazionali, decisione alquanto ambigua in questo periodo di risiko bancario. Se le nostre banche non riusciranno a trovare intese tra loro, certamente partirà un assalto alla “diligenza” da parte di altre banche e gruppi stranieri. Insomma, si favoriranno alcuni gruppi piuttosto che altri, senza far finta di difendere l’italianità delle banche come aveva fatto il suo predecessore. Ma il governatore che si professa antiprotezionista, e non solo nel settore bancario, manda a dire che non lancerà la scialuppa di salvataggio a nessuno, per il bene della concorrenza e del libero mercato. Staremo a vedere se la mano invisibile che regola il mercato non diverrà l’ennesima carota legata ad un bastone a stelle e strisce.

 

 

IL CASO ENRON E LE PRIME CONDANNE

 

L’altro ieri sono arrivate le prime condanne per i due principali dirigenti dell’ex impero energetico Enron, l’accusa contestata a Ken Lay e Jeffrey Skilling (un cognome che è tutto un programma) e accertata durante il processo, era quella di truffa. Come ben si sa nell’affare Enron sono coinvolte molte banche, alcune delle quali hanno accettato di risarcire gli azionisti raggirati. Si tratta di Canadian Imperial, JP Morgan e Citigroup. A rivendicare i risarcimenti sono 50 mila investitori che, tra il 1997 e il 2001 hanno visto liquefarsi circa 47 mld di dollari.

Ma facciamo un pò di storia. Tutto comincia a Houston, città petrolifera del Texas, Stato roccaforte nonché quartier generale della famiglia Bush. Persino l’aeroporto di questa città è intitolato ad un Bush, George senior, l’intitolazione pre-mortem ha allungato la vita dell’ex presidente, a quanto pare meno scaramantico di Togliatti che rabbrividì all’idea di intitolargli una scuola mentre era ancora in vita.

E’ qui dunque che la Enron fa affari, l’uomo che guida questo colosso si chiama K. Lay, umile di origine ma volenteroso sostenitore del mercato e, soprattutto, intimo amico della famiglia più potente del Texas, i Bush appunto. Certo non possiamo ripercorrere qui l’escalation di Lay, ma possiamo dire che le sue idee sulla liberalizzazione del mercato dell’energia, e del gas in particolare, gli fecero incontrare, nel 1985, un altro campione della deregulation e della mano invisibile, ovvero Ronald Reagan. Come suo vice, l’ex attore di Western di serie B, scelse G. Bush senior e per K. Lay la strada divenne da subito una discesa da percorrere in surplace. Difatti già nel 1985 la Ferc (Commissione Federale per le Riforme sull’Energia) liberalizzava il mercato del Gas naturale. All’epoca la più grande società del settore dei gasdotti era la InterNorth, pare sotto possibilità di scalata da parte di un finanziere, Irwin Jacobs, specializzato in acquisizioni di società in difficoltà (più tardi si scoprì che il suo pacchetto azionario era più esiguo di quello di Ricucci). Per rintuzzare questa possibilità l’AD di InterNorth propose a Lay di cedergli la sua Houston Natural Gas, in modo da far crescere i debiti di InterNorth e renderla meno appetibile ad un’eventuale scalata. L’accordo si fece però subito dopo l’AD di InterNorth venne silurato e il suo posto fu preso proprio da K. Lay, che si trovò a dirigere una società che controllava, in virtù della fusione, 50 mila Km di gasdotti, dal Nebraska (Nordovest) a Houston (Sudest).

Era nata la Enron, con sede a Houston.

Ma la Enron nasceva già sotto una cattiva stella, aveva sommato i debiti di due società e aveva dovuto liquidare gli azionisti scomodi, tra i quali il fantomatico scalatore Jacobs, utilizzando le somme eccedenti il minimo di legge del fondo pensioni dei dipendenti.

La Enron adottava una strategia aggressiva comprando tutto il comprabile e utilizzando per gli acquisti, non le proprie riserve, ma i profitti che sarebbero arrivati ex post da tali operazioni. Questo accadde anche quando J. Skilling, n.2 di Enron, ideò la c.d. Gas Bank. La Enron pagava subito ai suoi fornitori il metano (e non alla consegna come si era sempre fatto) agendo da intermediatrice con le imprese utilizzatrici ed accollandosi il rischio della volatilità del prezzo del gas. La Enron, da società gestrice di metanodotti, diveniva un vero e proprio “Broker collettivo”, una sorta d’intermediario tra imprese estrattrici e fruitori di energia. Ma, come dicevamo, occorreva anticipare il denaro e contestualmente non far pesare sui bilanci l’indebitamento scriteriato che ne derivava. Fu così che Skilling s’inventò il “mark to market” ovvero il principio per cui si mettevano a cassa affari già conclusi senza che i pagamenti fossero stati effettuati e incamerati dalla compagnia. Questa procedura di contabilità creativa fu adottata dalla società di Houston già nel 1991.

Naturalmente, il perverso processo contabile innescò delle reazioni a catena, soprattutto al fine di spalmare i debiti e tenere lontani gli analisti di borsa dalle reale situazione finanziaria di Enron. Il rischio era quello che le azioni si deprezzassero e il castello si sbriciolasse come argilla sotto le richiesta di rientro dei crediti da parte dei finanziatori di Lay. E’ qui che entra in gioco un altro guru della finanza, un certo Andrew Festow. Il giovane manager allestì delle società ombra che risolsero l’impasse in cui si era arenato il progetto Gas Bank. Queste società si accollavano i debiti delle operazioni Enron per pagare direttamente le società estrattrici senza lasciare alcuna scia nei bilanci del colosso guidato da Lay e Skilling. Gli affari ad alto rischio potevano così essere secretati nel migliore dei modi, con questo sistema  si eludeva anche il fisco, bastava semplicemente costituire compagnie di comodo nei paradisi offshore di qualche isoletta sperduta.

Adesso possiamo dare un po’ i numeri per capire cosa era diventata la Enron in un quindicennio. Nel 1985 un’azione della Enron valeva 8 dollari. Nel 1990 il suo valore era salito a 11 dollari (inizio dell’epopea Skilling). Nel 1996 siamo a 21,5 dollari, e già 30 dollari nel 1998. Al calar dell’anno 1999 le azioni Enron valevano 40 dollari, in novembre Skilling inaugura il portale EnronOnline che divenne il principale mercato al mondo di scambi di materie prime e prodotti finanziari venduti sulla rete. Sulla scia della speculazione della New Economy, nel 2000, le azioni Enron toccano i 90,56 dollari.

La liberalizzazione del mercato del gas e dell’elettricità aveva portato i suoi frutti, almeno a qualcuno s’intende, ma i prezzi per i consumatori erano davvero scesi? Naturalmente no, se non si vuole considerare come una riduzione di prezzo uno 0,3 centesimi di dollaro nel periodo 1994-1999, a fronte di un servizio che peggiorava in qualità, anno dopo anno.

E’ qui che arriva la California, il primo mercato liberalizzato sottoposto ad una pletora incessante di black out che la dicevano lunga sul rapporto tra profitto privato e servizio pubblico. La Enron “razionava” l’erogazione di energia per farne rialzare il prezzo, improvvisamente i californiani consumavano troppo e l’offerta non poteva coprire l’intero fabbisogno. Bush junior fece subito sapere al governatore della California che non sarebbe intervenuto per calmierare i prezzi poiché era compito del mercato autoregolarsi, il presidente degli Usa disse testualmente: “Occorre comportarsi da cittadini diligenti”. La Enron aveva già ringraziato con i fondi stanziati per la campagna elettorale del Presidente in pectore.

La Enron arrivò persino in Italia, nel 1995 costituì a Sarroch (Cagliari) il Consorzio Sarlux che vedeva la partecipazione della raffineria Saras (Gruppo Moratti) con il 55% e la Enron con quota cospicua del 45% . La Sarlux decise di costruire un megaimpianto di gassificazione per 2 mld di lire. Intanto Enron aprì anche una sede a Milano con l’intento di divenire il primo fornitore nazionale di servizi dell’energia a gruppi industriali, imprese municipalizzate e PMI.

La domanda allora diviene retorica (almeno per questo blog) perché le banche continuavano a finanziare Enron? Le agenzie di rating che facevano? E i controllori dei bilanci?

La risposta a queste questioni è tutta nei nomi che adesso faremo. Ecco quali erano i più grossi finanziatori di Enron: JP Morgan Chase, Citigroup, Credit Suisse Firs Boston Usa, Canadian Imperial Bank of Commerce, Bank of America, Merrill Linch, Barclays Bank, Deutsche Bank e Lehman Brothers. Le banche sapevano dei debiti fuori bilancio e delle società ombra di Fastow ma continuavano a piazzare azioni che gli stessi analisti fra loro definivano “spazzatura”.

La Enron, inoltre, pagava profumatamente gli studi legali che avrebbero dovuto consolidare i suoi bilanci, oltrechè le società di rating che avrebbero dovuto attestarne la solvibilità, quali Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch/Ibca.

I dipendenti della Enron, che avevano investito il loro fondo pensione in azioni della società per la quale lavoravano, hanno perso tutto e non hanno più garanzie per la loro vecchiaia. Questi sono i “vantaggi” che otterranno i dominati quando vorranno giocare con chi ha già deciso della loro sorte, lo vedremo presto anche in Italia con la destinazione del TFR ai fondi integrativi. Nel frattempo dopo gli scandali finanziari della Enron e i più casalinghi Parmalat e Cirio, da “ritta a manca” si sono alzati cori per una regolamentazione più stringente dei mercati e dei conflitti d’interesse, il risultato è stato il varo della legge sul falso in bilancio che ha complicato ancor di più la possibilità di perseguire questi lestofanti.

 

 

 

LA DIFESA DI COSTANZO PREVE E QUALCHE ELEMENTO DI DISCUSSIONE

 

Solo ieri ho potuto avere tra le mani un articolo di Preve disponibile on line sul sito di Comunitarismo. Il titolo è già molto esplicativo “Il Comunismo? Ipotesi plausibile. I comunisti? Dio ce ne scampi”. Preve, in linea con le idee che sostiene da molto tempo, ritiene inopportuno ricostituire l’ennesimo partito neocomunista, destinato, già nelle premesse fondative, ad un avvitamento identitario e autotelico, a causa di elementi consustanziali alla natura stessa del suo “Essere Gruppuscolare” che l’autore spiega con tre categorie filosofiche ovvero: l’Immaginario Paranoico, il Pensiero Magico e il (P)olitically (C)orrect di (E)strema (S)inistra. Partiamo proprio dal primo aspetto e dall’ultima parte dell’articolo di Costanzo Preve, dove l’autore, del tutto giustamente, si difende dagli attacchi dei CARC che lo accusano di pubblicare con case editrici della nuova destra. Prima però un’altra divagazione. Il “Giornale” di ieri riportava la notizia dell’occupazione, da parte di giovani dell’antifascismo militante, della casa editrice Castelvecchi, rea di aver edito il libro di Domenico De Tullio “Centri Sociali di Destra”. I “giovinastri” hanno costretto Alberto Castelvecchi a posare con un cartello dove vi era scritto “Liberi Tutti”. Premesso che nelle galere non vorrei vederci mai nessun compagno, dando pienamente ragione al Trotzky che dai banchi del parlamento russo prendeva le difese degli estremisti (pur criticandone la prospettiva nihilistica) al fine di non concedere nulla alla falsa moralità dei dominanti, tuttavia, si capisce che queste operazioni estetiche non hanno nulla a che vedere né con l’antifascismo (militante di che? dato che non ci sono fascisti al potere) né con il comunismo (che fino a prova contraria continuerà a coincidere con il fallimento della pianificazione imposta dall’alto a danno dei lavoratori e dell’elettrificazione dell’URSS).

Certamente, chi si è preso la briga di leggere i testi di Preve pubblicati da Settimo Sigillo o da Arianna, sa benissimo che il citato filosofo non si è scostato di una riga rispetto alle tesi sostenute in altri testi editi, invece, dalla CRT di Pistoia o dalla Punto Rosso di Milano. Semmai è a destra che hanno bisogno di questi autori poiché sono più che mai orfani di teorie atte a cogliere la direzionalità delle cose del mondo (a meno che non si voglia considerare “teoria” il complotto demo-pluto-giudaico-massonico del Mondialismo Imperante). Noi possiamo ancora contare su Marx che, nonostante necessari riaggiustamenti teorici, dico necessari per non essere più drastico dati i 150 anni e più trascorsi dalla pubblicazione del “Capitale”, resta un buon punto di partenza, mentre non so se lo stesso possa valere per J. Evola.

Direi che è pretestuoso crocifiggere un autore a causa di un ostracismo impostogli dalla case editrici sedicenti di sinistra che solo, e sottolineo solo, per questo motivo si vede costretto a pubblicare con chi capita (o con chi condivide le sue analisi, anche se sono persone distanti dalla cultura comunista). Di puri e duri, che sono passati a piedi giunti dalla parte del nemico, ce ne sono a iosa e sono gli stessi  che foraggiavano le plebi ossequianti con idiozie immani sulla “rivoluzione del giorno dopo”. Non li cito ma per chi ha letto i libri autocommemorativi del post-operaismo italiano sa di chi parlo. Detto en passant, lo stesso Negri non ci crede più nemmeno lui alle cose che scrive (queste sì edite dalla Manifestolibri o dalla Rizzoli)e, ad un nostro compagno che (durante un’incontro tenutosi a Bari per la commemorazione di Nicola De Feo) lo aveva afferrato per un braccio, Negri ha esplicitamente detto di rassegnarsi perché era tutto finito! Con buona pace delle moltitudini desideranti e cyberspaziali.

Infine, Preve porta a sua difesa un argomento convincente e lapalissiano, oscuro solo a chi si benda gli occhi con la retorica della resistenza partigiana. Stiamo dicendo già da un po’ di tempo che destra e sinistra sono un cerchio magico, un caleidoscopio che proietta sempre le stesse immagini, un gioco di specchi contrapposti finalizzato alla riproduzione di logiche servili per committenti che, per ora, definiremo Funzionari del Capitale. E allora, perché la Rizzoli o la Manifestolibri dovrebbero essere meno compromesse de Il Settimo Sigillo o All’insegna del Veltro? Caduto il primo termine della contrapposizione cade necessariamente anche il secondo, a meno che non si voglia fare la figura di quel pugile che continua a scazzottare l’aria finché non finisce per colpirsi da solo. Dunque, fin qui l’Immaginario Paranoico.

La seconda deriva che Preve mette in evidenza è il c.d. Pensiero Magico, ovvero, volendo sintetizzare: “la fonte è tutto, il pensiero è niente”. Così se qualche buona idea si deposita nel posto sbagliato deve essere anch’essa necessariamente falsa e sbagliata o al minimo una provocazione fascista.

Infine, il Politically Correct di (E)strema (S)inistra (PCES), un codice non scritto di comportamento per il vero militante rivoluzionario che sarà laico, antifascista, un bel po’ incazzato, e che, possibilmente, maneggerà il materialismo storico come un rito vudù,  per scacciare i fantasmi di una realtà che non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla profezia comunista.

Va bene, fin qui abbiamo difeso Preve, che, peraltro, lo fa già benissimo da solo ma è meglio esprimere sempre la propria solidarietà a favore di chi viene ingiustamente accusato, soprattutto per amore del “Vero”.

Ma c’è un’altra questione che con Preve si dovrebbe discutere meglio, se non altro perché costituisce un obiettivo sbagliato che va contestato subito, prima che faccia più danni del dovuto. Preve parla di due modelli di anticapitalismo, quello occidentale dello Stato comunista dei lavoratori e quello del “Socialismo Comunitario”. Il primo, come ben si sa, è fallito, più per la sua incapacità di modificare il modo di ri/produzione sociale in senso comunistico che per la sua deriva burocraticistica. Il secondo, invece, è per Preve una possibilità ancora aperta che dovrebbe contemplare, come sue caratteristiche predominanti: la decrescita, seri vincoli ecologici, democrazia ecc.ecc.

Credo, allora, che anche questo modello non avrà vita lunga e si scontrerà presto con quelle collettività sociali (guidate certo da “classi” dominanti capitalistiche) che vogliono la crescita a tutti i costi e la otterranno. Dirò di più, la devono necessariamente ottenere per il riequilibrio degli orders tra potenze mondiali, oggi a tutto vantaggio degli USA.

Come si può proporre a questa gente che vive una condizione sociale disastrosa di non imboccare la via capitalistica dello sviluppo e di attendere una soluzione “occidentale” ai loro problemi? La decrescita non si pone proprio come questione, almeno hic et nunc, e, probabilmente, questi paesi ripercorreranno le stesse tappe forzate delle rivoluzioni industriali dell’occidente capitalistico(e che, tuttavia, non è detto si ripropongano con la stessa forma storica o con gli stessi esiti). Ma come possiamo sensibilizzare questi popoli ad una crescita compatibile dopo che, proprio noi, ci siamo arricchiti considerando il pianeta una cornucopia dalla quale attingere illimitatamente? La decrescita mi sembra l’ennesima buona predica etnocentrica fatta da un pulpito ipertecnologico e ornato di pietre preziose. Al contrario, ci si deve augurare che Cina e India possano creare le condizioni per un controbilanciamento dello strapotere monocentrico (ancora per quanto?) americano. Possiamo star certi che tale auspicato riequilibrio non lo si otterrà con le vacuità sull’economia sostenibile o sulla riduzione degli inquinanti. Allora a chi la imponiamo la decrescita? Forse agli Stati Uniti? E con quali mezzi? “Mettendo dei fiori nei loro cannoni”?

IL BALLETTO DEI CONTI PUBBLICI

 

Siamo alle solite, il governo appena insediato ha cominciato a lamentarsi del buco finanziario nei conti pubblici lasciatogli in eredità dal precedente governo. Il precedente governo aveva fatto lo stesso e così tutti i governi che a partire dagli anni ’90 si sono autoproclamati paladini del rimpinguamento delle casse statali. Da quando è incominciata la litania sul deficit italiano, all’inizio degli anni ’90, dopo il terremoto che colpì la DC, tutti i nostri amministratori si sono adoprati per provvedimenti economici da lagrime e sangue pur di riportare in attivo il bilancio “dell’azienda Italia”. Dopo quindici anni si scopre che, nonostante il susseguirsi di finanziarie, manovre correttive, vendita dei gioielli nazionali, siamo poco sopra i livelli dai quali si era partiti nei primi anni ’90. Evidentemente qualcosa non torna, e la scusa dei conti in difetto, è un’arma brandita da ogni governo per segare le gambe a determinati soggetti sociali, più spesso i lavoratori dipendenti ma anche i lavoratori autonomi.

Il Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa fa sapere che la situazione è peggiore di quella del 1996 e non sarà facile imprimere un’inversione a tale trand. L’OCSE ha diffuso ieri un documento dove si annuncia una crescita massima per l’Italia intorno al 1,4% con un rapporto tra deficit e PIL del 4,2% nel 2006 e 4,6% nel il 2007. Tradotto: le entrate non coprono le spese per cui si deva andare giù di mannaia. Ma chi dovrà pagare di più per tale ripristino dei conti pubblici? Facile a dirsi e, come avevamo già preannunciato, si prospetta un giro di vite sul ceto medio che nell’era Berlusconi era stato risparmiato per una convergenza di interessi all’interno della CDL.

Facendo i calcoli, al governo Prodi servono almeno 14 mld di euro per ridurre di almeno un punto percentuale il deficit e i soliti spauracchi con i quali si preannuncia l’improcrastinabilità dei provvedimenti da adottare sono: l’uscita dell’Italia dall’unione monetaria e l’abbassamento dell’indice di rating da parte  delle agenzie internazionali (downgrade) che renderebbe più alto il premio da pagare per i titoli sul debito pubblico (a causa di minori garanzie di solvibilità).

Ancora una volta ci prospettano il solito vicolo cieco dal quale si esce solo con maggiore liberalizzazione del mercato interno, cospicue privatizzazioni e un abbassamento del costo del lavoro. Quanto a quest’ultima misura, attraverso il cuneo fiscale, si eviterebbe di raschiare ancora sul fondo del barile e, dalla riduzione percentuale di 5 punti, promessa dal governo, 2/3 andrebbero alle imprese e 1/3 ai lavoratori (Montezemolo & C. possono ritenersi soddisfatti, i sindacati un po’ meno). Allora, dicevamo, da dove prenderanno le risorse necessarie (14 mld per la riduzione del deficit e circa 8mld per il cuneo fiscale)? A parte le già proclamate liberalizzazioni e restrizioni di spesa pubblica (per le quali D’Alema si è tanto vantato ieri sera a “Ballarò” definendo un paradosso che sia stata proprio la sinistra ad occuparsene piuttosto che il centro-destra) ci sarà una stretta sulle tasse. Dato che gli evasori sono soprattutto lavoratori autonomi, o almeno quella parte sulla quale si riuscirà d’intervenire (mentre Montezemolo potrà continuare a piazzare i suoi guadagni in Lussemburgo), il vice-ministro Visco ha fatto sapere che le tasse si pagheranno e che non ci saranno più condoni alla Tremonti. In più sarà ripristinata la tassa di successione che il governo Berlusconi aveva abolito.

Dovrebbe così continuare in Italia quella politica di favoreggiamento dei gruppi dominanti che ci hanno portato, questi sì, alla stagnazione più nera. Montezemolo, non a caso, si sta concentrando su grandi operazioni nel settore tessile da attuare in Cina. Avete capito bene, il leader della Confindustria vuole fare concorrenza ai grandi paesi sviluppati arroccandosi nei settori meno determinanti per la crescita economica di un Paese. Invece di investire in innovazioni di prodotto, nuove tecnologie e fonti energetiche ci buttiamo nel tessile, magari anche con i contributi statali.

Rifondazione Comunista si è già messa sul chi vive ma non ha di meglio che proporre consunte politiche neokeynesiane “da domanda” alle quali credono solo loro.

La verità è che l’Italia si trova in questa situazione a causa dell’inettitudine della sua classe dirigente, sia essa politica, culturale, industriale o finanziaria. E non c’entrano nulla né le tasse, né il deficit né le agenzie di rating. Gli organismi internazionali, si chiamino essi Banca Mondiale, Fondo Monetario ecc. ecc., fanno solo da paravento agli interessi della potenza dominante. Pensate un po’ se le agenzie di rating dovessero preoccuparsi del reale indebitamento dell’economia americana, quale sarebbe l’indice di solvibilità da assegnare? Come mai nonostante una bilancia commerciale disastrosa tutti continuano a fare credito agli USA? Gli americani mettono i paesi in riga a suon di bombe e di fantomatici accordi multilaterali (come quelli che i paesi del Sud America cercano costantemente di rinegoziare) e chi contesta si ritrova presto con una guerra per l’ “esportazione della democrazia” in casa.

E’ questo che manca all’Italia, una strategia di lungo respiro orientata alla conquista di spazi di egemonia (ovviamente non da sola, ma con un assetto strategico che coinvolga altri governi) impossibile finché si resterà sotto l’ombrello protettivo americano. Purtroppo i nostri dominanti non sono capaci nemmeno di siglare un accordo minimo come quello per le forniture di gas Russo, perché gli americani hanno come obiettivo prioritario proprio quello d’impedire che si crei una forza a loro avversa in Eurasia. Per ciò gli Usa non ammettono defezioni e, soprattutto, da quei paesi che considerano alla stregua di un cortile di casa.

Quella tracciata è, dunque, l’unica via attraverso la quale si può pensare ad un futuro risollevamento di questo "povero paese" chiamato Italia, ma tale possibilità passa proprio dall’annientamento di due categorie vetuste e compromesse quali sono quelle di destra e sinistra speculari a tale servilismo pro-USA, non solo in Italia ma anche in Europa.

RIPENSARE E NON RESTAURARE IL MARXISMO

 

La storia dovrebbe sempre insegnare qualcosa, se non altro per evitare di incorrere negli stessi errori che, nel caso del marxismo storico, insieme ai desideri e alle aspettative delle masse diseredate hanno determinato il crollo di un impianto teorico che si pensava definitivo e dato una volta per tutte.

I due cancri che hanno afflitto il marxismo e che lo hanno ridotto ad un moribondo devono essere individuati in due prospettive teoriche – alternatesi quanto a presa sugli strati intellettuali che se ne facevano fautori e depositari, nonché traduttori per il più vasto movimento comunista – quali sono l’economicismo e il politicismo.

Cerchiamo di analizzare brevemente queste due derive del pensiero marxista che, per quanto distanti negli esiti ultimi verso i quali protendevano, erano legate tra loro come terminali estremi di una stessa logica che il filosofo Costanzo Preve definirebbe “antitetico-polare”.

Il marxismo economicistico, schiacciato com’era sulla centralità dei rapporti proprietari nell’ambito del sistema di produzione capitalistico e sulla forma di merce dispiegantesi in tutta la sua piena realtà, divaricava la sua analisi su due elementi ritenuti determinati per la comprensione del modo di produzione capitalistico: 1)le unità produttive in concorrenza sul mercato 2)il rapporto conflittuale tra possessori dei mezzi di produzione e forza-lavoro salariata non proprietaria.

Mentre la prima contraddizione portava a definire la classe capitalistica come una massoneria unitaria dove le contraddizioni, seppur esistenti, venivano ricomposte in virtù di coordinate di fondo legate alla riproducibilità sistemica(il marxismo economicistico era, pertanto, interessato solo a seguire la direzione dei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, le cadute del saggio di profitto e la validazione della teoria del valore-lavoro tramite complessi calcoli matematici che facessero letteralmente tornare i conti circa la trasformazione dei valori nei prezzi (di produzione)), la seconda assumeva una visione deterministica che, partendo dalle stesse contraddizioni insite nel processo produttivo capitalistico, avrebbe inevitabilmente condotto alla formazione di un soggetto antagonistico e unitario definito “lavoratore collettivo cooperativo”(G.I.), dal primo ingegnere all’ultimo manovale.  La sintesi sistemica tra le due separazioni veniva affidata ad un organo terzo di ricomposizione degli antagonismi di classe che, in virtù della sua natura mediatoria, riconduceva ad unità sia i conflitti interdominanti sia quelli tra decisori e non decisori. Ovviamente essendo lo Stato strumento specifico della borghesia, tale mediazione non avrebbe potuto che essere sbilanciata e ideologica, nel senso che Marx attribuiva alla parola. Come si evince da tale disamina la sfera economica veniva considerata come determinante in ultima istanza, mentre la politica e l’ideologia (nonché la cultura) erano ritenute un coacervo di sovrastrutture tese al nascondimento e alla mistificazione dei reali processi dipanatesi nell’ambito della struttura(economica). Ma ben presto tutte le supposizioni date per scontate da questa teoria verranno a cadere: non si ha menzione di nessuna concentrazione finale che abbia ridotto la società ad una massa di diseredati contro un trust di onnipotenti capitalisti cedolari, i rapporti di proprietà, così come venivano pensati, non si sono rivelati determinanti nella polarizzazione del conflitto tra sfruttati e sfruttatori dato anche il diffondersi della proprietà azionaria (che rendeva decisiva la possibilità di disposizione sui mezzi di produzione piuttosto che la loro proprietà giuridica) e della delega della cosiddetta “razionalità strumentale”, all’interno del processo produttivo, a managers e tecnici che organizzano il prelevamento del plusvalore (mentre la proprietà poteva concentrarsi sulla “razionalità strategica”). Dunque la proprietà capitalistica lungi dal disinteressarsi dei processi produttivi per diventare una pura classe di rentiers, ha utilizzato i profitti per l’approntamento di strategie volte alla conquista di nuovi mercati e nuove zone di influenza. Infine, la teoria del valore-lavoro, tutta tesa al dis/coprimento  quantitativo dei metodi attraverso i quali i capitalisti succhiavano plusvalore nell’ambito delle innovazioni di processo, ha fatto perdere di vista tutto un universo, quello delle innovazioni di prodotto che, invece, creano nuove branche produttive e nuovi mercati dinamicizzando il sistema ( il quale non imputridisce affatto, contrariamente alla “profezia”).

Sull’altro fronte, quello che potremmo definire sovrastrutturale o politicista, l’attenzione era riversata soprattutto sugli AIS, gli Apparati Ideologici di Stato, sul loro ruolo di riassorbimento dei conflitti e di inglobamento dei gruppi dirigenti operai nella prospettiva capitalistica, al fine di serrare qualsiasi prospettiva di rivoluzionamento della società. Certo, rispetto all’economicismo, questa scuola di pensiero ebbe il merito di invertire la rotta circa l’oggettivo svilupparsi delle soggettività antisistemiche nell’ambito del processo di produzione capitalistico. Anzi l’abbandono della definizione del concetto classe in sé portò ad un rinvigorimento della lotta antisistemica contro i gruppi capitalistici dominanti e contro l’ “ossidazione” e il defezionismo dei gruppi dirigenti del movimento operaio ufficiale. Tuttavia questa lotta veniva intesa come mero squarciamento ideologico del velo protettivo che ammantava la natura dei rapporti nell’ambito della società capitalistica. Anzi l’aspetto ideologico divenne persino più importante di quello strettamente politico, tanto che gran parte delle energie venivano schiantate contro gli apparati tramite i quali il sistema trasmetteva la propria ideologia, vedi appunto l’apparato scolastico.

Questo parallasse, che spostava l’angolo della visuale rispetto al punto di osservazione dell’economicismo, faceva però perdere aspetti di complessità dell’analisi che erano messi in evidenza dal marxismo ortodosso, pur in maniera riduttiva, circa le contraddizioni intercapitalistiche (e della competizione tra imprese nel mercato).

Nonostante la classe era intesa essa stessa come una processualità che si formava nel conflitto contro i dominanti, la dicotomia Borghesia/Proletariato restò il fulcro prevalente dello scontro in atto. Da tale impasse emerse una quasi rinuncia al ripensamento delle contraddizioni sistemiche e del ruolo delle classi dominanti.

Dato quello che abbiamo descritto, con brevità eccessiva ma esistono molti buoni testi dove rintracciare il dibattito in questione, appare evidente che le nuove generazioni chiamate a raccogliere l’eredità, fatta di fallimenti ma anche di importanti acquisizioni teoriche, dei marxismi precedenti non possono e, soprattutto, non devono temere di innovare e di ripensare la teoria e la pratica (anticapitalistica). Purtroppo la scarsità  e la debolezza del pensiero critico che si riscontra a causa di questa sconfitta epocale è già divenuta un’arma nelle mani dei funzionari del capitale e della schiera di intellettuali codini al loro servizio (provenienti soprattutto dalle fila dei gruppuscoli ultrasinistri che negli anni ’70 si autoproclamavano avanguardia della “Classe”).

Insomma, dovremmo trasformare tutti questi punti di debolezza in punti di forza, dovremmo compiere una sorta di analisi SWOT per ridefinire un nuovo campo di azione che sia libero da sedimentazioni passate ma che abbia una buona saldezza per gli spostamenti delle “truppe”.

La parola d’ordine è: elaborare il lutto e seppellire i morti. Cercheremo in futuro (speriamo non troppo lontano) di evidenziare meglio le nostre proposte e di trovare le convergenze giuste con altri soggetti che tentano di ricostituire una prospettiva anticapitalistica, partendo proprio da una reinterpretazione di quello che è oggi la complessità del sistema.

 

Ps. Consigliamo, per un approfondimento di questi temi, e per un giusto tentativo di re-interpretazione del capitalismo il testo di G. La Grassa “Il Capitalismo Oggi” Ed. Petite Plaisance, che va proprio nella direzione da noi auspicata. Si tratta di un buon punto di partenza per la costruzione di una teoria più vicina alle modificazioni intervenute nella formazione sociale capitalistica e che sono coincise con l’affermarsi della superpotenza americana. Rinviamo, inoltre, sempre nella direzione indicata da questo riorientamento teorico, al post apparso su questo blog “Discutendo di teoria con G. La Grassa” di G. Amodio.

  

RIFORMA DELLE PENSIONI, FONDI INTEGRATIVI E INVESTIMENTI A RISCHIO

 

Sembra davvero strano come nella TV pubblica delle Fictions e dei Reality Shows a caterva riescano a sopravvivere programmi d’informazione pubblica come “Report” di Rai 3.

La televisione pubblica dovrebbe fare soprattutto questo visto che è un servizio a pagamento di canone, invece, questo stesso programma viene spesso boicottato dagli sponsors (come accadde dopo l’indagine sulla truffa delle acque minerali) i quali, ovviamente, non possono essere contenti della distruzione della loro immagine.

Ma veniamo a ieri sera. I vari giornalisti freelance che lavorano a Report si sono presi la briga di capire se i fondi pensione (sui quale a partire dal 2008 finirà il TFR dei lavoratori con il gioco del silenzio/assenso) sono davvero in grado di integrare la pensione concessa dall’INPS per la vecchiaia e che, riforma dopo riforma, giungerà a coprire solo il 40% dello stipendio, rispetto all’attuale 80%.

In realtà la prima cosa che balza agli occhi è l’enorme massa monetaria che i gestori dei fondi si troveranno tra le mani, circa 13 mld di euro. Si tratta di una cifra cospicua con la quale ci si può muovere in borsa comprando, vendendo, differenziando. Il problema è che nonostante si compri, si venda e si spalmi il rischio su svariati investimenti, alla fine i fondi fanno sostanzialmente perdere (un assicurato investimento…a perdere!) rispetto ai più sicuri investimenti in BOT, CCT e BTP poco redditizi ma che non ti corrodono il fegato.

Ovviamente, le banche, le società di gestione dei fondi integrativi e le assicurazioni sono tutte collegate e sono proprietarie di pacchetti azionari trasversali con un intreccio di interessi che fa vincere sempre il banco e fa perdere gli scommettitori. I costi delle operazioni che non fruttano non pesano sul loro portafoglio, ma su quello composto dai prodotti finanziari venduti ai risparmiatori. Il San Paolo di Torino ha interpretato nel migliore dei modi questo raggiro, difatti vendeva pacchetti ad alto rischio ai clienti della banca e con il denaro rastrellato faceva scommesse alquanto rischiose in cerca degli investimenti più redditizi. Nel frattempo aveva creato un fondo sul quale faceva confluire i guadagni utilizzando un geniale escamotage, vale a dire, non dichiarava all’inizio dell’operazione quali soldi stesse utilizzando per l’investimento (quelli dei risparmiatori o del proprio portafoglio) ma lo faceva solo ad investimento concluso. Quindi, se l’investimento fruttava la banca dichiarava di aver rischiato in proprio, mentre se i titoli si deprezzavano, il tonfo finanziario veniva scaricato sui fondi costituiti con i soldi dei clienti. Naturalmente, nonostante le denunce alla Consob e una multa del Ministero, il San Paolo non ha pagato un centesimo a nessuno perché il ricorso è arrivato fuori dai tempi stabiliti dalla legge. Ancora una volta i nostri amministratori si rivelano fin troppo distratti.

Ma la questione non è ristretta al sono San Paolo, quasi tutte le banche sono lanciate nel nuovo business, tra queste anche Banca Intesa di Bazoli. Ai promotori finanziari i giornalisti di Report hanno chiesto se gli investimenti che proponevano ai clienti erano sicuri e redditizi, ma la risposta era sempre la stessa e cioè né l’uno né l’altro. Peraltro la Banca invitava i promoters a scoraggiare l’acquisto, da parte dei clienti, dei titoli del debito pubblico (con la scusa del loro rendimento infimo) e li invogliava a puntare soprattutto sui propri prodotti finanziari ad alto rischio (celando ai malcapitati i costi reali e gli svantaggi in caso di caduta del titolo in borsa). Ma le banche, si sa, puntano a fare profitti come ogni altra impresa, operando nel marxiano circuito del D-D’. Più profitti equivalgono a maggiore capacità di approntamento delle strategie volte al potere e al dominio sulla società, ovviamente operando non nell’ambito della produzione di beni ma nel settore dove il denaro riproduce sé stesso.

Chiaramente le banche sono tutte uguali, e, la tua banca, non è mai diversa (come, invece, recitava uno spot di questi ultimi mesi) per cui tutte sono invischiate nell’arraffamento dei risparmi della “gente”, bene diceva insomma B. Brecht: “c’è più dignità nello svaligiare una banca piuttosto che nel fondarla”.

Ma torniamo al punto di partenza, la (contro)riforma delle pensioni che ha previsto, tra i tanti cambiamenti, anche lo storno del TFR ai fondi integrativi con la regola del silenzio/assenso, si dice per una vecchiaia più sicura, ma “si dice” appunto( i più attenti avranno già capito di che razza di riforma si tratta).

Sulla riforma delle pensioni e del TFR ci hanno messo le mani un po’ tutti quanti, da destra e da sinistra (quest’ultima con più vigore), e le riforme sono sempre andate nel senso di una diminuzione degli oneri a carico dello Stato, o meglio, dell’Istituto pubblico (INPS) che eroga i trattamenti pensionistici. Certo, non  possiamo qui percorrere tutte le tappe legislative che hanno riformato il sistema pensionistico in Italia, ma rimandiamo opportunamente ad un qualsiasi manuale di Diritto del lavoro e Legislazione Sociale. Concentriamoci invece sulla riforma del TFR.

Attualmente la determinazione dell’importo del TFR si basa su accantonamenti di quote della retribuzione spettante in ciascun anno, sommati e indicizzati (75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’Istat rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente).

Il TFR ha sempre avuto lo scopo di differire una parte della retribuzione alla cessazione dell’attività lavorativa per superare le difficoltà economiche, che eventualmente, possono derivare al lavoratore dalla conclusione dell’attività lavorativa medesima (ricordiamo che del TFR può anche essere richiesta un’anticipazione, non superiore al 70%, per spese sanitarie o per l’acquisto della prima casa). Si tratta, insomma, di un risparmio forzoso imposto dallo Stato così come si impongono le cinture di sicurezza sulle auto per la salvaguardia dei guidatori. Tale principio viene, però, ridimensionato con il D.Lgs 124/93 istitutivo delle forme pensionistiche complementari. Quindi, con l’entrata in vigore di tale D.Lgs, tutti i lavoratori impiegati a partire da questa data, una volta optato per l’adesione al fondo, sottostanno alla regola dell’integrale e obbligatoria devoluzione allo stesso degli accantonamenti annuali del TFR spettanti. La L. 243/03 ha successivamente previsto l’integrale devoluzione al fondo pensione degli accantonamenti del TFR con il meccanismo del silenzio/assenso. Ma se un lavoratore non esprime entro 6 mesi la sua volontà di aderire ad un fondo pensioni specifico dove vanno a finire i suoi soldi? Su quale fondo pensioni? La normativa dispone allora un privilegio a favore di quei fondi individuati o promossi dalle Regioni, tramite le loro strutture pubbliche o partecipate, o i fondi negoziali o aziendali o, ancora, i fondi cooperativistici. La legge impone, inoltre, che al lavoratore devono essere forniti tutti gli strumenti informativi necessari al fine della verifica dei rendimenti effettivi del capitale investito e dei rischi connessi all’investimento stesso. Peccato che, come abbiamo potuto vedere ieri sera, se va bene il capitale si mantiene intonso, più facilmente si possono perdere dei soldi.

E’ evidente che gli investimenti  sono vantaggiosi solo per i decisori delle strategie finanziarie (banche, assicurazioni, società di gestione finanziaria) mentre il popolo “che non è mai un cazzo”, per dirla con le parole del prete eretico del film “Il marchese del grillo”, si trova sempre tra l’incudine dello Stato e il martello delle strategie interdominanti.

Detto per inciso, la maggior parte delle società che dovrebbero vigilare sui bilanci delle aziende quotate, sulle quali i nostri “bravi” gestori dell’investimento metteranno i nostri risparmi di una vita, sono le stesse che dichiaravano la solvibilità di Parmalat e Cirio quando queste imprese erano già belle che fallite. Persino il fondo COMETA, che gestisce i fondi dei metalmeccanici, si affida ai giudizi di solvibilità emessi da questi lestofanti, e alle banche che usufruiscono dei relativi servizi (e che, in entrambi i casi citati, non mancarono di disfarsi delle azioni nel proprio portafoglio qualche mese prima del crack). Ancora una volta siamo in ottime mani.

IL FERRANDO (QUASI ) FURIOSO

 

Ieri sera Marco Ferrando era ospite della trasmissione di Mentana “Matrix”, invitato dal conduttore per chiarire al pubblico le ragioni della sua uscita da Rifondazione Comunista ha potuto anche parlare delle sue prospettive future che stanno per materializzarsi nella costituzione di un nuovo Partito Comunista dei lavoratori. Tale soggetto politico, a suo dire, intende recuperare i temi sociali fatti naufragare dal partito di Bertinotti. Fin qui, ovviamente, nulla di male. Ferrando evidenzia lucidamente la deriva verticistica di RC e del suo segretario, il quale in cambio dell’occupazione di fette di potere politico-statale è sceso ai compromessi più inverecondi, con buona pace dei lavoratori e delle minoranze che si vanta di rappresentare.

Certo che questa “deviazione” nasce da molto lontano e Ferrando ci ha messo più di un decennio per maturare l’inevitabile decisione. Personalmente ricordo di una Conferenza dei Giovani Comunisti tenutasi a Firenze, molti anni or sono, nella quali i giovani del partito furono chiamati a decidere la linea politica da seguire (si trattava in realtà di confermare l’adesione alle scelte già elaborate dai testoni del gruppo dirigente) e i temi da sviluppare per le battaglie politiche di quegli anni, eravamo nel ’95, se la memoria non mi inganna. In quell’occasione ricordo di aver votato le tesi della sua corrente (prendendomi la rampogna rabbiosa del segretario della mia città che mi accusò di moderatismo borghese) contro la linea Cossutta-Bertinotti che all’epoca, lontana dall’appoggio al movimentismo no-global (ancora inesistente ma i cui prodromi si sviluppavano nella cultura dei centri sociali), puntava ad una sottrazione di consensi e di militanti alla “base” del PDS (intrisa abbondantemente di nostalgia “pcista” e di mancata elaborazione del lutto per la dipartita del più grande partito comunista d’occidente). Naturalmente ai ferrandiani fu quasi impedito di parlare e, già per questo, pur essendo lontano dal trotzkysmo, decisi di votare per la minoranza interna. Da allora sono passati molti anni, ma Ferrando ha continuato a seguire le magnifiche sorti e progressive di RC fino all’attuale strappo, maturato all’indomani della decisione del gruppo dirigente di escluderlo dalle candidature per il parlamento. In quest’occasione, a quanto pare, un Bertinotti paonazzo, e con le vene pulsanti di rabbia, avrebbe detto a Ferrando di ritenersi fuori dai giochi elettorali a causa di una presa di posizione del leader trotzkysta sull’illegittimità dello Stato d’Israele. Il partito, invece, sosteneva e sostiene tutt’ora la linea dei due popoli e due Stati. Ferrando fu costretto ad abbozzare e, pur non rinnegando nulla di ciò che aveva scritto, si giustificò dicendo che il libro era di qualche anno prima e che le sue affermazioni erano state decontestualizzate.

Questa è la storia, ma torniamo a ieri sera. Ferrando ha sostenuto da Mentana che un governo che si appresta a rifinanziare le missioni di guerra, che intende semplicemente revisionare la legge 30 e non abolirla come si era promesso, che ha come Ministro dell’economia Padoa-Schioppa, non potrà che essere contro i lavoratori e filo-liberista. Giustissimo compagno Marco Ferrando. Ma quando poi Mentana gli chiede per chi ha votato alle ultime elezioni torna fuori la vecchia malattia del trotzkysmo, ossia l’ “entrismo”. Ferrando, infatti, dice di aver votato Rifondazione, ma solo per una ragione irrinunciabile, mandare a casa Silvio Berlusconi. Mi sembra paradossale che una persona apparentemente così raziocinante, anche televisivamente efficace se vogliamo, cada in una contraddizione così dilattantesca. Scusami compagno, mandiamo a casa Berlusconi (un dominante parvenu, nemmeno tanto accetto dai poteri attualmente dominanti) per favorire un’altra frazione di dominanti che ha condensato nel suo grembo una serie di poteri forti che vanno dalla finanza, all’industria, ai sindacati. Non ti pare che questo moloch sindacal-finanziario-industrial-politico sia persino peggiore del precedente governo della destra? Oppure anche noi vogliamo farne una questione di stile, cultura, diritti civili, pacs e viaggi più sereni all’estero per Furio Colombo che si vergognava di essere italiano?

Questa contraddizione è davvero triste, per non dire politicamente indecente. Si tratta di una presa di posizione gravissima per chi si dice anticapitalista, dimostra come anche i sedicenti antagonisti abbiamo introiettato “la cultura normale” (analogica alla scienza normale di Kuhn) intesa come campo oggettivo “naturale” oltre il quale non si può andare. Ovvero siamo contro il sistema ma fino ad un certo ed accettato punto. Se la sinistra è quello che Ferrando ha detto ieri sera, e cioè un coacervo di poteri che hanno trovato un’ intesa (da Bertinotti a Padoa-Schioppa) come mai li ha votati? Non ci si rende davvero conto che non c’è nessuna destra da abbattere e che il potere è fatto di granuli di condensazione di forza che creano reticoli di rapporti (consolidati o più fluidi) trasversali alla destra e alla sinistra?

Evidentemente l’essenza culturale che si fa “natura” del sentire comune, pur partendo da una base ideologica particolare(derivante, appunto, dal lavorio specifico dei gruppi dominanti che producono tale ideologia) è così radicata e condivisa che chiude gli occhi anche ai comunisti(critici).

Allora, ci rivediamo alla prossima scissione, compagno Ferrando.

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