CHI SEMINA VENTO…. Scritto da Giellegi, il 16 settembre ‘12

gianfranco

 

Chi semina vento raccoglie….. quel che raccoglie. Del resto, quando da bambino giocavo con l’acqua (talvolta mischiata ad appena un po’ di fango per complicare il problema) nel portico di casa mia, lastricato di pietroni quadrati solcati da canalicoli messi a rete, pur usando sassetti e stecchetti per orientare in qualche modo il complicato decorso del liquido, ho imparato che si devono accettare molti disguidi e percorsi imprevisti; dei quali puoi però servirti in un punto situato un po’ oltre per cercare di riprendere la situazione in mano sia pure con ulteriori “sorprese”; e così via.

Sia chiaro che non ho mai pensato al fatto che certi gruppi dominanti – usando dei loro centri di elaborazione strategica – si auto-organizzino determinati eventi, per loro catastrofici, in base a precisi e preordinati progetti, ben stabiliti in tutte le loro ulteriori tappe. Faccio alcuni esempi, così a caso. Prendiamo Pearl Harbor (o Pearl Harbour), che determinò la svolta dell’entrata in guerra degli Usa, mentre fino a quel momento il Congresso, e anche l’opinione pubblica, volevano tenersi lontani dal conflitto, di cui non credo capissero molto (era per loro veramente molto distante). Non si può dubitare che l’aggressione fu dei giapponesi e certamente in base ad un piano preparato con cura e dunque a lungo. Tuttavia, è altrettanto certo che qualche giorno prima dell’attacco le tre portaerei americane (e mi sembra alcune delle loro corazzate) si erano allontanate da quella base e andavano in giro per i mari separate fra loro. Difficile immaginare che fosse un caso; e anche che i giapponesi non ne fossero informati. In quel caso il progetto era però stato preparato minuziosamente da lunga pezza; bisognava allora solo decidere se rinviare il tutto (ma per chissà quanto tempo e ormai in ogni caso senza più sorpresa) oppure rassegnarsi ad assestare un duro colpo, non definitivo ma evidentemente valutato come un “buon inizio”, ben sapendo che comunque i centri strategici Usa non avrebbero messo in preallarme la base; altrimenti come sollecitare lo sdegno della nazione (dei beoti che sempre costituiscono i poveri popoli ignari e i loro rappresentanti eletti, quasi tutti altrettanto insipienti dei loro elettori)? I governanti statunitensi (a partire dal “buon” Roosevelt, il presidente del New Deal) avevano messo in conto un po’ di morti (2304 se non erro) in modo da poter finalmente realizzare l’entrata in guerra, sia pure con un po’ di ritardo dovuto alle difficoltà che crea talvolta il “regime democratico”.

Spostiamoci all’11 settembre 2001. Mai seguite tutte le chiacchiere sull’auto-preparazione dell’attentato da parte americana o del Mossad israeliano. Sciocchezze a mio avviso. Certe avvisaglie però erano quasi sicuramente note, benché sia convinto che i Servizi non conoscessero (e nemmeno è comunque così importante fissarsi su questo punto) l’obiettivo preciso né la portata dell’evento; tanto più che, in ogni caso, gli stessi organizzatori dell’attentato non prevedevano certo il collasso termico e penso mirassero soltanto alla distruzione di alcuni piani dei due grattacieli (il risultato è stato un po’ eccessivo rispetto alle loro intenzioni). In ogni caso, era indispensabile agli Stati Uniti qualcosa che segnasse una tappa per iniziare la “lotta al terrorismo”, nella quale farsi seguire pure da altri paesi, che davano segni di poter divenire le nuove potenze con la conseguente entrata in una fase storica assai diversa da quella seguita al crollo dell’Urss, in cui gli Usa erano stati per alcuni anni convinti – dopo aver fra l’altro sistemato l’Europa, e certi tentativi tedeschi di allargarsi verso il dissolto campo “socialista” est-europeo, con l’aggressione alla Serbia (coadiuvata dalla “serva Italia” del governo D’Alema) – di essere ormai i padroni incontrastati del mondo; mentre Eltsin sembrava aver distrutto per sempre ogni possibile ripresa della Russia, che invece aveva cominciato a risollevarsi con Putin (e già a fine secolo XX con Primakov).

La lotta al terrorismo servì, grosso modo, da collante per due anni, fino all’aggressione all’Irak. Poi i vari paesi tipo Russia e Cina hanno ripreso il loro aire e gli Usa si sono adattati a ripensare la loro strategia nella situazione di incipiente multipolarismo. Ho già indicato alcune tappe di tale strategia (da me definita “liquida”) nel mio precedente articolo: dalla nomina di Petraeus in Irak (2007) ai progetti di ritiro dall’Afghanistan alla “primavera araba” e via dicendo. Certamente, si sono presentate agli Usa difficoltà supplementari per l’inettitudine degli “alleati” (molto servili e manovrabili dal “padrone”) da usare nella zona “occidentale”: Africa del nord, Medio Oriente, Europa, ecc. Un certo caos regnante in Egitto era probabilmente messo in conto, e così pure in Libia; dove, però, si è forse creata una situazione più confusa del previsto, pur se non ne sono del tutto sicuro poiché non è escluso che si mettesse grosso modo in conto la particolare disgregazione della società (tribale) libica una volta distrutto il regime gheddafiano.

Non era ovviamente voluta l’uccisione del console (o ambasciatore) e altri; nemmeno si poteva conoscere la data di qualche fatto particolarmente increscioso per gli Stati Uniti. Tuttavia, che si andasse incontro a eventi di crisi di particolare intensità – non previsti nel quando e nel come, ma ritenuti del tutto probabili nel se – mi sembra impossibile non fosse preso in considerazione. Nemmeno credo si debba dubitare che le “unità di crisi”, con i possibili interventi nelle zone calde, siano già state preparate da tempo; ed infatti flotta e truppe sono entrate subito in allerta e sono pronte all’eventuale intervento per sistemare quanto gli “alleati” (sotto denominazione Nato) hanno lasciato di caoticamente incompiuto.

 

2. Ho fatto, e abbastanza a caso, alcuni esempi per evidenziare le predisposizioni di chi sa usare le strategie, sia pure a volte con giochi assai rischiosi. Non si tratta di complotti e di fissazione di progetti precisi in tutte le loro mosse, calcolate al 100% e con date fisse per la loro attuazione. Ci si serve di determinate informazioni, ottenute da Servizi efficienti tramite canali opportunamente coltivati con il possibile nemico, così come dovrebbe essere accaduto con l’attacco dei giapponesi; oppure si tessono trame definite solo per tratti grossolani, prevedendo che dal caos creato emergerà qualche evento traumatico da sfruttare per meglio rifinirle, come potrebbe essere invece il caso della Libia (e un domani magari pure dell’Egitto, ecc.). Tuttavia, scegliendo questa seconda opzione, si verificano spesso disguidi poiché i calcoli – sia pure, lo ripeto, di larga massima – non hanno magari tenuto conto in modo adeguato del magma venutosi a formare: o per l’incapacità dei “sicari” utilizzati, non volendo intervenire subito direttamente, o perché questi ultimi hanno superato i limiti del mandato assegnato nel maldestro tentativo di accaparrarsi qualche vantaggioso supplemento d’affare e qualche aggiunta d’influenza, non preventivati dal “mandante” e tanto meno da esso concedibili.

Certamente, quanto accaduto in Libia ha per il momento obbligato perfino Obama a rispolverare la storia di Al Qaeda e di quel terrorismo islamico, il cui uso da parte degli Usa di Bush si era deciso di chiudere con la sceneggiata – trasmessa fintamente in diretta televisione ad estasiati personaggi, più disgustosi e abominevoli di quelli condannati a Norimberga – rappresentata dall’assassinio di Bin Laden. Oggi, tutti i “neocon”, compresi quelli nostrani di un centro-destra rozzo e inetto, incapace di pensare politicamente per conto proprio, urlano contro Obama perché ha ridato fiato all’islamismo nel tentativo di dividerlo e ha indebolito il precedente totale appoggio statunitense ad Israele.

Debbo dire che, a suo modo, la più sincera è stata la Maglie, il titolo del cui articolo è: “Obama ci ha portato Al Qaeda in casa”. Essa tiene anche conto dell’apparente maggiore importanza attribuita oggi dagli Usa al Pacifico, pur non capendo gran che della differenza tra strategia di impegno diretto (che nel Pacifico ha solo scopi di “contenimento” rispetto alla Cina) e strategia di attacco indiretto tramite appunto il caos e il pantano, in cui si mira come obiettivo primario alla piena subordinazione dell’Europa in funzione anti-russa. Tutti gli altri antislamisti, comunque critici delle imprese in Libia ecc., se la prendono soprattutto con Sarkozy (nemmeno citano Cameron, cioè l’Inghilterra), l’unico capo di Stato ormai esautorato e quindi da prendere come pupazzo cui poter impunemente tirare addosso le palle delle proprie critiche, indecorose per la loro banalità e l’ignoranza dimostrata. Tutti questi servitorelli hanno comunque paura di nominare gli Stati Uniti, sorvolano di solito sulla persona di Obama, pur se mostrano con evidenza la loro speranza che questo “insuccesso” gli costi la rielezione a presidente.

Oggi riusciamo così forse a notare una minima differenza tra destra (parlo di quella parlamentare, dell’ignobile e verminoso Pdl, ecc.) e sinistra. Quest’ultima è un ammasso di rinnegati; e quelli troppo giovani per esserlo hanno comunque lo stesso animo di servi degli Stati Uniti forse peggiori, quelli dei falsi sentimenti democratici, del maligno “buonismo”, dell’insipido “politicamente corretto”. La destra è pur essa serva degli Usa, ma sostiene che tale “grande paese” è caduto in mano ad uno sciocco (Obama) fattosi irretire dalla “(in)civiltà islamica”, mortale nemica della “civiltà cristiana”. Siamo tornati alle Crociate per questi rozzi e incolti, pericolosi per la loro ottusità, per il confuso e selvaggio tentativo di riemergere dal baratro elettorale – in cui li ha cacciati il “coniglio” loro leader, da Obama risistemato al suo posto di “cantante da piano-bar” – rispolverando lo “scontro tra civiltà”.

Se i processi in corso in casa nostra continuano in questa direzione, bisogna augurarsi che la destra (parlamentare) nostrana non si rimetta più in carreggiata; altrimenti si rischia di andare nella direzione di una vera barbarie e incultura da cui non si riemerge. Quanto alla sinistra, la “semicolta” (cioè tutta “chiacchiere e distintivo”), bisogna assolutamente impostare una lotta senza quartiere al suo servilismo nei confronti degli Stati Uniti: di quelli di Obama, che non sono certo migliori degli altri e hanno una speciale vocazione all’assassinio mirato e al massacro dei popoli, condito con la finzione del trionfo della “volontà democratica”. Bisogna quindi trovare un minimo comun denominatore tra forze interessate alla sovranità e autonomia nazionale. Bisogna però fare attenzione ai contraffattori. Molti barano, soprattutto in certi gruppetti di “sinistra”, dove allignano i peggiori delinquentelli da suburbio, gentaglia anch’essa in cerca di un piccolo gruzzolo di voti da poter spendere per ottenere qualche prebenda dai dominanti parassitari italiani e dai loro padroni statunitensi.

 

3. Torniamo al problema iniziale: fatti libici e minaccia di invio di truppe statunitensi. Non conosco la situazione in Libia, non sono un esperto di questioni (e società) arabe e simili. Al proposito mi fido di quanto dice Lugan nel suo ultimo articolo da noi pubblicato. Mi sforzo comunque di intuire all’incirca quali potrebbero essere le intenzioni statunitensi applicando la nuova strategia degli ultimi anni. Se si pensa – secondo schemi a mio avviso consunti e in buona parte falliti lungo l’arco dei settant’anni di questo secondo dopoguerra – che si tratta dell’imperialismo, il quale vuole nuovamente le sue colonie per estrarre da esse le risorse, senza le quali qualcuno ancora sostiene che si verificherà il “crollo” del capitalismo, ritengo si commetta un grave errore o addirittura si cerchi consapevolmente di confondere le idee.

La fase storica non vede in atto alcuna rivoluzione o lotta radicale “dal basso”. Ed è ora di dire con franchezza che, anche tra le sedicenti masse diseredate dei paesi ancora sottosviluppati, emergono con sempre maggiore chiarezza gruppi dominanti, di particolare durezza, molto abili nello sfruttare le loro masse, del tutto docili ai comandi dei “superiori” in nome soprattutto dello spirito religioso. Queste masse, quando si agitano e si rivoltano, vanno esaltate? A seconda della direzione presa dal movimento. Chiunque si sia inebriato delle presunte “rivolte delle masse” nella “primavera araba” è da considerare un reazionario della stessa pasta di coloro che guardarono con favore alla Vandea o ai contadini (poveri) delle “armate bianche” o anche ai marinai di Kronstadt. Se si tratta delle “masse” (ben dirette) all’assalto della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, ecc., l’opinione diventa positiva. Questo, però, per chi è schierato sulle mie stesse posizioni; chi appoggia oggi gli Stati Uniti – sia quelli di prima sia quelli odierni – la penserà ovviamente in modo opposto. In ogni caso, sia chiaro che non mi sogno di dire che i vandeani erano soltanto massa di manovra di preti e nobili mentre chi assaltava la Bastiglia era il popolo cosciente che indicava il radioso futuro della “liberté, égalité, fraternité”; e non vengo a raccontare che la presa del Palazzo d’Inverno ha aperto la strada verso il comunismo, poi tradito per alcuni già da Stalin, per altri da Krusciov, per altri ancora da Gorbaciov. Parlando del presente, ho apertamente condannato il massacro di Gheddafi e la rivolta libica senza bisogno d’inventarmi che il Colonnello era un altro “Leone del Deserto”, un campione di lotta antimperialista. E via dicendo.

La situazione creatasi con le “rivolte arabe” (in dati paesi e non in altri) sta sfuggendo di mano? O si tratta di processi almeno in parte messi in conto e che verranno sfruttati secondo decisioni al momento non facilmente prevedibili? O si tratta di difficoltà che nascono – come già accadde per la strategia Kissinger-Nixon all’epoca del Vietnam – dalla contrapposizione tra gruppi dominanti statunitensi con diversi punti di vista di politica estera? Non scioglierei adesso i vari dubbi e non sceglierei precipitosamente questa o quella ipotesi. Pur se penso che gli strateghi statunitensi non siano rimasti troppo sorpresi, né tanto meno scontenti, per lo svolgersi di eventi in grado di favorire buona parte delle loro aspettative di più lungo periodo (non invece le esplosioni e andamenti erratici di breve momento, però con tutta probabilità preventivati). Attenderei i prossimi mesi e forse anche qualcosa di più; soprattutto credo che, come minimo, ci si debba astenere dal trarre affrettate conclusioni fino all’elezione presidenziale negli Stati Uniti. Sono comunque convinto si possa emettere qualche giudizio meno provvisorio, pur sempre ipotetico, in merito agli intendimenti di quei centri attivi nell’impostare la strategia americana degli ultimi tre-quattro anni.

La Russia sembra essere considerata, da questi centri strategici, come nemico principale, almeno potenzialmente e nel medio periodo. A est ci si impegna più direttamente con una serie di alleanze (cui partecipa perfino un paese ex “socialista” come il Vietnam) per creare il cordone intorno alla Cina (di cui ho parlato in altro pezzo) e spingerla eventualmente verso il suo ovest (continentale). A “ovest” – nell’area della Nato, che s’intende rafforzare e non indebolire come sostengono alcuni imbroglioni, servitorelli pro-Usa – si opera, in modo contorto e perfino mascherato, per l’ulteriore, e più spinto, annullamento di ogni vocazione autonomista dei paesi europei; a partire dai più deboli e squinternati d’essi, fra cui vi è purtroppo anche il nostro.

 

4. Le “primavere arabe” sono state non dico create ma influenzate e orientate, lasciando da parte piani rigidamente preordinati, nell’intento di riprendere in mano l’iniziativa in vista del ri-giocarsi la supremazia globale, accettando la prospettiva di un andamento multipolare dei processi nel mondo. Si è intravista la possibilità di sfruttare meglio – che non mediante una politica di netta e schematica contrapposizione – l’incipiente processo di formazione di nuove stratificazioni sociali in quell’area, da cui vanno emergendo dati gruppi dominanti; sia soprattutto e più efficacemente sotto il manto religioso, ma anche mediante l’incerto baluginare di ideologie più laiche (che appaiono al momento deboli e inefficaci malgrado vengano esportate e pompate dall’occidente capitalistico avanzato). La mia sensazione è che gli Usa attuali si sforzino di differenziare il proprio atteggiamento verso quelle società, individuando i nemici principali, ad es. Siria e Iran, sempre tuttavia con l’intento di dividere e creare situazioni di particolare caos onde meglio condurre l’elastica e duttile offensiva; il che comporta deviazioni, opposizioni (anche interne), il sorgere di forti contrasti, fino al pericolo di perdita del controllo; in genere, tuttavia, momentaneo.

L’uso degli “alleati” (sicari), in questa offensiva non rigida e diretta, sembra voler prendere i classici “due piccioni…..”. Si tratta di fomentare divisioni e contrasti anche all’interno dell’area europea, dove la struttura sociale vede già radicate differenziazioni tra gruppi dominanti e popolazioni subordinate, pur esse frazionate in raggruppamenti sociali definiti, non però cementati dalla religione ivi imperante, bensì divisi da interessi molteplici e variamente contrastanti. In ogni caso, il caos in quest’area – ottenuto specialmente laddove la situazione è socialmente e politicamente più favorevole (tipica l’Italia) – serve ad impedire ulteriori disturbi di tipo “multipolare” e a creare una zona di particolare rilevanza quale base per mirare al principale obiettivo rappresentato, per un congruo periodo di tempo futuro, dal conflitto con la Russia, ecc.

L’utilizzazione dell’area nord-africana e medio-orientale e di quella europea (entrambe da non considerarsi in una loro, inesistente, indifferenziata unità), utilizzazione che ha sue finalità specifiche in merito alla lotta per la supremazia in vista di una fase di crescente multipolarismo (se non ancora di accentuato policentrismo conflittuale), non mi sembra al momento da noi adeguatamente presa in attento esame. Poiché tutto ciò è fondamentale per capire quanto accade in Italia, invito tutti a produrre uno sforzo ben superiore in tale direzione d’analisi.