Dante causa

06c68e4e-81f4-4af8-ba8b-fa415bdce652

Dante causa

Accusare di plagio o di scarsa importanza i grandi autori è un passatempo comune a tutti i popoli. Si sa che i nostri, quando arrivano e se arrivano, sono sempre più grandi e forti dei loro e viceversa. La polemica, in questi casi, è d’obbligo e viene persino stimolata dai mezzi di comunicazione a favore di un basso sentimento popolare quale surrogato di una vera identificazione culturale, molto più difficile da conseguire perché richiedente studio e fatica, ormai in disuso dalle nostre parti.
Più facile è fare il tifo per il nostro Dante contro inesistenti attacchi esterni, anche se del sommo poeta non si legge, per chi l’ha letta, una riga dai tempi della scuola. Vorrei ricordare che le immaginarie accuse che sarebbero state rivolte a Dante da “taluni paesi d’oltralpe” sono state ugualmente lanciate da noi contro personalità straniere al solo scopo di sminuirne la portata e innalzarci laddove non possiamo arrivare. Tempo fa sui giornali di casa nostra si insinuava, per esempio, che Shakespeare copiava. E quando non si tratta di plagio si tirano fuori certi vizi morali che dovrebbero gettare discredito su tutta l’opera del genio in quanto vi sarebbe fusione tra quello che uno è e quello che uno fa. Ovviamente, non è cosi ma vai a spiegarlo a certi giornalisti che dimostrano che per scrivere non necessita il cervello.
C’è una bella canzone di Gianfranco Manfredi che parla del fenomeno: “Bruno Bettelheim picchiava i bambini… Amadeus, era pieno di soldi, e Lenin era pazzo, William Shakespeare sfruttava Bacone non ha mai scritto un cazzo. Dostoevsky frustava la serva, Carlo Marx ne abusava, un “viado” la mamma di Freud non ci sono più santi ne eroi…e i geni fanno più schifo di noi, delle le uova abbiamo fatto frittate, le biografie non sono più autorizzate, e giù a tagliare ai rapaci le ali e su a tirare le perle ai maiali. I nani chiedono ancora censura, contro i giganti che fanno paura”.
Quanto scritto da Arno Widmann sul Frankfurter Rundschau, a proposito di Dante, non è nemmeno così esplicito e grave rispetto a quanto letto in altre occasioni su altre menti del passato. Piuttosto, fare paragoni superficiali tra il fiorentino e l’inglese Shakespeare o altri immensi letterati è operazione fine a se stessa che non dà e non toglie nulla a nessuno di essi. Sono lavori che servono più a chi li fa che a chi viene trattato.
Occorre invece dire che Dante aveva tanti nemici e detrattori nella sua epoca. Si dice che fosse persino perseguitato da Cecco Angiolieri, il quale gli dedicò versi offensivi in più occasioni a cui Dante non replicava. Mi sembrano molto più interessanti delle sciocche polemiche odierne. Nessuno scribacchino attuale potrà mai elevarsi a tanti colpi bassi in versi. Per cui meglio Cecco degli scarsi cecchini odierni.

“Lassar vo’ lo trovare di Becchina, Dante Alighieri, e dir del mariscalco: ch’e’ par fiorin d’or, ed è di ricalco; par zuccar caffettin, ed è salina; par pan di grano, ed è di saggina; par una torre, ed è un vil balco; ed è un nibbio, e par un girfalco; e pare un gallo, ed è una gallina.
Sonetto mïo, vàtene a Fiorenza:
dove vedrai le donne e le donzelle, di’ che ‘l su’ fatto è solo di parvenza.
Ed eo per me ne conterò novelle
al bon re Carlo conte di Provenza, e per sto mo’ gli fregiarò la pelle.”

“Dante Alighier, Cecco, ‘l tu’ serv’e amico, si raccomand’a te com’a segnore;
e sì ti prego per lo dio d’Amore, il qual è stat’un tu’ signor antico, che mi perdoni s’ispiacer ti dico, ché mi dà sicurtà ‘l tu’ gentil cuore; quel ch’i’ ti dico, è di questo tenore: ch’al tu’ sonetto in parte contraddico.
Ch’al meo parer ne l’una muta dice che non intendi su’ sottil parlare, a que’ che vide la tua Beatrice;
e puoi hai detto a le tue donne care che tu lo ’ntendi: adunque, contraddice a se medesmo questo tu’ trovare.”

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo, tu mi tien’ bene la lancia a le reni, s’eo desno con altrui, e tu vi ceni; s’eo mordo ‘l grasso, tu ne sugi ‘l lardo; s’eo cimo ‘l panno, e tu vi freghi ‘l cardo: s’eo so discorso, e tu poco raffreni; s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni; s’eo so fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Deo, rimproverare poco pò l’uno l’altro di noi due: sventura o poco senno cel fa fare.
E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare; ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ‘l bue.”