DOVE VA IL PAESE? Di Osvaldo Pesce

SudItaliabordello

Riceviamo e pubblichiamo

Dove va il paese, cosa sta diventando?

Questa è la domanda comune a tanti, si risponde che c’è una lieve ripresa e fra poco usciamo dalla crisi. E’ questa la tesi dei politicanti di governo.

Il mondo giornalistico la sostiene, tanto è pieno di compromessi e privo di obiettività, troppo spesso condizionato da potenti conflitti di interessi; e questo nella carta stampata come nelle radio e televisioni. Il pubblico ha difficoltà a sapere la verità dei fatti e a valutarli nella loro gravità mentre il mondo politico è appiattito sul nulla, vaga nella cecità della situazione e nella mancanza di idee, succube di scelte egemoniche prese al di fuori del paese.

Intanto la realtà si fa sempre più drammatica per buona parte della popolazione e procede la deindustrializzazione del paese, la chiusura e svendita delle grandi aziende, il soffocamento delle piccole e medie.

Proprio il 18 ottobre scorso c’è stata la notizia che la vendita di auto è cresciuta in tutta Europa tranne che in Italia. Non è solo questione della Fiat, di quanti stabilimenti intende smantellare e quanta cassa integrazione ottenere prima di imbastire un fantomatico progetto Italia per auto di alta gamma (quindi da esportare?).

Si tratta anche delle aziende che appartenevano alla mano pubblica, come l’Ilva, privatizzata a chi ha guadagnato profitti senza le necessarie innovazioni tecniche e tutele della salute e dell’ambiente e sono in gioco altre privatizzazioni delle aziende Finmeccanica, quanto resta dell’ossatura industriale strategica che l’Italia aveva.

Anche la recente vendita di fatto della Telecom – che pur indebitata (come la spagnola Telefonica stessa) ha fruttuose partecipazioni nell’America Latina e costituisce un grande patrimonio industriale che include una rete strategica per il paese – ha colto impreparati gli “ignari” governanti italiani.

Un’altra privatizzazione fallimentare, quella di Alitalia, è pesantemente condizionata dalla presenza di Air France, che ha tutto l’interesse a mantenerla in grado di servire solo tratte a corto e medio raggio svenandosi nella concorrenza con le linee a basso costo e i treni veloci; il governo ci ha messo una pezza coinvolgendo le Poste, ma è una soluzione per tirare avanti sì e no sei mesi. Se Air France assorbisse Alitalia, tutto il traffico turistico lascerebbe gli aeroporti italiani e farebbe perno su Parigi, avvantaggiando le città d’arte e le spiagge francesi rispetto a quelle italiane, con buona pace delle chiacchiere sulla risorsa cultura-arte-paesaggio che dovrebbe salvare la nostra economia e che è tanto male sfruttata specie al Sud dove gli investimenti sul turismo e le infrastrutture fanno pietà (pensiamo solo alla ormai mitica Salerno – Reggio Calabria).

Il nullismo dei nostri governanti spicca con allarmante evidenza da questi fatti: non esiste una politica economica nazionale in grado di dare respiro europeo e internazionale alle nostre aziende. Le tesi di una ripresa sono chimere, il paese è in declino, anzi in lenta agonia. Per Pd e Pdl governare significa trascinarsi e vivacchiare fino alle elezioni europee e unire a queste le elezioni italiane, oltretutto mantenendo in vigore la stessa legge elettorale.

Di fronte allo sfascio alcuni alzano il richiamo alla difesa della Costituzione, ma quale difesa? Storicamente la nostra Costituzione non è mai stata applicata nelle sue linee essenziali e nel suo spirito, per colpa di quegli stessi partiti che ci governano tuttora e hanno cambiato solo il nome ma che derivano dai vecchi partiti Pci, Dc, Psi ecc. Un’azione (petizione, referendum, lista elettorale) volta a cancellare almeno l’ultima bruttura -cioè l’obbligo al pareggio di bilancio – sarebbe comunque inefficace: perfino se ottenesse una vittoria formale non potrebbe contrastare di fatto la politica di subordinazione dell’Italia al neoliberismo di marca statunitense e alla speculazione internazionale sui titoli pubblici, grimaldello con cui Wall Street sta indebolendo l’Europa. La globalizzazione dopo la caduta del Muro ha significato investire nei paesipoveri e molto popolati, trasferendovi le industrie, con un aumento dell’utile del 10% per le multinazionali; ma i consumatori erano i lavoratori USA ed europei e crollando l’occupazione nel nord del mondo crolla il mercato, costringendo la popolazione a indebitarsi per cercare di mantenere lo stesso livello di vita; da qui la bolla dei prestiti e mutui che poi scoppia mettendoin crisi le banche (rabberciate con salvataggi da parte degli stati e delle banche centrali), rinfocolando la speculazione su tutto – azioni, monete, prestiti pubblici e privati, titoli di stato, materie prime -, e infettando tutto il mondo.

Alcuni di questi, e altri, vorrebbero uscire dall’euro: per sostituirlo con quale moneta? Con quali vantaggi? I debiti dell’Italia, pubblici e privati, sono oggi in euro, è bene ricordarlo e in euro li esigono e li esigeranno da noi l’UE e soprattutto la finanza internazionale, che essa sola deciderebbe il tasso di cambio (disastroso) tra l’euro e la nuova moneta. I vari governi, “tecnici” e politici, si sono impegnati a ridurre il debito pubblico di 50 miliardi all’anno per venti anni, nessuno capisce come faranno vista la disoccupazione crescente da essi stessi prevista, il rincaro dei beni di prima necessità e delle tariffe, il perdurante smantellamento dell’economia e il prossimo pesante controllo della Bce sulle banche. Intanto le “larghe intese” non riescono a pescare nel marasma delle finanze pubbliche neanche i soldi per annullare la seconda rata dell’IMU o l’aumento dell’IVA. La sovranità politica ed economica del paese è sempre più limitata, ma uscire dall’euro e affrontare con una nuova moneta la speculazione finanziaria internazionale è suicida.

Chi vuole uscire dall’euro vuole uscire anche dall’Europa, cioè da un’ampia area economica comune. Sappiamo per esperienza storica che l’autarchia è un pericoloso miraggio che non risolve nulla; d’altra parte il mercato è globalizzato e si regge sulle regole del WTO oppure sulle regole che impongono i più potenti. Un paese solo, se è un subcontinente (Cina, Russia, Brasile) subisce battute d’arresto, ma se è piccolo e povero di materie prime rischia di essere spazzato via dalla crisi globale e subire la svendita di tutto ciò che ha costruito.

Si dice “siamo tutti sulla stessa barca”, ma chiunque abbia letto un racconto di mare sa che a prua stanno i marinai e a poppa il comandante e i passeggeri ricchi; noi stiamo a faticare la vita quotidiana mentre reggono il timone i potenti che determinano il funzionamento delle produzioni, del mercato e della finanza.

Né appellarsi alla Costituzione né uscire dall’euro e dall’Europa possono risolvere i problemi del paese.

Vogliamo capire come fermare il declino e conquistare un lavoro dignitoso, come scrollarci di dosso la speculazione finanziaria internazionale e il predominio statunitense.

I sindacati confederali fanno subire chiusure, delocalizzazioni e ristrutturazioni ai lavoratori trattando per loro solo dimissioni, cassa integrazione e spostamenti, aderendo di fatto – con governo ed enti locali – allo smantellamento industriale a favore della speculazione logistica ed edilizia.

Manifestazioni come quelle del 18 e 19 ottobre a Roma sono proteste legittime ma di movimenti eterogenei e rischiano di non avere un ulteriore seguito perché non portano obiettivi comuni e chiari, in grado di unire le larghe masse del popolo italiano.

La questione chiave è il lavoro.

Quelli che erano i campioni nazionali dell’industria sono in disfacimento, gran parte del tessuto produttivo è in crisi e in disarmo, pare che il nostro paese non possa e non debba avere e sviluppare industrie né di largo consumo né avanzate, e neppure laboratori di ricerca all’avanguardia.

Da parte dei lavoratori non c’è una risposta decisa a questa situazione, al contrario le lotte si sono indebolite, non trovano unità e solidarietà di fronte all’avanzare della crisi, del disastro e dell’arroganza dei grandi finanzieri. I lavoratori hanno dato molto per la crescita del paese, ma le disillusioni create dal quadro politico e sindacale di fronte ai cambiamenti avvenuti, alla rivoluzione tecnologica e agli spostamenti dei mercati hanno indebolito la fiducia e la prospettiva di cambiamenti in positivo, messo in crisi il sistema della rappresentanza politica, sono venuti meno anche i luoghi di aggregazione.

Occorre uscire dal lamento o da visioni del passato con obbiettivi non fattibili, ma formulare risposte ed obbiettivi concreti per il lavoro e per garantire la qualità ed il livello della vita su cui i lavoratori si possono ritrovare. Fare ciò permetterebbe da un lato di ricostruire una forza combattiva dei lavoratori e dall’altro creare delle alleanze con altri settori della società colpiti ed emarginati anch’essi dalla crisi. Il tutto darebbe fiducia alla sviluppo delle lotte e alla possibilità di cambiamento.

Necessita perciò organizzare dibattiti, convegni ed iniziative ovunque è possibile, che mettano assieme lavoratori, cittadini, organizzazioni di massa e movimenti di opposizione per studiare questa situazione, capirne le cause e i possibili sviluppi, per ribellarci fruttuosamente ad essa.

 

21 ottobre 2013