<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Conflitti e Strategie</title>
	<atom:link href="http://www.conflittiestrategie.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.conflittiestrategie.it</link>
	<description>Analisi Geopolitica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 May 2013 12:26:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
		<item>
		<title>LA TEORIA DI GIANFRANCO LA GRASSA</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/la-teoria-di-gianfranco-la-grassa?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-teoria-di-gianfranco-la-grassa</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/la-teoria-di-gianfranco-la-grassa#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 12:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[EVIDENZA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14791</guid>
		<description><![CDATA[UN NUMERO DE IL GIORNALE DELLA FILOSOFIA DEL 2008 INTERAMENTE DEDICATO A GIANFRANCO LA GRASSA....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>UN NUMERO DE IL GIORNALE DELLA FILOSOFIA DEL 2008 INTERAMENTE DEDICATO A GIANFRANCO LA GRASSA. <a href="http://www.conflittiestrategie.it/indice/wp-content/uploads/2013/05/lagrassa.pdf">SCARICALO QUI</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/la-teoria-di-gianfranco-la-grassa/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>UN POT-POURRI, CHE SPERO INTERESSI, di GLG, 19 maggio ‘13</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/un-pot-pourri-che-spero-interessi-di-glg-19-maggio-13?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=un-pot-pourri-che-spero-interessi-di-glg-19-maggio-13</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/un-pot-pourri-che-spero-interessi-di-glg-19-maggio-13#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 12:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco La Grassa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14788</guid>
		<description><![CDATA[1. Si tratta soltanto di appunti, da sottoporre (da parte di chi avrà buona volontà)...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER">
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">1. Si tratta soltanto di appunti, da sottoporre (da parte di chi avrà buona volontà) ad ulteriori approfondimenti storici. L’Italia uscì dalla grande crisi del ’29 – che la colpì con violenza minore rispetto ad altri paesi capitalistici anche per il fatto d’essere meno industrializzata, d’essere ancora fondamentalmente agrario-industriale – con una vasta statalizzazione di importanti settori economici (creazione dell’IRI). In pratica, tutte le grandi banche (Credito Italiano, Commerciale, Banco di Roma) furono irizzate e così pure molte imprese in rami industriali quali quelli degli armamenti, della cantieristica, dell’energia elettrica, dalla siderurgia.</p>
<p align="JUSTIFY">L’irizzazione (statalizzazione) doveva essere temporanea ed infatti Mussolini – risanate in buona parte le imprese, il che significa che si ripianarono i loro debiti, le si fornì di nuova liquidità, ecc. – offerse ai privati il riacquisto di quanto era stato reso “pubblico”. Se l’offerta fosse stata accettata, si sarebbe in definitiva realizzata la solita operazione detta di “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”. A parte l’Edison, non vi fu alcun ritorno al privato – per il rifiuto dei imprenditori di tale sfera dell’economia, duramente stigmatizzati da Mussolini – e l’IRI continuò ad essere guidata da Beneduce; e fu in genere condotta con un certo successo e buona visione dei problemi produttivi e finanziari.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel dopoguerra, si fece ancora avanti la proposta della riprivatizzazione, fallita sia per la mancanza di fondi adeguati da parte degli imprenditori privati sia per la loro perdurante miopia – in particolare di quelli che appoggiarono il cambio d’alleanze del ’43 – sia ancora per il presentarsi in scena di una nuova imprenditoria (ad es. Mattei con l’Eni) e di accordi preordinati alla rottura del fronte detto social-comunista e al passaggio del Psi nell’area governativa (formazione del centro-sinistra nei primi anni ‘60, cui fu preliminare la statalizzazione dell’intero settore elettrico con creazione dell’Enel). Non si può dire che la conduzione dell’industria statalizzata sia sempre stata ispirata a corretti criteri aziendali. Forse una parte delle critiche provenienti dalle correnti sostanzialmente liberali non era errata; ed è indubbio che in molti casi si misero (parzialmente) in piedi i cosiddetti carrozzoni carichi di zavorra imbarcata per motivi politici, quelli detti clientelari.</p>
<p align="JUSTIFY">La critica proveniente dal Pci, lasciato in pratica solo all’opposizione, fu diametralmente opposta: l’industria statale avrebbe solo servito l’industria privata (classico esempio quello delle acciaierie di Cornigliano ligure che avrebbero fornito materia prima sottocosto alla Fiat), mentre era invece considerata da quel partito uno strumento importante di lotta antimonopolistica (contro il monopolio privato) e di sostanziale appoggio alla crescente diffusione (dopo il periodo del boom economico, fine anni ’50, primi ’60) della piccola imprenditoria, soprattutto quella di settori non costituenti il semplice indotto delle grandi imprese (pensiamo ad es. alle piccole imprese che prosperavano intorno alla Fiat, soprattutto nella cintura torinese e piemontese). Funzione anti-monopolio (privato) e di appoggio alla crescita della piccola imprenditoria erano il cardine dello sperato lancio della “via italiana al socialismo” e dell’“alleanza tra produttori” (classe operaia e, appunto, piccoli imprenditori, spesso detti “artigiani”).</p>
<p align="JUSTIFY">Ulteriori interventi statali condussero, ad es., alla creazione della Svimez (1946) ad opera di personaggi di rilievo quale il democristiano Pasquale Saraceno (e altri), promotrice della successiva nascita della “Cassa del mezzogiorno” (1950), che ebbe alcuni meriti anche se, alla fin fine, non contribuì gran che alla soluzione della ben nota “questione meridionale” e si trasformò sostanzialmente in un ingombrante carrozzone clientelare con abbondante dispendio di risorse. Anche in tal caso, vi furono tesi contrastanti in merito al finale insuccesso dell’operazione. Per alcuni, i finanziamenti al sud furono in definitiva controllati, tramite mille rivoli, dalla cosiddetta criminalità organizzata. Per altri (il Pci in testa, ma anche molti meridionalisti un po’ “lamentosi”) essa favorì soprattutto l’industria del nord (così come fu del resto per altri finanziamenti pubblici in aree dichiarate arretrate, non necessariamente al sud anzi sparse a macchia di leopardo in quasi tutte le regioni del paese).</p>
<p align="JUSTIFY">Le varie critiche hanno a volte colto aspetti parziali di verità, ma nemmeno sono state completamente errate quelle di parte settentrionalista circa la struttura sociale del mezzogiorno, in cui sono risultate carenti e quasi del tutto inespresse effettive spinte imprenditoriali. Lascio perdere la tesi, ripetuta fino alla noia, dell’Unità d’Italia quale annessione del sud da parte del nord, con l’elencazione di presunti indici di eguale sviluppo nelle due aree a metà ‘800 (ad es. il primo tratto ferroviario italiano Napoli-Portici nel 1839), dimenticando bellamente la fitta rete di vie di trasporto (e la ricchezza dei mezzi per utilizzarla) esistente nelle regioni settentrionali, un’area in comunicazione sempre più intensa con zone europee a nord, assai più industrializzate di quelle italiane e funzionanti da traino. La spinta all’ulteriore industrializzazione fu inoltre meglio sfruttata nel nord Italia grazie ad una diversa struttura sociale maggiormente dotata, appunto, di capacità imprenditoriali. Mentre, al sud e dopo un secolo di Unità, la costituzione di presunti “poli di sviluppo” creò quelle che furono dette “cattedrali nel deserto” e che tali restarono a lungo o per sempre.</p>
<p align="JUSTIFY">Comunque, tutti questi problemi sono di pretta ricostruzione storica dei singoli e puntuali eventi verificatisi, un’operazione che non mi metto nemmeno in testa di compiere. Altri problemi ritengono la mia attenzione, anch’essi comunque bisognosi di ricerca liberatasi di vecchie incrostazioni culturali. Lungi da me la pretesa di dire l’ultima parola in merito; anzi molte imprecisioni saranno inevitabili.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">2. Il fascismo, e molto di più il nazismo in Germania, fu promotore di un forte potere centralizzato (dello Stato) e della diffusione di un’altrettanto energica ideologia tesa alla creazione dell’unità nazionale con caratteri di espansione all’esterno (anche perché si riteneva che la potenza inglese, e quella pur inferiore francese, fossero il portato dei vasti possedimenti coloniali di questi paesi). Dubito che si fosse ben valutata la potenza della società statunitense (non fondata sull’aperto colonialismo), che dipendeva da altri motivi più rilevanti e che infine condusse all’innesco in tutto l’occidente della transizione dal capitalismo <i>borghese</i> a quello dei <i>funzionari del capitale</i> (in qualche misura, ma non del tutto, sinonimo di quello <i>manageriale</i>; delle differenze parleremo in altra sede). Una transizione realizzatasi per l’essenziale nel dopoguerra sotto l’impulso della struttura economico-sociale del paese (gli Usa) ormai divenuto centro regolatore del campo detto capitalistico.</p>
<p align="JUSTIFY">Fascismo e nazismo si sono affermati in paesi con diverso grado di sviluppo capitalistico-industriale (l’Italia, come la Spagna, era ancora agrario-industriale mentre la Germania era già fortemente industrializzta); tuttavia, anche il sistema socio-economico italiano non è da confrontare con quello, molto meno industrializzato, di paesi tipo la Russia nel 1917, dove le cosiddette “masse oppresse” erano quasi del tutto contadine. Fascismo e nazismo hanno quindi influito soprattutto su strati di ceti medi (quelli dell’epoca), che si formano in misura via via crescente e diventano parte fondamentale della società nel corso dello sviluppo industriale. Tali movimenti politici hanno però avuto pure infiltrazioni notevoli nel movimento operaio, in specie nel paese più industrializzato (Germania) in cui gli operai erano più lontani dalla loro origine contadina (in Italia, detto processo si svilupperà con maggiore ampiezza nel dopoguerra, tramite il considerevole afflusso di contadini dal sud al nord durante il boom 1958-63, processo che mutò definitivamente in senso industriale il nostro paese).</p>
<p align="JUSTIFY">Fascismo e nazismo, però, giunsero anche ad un pesante compromesso con il grande capitale industriale, interessato a smorzare comunque la spinta sindacale del movimento operaio in crescita per un lungo periodo di tempo a cavallo tra XIX e XX secolo. E’ stato invece a mio avviso sopravvalutato il legame del fascismo italiano con la grande proprietà agraria; da qui la convinzione errata circa l’arretratezza e reazionarietà di quel fenomeno politico, convinzione che è stata causa non ultima dell’incapacità mostrata sia dai socialisti sia dai comunisti nell’opporvisi. Gli eventi non sarebbero forse stati diversi, ma sarebbe stata in ogni caso assai utile l’esatta comprensione del movimento nazifascista, della sua novità e della capacità di aggregare il ceto medio, utilizzando inoltre il forte potere centralizzato nello Stato per costringere lo stesso grande capitale privato (ancora fondamentalmente borghese) ad un compromesso. Non scordiamoci ad esempio che la Fiat era tutto sommato favorevole al “centro-sinistra” di allora (Giolitti-Turati) – schieramento politico ormai profondamente corrotto e marcio (si vedano le invettive di Salvemini al riguardo) – ma non ci mise molto ad allinearsi al fascismo così come gli altri settori del grande capitale.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel trattare con la grande industria privata, il fascismo – a differenza del nazismo – si trovò a disporre pure dell’IRI, cioè dell’industria statalizzata. Sono tuttavia convinto che non ne abbia fatto un uso adeguato. Tale movimento – in questo gli intenti erano simili a quelli del nazismo – era decisamente teso ad una forte unità nazionale creata attraverso gli apparati ideologici e statali. Approfitto per sottolineare che non uso la dizione althusseriana (ben più tarda) di apparati ideologici di Stato poiché credo che questa faccia imboccare una falsa direzione, concentrando l’attenzione più sulla funzione di unificazione (dei blocchi egemonizzati dai gruppi dominanti) svolta dall’ideologia. In realtà, su questo punto, la concezione gramsciana (vicina a quella di Lenin), con la sua insistenza sull’egemonia <i>corazzata di coercizione</i>, mi sembra più efficace. Il fascismo, e tanto più il nazismo, puntarono perfino troppo proprio sulla coercizione esercitata dagli appositi apparati di Stato (quelli addetti, se del caso, all’impiego della violenza).</p>
<p align="JUSTIFY">Il fascismo si trovò a disporre, a causa appunto della grande crisi del ’29, di una vasta rete imprenditoriale (finanziaria, ma anche industriale, aspetto decisamente più significativo) da poter più direttamente influenzare onde ottenere gli scopi prefissati di accrescimento della propria forza. Non l’ha però usata, a mio avviso, per ottenere la massima diffusione possibile di una imprenditorialità fondata sulla managerialità più che sulla proprietà (alla guisa di quella americana). Un simile comportamento avrebbe richiesto la comprensione del ruolo “derivato” dell’ideologia; quest’ultima deve fondamentalmente mettersi al servizio della formazione di una struttura socio-economica favorevole alla crescita di potenza nell’era dell’industria andata ormai oltre la fase della sua prima “rivoluzione” (quella inglese sette-ottocentesca).</p>
<p align="JUSTIFY">L’ideologia più appropriata è appunto quella democratico-rappresentativa, pur sempre subordinata alla forza dei gruppi dominanti, che sanno però utilizzare una più capillare e ramificata rete di conflitti; quest’ultima, ben guidata e controllata con intelligente (e astuta) flessibilità, conduce pur sempre all’unità nazionale, senza però quella ricerca di compattezza priva di crepe in grado di provocare la nascita di pericolose opposizioni radicali e squassanti. Ed è esattamente nella guida e orientamento (duttile) della rete di conflitti che l’ideologia (e i suoi apparati, “privati” o “pubblici”) svolge la sua funzione; avendo tuttavia alle spalle i reali centri di direzione, quelli <i>strategico-politici</i>, che si servono dell’imprenditorialità industriale e finanziaria per la loro alimentazione. Va inoltre ricordato che la capacità di direzione di tali centri strategici non viene esercitata a senso unico, bensì mediante controllati contrasti d’opinione, a volte perfino “ultraradicali”; i “rivoluzionari”, ad es., sono ben nutriti dalla “democrazia” della managerialità, che non ha una concezione del mondo relativamente onnicomprensiva quale fu quella borghese.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">3. In definitiva, secondo la mia opinione il fascismo e il nazismo, malgrado non si debbano nascondere i misfatti orripilanti commessi (soprattutto dal secondo), sono da considerarsi movimenti rivoluzionari, intenzionati realmente a mettere termine al predominio borghese mutando quindi le strutture socio-economiche di quel tipo di capitalismo, ormai in apnea. Tuttavia, tali movimenti si affidarono troppo all’idea della forza espressa direttamente tramite coercizione violenta, e corroborata da una ideologia assai poco flessibile, a partire dagli apparati dello Stato forgiati appunto in tal senso, di cui si ricercava la compattezza, l’assenza di aperti conflitti interni, la cui sorda e soffocata manifestazione è invece quasi sempre più dannosa. E’ stata colta la rilevanza dei cosiddetti ceti medi nello sviluppo industriale, ma è mancata la piena consapevolezza di come utilizzare gli apparati economici “pubblici” – soprattutto quelli produttivi, giacché i finanziari sono appariscenti e certo duttili (come lo è il maneggiare denaro e mezzi ad esso assimilabili), ma assai meno decisivi in senso <i>reale</i> – per ottenere i risultati voluti.</p>
<p align="JUSTIFY">Vorrei non creare equivoci. Fu compresa la necessità di uscire dalla crisi e di rilanciare l’economia; il processo messo in moto in Germania dopo l’ascesa al potere dei nazisti nel ’33 ha conseguito risultati non inferiori a quelli raggiunti negli Usa con il <i>New Deal</i>. Si promosse lo sviluppo, arrivando però a compromessi con il “nemico”, il capitalismo borghese caratterizzato dalla preminenza della proprietà (privata) nella conduzione imprenditoriale. Nemmeno negli Usa si mise mai in discussione, dal punto di vista formale, tale proprietà poiché lo Stato, almeno in apparenza, si fece solo promotore della spesa pubblica per favorire il superamento della crisi, senza consistenti processi di statalizzazione dei mezzi produttivi. In realtà, ciò fu reso possibile per la particolare strutturazione del capitalismo americano, fondamentalmente manageriale, in cui perciò la proprietà era tutto sommato prevaricata dall’apparato direzionale strategico delle grandi <i>corporations</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando sostengo che la <i>politica</i> ha la supremazia sull’economia, che quest’ultima è mezzo e strumento della prima, non intendo affatto sostenere che è necessariamente lo Stato (insieme di apparati amministrativi, ideologici e di <i>uso della forza</i>) a dover decidere la direzione dello sviluppo economico. La <i>politica</i>, nel senso da me inteso, è l’insieme delle mosse compiute nella conduzione del conflitto in atto tra più gruppi dominanti, che nella lotta forgiano le loro capacità cercando di prevalere gli uni sugli altri. I <i>centri strategici</i>, formati dai gruppi dominanti in conflitto, non sono né semplici apparati statali né semplici strutture organizzative aziendali; sono qualcosa che lega insieme, che intreccia, sia apparati della sfera politica (al cui vertice sta appunto lo Stato) sia quelli inerenti alla sfera economica.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi centri usano quindi come strumenti sia apparati dello Stato sia quelli produttivi e finanziari; con l’opportuno “condimento”, l’“ornamento”, di quelli ideologici, da non sottovalutare affatto (malgrado i termini che uso) nella loro opera di rafforzamento di questo o quell’indirizzo, che deve essere sempre rappresentato, e <i>creduto</i>!, pure in una sua veste di idealità (altrimenti mal si combatte). E a seconda delle esigenze della fase – cioè dei diversi rapporti di forza tra gruppi dominanti (non solo tra quelli interni ad un paese, ma anche tra gruppi di paesi diversi) con l’eventuale necessità di mediazioni e compromessi o invece dell’uso della forza dopo aver costituito le opportune alleanze – gli strumenti principalmente utilizzati possono inerire agli apparati della sfera ideologica o a quelli della sfera economica o a quelli della sfera politica. Ma sempre, non lo si scordi mai, l’uso dei diversi apparati segue le mosse strategiche indicate dalla <i>politica</i> perseguita dai gruppi dominanti in conflitto per la preminenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Il fascismo e il nazismo, lo ripeto, intuirono l’ormai avvenuta subalternità della classe operaia. Ricordo qui quanto da me chiarito in anni di riflessione: non si formò mai quella classe prevista da Marx, l’<i>operaio combinato</i>, quale ricomposizione tra lavoro direttivo ed esecutivo, che si erano progressivamente scissi durante la fase di transizione dall’artigianato medievale alla manifattura (prima formazione dei rapporti capitalistici). La classe operaia era ormai semplicemente l’insieme dei lavoratori esecutivi dell’industria. Questa fu la <i>base</i> (i militanti) del “movimento operaio”, guidato da élites enucleatesi nei sindacati e nei partiti socialdemocratici e soprattutto interessate a contrattare la loro posizione all’interno dei processi riproduttivi della formazione capitalistica.</p>
<p align="JUSTIFY">Tale movimento operaio era già finito quando si ebbe l’evento decisivo del XX secolo, la Rivoluzione d’ottobre, che significò lo spostamento della “rivoluzione proletaria” ad oriente. Come disse bene Lenin: le masse d’oriente erano culturalmente arretrate (in questo si rivela il retaggio culturale di Lenin, di tipo prettamente “occidentale”) ma politicamente avanzate, mentre il contrario caratterizzava le masse d’occidente. Si dà però il caso che queste ultime fossero costituite appunto da operai (nel senso limitativo e non marxiano del termine, ormai in pieno uso nel marxismo tradizionale) mentre quelle d’oriente erano in grande prevalenza contadine. Il marxismo usò sempre il termine proletariato come sinonimo di classe operaia. Laddove avvennero le effettive rivoluzioni guidate da partiti comunisti (e che si dicevano seguaci del marxismo, sempre più frainteso), il proletariato fu invece per la massima parte costituito da masse di contadini (degli strati poveri).</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto ciò ha provocato una dannosa confusione che ha reso poco comprensibile l’effettiva storia del ‘900. E’ solo a partire da questa consapevolezza – il comunismo divenuto movimento di masse contadine; sempre diretto da élites di ben diversa estrazione sociale, almeno per quanto riguarda la maggior parte dei loro membri, salvo cooptazione di qualche elemento più popolare ormai allontanatosi dalla sua classe d’appartenenza – che si può cominciare a capire quanto è avvenuto nella supposta (e mai nemmeno iniziata) transizione al socialismo nei paesi detti appunto “socialisti” (e, dai più barbari e ignoranti, addirittura comunisti).</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">4. Torniamo però adesso all’occidente nella prima parte del ‘900, in particolare ai paesi in avanzato grado di assestamento della formazione sociale considerata capitalistica, cioè già arrivata ad un buon grado di industrializzazione (elevata in paesi come Inghilterra e Germania e ancor più negli Usa); paesi dotati quindi di consistenti ceti operai (nel senso limitativo, già chiarito, di lavoratori delle mansioni esecutive dell’industria). A parte gli Usa, in quest’area non era ancora del tutto superato il capitalismo <i>borghese</i> (proprietà decisiva e fortemente influente). Le drammatiche vicende della prima guerra mondiale e poi della crisi del ’29 (come detto in altro scritto questa fu soprattutto grave e squassante nel ’32-’33, in quanto piena crisi <i>reale</i>) spinsero a soluzioni radicali.</p>
<p align="JUSTIFY">L’esempio più eclatante fu proprio la Germania, sconfitta in guerra, colpita dalla distruttiva ondata inflazionistica dell’inizio anni ’20, indebolita ulteriormente dalla corrotta e inconcludente Repubblica di Weimar e, infine, percorsa dalla nuova ondata di crisi all’inizio degli anni ’30. In questo paese, come del resto in Italia, inutile negare che il successo non poteva arridere al “movimento operaio”; non a caso diviso in fazioni avverse, dirette da élites incapaci di comprendere come la direzione presa dallo sviluppo, pur sempre di tipo industriale, non conducesse alla formazione della Classe rivoluzionaria, bensì di un insieme di ceti popolari incapaci di egemonia. Più importante fu la crescita dei ceti medi, pur se ancora non ben definiti nei loro connotati più moderni; un calderone che, del resto, è ancor oggi poco conosciuto se non nella descrizione empirica delle sue varie professioni e mansioni.</p>
<p align="JUSTIFY">In un simile sistema di relazioni sociali, quindi, fascismo e nazismo ebbero facile gioco e assunsero caratteri rivoluzionari. L’intenso nazionalismo, divenuto vero fanatismo, li perdette secondo le modalità più tragiche e disastrose. Tuttavia, all’inizio ebbero successo; non capendo però, come detto più sopra, la necessità di colpire a fondo il capitalismo borghese. Il fascismo si trovò addirittura, a causa della crisi del ‘29, un vero atout in mano: l’industria statalizzata, assieme alle grandi banche utili per finanziarla, ecc. A mio avviso, non seppe approfittare di questa opportunità nel modo più appropriato ai fini del suo potere; non ne fece la leva per scardinare quella proprietà “privata” borghese, che fu sempre una spina nel fianco perché assai poco nazionale e più legata al capitalismo inglese. Meno a quello americano, malgrado le frequentazioni di certi suoi rampolli tipo gli Agnelli.</p>
<p align="JUSTIFY">Non vi è dubbio che il “tradimento” del ’43 giocò soprattutto a favore degli Stati Uniti, il vero paese vincitore (Inghilterra e Francia non furono distrutte come l’Italia e, ancor di più, la Germania, ma furono comunque nazioni sconfitte). Si trattò però di un fatto oggettivo, dovuto alla maggiore potenza e modernità della formazione dei <i>funzionari del capitale</i>. La borghesia (“privata”) italiana, in quel periodo, guardava soprattutto all’Inghilterra e, quando il fascismo s’indebolì, appoggiò la Monarchia per il voltafaccia, ma principalmente in <i>quella direzione</i>. Non è un caso che gli inglesi fossero favorevoli alla Monarchia quando ci fu il referendum mentre gli Usa furono per la Repubblica. Ho il sospetto che questa non avrebbe vinto se ciò fosse stato contrastante con gli intenti americani. E pure la vittoria elettorale democristiana del 18 aprile ’48 sarebbe stata più problematica.</p>
<p align="JUSTIFY">In ogni caso, il fascismo non valutò adeguatamente, secondo me, la portata dell’industria “pubblica”. Non si cada però adesso nel feticismo di quest’ultima. Non è addetta a fare gli interessi generali della nazione, ancor meno quelli della popolazione che la abita. Gli apparati imprenditoriali, pubblici o privati poco importa, hanno loro caratteristiche da rispettare. Quelli privati, se diretti con una mentalità da proprietà interessata solo al reddito, intralciando magari i vertici aziendali al fine di perseguire i loro miopi interessi <b>[</b>tipico esempio, assai più tardo, quello della Fiat quando Romiti vinse su Ghidella e dette la preminenza alle manovre per guadagni finanziari, ponendo le basi di quelle difficoltà, da cui nemmeno il “mago” Marchionne l’ha mai risollevata veramente<b>]</b>, conducono al dissesto esattamente come i vertici di apparati di Stato (a partire da quelli governativi) quando essi si servono delle imprese pubbliche non per autentiche decisioni strategiche (quelle della <i>politica</i>), bensì per turare falle o favorire clientele, ecc. Se invece i gruppi dominanti sono capaci di fare <i>politica</i>, se sanno muoversi bene nel labirinto delle strategie, se i loro centri decisionali hanno indirizzi efficaci, un’industria “pubblica” ha canali più diretti per essere usata quale strumento nel conflitto mirante alla potenza e alla supremazia. Nulla più che questo; ma non mi sembra un niente.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli Usa non hanno avuto bisogno di questo canale diretto perché, già nella costituzione di quella specifica formazione sociale, la proprietà privata (borghese) non aveva più la preminenza nell’indirizzo imprenditoriale. L’ebbe forse per un breve periodo e solo nel <i>New England</i>; almeno così io immagino poiché Veblen si sentì di sostenere la già realizzatasi preminenza negli Stati Uniti di una “classe agiata”, che era precisamente quella proprietaria privata divenuta gruppo di rentier. Una tesi simile a quella di Marx, che formulò più o meno la stessa previsione circa la separazione tra proprietà e direzione dei processi produttivi con trasformazione dei capitalisti (intesi quali semplici proprietari dei mezzi produttivi) in redditieri, possessori di azioni ecc. Questa era la supposizione marxiana relativa alla dinamica del rapporto capitalistico con riferimento all’unica formazione capitalistica da lui conosciuta, quella borghese esistente in Inghilterra. Da tale previsione egli trasse la conclusione che i rapporti capitalistici sarebbero divenuti un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive; avrebbero cioè costituito una sorta di involucro da frantumare tramite la rivoluzione operaia (dell’<i>operaio combinato</i>), inizio della transizione al socialismo e poi comunismo. Il capitalismo non si sviluppò invece in questa direzione; negli Stati Uniti, in primo luogo, andò affermandosi la formazione dei <i>funzionari del capitale</i>. Quando poi tale paese vinse pienamente nel campo capitalistico dopo il periodo <i>policentrico</i> caratterizzato dalle due guerre mondiali, anche per il capitalismo in generale la “storia” mutò; ed esso infine prese il sopravvento sul “falso socialismo”, incapace di comprendere le reali tendenze dello sviluppo capitalistico, per nulla affatto afflosciatosi quando venne a disseccarsi la borghesia.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">5. Non si vogliono qui negare le atrocità commesse soprattutto dal nazismo (anche se quelle commesse dai gruppi dominanti, e nelle più svariate epoche storiche, non credo siano proprio tanto inferiori, di sicuro non meno cruente e con ben più di sei milioni di morti). Qui però sto trattando di un altro problema. La storiografia ufficiale ha sempre considerato fascismo e nazismo fenomeni reazionari ed estremi. La mia tesi è che furono invece rivoluzionari, ma fermatisi a metà strada e quindi “storicamente” blandi; e non semplicemente per volontà di compromesso o addirittura per essere divenuti puri strumenti della grande borghesia come si è sostenuto (per alcuni il fascismo sarebbe stato addirittura strumento della grande proprietà agraria), bensì per incomprensione dei mutamenti in corso nel capitalismo (un’incomprensione generale e non sanata nemmeno oggi).</p>
<p align="JUSTIFY">In modo del tutto particolare, non credo si sia capito che i veri antagonisti, nel campo capitalistico e nel corso dell’ormai inevitabile regolamento dei conti in piena epoca <i>policentrica</i>, furono gli Stati Uniti, la nuova formazione sociale del capitalismo non più borghese, non più centrata sulla proprietà privata come connotato preminente dei gruppi dominanti. Credo che molte mosse sbagliate compiute all’epoca della seconda guerra mondiale – in particolare l’essersi fatti turlupinare da Churchill; per questo i tedeschi non invasero l’Inghilterra e addirittura aprirono il fronte russo, errori evidenti che esigono ben altro chiarimento della strombazzata vittoria aerea britannica – si spieghino con l’incompresa sostanziale fine del capitalismo borghese, carattere precipuo di quello inglese, ormai non più l’antagonista principale come, tutto sommato, fu ancora all’epoca della prima guerra mondiale.</p>
<p align="JUSTIFY">Checché ne dicano gli storici, il fascismo mantenne sempre un atteggiamento antipatizzante verso la borghesia (basterebbe vedere la cinematografia dell’epoca, non tutta di “telefoni bianchi”); tuttavia tale movimento fu convinto della piena conquista d’ogni potere tramite il totale controllo degli apparati dello Stato (della sfera politica), con cui poter di fatto controllare e indirizzare l’attività della grande industria ancora famigliare (gli Agnelli e i Marinotti, i Krupp e i Von Thiessen). Per questo motivo, probabilmente, non fu nemmeno utilizzata adeguatamente l’industria pubblica – con quel canale diretto tra politica e azienda di cui si è detto – che anzi il fascismo italiano, trovandosela in mano grazie alla crisi, avrebbe perfino voluto restituire alle grandi famiglie, ricevendone il rifiuto che fece irritare Mussolini. I liberali, piuttosto rozzi nella loro incomprensione dei sistemi sociali – perché per essi esistono solo le relazioni tra individui, vere “monadi” del tutto indipendenti fra loro e chiuse nella loro illusoria libertà, quella del Robinson naufrago su una isoletta sperduta, e lontana dalle normali rotte del naviglio, dopo una violenta tempesta – hanno visto somiglianze tra fascismo e comunismo, insistendo ossessivamente su di un solo aspetto dei due movimenti: appunto la sopravvalutazione del potere nello Stato, quindi la concezione secondo cui la preminenza della politica consiste nell’uso degli apparati della sfera detta pubblica, non nell’elaborazione di strategie per la conduzione del conflitto in vista della supremazia.</p>
<p align="JUSTIFY">La conquista di quest’ultima misura la capacità ed efficienza delle mosse compiute dai <i>centri</i> addetti a tale elaborazione. I centri in oggetto sono costituiti da un intreccio complesso tra le sfere politica, economica, ideologica. E’ un fondamentale errore affermare che una delle tre sia in possesso dell’univoca e costante prevalenza, spettante invece a tali centri di irradiazione della <i>politica</i>, nel suo senso specifico di movimenti strategici per condurre il conflitto combattuto da più gruppi di dominanti. E ogni conduzione del conflitto presuppone elasticità, non soffocamento preliminare della possibilità che prevalga l’uno o l’altro centro (cioè l’uno o l’altro dei gruppi dominanti), giacché l’esistenza di questa possibilità è fondamentale per far emergere il più capace, il “migliore” (non certo in senso etico).</p>
<p align="JUSTIFY">Lenin intuì il problema quando sostenne che la Repubblica democratica è il migliore involucro del dominio borghese; purtroppo la convinzione ideologica che il proletariato (mai distinto dalla classe operaia) fosse un soggetto fondamentalmente unitario, e unificante l’intera società nel corso della transizione rivoluzionaria, ha condotto infine, tramite passaggi molto “logici” ma errati, alla conclusione (simile a quella fascista) circa la decisività del rafforzamento della sfera politica, rendendola l’unica depositaria del potere, mentre gli apparati delle altre sfere, l’economica e l’ideologica, venivano considerati meri strumenti da sottomettere totalmente, destrutturandoli e così indebolendoli, alle decisioni del gruppo (partito) impadronitosi dello Stato.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia, a parte questa somiglianza nell’errore commesso in merito alla politica, ridotta a semplice controllo assoluto dello (e nello) Stato, molto differente è il contenuto rivoluzionario di fascismo e comunismo. Il primo prese atto che, nei paesi già almeno in buona parte industrializzati, la classe operaia (nel senso ristretto del termine già considerato) – pur essendo in grado di promuovere energiche lotte, specialmente in situazioni di grande disagio come quella susseguente ad una guerra mondiale – non è tuttavia in possesso di capacità sufficienti a creare solide basi per la conquista del potere, togliendolo ai gruppi dominanti del sistema capitalistico. Il fascismo prestò quindi soprattutto attenzione a quegli strati detti piccolo-borghesi, che furono in realtà il coacervo dei ceti medi (tipici della sua epoca), alcuni dei quali erano di tipo popolare in quanto a livelli di vita (abbastanza simili a quelli degli strati operai) e a incapacità di egemonia. In effetti, il fascismo puntò ad una loro unificazione tramite l’ideologia nazionalistica e l’espansione coloniale.</p>
<p align="JUSTIFY">Il movimento fu quasi sempre critico nei confronti della grande borghesia industriale (famigliare), ma cercò di giungere con essa a compromessi per meglio utilizzarla nelle sue mire espansive verso l’esterno. Non comprese affatto l’arretratezza di detta borghesia, soprattutto in Italia e in merito all’evoluzione delle forme dei rapporti sociali; nemmeno intuì la sua progressiva asfissia e incapacità di adeguamento alle nuove e più avanzate strutture del capitalismo, del tipo di quelle statunitensi. Il fascismo voleva solo costringere la classe in questione ad agire com’era in realtà assai difficile che fosse in grado di agire, data quell’ormai antiquata struttura. Così, in definitiva, nei settori dell’economia statalizzati sotto il fascismo (banche e industria) si mossero dei notevoli personaggi (a partire da Beneduce), che non ebbero però la possibilità (nemmeno un’autentica consapevolezza, a mio avviso) di incidere – approfittando dei canali più diretti tra politica ed economia esistenti in settori industriali “pubblici” – sulla trasformazione capitalistica in direzione di una nuova formazione sociale almeno parzialmente diversa da quella borghese.</p>
<p align="JUSTIFY">In definitiva, il fascismo si tenne il nemico in seno, protraendo il compromesso che manteneva in equilibrio instabile la struttura socio-economica italiana; e l’autarchia non fu condotta, io credo, in modo tale da contribuire ad una sua maggiore solidità. La situazione precipitò poi con la sconfitta nella guerra, per cui il capitalismo italiano – ancora borghese, proprietario e famigliare – “tradì” e, in combutta con la monarchia, passò con gli “Alleati”; lo ripeto, guardando soprattutto al capitalismo inglese (meno dissimile dal nostro), ma di fatto cadendo sotto il controllo di quello americano, il vero vincitore nel decisivo scontro per la risoluzione del confronto <i>policentrico</i>. In Germania gli eventi furono differenti per la più forte struttura politica del nazismo, e magari anche per una differenza culturale del popolo tedesco, ma i risultati, alla fine della guerra, furono in parte simili. In fondo, non è un caso se sia in Italia sia in Germania (nella sua parte “ovest”) ai movimenti cosiddetti totalitari seguirono quelli democratici (e cristiani); come non è un caso che, pure nella differenza dei popoli, non troppo diversa sia stata in entrambi i paesi la penetrazione pervasiva e ossessiva della cultura americana.</p>
<p align="JUSTIFY">Il comunismo (quello che si chiamò tale, unito nella III Internazionale e poi nel Cominform, ecc.) non ebbe, come già rilevato, un futuro rivoluzionario nei paesi industrializzati. Conobbe movimenti radicali, fu forte sindacalmente in alcuni di essi, ma la supposta rivoluzione proletaria, guidata appunto dalla classe operaia (in realtà da élites che a questa facevano riferimento quale loro base di militanti), non si affermò in alcun dove. Detta rivoluzione si spostò a oriente e poi nel cosiddetto terzo mondo (pur se i suoi successi non sono stati eclatanti in Sud America e Africa). In pratica il successo arrise prima in Russia, paese a debole industrializzazione con piccoli nuclei di capitalismo borghese, in cui fu quindi possibile guidare le masse contadine contro strutture ancora in parte feudali, approfittando del crollo delle istituzioni zariste per l’impatto della guerra; e togliendo infine il potere alla debole borghesia proprietaria e troppo dipendente dal capitalismo straniero (occidentale).</p>
<p align="JUSTIFY">Fu a mio avviso corretto non attendere, come alcuni pretendevano, il pieno sviluppo dell’industrialismo e dunque della classe operaia (presunto soggetto rivoluzionario); sbagliato fu invece pensare che si sarebbe potuto procedere, con una industrializzazione a tappe forzate e pianificata centralmente, alla crescita di detta classe sotto la guida dell’élite partitica tesa ad effettuare, contemporaneamente, la transizione al socialismo. L’industrializzazione riuscì nella sostanza, del socialismo non si vide nemmeno l’ombra proprio per l’errore di credere che portatore soggettivo della trasformazione fosse il ceto operaio tradizionale (la “tuta blu”) e non invece il mai formatosi “lavoratore collettivo” (lavoro direttivo ed esecutivo in piena simbiosi cooperativa). L’élite (il Partito) fu un gruppo dominante veramente convinto di poter guidare in modo pianificato il sistema produttivo. In Marx – data la sua convinzione che si stesse già formando quando scrisse <i>Il Capitale</i> il suddetto lavoratore collettivo cooperativo – la pianificazione aveva il suo punto di forza nella formazione di una società, la cui maggioranza sarebbe stata appunto costituita dai produttori associati; il principale problema, per il grande pensatore, era soltanto quello di abbattere lo Stato dei capitalisti borghesi (proprietari) divenuti rentier.</p>
<p align="JUSTIFY">La storia ha invece provato che la dinamica capitalistica produce strati di operai esecutivi – ad un certo punto perfino in riduzione numerica – divisi e in antagonismo (però solo distributivo) con i gruppi in cui la proprietà si imbrica strettamente con nuclei direttivi manageriali (funzione prevalente rispetto a quella proprietaria), mentre si vanno formando altri strati di non ben definito ceto medio (strati tutt’altro che cooperativi fra loro). Se si fosse preso atto di questa lezione, si sarebbe capito che la presa del potere in paesi ancora poco industrializzati, a forte presenza di masse contadine con piccoli nuclei operai, avrebbe dovuto condurre ad un forte ripensamento dell’ideologia del movimento comunista e ad una radicale rivisitazione della sua teoria di riferimento, rinunciando all’errata previsione circa la crescita (e la conquista dell’egemonia sociale da parte) della classe operaia – che si credeva sarebbe divenuta “associazione cooperativa di tutti i produttori” – con lo sviluppo dell’industrializzazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Non avendo invece apportato alcuna modificazione alla propria concezione rivoluzionaria – e avendo preso il potere in paesi a grande prevalenza dell’agricoltura (assai primitiva e tradizionale), con la quasi totalità delle masse popolari formata da ceti contadini – era destinato al fallimento il tentativo di dare unità e coerenza al tutto semplicemente tramite l’esercizio di un potere fortemente centralizzato e coercitivo, ma nettamente distaccato dal resto della società, e la predicazione di una sempre più sterile ideologia socialistica ormai destituita di qualsiasi fondamento nella realtà. Si ottenne solo il risultato di vanificare infine il grandioso processo di “accumulazione originaria” (erroneamente definita socialista), assegnando autoritariamente e per via di partito la direzione delle grandi concentrazioni industriali a gruppi manageriali complessivamente impreparati alla bisogna (salvo rari casi).</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">6. Dopo questa carrellata torniamo all’Italia; e precisamente alla fine della seconda guerra mondiale. Non seguirò tutte le vicende storiche di quel periodo, che mi limito ad elencare sommariamente (e non esaustivamente). Mi riferisco al referendum Monarchia-Repubblica, al governo di unità nazionale e poi all’espulsione da esso dei “social-comunisti”, alla scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini con la creazione del sindacato “giallo”, alla sostanziale accettazione dei patti di Yalta da parte del Pci (con continuazione della svolta togliattiana di Salerno del ’44, poi riverniciata assai più tardi, durante la destalinizzazione in Urss iniziata nel ’56, come “via italiana al socialismo”), alla netta sconfitta dell’ala detta “secchiana” dei piciisti (preparazione di quel processo che poi condusse alla nascita dell’“antifascismo del tradimento”, non più monarchico e filo-inglese come nell’immediato dopoguerra, bensì repubblicano e filo-Usa), alla vicenda della sedicente autonomia siciliana (quella incentrata sulla figura di Salvatore Giuliano, fatto passare per semplice bandito mentre era inizialmente pedina degli Usa e di settori Dc), “avventura” conclusasi con la schiacciante vittoria democristiana del 18 aprile 1948 (in un certo senso involontariamente ribadita e rafforzata dall’attentato di Pallante a Togliatti del 14 luglio di quell’anno, che permise la definitiva vittoria dei settori “revisionisti” nel Pci). Giuliano non capì che la sua funzione era a quel punto esaurita e quindi divenne definitivamente “bandito”; e fu tradito e ammazzato (e il traditore Pisciotta a sua volta accoppato), ecc. ecc. Gli storici si mettano finalmente a fare il loro mestiere, se ne sono capaci; nutro in effetti molti dubbi in proposito.</p>
<p align="JUSTIFY">L’importante è capire che cosa si giocò nei mutamenti dei rapporti di forza interni ai settori dominanti e alle varie forze politiche in campo. La Chiesa, accusata sempre d’essere stata connivente con fascismo e nazismo, si schierò in pratica subito con gli Alleati; e con la sua lunga esperienza politica scelse subito i reali vincitori, gli statunitensi. La Dc si servì largamente dell’azione chiesastica per il suo indubbio radicamento nella popolazione, anche in quella minuta e soprattutto contadina, mentre la classe operaia veniva in maggioranza, ma non tutta, “imbragata” nel Pci; e quindi molto ammorbidita malgrado le “grandi lotte”, anche agrarie soprattutto al sud, costellate di morti ammazzati dalla polizia e da bande varie (tipo quella in azione a Portella della Ginestra). La grande imprenditorialità privata, salvo alcuni settori più astuti, fu (come già detto) favorevole alla Monarchia e guardò specialmente al capitalismo inglese (ancora in arretrato sulla via del tramonto della borghesia e del cedimento sui possedimenti coloniali, ecc.).</p>
<p align="JUSTIFY">Fu quindi esatta fino ad un certo punto l’affermazione secondo cui tale imprenditorialità privata rinunciò per la seconda volta alla prospettiva di una riacquisizione dell’industria irizzata per supposta mancanza di fondi, per l’indebolimento causato dalla guerra, ecc. In realtà, bisogna riandare alle vicende politiche immediatamente susseguenti alla fine della guerra. I settori democristiani, con indubbia accortezza (immagino consigliati dalla Chiesa), si allinearono subito con gli Stati Uniti; il 4 gennaio 1947 De Gasperi vi si recò, primo presidente del Consiglio italiano colà invitato, mettendo fine all’isolamento internazionale del nostro paese (una sorta di “Purgatorio” in attesa del “Paradiso” americano). Molti gruppi dominanti italiani – e in particolare, insisto, gran parte dei complessi industriali e finanziari privati con i loro scherani politici – non furono così lungimiranti, avendo l’occhio girato principalmente verso l’Inghilterra. E allora si capisce come la Dc, trovandosi l’IRI in eredità dal fascismo, non l’abbia affatto ceduto perché ciò serviva mirabilmente a rafforzarne la posizione assunta internazionalmente al servizio degli Stati Uniti. L’industria pubblica fu anzi irrobustita negli anni immediatamente successivi. Altro che secondo rifiuto (dopo quello a Mussolini) opposto dagli industriali privati! Nel 1948, ancora nell’ambito IRI, nacque la Finmeccanica (Aeritalia, Alfa Romeo, Ansaldo e altre); nel 1953 l’Eni (con Mattei). Nel 1962-63 si ebbe la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel, prodromo del primo governo (Moro) di centro-sinistra varato alla fine del ’63 (dopo l’astensione del Psi rispetto al precedente governo Fanfani del ’62).</p>
<p align="JUSTIFY">Malgrado l’avvento del centro-sinistra, il Psi non riuscì mai a mettere le mani in profondità nell’industria di Stato. Questa è sempre servita alla Dc per mantenere una certa indipendenza rispetto agli ambienti dominanti italiani costituiti dagli industriali privati con i loro ambienti politici di riferimento (fra cui, comunque, va a mio avviso annoverata anche la sedicente “sinistra Dc”, quella molto attiva nel perdere Moro quando se ne presentò l’occasione). Nel 1976, favoriti dal cauto ma progressivo spostamento di campo del Pci (verso l’atlantismo), questi industriali privati appoggiarono una delle realizzazioni non minori dell’“antifascismo del tradimento”, la fondazione del giornale “La Repubblica”. Pur se penso si tratti di fatti indipendenti, la svolta interna al Psi dello stesso anno (Hotel Midas, segreteria a Craxi) fu un evento non in linea con questa realizzazione. Intendiamoci bene. Il craxismo non rivalutò minimamente il reale antifascismo della Resistenza. Tuttavia, quello “del tradimento” (sottinteso: della Resistenza, sia ben chiaro) fu fortemente collegato al processo di atlantizzazione del Pci, che si pose in antitesi alla svolta socialista craxiana e che incontrò pure l’opposizione (per quanto non manifesta) di Moro e di altri settori Dc; mentre la “sinistra” del partito cattolico l’appoggiò in pieno e non a caso boicottò ogni tentativo di trattativa durante il rapimento del leader democristiano.</p>
<p align="JUSTIFY">L’anticomunismo di Craxi fu comunque negativo anche per lui. In effetti, gli impedì di allearsi con l’ala di fatto socialdemocratica del Pci, che aveva orientamento prevalentemente filosovietico o comunque favorevole ad una buona dose di “ostpolitik”; l’anticomunismo craxiano si nutre infatti pure di un acceso antisovietismo. Così comportandosi, egli aiutò la corrente filo-atlantica del Pci ad affermarsi, trovando l’appoggio sia dei settori “sinistri” dei piciisti (quelli che si pretendevano ancora comunisti e per di più blandamente filo-maoisti, mettendo insieme Mao e Dubcek nel loro meschino opportunismo e creazione del torbido per meglio ingannare i giovinastri del “movimento”) sia addirittura di una parte dei “miglioristi”, il cui n. 2 andò poi negli Usa nel 1978 in un momento delicato, quello del rapimento Moro. Il viaggio non destò scandalo perché la <i>vulgata</i> ha fatto passare – e fino ad oggi – la favola del favore con cui il dirigente democristiano guardava al “compromesso storico”. Se si fosse saputa la verità della sua contrarietà (verità che ancora aspetta il suo riconoscimento), forse il Pci avrebbe operato per un rinvio di quel viaggio, ritenuto in quel caso molto poco opportuno.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">7. Ancora una volta, un passo indietro. In definitiva, allora, la Dc non mollò l’industria di Stato nel dopoguerra; e con questa mossa sarà sempre in più o meno sottile polemica con i gruppi industriali privati. Non però tutta la Dc sembrò favorevole a mantenere il controllo di questi settori industriali e, anzi, ad incrementarli negli anni successivi; le correnti di sinistra furono probabilmente le più sensibili al richiamo dei privati. Soprattutto in alcuni settori produttivi di beni di largo consumo (dagli alimentari a quelli di consumo durevoli, tipo elettrodomestici), la saldatura sul territorio tra date frazioni Dc e industria privata fu notevole e favorì nettamente l’“accumulazione originaria” di importanti gruppi industriali o industrial-agrari (nell’industria del vino e derivati, che conosco meglio, ho anche avuto conoscenza diretta di qualche esperienza in merito). E si trattò quasi sempre, come nel Veneto, di correnti democristiane considerate di “sinistra”. Quelle facenti capo ai maggiori dirigenti (tipo Moro, Andreotti, Fanfani, ecc.) diedero in generale maggiore importanza all’industria di Stato, pur ponendo sempre all’opera complessi compromessi.</p>
<p align="JUSTIFY">E alcuni imprenditori di questi settori statali, resisi autonomi e in posizione di almeno parità nei rapporti di forza con gli uomini della sfera propriamente politica (tipico esempio appunto Mattei all’Eni), utilizzarono la Dc (le correnti politiche ad essi favorevoli) per entrare in netta competizione con settori privati; e non solo esteri (non solo le “sette sorelle”). Proprio perché, quando un imprenditore acquisisce mentalità effettivamente strategica e non semplicemente manageriale, egli assume grande rilievo nella <i>politica</i> (quella vera, non semplicemente riferita agli apparati di Stato); e questa <i>politica</i> non riguarda soltanto quella data branca produttiva (ad es. il petrolio, il gas, ecc.) ma anche l’apertura di nuove sfere di influenza, che possono avvantaggiare il paese nel suo complesso. Mattei non fu così banalmente fatto fuori dalle “sette sorelle”; ebbe nemici all’interno, nell’industria privata e, quindi, anche nel suo stesso partito. E dunque perfino nell’Eni, dove la “sinistra” Dc aveva piazzato suoi uomini in nome del compromesso fra varie correnti; quella “sinistra” Dc che, più tardi, non si adopererà per salvare Moro, essendo comunque cambiato notevolmente il contesto, tenuto conto dei mutamenti intervenuti nei rapporti con gli ambienti statunitensi entrati in contatto con il Pci per i motivi già più volte da me ricordati. Possiamo ben dire che in Italia, e ciò contraddistingue il nostro rispetto ad altri paesi, quella che impropriamente vien detta “sinistra” – di cui, ad un certo punto venne a far parte il Pci, ma anche determinate correnti Dc – è stata la più autentica rappresentante politica di quel capitale privato che ha alla fine corroso ogni minima autonomia italiana.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ bene tenere sempre presente questo fatto per il futuro; nel Pci e nella “sinistra” Dc si sono andati formando i peggiori affossatori del paese in relazione alla dipendenza dagli Usa. E si tratta di affossatori subdoli, che non possono rivelare i loro veri intenti, altrimenti non riuscirebbero ad ingannare la popolazione dicendosi “di sinistra” e “progressisti”. Ecco perché hanno sviluppato una lenta e progressiva opera di infiltrazione nella magistratura; per potere, al momento opportuno, lasciare da parte l’azione politica che li avrebbe smascherati per reazionari e s-venditori del paese quali sono. Così invece si sono finti cultori della giustizia e della morale, seguiti dai parassiti dei ceti medi “semicolti”, quelli che vivono di spesa statale, quelli pienamente e totalmente improduttivi; una vera marea di mignatte che si nutrono a sbafo di quanto prodotto da chi lavora, auto-innalzandosi però nel cielo dell’“alta cultura” e della “suprema etica”.</p>
<p align="JUSTIFY">Nei primissimi decenni del dopoguerra – dopo essere stato gettato fuori dal governo e durante i tetri anni ’50, in pratica fino a dopo il boom e anzi fino alla fine degli anni ’60 – il Pci agì in modo molto diverso. Certamente, nel partito non esisteva più da tempo una reale anima rivoluzionaria; il togliattismo dominava ormai in pratica indisturbato. Dopo la morte del leader “massimo” (1964), prese per alcuni anni la prevalenza la corrente detta migliorista (Amendola, ecc.). La “via italiana (e democratica) al socialismo” era comunque già divenuta da tempo (subito dopo l’aperta destalinizzazione iniziata da Krusciov nel febbraio del ‘56 al XX Congresso del PCUS) l’esclusivo orizzonte del partito. Essa fu sancita in modo del tutto ufficiale all’VIII Congresso del Pci (dicembre 1956); chi non si adeguava fu emarginato in tempi assai brevi. Le parole d’ordine erano la “programmazione democratica” (una netta edulcorazione della pianificazione sedicente socialista), le “riforme di struttura”, l’“alleanza tra produttori”, in pratica tra cosiddetti artigiani (piccoli imprenditori) e operai (nel senso delle mansioni esecutive, delle “tute blu”).</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle parole d’ordine di tale presunta alleanza fu la lotta antimonopolistica; sottinteso, lotta alla grande impresa monopolistica privata. In questa lotta ci si serviva di analisi condotte da politici e pensatori che si facevano passare per “marxisti creativi”; essi sposarono in realtà tesi molto tradizionali (e in voga tra i dominanti), secondo cui gli accordi monopolistici tenderebbero a bloccare la competizione mercantile, a frenare rilevanti innovazioni, sia di processo che di prodotto. Il sistema monopolistico, quindi, avrebbe rallentato lo sviluppo delle forze produttive, accresciuto i profitti e sfavorito invece i consumatori mantenendo i prezzi troppo elevati. In ultima analisi, allora, si sarebbero ristretti i mercati di sbocco dei prodotti, quindi anche la profittabilità degli investimenti. Oltre alla domanda di beni di consumo sarebbe perciò calata pure quella dei beni di produzione; e la diminuzione della domanda globale avrebbe spinto ad ulteriori accordi monopolistici per impedire una deflazione dei prezzi con ulteriore calo dei profitti. Si sarebbe insomma entrati in un circolo vizioso di perdurante stagnazione, in una fase caratterizzata da stentato sviluppo comportante un minore benessere per le più ampie “masse popolari”.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci si ricollegava così, molto superficialmente e solo economicisticamente, alla tesi marxiana della centralizzazione dei capitali – che implicava invece nell’idea di Marx la trasformazione del rapporto sociale: creazione del ristretto pugno di proprietari capitalisti divenuti principalmente rentier, da una parte, e formazione del lavoratore collettivo (direzione ed esecuzione, entrambe espropriate e spinte a cooperare nella produzione, dunque antagoniste dei semplici redditieri), dall’altra – quale autentica causa (<i>sociale</i> e non semplicemente economica) del blocco delle forze produttive, con spinta alla rivoluzione (che doveva prendere le mosse proprio dal rovesciamento politico dello Stato, strumento ormai controllato dai rentier) intenzionata a apezzare l’involucro rappresentato dai rapporti <i>sociali</i> di produzione agenti da freno. Nelle tesi del Pci, questa indicazione marxiana veniva snaturata per giustificare la piena adesione al sistema produttivo del capitale, spingendo al massimo di produzione (e anche di aumento della produttività) possibile, poiché si sosteneva che ciò avrebbe significato la lenta asfissia e il “suicidio” del sistema stesso con passaggio pacifico (e per via “democratica”, cioè elettorale) al socialismo.</p>
<p align="JUSTIFY">Per favorire e accelerare questo processo era però importante la funzione dell’industria statale. Questa doveva servire a rompere il monopolio, a impedire gli accordi tra monopolisti privati – presunta causa del (solo immaginato) blocco delle forze produttive e dell’impedimento frapposto all’aumento del benessere generale – facendo loro concorrenza. Ad es., l’Alfa Romeo, azienda IRI, non avrebbe dovuto cercare una sua fetta di mercato, che fu invece estremamente produttiva e condusse ad un notevole sviluppo aziendale (con aumento di occupazione e di salari). Secondo il Pci – e la sua “via italiana al socialismo” – sarebbe stato indispensabile che l’Alfa servisse a rompere il monopolio Fiat nei settori automobilistici di bassa cilindrata e più popolari, per abbassare i prezzi (e i profitti) della grande azienda privata. Così si ragionava anteponendo – come in una qualsiasi teoria neoclassica d’antico stampo – il presunto interesse dei consumatori (nella visione piciista, delle “masse popolari”) a quello dell’efficiente gestione aziendale, che presuppone ben diversi criteri di orientamento produttivo, su cui adesso qui non mi soffermo poiché non è di tali problemi che mi sto occupando.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">8. Il Pci non era ancora giunto alla piena elaborazione di tesi simili – consustanziali, lo ripeto, alla “via italiana al socialismo”, varata e assestata culturalmente con la destalinizzazione iniziata nel 1956 – che iniziava nel ’58 il boom italiano durato grosso modo fino al ’63. L’industria privata italiana dimostrò che era tutto sommato sufficientemente elastica e preparata a cogliere l’ondata di crescita (e a promuoverla, va da sé); e le tesi antimonopolistiche del Pci, protrattesi per quasi tutti gli anni ’60, mostrarono fin da subito la corda, preparando il più totale sbandamento del partito, la cui conduzione fu facilmente presa in mano dai “voltagabbana”, dimostratisi però più “realisti”. L’apparato manageriale dell’industria statale, in gran parte aderente alla diccì, si mise certo in concorrenza con quello privato, ma non per battere i gruppi monopolistici, presunta causa dell’inesistente stagnazione del sistema (invece in pieno sviluppo), bensì per partecipare a quest’ultimo e a rafforzarsi in esso. Se una critica può essere fatta al management dell’industria statale è semmai di non essere sempre stato all’altezza della situazione per il verificarsi, fin da allora, di quella deviazione che spesso si produce nei sistemi di canalizzazione diretta tra potere negli apparati della sfera politica e potere in quelli della sfera economico-produttiva; quella canalizzazione che, portata all’estremo in Urss, aveva colà provocato l’effettivo freno dello sviluppo delle forze produttive (altro che nel capitalismo!).</p>
<p align="JUSTIFY">Un Mattei seppe appunto infischiarsene di tale canalizzazione, anzi la rovesciò spesso a suo favore, cioè a vantaggio dello sviluppo di una <i>politica</i>: non semplicemente aziendale, ma di assai più ampio respiro in relazione non al “mitico” mercato mondiale dei liberisti (e, anzi, degli economisti in genere poiché gli altri, i keynesiani, non capiscono molto di più a tal proposito), ma alle ben più <i>reali</i> <i>sfere d’influenza</i> dei vari paesi, cioè degli Stati di questi paesi. Se Mattei intrecciò il suo potere imprenditoriale con quello statale, approfittando del più diretto rapporto tra le sfere politica ed economica, fu per sviluppare questa <i>politica</i> (complesso di mosse <i>strategiche</i>) che comunque non perseguiva l’obiettivo (mitizzato dal Pci) di rompere il monopolio con riguardo agli interessi delle “masse popolari” (queste possono sempre essere invocate per ingraziarsi determinati favori politici, tenuto conto del sistema di “democrazia” in cui i partiti di riferimento dell’azienda mirano a conquistare quote rilevanti di voti), bensì intendeva allargare, con l’interessamento dei vari apparati dello Stato (in particolare, di quelli addetti alla forza dello stesso, all’espletamento dei servizi di <i>Intelligence</i>, ecc.), le aree d’intervento dell’azienda, il che ha pure riflessi favorevoli più in generale con riferimento a quelle del paese cui essa appartiene.</p>
<p align="JUSTIFY">Mattei fu nettamente anticomunista e anche antisovietico e filo-atlantico (cioè filo-Usa). Tuttavia, a partire dal ’60 (all’incirca) svolse una sua “ostpolitik”; e diresse inoltre l’attenzione dell’Eni verso i paesi arabi e altri, ecc. La sua vicenda, conclusasi come ben si sa, si intreccia con complicati rapporti di tipo politico-internazionale, che vennero probabilmente disturbati dalla sua azione e che, lo ripeto, non riguardano solo gli interessi economici (i “profitti”) delle “sette sorelle”. Vennero forse pure toccati troppo a fondo determinati rapporti di potere in Italia. Intanto, quelli intercorrenti tra industria statale e privata; giacché, tuttavia, la prima era soprattutto greppia diccì (fra l’altro nel ’62, anno dell’uccisione di Mattei, il Psi non era nemmeno al governo), si turbarono equilibri di politica interna, si acutizzarono lotte e ambizioni dentro la stessa Eni, dove probabilmente sussistevano più anime democristiane (alcune in sottotraccia e con differenti relazioni rispetto ai vari paesi, fra cui certamente gli Usa). Non fornirei interpretazioni troppo semplicistiche in merito all’eliminazione del massimo dirigente dell’azienda petrolifera italiana, interpretazioni ancor oggi assai in voga.</p>
<p align="JUSTIFY">Del resto, pur se la sorte di Mattei impressiona senz’altro di più, non trascurerei la pressoché contemporanea vicenda (’63-’64) in cui fu implicato Ippolito (solo galera e non tomba), altro importante personaggio (e di notevoli capacità) favorevole allo sviluppo dei settori dell’energia nucleare. Sono molti i colpi che ha dovuto subire l’industria <i>non semplicemente statale</i> (il problema non riguarda per nulla il regime giuridico di proprietà) e invece <i>strategica</i> per lo sviluppo del paese; e non uno sviluppo qualsiasi, bensì un indirizzo che comportava anche una maggiore autonomia (o minore dipendenza) <i>politico-internazionale</i>. La Dc, nel dopoguerra, si tenne l’industria statale del fascismo (e anzi la rafforzò) perché il capitale privato, inizialmente monarchico-badogliano, era sbilanciato verso l’Inghilterra; solo parzialmente, sia chiaro, in alcuni suoi settori però rilevanti, alcuni dei quali, non a caso, furono poi nettamente indeboliti dalla nazionalizzazione dei comparti elettrici (godendo di lauti rimborsi, ma subendo un deciso calo d’influenza politica). Come già rilevato, De Gasperi pose le basi del successo Dc fin dal suo primo viaggio negli Usa; e su questa base e con “permesso” statunitense a quell’epoca (dato il pericolo elettorale “social-comunista”), riuscì a tenere per la Dc l’industria irizzata, che fu perfino rafforzata dalle tre principali aziende statali, ancora oggi in bilico (pur se la bilancia pende ormai sempre più dalla parte degli s-venditori della nostra autonomia).</p>
<p align="JUSTIFY">Desidero sfatare la leggenda dell’influenza del Pci sull’industria statale. Nel dopoguerra, questo partito permase nei governi di unità nazionale per pochissimo tempo; poi venne il 18 aprile ‘48 ed esso fu sbattuto all’opposizione per decenni. Inoltre, come già detto, l’idea piciista circa la funzione antimonopolistica dell’industria in questione – idea d’altronde irrinunciabile, tenendo conto della sua base militante formatasi a partire da una concezione di socialismo simile a quello esistente in Urss – avrebbe condotto al totale sprofondamento del settore imprenditoriale “pubblico” se questo partito avesse avuto in esso un qualche addentellato meno che superficiale. E’ semplicemente vero che il Pci fu finanziato piuttosto abbondantemente da settori rilevanti del capitalismo italiano, malgrado il suo iniziale atteggiamento anticapitalistico (e antiatlantico), del resto mai deciso e irriducibile. La “destra” rozzamente anticomunista ha sempre insistito (e ancor oggi lo fa) sul fatto che il Pci era al servizio dello straniero (dell’Unione Sovietica) e viveva dunque degli aiuti finanziari giunti dall’est.</p>
<p align="JUSTIFY">La destra vuol soltanto far dimenticare che è lei ad essere sempre stata al servizio dello straniero (degli Usa). Il Pci fu alimentato e rifornito molto meno dall’est “socialista” che non dai settori capitalistici italiani <b>[</b>e questo posso dirlo per averne avuto sia pure indiretta e frammentaria conoscenza; e mi riferisco alla seconda metà degli anni ’60, quando ancora la maggioranza nel partito spettava ai “miglioristi”, poiché soltanto nel ’69 vi fu un mutamento di indirizzo e vennero mossi i primi, del tutto cauti, passi in direzione del voltafaccia filo-atlantico<b>]</b>. In quest’alimentazione, i settori statali furono importanti, ma così pure il capitalismo privato (con la Fiat in testa, malgrado i “reparti confino” per operai comunisti negli anni ’50). Perfino durante il can can sollevato dall’ottobre ungherese del ’56, arrivarono foraggiamenti dai gruppi capitalistici italiani (statali e non). Nella seconda metà degli anni ’60, se i miei ricordi sono buoni, si trovò in difficoltà il settore cooperativo piciista; e intervennero in aiuto le maggiori banche (che erano ancora statali, irizzate). Infine, a partire grosso modo dal ‘69, come ho chiarito più volte (anche nella mia recente videointervista), il partito iniziò le sue trame in direzione degli Stati Uniti per quel cambio di campo, che andò evidenziandosi sempre più fino allo scoperto schieramento filo-“occidentale” non appena crollarono il “socialismo reale” e l’Urss.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ ovvio che, durante tale cauto ma costante “cambio di casacca”, il Pci ottenne via via qualche influenza nell’industria statale, ma tutto ciò è avvenuto progressivamente. E, in ogni caso, sono sempre stati ancor più rilevanti nell’industria statale i settori della “sinistra” Dc (ricordarsi sempre della nefasta presidenza dell’Iri affidata a Prodi), quelli poi salvati da “mani pulite” per servire da piedestallo su cui doveva ergersi l’egemonia del partito piciista, che ha cambiato molti nomi (Pds, Ds, Pd) senza però conseguire un’efficienza e incisività politiche tali da soddisfare i suoi “padroni” e mandanti. Tale congrega di opportunisti, di personaggi di una meschinità e pochezza forse mai riscontrate finora in esseri umani, ha coperto le sue magagne con l’antiberlusconismo delle ignoranti “masse” di ceto medio improduttivo, <i>escamotage</i> che sta mostrando sempre più la corda. I settori di maggiore penetrazione piciista non sono del resto mai stati quelli industrial-statali; molto di più ha ottenuto questo partito in TV, nei giornali (del grande capitale “monopolistico” italiano), nella magistratura, che è stata la sua vera punta di lancia dopo l’aperta svolta filo-atlantica, da “mani pulite” in poi.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">9. Cerchiamo di trarre qualche conclusione in grado di essere poi sfruttata da chi saprà veramente riconsiderare la storia del XX secolo, soprattutto però in Italia, per capire finalmente una serie di avvenimenti in cui siamo immersi attualmente. Credo si possa sostenere l’estrema debolezza del nostro capitalismo “privato”, che è stato per un troppo lungo periodo, anche dopo la seconda guerra mondiale, di tipo famigliare e dunque sostanzialmente borghese; in una fase storica in cui ormai questo tipo di capitalismo era nettamente in apnea almeno a partire dalla prima guerra mondiale (e forse ancora prima). Non è un caso che i settori capitalistici “privati” italiani appoggiassero la Monarchia (con Badoglio) nel suo cambio di alleanza nel 1943, quando essa passò con gli angloamericani. In effetti, il punto di riferimento iniziale di questi settori fu soprattutto l’Inghilterra (a lungo l’alfiere della prima formazione capitalistica, quella appunto borghese). Fu tuttavia chiaro, fin da appena finita la guerra, qual era il paese “occidentale” realmente vincitore; conclusasi la kermesse del Referendum Monarchia o Repubblica, gli stessi settori del capitalismo privato passarono dalla parte degli Stati Uniti, senza però troppo mutare la loro struttura famigliare.</p>
<p align="JUSTIFY">Si trattò in definitiva di un capitalismo tendenzialmente arretrato come <i>forma sociale</i> e quindi portato comunque ad un collegamento di tipo subordinato con il moderno capitalismo statunitense. Per questi motivi di arretratezza ho denominato recentemente “cotoniero” il capitalismo in questione; per un’analogia di larga massima con i proprietari di piantagioni di cotone negli Stati americani del sud, in strette relazioni con l’Inghilterra, che furono infine schiacciati dal nord statunitense nella guerra civile o di secessione. Il nostro capitalismo ha sempre pagato questa arretratezza (di forma) sociale; ciò si verificò perfino nelle branche del metalmeccanico produttrici dei nuovi beni di consumo (durevole) tipo auto, elettrodomestici, ecc. Dopo brevi tentennamenti, fu evidente che nella sfera politica il partito democristiano, collegato con la Chiesa, era il più indicato per fermare il Pci e rendere solida l’alleanza con gli Usa. Lo chiarì soprattutto il ben noto viaggio di De Gasperi (4-17 gennaio 1947), che definì il quadro delle alleanze internazionali. In stretta concomitanza con tale viaggio (e con le decisioni che intercorsero tra Usa e Dc), si svolse il congresso dei socialisti (Psiup, 9-11 gennaio), conclusosi con la scissione dei socialdemocratici (“saragattiani”) riunitisi a Palazzo Barberini, apertamente filo-statunitensi. Nel maggio di quell’anno prese termine il governo di “unità antifascista” e iniziò il periodo che poi condusse al 18 aprile ’48. Mi sembra che in tal caso le date degli eventi siano assai significative.</p>
<p align="JUSTIFY">Non vi fu comunque perfetto allineamento tra sfera politica ed economica (ma soltanto gli economicisti, sia pseudomarxisti che liberisti, pensano in modo così rozzo ed elementare); si manifestarono invece frizioni tra Dc (con la Chiesa al suo fianco) e capitalismo “privato e famigliare” (soprattutto con alcuni settori di quest’ultimo). Questo favorì il mantenimento dell’Iri ed anzi il suo rafforzamento con altre imprese “pubbliche” ed in comparti di notevole valenza strategica. In queste frizioni, sorde ma continue, tra la sfera politica e quella economica rappresentata dall’industria “privata”, s’inserirono uomini capaci (il più noto resta certo Mattei) che ebbero importanza nel far resistere a lungo i settori dell’industria “pubblica” di fronte a quella “privata”. E ripeto per i sordi: qui non si tratta di differenza di forma giuridica della proprietà azionaria né di diversa funzione svolta dal pubblico rispetto al privato; con la balorda idea di “sinistra” che il pubblico dovrebbe assolvere una funzione di interesse generale, a favore cioè della presunta collettività nazionale (considerata quale intero, quale “soggetto” unitario e compatto), sacrificando perfino le più appropriate strategie imprenditoriali. Si tratta invece del fatto che, per come si è svolta la storia dell’industria in Italia (a partire dalla crisi del ’29), si sono costituite costellazioni di interessi riferite a differenti centri emanatori delle <i>strategie politiche</i> (interne e internazionali).</p>
<p align="JUSTIFY">Gli Stati Uniti (o dati ambienti del paese, ancora una volta da non considerarsi <i>Un Soggetto</i> individuale) hanno trovato utile appoggiare la Dc contro il Pci (del resto molto prudente e non certo intenzionato a sfidare i “patti di Yalta”, siglati pure dall’Urss); e la Dc trovò vantaggioso approfittare dei settori industriali “pubblici”, ereditati dal fascismo, per contenere tutta una serie di gruppi “privati”, assai più rapaci e poco portati ai necessari compromessi di quel dopoguerra (caratterizzato comunque da fatti delittuosi e da repressioni sanguinose, perché il compromesso non fu certo una bella autostrada da percorrere comodamente e in sostanziale rettilineo). In quella situazione s’inserirono nel “pubblico” uomini particolarmente abili imprenditorialmente (nel senso <i>politico-strategico</i> di tale termine). Tuttavia, non si può dire che la Dc utilizzò in pieno i settori economici statalizzati. Ci furono sempre tira e molla; anche perché gli stessi Stati Uniti si preoccupavano, trovando rispondenza nella subordinata politica italiana, di non lasciar andare troppo oltre una certa <i>politica</i> attuata a partire da determinati ambienti industriali “pubblici” (tipico appunto il caso dell’Eni; e, lo ribadisco, non perché tale azienda desse semplicemente fastidio economico alle “sette sorelle”).</p>
<p align="JUSTIFY">Quando poi iniziò, per i motivi più volte messi in luce, il cambio di campo (internazionale) del Pci (fine anni ’60), si rafforzò – con la concomitante azione della sedicente “sinistra” Dc, la più sensibile ai voleri statunitensi e la più consenziente rispetto al “compromesso storico”, indispensabile al suddetto cambio di campo – la spinta contraria alla funzione dell’industria “pubblica”. E’ stata la “sinistra” Dc, contornata da una serie di altre correnti anche laiche di “sinistra”, a portare avanti l’indebolimento progressivo del “pubblico” (si veda l’<i>Appendice</i>). Il Pci coadiuvava, doveva dimostrare la sua fedeltà ai predominanti del campo atlantico con cui andava progressivamente schierandosi. E’ comunque indubbio che nel complesso, tenuto conto del comportamento contraddittorio delle sue varie correnti, la Dc non ha saputo utilizzare al meglio quell’industria statalizzata che si era tenuta per favorire la sua ascesa al potere governativo in Italia, contrastando un capitalismo “privato” strategicamente e socialmente più arretrato.</p>
<p align="JUSTIFY">Finché durò il mondo bipolare, malgrado le contraddizioni in cui incorse la sua azione, la Dc riuscì nel complesso a far vivere l’industria pubblica, pur se il periodo migliore di quest’ultima passò assai presto (con le vicende Mattei e Ippolito). Il Pci, nella sua fase ancora filosovietica (già molto ammorbidita dalla “via italiana al socialismo”), non riuscì a dare un aiuto, poiché non era in grado di assimilare l’effettiva funzione dell’economia “pubblica”, che non è al servizio di una immaginaria comunità, sia pure nazionale, ma deve rispettare i canoni della <i>politica</i> (strategia) nell’intreccio delle varie sfere della società (tradizionalmente ridotte a tre: economica, politica, ideologico-culturale). Poiché contava molti uomini pratici fra i suoi ranghi, il Pci capiva in realtà qualcosa delle suddette funzioni, ma doveva tener conto della sua formazione e della sua base (di militanti e di elettori), da cui derivava la sua forza.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando cominciò a mutare natura e a trasferirsi di campo, scelse un’altra via di infiltrazione negli organi di potere della società capitalistica italiana; una scelta che lo condusse sulla via della piena subordinazione agli Usa, mai prima spinta sino a quel punto da correnti democristiane (salvo quelle “di sinistra”, in fase di convergenza con il Pci ormai degradato a partito filo-atlantico) e nemmeno da buona parte dei socialisti. Caduto il mondo bipolare, gli eventi dovettero seguire il loro corso preparato da tempo: crescente sudditanza dell’Italia agli Usa (e alla Nato) e progressivo indebolimento dell’industria statale, uno dei puntelli della minima autonomia mostrata dai vecchi settori Dc (quelli <i>non “di sinistra”</i>).</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">10. Ho corso un po’ di qua e un po’ di là, senza molto ordine; spero tuttavia almeno sufficiente a consentire ai lettori qualche comprensione dei problemi che hanno assillato e continuano ad assillare l’Italia. Ho cercato di voltare pagina rispetto a ciò che è moneta corrente nelle interpretazioni di importanti svolte e fatti della nostra storia (inquadrandola fra l’altro in un certo contesto internazionale). Mi interessa semplicemente invitare i più giovani ad abbandonare infine le lenti, che generazioni di ideologi, politici, storici, presunti scienziati sociali, ecc. ecc. hanno molato per loro. Sono lenti fabbricate male a bella posta per non vedere la maggior parte degli eventi; e, per quelli visti, alterare del tutto la loro forma e i loro colori.</p>
<p align="JUSTIFY">Non sono uno storico. Ho solo fornito alcuni input; ma credo un po’ differenti da quelli che la maggioranza dei “sapientoni” ha coltivato da sempre. E’ ora di mutare punti di vista, di collocarsi su crinali del tutto diversi, anzi spesso ignorati. Non sono a dir la verità fiducioso circa la buona fede di coloro che hanno in mano i mezzi di comunicazione e di formazione delle opinioni. I farabutti sono in stragrande maggioranza. Gli ambiziosi e i carrieristi – quelli che, essendo giovani, puntano spasmodicamente a sostituire i vecchi marpioni (soprattutto sessantottardi e successivi) – sono egualmente tantissimi. Speriamo nella sensibilità di chi vuol resistere alle sirene dei corruttori, dei falsificatori di professione, che agiscono indisturbati da molti decenni.</p>
<p align="JUSTIFY">
<h3 align="CENTER"><span style="font-size: medium;">APPENDICE</span></h3>
<h3 align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Traggo da Wikipedia queste notizie utili sull’Iri. Ci si ricordi che i personaggi diccì citati, Andreatta e Prodi, erano appunto della “sinistra” di tale partito; e ci si ricordi pure bene la funzione svolta dal secondo durante il rapimento Moro. Infine, si tratta dei democristiani salvati dall’operazione (politica al 100%) detta “mani pulite”, con cui si liquidò la prima Repubblica e si sarebbe voluto affidare tutto il potere ai voltagabbana dell’ex Pci; sempre però con la copertura della “sinistra” Dc, che ha costantemente agito per conto degli ambienti Usa intenzionati al cambio di regime in Italia non appena si fosse verificata la fine del mondo </b></span><span style="font-size: medium;"><i><b>bipolare</b></i></span><span style="font-size: medium;"><b>, prevista e attesa già da tempo. Caso Mattei, caso Moro (e altri minori come quello Ippolito, ecc.) vanno inscritti in complesse manovre, del tutto nascoste ancor oggi. Ho ovviamente idee precise in merito, ma non prove per sostenere tesi opposte a quelle diffuse da spudorati mentitori che hanno riferito e sostenuto il falso, quello che ancor oggi il “poppolo” ritiene invece vero. Citiamo solo i fatti; i lettori si formeranno poi le loro opinioni, se non sono fessi come lo sono i componenti del ceto medio semicolto “di sinistra”; una sinistra puramente immaginaria, autoproclamatasi “progressista” mentre è soltanto irresponsabile, vivendo di emolumenti non meritati per il suo tramestare non semplicemente improduttivo (nel senso comune di questo termine), ma proprio dannoso per l’insieme dei produttori che vedono sperperato quanto ottenuto con il loro duro lavoro. </b></span></h3>
<h3 align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">L&#8217;epoca Prodi</span></h3>
<p>Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell&#8217;IRI a <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Prodi">Romano Prodi</a></span></span>. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Sette">Pietro Sette</a></span></span>) alla guida dell&#8217;IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell&#8217;IRI durante la presidenza Prodi portò a:</p>
<ul>
<li>la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l&#8217;<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alfa_Romeo">Alfa Romeo</a></span></span>, privatizzata nel <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1986">1986</a></span></span>;</li>
<li>la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;</li>
<li>la liquidazione di <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Finsider">Finsider</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Italsider">Italsider</a></span></span> ed <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Italstat">Italstat</a></span></span>;</li>
<li>lo scambio di alcune aziende tra <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/STET">STET</a></span></span> e <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Finmeccanica">Finmeccanica</a></span></span>;</li>
<li>la tentata vendita della <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/SME_(azienda)">SME</a></span></span> al gruppo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/CIR_(azienda)">CIR</a></span></span> di <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_De_Benedetti">Carlo De Benedetti</a></span></span>, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bettino_Craxi">Bettino Craxi</a></span></span>. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Berlusconi">Silvio Berlusconi</a></span></span>, che avanzarono un&#8217;offerta alternativa per bloccare la vendita. L&#8217;offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vicenda_SME">vicenda SME</a></span></span>).</li>
</ul>
<p>Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l&#8217;IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Cuccia">Enrico Cuccia</a></span></span> affermò:</p>
<table width="704" border="0" cellspacing="0" cellpadding="19">
<colgroup>
<col width="666" /> </colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="666"><span style="color: #000000;"><b>«</b></span><span style="color: #000000;"> (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. </span><span style="color: #000000;"><b>»</b></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="666"><span style="color: #000000;">(S.Bocconi, </span><span style="color: #000000;"><i>I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani</i></span><span style="color: #000000;">, </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corriere_della_Sera">Corriere della Sera</a></span></span><span style="color: #000000;">, 12 novembre 2007)</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>È comunque indubbio che in quegli anni l&#8217;IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di &#8220;privatizzazioni&#8221;.</p>
<h3><span style="font-size: medium;">L&#8217;accordo Andreatta-Van Miert</span></h3>
<p>Per le sorti dell&#8217;IRI fu decisiva l&#8217;accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l&#8217;unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Maastricht">Trattato di Maastricht</a></span></span>. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all&#8217;interno del gruppo IRI senza indire gara d&#8217;appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Comunità_Europea">Comunità Europea</a></span></span>; l&#8217;Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ENI">ENI</a></span></span> ed <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/EFIM">EFIM</a></span></span>. Nel luglio <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1992">1992</a></span></span> l&#8217;IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell&#8217;anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all&#8217;Italia la concessione di fondi pubblici all&#8217;EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.</p>
<p>Per evitare una grave crisi d&#8217;insolvenza, Van Miert concluse con l&#8217;allora ministro degli Esteri <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beniamino_Andreatta">Beniamino Andreatta</a></span></span> un accordo, che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell&#8217;EFIM, ma a condizione dell&#8217;impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ENEL">ENEL</a></span></span> e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1996">1996</a></span></span>. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l&#8217;Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall&#8217;IRI.</p>
<h3><span style="font-size: medium;">Le privatizzazioni</span></h3>
<p>L&#8217;accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Credito_Italiano">Credito Italiano</a></span></span>. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l&#8217;IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_Amato">Giuliano Amato</a></span></span> e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1997">1997</a></span></span> i livelli di indebitamento fissati dall&#8217;accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell&#8217;IRI proseguirono comunque e l&#8217;Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.</p>
<p>Tra il 1992 ed il 2000 l&#8217;IRI vendette partecipazioni e rami d&#8217;azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/IRI#cite_note-11#cite_note-11"><sup>[11]</sup></a></span></span> Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Telecom_Italia">Telecom Italia</a></span></span> ed <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Autostrade_S.p.A.">Autostrade S.p.A.</a></span></span>; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.</p>
<h3><span style="font-size: medium;">L&#8217;analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni</span></h3>
<p>Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/IRI#cite_note-12#cite_note-12"><sup>[12]</sup></a></span></span>, ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull&#8217;efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all&#8217;incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/IRI#cite_note-13#cite_note-13"><sup>[13]</sup></a></span></span> Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:</p>
<table width="704" border="0" cellspacing="0" cellpadding="19">
<colgroup>
<col width="666" /> </colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="666"><span style="color: #000000;"><b>«</b></span><span style="color: #000000;"> evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall&#8217;elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/IRI#cite_note-14#cite_note-14"><sup>[14]</sup></a></span></span><span style="color: #000000;"><b>»</b></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h3><span style="font-size: medium;">La liquidazione</span></h3>
<p>Le poche aziende (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Finmeccanica">Finmeccanica</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fincantieri">Fincantieri</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fintecna">Fintecna</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alitalia">Alitalia</a></span></span> e <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/RAI">RAI</a></span></span>) rimaste in mano all&#8217;IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata &#8220;agenzia per lo sviluppo&#8221;, il 27 giugno <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/2000">2000</a></span></span> l&#8217;IRI fu messo in liquidazione e nel <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/2002">2002</a></span></span> fu incorporato in <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fintecna">Fintecna</a></span></span>, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.</p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/un-pot-pourri-che-spero-interessi-di-glg-19-maggio-13/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In Olanda sfide alla futura integrazione europea</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/in-olanda-sfide-alla-futura-integrazione-europea?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=in-olanda-sfide-alla-futura-integrazione-europea</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/in-olanda-sfide-alla-futura-integrazione-europea#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 05:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14785</guid>
		<description><![CDATA[&#160; [Traduzione di Alfredo Musto da: In the Netherlands, Challenges to Future EU Integration &#124;...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h1>[Traduzione di Alfredo Musto da: <a href="http://www.stratfor.com/analysis/netherlands-challenges-future-eu-integration#ixzz2RlderiRg">In the Netherlands, Challenges to Future EU Integration | Stratfor</a>]</h1>
<p><b>Sommario</b></p>
<p>La campagna di un gruppo olandese per un referendum sul rapporto dei Paesi Bassi con l&#8217;Unione Europea mette in evidenza il disagio nei paesi centrali europei sul processo di integrazione nell&#8217;Unione. L’euroscetticismo non è nuovo nei Paesi Bassi, ma l’inasprirsi della crisi nazionale così come la crescente supervisione da parte di Bruxelles probabilmente lo esacerberanno. L’Olanda è un paese dipendente dal commercio con il centro d&#8217;Europa, il che significa che il governo olandese ha da bilanciare l’opposizione alla politica d’integrazione con l&#8217;interesse strategico del Paese nell’integrazione economica europea in corso.</p>
<p><b>Analisi</b></p>
<p>Il 26 marzo un gruppo chiamato <i>Citizens’Forum</i> ha presentato una petizione che porta più di 56.000 firme &#8211; molto più delle 40.000 necessarie &#8211; al parlamento olandese, chiedendo un referendum relativo alla partecipazione dell’Olanda agli sforzi di integrazione politica tra i paesi UE. Dopo che una commissione parlamentare abbia confermato la validità delle firme, la camera bassa del parlamento deve decidere se il referendum debba essere ammesso o meno.</p>
<p><b>Euroscettici</b></p>
<p><i>Citizens’ Forum</i>, un gruppo di circa una dozzina di cittadini, molti dei quali nel mondo accademico, ha lanciato la propria campagna nelle settimane dopo che il primo ministro britannico David Cameron ha annunciato a gennaio che avrebbe organizzato un referendum dopo le elezioni nel 2015 sul rapporto del Regno Unito con l’Unione Europea. Cameron ha detto che il suo governo avrebbe cercato di recuperare potere dall&#8217;Unione Europea, e che<a href="http://www.stratfor.com/weekly/united-kingdom-moves-away-european-project">, se il Regno Unito non riuscisse a rinegoziare la sua posizione in Europa</a>, potrebbe tenersi un referendum sull’adesione alla UE.</p>
<p>L’iniziativa di <i>Citizens’ Forum</i> non va ancora così lontano. Il gruppo sostiene che i cittadini olandesi dovrebbero essere consultati tramite referendum prima che il loro paese sia costretto ad una più profonda integrazione europea. Il gruppo sostiene l&#8217;Unione Europea come unione commerciale, ma nello specifico si oppone ad una maggiore integrazione politica. Esso vede gli attuali piani per l&#8217;integrazione politica guidati dall’élite dell&#8217;Europa e critica la mancanza di legittimità democratica dell&#8217;Unione Europea. I membri del gruppo criticano anche la crescente interferenza di Bruxelles sulla politica di bilancio, fiscale e migratoria. I critici sostengono che <i>Citizens’ Forum</i> vuole effettivamente che l&#8217;Olanda lasci l&#8217;Unione Europea, ma che eviti di proclamarlo in modo da non perdere il sostegno pubblico.</p>
<p>Considerando l&#8217;attuale debolezza delle forze euroscettiche in parlamento, l&#8217;attuale iniziativa probabilmente non riceverà il sostegno da questa parte politica. Tuttavia, il gruppo che ha lanciato la campagna prevede di raccogliere 300.000 firme che, secondo una legge in procinto di passare presto, saranno sufficienti per innescare un referendum non vincolante.</p>
<p>L’euroscetticismo è da tempo una caratteristica della politica olandese. In un referendum del 2005, gli olandesi hanno respinto la proposta di costituzione europea, mettendo in evidenza la loro opposizione ad una più stretta unione politica. Gli olandesi sono riluttanti a rinunciare alla sovranità e, come altri piccoli paesi della UE, temono di essere dominati da grandi potenze quali Francia e Germania. Inoltre, in quanto ricca economia del Nord, l’Olanda teme di essere bloccata in un sistema in cui deve costantemente sostenere il Sud. Negli ultimi anni il governo olandese è stato uno dei più forti sostenitori delle richieste tedesche per l&#8217;austerità della periferia.</p>
<p>Resta da vedere se <i>Citizens’ Forum</i> diventerà un partito politico vero e proprio. Nei Paesi Bassi, il Partito Socialista di sinistra e quello di destra, il Partito per la Libertà, hanno a lungo portato la bandiera dell’euroscetticismo, e questi partiti hanno sostenuto la recente richiesta di un referendum. I socialisti si oppongono soprattutto alla centralizzazione della politica di bilancio, mentre il Partito per la libertà &#8211; e soprattutto il suo leader, Geert Wilders – ha ricevuto grande attenzione mediatica negli ultimi anni per la severa retorica anti-immigrazione e, più recentemente, per l’esortazione ai Paesi Bassi di lasciare la zona euro. Nonostante i buoni risultati nei sondaggi pre-elettorali, entrambi i partiti hanno perso consenso alle elezioni parlamentari del 2012, indebolendo così la voce euroscettica nel Parlamento olandese.</p>
<p>Mentre il governo non supporta l&#8217;attuale iniziativa di un referendum, ha chiarito che concorda con Londra che l&#8217;Unione Europea ha bisogno di essere riformata in un modo che rafforzi la sua legittimità democratica. Il governo probabilmente sosterrebbe un referendum nel caso di modifiche del trattato UE. Un sondaggio d’inizio marzo commissionato da <i>Citizens’ Forum,</i> ma condotto dal rispettato sondaggista Maurice de Hond, ha mostrato che più di due terzi degli intervistati vorrebbe avere voce in caso di modifiche del trattato UE. È inoltre emerso che si oppongono ad un’ulteriore delega di poteri sovrani.</p>
<p><b>La valenza strategica</b></p>
<p>Tuttavia, il governo vuole evitare un referendum che affronti l’adesione dei Paesi Bassi all&#8217;Unione Europea. Questo perché l&#8217;integrazione europea è di importanza strategica.</p>
<p>La prosperità economica dei Paesi Bassi &#8211; membro fondatore dell&#8217;Unione Europea e paese al centro dell&#8217;Europa &#8211; dipende in gran parte dal commercio e dall&#8217;integrazione economica con gli altri paesi. In effetti, <a href="http://www.stratfor.com/analysis/challenges-europes-economic-core-netherlands">gli olandesi sono in gran parte pro-europei</a>. Questo spiega anche perché il paese ha partecipato ai salvataggi nonostante la critica olandese alla pratica.</p>
<p>Ma un intensificarsi della crisi nei Paesi Bassi e i piani per integrare ulteriormente l&#8217;UE politicamente potrebbero alimentare l’euroscetticismo nel Paese. Rispetto ad altri paesi Ue, la disoccupazione in Olanda è ancora bassa, anche se è aumentata gradualmente a partire da metà 2011. Secondo Eurostat, il tasso di disoccupazione era pari al 6,2% a febbraio &#8211; il tasso più alto in più di 15 anni. L&#8217;economia olandese è in recessione e il governo sta lottando per attuare misure di austerità per soddisfare l&#8217;obiettivo di disavanzo – il 3% del PIL &#8211; richiesto dall&#8217;Unione Europea. Ci si aspetta che <a href="http://www.stratfor.com/analysis/worries-austerity-france-and-netherlands">Olanda e Francia violino tale limite quest&#8217;anno</a>.</p>
<p>L&#8217;élite UE sta perseguendo l&#8217;integrazione fiscale e politica come un modo per superare la crisi della zona euro. Tuttavia, come la recente spinta per un referendum nei Paesi Bassi indica, i governi probabilmente si troveranno sempre più limitati dalla percepita mancanza di legittimità democratica dell&#8217;Unione Europea e dall’opposizione popolare ai suoi progetti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/in-olanda-sfide-alla-futura-integrazione-europea/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>INTERVISTA A G. LA GRASSA &#8211; PARTE III (DI W. CIUSA)</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/intervista-a-g-la-grassa-parte-iii-di-w-ciusa?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=intervista-a-g-la-grassa-parte-iii-di-w-ciusa</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/intervista-a-g-la-grassa-parte-iii-di-w-ciusa#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 19 May 2013 16:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14782</guid>
		<description><![CDATA[INTERVISTA PARTE III &#160; qui la seconda parte: INTERVISTA &#160; qui la prima parte: INTERVISTA]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=B1u9kaWsSGA#t=9s">INTERVISTA PARTE III</a></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1><a href="http://www.youtube.com/watch?v=cVx_4oAs3O4">qui la seconda parte: INTERVISTA</a></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1><a href="http://www.youtube.com/watch?v=9ov-Ji1PlXY&amp;feature=youtu.be">qui la prima parte: INTERVISTA</a></h1>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/intervista-a-g-la-grassa-parte-iii-di-w-ciusa/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Géopolitique du catholicisme, par Aymeric Chauprade</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/geopolitique-du-catholicisme-par-aymeric-chauprade?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=geopolitique-du-catholicisme-par-aymeric-chauprade</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/geopolitique-du-catholicisme-par-aymeric-chauprade#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 06:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14779</guid>
		<description><![CDATA[  traduzione in calce di Giuseppe Germinario Publié par Aymeric Chauprade le 10 mai 2013...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: xx-large;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>traduzione in calce di Giuseppe Germinario</b></i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Publié par </span></span><a href="http://www.realpolitik.tv/author/aymeric/"><span style="color: #0000ff;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">Aymeric Chauprade</span></span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"> le 10 mai 2013 dans </span></span><a href="http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/"><span style="color: #0000ff;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">Articles</span></span></span></span></a><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">, </span></span><a href="http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/geopolitique-du-fait-religieux/"><span style="color: #0000ff;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;">Géopolitique du fait religieux</span></span></span></span></a></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: xx-small;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’annuaire pontifical 2012 estime le nombre de catholiques dans le monde à 1,2 milliards, un poids démographique équivalent à celui de la Chine, soit un peu moins du cinquième de la population mondiale. La religion catholique continue son expansion, mais de manière non uniforme puisqu’elle progresse en Asie, en Afrique et en Amérique du Nord, mais continue cependant de reculer en Europe et en Amérique Latine, des aires qui lui furent longtemps historiquement acquises. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">La Providence ne faisant jamais les choses par hasard, il est notable que le nouveau pape François, vient lui aussi, comme Benoît XVI, d’une aire géographique où le catholicisme cède du terrain.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Le premier défi géopolitique que les diplomaties de Jean-Paul II puis Benoît XVI se sont efforcées de relever, tient à la résistance des cultures nationales à l’influence de l’Église catholique.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dans les mondes orthodoxe et asiatique, le catholicisme est souvent associé à l’impérialisme occidental. Deux fractures historiques fortes expliquent cette résistance. Pour le monde orthodoxe, au XIe siècle, le schisme religieux Rome/Byzance et la première croisade. Pour l’Asie, à partir du XVIe siècle et de l’ouverture des grandes routes maritimes, les tentatives de colonisation européenne.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">La Contre-réforme, à la fois pour endiguer le processus d’éclatement de la Chrétienté et reconstituer l’influence de l’Église catholique en Europe orientale et au Proche-Orient, lance une stratégie d’unification des Églises orientales à Rome. Elle parvient à reprendre à l’Orthodoxie une partie des fidèles : là est l’origine des Églises uniates. Aujourd’hui, les orthodoxes ukrainiens, russes et roumains considèrent que ces églises sont encore l’instrument des peuples catholiques, Polonais, Autrichiens et Hongrois, tandis que les catholiques uniates (unis à Rome mais de rite oriental) reprochent aux patriarcats orthodoxes d’avoir profité de l’ère communiste pour s’emparer de leurs biens et de leurs églises.<br />
Jean-Paul II avait commencé à réparer les relations catholiques/orthodoxes en tendant la main au patriarcat orthodoxe de Bucarest dans l’espoir que les Uniates roumains (2,5 millions au début de l’ère communiste, 200 000 aujourd’hui) puissent récupérer, comme l’avaient fait avant eux les Uniates ukrainiens (5,5 millions sur 48 millions d’habitants de l’Ukraine) les milliers d’églises confisquées par les communistes au profit du clergé orthodoxe ; en vain, puisqu’il s’était heurté, comme en Russie (1,5 million de catholiques), à l’hostilité des patriarcats orthodoxes. Les guerres des Balkans et le rôle du Vatican en faveur des émancipations slovène et croate n’avaient guère arrangé les relations.<br />
Benoît XVI, convaincu de l’importance stratégique de la réconciliation catholiques/orthodoxes est parvenu à améliorer les relations et a su obtenir la confiance et la reconnaissance des patriarcats orthodoxes.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’Asie, est à la fois l’un des foyers les plus potentiels de l’Église catholique (12% de fidèles et une forte croissance de prêtres ordonnés), et une aire souvent difficile et dangereuse pour les catholiques. Pour l’ensemble des pays asiatiques, à l’exception des Philippines où il affiche une pleine santé (plus de 80% des 95 millions d’habitants sont catholiques) ou la Corée du Sud (10% de catholiques), où il est respecté, ailleurs le catholicisme suscite la méfiance et même parfois l’hostilité parce qu’il est extérieur aux cultures nationales dominantes,  bouddhiste, hindouiste ou musulmane.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’Inde compte seulement 0,3 % de catholiques contre 80 % d’hindous, le reste étant musulman. L’accès des catholiques aux administrations étatiques est fortement entravé et les mouvements radicaux hindouistes proches du Bharatiya Janata Party (parti nationaliste) s’attaquent régulièrement aux chrétiens qu’ils accusent de vouloir détruire le système traditionnel des castes.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Au-delà de la spécificité communiste, le problème du catholicisme chinois est comparable à celui du catholicisme indien : un fort sentiment national doublé d’une méfiance pour une religion « occidentale ». Sur 1,25 milliards d’habitants, la Chine compte environ 5 millions de catholiques contrôlés au sein de l’Organisation patriotique officielle auxquels on doit ajouter 10 millions de catholiques « clandestins », membres d’une Église du « silence » liée à Rome. Le fait que le Vatican ait reconnu Taïwan n’arrange pas la situation.<br />
En 2012, Benoît XVI a excommunié un évêque chinois membre de l’Église officielle (celle du gouvernement chinois) et ordonné sans l’accord du pape, agissant ainsi en conformité avec sa lettre aux catholiques chinois de 2007 dans laquelle il comprenait que les “autorités chinoises soient attentives au choix des évêques” mais rappelait néanmoins “que leur nomination par le pape est la garantie de l’unité de l’Église”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">A l’inverse de l’orthodoxie, les relations du Vatican avec la Chine se sont tendues sous le pontificat de Benoît XVI puisqu’au moins six évêques chinois ont été ordonnés sans l’aval de Rome depuis 2006.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Comment développer le catholicisme dans un Pakistan où l’islam est le cœur de la construction nationale, l’origine même de la partition de l’Empire des Indes britannique au moment de la décolonisation ? Face à 95 % de musulmans, les 2 millions de chrétiens (et environ autant d’hindouistes) catholiques et protestants pèsent peu, et leur souci premier, avant l’évangélisation, c’est la survie à l’assaut double du fanatisme musulman et d’un État islamique qui procède par étouffement progressif (nationalisation des écoles, obstacle à la réparation et a fortiori à la construction des églises…). Même refus de l’évangélisation chrétienne en Malaisie, où islam et identité nationale sont intimement liés.<br />
Survivre d’abord, évangéliser ensuite, telle est aussi la préoccupation de ce million de chrétiens du Sri Lanka qui a fait souche chez les Cinghalais comme chez les Tamouls, et que le bouddhisme de l’État central ne tolère pas.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Très souvent donc, en Asie, le catholicisme se heurte à la résistance de la culture nationale. Mais le problème est encore aggravé dans les pays asiatiques où l’évangélisation, dès le départ, n’a pu se faire qu’au sein de minorités ethniques tenues à l’écart des pouvoirs centraux. C’est le cas en Indonésie (Timor, Célèbes, Moluques, Nouvelle-Guinée) où la difficulté de la christianisation due à un nationalisme islamique est renforcée par le fait minoritaire.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Perçue tantôt comme parti de l’étranger, tantôt comme facteur de séparatisme (ou les deux à la fois), en Europe orientale comme en Asie, l’Église catholique romaine va devoir, au cours du prochain pontificat, apporter une réponse à ce premier défi géopolitique. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Comment faire pour que l’effort d’évangélisation soit admis par les États comme compatible avec identité et souveraineté nationale ?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Le deuxième défi géopolitique n’est autre que la face religieuse de la mondialisation du libéralisme américain, phénomène qui a pris son accélération à la fin de la Guerre froide. Il s’agit du formidable mouvement de pénétration de l’individualisme dans le christianisme. Ce phénomène se traduit de deux manières : soit par la protestantisation du catholicisme, soit par l’essor fulgurant des nouvelles formes d’évangélisme protestant, notamment le pentecôtisme. Ici, ce ne sont plus l’Europe orientale et l’Asie qui sont concernées (car autant l’orthodoxie que les cultures nationales asiatiques résistent assez bien à l’individualisme d’essence anglo-saxonne), mais l’Europe occidentale, les États-Unis d’Amérique, l’Amérique Latine ou encore l’Afrique.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Bien au-delà du protestantisme, la dimension la plus extrême de ce défi tient à ce que Benoît XVI appelle la “dictature du relativisme”, sans doute dominante en Europe, qui ne reconnaît rien comme définitif et donne comme mesure ultime l’égo et les désirs. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Face à ce mouvement de fond qui touche les sociétés occidentales et s’attaque aux valeurs traditionnelles (mariage et adoption pour les homosexuels), le catholicisme européen apparaît comme la seule véritable force d’opposition et de mobilisation. Il est possible que dans les années à venir il élargisse ainsi son audience auprès de familles certes oublieuses de leur religion, mais néanmoins attachées aux fondamentaux de la civilisation.<br />
Restons cependant prudents lorsque l’on entend parler de “déchristianisation de l’Europe”, surtout si tient compte de la démographie. Il existe grossièrement aujourd’hui deux types de familles qui font beaucoup d’enfants en Europe occidentale, les familles catholiques traditionnelles (parfois jusqu’à dix enfants et une moyenne de 5 enfants étant le minimum!) et les familles extra-européennes (musulmanes pour l’essentiel). Un peu de mathématiques nous enseigne que deux effectifs distincts, l’un pesant 90% au départ et faisant de manière constante 2 enfants à chaque génération, l’autre 10% (disons les catholiques traditionnels et les musulmans) et faisant de manière constante 5 enfants à chaque génération, se retrouvent dans les proportions inversées de 7% et 83% à la 4e génération ! Rien ne dit donc que l’Europe occidentale, dans 4 générations, ne sera pas peuplée pour l’essentiel par deux populations très religieuses, l’une catholique, l’autre musulmane, suivant un phénomène comparable à l’évolution d’Israël dans lequel cohabiteront en 2050 des Juifs ultra-orthodoxes et des Arabes israéliens. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Tout phénomène dominant aujourd’hui peut être anéanti demain si la démographie est contre lui. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">C’est l’une des lois implacables de l’histoire.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Le cas des États-Unis est un bon exemple du poids des logiques démographiques. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Le catholicisme américain (25% de la population des États-Unis soit la première religion) va jouer un rôle clé dans l’avenir de la première puissance mondiale. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dans l’identité : les États-Unis sont une nation en voie d’hispanisation donc de catholicisation ; il y a déjà une majorité d’hispaniques dans dix États américains et sur les quelques 62 millions de catholiques déjà 24 sont hispaniques. Dans la cohésion : l’Église catholique américaine est la seule église qui échappe à l’ethnicisation du religieux. C’est un aspect peu souligné : lorsque l’Amérique affrontera la crise de sa société multiculturelle, l’Église catholique apparaîtra comme un facteur d’unité nationale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Il y a deux manières d’interpréter la catholicisation des États-Unis d’Amérique. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Ou bien ce catholicisme, rattrapé par les valeurs anglo-protestantes qui ont fondé le rêve américain, se protestantisera en intégrant la Destinée manifeste, et en faisant sien la mission de l’Amérique sur terre. Ou bien nous reviendrons à la toute puissance du catholicisme au XVIe et XVIIe siècle, lorsque celui-ci pouvait s’appuyer sur des moteurs de puissance espagnol et portugais notamment pour s’étendre dans le monde. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’alliance entre la puissance militaire, économique et géopolitique états-unienne et l’Église catholique, redonnerait alors au Pape une sorte de puissance temporelle qu’il a perdu depuis longtemps et cela pourrait bien avoir un effet positif sur les cultures sensibles au “rapport de force” comme l’islam ou les philosophies asiatiques.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Pour l’heure en tout cas, le défi que constituent les nouvelles formes du protestantisme reste entier. Aujourd’hui si la moitié des chrétiens dans le monde sont des catholiques, déjà le quart est pentecôtiste ou membre d’églises évangéliques indépendantes. Le pentecôtisme s’est développé à une vitesse fulgurante, passant de presque zéro à environ trois cents millions de pratiquants en moins d’un siècle, presque la moitié à lui seul du protestantisme. Il a atteint un effectif double de l’orthodoxie, et si rien de change, en 2025, les catholiques représenteront moins du tiers des chrétiens. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Comme l’ensemble des mouvances issue de la dissidence du protestantisme européen et qui ont prospéré à partir de la fondation des États-Unis (baptisme, méthodisme, piétisme, évangélisme), le pentecôtisme se caractérise par la relation directe de l’individu avec Dieu, par la supériorité de la Bible comme source unique de la parole divine, par l’expérience rénovatrice de la « seconde naissance », par une responsabilité personnelle de prosélytisme et de témoignage qui écarte d’emblée toute idée de clergé spécifique. C’est bien dans le fait que chacun devient en lui-même une Église autogérée que l’on doit voir le triomphe de l’idéologie individualiste et libérale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’Amérique Latine (42% des catholiques du monde y vivent), bastion traditionnel de la ferveur catholique, est aujourd’hui confrontée au défi des Églises évangéliques venues des États-Unis. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">La Théologie de la prospérité défendue par les pentecôtistes a remplacé la Théologie de la Libération qui sévissait durant la Guerre froide : elle bâtit des temples, investit des universités et des chaînes de télévision et exploite la détresse produite par les catastrophes naturelles. Les plus fortes progression sont enregistrées au Guatemala (30 % des chrétiens sont désormais évangélistes contre 18 % il y a 25 ans), au Salvador et au Brésil (la plus importante communauté pentecôtiste du monde avec 15 millions de fidèles revendiqués), pays qui au début du siècle étaient à cent pour cent catholique. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">On estime qu’en Amérique Latine, huit cent personnes quittent chaque jour l’Église catholique pour rejoindre le pentecôtisme. En 2012, 72% des 600 millions de latino-américains étaient catholiques, contre 95% il y a quarante ans.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Qui mieux que le pape François, qui fit barrage à l’infiltration marxiste en Argentine (Théologie de la Libération), et incarne en même temps la pauvreté et l’humilité, peut enrayer la montée des protestants évangéliques? En juillet 2013, aux Journées mondiales de la Jeunesse à Rio de Janeiro, nous devons nous attendre à une ferveur inégalée, qui sera peut-être le point de départ de la reconquête catholique de l’Amérique Latine.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Contre cette mondialisation du libéralisme américain et son pendant religieux, la religiosité individualiste, l’islam tente aussi de résister, en prenant parfois des formes radicales, sunnites ou chiites. La vigueur de l’islam est aussi un défi pour le catholicisme, notre troisième grand défi pour l’Église catholique du XXIe siècle. Dans le Moyen-Orient en majorité islamisé, comme en Afrique subsaharienne et jusque dans les finistères asiatiques du grand mouvement de christianisation initié au XVIe siècle par les nations européennes, le catholicisme minoritaire recule, sous la pression double des États musulmans et des mouvements islamistes.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Les chrétiens du monde arabe d’abord (12 millions sur plus de 300 millions d’Arabes) connaissent un phénomène d’érosion constant depuis le début du XXe siècle. Pour l’Église catholique en particulier, l’enjeu est de conserver ce que les missions latines avaient pu « récupérer », durant les siècles passés, quelques morceaux cassés de la Chrétienté. Il s’agit en effet de sauver les restes du christianisme nestorien ramenés dans Rome au XVIe siècle sous l’action missionnaire des dominicains et franciscains, et qui forment aujourd’hui les Assyro-chaldéens d’Irak. Autre enjeu : le sort des descendants des orthodoxes qui s’étaient placés sous l’autorité du pape au XVIIe siècle, ces Arabes melkites du Liban, de Syrie, de Palestine, d’Irak, qui ont tant contribué au XIXe siècle au mouvement de la Nadha (renaissance arabe), à la formation d’un sentiment d’arabité distinct de l’islam. On peut s’interroger encore sur l’avenir des Jacobites, Coptes et Arméniens qui s’étaient séparés de Byzance au Ve siècle (après le concile de Chalcédoine) et que les missions latines firent rentrer dans l’Église au XVIIe siècle. Sauver enfin ces sept cent mille maronites libanais, unis depuis toujours à Rome, confrontés au défi de la montée démographique du chiisme et de la radicalisation d’une partie des sunnites.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’effondrement du baasisme irakien en 2003 et l’ébranlement du baasisme syrien en 2012 sont deux catastrophes successives pour les Chrétiens du Moyen-Orient. L’Irak qui comptait en 1990 autour de 1,2 million de chrétiens a vu partir plus de 500 000 chrétiens depuis 1991, pour moitié vers l’Occident, pour autre moitié vers la Syrie. L’ébranlement du régime syrien confronté à une rébellion majoritairement islamiste (soutenue par les monarchies sunnites de la région et les pays occidentaux) a provoqué l’exode massif des chrétiens d’Alep et de Damas vers le Liban, le Canada et les États-Unis. Sans réduit territorial (contrairement aux minorités alaouite et druze), souvent accusés de soutenir le régime syrien face à la marée sunnite islamiste, les Chrétiens de Syrie semblent assez peu préoccuper des gouvernements occidentaux qui arment les rebelles syriens.<br />
</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Le sort des Chrétiens arabes sera-t-il le même que celui des Assyro-Chaldéens syriaques de Turquie qui ont quasiment disparu ? </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Il en reste environ 25 000 alors qu’ils étaient plusieurs centaines de milliers au début du siècle. L’État turc, prétendument laïque, leur ferme les portes de l’administration, les empêche de conserver leurs écoles, de restaurer et a fortiori de construire des églises ; lente extinction dans l’indifférence générale de l’Union européenne. Enfin le cas de Jérusalem, de la Palestine et d’Israël n’est-il pas au fond le plus représentatif du drame que vivent les catholiques et uniates du Proche-Orient, de leur situation d’otage du conflit entre nationalisme islamo-arabe et nationalisme juif ?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’islam met l’Afrique est dans une situation paradoxale s’agissant de la place du catholicisme. D’un côté le continent africain est passé en cent ans de 1% des catholiques à 16 % (avec plus de 180 millions de fidèles) et apparaît comme une aire de progression forte, ce qui fit dire à Benoît XVI lors du synode Africa Munus de 2009 que l’Afrique est appelée à contribuer à la nouvelle évangélisation dans le monde entier. D’un autre côté, sans même parler du Nigeria où la folie islamiste se déchaîne contre les chrétiens (catholiques ou protestants), l’islam progresse fortement dans des pays africains qui semblaient acquis au christianisme. “Grâce” à l’intervention française, la Côte d’Ivoire a désormais un président musulman ; comme celui qui vient de prendre le pouvoir en Centrafrique fin mars 2013 (dans un pays où les chrétiens sont pourtant majoritaires). Le point commun de ces situations est précisément que là où l’Église catholique a laissé la place à la fragmentation chrétienne (essor du pentecôtisme, de l’évangélisme, multiplication d’églises charismatiques), le lit de l’islam a été fait. Unie dans le catholicisme les chrétiens résistent à l’islam, fragmentés, ils sont broyés par le rouleau compresseur sunnite.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">A l’époque de la colonisation, l’évangélisation catholique était plus simple au moins pour trois raisons : 1/ un prêtre blanc avait moins de difficulté à transcender les clivages ethniques qu’un prêtre noir aujourd’hui ; 2/ la puissance européenne soutenait le mouvement d’évangélisation et faisait refluer les influences arabo-musulmanes venues du Nord, tandis qu’aujourd’hui les anciennes puissances coloniales négligent le facteur religieux quand elles ne font pas purement et simplement le jeu de l’islam ; 3/ il n’y avait pas le puissant élan du pentecôtisme soutenu par la mondialisation américaine.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Contrairement à ce qu’ont soutenu nombre d’intellectuels ouest-européens (comme le Français Marcel Gauchet) le “désenchantement du monde” ne concerne que l’Europe et non le reste du monde. Partout au contraire, dans ce nouveau monde des émergents (les BRICS) et de la multipolarité, la religion prend une place croissante dans les relations internationales. Là encore Benoît XVI est un précurseur : il affirme depuis longtemps qu’il n’y a pas de “crise de la foi” mais une “crise de la raison occidentale”. D’où le fait que les religions qui ont cherché à s’aligner sur la modernité comme “religion de la raison” sont en crise et que celles qui (islam, judaïsme orthodoxe, hindouisme fondamentaliste, évangélisme protestant), ont au contraire maintenu un “supernaturalisme réactionnaire” sont en expansion. Jean-Paul II, puis Benoît XVI ont refusé la modernisation du catholicisme et affirmé au contraire la nécessaire catholicisation de la modernité. Si Benoît XVI a réintégré la grande majorité des traditionalistes dans la famille catholique, c’est précisément parce qu’il savait qu’une grande partie des jeunes prêtres ordonnés en Europe l’était dans la Tradition.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Mais logiquement ce choix a valu à ces papes volontaires le déclenchement d’une formidable entreprise de désinformation menée par les serviteurs de ce que l’on finira bien par appeler la Dictature mondiale du relativisme. C’est sur cette scène de la désinformation mondiale orchestrée par une armée de hyènes grimaçantes que fait son entrée, avec son sourire plein de bonté, le Pape François. </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Que ses ennemis ne s’y fient pas. Les Jésuites ont largement contribué à l’expansion géopolitique du catholicisme romain !</span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Aymeric Chauprade</b></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span><a href="http://blog.realpolitik.tv"><span style="color: #0000ff;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="text-decoration: underline;"><b>blog.realpolitik.tv</b></span></span></span></span></a></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Crédit photo : © Realpolitik.tv. Plafond peint du Palais Barberini, Rome.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US">
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: xx-large;"><b>Geopolitica del cattolicesimo, di Aymeric Chauprade</b></span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Scritto da</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=fr&amp;tl=it&amp;u=http://www.realpolitik.tv/author/aymeric/">Chauprade Aymeric</a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">il 10 maggio 2013 in</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=fr&amp;tl=it&amp;u=http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/">Articoli</a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">,</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=fr&amp;tl=it&amp;u=http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/geopolitique-du-fait-religieux/">Geopolitica della religione</a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><a href="#comments">- 5 commenti</a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: xx-small;"><b>Per il fine settimana dell&#8217;Ascensione, da Seoul dove sono attualmente, ecco il mio parto: un articolo di mio pugno, nella sua versione francese, pubblicato nel mese di giugno su un giornale straniero non francofono sulla geopolitica del cattolicesimo.</b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: xx-small;"><b>Buona lettura!</b></span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">L&#8217;annuario pontificio 2012 calcola il numero dei cattolici nel mondo a 1,2 miliardi, un peso demografico equivalente a quello della Cina peso, poco meno di un quinto della popolazione mondiale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">La religione cattolica continua a espandersi, ma in modo non uniforme in quanto progredisce in Asia, Africa e Nord America, ma ancora continua a regredire in Europa e in America Latina, aree che sono state storicamente acquisite da lungo tempo. La</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Provvidenza non fa mai le cose a caso; da sottolineare che il nuovo Papa Francesco, così come Benedetto XVI, proviene da una zona geografica in cui il cattolicesimo sta perdendo terreno.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">La prima sfida geopolitica che i diplomatici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno cercato di sottolineare, riguarda la resistenza delle culture nazionali all&#8217;influenza della Chiesa cattolica.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Nei mondi ortodosso e asiatico, il cattolicesimo è spesso associato all&#8217;imperialismo occidentale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Due forti fratture storiche spiegano questa resistenza.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Nel mondo ortodosso, nel XI secolo, lo scisma religioso Roma / Bisanzio e la prima crociata.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Per l&#8217;Asia, a partire dal XVI secolo in seguito all&#8217;apertura di importanti rotte di navigazione, i tentativi di colonizzazione europea.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">La Controriforma, per arginare rispettivamente il processo di collasso della cristianità e ripristinare l&#8217;influenza della Chiesa cattolica in Europa orientale e in Medio Oriente, ha lanciato una strategia di unificazione delle Chiese orientali a Roma.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Riesce a recuperare agli ortodossi una parte dei fedeli: da lì l&#8217;origine delle Chiese Uniate.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Oggi, gli ortodossi ucraini, russi e rumeni considerano queste chiese ancora come lo strumento dei popoli cattolici, polacchi, austriaci e ungheresi, mentre i cattolici uniati (uniti a Roma ma di rito orientale) accusano i patriarcati ortodossi di aver approfittato del periodo comunista per impadronirsi delle loro proprietà e delle loro chiese.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Giovanni Paolo II aveva cominciato a recuperare le relazioni tra cattolici / ortodossi tendendo la mano verso il Patriarcato ortodosso di Bucarest, nella speranza che gli Uniati rumeni (2,5 milioni all&#8217;inizio del periodo comunista, 200.000 oggi) possano recuperare, come avevano fatto prima gli uniati ucraini (5,5 milioni dei 48 milioni di abitanti di Ucraina), le migliaia di chiese confiscate dai comunisti in favore del clero ortodosso; in vano, poiché si era scontrato, come in Russia (1,5 milioni di cattolici),con l&#8217;ostilità dei patriarcati ortodossi.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Le guerre nei Balcani e il ruolo del Vaticano a favore dell’emancipazione slovena e croata emancipazione non avevano certo aiutato le relazioni.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Benedetto XVI, convinto dell&#8217;importanza strategica della riconciliazione cattolica / ortodossa è riuscito a migliorare le relazioni ed è stato in grado di ottenere la fiducia e il riconoscimento dei patriarcati ortodossi.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">L’Asia, è al tempo stesso uno dei focolai dal maggior potenziale della Chiesa cattolica (12% di fedeli e forte crescita dei sacerdoti ordinati), e una zona spesso difficile e pericolosa per i cattolici.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Per l’insieme dei paesi asiatici, ad eccezione delle Filippine, dove è in piena salute (oltre l&#8217;80% dei 95 milioni di abitanti sono cattolici) e della Corea del Sud (10% cattolici), dove è rispettato, altrove il cattolicesimo desta sospetti e persino ostilità, perché è estraneo alla cultura nazionale dominante, buddisti, indù o musulmani.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">L&#8217;India conta solo lo 0,3% dei cattolici contro il 80% degli indù, il resto è musulmano.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">L&#8217;accesso dei cattolici alle amministrazioni statali è gravemente ostacolato e i movimenti radicali induisti, vicini al Bharatiya Janata Party (Partito Nazionalista) attaccano regolarmente i cristiani accusandoli di voler distruggere il sistema tradizionale delle caste.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Al di là della specificità comunista, il problema del cattolicesimo cinese è paragonabile a quello indiano: un forte sentimento nazionale rafforzato dalla diffidenza verso una religione &#8220;occidentale&#8221;.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Su 1,25 miliardi di persone, la Cina conta circa 5 milioni di cattolici controllati all&#8217;interno dell&#8217;Organizzazione patriottica ufficiale cui aggiungere 10 milioni di cattolici &#8220;illegali&#8221;, membri di una chiesa del &#8220;silenzio&#8221; legata a Roma .</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Il fatto che il Vaticano abbia riconosciuto Taiwan non aiuta la situazione.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Nel 2012, il Papa Benedetto XVI ha scomunicato un vescovo cinese, membro della Chiesa ufficiale (del governo cinese), ordinato senza l&#8217;approvazione papale, agendo in conformità con la sua Lettera ai cattolici cinesi nel 2007, con la quale considerava l’attenzione de &#8221; le autorità cinesi nella scelta dei vescovi &#8220;, ma ricordando comunque che la nomina del Papa è garanzia dell&#8217;unità della Chiesa &#8220;.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Contrariamente alla ortodossia, le relazioni del Vaticano con la Cina sono state tese durante il pontificato di Benedetto XVI in quanto sei vescovi cinesi sono stati ordinati senza l&#8217;approvazione di Roma dal 2006.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Come sviluppare il cattolicesimo in Pakistan, dove l&#8217;Islam è il cuore della costruzione della nazione, l&#8217;origine stessa della partizione dell&#8217;Impero indiano britannico al momento della decolonizzazione?</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Di fronte al 95% di musulmani, i 2 milioni di cristiani (e altrettanti indù), cattolici e protestanti pesano poco, e la loro prima preoccupazione, prima dell&#8217;evangelizzazione, è la sopravvivenza dal doppio assalto del fanatismo musulmano e di uno stato islamico che procede per soffocamento progressivo (nazionalizzazione delle scuole, ostacoli alla riparazione e, a fortiori, alla costruzione di chiese &#8230;).</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Stesso rifiuto di evangelizzazione cristiana in Malesia, dove l&#8217;Islam e l&#8217;identità nazionale si intrecciano intimamente.</span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">In primo luogo sopravvivere, poi evangelizzare, questa è anche la preoccupazione del milione di cristiani in Sri Lanka, che ha messo radici tra i singalesi come nei tamil e che il buddismo del governo centrale non tollerano.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Così molto spesso, l&#8217;Asia, il cattolicesimo urta contro la resistenza della cultura nazionale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ma il problema è ulteriormente aggravato nei paesi asiatici, dove l&#8217;evangelizzazione, fin dall&#8217;inizio, si è potuta promuovere solo nell&#8217;ambito delle minoranze etniche estranee al governo centrale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Questo è il caso dell&#8217;Indonesia (Timor, Sulawesi, Molucche, Papua Nuova Guinea), dove la difficoltà del cristianesimo a causa del nazionalismo islamico è accentuata dal fattore di minoranza.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">A volte percepita come partito dello straniero, a volte come un fattore di separatismo (o entrambi), in Europa orientale come in Asia, la Chiesa Cattolica Romana dovrà cercare, nel prossimo pontificato, una risposta a questa prima sfida geopolitica. Come fare in modo che lo sforzo di evangelizzazione sia riconosciuto da Stati come compatibile con l&#8217;identità e la sovranità nazionale?</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">La seconda sfida geopolitica non è altro che il volto religioso della globalizzazione del liberalismo americano, un fenomeno che ha conosciuto la sua accelerazione alla fine della guerra fredda.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Si tratta del grande movimento di penetrazione dell&#8217;individualismo nel cristianesimo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ciò opera in due modi: o protestantizzazione del cattolicesimo o la rapida espansione delle nuove forme di evangelizzazione protestante, soprattutto pentecostali.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">In questo caso non sono più implicati Europa orientale e Asia che sono (tanto l&#8217;ortodossia che le culture nazionali asiatiche sono molto resistenti all&#8217;individualismo di matrice anglosassone), ma l&#8217;Europa occidentale, gli Stati Uniti d&#8217;America, l&#8217;America Latina o l&#8217;Africa.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Al di là del protestantesimo, la dimensione più estrema di questa sfida è quella che Benedetto XVI chiama la &#8220;dittatura del relativismo&#8221;, senza dubbio dominante in Europa, che non riconosce nulla come definitivo e dispone come misura ultima l&#8217;ego e i desideri.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Rispetto a questo movimento di fondo che interessa le società occidentali e attacca i valori tradizionali (il matrimonio e l&#8217;adozione per omosessuali), il cattolicesimo europeo appare come l&#8217;unica vera forza di opposizione e di mobilitazione.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">E&#8217; possibile che in futuro riesca ad ampliare il proprio pubblico alle famiglie certamente ignare della loro religione, ma ancora legate ai fondamenti della civiltà.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Tuttavia restiamo prudenti quando sentiamo parlare di &#8220;scristianizzazione dell&#8217;Europa&#8221;, soprattutto se si tiene conto dei dati demografici.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ci sono grossolanamente due tipi di famiglie di oggi, che fanno tanti bambini in Europa occidentale: le famiglie cattoliche tradizionali (a volte fino a dieci bambini, e una media di cinque bambini al minimo!); le famiglie non europee (musulmano per la maggior parte).</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Un po&#8217; di matematica ci parla di due gruppi distinti; uno del peso del 90% inizialmente che procrea due bambini in ogni generazione, l&#8217;altro 10% (quindi cattolici e musulmani tradizionali) da alla luce costantemente 5 bambini in ogni generazione, sono presenti in proporzioni invertite del 7% e del 83% alla 4a generazione!</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Quindi, nulla smentisce che l&#8217;Europa occidentale, tra quattro generazioni, non verrà popolato principalmente da due comunità molto religiose, una cattolica e l&#8217;altra musulmana, riproducendo un fenomeno simile nell&#8217;evoluzione di Israele dentro il quale coesisteranno nel 2050 ebrei ultra-ortodossi e arabi israeliani.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ogni fenomeno che domina oggi può essere distrutto domani se la demografia è contro di lui.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Questa è una delle leggi implacabili della storia.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Il caso degli Stati Uniti è un buon esempio del peso della logica demografica.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> Il </span></span></span><span style="color: #000000;">Cattolicesimo americano (il 25% della popolazione degli Stati Uniti cioè la prima religione) avrà un ruolo chiave nel futuro della prima potenza mondiale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;">Nell’</span></span></span><span style="color: #000000;">identità: gli Stati Uniti sono una nazione sulla via dell’ispanizzazione quindi della cattolicizzazione; c’è già una maggioranza ispanica in dieci stati americani e su circa 62 milioni di cattolici già 24 sono ispanici.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Nel coesione: la Chiesa cattolica americana è l&#8217;unica chiesa sfuggit alla etnicizzazione della religione.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Questo è un aspetto poco sottolineato: quando l&#8217;America dovrà affrontare la crisi della sua società multiculturale, la Chiesa cattolica apparirà come un fattore di unità nazionale.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Ci sono due modi di interpretare la cattolicizzazione degli Stati Uniti d&#8217;America.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Il cattolicesimo, catturato dai valori anglo-protestanti che hanno fondato il sogno americano, si protestantizzerà integrando il Destino manifesto, facendo propria la missione dell’America sulla terra.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">O torniamo all’antica potenza del cattolicesimo nel XVI e XVII secolo, quando poteva contare sui motori delle potenze spagnola e portoghese in particolare, per estendersi nel mondo. L&#8217;alleanza tra il potere militare, economico e geopolitico americano e la Chiesa cattolica, ridarebbe allora al Papa una sorta di potere temporale ormai perso da lungo tempo e questo potrebbe avere un effetto positivo sulle culture sensibili ai &#8221; rapporti di forza &#8220;, come quella islamica o le filosofie asiatiche.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Per ora comunque, la sfida delle nuove forme di protestantesimo resta.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">A tutt’oggi, se la metà dei cristiani di tutto il mondo sono cattolici, già un quarto aderisce alle chiese pentecostali o evangeliche indipendenti.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> Il </span></span></span><span style="color: #000000;">Pentecostalismo è cresciuto in maniera folgorante praticamente dal nulla a circa trecento milioni di praticanti in meno di un secolo, da solo quasi la metà del protestantesimo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ha raggiunto il doppio degli effettivi della chiesa ortodossa, e se non cambia nulla, nel 2025, i cattolici rappresenteranno meno di un terzo dei cristiani.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Come tutti i movimenti scaturiti dal dissenso del protestantesimo europeo e che hanno prosperato dalla fondazione degli Stati Uniti (battisti, metodisti, pietismo evangelizzazione), il pentecostismo si caratterizza per il rapporto diretto del singolo con Dio, per la superiorità della Bibbia come unica fonte della parola di Dio, per l&#8217;esperienza rinnovatrice della &#8220;seconda nascita&#8221;, per una responsabilità personale del proselitismo e della testimonianza che scarta a priori ogni idea di clero specifico.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">E&#8217; proprio nel fatto che ognuno diviene una sorta di Chiesa autogestita, che dobbiamo vedere il trionfo dell&#8217;individualismo e dell&#8217;ideologia liberale.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">L’America Latina (il 42% dei cattolici del mondo vive lì), bastione tradizionale del fervore cattolico, deve ora affrontare la sfida di chiese evangeliche venute dagli Stati Uniti.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">La teologia della prosperità difesa dai pentecostali ha sostituito teologia della liberazione che ha prevalso durante la guerra fredda: costruisce templi, investe su università e stazioni televisive, sfrutta il disagio prodotto da catastrofi naturali.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Il maggiore incremento è registrato in Guatemala (ora il 30% dei cristiani sono evangelici rispetto al 18% di 25 anni fa), El Salvador e Brasile (la più grande comunità pentecostale nel mondo con 15 milioni di seguaci proclamati), paesi all&#8217;inizio secolo totalmente cattolici.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Si stima che in America Latina, ottocento persone lasciano ogni giorno la Chiesa cattolica per unirsi alla pentecostale.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Nel 2012, il 72% dei 600 milioni di latinoamericani erano cattolici, contro il 95% di 40 anni fa.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Chi meglio di Papa Francesco, diga alla infiltrazione marxista in Argentina (Teologia della Liberazione), e testimone allo stesso tempo della povertà e della umiltà, può fermare l&#8217;ascesa di protestanti evangelici?</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Nel luglio 2013, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, possiamo aspettarci un fervore senza pari, forse il punto di partenza della riconquista cattolica dell’America Latina.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Contro la globalizzazione del liberalismo americano e la sua prominenza religiosa, la religione individualista, l&#8217;Islam cerca esso stesso di resistere, a volte assumendo forme radicali, sunnite o sciite.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">La forza dell’Islam è essa stessa una sfida per il cattolicesimo, la nostra terza grande sfida per la Chiesa cattolica nel XXI secolo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">In Medio Oriente in maggioranza islamizzato, come in Africa sub-sahariana sin nelle Finistères asiatiche del grande movimento di cristianizzazione iniziato nel XVI secolo dalle nazioni europee, il cattolicesimo minoritario regredisce sotto la doppia pressione di Stati musulmani e dei movimenti islamisti.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">I cristiani nel mondo arabo per primi (12 milioni su più di 300 milioni di arabi) subiscono un costante fenomeno di erosione fin dai primi anni del XX secolo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Per la Chiesa cattolica in particolare, la sfida è quella di salvaguardare quello che le missioni latine sono state in grado di &#8220;recuperare&#8221;, nei secoli passati, alcuni brandelli della cristianità.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Si tratta infatti di salvare i resti del cristianesimo nestoriano ricondotto a Roma nel XVI secolo sotto il lavoro missionario dei domenicani e francescani, che ora formano la comunità assiro-caldea in Iraq.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Un altro problema è la sorte dei discendenti di ortodossi postisi sotto l&#8217;autorità del Papa nel XVII secolo, gli arabi melchiti di Libano, Siria, Palestina, Iraq, che tanto hanno contribuito nel XIX secolo al movimento di Nahda (rinascita araba), alla formazione di un sentimento di arabismo distinto dall&#8217;Islam.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ci si può interrogare ancora una volta sul futuro di giacobiti, copti e armeni, separatisi da Bisanzio nel V secolo (dopo il Concilio di Calcedonia) che le missioni latine riportarono nella Chiesa nel XVII secolo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Infine, salvare i settecentomila maroniti libanesi, uniti da sempre a Roma, di fronte alla sfida demografica sciita e alla radicalizzazione di parte dei sunniti.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Il crollo del Baathismo iracheno nel 2003 e l&#8217;indebolimento del Baathismo siriano nel 2012 sono due disastri successivi per i cristiani in Medio Oriente.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Iraq, che nel 1990 contava circa 1,2 milioni di cristiani ha conosciuto l’esodo di oltre 500.000 cristiani a partire dal 1991, la metà verso l’Occidente, il resto verso la Siria.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Lo shock del regime siriano provocato da ribelli prevalentemente islamici (sostenuti dalle monarchie sunnite della regione e dai paesi occidentali) ha causato un esodo di massa dei cristiani di Aleppo e Damasco in Libano, Canada e Stati Uniti.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Senza ridotta territoriale (a differenza delle minoranze alawite e druse), spesso accusate di sostenere il regime siriano contro la marea islamista sunnita, i cristiani di Siria sembrano suscitare poca preoccupazione ai governi occidentali che armano i ribelli siriani.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">La sorte dei cristiani arabi sarà la stessa degli assiro-caldei siriani di Turchia, quasi scomparsi?</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> Ne </span></span></span><span style="color: #000000;">restano circa 25.000 quando erano diverse centinaia di migliaia all&#8217;inizio del secolo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Lo Stato turco, pretesosi laico, chiude loro le porte dell&#8217;amministrazione, impedisce loro di mantenere le scuole, di restaurare, a maggior ragione di costruire chiese; una estinzione lenta nell&#8217;indifferenza generale dell&#8217;Unione europea.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Infine il caso di Gerusalemme, Palestina e Israele, non è forse il più rappresentativo del dramma vissuto da uniati e cattolici del Medio Oriente in diretta, in veste di ostaggi del conflitto tra nazionalismo arabo-musulmano e nazionalismo ebraico?</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">L&#8217;Islam mette Africa è in una situazione paradossale per quanto riguarda il posto del cattolicesimo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Da una parte il continente africano negli ultimi 100 anni è passato dall&#8217;1% dei cattolici al 16% (oltre 180 milioni di seguaci) e appare come una zona di forte crescita, cosa che spinse a dire Benedetto XVI al Sinodo Africa Munus 2009 che l’Africa è chiamata a contribuire alla nuova evangelizzazione nel mondo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">D&#8217;altra parte, per non parlare della Nigeria, dove la follia islamista si scatena contro i cristiani (cattolici o protestanti), l&#8217;Islam è in forte crescita nei paesi africani che sembravano acquisiti al cristianesimo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">&#8220;Grazie&#8221; all&#8217;intervento francese, la Costa d&#8217;Avorio ha ora un presidente musulmano, come chi arriva al potere nel Centro-Africa nel mese di marzo 2013 (in un paese dove i cristiani sono la maggioranza).</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">La caratteristica comune di queste situazioni è proprio quello in cui laddove la Chiesa cattolica ha lasciato il posto alla frammentazione cristiana (aumento del pentecostismo, di evangelici, la moltiplicazione delle chiese carismatiche), il letto dell’Islam è stato fatto.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Unite nel cattolicesimo i cristiani resistono all’Islam; frammentati, sono schiacciati dal rullo compressore sunnita.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Al tempo della colonizzazione, l&#8217;evangelizzazione cattolica era più facile per almeno tre motivi: 1 un sacerdote bianco ha avuto meno difficoltà a superare le divisioni etniche di un prete nero oggi, 2 /la potenza europea supportava il movimento di evangelizzazione e favoriva il riflusso delle influenze arabo-musulmane provenienti dal nord, mentre oggi le ex potenze coloniali trascurano il fattore religioso, quando non fanno semplicemente il gioco dell&#8217;Islam, 3 / Non esisteva il potente slancio del pentecostismo sostenuto dalla globalizzazione americana.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Contrariamente a quanto sostengono molti intellettuali europei occidentali (come il francese Gauchet) il &#8220;disincanto del mondo&#8221; non riguarda che l&#8217;Europa, non il resto del mondo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Al contrario, in questo nuovo mondo emergente (BRICS) della multipolarità, la religione sta diventando sempre più importante nelle relazioni internazionali.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Ancora una volta Benedetto è un precursore: ha a lungo sostenuto che non vi è alcuna &#8220;crisi di fede&#8221;, ma una &#8220;crisi della ragione occidentale.&#8221;</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Di qui il fatto che laddove le religioni hanno cercato di allinearsi con la modernità come una &#8220;religione della ragione&#8221; sono in crisi e quelle (Islam, Ebraismo ortodosso, fondamentalismo indù, protestanti evangelici), che hanno invece mantenuto un &#8220;soprannaturalismo reazionario&#8221; sono in espansione.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno rifiutato la modernizzazione del cattolicesimo e affermato al contrario la necessaria cattolicizzazione della modernità.Se Benedetto XVI ha reintegrato la stragrande maggioranza dei cattolici tradizionalisti nella famiglia cattolica, è proprio perché sapeva che molti dei giovani sacerdoti ordinati in Europa erano nella Tradizione.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Ma logicamente questa scelta ha comportato a questi papi volontari l’innesco di una grande campagna di disinformazione condotta dai servi di ciò che alla fine si potrà chiamare la dittatura globale del relativismo.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">In questa fase della disinformazione globale orchestrata da un esercito di iene ghignanti che entra, con un sorriso pieno di bontà, Papa Francesco.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">I suoi nemici non si fidino di loro.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;">I gesuiti hanno contribuito all&#8217;espansione geopolitica del cattolicesimo romano!</span></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><b>Aymeric Chauprade</b></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><br />
</span><a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=fr&amp;tl=it&amp;u=http://blog.realpolitik.tv">blog.realpolitik.tv</a></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Photo credit: © Realpolitik.tv.</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Soffitto di Palazzo Barberini, Roma verniciato.</span></span></span></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/geopolitique-du-catholicisme-par-aymeric-chauprade/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il metano ti dà una mano? (di P. Laporta)</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/il-metano-ti-da-una-mano-di-p-laporta?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-metano-ti-da-una-mano-di-p-laporta</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/il-metano-ti-da-una-mano-di-p-laporta#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 05:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14773</guid>
		<description><![CDATA[  17 maggio 2013 Mentre mi domando perché lungo le autostrade non vi siano distributori...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<div>  <a title="14:54" href="http://www.pierolaporta.it/il-metano-ti-da-una-mano/" rel="bookmark">17 maggio 2013 </a></div>
<p><strong><a title="Il metano ti dà una mano?" href="http://www.pierolaporta.it/wp-content/uploads/2013/05/metano.jpg" rel="lightbox[4976]"><img alt="metano" src="http://www.pierolaporta.it/wp-content/uploads/2013/05/metano-100x97.jpg" width="70" height="68" /></a>Mentre mi domando perché lungo le autostrade</strong> non vi siano distributori di metano, sovrabbondando invece le pompe francesi di benzina e gasolio,  <a href="http://www.pierolaporta.it/il-metano-ti-da-una-mano/#more-4976">Continua</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/il-metano-ti-da-una-mano-di-p-laporta/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>BEL SUOL D&#8217;ODIO E DI RANCORE</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/bel-suol-dodio-e-di-rancore?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=bel-suol-dodio-e-di-rancore</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/bel-suol-dodio-e-di-rancore#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 May 2013 08:05:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14769</guid>
		<description><![CDATA[La democrazia in Libia qualcuno la invocò a suon di bombe ma non si vide...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La democrazia in Libia qualcuno la invocò a suon di bombe ma non si vide mai</strong>. Si vedono e si sentono, invece, gli effetti del caos portato in nome della civiltà democratica. La Libia era la quarta sponda della <strong>Penisola</strong> ed è diventata l’ultimo scacco, in ordine di tempo, alla nostra effimera politica estera. Come al solito ci abbiamo messo del nostro per affermare l’inesistenza del <strong>Belpaese</strong> sullo scacchiere mondiale, tra giravolte geopolitiche (Libia, Iran, Siria) e cedimenti reiterati della sovranità statale (Nato e Ue). Stranamente però più aumenta l’impotenza e più le nostre classi dirigenti sentono di averne guadagnato in credibilità internazionale. Beata sfrontatezza dei servi.</p>
<p><strong>L’ex leader della Jamaria libica Gheddafi era un despota sanguinario</strong>, perché iugulava i diritti degli individui e conculcava le libertà del popolo. Eppure, avevamo stretto con l’eccentrico dittatore del bel suol d’amore, oggi terra d&#8217;odio e di rancore, accordi di cooperazione politica e commerciale degni di rilievo. Era il nostro figlio di puttana e la cosa ci conveniva. Ma ai nostri partner atlantici non stava bene. C’eravamo arrogati grandezze che non ci competevano. Ed avevano ragione perché Roma non è Washington  e non vale nemmeno quanto Londra o Parigi. Alleati sì, ma senza esagerare. Evidentemente, i tagliatori di gole senza scrupoli che hanno scalzato le nostre controparti panafricane erano manigoldi più utili alla causa, soprattutto perché di lì a breve ci avrebbero estromesso dagli affari per far posto ai francesi, agli inglesi e agli americani. Sembra una delle nostre freddure  in cui l’italiano fa sempre bella figura ed, invece, i freddati della situazione siamo noi.</p>
<p>Tuttavia, anche i migliori doughnuts possono difettare nel buco, ed ecco la <strong>Casa Bianca</strong> chiederci aiuto logistico perché a Tripoli la situazione sta sfuggendo di mano. Dopo l’uccisione dell’agente segreto con licenza di felucheo, Chris Stevenson, che qualcuno nelle alte sfere gerarchiche statunitensi ha voluto sacrificare, forse per fare un dispetto ad <strong>Obama</strong> oppure per non metterlo in imbarazzo su fatti a noi pochi noti, è meglio non correre altri rischi.</p>
<p>Il bell’abbronzato, per via della faccia di bronzo, ci ha inviato il segretario di stato <strong>John Kerry</strong> a ricordarci che “in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità”. Ma non ci dica. Noi che siamo più codardi che smemorati, anziché rispedirlo al mittente senza tanti complimenti alla signora Michelle lo abbiamo accolto assicurandogli i riscontri necessari. Del resto, i sussulti di Sigonella sono lontani e da quando alla Farnesina è salita una tessera onoraria del <strong>Bilderberg</strong> è diventato tutto un fatto di convenevoli tra fratelli in grembiulino o aspiranti tali.</p>
<p>Perché agli Usa nessuno avanza un rifiuto anche se è a causa loro se adesso passiamo le giornate a leccarci le ferite ed a rimpiangere il Moro tinto della Tripolitania.</p>
<p>Nel frattempo 200 marines sono sbarcati in Sicilia, pronti ad intervenire in caso d’emergenza. L’isola è cosa loro sin dal 1943, con Cosa Nostra a supporto da illo tempore. E lo Stato a reggere il moccolo ai primi e alla seconda.</p>
<p>Si sono fatti ancora l’Italia e gli italiani. Ringraziamo i nostri governanti e gli americani.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/bel-suol-dodio-e-di-rancore/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL SOCIALISMO IMPOSSIBILE</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/il-socialismo-impossibile?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-socialismo-impossibile</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/il-socialismo-impossibile#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 May 2013 05:06:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14767</guid>
		<description><![CDATA[Questo brano è un estratto di un articolo di prossima pubblicazione sulla Rivista Nomos. &#8230;Il...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Questo brano è un estratto di un articolo di prossima pubblicazione sulla Rivista Nomos.</strong></p>
<p>&#8230;Il socialismo, scientificamente e storicamente inteso, è un gradino intermedio verso la piena affermazione di un nuovo rapporto sociale (di tipo comunistico) emergente dal seno del capitalismo e dalle sue contraddizioni; ovvero, detto rapporto di ri-produzione sociale si sarebbe dovuto affermare nei fatti e negli eventi, e non per semplice volontà soggettiva, nelle viscere del capitalismo ormai maturo tramite la socializzazione delle forze produttive, cioè con la ricongiunzione progressiva delle potenze mentali e manuali della forza-lavoro salariata nel ciclo lavorativo proprio mentre le vecchie classi proprietarie, in via di restringimento per l&#8217;accelerato accentramento della ricchezza in poche mani (fase monopolistica intesa nella sua irreversibilità stadiale), al quale sarebbe corrisposto l&#8217;altrettanto inevitabile l&#8217;allargamento della base esecutiva (con tutto ciò che questo comportava in termini di concentrazione della spinta rivoluzionaria), si sarebbero distanziate dalla produzione reale per dedicarsi agli affari di borsa.</p>
<p>In queste condizioni di disparità numerica sarebbe stato facile ed indolore abbattere esse ed il loro Stato protettore.</p>
<p>Tale collettivizzazione spontanea, per effetto di una intrinseca dinamica capitalistica, portata fino alle sue estreme conseguenze, avrebbe reso l’involucro dei precedenti rapporti di produzione obsoleto ed inadeguato a contenere le forze produttive associate e finalmente consapevoli del loro ruolo centrale per il progresso umano.</p>
<p>Dall’evoluzione inevitabile di questi fattori sarebbe principiata l’espropriazione degli espropriatori (i capitalisti ormai rentierizzati), divenuti alieni alla produzione ed adusi unicamente ai giochi dell&#8217;alta finanza, la cui egemonia sulla collettività sarebbe discesa dal puro controllo dei corpi speciali dello Stato, posti a tutela della proprietà, ma non dall&#8217;amministrazione dei luoghi di lavoro in cui la ricchezza veniva effettivamente generata ed investita (la fabbrica).</p>
<p>Dunque, la proprietà si sarebbe divisa dalle potenze mentali (direzione) e manuali (esecuzione) del ciclo produttivo causando quella differenziazione duale tra il redditiere possessore delle condizioni di produzione attraverso la sua supremazia finanziaria e la forza lavoro complessiva (manuale e intellettuale, esecutiva e direttiva)  costituente l’<i>operaio combinato</i> o General Intellect preconizzato da Marx, il quale deteneva le abilità e i saperi, finalmente riuniti, nelle unità produttive.</p>
<p>Il socialismo del XXI secolo non è niente di tutto questo e nemmeno prende in considerazione tali elaborazioni marxiane (per quanto volentieri se ne richiami commettendo marchiani errori esegetici) mentre per fisionomia concettuale e perorazione idealistica assomiglia fin troppo alle dottrine prescientifiche dei filosofi utopisti del settecento e dell’ottocento. Si tratta, in sostanza, di un mito fondativo comunitario su basi psicologiche, moralistiche e, persino, religiose. Nulla di più distante da Marx e, purtroppo, anche dalla realtà. Nel prossimo paragrafo  lo vedremo  in dettaglio.</p>
<p>In passato abbiamo già assistito ai suddetti progetti d’ingegneria sociale tutti miseramente falliti. Et pour cause. Ma sono anche andati a rotoli, seppur più lentamente, gli esperimenti discendenti da autentici processi rivoluzionari (il socialismo reale), i quali, benché siano riusciti a determinare risultati storicamente rilevanti in termini di crescita della potenza nazionale, sono saltati proprio a causa del raddoppiamento ideologico con il quale avevano formalmente abolito il capitalismo senza riuscire ad attivare diversi e più congruenti rapporti sociali. La conseguenza fu che in questi contesti la proprietà privata dei mezzi produttivi divenne proprietà di Stato e di Partito e la socializzazione dei medesimi una collettivizzazione violenta e costrittiva. Poiché nel frattempo erano però stati repressi e soppressi gli elementi e gli istituti più dinamici del modo di produzione  capitalistico, come la concorrenza e l&#8217;iniziativa imprenditoriale,  ineluttabilmente si giunse alla stagnazione più nera e alla decisiva implosione di tutta l&#8217;impalcatura socialistica.</p>
<p>L’unico “esperimento” che ha resistito,  con successivi aggiustamenti di tiro, è stato quello cinese del socialismo di mercato, ossimoro fuorviante atto a celare rapporti capitalistici belli e buoni, pur se incanalati da gruppi spadroneggianti nel partito-stato, di cui quelli economici sono stati diretta emanazione, e che adesso vanno autonomizzandosi. Capitalismo dagli occhi a mandorla, a segnalarne la specificità, ma pur sempre capitalismo basato sui capisaldi dell’impresa e dello scambio nella sfera economica (in virtù dei quali hanno evitato la misera sorte dell’economia sovietica), mentre le differenze sostanziali coi nostri sistemi di libero mercato sono tutte nell&#8217;articolazione dirigista dei poteri e nella forma costituzionale, a partito unico, dove si accendono i conflitti tra i vertici apicali per il controllo degli organi direttivi di quella particolare formazione sociale&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/il-socialismo-impossibile/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA GUERRA CIVILE AMERICANA di GIANNI DUCHINI</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/la-guerra-civile-americana-di-gianni-duchini?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-guerra-civile-americana-di-gianni-duchini</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/la-guerra-civile-americana-di-gianni-duchini#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:19:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Duchini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14764</guid>
		<description><![CDATA[“La storia ci propone esempi di intere nazioni che sono state annientate perché non avevano...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“La storia ci propone esempi di intere nazioni che sono state annientate perché non avevano compreso in tempo che dovevano assicurarsi l’indipendenza, economica e politica, attraverso la fondazione di una propria industria e la formazione di una potente classe di industriali e commercianti”(cfr. Federico List, Il Sistema Nazionale di Economia Politica, edizione Isedi 1972).</p>
<p>La nazione madre (l’Inghilterra) limitò molto le industrie delle colonie nordamericane in un modo talmente rigoroso che non veniva tollerata alcun genere industriale se non l’edilizia e le normali attività artigianali; tale monopolizzazione  fu una delle cause della rivoluzione americana (1776).</p>
<p>Durante le guerre della rivoluzione ebbero un notevole sviluppo fabbriche di ogni genere e nonostante le distruzioni della guerra aumentò il valore della terra e del salario degli operai. Con la costituzione degli Stati Uniti non fu possibile la costituzione di un sistema commerciale unitario e si avviò di conseguenza un nuovo ingresso ai prodotti inglesi; non riuscendo a controllare questa concorrenza, le giovane fabbriche americane, scomparirono più velocemente di quanto erano sorte.</p>
<p>Come effetto, tutti gli stati chiesero al congresso misure di protezione per l’industria interna e come conseguenza la prima tariffa americana (1789) ebbe benefici effetti sull’insieme del sistema industriale, ben presto annullati dalla scoperta di nuovi metodi di fabbricazione inglesi.</p>
<p>Il congresso americano aumentò a sua volta le tariffe doganali (1804) e riuscì a sopravvivere grazie, e soprattutto, alla provvidenziale  dichiarazione di guerra contro l’Inghilterra (1812), in conseguenza della quale le fabbriche americane, come ai tempi della guerra d’indipendenza, riuscirono non solo a soddisfare i bisogni del paese ma anche ad esportare. Costretto però da potenti interessi privati contrari a quelli degli industriali nel 1816 decise di diminuire notevolmente i dazi d’importazione che portarono nuovamente alla rovina le fabbriche americane. Solo nel 1828 si introdussero misure protettive nei confronti della concorrenza inglese che paralizzarono i suoi effetti.</p>
<p>Un destino inaspettato incrociò quello che andava maturando List con le aspettative dei promotori dell’industria locale della Pennsylvania (1827). Accadde che alcuni fabbricanti americani vennero duramente attaccati dai seguaci del “libero scambio” su una questione tariffaria. Interpellato dagli uomini più ragguardevoli dell’Unione, List sviluppò il suo sistema pubblicando su cinquanta quotidiani di provincia, editi dall’Associazione per il Progresso dell’Industria e distribuiti in migliaia di esemplari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Guerra Civile Americana ebbe una portata storica e mondiale in quanto non fu un fatto solo americano ma la prima guerra “industriale” dell’età moderna i cui prodromi si allungarono tra i due conflitti europei dove naufragarono il mondo delle “nazioni”. (cfr. LA GUERRA CIVILE AMERICANA, di Raimondo Luraghi, ed.2013, Bur Rizzo)</p>
<p>Quello che determinò la rivoluzione industriale del nord fu la guerra  contro la Gran Bretagna che stimolò lo sviluppo manifatturiero diffuso prevalentemente nel Massachusetts nello stato di New York e della Pennsylvania.</p>
<p>La rivoluzione industriale del Nord favorì l’ascesa di intraprendenti imprenditori insieme agli operai salariati e con una crescita esponenziale del trasporto ferroviario che nel 1860  si estese per 50.000 km; la rivoluzione delle invenzioni coinvolse totalmente il nord, mettendo al palo l’intero Sud che rimase immobile vincolato alla sua arretrata forma di agricoltura e di lavoro coatto.</p>
<p>Un altro decisivo contributo per la nascente industria del Nord fu il crescente afflusso di immigrazione dall’Europa che assorbì un enorme massa di diseredati prodotta dalle gravi crisi dell’Europa. Ma la quantità stessa degli immigrati trascinò con sé un altro problema quello delle immense terre non ancora sfruttate dell’Ovest; e fu per questo che le masse popolari del Nord ed in particolare la “nuova agricoltura meccanizzata” del Medio Ovest vollero escludere gli eventuali emigranti del Sud con i loro schiavi. Questa era del resto la volontà del nuovo leader politico del Nord: Abraham Lincoln.</p>
<p>La vasta ed impetuosa immigrazione dall’Europa stava aumentando oltre misura la popolazione bianca del nord in rapporto a quella del Sud (18 milioni del Nord rispetto a 5 milioni di bianchi del Sud con circa 3,5 milioni di schiavi). Pressoché nessuno degli immigrati si dirigeva al Sud perché la via era sbarrata per la presenza della schiavitù. Così per lungo tempo gli stati meridionali avevano perso il proprio controllo alla Camera dei deputati, ma non al senato, dove conservavano un precario equilibrio.</p>
<p>Da ciò la pressione sudista perché le terre occidentali fossero aperte anche all’agricoltura a schiavi. Era l’unica via per riprendersi l’influenza politica, già avuta nel passato.</p>
<p>Il Sud si era reso conto che il sorgere nel Nord di un sistema industriale gli stava tagliando l’erba sotto i piedi. L’economia meridionale, dopo l’avvento in Inghilterra della rivoluzione industriale, aveva come unico sbocco il cotone, illudendosi che con il suo enorme smercio condizionasse l’economia inglese.</p>
<p>La protezione dei raccolti di cotone dalle intemperie era nelle mani di compagnie assicuratrici nordiste; la crescita e la collocazione del prodotto sui mercati erano finanziate mediante mutui da banche del Nord; tutto il processo di vendita, era nelle mani di compagnie finanziarie settentrionali. IL Sud rispetto al Nord era gravato da debiti per l’acquisto  di qualsiasi prodotto industriale.</p>
<p>Per converso in Europa l’Illuminismo e la Rivoluzione francese non erano passati invano; la gran parte dell’opinione pubblica occidentale considerava la schiavitù con ripugnanza da eliminare al più presto. Il governo ed il Parlamento britannico tra il 1838 ed il 1850 eliminò la schiavitù nelle colonie inglesi.</p>
<p>D’altronde la schiavitù nel Sud degli Stati Uniti era una “peculiare istituzione” su cui si reggeva la grande sovrastruttura di principi di vita e di etica di comportamenti; una “costruzione peculiare” basata su uno sfruttamento degli schiavi africani e capace tuttavia di influenzare profondamente la stessa civiltà sudista. Per più di mezzo secolo gli uomini del sud vissero in grande agiatezza e poterono appropriarsi di una raffinata cultura; la stessa Virginia  aveva dato i natali al Primo Presidente nella persona del grande George Washington.</p>
<p>Per ritornare al quesito del perché il Sud prese la decisione gravissima della secessione, nonostante Abramo Lincoln nella sua “piattaforma Elettorale” avesse offerto al Sud un Emendamento costituzionale che salvaguardasse la “peculiare istituzione (la schiavitù) <i>, ma solo là dove essa già esisteva”.</i> Era ovviamente una mossa strategica mirante ad offrire su un piatto d’argento l’abbandono del progetto strategico del Sud che voleva continuare ad essere il “cotoniere” degli inglesi.</p>
<p>Fu esattamente questa massa di cotonieri grandi, medi e piccoli che formarono la vera ondata emotiva e che travolse con sé quella parte moderata di aristocrazia che vedeva con una certa preoccupazione lo sprofondamento irreversibile in un conflitto armato; fu esattamente questa massa a formare il nerbo ferreo del Sud.</p>
<p>Del resto, nel tentativo di dare vita ad una Confederazione non si resero mai conto di quali forze del Nord andassero incontro. Nel Nord si era creata una autentica e reale “Rivoluzione Industriale” con nuove e moderne classi sociali costituito da imprenditori di tipo nuovo finora sconosciuto non appartenente alle vecchie classi borghesi inglesi che avevano la ferma aspirazione di trasformare gli Stati Uniti in un vasto mercato nazionale con una congerie di autonomie locali e di Stati a regimi sociali ed economici diversi; la “libertà di lavoro” del tutto incompatibile con l’esistenza del lavoro servile del Sud; in pratica la messa al bando di ogni forma di lavoro ”non libero”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>maggio ’13</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/la-guerra-civile-americana-di-gianni-duchini/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tormenti di El Rauco Mentina, Boldrini de Boldrinesque e Bokass(a)ini dei togati</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/tormenti-di-el-roco-mentina-boldrini-de-boldrinesque-e-bokassaini-dei-togati?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=tormenti-di-el-roco-mentina-boldrini-de-boldrinesque-e-bokassaini-dei-togati</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/tormenti-di-el-roco-mentina-boldrini-de-boldrinesque-e-bokassaini-dei-togati#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 May 2013 12:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=14756</guid>
		<description><![CDATA[1.Enrico Mentana è fuggito da twitter, a causa degli improperi rivoltigli da alcuni maleducati che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5><span style="font-size: large;">1.Enrico Mentana è fuggito da twitter, a causa degli improperi rivoltigli da alcuni maleducati che lo hanno preso di mira. Il suo posto è già stato preso da un clone virtuale che agirebbe sotto mentana spoglie. Si fa chiamare EL Rauco Mentina, non mente e dà notizie fresche. Nessuno sente più la mancanza di quello vero ed inizia a circolare la leggenda che il fake fosse quello di prima e non questo. Con il ritorno di Mitraglietta nel mondo vero (si fa per dire, visto che vive da anni in un tubo catodico) la realtà virtuale è salva, la realtà-realtà è di nuovo fottuta. </span><span style="font-size: large;"><br />
</span><span style="font-size: large;">2. Un altro povero internauta si è visto piombare la polizia a casa, dopo i rastrellamenti dei giorni passati. Anche in questo caso la pula era stata inviata dalla Presidente speciale di Montecitorio con licenza di uccidere l’ironia, per aver colpevolmente rilanciato il fotomontaggio delle sacre nudità istituzionali. Burlesque o Boldrinesque, tutti quelli che non rispettano il corpo femminile, soprattutto quello delle femminucce ipersensibili che si prendono troppo sul serio, finiranno braccati dagli agenti. Alla Camera o in stanza da letto siete tutti avvisati. Se non è frustino è manganello.</span><span style="font-size: large;"><br />
</span><span style="font-size: large;">3. Ilda Bokass(a)ini, nel processo Ruby, ha chiesto 6 anni di prigione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Berlusconi. Tutto per aver fatto la domanda sbagliata. Alle mignotte, in Italia, si deve prima domandare quanti anni hanno e poi quant’è. La legalità precede la praticità. Tuttavia, B. nega di aver mai avuto rapporti sessuali con quella giovane esuberante e la stessa, che dovrebbe essere la parte lesa, smentisce furiosamente il pubblico ministero. Allora, perché tanto accanimento? Semplice, le perversioni sono di tutti, senza distinzioni professionali, di sesso, razza o età. Ci sono miliardari che godono a veder sfilare le donne vestite da ufficiali nazisti e togati che raggiungono l’orgasmo mettendo le manette ai miliardari maschilisti. Sarebbero questioni riservate che al Paese non dovrebbero punto riguardare. Ma da quando la Repubblica è diventata un bordello, con la politica ricattabile da tutti gli altri poteri, non si capisce più dov’è il limite tra vizi privati e penitenze pubbliche. Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo? </span><span style="font-size: large;"><br />
</span><span style="font-size: large;">4.L’unico stupro accertato, sul quale nessuno s’azzarda ad intervenire, per correità o guardonismo prolungato, è quello della nazione da parte del Palazzo. Vent’anni di furbizie e puttaneggiamenti sono un tempo limite per far perdere la pazienza anche ai più rassegnati. Come gli italiani, Ormai ci siamo e nessuno potrà più nascondersi dietro uno pisconano. Le larghe intese hanno almeno il pregio di aver allargato il bersaglio. Da destra a sinistra, ovunque si miri, si farà centro.</span></h5>
<h5 data-ft="{&quot;type&quot;:1,&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><strong> </strong></h5>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/tormenti-di-el-roco-mentina-boldrini-de-boldrinesque-e-bokassaini-dei-togati/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
