<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>CONFLITTI E STRATEGIE</title>
	<atom:link href="http://www.conflittiestrategie.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.conflittiestrategie.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 May 2012 09:29:20 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator>
		<item>
		<title>“SUICIDIO” DELLA LEGA, scritto da GLG 17 maggio ‘12</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/18/%e2%80%9csuicidio%e2%80%9d-della-lega-scritto-da-glg-17-maggio-%e2%80%9812/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/18/%e2%80%9csuicidio%e2%80%9d-della-lega-scritto-da-glg-17-maggio-%e2%80%9812/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 May 2012 08:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giellegi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11482</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Così titola qualcuno oggi. Bene, se è suicidio, è “suicidio assistito”. E’ difficile per gli ingenui credere alla possibilità che qualcuno, nella Lega, abbia potuto procedere alla preparazione di uno sconquasso simile. Più facile è attaccare la magistratura come se agisse per conto suo, magari perché ha ancora “riflessi rossi” (la stupidità degli anticomunisti viscerali non smette mai di stupire). Più facile ancora pensare all’aggressione di “forze oscure” esterne, magari del Pdl, per impedire che la Lega approfittasse del tradimento di Berlusconi per attirare l’elettorato incazzato con il governicchio Monti, distruttore di ogni possibilità italiana di saper almeno galleggiare nella crisi. Infine, se qualcuno ha avuto il sospetto (fondato) che l’azione anti-Bossi sia partita dall’interno (Maroni-Tosi) per impadronirsi del partito, arriverà alla conclusione di un’operazione sfuggita di mano e andata al di là delle intenzioni; e magari perché si sono subdolamente inserite forze di tipo esterno pronte a sfruttare la situazione. E se, maliziosamente, pensassimo in modo diverso? Berlusconi sta procedendo spedito allo sfascio del Pdl per mantenere quella che, a mio avviso, è stata la sua promessa ad Obama (e Napolitano), e per la quale chiede insistentemente di essere lasciato in pace con i processi e le sue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p>&nbsp;</p>
<p>Così titola qualcuno oggi. Bene, se è suicidio, è “suicidio assistito”. E’ difficile per gli ingenui credere alla possibilità che qualcuno, nella Lega, abbia potuto procedere alla preparazione di uno sconquasso simile. Più facile è attaccare la magistratura come se agisse per conto suo, magari perché ha ancora “riflessi rossi” (la stupidità degli anticomunisti viscerali non smette mai di stupire). Più facile ancora pensare all’aggressione di “forze oscure” esterne, magari del Pdl, per impedire che la Lega approfittasse del tradimento di Berlusconi per attirare l’elettorato incazzato con il governicchio Monti, distruttore di ogni possibilità italiana di saper almeno galleggiare nella crisi. Infine, se qualcuno ha avuto il sospetto (fondato) che l’azione anti-Bossi sia partita dall’interno (Maroni-Tosi) per impadronirsi del partito, arriverà alla conclusione di un’operazione sfuggita di mano e andata al di là delle intenzioni; e magari perché si sono subdolamente inserite forze di tipo esterno pronte a sfruttare la situazione.</p>
<p>E se, maliziosamente, pensassimo in modo diverso? Berlusconi sta procedendo spedito allo sfascio del Pdl per mantenere quella che, a mio avviso, è stata la sua promessa ad Obama (e Napolitano), e per la quale chiede insistentemente di essere lasciato in pace con i processi e le sue aziende. Tuttavia, non lo si è convinto solo tramite questa via. Vedo che il gen. Laporta ha avanzato più o meno l’ipotesi da noi asserita più volte, quella del “consiglio che non si può rifiutare”; e considerando i continui rapporti avuti dalle Amministrazioni Usa con la mafia – dallo sbarco in Sicilia, all’appoggio iniziale a Giuliano poi liquidato in seguito alla tranquillizzante vittoria elettorale democristiana del 18 aprile 1948, al delitto Mattei, all’installazione della base militare a Comiso, ecc. – trattare i vari presidenti americani da “padrini” non è poi una gran forzatura.</p>
<p>Solo che non mi riferirei esclusivamente alla telefonata della Clinton a Berlusconi, ma soprattutto al fotografo che riuscì a riprendere l’ex premier in Sardegna. Il segnale è più chiaro: quando vogliamo, la macchina fotografica verrà sostituita da altro arnese, e i Servizi non muoveranno un dito, come non perquisironola D’Addario andata all’appuntamento con Berlusconi munita di registratore. Quindi, non vi è solo la minaccia grave per l’ex premier (e la sua famiglia), ma il chiaro monito: i Servizi sono “nostri”, seguono ciò che comandiamo noi, gli “amerikani”, e i nostri sicari italiani. Anche a Gheddafi non fu lasciata altra scelta se non mantenere un po’ di dignità e morire o calarsi le braghe passando alla storia come un invertebrato, un traditore di basso conio. Lui scelse per la dignità, l’ex premier italiano ha preferito impegnarsi nella disgregazione del suo partito al fine di preparare la strada a qualche altro “cotoniere” meno logorato di lui. La stessa decisione, in direzione della Lega, può essere stata imposta all’ex ministro degli interni, fra l’altro solleticato nella sua ambizione perché può portare lui stesso al vertice della nuova “accozzaglia”; non come dovrà probabilmente fare Berlusconi, cedendo il testimone ad un suo “similare”.</p>
<p>Il Pdl e la Lega vanno scassati, con creazione di eventuali altri polloni, che dovranno dare qualche soddisfazione a chi è rimasto inorridito dalla politica (chiamiamola così!) di questi due partiti, pur diversi come consistenza organizzativa e quindi sottoposti ad azioni dissolutive differenti. Berlusconi dà continui strattoni dall’interno, con ineffabili manifestazioni di appoggio a Monti, un autentico tradimento del proprio elettorato. Sembra che circa il 40% di quest’ultimo sia astensionista o voti per la sedicente anti-politica. Nel contempo, c’è tensione sempre maggiore all’interno con una serie di parlamentari e dirigenti partitici pronti a formare un altro gruppo, che tuttavia dovrebbe mantenere contatti con la nuova fase del “berlusconismo” (divenuto assai più centrista “alla democristiana”, detto grosso modo). Anche la Lega dovrà passare per una sorta di dissoluzione, o almeno frammentazione, con creazione di nuovi gruppi maggiormente direzionati verso la moderazione “centrista” onde meglio servire la nuova, e più cogente, subordinazione alla strategia americana, che si sta staccando in parte dall’Asia (dalle zone più occidentali della stessa) per concentrarsi in Europa e Nord Africa, anche in vista di possibili compromessi con la Russia.</p>
<p>Lo sfascio del sedicente centro-destra – accompagnato dall’incapacità della cosiddetta “destra storica” di staccarsi da una tradizione del tutto obsoleta, non accettata o non più ricordata dalla maggioranza degli italiani, tradizione che penso quindi ineffettuale – riporterà in auge l’altrettanto sedicente “sinistra”, in cui prevalgono sempre più le correnti ultra-moderate, da non confondersi con la socialdemocrazia dei tempi di Mitterand o di Brandt e Schmidt, pericolosi “estremisti” in confronto agli attuali. L’odierna “sinistra”, decisa fautrice dell’asservimento al neo-atlantismo (di cui gli organismi UE sono i tentacoli), rischia di prendere il sopravvento in larga parte d’Europa; e grazie all’azione di moderata opposizione – che si tradurrà in effettiva, sia pure mascherata, collaborazione – da parte delle forze di finto centro-destra, profondamente sfasciate e con un certo <em>maquillage</em> rifatto, coadiuverà appunto la nuova strategia americana con le finalità appena sopra indicate.</p>
<p>Si tenga presente la base sociale, parzialmente differente, tra centro-destra e centro-sinistra. Comunque, qui si apre un campo veramente immenso, e persino preoccupante per le nostre capacità d’analisi ancora scarse. Credo comunque, ma la butto per il momento là, che l’eventuale gestazione di qualcosa di nuovo al fine di rilanciare una maggiore autonomia nazionale possa venire dalla massa informe di coloro che si sono rivolti negli ultimi vent’anni al “centro-destra”, in particolare se quest’ultimo, come detto, sarà attraversato dal terremoto. Il nuovo non nascerà però dai dirigenti di questi partiti, invischiati in dissoluzioni e nuove soluzioni, tutte truffaldine, tutte fatte per ridare inutili speranze agli elettori delusi o infuriati. Non so se sarà possibile sottrarre all’azione ingannatrice di questi dirigenti inetti e infidi le masse in questione, ancora troppo convinte di soluzioni meramente elettorali, probabilmente destinate a premiare le “sinistre” fellone e filo-neoatlantiche. D’altra parte, vedo anche nelle forze, che dovrebbero fare chiarezza e prendere la testa di un simile eventuale movimento, una confusione notevole. Sia la “sinistra” detta radicale che la “destra”, definibile nello stesso senso, mi sembrano inseguire nostalgie e volontà di impossibili riscatti e rivincite. Se s’insiste in tale direzione, la via dell’affossamento d’Europa, e del nostro paese, è segnata; si dovrà allora abbandonare veramente ogni speranza e “darsi all’ippica”.</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F18%2F%25e2%2580%259csuicidio%25e2%2580%259d-della-lega-scritto-da-glg-17-maggio-%25e2%2580%259812%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/18/%e2%80%9csuicidio%e2%80%9d-della-lega-scritto-da-glg-17-maggio-%e2%80%9812/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/18/%e2%80%9csuicidio%e2%80%9d-della-lega-scritto-da-glg-17-maggio-%e2%80%9812/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>TRANSIZIONE, DUNQUE INCERTEZZA DEL FUTURO  di Giellegi il 17 maggio 2012</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/17/transizione-dunque-incertezza-del-futuro-di-giellegi-il-17-maggio-2012/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/17/transizione-dunque-incertezza-del-futuro-di-giellegi-il-17-maggio-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 May 2012 05:23:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giellegi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11479</guid>
		<description><![CDATA[1. A fine pezzo sono riportati due link che, assieme all’art. già riportato circa le mire del Qatar sull’Eni, dimostrano alcune “cosette”. Intanto è ora di finirla con la semplice agitazione sulla finanza (la cattiveria dei banchieri), le borse, lo spread, ecc. La vera crisi, sempre più profonda, è quella dell’economia detta “reale” (il Pil, la disoccupazione di forza lavoro, e via dicendo); e questa si inserisce certamente in una crisi più generale, mondiale (salvo alcune “economie emergenti”, cioè alcune potenze in crescita), ma sconta in Italia il crollo verticale di una minima autonomia del paese, e quindi anche del suo sistema economico-produttivo, conseguenza del concomitante disfacimento di quel debole, e troppo rachitico, “asse” formatosi tra Russia, Italia e Libia (dopo il passaggio di Putin in Sardegna da Berlusconi nell’agosto 2003, di ritorno dai paesi nord-africani). Quell’asse è stato probabilmente alimentato da interessi troppo personali e si è miseramente afflosciato per l’assoluta meschinità e autentica vigliaccheria di uno dei partecipanti (non credo ci sia bisogno di nominarlo), non però supportato, almeno ne ho l’impressione, da chi poteva farlo (la Russia, del tutto assente e quasi muta sulla crisi libica, vero punto di svolta anche dello sfascio italiano). Gli altri documenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">1. A fine pezzo sono riportati due link che, assieme all’art. già riportato circa le mire del Qatar sull’Eni, dimostrano alcune “cosette”. Intanto è ora di finirla con la semplice agitazione sulla finanza (la cattiveria dei banchieri), le borse, lo spread, ecc. La vera crisi, sempre più profonda, è quella dell’economia detta “reale” (il Pil, la disoccupazione di forza lavoro, e via dicendo); e questa si inserisce certamente in una crisi più generale, mondiale (salvo alcune “economie emergenti”, cioè alcune <em>potenze</em> in crescita), ma sconta in Italia il crollo verticale di una minima autonomia del paese, e quindi anche del suo sistema economico-produttivo, conseguenza del concomitante disfacimento di quel debole, e troppo rachitico, “asse” formatosi tra Russia, Italia e Libia (dopo il passaggio di Putin in Sardegna da Berlusconi nell’agosto 2003, di ritorno dai paesi nord-africani). Quell’asse è stato probabilmente alimentato da interessi troppo personali e si è miseramente afflosciato per l’assoluta meschinità e autentica vigliaccheria di uno dei partecipanti (non credo ci sia bisogno di nominarlo), non però supportato, almeno ne ho l’impressione, da chi poteva farlo (la Russia, del tutto assente e quasi muta sulla crisi libica, vero punto di svolta anche dello sfascio italiano).</p>
<p style="text-align: justify">Gli altri documenti, interessanti le nostre aziende di punta indispensabili per ogni possibile resistenza al suddetto crollo di sovranità, sono ambigui e di lettura non facile, resa tale pure dalla inettitudine e, soprattutto, “codismo” dei giornalisti. Tuttavia, si capisce egualmente che si sono assestati a tali aziende duri colpi. Lo si maschera o attraverso una difesa, assurda nella sua poca credibilità, in merito all’attuazione non sempre “ortodossa” di strategie (<em>politiche tour court</em>) imprenditoriali – chiunque sappia qualcosa di industria non può che restare allibito per simili giri di parole atti a nascondere quello che è normalissimo, anzi utile e indispensabile, si faccia – o mediante una caterva di considerazione pseudo-economiche per far credere che tutta l’attività di imprese, decisive per la forza di un sistema produttivo, si giochi sulla competitività nel “libero mercato” come sostenuto dai meschini “liberisti”.</p>
<p style="text-align: justify">Inutile ripetere quanto già chiarito circa gli equivoci della distinzione tra pubblico e privato quando si tratti di decidere se dati settori produttivi sono confacenti o meno agli interessi fondamentali di un paese; e non perché essi si adeguino o meno agli interessi dei “consumatori” (con la balla di minori prezzi di prodotti e servizi, diminuzioni mai viste né prevedibili), bensì in base alla valutazione circa la loro congruità rispetto al rafforzamento dell’intero sistema/paese. Quest’ultimo non è un semplice sistema economico, ma un “singolare” insediamento geografico-sociale (e politico, almeno dovrebbe essere pure politico) che ha una sua specificità in termini di lingua, costumi, tradizioni, modi di vita, cultura in generale. Nell’epoca del capitalismo, il sistema economico ha una sua specifica valenza nel determinare la forza del sistema/paese. E tale forza è certo in relazione alla struttura del sistema economico, in cui devono avere largo spazio ed essere privilegiati i settori detti “di punta”, quelli che attribuiscono maggiore impulso (e penetrazione verso l’esterno) all’insieme del paese.</p>
<p style="text-align: justify">Sono proprio queste <em>punte</em> ad essere smussate dai gruppi dominanti italiani (che definisco <em>sub</em>dominanti), interessati invece allo sviluppo dei settori complementari ad un altro sistema/paese <em>pre</em>dominante. La <em>sub</em> o <em>pre</em>dominanza si gioca prevalentemente sul terreno della <em>politica</em>, in quanto <em>strategia di attacco o difesa</em>, in cui appunto si confrontano coloro che trovano il proprio interesse nell’affermarsi del proprio sistema/paese e quelli (i “cotonieri”) che invece trovano vantaggio nella dipendenza da un altro. Il sistema economico, per la rilevanza che ha in una forma capitalistica di società, è strumento importante per l’attuazione di questa o quella <em>politica</em>, di una politica di indipendenza o invece di asservimento; ma è <em>strumento</em>, solo <em>strumento</em>, guai ad erigerlo quale scopo di un’azione politica, che allora è solo il mascheramento dei “cotonieri” per nascondere la loro subalternità e fellonia.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">2. In linea di principio, nemmeno è decisivo se la produzione dei settori di punta attiene all’ambito militare o civile. Solo gli imbelli pacifisti – altri emeriti imbroglioni che abbiamo visto in azione durante la “primavera araba” e l’infame massacro della Libia e del suo leader, assassinato e brutalizzato con metodi su cui questi mentitori e demagoghi hanno come minimo sorvolato – tentano ad es. di distruggere la Finmeccanica con la scusa delle sue tecnologicamente avanzate produzioni belliche; oggi, appunto, in via di essere abbandonate. Quasi sempre, in realtà, la spinta impressa alla ricerca dalle esigenze militari è molto forte e porta a soluzioni tecniche che poi hanno notevoli ricadute nel campo della produzione detta civile. Ancora una volta, i retrogradi liberisti hanno spiegato a modo loro l’incapacità, dimostrata dall’Urss a suo tempo, di effettuare il trasferimento dal militare al civile, del tutto normale invece nella formazione capitalistica.</p>
<p style="text-align: justify">La colpa viene attribuita allo Stato accentratore perché proprietario di tutti i mezzi produttivi. Non è così e basterebbe un po’ meno di superficialità e di ignoranza per afferrare le linee generali del problema. L’Urss si formò in seguito ad una rivoluzione che si pretese proletaria, e vide comunque la direzione bolscevica di imponenti masse (poco operaie e però molto contadine). Dopo essere rimasta sola come “paese della rivoluzione”, l’Unione Sovietica dovette impostare un vasto e intenso processo di “accumulazione originaria” e di ultra-accelerata trasformazione industriale. In dieci anni realizzò un risultato per il quale in altri paesi c’erano voluti decenni e decenni se non secoli. In questo processo, di cui la pianificazione centrale fu un elemento, si crearono grandi <em>Kombinat</em>, pesanti complessi di imprese produttive, i cui vertici non erano molto manageriali bensì invischiati nel complicato gioco politico all’interno del partito, unico ma con più “punti” (centri) di potere, per quanto apparentemente unificati sotto la direzione del “grande capo”. I vertici aziendali tenevano i collegamenti con i sindacati, cinghia di trasmissione tra partito (i suoi alti dirigenti) e gli operai da indottrinare e da “coccolare” onde mantenere quel blocco sociale, di cui parlò Bettelheim (partito verticistico e masse “proletarie”), con cui tenere a bada il crescente ceto medio, tipico prodotto di ogni industrializzazione.</p>
<p style="text-align: justify">Tutto ciò ha creato cristallizzazione, staticità, tendenziale mancanza di iniziativa manageriale, <em>impasse</em> del sistema economico, conservatorismo sociale, immobilità politica (in superficie, mentre le lotte si scatenavano a livello di “complotti segreti” con soluzioni drastiche). Lo sviluppo si impantanò progressivamente e le uscite tentate (prima da Krusciov e poi da Gorbaciov) furono disastrose, incapaci di affrontare il passaggio ad una “struttura” sociale assai più flessibile perché articolata non in modo democratico, secondo le panzane raccontate dall’ideologia “occidentale”, bensì quale intreccio di più centri di potere <em>relativamente</em> autonomi ed in contrasto fra loro, portatori di soluzioni diverse dei vari problemi che la crescita tumultuosa di una società come quella moderna pone; soluzioni diverse entro un alveo comune che non lascia certo le massime decisioni alle “grandi masse”. In tale contesto, fra l’altro, anche le sfere sociali dell’economia, della politica (non delle strategie, non della <em>Politica</em> in senso stretto e alto, ma degli apparati statali e degli enti “pubblici”), delle ideologie e cultura in generale, sono fra loro relativamente autonome e creano la sensazione di una grande varietà di proposte e progetti sottoposti ad ampia discussione (il 90% della quale è pura fumosità di ceti intellettuali e giornalistici chiacchieroni e imbonitori). Il tutto contribuisce però al dinamismo, all’addestramento di personale tra cui emergono pure dirigenti capaci e in grado di condurre i loro affari.</p>
<p style="text-align: justify">Ritornando al problema centrale, la scelta tra forma (giuridica) della proprietà privata o pubblica, nonché dell’ambito militare e/o civile in merito agli indirizzi produttivi nei settori (e imprese) “di punta”, va effettuata in base alla struttura prevalente nel paese in cui sussistono diversi gruppi dominanti con differente potere decisionale. Se risultano preminenti le decisioni dei “cotonieri”, è inutile farsi illusioni; ed è una farsa dei “liberisti” quella dei vantaggi economici – per gli azionisti delle imprese in armonia con quelli dei cittadini in quanto consumatori – cui sarebbe indirizzata l’azione “benefica” degli imprenditori se non fosse ostacolata dalla politica dello Stato, giudicata almeno tendenzialmente corrompibile e quanto meno di ostacolo al funzionamento delle “oggettive” e “virtuose” leggi economiche mercantili.</p>
<p style="text-align: justify">Non dico che tutti i liberisti siano in mala fede né che sostengano tesi sempre sballate. Tuttavia, non è più accettabile che ancora si ripetano – e spesso da parte degli stessi individui che accusano i marxisti di determinismo economicistico – considerazioni puramente economiche sulla crisi in corso; e si propugnino soluzioni che non tengono in alcun conto gli elementi fondamentali dei rapporti di forza (geo)politici, la s-regolazione mondiale sostituitasi a quel minimo di regolazione (da parte degli Usa) nel “campo capitalistico occidentale” che aveva fatto pensare alla fine delle crisi e all’instaurarsi di semplici recessioni. E’ del tutto evidente che siamo di nuovo in una fase storica di s-regolazione (la <em>deregulation</em> appunto tanto osannata dai liberisti come il <em>non plus ultra</em> della politica di crescita economica e, soprattutto, sociale e “democratica”).</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">3. E’ indispensabile tornare alla <em>politica</em>, alle strategie che vengono applicate dai vari paesi. In base al semplice miraggio economicistico è stata creata una Unione Europea e, al suo interno, un’area a moneta unica. E’ evidente che si è trattato di un’unificazione fasulla, basata sulla prosecuzione di una sudditanza agli Usa (tramite anche un patto militare) come si fosse ancora nel mondo <em>bipolare</em>. Ci si è storditi con le fanfaluche circa la fine, e quindi inutilità (anzi dannosità), degli Stati nazionali, mentre ormai il problema sarebbe stato la competizione nel mercato globale. I presunti critici anticapitalistici hanno coadiuvato queste tesi dei dominanti (in particolare dei <em>pre</em>dominanti statunitensi), cianciando di controllo dei mercati da parte di grandi imprese <em>trans</em>nazionali, tesi da cui gli apologeti hanno tratto false credenze in merito al formarsi di una “classe” dirigente cosmopolita, unita dall’inglese e perfettamente impermeabile al dominio di questo o quel paese “capitalisticamente avanzato” poiché interessata all’efficienza produttiva e alla fattiva cooperazione.</p>
<p style="text-align: justify">Alcuni vecchi arnesi, passati sempre per “rivoluzionari”, hanno continuato con la solfa dell’imperialismo – ormai tralignato da anni nella sua identificazione (d’origine kautskiana) con il colonialismo – continuando di fatto a predicare nuove forme di “terzomondismo” e prendendo per rivoluzione anticapitalistica qualsiasi lotta si verificasse (e si verifichi) nel mondo “sottosviluppato” (o meno sviluppato), dove nemmeno si stanno affermando, come un tempo, neoborghesie indipendentiste, ma semplici populismi guidati da qualche “caudillo” (e nel migliore dei casi); così molti sono caduti in pieno nella trappola della nuova strategia statunitense tesa a riverniciare vecchi regimi attraverso “rivoluzioni” del tipo di quelle “arabe”; e ciò mette la parola fine al vecchio antimperialismo incapace di ripensare la questione della lotta tra <em>potenze</em> sia pure ancora fortemente squilibrata a favore degli Usa.</p>
<p style="text-align: justify">E’ oggi necessario imprimere una drastica virata a tutte le vecchie teorie, a tutti gli “ismi” del passato. Non si tratta di perdere la memoria storica. Più volte ho messo in luce la somiglianza dell’attuale crisi con quella di fine ‘800, che vedeva ancora l’Inghilterra in auge ma, con il senno di poi, in declino e “assediata” dalle nuove <em>potenze</em> in crescita. Così pure attribuisco importanza alla lotta tra “ricardiani” e “listiani”; anche se Ricardo è considerato, e penso a ragione, un pensatore e studioso di maggiore livello, non vi è dubbio che sono le tesi del secondo ad aver avuto ragione nel formarsi di <em>potenze</em> quali gli Stati Uniti (la cui forza, divenuta infine preminente, ha preso inizio dalla “guerra civile o di secessione”) e la Germania. Importante è anche ristudiare la crisi del ’29, che è in realtà, nel suo aspetto più sconvolgente e drammatico, crisi del ’31-’32; e che si è risolta solo con la seconda guerra mondiale. Non faccio però tali affermazioni, e non chiedo che si ristudino quei periodi, per trarne pari pari le lezioni per il presente.</p>
<p style="text-align: justify">Quelle epoche sono comunque irrimediabilmente passate; è finito il cosiddetto “movimento operaio”, sono finite le vecchie guerre di indipendenza o, in altri paesi e in altri tempi, di liberazione nazionale; finita la decolonizzazione e la lotta antimperialista che, lo ribadisco, è stata trattata (in chiave terzomondista) da mera lotta anticoloniale, quindi con grave scadimento rispetto alla più vecchia impostazione leniniana. Tuttavia, tale scadimento implica l’acquisizione della consapevolezza – che non avemmo a suo tempo – della fine di un’epoca, del trapasso doloroso a qualcosa di molto diverso che ancora ci appare sconosciuto. Lancio solo un’ideuzza: la transizione dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale (definizione del resto generica, di massima, che aspetta una sua più precisa “astrazione scientifica”) ha visto il gonfiarsi del “ceto medio”, altra dizione generica per indicare una realtà molto variegata. E’ questa espansione che ha decretato la fine del “socialismo reale”, arrestatosi all’ideologia della rivoluzione (e “dittatura”) del proletariato. E’ il ceto medio che vede prodursi una situazione non semplicemente complessa, ma proprio molto confusa in senso sociale, nei paesi dell’area capitalistica detta avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Siamo in forte deficit di analisi. Il ceto intellettuale, anche quello che si crede critico, è in realtà in completa bancarotta, ha abbandonato l’idea di una minima comprensione del mondo tramite l’analisi attenta degli svolgimenti in atto; preferisce darsi a dotte elucubrazioni, producendo idee che fanno della società umana una sorta di “polenta pasticciata”, di cui si può impunemente predicare ciò che si vuole, facendosi passare per pensatori “complessi”, mentre si è solo confusionari. Intendiamoci: siamo tutti confusionari, ma c’è chi se ne bea (perché, appunto, crede che la complessità sia un valore assoluto, la via verso la “verità”) e chi si rende conto che stiamo affondando nelle sabbie mobili di un pensiero senza più ordine né logica. Soprattutto un pensiero che non comprende la necessità dell’astrazione semplificante, non per stabilire “la verità”, ma solo per poter compiere qualche passo nell’azione tendente a poi correggersi secondo la normale prassi del “sbagliando s’impara”. In ogni caso, è indispensabile ripristinare una conoscenza storica di alcuni importanti periodi del passato abbastanza recente (anche l’800 è a mio avviso da ritenersi tale); e tuttavia, avere coscienza che si stanno producendo processi, in specie sociali, nuovi e molto poco analizzati. Per il momento è tutto. Da qui riprenderà sovente, in futuro, il nostro discorso.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://notizie.alice.it/economia/l-allarme--istat-economia-italiana--in-recessione-profonda_167216.html">http://notizie.alice.it/economia/l-allarme&#8211;istat-economia-italiana&#8211;in-recessione-profonda_167216.html</a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.corriere.it/economia/12_maggio_13/cambiati-45-manager-al-vertice-ma-non-siamo-il-regno-del-male-sergio-rizzo_e75f10e6-9cc4-11e1-9e47-40ef175b0d3f.shtml">http://www.corriere.it/economia/12_maggio_13/cambiati-45-manager-al-vertice-ma-non-siamo-il-regno-del-male-sergio-rizzo_e75f10e6-9cc4-11e1-9e47-40ef175b0d3f.shtml</a></p>
<p style="text-align: justify">
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F17%2Ftransizione-dunque-incertezza-del-futuro-di-giellegi-il-17-maggio-2012%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/17/transizione-dunque-incertezza-del-futuro-di-giellegi-il-17-maggio-2012/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/17/transizione-dunque-incertezza-del-futuro-di-giellegi-il-17-maggio-2012/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CAVE CANEM</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/16/cave-canem/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/16/cave-canem/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:08:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11471</guid>
		<description><![CDATA[L’Italia non se la passa per niente bene, non siamo la Grecia ma viviamo il complesso di poterle presto assomigliare. Nella tragedia sociale. Senza una classe dirigente in grado di scegliere e di decidere quale strada intraprendere per uscire dalla difficile situazione ed allontanare i drammi nei quali stiamo precipitando, tra stretta fiscale, investimenti ristretti e occupazione in restringimento, è inevitabile che ci si adegui  acriticamente alle formule politiche ed economiche calate dall’alto, siano esse diretta emanazione dei vari organismi internazionali o delle stessa burocrazia eurocomunitaria. Non siamo più padroni del nostro destino e l’arrivo dei tecnici al governo ha semplicemente evidenziato il posto dove la nostra sovranità nazionale è finita: nel Gabinetto, insieme ai professori. E’ bene ricordare ancora una volta quali personaggi ci hanno spinto così in basso, in fondo alla tazza della storia dove si vaticinano sventure e si predicono disastri. Lo ha scritto senza circonlocuzioni ieri su Italia Oggi il Gen. Laporta, uno che non crede ancora, come il resto degli uomini di servizio benpensanti, alle tavole rotonde a tre gambe dove si invocano gli spreads e i mercati di morte. Altro che B. costretto a rinunciare al premierato a causa del differenziale tra titoli di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’Italia non se la passa per niente bene, non siamo la Grecia ma viviamo il complesso di poterle presto assomigliare. Nella tragedia sociale. Senza una classe dirigente in grado di scegliere e di decidere quale strada intraprendere per uscire dalla difficile situazione ed allontanare i drammi nei quali stiamo precipitando, tra stretta fiscale, investimenti ristretti e occupazione in restringimento, è inevitabile che ci si adegui  acriticamente alle formule politiche ed economiche calate dall’alto, siano esse diretta emanazione dei vari organismi internazionali o delle stessa burocrazia eurocomunitaria. Non siamo più padroni del nostro destino e l’arrivo dei tecnici al governo ha semplicemente evidenziato il posto dove la nostra sovranità nazionale è finita: nel Gabinetto, insieme ai professori. E’ bene ricordare ancora una volta quali personaggi ci hanno spinto così in basso, in fondo alla tazza della storia dove si vaticinano sventure e si predicono disastri. Lo ha scritto senza circonlocuzioni ieri su Italia Oggi il Gen. Laporta, uno che non crede ancora, come il resto degli uomini di servizio benpensanti, alle tavole rotonde a tre gambe dove si invocano gli spreads e i mercati di morte. Altro che B. costretto a rinunciare al premierato a causa del differenziale tra titoli di stato sfavorevole all’Italia e favorevole ai crucchi. Il leder del Pdl è stato obbligato ad abbandonare il suo posto perché “il nemico” gli ha chiesto: “vuoi rimanere ricco o morire?” E così il Cavaliere pavido ha ceduto su tutto, “prima sulle basi aeree (durante la guerra alla Libia); in seguito, mentre rifiutava le dimissioni e il titolo Mediaset precipitava, la signora Clinton gli sibilò nella cornetta: ‘come vanno gli affari? Come stanno i ragazzi?’ comprese, si arrese e si stese. Ha molte famiglie dopo tutto. Oggi dice che il governo Monti dipende dalla sua volontà. Mente sapendo di smentire’. Questo significa soltanto che il Bocconiano, chi lo ha indicato ai partiti, prima nominandolo senatore a vita e poi investendolo del compito governativo, e tutti quelli che gli hanno dato la fiducia in aula sono complici di nemici stranieri e quindi colpevoli di alto tradimento dello Stato. Costoro, dunque, che lavorano per amministrazioni estere non troveranno mai alcuna soluzione alla crisi perché essi stessi sono i co-artefici dei mali nazionali ed i carnefici del popolo italiano.  Così l’Italia finisce nella melma e con essa gli ultimi baluardi industriali sui quali si sono avventati i pescicani della finanza che hanno sentito l&#8217;odore della scia di sangue dopo i colpi politici sferrati alle nostre istituzioni da parte di sedicenti partner occidentali. Di Finmeccanica abbiamo già detto nelle scorse puntate, di Eni ribadiamo adesso. Si insiste sullo scorporo della rete , invocato dal fondo Knight Vinke ed assecondato dai vertici della compagnia energetica che abbaiano un po’ ma poi si rimettono subito a cuccia. Non attenti al cane ma è il cane a sei zampe che deve stare attento perchè qualcuno lo vuole mordere e smembrare. Il capo del citato fondo ha anche suggerito a Monti di derubricare qualsiasi altra riforma perché ulteriori ritardi nel processo di separazione di Snam da Eni “provocherebbero serie conseguenze e farebbero sparire una parte considerevole della fiducia riguadagnata dall&#8217;Italia con grandi sacrifici&#8221;. Non è un consiglio che non si può rifiutare ma una vera e propria minaccia. Le manovre non si fermano nemmeno qui considerato che anche i fondi sovrani del Qatar puntano a fare shopping sulla conglomerata di San Donato. Il ruolo che l&#8217;Emirato ha giocato nelle ultime crisi internazionali, compreso quello in Libia, ci suggerisce che i quatarini cantano solo quando gli statunitensi aprono la gabbia. E siamo di nuovo al punto di partenza ed ai sibili provenienti da Washington.</p>
<p style="text-align: justify">clicca sotto</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.conflittiestrategie.it/wp-content/plugins/download-monitor/download.php?id=650" title="Downloaded 76 times">eni</a> - </p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F16%2Fcave-canem%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/16/cave-canem/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/16/cave-canem/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>13</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>USCIRE DALL&#8217;EURO SI PUO&#8217;</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/15/uscire-dalleuro-si-puo/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/15/uscire-dalleuro-si-puo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 May 2012 14:22:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11465</guid>
		<description><![CDATA[L’euro avrebbe dovuto essere il collante economico di una libera unione di popoli,  amalgamata innanzitutto da un progetto politico reso indispensabile da una fase di grandi mutamenti storici, conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alla ridefinizione delle relazioni di forza sulla scacchiera globale. Invece, è diventato una bara d’acciaio dalla quale nessuno può più fuggire, almeno così cercano di raccontarcela. La moneta unica è  una prigione con le sbarre di lega volgare che qualcuno si diverte a far tintinnare per condurre ad una crisi di nervi collettiva, l’euro per la neuro è una gabbia di matti dove i degenti indigenti, ovvero noi, vengono nutriti a pane e acqua e tra un po’ nemmeno tanto. L&#8217;uscita di un Paese dall’euro non è prevista da nessun Trattato, disse qualche tempo fa il Presidente della BCE Mario Draghi, elevando un accordo politico-economico discutibile e fallibile (nonché fallimentare, come stiamo constatando in questo periodo) al livello delle leggi imperiture di un Sacro Testamento burocratico dove viene imposto ai comuni mortali di venerare gli dèi  ostili, furibondi e volubili del denaro, del mercato e di Goldman Sachs. Ma sono strane divinità quelle che si fanno manovrare dai funzionari finanziari del capitalismo mondiale di matrice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’euro avrebbe dovuto essere il collante economico di una libera unione di popoli,  amalgamata innanzitutto da un progetto politico reso indispensabile da una fase di grandi mutamenti storici, conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alla ridefinizione delle relazioni di forza sulla scacchiera globale. Invece, è diventato una bara d’acciaio dalla quale nessuno può più fuggire, almeno così cercano di raccontarcela. La moneta unica è  una prigione con le sbarre di lega volgare che qualcuno si diverte a far tintinnare per condurre ad una crisi di nervi collettiva, l’euro per la neuro è una gabbia di matti dove i degenti indigenti, ovvero noi, vengono nutriti a pane e acqua e tra un po’ nemmeno tanto. L&#8217;uscita di un Paese dall’euro non è prevista da nessun Trattato, disse qualche tempo fa il Presidente della BCE Mario Draghi, elevando un accordo politico-economico discutibile e fallibile (nonché fallimentare, come stiamo constatando in questo periodo) al livello delle leggi imperiture di un Sacro Testamento burocratico dove viene imposto ai comuni mortali di venerare gli dèi  ostili, furibondi e volubili del denaro, del mercato e di Goldman Sachs. Ma sono strane divinità quelle che si fanno manovrare dai funzionari finanziari del capitalismo mondiale di matrice americana che usano gli strumenti economici al pari di un grimaldello per scardinare il tenore di vita degli altri, accumulare per le proprie compagnie multinazionali, sempre protette da una madre patria attenta e premurosa, e, infine, anche per sé stessi fino a rendere più deboli e dipendenti la maggior parte delle società del Vecchio Continente. Altro che mano invisibile e regole valevoli per tutti. L’Europa, dunque, è un insieme di governi privi di consenso e di popolazioni al seguito, le quali quasi mai hanno potuto esprimersi sui risvolti dei loro destini coercitivamente comunitarizzati da un ceto di burocrati non eletti e da classi dirigenti nazionali subalterne e senza alcuna visione dei processi storici e geopolitici. Questi stessi mascalzoni che non ne hanno azzeccata una in tutti questi anni, che ci hanno gabbati e raggirati con le loro promesse sulla prosperità rinveniente dalla maggiore coordinazione delle scelte e delle decisioni di tutti i partners a livello sovranazionale, che ci hanno prima corteggiati con l’Unione che avrebbe dovuto fare la forza e poi coartati con la forza imposta all’Unione dall’interno degli organismi finanziari e dall’esterno dei confini comunitari, che ci hanno gettati sul lastrico e tolto ogni speranza del domani, adesso si stracciano le vesti ed i capelli perché la fine dell’euro sarebbe la fine del mondo. Ma voi ci credete? La dissoluzione di quest’ultimo corrisponde soltanto alla loro bancarotta, alla loro perdita di potere e ad uno screditamento mondiale che potrebbe finalmente toglierceli dalle palle. Certo, ci sarebbero contraccolpi fortissimi ma quest’ultimi rappresenterebbero un lieve prezzo da pagare rispetto ai salassi e ai colpi di mannaia che stanno distruggendo le garanzie sociali, i livelli occupazionali e quelli reddituali in tutta l’area continentale. I popoli europei la smettano di farsi incantare da questi stregoni e da chi agita davanti ai loro occhi il caos per scoraggiare qualsivoglia scatto d’orgoglio che conduca alla riappropriazione della propria sovranità nazionale e dei mezzi di controllo  economico di ciascun sistema-paese. Cade l’euro? Ecco come si ripara. Si torna a stampare nella propria divisa nazionale come avveniva innanzi. Non si può fare? Andatelo a raccontare a chi nell’euro non ci è mai entrato, dall’Inghilterra alla Svezia, nazioni che, peraltro, stanno fronteggiando la crisi globale molto meglio di noi.  Vi diranno che è una pazzia, che sarebbe una tragedia, che resteremmo in men che non si dica completamente in mutande ed in preda ai vampiri della speculazione i quali ci ridurrebbero in brandelli. Non è così perché come scrive già qualcuno sulla stampa ufficiale in caso di tracollo della moneta unica: “È fuorviante ipotizzare, ad esempio, i costi di una fuga di capitali se non si prende atto che essa è già largamente avvenuta e fotografata dall’ormai famoso spread. Si teme per i depositi nelle banche? Si potrebbero studiare modalità di conversione che li mantengano inalterati come i depositi in valuta. Si teme per l’import di energia? La componente fiscale di questa voce è talmente elevata che ogni costo aggiuntivo potrebbe essere ammortizzato riducendo le accise. Insomma, basta prendere atto che l’impossibile non è più tale e vi sono dei semplici pro e contro. Se ne discuta e si scelga” (Claudio Borghi). C’è poco da scegliere, meglio tentare di sopravvivere abbandonando una nave con la quale si sono identificati solo i nostri politici vili e servili che morire senza aver nemmeno provato a nuotare. A chi ci ha portato in Europa, ai nostri Capitani coraggiosi di destra e di sinistra così entusiasti per la traversata, chiediamo la coerenza di restare a bordo che tanto, a sentirli ancora così sicuri del fatto loro, il bastimento dovrebbe superare la tempesta. Ma gli italiani non ci contino molto, i topi sono sempre i primi a buttarsi in mare.</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F15%2Fuscire-dalleuro-si-puo%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/15/uscire-dalleuro-si-puo/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/15/uscire-dalleuro-si-puo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>22</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>NON CREDO ALLE FAI</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/14/non-credo-alle-fai/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/14/non-credo-alle-fai/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11453</guid>
		<description><![CDATA[La gambizzazione dell’Ad di Ansaldo Energia da parte di sedicenti anarchici non ci riporta agli anni di piombo perché non è qualche colpo d’insolazione di squilibrati isolati che infuoca il clima sociale, ed anche se fischiano le pallottole non fischia il vento. Ma è proprio sulla rivendicazione dell’attentato che nascono molti, direi troppi, sospetti perché questa volta le cose potrebbero essere il contrario di quello che sembrano. Innanzitutto, lo spirito pauperistico e chierichettisco del volantino firmato dalle Fai, un documento di sangue rappreso bagnato da lacrime antiche sulla carne corrotta ed i sogni perduti dell’Uomo, causa lo sviluppo tecnologico che non serve le persone ma le rende serve.  Uno spreco di carta e d’inchiostro, un farfugliamento di idiozie sulla tecnica che uccide, sulla scienza che schiavizza, sull’energia che inquina dopo essersi presi la briga di organizzare un attentato per azzoppare un manager di spicco del Gruppo di Piazza Montegrappa. La discrepanza è troppo grande per essere vera. Un gesto di violenza così preciso contro un individuo talmente al centro dell’industria strategica nazionale avrebbe dovuto giustificarsi ricorrendo a definiti obiettivi politici e non ad uno sproloquiare  assoluto sui drammi atavici delle nostra epoca, con l’infilamento di tanti luoghi comuni ad uso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La gambizzazione dell’Ad di Ansaldo Energia da parte di sedicenti anarchici non ci riporta agli anni di piombo perché non è qualche colpo d’insolazione di squilibrati isolati che infuoca il clima sociale, ed anche se fischiano le pallottole non fischia il vento. Ma è proprio sulla rivendicazione dell’attentato che nascono molti, direi troppi, sospetti perché questa volta le cose potrebbero essere il contrario di quello che sembrano. Innanzitutto, lo spirito pauperistico e chierichettisco del volantino firmato dalle Fai, un documento di sangue rappreso bagnato da lacrime antiche sulla carne corrotta ed i sogni perduti dell’Uomo, causa lo sviluppo tecnologico che non serve le persone ma le rende serve.  Uno spreco di carta e d’inchiostro, un farfugliamento di idiozie sulla tecnica che uccide, sulla scienza che schiavizza, sull’energia che inquina dopo essersi presi la briga di organizzare un attentato per azzoppare un manager di spicco del Gruppo di Piazza Montegrappa. La discrepanza è troppo grande per essere vera. Un gesto di violenza così preciso contro un individuo talmente al centro dell’industria strategica nazionale avrebbe dovuto giustificarsi ricorrendo a definiti obiettivi politici e non ad uno sproloquiare  assoluto sui drammi atavici delle nostra epoca, con l’infilamento di tanti luoghi comuni ad uso ed abuso di chi adesso commenta soddisfatto e fintamente affranto il gesto scellerato. Chi impasta il suo disagio esistenziale con la metafisica sociale, rincorrendo il bene dell’umanità e della natura (sono parole della Fai), nelle sue battaglie apocalittiche per il mondo mondato dai suoi peccati, solitamente predilige i grandi bersagli, le azioni dimostrative, il sabotaggio d’impianti o la manomissione di strutture, al cospetto dei quali l’azzoppamento di un uomo, per quanto &#8220;funzionario&#8221; del capitale, è cosa piccola, relativa ed ingiusta. Dunque, eccessivamente in linea con i piagnistei dei tempi la dichiarazione intransigente delle Fai, ma troppo lontana nel passato l’azione &#8220;diligente&#8221; e rievocativa di chissà chi. Azzardiamo pertanto qualche altra ipotesi lasciando da parte quel che si vede e quel che si è visto chiaramente. L’attentato ad Adinolfi potrebbe avere altre matrici ed altri scopi e senza fare eccessive dietrologie basterebbe leggere il presente di quest’Italia perennemente sotto attacco da parte della finanza e di chi ne guida la mano. Finmeccanica è un fiore all’occhiello dell’impresa di Stato il cui potere di penetrazione dei mercati internazionali è superiore alla capacità del medesimo Stato italiano di proiettarsi nell’affollata sfera geopolitica di questa fase storica, direzionando e controllando le sue sorti. Finmeccanica può dunque essere ridimensionata dalle concorrenti e dai loro governi perché la sua protezione politica è ormai inesistente. Si parla di vendere molti suoi asset, compresa appunto Ansaldo Energia capeggiata da Adinolfi. Il giorno dopo gli spari a quest’ultimo il Presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, continuava ad annunciare tali importanti liquidazioni in nome del consolidamento societario e del recupero dei profitti per gli azionisti. E’ su questo indirizzo che occorre concentrarsi per discernere oltre l’ingarbugliamento della matassa. Osservata da detta posizione la situazione scopre il fianco a due opposte interpretazioni. C’è chi vuole che si faccia in fretta a vendere e dismettere ed allora il rumore dello sparo diventa simile al rumore della campana che annuncia la fine della messa industriale italiana. C’è chi, invece, non lo vuole affatto e ritiene che queste manovre sulla Conglomerata partecipata dal Tesoro stiano filando esageratamente lisce, con la distrazione di tanti e con gli infidi operatori dei saldi che tengono all’oscuro la pubblica opinione dei loro truci piani, estromettendo dalle decisioni altri apparati dello Stato meno inclini alle logiche liquidazionali totali. Lo sparo allora diventa simile ad un allarme che dovrebbe richiamare l’attenzione di tutti sulle pericolose iniziative in corso. Forse l’ho sparata grossa anche io ma non meno di chi adesso straparla di nuovo terrorismo rosso e di vecchi cattivi maestri i quali vorrebbero approfittare della crisi per fomentare l&#8217;odio sociale e buttare l&#8217;Italia nel caos. Il caos forse verrà, ma fomentato da altri pericolosi lidi internazionali ed assecondato da questi pretestuosi lai nazionali.</p>
<p style="text-align: justify">ADERITE AL NOSTRO MANIFESTO IN DIFESA DI FINMECCANICA</p>
<p style="text-align: justify">https://www.facebook.com/note.php?note_id=173584109327266</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F14%2Fnon-credo-alle-fai%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/14/non-credo-alle-fai/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/14/non-credo-alle-fai/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>30</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>REPETITA JUVANT….. NE DUBITO MA INSISTO  Scritto da GLG il 12 maggio 2012</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/12/repetita-juvant%e2%80%a6-ne-dubito-ma-insisto-scritto-da-glg-il-12-maggio-2012/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/12/repetita-juvant%e2%80%a6-ne-dubito-ma-insisto-scritto-da-glg-il-12-maggio-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 May 2012 09:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giellegi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11449</guid>
		<description><![CDATA[1. Ritorno su un argomento che tratto da quaranta e passa anni – il pubblico e il privato – per divertimento mio e per l’utilità di pochi altri; mentre il “grosso” continuerà a sparare banalità in proposito. Cominciamo da una questione assai vecchia, oggi dimenticata mentre non è affatto così poco significativa per afferrare l’incomprensione che i più mostrano davanti a tale argomento. Continua sul sito]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">1. Ritorno su un argomento che tratto da quaranta e passa anni – il pubblico e il privato – per divertimento mio e per l’utilità di pochi altri; mentre il “grosso” continuerà a sparare banalità in proposito. Cominciamo da una questione assai vecchia, oggi dimenticata mentre non è affatto così poco significativa per afferrare l’incomprensione che i più mostrano davanti a tale argomento. <a href="http://www.ripensaremarx.it/TUTTI%20GLI%20ARTICOLI/repetita%20juvant.pdf" target="_blank">Continua sul sito</a></p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F12%2Frepetita-juvant%25e2%2580%25a6-ne-dubito-ma-insisto-scritto-da-glg-il-12-maggio-2012%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/12/repetita-juvant%e2%80%a6-ne-dubito-ma-insisto-scritto-da-glg-il-12-maggio-2012/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/12/repetita-juvant%e2%80%a6-ne-dubito-ma-insisto-scritto-da-glg-il-12-maggio-2012/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>35</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>RAGIONE E DIVENIRE (a cura di)</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/11/ragione-e-divenire-a-cura-di/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/11/ragione-e-divenire-a-cura-di/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 May 2012 06:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11443</guid>
		<description><![CDATA[“Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. (Marx) “La riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. (Marx) “Il cerchio è una cosa, l&#8217;idea del cerchio un&#8217;altra, che non ha né centro né circonferenza” (Spinoza) “Il divenire storico è una cosa; l&#8217;idea di questo divenire è un&#8217;altra, che non è un divenire…Il dinamismo è una cosa; l&#8217;idea del dinamismo un&#8217;altra, che essendo una cosa formulabile, comunicabile, cioè identica a se stessa nel momento in cui viene espressa, è al contrario, uno staticismo”. Julien Benda “Il materialismo dialettico rinnega la ragione anche per il fatto che intende concepire il cambiamento non come una successione di posizioni fisse, nonché infinitamente vicine, ma come una «incessante mobilità» che ignora ogni fissità; o anche, per usare le sue etichette, come un puro «dinamismo», indenne da ogni «staticismo». Anche in questo, per quanto molti debbano negarlo, esso è una ripresa della tesi bergsoniana, che esalta l&#8217;abbracciare il movimento in sé, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">“Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. (Marx)</p>
<p style="text-align: justify">“La riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. (Marx)</p>
<p style="text-align: justify">“Il cerchio è una cosa, l&#8217;idea del cerchio un&#8217;altra, che non ha né centro né circonferenza” (Spinoza)</p>
<p style="text-align: justify">“Il divenire storico è una cosa; l&#8217;idea di questo divenire è un&#8217;altra, che non è un divenire…Il dinamismo è una cosa; l&#8217;idea del dinamismo un&#8217;altra, che essendo una cosa formulabile, comunicabile, cioè identica a se stessa nel momento in cui viene espressa, è al contrario, uno staticismo”. Julien Benda</p>
<p style="text-align: justify">“Il materialismo dialettico rinnega la ragione anche per il fatto che intende concepire il cambiamento non come una successione di posizioni fisse, nonché infinitamente vicine, ma come una «incessante mobilità» che ignora ogni fissità; o anche, per usare le sue etichette, come un puro «dinamismo», indenne da ogni «staticismo». Anche in questo, per quanto molti debbano negarlo, esso è una ripresa della tesi bergsoniana, che esalta l&#8217;abbracciare il movimento in sé, contrapposto a una successione di punti fermi, per quanto vicini, cosa in effetti del tutto diversa. Ora simile atteggiamento decreta la formale abiura della ragione, visto che è proprio della ragione immobilizzare le cose di cui tratta, almeno finché ne tratta, mentre un puro divenire, che per la sua essenza esclude ogni identità con se stesso, può essere oggetto di una adesione mistica. ma non di un&#8217;attività razionale (49). Del resto, i nostri «dialettici», nella misura in cui dicono qualcosa, parlano appunto di cose fisse; parlano del sistema patriarcale, del sistema feudale, del sistema capitalistico, del sistema comunista, come di cose simili a se stesse, almeno nella misura in cui ne parlano”. (Julien Benda)</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;La scienza è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell&#8217;insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi&#8221;. (J. PICARD, visto in J.B.)</p>
<p style="text-align: justify">“Il Tutto è un&#8217;idea da metafisico: non è un&#8217;idea da scienziato” (A. DARBON, visto in J.B.).</p>
<p style="text-align: justify">“Segnalerò ancora altri dogmi con i quali, in nome del «dinamismo», uomini la cui funzione era quella di insegnare la ragione ne esaltano insistentemente la negazione.</p>
<p style="text-align: justify">1) Il dogma della «ragione elastica» &#8211; particolarmente caro a Péguy &#8211; che non significa affatto, in questo non sarebbe per nulla originale, una ragione che, enunciando delle affermazioni, non ci tiene mai abbastanza da non ritrattarle a vantaggio di altre più vere, bensì una ragione indenne da ogni affermazione, in quanto l&#8217;affermazione è un pensiero limitato a se stesso, una ragione che procede con un pensiero che sia insieme se stesso e altro da sé, di conseguenza essenzialmente «multivoco», indeterminabile, inafferrabile (quello che uno dei suoi fanatici chiama il pensiero «disponibile». Questo dogma è infinitamente vicino all&#8217;altro, professato da un filosofo patentato, che vuole che l&#8217;essenza della ragione sia l&#8217;«ansia», che il dubbio per il saggio non sia uno stato provvisorio, ma essenziale, che, quando il «surrazionalismo», che questo nuovo metodista ha appena descritto, avrà trovato la sua dottrina, possa «essere messo in rapporto con il surrealismo, perché la sensibilità e la ragione &#8220;saranno rese entrambe alla loro fluidità&#8221;»; è vicino a quegli altri che condannano la «visione statica» della scienza, quella consistente nel «fermarsi ai risultati della scienza», sottintendendo con ciò che la scienza non deve ammettere nessuna posizione fissa, neanche passeggera: quelli che dicono: «Il pensiero è una danza fantasiosa, che si rappresenta tra pose armoniose e figure varie»; quelli che dichiarano, secondo il loro esegeta, che l&#8217;esperienza, appena ci afferra, «ci trascina via dall&#8217;attimo, &#8220;via dalla cognizione, via dal proprio piano forse, via dalla quiete in ogni caso&#8221;». Questa ragione «elastica», in verità, non è &#8220;affatto&#8221; ragione. Un pensiero riconducibile alla ragione è un pensiero rigido (il che non vuol dire semplice) nel senso che pretende di essere aderente a se stesso, non foss&#8217;altro nell&#8217;attimo in cui è enunciato. Esso è, come è stato detto in maniera eccellente, un pensiero che «deve poter essere confutato», cioè che presenta una posizione definibile, quella che gli avvocati chiamano una «fase di discussione». E senza dubbio molti pensieri razionali sono iniziati con uno stato mentale privo di pensiero definito, con uno stato vago, ma chi conosce questo stato lo conosce per uscirne, altrimenti non enuncia nulla che sia riconducibile alla ragione. «Tutto il mio progetto, dice Cartesio, tendeva solo ad abbandonare le sabbie mobili per trovare la roccia e l&#8217;argilla ». Coloro che ordinano alla mente di adottare come carattere non provvisorio ma organico l&#8217;elasticità così intesa, la invitano a respingere definitivamente la ragione e, se si spacciano per apostoli di questa, sono puri e semplici impostori. La messa al bando di ciò che è afferrabile è stata pronunciata da un altro filosofo (Alain) quando esorta il suo gregge a respingere il pensiero in quanto è un «massacro d&#8217;impressioni», essendo le impressioni, vale a dire stati di coscienza essenzialmente sfuggenti, le cose valide che non si devono «massacrare». Lo stesso fa sostanzialmente il letterato Paul Valéry quando condanna «il fermarsi su un&#8217;idea» perché significa «fermarsi su un piano inclinato», allorché scrive: «L&#8217;intelletto è il rifiuto indefinito di essere qualsiasi cosa»; «Non esiste intelletto che sia d&#8217;accordo con se stesso; non sarebbe più un intelletto»; «Un vero pensiero dura un attimo solo, come il piacere degli amanti»; il che equivale a invitarci a comunicare con la natura metafisica dell&#8217;intelletto, cosa che non ha niente a che vedere con il pensiero, il quale ancora una volta ha come sua caratteristica di procedere per articolazioni tangibili e determinabili. Questa posizione si potrebbe chiamare &#8220;lo spirito contro il pensiero&#8221;. Mi viene obiettato che il letterato qui in causa non si spaccia per un pensatore; che con il suo disprezzo per il pensiero non viene affatto meno alla sua funzione di puro letterato. Pertanto non accuso lui, ma quei filosofi, molti dei quali si proclamano razionalisti (Brunschvicg), che lo presentano chiaramente come un pensatore &#8211; non gli affidarono la presidenza delle sedute commemorative del &#8220;Discours de la Méthode&#8221; e della nascita di Spinoza? &#8211; e così coprono con la loro autorità una posizione puramente mistica.</p>
<p style="text-align: justify">Un esempio impressionante di filosofo «razionalista» che patrocina un pensiero organicamente irrazionale è quello di G. Bachelard, che, nell&#8217;&#8221;Eau et les Rêves&#8221;, presenta il meccanismo psicologico quale appare in Lautréamont, Tristan Tzara, Paul Eluard, Claudel, come se in qualche misura dovesse servire da modello allo studioso. Questo razionalista esalta (p. 70) «la fantasticheria materializzante, quella fantasticheria che sogna la materia» ed «è un &#8220;aldilà della fantasticheria delle forme&#8221;», essendo questa una cosa ancora troppo statica, troppo intellettuale; egli vuole vedere (p.p. 9-10) l&#8217;origine di una conoscenza oggettiva delle cose in una disposizione di spirito che si preoccupa soprattutto di intrecciare «desideri e sogni» e si sforza di «diventare» razionalista partendo da una conoscenza «per immagini» quale egli la trova appunto in quei letterati. Confessiamo di non riuscire a capire come la conoscenza dell&#8217;acqua alla maniera di Claudel o di Paul Eluard, per prendere gli esempi che gli stanno a cuore, condurrà alla conoscenza che consiste nel pensare che questa sostanza è fatta d&#8217;idrogeno e d&#8217;ossigeno. Gli faremo presente la constatazione di Delacroix: «L&#8217;intelligenza è un fatto primario. &#8220;I vari tentativi di deduzione dell&#8217;intelligenza sono tutti falliti&#8221;». Accenniamo peraltro qui a un fenomeno oggi diffusissimo tra i filosofi, nonché tra gli scienziati: tener conto di affermazioni di letterati in voga, puramente brillanti e gratuite com&#8217;è nel loro diritto farle, ma di cui c&#8217;è da chiedersi che cosa c&#8217;entrino con speculazioni con pretese di serietà. Questo è l&#8217;effetto di uno snobismo letterario, la cui adozione da parte di uomini cosiddetti di pensiero non rappresenta esattamente un segno di fedeltà alla loro legge.</p>
<p style="text-align: justify">I nostri dinamisti, per squalificare il pensiero sia pure per pochissimo tempo identico a se stesso e quindi razionale, sostengono che esso è incapace di cogliere le cose nella loro complessità, nella loro infinità, nella loro totalità. E&#8217; quanto esprimono quando dichiarano (Bachelard) che se la prendono con il razionalismo «ottuso», che intendono «aprire» il razionalismo. Un simile pensiero, bisogna dirlo, non è affatto condannato a conoscere le cose soltanto nel loro semplicismo, è capacissimo di spiegarle nella loro complessità; ma lo fa restando identico a se stesso, secondo i costumi del razionale. Ora è questo che i nostri profeti non ammettono. La verità è che questi nuovi «razionalisti» respingono il razionalismo non ottuso quanto quello ottuso, solo per il fatto di essere razionalismo. In quanto all&#8217;infinità delle cose, alla loro totalità &#8211; che il materialismo dialettico pretende di raggiungere, poiché pretende di raggiungere la «realtà» e questa è «totale» &#8211; il razionalismo, in effetti, non la dà, per la buona ragione che, per definizione, si applica a un oggetto &#8220;limitato&#8221;, di cui del resto sa benissimo come la limitazione che ne fa sia arbitraria. «La scienza, dice molto giustamente uno dei suoi analisti, è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell&#8217;insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi». «Il Tutto, dichiara perfettamente un altro, è &#8220;un&#8217;idea da metafisico: non è un&#8217;idea da scienziato&#8221;». Ancora una volta. coloro da cui ci si aspettava che insegnassero agli uomini il rispetto della ragione &#8220;e che pretendono di farlo&#8221;, predicano loro una posizione mistica.</p>
<p style="text-align: justify">Un&#8217;accusa simile a quella precedente contro il pensiero stabilizzato è di procedere solo per affermazioni «grossolanamente ottuse», con una fermezza «priva di sfumature»: Taine ne sarebbe il simbolo. Come se caratteristica del buon intelletto non fosse appunto la fermezza nella sfumatura; come se le sfumature che il fisico moderno stabilisce, per esempio, nell&#8217;idea di massa: l&#8217;idea di quantità di materia, di capacità d&#8217;impulso, di quoziente della forza mediante l&#8217;accelerazione, di coefficiente della legge di attrazione universale, non fossero idee perfettamente identiche a se stesse e per niente «mobili». Come se non si potesse dire lo stesso, sul terreno psicologico, delle sfumature di Stendhal, di Proust, di Joyce, nonché di Taine. Ma la consegna di quei chierici è di votare al disprezzo degli uomini il pensiero razionale, con tutti i mezzi.</p>
<p style="text-align: justify">Ecco un bell&#8217;esempio della loro volontà d&#8217;identificare il pensiero che procede per sfumature con un pensiero mobile. «Quando Einstein, scrive uno di loro, ci suggerisce di correggere e di complicare le linee del newtonianismo, troppo semplici e troppo schematiche per adattarsi esattamente al reale, rafforza nel filosofo la convinzione che era effettivamente utile far passare la critica kantiana da uno stato &#8216;cristallino&#8217; a uno stato &#8216;colloidale&#8217;». E un altro: «Cercare la sfumatura, anche a rischio di sfiorare la contraddizione, questo è il mezzo per afferrare la realtà». Notiamo tuttavia la timidezza di quello «sfiorare». Barbari che si vergognano della loro barbarie.</p>
<p style="text-align: justify">I nostri dinamisti infine condannano ancora il pensiero stabile perché esso si crederebbe definitivo. Le idee di un vero scienziato, dice il nostro filosofo dell&#8217;&#8221;Encyclopédie&#8221;, «non devono mai essere considerate definitive o statiche», e per lui evidentemente questi ultimi due aggettivi sono sinonimi. Come se ciò che è statico non potesse sapere di essere provvisorio senza peraltro diventare affatto di una mobilità inafferrabile. Nello stesso spirito Brunschvicg paragona certi scienziati contemporanei a un fotografo che, con la testa nascosta sotto il drappo nero, gridasse alla natura: «Attenzione! sto scattando; non muoversi più!» Si cerchi dov&#8217;è oggi, tra gli uomini che pensano per idee stabili, uno così semplificatore. Chi vuole annegare il proprio cane, dice che è arrabbiato.</p>
<p style="text-align: justify">2) Il dogma del «perpetuo divenire della scienza», che non significa, neppure questo, che la scienza debba procedere per successione di stati fissi di cui nessuno definitivo, cosa che nessuno contesta, ma per ininterrotto mutamento, sul modello della «durata», essenziale, sembra, allo spirito dello scienziato. Questa concezione è quella di molti filosofi attuali quando riconducono il divenire della scienza al fatto che essa deve modellarsi sul reale in quanto questo è incessante cambiamento, «riafferrare la realtà nella mobilità che ne è l&#8217;essenza». C&#8217;è da chiedersi che cosa sarebbero stati un Louis de Broglie o un Einstein se la loro mente fosse stata esclusivamente incessante mobilità e rifiuto di adottare qualsiasi posizione stabile. Anche in questo i nostri chierici esaltano un atteggiamento puramente passionale, che ripudia ogni ragione.</p>
<p style="text-align: justify">3) Il dogma del concetto «fluido» (Bergson, Le Roy), che non vuol dire il richiamo a un concetto sempre più differenziato, sempre più adattato alla complessità del reale, ma &#8220;l&#8217;assenza di concetto&#8221;, visto che il concetto, per quanto differenziato, sarà sempre, per il fatto di essere concetto, una cosa «rigida», incapace, per essenza, di sposare il reale nella sua mobilità. E&#8217; una posizione che non dovrebbe essere rimproverata a un Bergson o a un Le Roy, i quali, soprattutto il secondo, si presentano chiaramente come mistici. Ma che dire del «razionalista» Brunschvicg che, dall&#8217;alto della sua cattedra, annuncia a una gioventù china sotto il suo verbo un razionalismo «senza concetti»?</p>
<p style="text-align: justify">4) Il dogma secondo cui le tesi della nuova fisica segnerebbero la fine dei princìpi razionali. Questa tesi non è stata sostenuta solo da letterati e uomini di mondo, razza alla quale non è richiesto sangue freddo e che non detiene alcuna autorità nella fattispecie, ma da filosofi, nonché da scienziati in questo campo educatori patentati. E&#8217; necessario ricordare che, se la nuova fisica ha notevolmente raffinato i principi razionali &#8220;nella loro applicazione&#8221;, non li ha affatto abbandonati &#8220;nella loro natura&#8221;? che, per quanto riguarda il principio di causalità, Brunschvicg si è sentito dire, in celebri sedute della Società di Filosofia, che con il suo libro sulla &#8220;causalità fisica e l&#8217;esperienza umana&#8221; aveva dimostrato come questo principio si complica sempre più nell&#8217;uso che ne fa la scienza moderna, ma in nessun modo un cataclisma della sua essenza? che, riguardo al determinismo, un Einstein e un De Broglie dichiarano che, se la nuova fisica li costringe a correggere quanto per la loro mentalità c&#8217;era di troppo assoluto in questa idea, tuttavia nella sostanza non la respingono affatto, poiché appare loro la base di ogni atteggiamento veramente scientifico? «Non si insiste abbastanza, scrive un commentatore, del resto pieno di ammirazione per questa nuova scienza, sul fatto che la fisica indeterministica riposa sulla logica classica. Non si è mai pensato di introdurre un&#8217;imprecisione intrinseca nella logica, neppure nel nostro pensiero puro. Una simile supposizione falserebbe tutti i nostri ragionamenti». Quando L. De Broglie dichiara che lo studio della fisica nucleare potrebbe scontrarsi un giorno con i limiti di comprensione della nostra mente, vuol dire che l&#8217;uomo potrebbe essere condotto a rinunciare alla conoscenza fondata sui princìpi razionali, non che sarebbe in grado di farsi un «nuovo» spirito scientifico, il quale ignorasse quei principi. Ancora una volta ritroviamo, in certi educatori, che invitano i giovani ad avvolgere la ragione nel sudario in cui dormono gli dei morti, la volontà di insegnare ai giovani l&#8217;abbandono della ragione.</p>
<p style="text-align: justify">5) La tesi secondo cui la ragione non ammette alcun elemento fisso attraverso la storia e deve cambiare &#8220;non di comportamento ma di natura&#8221;, sotto l&#8217;azione dell&#8217;esperienza; è la tesi delle «età dell&#8217;Intelligenza» di Brunschvicg, che vuole insomma che la ragione sia sottomessa all&#8217;esperienza e alle sue vicissitudini e da queste determinata. Ogni lettore un po&#8217; avveduto ha già risposto che tale tesi è insostenibile; che la ragione, se è derivata dall&#8217;esperienza all&#8217;epoca in cui l&#8217;uomo, in lotta con l&#8217;ambiente, gettava le basi della propria natura, le è diventata trascendente quanto all&#8217;interpretazione; in altri termini, l&#8217;esperienza, nella misura in cui non è una semplice constatazione ma un arricchimento dello spirito, implica la preesistenza della ragione. «L&#8217;esperienza, è stato detto (Meyerson), è utile all&#8217;uomo solo a patto che questi ragioni» e ancora, non meno giustamente: «Non si può assolutamente imparare niente dall&#8217;esperienza se non si è stati organizzati dalla natura in maniera tale da unire il soggetto all&#8217;attributo, la causa all&#8217;effetto». Aggiungiamo che se l&#8217;esperienza credesse di provare che la ragione fallisce così come l&#8217;esercitiamo, &#8220;lo farebbe valendosene e distruggerebbe di colpo tutta la sua prova&#8221;. La ragione, dice con acume Renouvier, non proverà mai con la ragione che la ragione è giusta. Non proverà neanche che è sbagliata. Ma quello che vogliamo puntualizzare qui è la smania del chierico moderno nel negare l&#8217;esistenza di qualsiasi valore assoluto, mentre è appunto suo compito richiamarsi a tali valori, e, come fa il laico, volere che stiano tutti sul piano dell&#8217;agitazione”. (Julien Benda)</p>
<p style="text-align: justify">Queste citazioni ci portano qui:</p>
<p style="text-align: justify">“…il nostro pensiero procede teoricamente all’analisi (cinematica) del movimento, non credo proprio riesca ad immergersi (e quasi immedesimarsi) nel “flusso reale” come pensa (e spera, a mio avviso invano) Bergson (non a caso all’origine del movimentismo spontaneo anarchico alla Sorel, che è reale utopia negativa per ogni azione rivoluzionaria”. (G. La Grassa)</p>
<p style="text-align: justify">“Accettata la necessità, per l’analisi del movimento, della posizione soltanto teorica di una priorità, questa deve essere, secondo la mia opinione, lo squilibrio incessante del reale, del mondo cioè in cui siamo inseriti e agiamo. Di conseguenza, la nostra azione, se segue le più corrette modalità di svolgimento, inizia con il tentativo di stabilizzare il campo in cui si svolge. Se semplicemente pensiamo un “terreno” che continua a muoversi sotto i nostri piedi, difficilmente riusciremo a combinare qualcosa. Per tale motivo, in ogni movimento alla fin fine – malgrado tante chiacchiere sulla capacità (particolarmente sviluppata negli orientali; questo mito coltivato da tutti i mistici) di immergersi nel flusso del divenire – prevale chi ha forze organizzate; ma le forze sono organizzate proprio per agire in un campo “strutturato”, quindi stabilizzato, cioè fissato in certe sue coordinate (di supposto equilibrio). Ovviamente, tenendo conto che vi sono situazioni e periodi di tempo in cui la variabilità delle coordinate in oggetto è accentuata (come in un campo di battaglia) e i “generali”/strateghi devono essere rapidi nel mutarle con riferimento al campo e alla disposizione delle forze in campo. Uno dei mezzi di stabilizzazione è precisamente la teoria, che fissa strutture relazionali tra elementi “ritagliati” analiticamente, anche se il reale non ha struttura, va semmai pensato quale insieme di flussi e vibrazioni. Altro metodo di stabilizzazione è l’istituzionalizzazione, la creazione di apparati retti da date regole di comportamento dei corpi sociali che vi svolgono attività, e da strutture relazionali (gerarchiche) interne a questi corpi. Teoria, istituzionalizzazione, costruzione di apparati, ecc. tendono, per forza d’inerzia, alla conservazione dell’esistente; quindi si trasformano presto in strumenti di quest’ultima. Esse vengono addirittura rafforzate con successive aggiunte. Gli Istituti e apparati esistenti vengono specialmente difesi da apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della “realtà” precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale (e stabilizzante) della realtà, che non è altro invece se non il flusso delle spinte squilibranti; la teoria cerca cioè, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri”. (G. La Grassa)</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F11%2Fragione-e-divenire-a-cura-di%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/11/ragione-e-divenire-a-cura-di/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/11/ragione-e-divenire-a-cura-di/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>AFGHITALIA (traduzione in calce)</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/10/afghitalia-traduzione-in-calce/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/10/afghitalia-traduzione-in-calce/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 May 2012 05:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Campa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11436</guid>
		<description><![CDATA[  On May 1st, as people around the world were celebrating (most of them oblivious to the real reason of May Day, which began in the 1880s in Chicago for the eight-hour day), President Barack Obama travelled to Afghanistan, under the cover of darkness. The reasons for the “blitz” were to visit the American troops stationed in that country and to meet with Afghani President, Hamid Karzai. The Obama trip comes at a time of great importance for the American president.  A year ago, Obama achieved a historical milestone for his presidency with the execution of Osama Bin Laden, turning the page on a chapter in the history of the USA, the attacks of September 11. Obama took credit for the successful hunting down and elimination of America’s “greatest enemy,” and he was right to do so, especially at a crucial time for his reelection campaign, which is said to be very tough indeed, even though his opponent on the other side doesn’t generate a spark of emotion whatsoever in the minds and souls of the American people, Mitt Romney. Obama and his Administration are looking to strike another important score for his presidency, the peace and gradual disengagement of [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify" align="center"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify" align="center"> <img class="alignnone" src="https://encrypted-tbn1.google.com/images?q=tbn:ANd9GcSSlb8Es9yicJFsuwtg98NrM7Pz1h3C4-VkNn83A5V17ZXyK3Xu" alt="" width="252" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify">On May 1<sup>st</sup>, as people around the world were celebrating (most of them oblivious to the real reason of May Day, which began in the 1880s in Chicago for the eight-hour day), President Barack Obama travelled to Afghanistan, under the cover of darkness. The reasons for the “blitz” were to visit the American troops stationed in that country and to meet with Afghani President, Hamid Karzai. The Obama trip comes at a time of great importance for the American president.  A year ago, Obama achieved a historical milestone for his presidency with the execution of Osama Bin Laden, turning the page on a chapter in the history of the USA, the attacks of September 11.</p>
<p style="text-align: justify">Obama took credit for the successful hunting down and elimination of America’s “greatest enemy,” and he was right to do so, especially at a crucial time for his reelection campaign, which is said to be very tough indeed, even though his opponent on the other side doesn’t generate a spark of emotion whatsoever in the minds and souls of the American people, Mitt Romney.</p>
<p style="text-align: justify">Obama and his Administration are looking to strike another important score for his presidency, the peace and gradual disengagement of the US military from Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify">A new strategic pact was signed between Obama and Afghani President Karzai.  During the ceremony, Obama praised Karzai for his courage and determination. The Obama Administration recognized the difficult predicament in which the Afghani president is forced to operate.  Karzai has the task of trying to achieve a successful transition into a more broad and stable governmental coalition which includes the Taliban as well.  Even though, immediately after the Obama visit and the signing of the pact between the two presidents, several bombs were detonated in Afghanistan by a radical splinter of the Taliban group, the negotiations with the leaders of the Taliban continues and according to some inside sources, the talks have made “great progress.”  I attribute the apparent success of the negotiations with the Taliban to the power of promises.  The more Obama is promising to the Taliban, the more chances there are to succeed in quelling the Students of Islam and despite the denial of the Obama administration, as they say; money talks…</p>
<p style="text-align: justify">But money alone and promises of some kind of administrative role in a future Afghani government for the Taliban, does not take away from the negotiating skills and toughness of Karzai.  In the last two years, Karzai has been able to assert some kind of authority over the USA and the West.  Karzai’s logic and arguments have been simple; as long as the American and the foreign military entities are present in the Afghani territory, the more difficult is the job of managing the multi-fractured Afghani society.</p>
<p style="text-align: justify">In honesty, Karzai’s efforts have been aided by the incidents that have taken place in the last few months, from the Sgt. Bale rampage to the pictures of dead insurgents’ bodies mocked by the American soldiers; these incidents have accelerated the decision to sign the pact for the withdrawal of foreign military entities from Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify">Enraged by these incidents, on many occasions Karzai has expressed his “displeasure” towards the presence of American and western militaries in Afghanistan.  In the last two years, Karzai has grown increasingly irritable towards the USA.  He must have looked at the Italian politicians after the tragedy of the Cermis and the killing of Nicola Calipari and done exactly the opposite…</p>
<p style="text-align: justify">The signing of this important pact between Karzai and Obama is the apex of a new chapter in the relations between the two countries; relations that, according to Karzai, will be of “mutual respect,” a respect which he has demanded and obtained from Obama.  The pact calls for the withdrawal of all foreign troops and the closure of all foreign military bases in Afghanistan by 2014, with the sole exception of training and intelligence units.  The results will be that no foreign combat units will be stepping onto Afghani soil. The pact also bans the American or any other foreign army from using Afghanistan as a launching pad for operations of aggression against other sovereign nations, although this agreement is easily circumvented by arguing that military operations against single terrorist or terrorist groups would not be considered necessarily against a “sovereign state.”  And that is exactly the reasoning the Obama Administration used a year ago to justify the incursion that started in Afghanistan and ended deep into Pakistani territory to kill Osama Bin Laden.   At that time, the Pakistani government and Karzai expressed their concerns for the violation of their sovereignty by the Americans.  In response the Obama Administration stated that due to the secrecy of the operation they could not disclose to either government the raid into Pakistan.  There were and still are valid concerns by the USA regarding the magnitude of the infiltration of radical elements into both governments, which could have jeopardized the operation.  Karzai  must have looked at the Italian politicians after the NATO raids into Serbia and Libya, that used Italian territory as launching pad, and done exactly the opposite…</p>
<p style="text-align: justify">Obama has told the American people that he now sees the light at the end of the tunnel and the withdrawal from Afghanistan is a reasonable deal for both the USA and Afghani government.  Reflecting on the idea that by 2014 Afghanistan will be mostly free of foreign soldiers and bases, makes me think of Italy.  Karzai must have looked at the Italian politicians, the 11,000 plus foreign soldiers present on the peninsula, the 100 plus foreign military installations present on the Italian soil, and done exactly the opposite…</p>
<p style="text-align: justify">69 years since September 8, and 67 years since the end of WWII, the sharp contrast with Afghanistan is evident; we are still slaves of the American and European military and financial establishment…</p>
<p style="text-align: justify">Some experts say that once the foreign troops have completed their withdrawal from Afghanistan, the Asian country will fall into chaos and destabilization.  Perhaps that’s true, but perhaps it is not.  One thing is for sure, the dilemma is not if Karzai succeeds or if Afghanistan survives; the important thing is that Afghanistan will be in charge of its own destiny.</p>
<p style="text-align: justify">Giving credit to Obama, he has done the right thing in looking ahead to the future by closing a painful chapter in the American history and by signing a respectful treaty with Afghanistan, who was dealt with more as an equal then as a vassal.  Karzai must have looked at the Italian history of the last seven decades and done exactly the opposite… He did not need to whisper anything into Obama’s ears…</p>
<p style="text-align: justify"> A spineless Italian political class and a community of citizens that has bought into anything that was sold to them without raising any objections, has kept Italy in a perennial state of submission to the political, financial and military foreign lords. Italy is a country without a present and facing an uncertain future. Perhaps the solution may be to form a new political party; we could call it AfghItalia and ask Karzai to run as the next Italian prime minister.  Desperate times call for desperate measures…</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center" align="center"><strong>AFGHITALIA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il 1 ° maggio, mentre la gente in tante parti del mondo festeggiava (la maggior parte di loro immemore del  vero motivo della celebrazione del Primo Maggio, iniziata nel 1880 a Chicago con la lotta per le otto ore lavorative), il presidente Barack Obama si recava in Afghanistan, con la copertura delle tenebre.  Le ragioni del &#8220;blitz&#8221; sono state principalmente la visita alle truppe americane di stanza in quel paese e l’incontro con il presidente afghano, Hamid Karzai. Il viaggio arriva in un momento di  cruciale importanza per il presidente americano. Un anno fa, Obama ha conseguito un obbiettivo significativo per la sua presidenza con l&#8217;esecuzione di Osama Bin Laden, girando la pagina su di un buio capitolo della storia degli Stati Uniti: gli attentati dell&#8217;11 settembre.</p>
<p style="text-align: justify">Obama si è attribuito il merito dell&#8217;eliminazione &#8220;del più grande nemico&#8221; dell’ America, soprattutto in un momento cruciale per la sua campagna elettorale  che si prevede alquanto difficile nonostante dall&#8217;altra sponda il suo avversario, Mitt Romney, non riesca a generare nemmeno un mimino di scintilla emotiva nelle menti e nell’animo del popolo americano.</p>
<p style="text-align: justify">Obama e la sua Amministrazione stanno provando a portare a compimento un altro colpo importante per la corsa alla Casa Bianca; la pace e il progressivo disimpegno delle forze armate statunitensi dall&#8217;Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify">Un nuovo patto strategico è stato siglato tra Obama e il presidente afghano Karzai. Durante la cerimonia, Obama ha elogiato Karzai per il suo coraggio e la sua determinazione. L&#8217;amministrazione Obama ha riconosciuto la situazione difficile in cui il presidente afghano è costretto ad operare. Karzai ha il compito di trasformare in una coalizione più ampia e stabile il proprio governo Afghano con l’inclusione anche dei Talebani.</p>
<p style="text-align: justify">Anche se subito dopo la visita di Obama e la firma del patto tra i due presidenti, alcune bombe sono state fatte esplodere in Afghanistan da una scheggia radicale appartenente ai Talebani, i negoziati con i loro leader  continuano  e secondo alcune fonti interne, i  colloqui hanno fatto &#8220;grandi progressi&#8221;.  Attribuisco l&#8217;apparente successo dei negoziati con i Talebani al potere delle promesse.  Più Obama promette ai Talebani, piu` crescono le probabilità di riuscire a sedare “gli studenti dell&#8217;Islam”  nonostante la smentita dell&#8217;amministrazione Obama; il denaro parla &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Ma il denaro da solo e le promesse fatte ai Talebani di un qualche ruolo amministrativo in un futuro governo afgano, non  tolgono  nulla alle capacità di negoziazione e fermezza di Karzai. Negli ultimi due anni Karzai ha saputo far valere un minimo di autorità sugli Stati Uniti e l&#8217;Occidente; non male per uno come Karzai che aveva cominciato come un  pupazzo dell’occidente. La logica di Karzai e gli argomenti usati sono stati semplici; finché gli americani e le forze militari straniere rimangono presenti sul territorio afghano, sarà più difficile il compito di gestire la multi-frammentata società afgana.</p>
<p style="text-align: justify">In tutta onestà, gli sforzi di Karzai sono stati facilitati dagli incidenti che hanno avuto luogo negli ultimi mesi; dalla furia omicida del Sergente Bale, alle immagini dei corpi dei ribelli afghani morti, derisi dai soldati americani. Questi eventi hanno accelerato la decisione di firmare il patto per il ritiro delle forze militari straniere dall&#8217;Afghanistan.</p>
<p>Usando accortamente questi incidenti, in molte occasioni, un infuriato (diplomaticamnte parlando) Karzai ha espresso il suo &#8220;disappunto&#8221; verso la presenza di militari americani e occidentali in Afghanistan. Negli ultimi due anni, l’atteggiamento di Karzai è divenuta sempre più irritato verso gli USA. Karzai  deve aver fatto tesoro del comportamnto dei politici italiani dopo la tragedia del Cermis e l&#8217;uccisione di Nicola Calipari e fare semplicemente l’opposto &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">La firma di questo importante patto tra Karzai e Obama è l&#8217;apice di un nuovo capitolo nelle relazioni tra i due paesi;  relazioni che, secondo Karzai, saranno di &#8220;rispetto reciproco&#8221;, un rispetto che lui ha chiesto e ottenuto da Obama . Il patto chiede il ritiro di tutte le truppe e la chiusura di tutte le basi militari straniere in Afghanistan entro il 2014, con la sola eccezione per le unità di addestramento e di  intelligence. Il  risultato sara` che nessuna unità di combattimento straniera rimarra` sul suolo afgano. Il patto vieta sia all’esercito americano che a qualsiasi altro esercito straniero di usare l&#8217;Afghanistan come un trampolino di lancio per le operazioni di aggressione verso altre nazioni sovrane.  C’è  da dire però che questa clausola dell’ accordo può essere facilmente elusa  sostenendo che le operazioni militari contro un gruppo o singoli terroristi non sarebbero considerate necessariamente contro una &#8220;nazione sovrana.&#8221; E questo è esattamente il ragionamento che l&#8217;amministrazione Obama ha utilizzato un anno fa per giustificare l&#8217;incursione iniziata in Afghanistan è conclusasi dentro il territorio pachistano con l’uccisione di Osama Bin Laden. A quel tempo, il governo pakistano e Karzai espressero il loro disappunto per la violazione della loro sovranità da parte degli americani. In risposta l&#8217;amministrazione Obama dichiarò che, a causa della segretezza delle operazioni, non potevano comunicare ai singoli governi interessati il raid contro Bin Laden. C’erano e ci sono tuttora valide preoccupazioni da parte degli USA per quanto riguarda la rilevanza della infiltrazione di elementi radicali in entrambi i governi, cosa che avrebbe potuto compromettere l&#8217;operazione. Karzai deve aver fatto tesoro del comportamento dei politici italiani dopo i raid della Nato in Serbia e  Libia che consentirono l’utilizzo del territorio italiano come rampa di lancio, e fare semplicemente l’opposto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Obama ha detto agli americani che ora vede la luce alla fine del tunnel e il ritiro dall&#8217;Afghanistan è una soluzione ragionevole sia per gli Stati Uniti che per il governo afgano. Riflettendo sull&#8217;idea che entro il 2014 l&#8217;Afghanistan sarà in gran parte privo di soldati e basi straniere,  penso invece all&#8217;Italia. Karzai deve aver fatto tesoro del comportamento dei politici italiani, visto i più di 11.000 soldati stranieri presenti nella penisola, gli oltre 100 impianti militari stranieri presenti sul suolo italiano, e fare semplicemente l’opposto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify">69 anni dopo l&#8217;8 settembre e 67 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il forte contrasto con l&#8217;Afghanistan è evidente. Noi siamo ancora schiavi del potere americano ed europeo sia militare che finanziario.</p>
<p style="text-align: justify">Alcuni esperti dicono che una volta che le truppe straniere avranno completato il loro ritiro dall&#8217;Afghanistan, il paese asiatico cadrà nel caos e nella destabilizzazione. Forse è vero, ma forse no. Una cosa è certa, il dilemma non è se Karzai avrà successo o se l&#8217;Afghanistan sopravviverà; piuttosto è che l&#8217;Afghanistan sarà responsabile del proprio destino.</p>
<p style="text-align: justify">Malgrado tutto, devo dare credito a Obama il quale ha fatto la cosa giusta nel guardare avanti nel futuro con la chiusura , come già detto, di un capitolo doloroso nella storia americana e con la firma di un trattato rispettoso nei confronti dell&#8217;Afghanistan, trattato più su un piano equo che di vassallaggio. Karzai deve aver fatto tesoro del comportamento dei politici italiani,  della storia italiana degli ultimi sette decenni e fare semplicemente l’opposto&#8230; Karzai non ha avuto certo bisogno di sussurrare nelle orecchie di Obama &#8230;</p>
<p style="text-align: justify">Una scandalosa classe politica italiana e una comunità di cittadini che ha creduto ciecamente (salvo in rare occasioni) a tutte le fandonie loro raccontate e spiegate senza sollevare obiezioni, ha mantenuto l&#8217;Italia in uno stato perenne di sottomissione ai signori politici, finanziari e militari stranieri. L&#8217;Italia è un paese senza un presente e con un futuro  a dir poco incerto.  Forse la soluzione potrebbe essere quella di formare un nuovo partito politico; lo potremmo chiamare  AfghItalia e chiedere a Karzai di candidarsi come il prossimo primo ministro italiano. Tempi disperati richiedono misure disperate &#8230;</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F10%2Fafghitalia-traduzione-in-calce%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/10/afghitalia-traduzione-in-calce/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/10/afghitalia-traduzione-in-calce/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>BEN SEPOLTO MARX!</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/09/ben-sepolto-marx/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/09/ben-sepolto-marx/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11425</guid>
		<description><![CDATA[S’avanza uno strano intellettuale profeta, un nouveau philosophe de l’humanitè, il quale dice di voler recuperare l’uomo alla sue potenzialità antropologiche, alla sua entità naturale generica alterata dall’alienazione capitalistica che ha trasformato le sue imperiture caratteristiche ontologiche in utilità di mercato e in mercanzia deperibile. E si badi bene, non sono i rapporti sociali tra gli individui ad essere cosificati a causa  dell’affermarsi di  uno storicamente specifico modo di produzione fondato sullo scambio e sul lavoro salariato (e di conseguenza sul mercato) ma, direttamente, è la loro natura di esseri viventi ad essere divenuta merce, con terribili conseguenze disantropomorfizzanti e disumanizzanti per tutta la specie. Come costoro possano derivare dal mero fatto che i lavoratori siano costretti dal meccanismo capitalistico a produrre non per se stessi ma per il Capitale l’alienazione delle proprie intime qualità personali non è dato saperlo. E non sanno nemmeno spiegarlo ma soltanto apoditticamente affermarlo con dotte circonlocuzioni senza fondamento scientifico. Da tanta furia dileguativa è chiaro che emergano obbrobri confusionari come questi: &#8220;Massima alienazione dell&#8217;uomo rispetto alle proprie potenzialità ontologiche, l&#8217;odierno monoteismo del mercato è la prima società in cui regna sovrano il principio metafisico dell&#8217;illimitatezza, il &#8220;cattivo infinito&#8221; della norma dell&#8217;accumulazione smisurata del profitto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">S’avanza uno strano intellettuale profeta, <em>un nouveau philosophe de l’humanitè, </em>il quale dice di voler recuperare l’uomo alla sue potenzialità antropologiche, alla sua entità naturale generica alterata dall’alienazione capitalistica che ha trasformato le sue imperiture caratteristiche ontologiche in utilità di mercato e in mercanzia deperibile. E si badi bene, non sono i rapporti sociali tra gli individui ad essere cosificati a causa  dell’affermarsi di  uno storicamente specifico modo di produzione fondato sullo scambio e sul lavoro salariato (e di conseguenza sul mercato) ma, direttamente, è la loro natura di esseri viventi ad essere divenuta merce, con terribili conseguenze disantropomorfizzanti e disumanizzanti per tutta la specie. Come costoro possano derivare dal mero fatto che i lavoratori siano costretti dal meccanismo capitalistico a produrre non per se stessi ma per il Capitale l’alienazione delle proprie intime qualità personali non è dato saperlo. E non sanno nemmeno spiegarlo ma soltanto apoditticamente affermarlo con dotte circonlocuzioni senza fondamento scientifico. Da tanta furia dileguativa è chiaro che emergano obbrobri confusionari come questi: <em>&#8220;<strong>Massima alienazione dell&#8217;uomo </strong>rispetto alle proprie potenzialità ontologiche, <strong>l&#8217;odierno monoteismo del mercato </strong>è la prima società in cui <strong>regna sovrano il principio metafisico dell&#8217;illimitatezza</strong>, il &#8220;cattivo infinito&#8221; della norma dell&#8217;accumulazione smisurata del profitto a scapito della vita umana e del pianeta. In questo scenario, <strong>la filosofia resta il luogo del rischio assoluto</strong>: infatti, essa è il luogo della possibile resistenza al nichilismo della forma merce e, insieme, della sua eventuale legittimazione in stile postmoderno”</em> (Diego Fusaro, allievo di molti nostri conoscenti).  Questa letteratura d’evasione, effettivamente, sta producendo qualche risultato, non per l’umanità intera ed i suoi destini ma per i citati pensatori pubblicati a tutto spiano dalle grandi e medie case editrici di “regime”, le quali, non rendendosi conto di avere tra le le mani materiale altamente esplosivo dal punto di vista sociale, forse persino sovversivo, pensano soltanto ai loro profitti immediati mettendo a repentaglio il sistema che li nutre. Ma il sistema che nutre gli editori è lo stesso che sazia i professori universitari e i loro assistenti che dissimulano una certaqualavversione contro il potere costituito con una certaqualkultura molto redditizia. Questi cattedratici inquieti, più economicamente che socialmente, scrivono o fanno compilare ai propri assistenti tali saggi ultrarivoluzionari che il comparto editoriale accetta a scatola chiusa, poiché è sicuro di piazzare il prodotto con più rapidità, funzionando le reti accademiche e relazionali di questi maestri della chiacchiera meglio di qualsiasi catena distributiva del settore librario. Quel che è intollerabile però è che siffatti soldati della socialcatena umanistica ed umanitaria tirino in ballo Marx per ragioni di marketing ed incremento delle vendite all’esterno dell’Università. Ovviamente, il pensatore di Treviri finisce soprattutto sulle copertine dei loro volumi, come un brand di grido dal 1844 (Manoscritti economico-filosofici del 1844, la loro collezione di moda preferita), come una griffe che attira gli aficionados, anche se poi dentro il tomo, nei contenuti e nelle analisi, di Marx non vi è nulla salvo qualche citazione estrapolata dal contesto al fine di giustificare postulati premeditati e mai dimostrati: Bentornato Marx, Benvenuto Marx, Benarrivato Marx.  E voilà Marx sepolto per sempre dai becchini laureati che gli fanno il funerale filosofico per poterne disperderne le ceneri affinché di lui e del suo pensiero non resti più nulla.  Quod non fecerunt Barbari fecerunt Baroncini. Se il mattino ha l’oro in bocca (Aurora aurum in ore habet) il filosofo, invece, ha l’Uomo in bocca; in ogni caso, tendendo fede al detto latino, si tratta di affari e del momento storico migliore per concluderli. Adesso è il loro momento e filosofastri e loro discepoli giovanastri non si fanno scrupoli nel cavalcare questa “vieux nouvelle vague”. Li ammiro e li invidio per la furbizia che porta loro fama e denaro ma li detesto per il tono pauperistico e solidaristico che si danno, quali finti francescani naturalistici ed umanistici svestiti esclusivamente di pudore. Come ha scritto La Grassa nel suo Panorama Teorico (http://www.conflittiestrategie.it/2011/03/11/un-panorama-teorico-di-g-la-grassa/): “’L’elucubrazione filosofica intorno ai destini dell’uomo (la sua alienazione o altre sviolinate del genere) sono totalmente al di fuori della possibilità di afferrare lo sfruttamento nella sua assunzione scientifica (per via di astrazione); che può (anzi oggi deve) essere contestata e superata, ma sul suo terreno. Il filosofo può solo rendere il marxismo una dottrina salvifica per il “povero” in cerca di “riscatto sociale o morale” o …..che so io; dove però si tratta semplicemente del riscatto del filosofo sperso nell’ambito di una scienza per la cui comprensione non possiede i mezzi mentali. In questo senso è lui l’unico alienato della situazione. Il filosofo, come lo storico empirico, hanno annientato non semplicemente il marxismo, ma la stessa possibilità di superarlo in direzione di una “nuova scienza”. Hanno semplicemente cancellato Marx dalla storia della scienza per riscoprirlo o come economista di second’ordine (seguace dei classici) o quale elucubrante un po’ ossessivo intorno a questioni morali o relative alla perdizione dell’uomo nei meandri della modernità capitalistica. Povero Marx, in mano a simili dilettanti e sfasciatori di pensieri scientifici innovativi”.</p>
<p style="text-align: justify">A lorsignori, educande del pensiero edulcorato e forbito, questo linguaggio diretto non piacerà per niente, ma per noi vale sempre di più una brutta verità (minuscolo, mi raccomando) sbattuta in faccia per liberare dall&#8217;idiozia rispetto ad una menzogna consolante che accarezza per incatenare definitivamente.</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F09%2Fben-sepolto-marx%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/09/ben-sepolto-marx/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/09/ben-sepolto-marx/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>30</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>BREVISSIMA ANALISI DEL VOTO</title>
		<link>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/08/analisi-del-voto/</link>
		<comments>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/08/analisi-del-voto/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 May 2012 15:10:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Petrosillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dal blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.conflittiestrategie.it/?p=11416</guid>
		<description><![CDATA[Analisi del voto: 1)paralisi generale del senno di tutti i leader politici che per non guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia da soli farfugliano parole prive di senso sulla disaffezione degli elettori provocata dalla crisi economica internazionale penalizzante le forze di sistema; 2)perdita di sonno degli stessi capataz di partito i quali, evidentemente, credevano di poterla fare ancora franca, nonostante la situazione da salto nell’abisso in cui hanno messo la nazione, con le loro ricette studiate a Washington e cucinate a Bruxelles. Da un lato Berlusconi che da Mosca, inebriato dalla parata putiniana,  finge di non vedere la disfatta nella sua Casa delle licenziosità, lasciando in bocca ai le(n)oni il suo povero pupillo Alfano, anzitempo impalmato segretario senza il consenso dei progenitori del PDL, i quali non avendo mai palpitato per lui ora lo vorrebbero vedere già impalato. Dall’altro Bersani che, invece, canta vittoria mentre si trova assediato da un comico e dai suoi giovani aiutanti travestiti da persone serie i quali però, appena aprono bocca, tradiscono l’istinto per la boutade e le barzellette apprese dal loro maestro scalmanato. Costoro pur abbassando la politica all&#8217;altezza dello sfintere si sentono moralmente più elevati, avendo studiato alla scuola moralistica genovese dell’anticonformismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Analisi del voto: 1)paralisi generale del senno di tutti i leader politici che per non guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia da soli farfugliano parole prive di senso sulla disaffezione degli elettori provocata dalla crisi economica internazionale penalizzante le forze di sistema; 2)perdita di sonno degli stessi capataz di partito i quali, evidentemente, credevano di poterla fare ancora franca, nonostante la situazione da salto nell’abisso in cui hanno messo la nazione, con le loro ricette studiate a Washington e cucinate a Bruxelles. Da un lato Berlusconi che da Mosca, inebriato dalla parata putiniana,  finge di non vedere la disfatta nella sua Casa delle licenziosità, lasciando in bocca ai le(n)oni il suo povero pupillo Alfano, anzitempo impalmato segretario senza il consenso dei progenitori del PDL, i quali non avendo mai palpitato per lui ora lo vorrebbero vedere già impalato. Dall’altro Bersani che, invece, canta vittoria mentre si trova assediato da un comico e dai suoi giovani aiutanti travestiti da persone serie i quali però, appena aprono bocca, tradiscono l’istinto per la boutade e le barzellette apprese dal loro maestro scalmanato. Costoro pur abbassando la politica all&#8217;altezza dello sfintere si sentono moralmente più elevati, avendo studiato alla scuola moralistica genovese dell’anticonformismo qualunquistico del vaffanculo a tutto e del fuori dai coglioni quello che resta, tranne loro che ovviamente sono bravi, buoni e cazzuti. Il movimento delle Cinque Stelle provoca il gran giramento delle due palle, incarnando alla perfezione lo spirito-so di questi tempi tragici, sempre per merito di quegli illustri cazzoni afflosciati dei partiti i quali sanno esclusivamente ruttare sentenze europee e flatulenze fiscali ma mai proporre qualcosa di profondo e coscienzioso che non venga direttamente dal loro culo. Tuttavia, se con i sobri uomini delle istituzioni, accoppiati ai tecnici funesti, ci si piangeva addosso, con i grillini si potrà al massimo ridere di noi stessi che con tutta questa arrabbiatura siamo stati capaci  di produrre una invasione di ortotteri mentre nel resto d’Europa si agitano spettri ben più cattivi degli insetti parlanti.  Sarebbe stata meglio una più larga astensione, con discredito di ogni formazione politica, dagli impettiti portatori nostrani della croce comunitaria che se l’addossano a costo zero per scaricarla a prezzi inestinguibili sugli italiani, ai giullari antipalazzo, i quali essendo degli umoristi fanno il loro lavoro cavalcando gli umori e montando qualsiasi paura collettiva, dal nucleare all&#8217;inceneritore, per riportarci in un baleno ai tempi di Collodi. Siamo circondati da pinocchidi di varie stature per questo, appena ci muoviamo, qualcosa ci finisce sempre da qualche parte, o negli occhi o nel sedere. Povera Italia di dolore ostello che hai ceduto sovranità per questo bordello!</p>
<p class='fb-like'><iframe src='http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2F2012%2F05%2F08%2Fanalisi-del-voto%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=65&amp;font=lucida+grande' scrolling='no' frameborder='0' allowTransparency='true' style='border:none; overflow:hidden; width:450px; height:65px'></iframe></p><fb:share-button href="http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/08/analisi-del-voto/" type="icon_link"></fb:share-button>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/08/analisi-del-voto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>61</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

