LA CRISI DEL MARXISMO E DEI MARXISTI

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Quando nelle scienze sociali si giunge a parlare di crisi è perché, dinanzi ad esse, si aprono problemi di natura teorica che non possono essere affrontati con le categorie concettuali a disposizione o con strumenti e paradigmi consolidati.
Le prime e i secondi, difatti, a seguito di grandi mutamenti epocali, possono risultare insufficienti o inadeguati alla nuova situazione, tanto da far traballare l’intero apparato teoretico sul quale la stessa teoria si era, fino a quel momento, fondata.
In casi come questi, come dice Althusser, si può parlare sia “di una contraddizione tra il problema nuovo e i mezzi teorici esistenti, sia (e) di uno smembramento dell’edificio teorico nella sua totalità”.
Se pensiamo alla lunga crisi del marxismo e a quella delle sue categorie principali (vedi il conflitto Capitale versus Lavoro o la formazione di quella soggettività integrata manager-giornalieri all’interno del processo produttivo, definita da Marx con l’espressione inglese di General Intellect, mai venuta ad evidenza) ci rendiamo subito conto di trovarci pienamente entro questa seconda descrizione, impietosa (ma il nostro compito non è certo quello di raccontar(ci) storie), eppur aderente alla realtà dei tempi.
Prima ammettiamo che tale sistema teorico generale (quello marxiano e quello marxista, derivante dal primo) è divenuto disfunzionale e non più adatto a comprendere il mondo che ci circonda, e più speditamente potremo rimetterci al lavoro (scientifico) per ri-costruire, su basi del tutto rinnovate, un edificio teorico meno ineffettuale di quello attuale.
Althusser ha passato in rassegna (e sottoposto a critica) gli atteggiamenti degli scienziati di fronte ad una “crisi” che può colpire l’ oggetto teorico della loro disciplina e le reazioni “psico-ideologiche” con le quali questi rispondono alla “tensione” teorica che stravolge la validità delle loro stesse teorie in seguito a cambiamenti profondi.
Egli si rivolge precipuamente agli scienziati che si occupano di scienze fisiche ma non si corre alcun rischio se proviamo ad applicare tali analisi anche all’ambito delle scienze sociali ed in primo luogo al marxismo. In questa disamina è in ballo il ruolo della filosofia, alla quale Althusser assegna un compito tutt’altro che secondario.
Ma sentiamo direttamente dalla parole di Althusser: ‘…in che modo gli scienziati vivono queste crisi? Quali sono le reazioni? In quale modo esse si esprimono coscientemente, attraverso quali parole, attraverso quali discorsi? Come si comportano gli scienziati davanti a queste “crisi che fanno a pezzi la scienza”? Si possono notare tre tipi di reazioni. Prima reazione. E’ quella degli scienziati che mantengono la mente lucida e affrontano i problemi della scienza senza uscire dalla scienza. Si dibattono come possono tra le difficoltà scientifiche e tentano di risolverle. Al momento del bisogno, accettano di non vederci chiaro, e accettano di avanzare nell’oscurità. Essi non perdono coraggio. La “crisi”, a loro parere, non è una “crisi della scienza”, che mette in discussione la scienza: è tutt’al più un episodio e una prova.
Seconda reazione. Specularmente ad essi, all’altra estremità, si vede un’altra razza di scienziati perdere la testa. La “crisi” li coglie così da vicino, così disarmati, oppure, anche senza saperlo, così prevenuti e così improvvisamente turbati nelle loro convinzioni, che tutto cede sotto di loro e , nella loro confusione, giungono a mettere in discussione non solo tale concetto o tale altra teoria scientifica per rettificarli o rifondarli ma mettono in discussione la validità della loro stessa pratica: il “valore della scienza”! Anziché aggrapparsi saldamente al campo della scienza, per affrontarvi i suoi problemi inediti e sorprendenti, e persino sconcertanti, passano “sull’altro versante”, escono dal dominio
della scienza, e lo considerano dall’esterno: è allora dall’esterno che pronunciano il giudizio di “crisi”, e la parola sulle loro labbra non ha più lo stesso significato che aveva in precedenza. Prima, “crisi” voleva praticamente dire: difficoltà di crescita, segni, fossero anche “critici”, di una rifondazione scientifica in fieri. Ora, “crisi” vuol dire: smembramento della scienza a partire dai propri principi di scienza, fragilità della disciplina, meglio ancora, precarietà radicale di ogni conoscenza scientifica possibile come impresa umana, come l’essere umano limitata, finita ed errante. Allora, questi scienziati si mettono a fare filosofia…il loro modo di “vivere” la crisi, è di divenire i “filosofi”, per sfruttarla. Poiché non fanno una filosofia qualsiasi. Soprattutto se credono di inventarla, non fanno altro che riprendere, come possono, le briciole e il ritornello del vecchio motivo filosofico spiritualista, che da sempre aspetta al varco le difficoltà de “la” scienza per sfruttare le sue sconfitte, per perseguitarla e chiuderla nei propri “ confini” come altrettante prove della vanità umana, che dal fondo del suo nulla, rende allo Spirito l’omaggio delle proprie sconfitte come espiazione… E’ necessario sapere che in filosofia esiste tutta una tradizione che vive solo dello sfruttamento ideologico delle sofferenze umane, dei malati e dei cadaveri, della pace, dei cataclismi e delle guerre e si precipita su tutte le crisi, anche quando esse sconvolgono le scienze…
Terza reazione. …resta una terza razza di scienziati. Anch’essi si mettono a fare filosofia. Anch’essi “vivono” la “crisi” non come la contraddizione di un processo di rifondazione e di crescita della teoria e della pratica scientifica, ma come una “questione” filosofica. Anch’essi escono dal campo della scienza e, dall’esterno pongono alla scienza “questioni” filosofiche circa le condizioni di validità della sua pratica e dei suoi risultati: sui suoi fondamenti e sui suoi titoli. Ma non si recano, come gli altri, a deporre l’omaggio del loro insuccesso sui gradini del Tempio. Non incriminano tanto la scienza e le sue pratiche, quanto le idee filosofiche “ingenue” all’interno delle quali scoprono di essere vissuti fino a quel momento. Riconoscono in definitiva che la crisi li ha fatti uscire dal loro “dogmatismo”: o meglio riconoscono, dopo aver accusato il colpo, una volta risvegliati alla filosofia, di aver sempre ospitato all’interno, come scienziati, un filosofo che sonnecchia. Ma si rivoltano contro la filosofia di quel filosofo, dichiarandola “dogmatica”, “meccanicistica”, “ingenua” e, per dirla tutta, “materialista”, in breve la condannano come una cattiva filosofia della scienza e, conseguentemente, iniziano a dare alla scienza la filosofia che le manca: la buona filosofia della scienza. A loro parere, la crisi è nella scienza l’effetto della cattiva filosofia degli scienziati, che, fino ad essi, ha regnato sulla scienza… anche questi scienziati escono dal campo della scienza. Per noi, è così. Ma per loro, no. Secondo il loro parere rimangono nella scienza, che non rinnegano. Meglio, invocano l’esperienza della propria pratica scientifica, la propria esperienza della “esperienza” scientifica, invocano le proprie conoscenze scientifiche, ed è all’interno della scienza che pretendono di parlare della scienza, che si mettono a fabbricare con argomenti scientifici, presi a prestito dalle scienze… questa buona filosofia della scienza di cui la scienza avrebbe bisogno’.
Contro quest’ultima variante di scienziati che reagiscono alla crisi fabbricando una filosofia non dogmatica, dall’interno del campo scientifico stesso (o come almeno essi credono di fare), si oppose con tutte le forze Lenin, il quale, in Materialismo ed empiriocriticismo, mise alle corde i vari Mach, Avenarius, Bogdanov ecc. ecc., mostrando, con le armi del materialismo e di una “giusta” filosofia, quanto questi stessero seguendo passivamente (al di là delle effettive intenzioni), un “vento” ideologico favorevole e una “corrente” filosofica dominante (nel senso di alimentata dalle classi dominanti) che voleva rimettere in causa le
tendenze materialistiche per disconoscerne i presupposti e depotenziare la capacità di lettura dei fenomeni sociali.
Se caliamo questa disamina all’oggi vediamo che, nell’attuale fase di disfacimento dell’impianto teorico marxista (la crisi è ormai alle spalle ed ha praticamente fatto macerie delle vecchie certezze), queste tendenze filosofiche ambigue e falsamente innovative nella scienza, del secondo e del terzo tipo, hanno impropriamente occupato la scena del conflitto teorico, non per liberare dei passaggi ma per neutralizzare la ripresa di una critica scientifica vera e propria.
Ciò non significa di sicuro che ogni filosofia è in sé negativa. Difatti è ancora Althusser a sostenere che la filosofia dovrebbe soprattutto: “tracciare linee di demarcazione adatte a liberare il cammino a una posizione giusta dei problemi della “crisi” sbloccando certe situazioni d’impasse teorico”. E’ quello che, in effetti, fa Lenin quando si scontra con le tendenze idealistiche dominanti del suo tempo e con i cedimenti di chi, pur ispirandosi al marxismo, subisce l’incantamento dell’ideologia dominante che si presenta sotto mentite spoglie (ed agendo sempre alle spalle dei teorici che si credono immuni da detto condizionamento).
Diciamo, che dal punto di vista di Althusser e di Lenin, non ci spiacerebbe affatto avere nuovamente a che fare con una filosofia (e con dei filosofi) che si ponesse come compito principale quello di “liberare la strada” alla scienza, legando, se possibile, la lotta filosofica a quella politica. Questo dovrebbe sgombrare il campo da certe allusioni che vengono fatte nei nostri confronti e nei confronti della stessa teoria lagrassiana. Noi non siamo preconcettualmente contro la filosofia, ma siamo contro quel modo di fare filosofia che concede troppo all’ideologia dominante e che “sorvola” passivamente il terreno delle contraddizioni e dei conflitti teorici e sociali perché sempre troppo presa dalle grandi Verità sull’ESSERE e sull’UOMO. Certo con quest’ultime è molto più difficile sbagliare o “sporcarsi” le mani.