LA VERA NATURA DELLA CRISI MONDIALE

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Sono passati ormai undici anni dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2007 che diede avvio al lungo periodo di crisi giunto sino ai nostri giorni. Fummo tra i primi a dire che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era eminentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti delle varie scuole della triste scienza minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con i dovuti correttivi regolativi, comprese iniezioni di moralità a operatori e mercati) o allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema) noi ipotizzammo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello principiato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza però che i più gravi problemi strutturali degli assetti mondiali fossero definitivamente sciolti. A quello provvidero le guerre mondiali del secolo successivo che misero fine al predominio inglese sul mondo e ci restituirono dei rapporti di forza polarizzati tra due campi contrapposti: con la supremazia Usa nel quadrante occidentale e dell’Urss in quello orientale. Tutti gli scienziati che sbagliarono allora continuano a dispensare consigli oggi, sicuri che siano le loro ricette tecniche a poterci portare fuori dal guado. Ma la insormontabile diatriba tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, sponsor della mano invisibile, ed oppositori “della domanda”, sostenuta dall’interventismo statale, continua a non portare a nulla poiché questa crisi non è da offerta e nemmeno da domanda. Gianfranco La Grassa lo scriveva già nel 2009:

“Chi si atterrà solo al dato economico, credo capirà poco o nulla dell’epoca in corso…Dobbiamo lasciar perdere le prime (e primitive) impressioni che si ricavano dai dati economici. Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi “opulenti”. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle “alleanze” o “blocchi sociali”), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti. C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta “in basso” e la possibile ascesa di “avventuristi” che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale…va lasciata da parte la solita diatriba tra liberisti e keynesiani. Il libero mercato è una esiziale ideologia di distorsione della realtà; ma non certo migliore è quella grossa mistificazione dei fondamentalisti keynesiani, secondo cui il New Deal rooseveltiano ha fatto uscire dalla crisi del ’29. La crisi non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (in Keynes almeno si tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva). Nessuno sostiene che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non produca effetto alcuno; ma è come prendere un febbrifugo, che dà un po’ di sollievo, e credere di stare annientando il germe della malattia che ci ha colpiti. E’ bene usare anche il febbrifugo, ma poi, in assenza dell’effettivo germicida (che non esiste nella strutturazione sociale del capitalismo), si deve rinforzare l’organismo con appropriati ricostituenti onde trovarsi in non pessime condizioni quando si uscirà dal letto alla fine del “normale” decorso della malattia. I ricostituenti vengono “comprati” con strumenti finanziari, ma il mero ragionamento economico non consente affatto di individuare quali siano i migliori da usare e il come usarli; simili scelte spettano all’agire strategico che non rispetta i troppo elementari criteri economici dell’efficienza, bensì quelli dell’efficacia ai fini della potenza”.

La crisi economica è una specie di terremoto superficiale che nasce da scontri più profondi sotto la roccia sociale. Nel nostro caso va molto in profondità perché attiene all’impatto tra masse geopolitiche in ristrutturazione, dopo i relativi sfaldamenti della zona occidentale che hanno rimesso in moto le placche globali. “Per questo diventa essenziale distinguere una vera crisi da quelle che talvolta passano per tali, ad esempio l’estrema labilità delle Borse valori, soggette a continue e talvolta assai ampie oscillazioni; per non parlare dello spread (differenziale tra gli interessi pagati sui titoli del Debito pubblico dai vari Stati, di cui si è preso ossessivamente in considerazione quello tra Germania e Italia), che è diventato la “moda corrente” nell’attuale crisi; iniziata nel 2008 senza che in pratica nessun “esperto” di problemi economici l’avesse prevista e pressoché tutti l’abbiano per un bel po’ sottovalutata. Le “crisi” dell’ultimo tipo citato dipendono da fenomeni speculativi sul denaro e i titoli; inoltre possono essere con un certo successo manovrate in senso politico per conseguire dati obiettivi, ad esempio il cambio di un governo o comunque una serie di operazioni che conducono dati paesi ad una maggiore dipendenza da altri; dipendenza comunque già in atto per ben altri motivi più cogenti. Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica”.

In una società dominata dalla forma merce è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. “E’ ovvio che la parte finanziaria, legata all’uso della moneta e dei segni d’essa, sia il primo fenomeno critico a presentarsi, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando questo viene ad interrompersi – per motivi vari studiati da tutti gli economisti e sottoposti ad interpretazioni diverse; non inutili, sia chiaro, poiché nessuno nega l’importanza di certi fenomeni se vengono studiati e analizzati come tali e non come il processo più fondamentale caratterizzante la crisi, la causa insomma della stessa – il primo scombussolamento è subito dai mercati in cui circola lo “strumento” che ormai, da semplice intermediario nello scambio di merci, è divenuto pure accumulazione di ricchezza, mezzo di investimento, garanzia (del tutto parziale e insicura, in verità) contro gli imprevisti del futuro, ecc. ecc. Al disordine nei mercati monetari, finanziari – se esso non è legato a semplici giochi speculativi, in genere suscettibili di reciproca compensazione tra operazioni di segno contrario (si pensi alle continue oscillazioni di Borsa) – segue quello ben più grave nei mercati dei beni (e servizi) prodotti, nei mercati detti “reali”.
Ma occorre capire la direzionalità delle generali dinamiche storico-sociali generanti disequilibri diversi (in epoche differenti) a livello economico particolare. Quando le prime sono abbastanza stabili è possibile trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In frangenti come questi vale anche anche la cosiddetta fiducia (si dice, infatti, rassicurare consumatori e imprenditori) che si concretizza in messe a punto da parte delle istituzioni che sortiscono buoni risultati (può bastare un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie). Invece, se ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza, il ricorso ai soliti correttivi economici diventa un rimedio inessenziale. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava, anche più del dovuto se si prosegue sulla strada degli errori economicistici, blaterando di cooperazioni e di interventi sempre più ideologici che, infine, non hanno più nulla a che vedere né con la politica e nemmeno con l’economia, sulle quali non incidono quasi per niente. E noi ci troviamo esattamente in una fase in cui la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi circoli viziosi di uomini incapaci e di teoresi sballate. Chi non lo ha compreso sarà spazzato via dagli eventi. Per questo mettiamo tra i nostri nemici, al pari di liberisti e keynesiani d’antan, anche coloro che, credendo di essere contestatori del sistema, riversano tutte le responsabilità su un inesistente predominio della finanza senza patria, celando di fatto, la reale consistenza delle attuali problematiche. A breve pubblicheremo un libro che si occuperà di queste questioni meglio sistematizzate.