L’illusione diplomatica
In troppi, ancora oggi, ripongono una fiducia cieca nella diplomazia, come se bastasse il dialogo a scongiurare i conflitti che ribollono sotto la superficie della storia. Eppure, la diplomazia, pur nella sua nobile funzione, non ha mai risolto nessun conflitto, è, piuttosto, come la nottola di Minerva evocata da Hegel, che spicca il volo al crepuscolo, quando i fatti sono ormai compiuti. Serve a sistemare i dettagli per quanto possibile. Quando nessuno è pronto a menare le mani, la diplomazia serve, cioè non serve, perché comunque non si sarebbe arrivati a tanto.
Peraltro, questo non è il tempo dei Metternich, né vediamo in circolazione figure capaci di intessere nuovi equilibri mondiali con parole e visione, come erano usi certi grandi e preparati personaggi del passato. Assistiamo invece all’inesorabile scivolamento verso una stagione di conflitti, in cui le grandi potenze, in ascesa o in declino – ragioni sufficienti per tutti – si misurano sempre più apertamente. E tra le pieghe di queste tensioni globali, di un equilibrio ormai perduto e di uno nuovo che muove i suoi passi caoticamente, non c’è molto spazio per speranze ingenue. Siamo appena agli inizi di una fase che segnerà la fine di decenni di pace sul suolo europeo.
Un’epoca che si sarebbe potuta affrontare con maggiore prontezza, se solo le nostre classi dirigenti avessero mostrato statura, lungimiranza e senso della Storia. Da una parte, vediamo i cialtroni del “sanzionamenti”, convinti che bastino minacce o armi per procura a ricacciare indietro potenze determinate a farsi largo; dall’altra, i cosiddetti pseudo-realisti, che ripongono fin troppa fiducia nella diplomazia (o si scorano per la diplomazia tradita) come panacea per un tempo che non può averne, dimentichi del fatto che, quando il livello dei conflitti indiretti supera la soglia di controllo, la guerra vera diventa inevitabile. Un vero realista sa che, dialogo o no, la guerra arriverà perché la esige la Storia giunta alla sua ennesima svolta.
Come sempre è stato. Perché essa, nella sua tragica essenza, è parte costitutiva delle dinamiche umane. Non si tratta di amarla o odiarla, ma di riconoscerne la presenza costante e l’inesorabile ritorno, come ammoniva Gianfranco La Grassa nel suo Un nuovo percorso teorico: “Una vera pace universale c’è solo con la morte generale di tutto ciò che esiste”. Finché c’è vita, c’è conflitto, anche nella più microscopica delle realtà viventi.
Per troppo tempo abbiamo goduto della pace dentro un perimetro ristretto, mentre altrove infuriava l’inferno, anche e soprattutto a causa della nostra comoda pace. Oggi quell’inferno si avvicina, lambisce i nostri confini, e nessuna diplomazia sarà in grado di tenerlo fuori. Potremo rallentarne l’arrivo, ma non evitarlo. L’Europa, che un tempo era protagonista, oggi è teatro debole, dove va in scena il suo tracollo, senza direzione e senza destino. Pretende di dettare tempi e soluzioni al mondo, quando non ha nemmeno più un cammino per se stessa. Nel frattempo, le nuove potenze – la Russia oggi, la Cina meno di domani – siederanno ai tavoli del potere globale alle loro condizioni e per ridisegnarlo a loro favore. Le provocazioni dei volenterosi della sciocchezza, se resteranno semplici esecutori del declinante potere statunitense, verranno prese in giro o ignorate, e tra poco persino bastonate. È tempo di capire che non si può più giocare con le illusioni. La Storia bussa e noi europei non apriamo perché non abbiamo nessuna porta da schiudere.
Ringrazio Mario Schena per aver ripescato questo passaggio da Un nuovo percorso teorico (ed. Solfanelli, 2023) di Gianfranco La Grassa con la mia presentazione:
“Quando la guerra ha deciso il nuovo ordine mondiale, ha semplicemente definito la nuova gerarchia di potere tra i vari paesi, gerarchia che assicuri un periodo di ‘pace’, che non è altro che lo scatenamento di conflitti meno acuti e non condotti con mezzi di distruzione e di uccisione di molti esseri umani. Ma anche il conflitto detto ‘guerra’ dovrà sempre esistere finché c’è vita. Una vera pace universale c’è solo con la morte generale di tutto ciò che esiste. Non c’è un solo organismo al mondo, fosse pure la piccola molecola, in cui non c’è conflitto finché c’è vita. Vogliamo infine capirlo? Questo non significa amare la guerra, che conduce certo a drammi e dolori di immane portata. Significa solo prendere atto e capire che il dramma e il dolore sono parte essenziale della vita in ‘questo mondo’. Una vera pace universale c’è solo con la morte generale di tutto ciò che esiste. Non c’è un solo organismo al mondo, fosse pure la piccola molecola, in cui non c’è conflitto finché c’è vita. Vogliamo infine capirlo? Questo non significa amare la guerra, che conduce certo a drammi e dolori di immane portata. Significa solo prendere atto e capire che il dramma e il dolore sono parte essenziale della vita in ‘questo mondo’. Chi crede nell’ ‘altro’, rivii a quello ogni speranza di pace e amore; e si rassegni a quanto avviene in questo mondo e vi prenda parte”.