NEGAZIONE E RINNEGAMENTO, di Giellegi, 19 sett. ‘14

LAGRA21

1. Bisogna ovviamente intendersi sul senso delle parole. Negare non pone forse problemi. Per rinnegare intendo un atteggiamento particolarmente ignobile; di colui che semplicemente finge di ignorare d’aver aderito per molto tempo ad una determinata posizione – politico-ideologica, scientifica, ecc. – ormai fallita o comunque in forte calo di incidenza sociale e culturale. Il rinnegato dimentica quello in cui dichiarava di credere – in ciò facendo pensare di essere stato un opportunista marcio anche quando sosteneva quella data posizione – e si mette a predicare altro con la solita prosopopea di chi sostiene di non sbagliare mai. Comunque, in questo pezzo voglio accennare a qualcosa che può apparire quasi un divertissement e basta, ma forse non è proprio così. Parlerò della teoria del valore (lavoro) di Marx. Mi guarderò bene dallo spiegarla. Chi la sa, capirà bene il mio ragionamento. Chi non la sa, deve accettare alcune mie considerazioni senza discuterle; è più che sufficiente per capire l’essenziale del ragionamento. La teoria del valore marxiana – in parte mutuata dagli economisti classici, ma con la fondamentale distinzione tra lavoro (erogato) in quanto fonte del valore dei prodotti (merci nel capitalismo) e forza lavoro in quanto potenziale capacità di erogare lavoro, sia intellettuale che manuale – è servita a spiegare come, nel modo di produzione capitalistico, si crei pluslavoro (in forma di plusvalore nella produzione mercantile) pur supponendo una perfetta eguaglianza degli scambisti e una piena libertà di contrattazione fra loro. Questo pluslavoro (plusvalore) viene appropriato dai proprietari dei mezzi di produzione, a cui i non proprietari devono vendere come merce la loro forza lavorativa. Questo pluslavoro/plusvalore costituisce quindi il profitto dei capitalisti (i proprietari dei mezzi di produzione). In questo senso si pensa di fondare la teoria dello “sfruttamento”, che è appunto l’appropriazione di questo pluslavoro da parte di chi fornisce ai lavoratori (salariati) i mezzi di produzione per estrinsecare la loro capacità lavorativa. Tutto sembra molto semplice. Marx, però, da tale teoria trasse due conclusioni: a) la struttura fondamentale della società capitalistica è formata dai rapporti sociali di produzione intercorrenti tra i proprietari e i non proprietari dei mezzi produttivi (questa è appunto la “base economica” su cui si ergono le “sovrastrutture” politiche e ideologiche); b) questi rapporti definiscono un conflitto antagonistico, irriducibile, tra borghesia (i proprietari capitalisti) e proletariato (i lavoratori salariati). In base a tutta una serie di processi, da me descritti più volte nei miei lavori teorici, i proprietari capitalisti tendono a diventare rentier, percepiscono una quasi rendita (dalla proprietà dei mezzi di produzione). I lavoratori dei processi produttivi in senso stretto (“dall’ingegnere all’ultimo manovale” o “giornaliero”) si coordinano in un blocco sociale, che si sente il protagonista della società (sviluppa la sua “base economica”) e alla fine si organizzerà politicamente e deciderà di non più sottostare al predominio degli sfruttatori ormai rentier parassiti. Da qui la rivoluzione, da Marx definita “la levatrice di un parto ormai maturato nel grembo della società capitalistica”. E qui vi sarà la divisione tra riformisti, un parto indolore, e i rivoluzionari, un taglio cesareo. Comunque fosse, sarebbe nata la società socialista (“a ciascuno secondo il suo lavoro”) per l’egemonia indiscussa dei produttori associati, dell’insieme dei lavoratori (direttivi ed esecutivi) cooperanti nella “base economica”, ecc.; con fine dell’antagonismo e sussistenza di meri contrasti interni ad un complesso comunque coordinato. Un secolo e mezzo di storia ha mostrato l’insussistenza del “parto maturo”, di ogni condizione indispensabile alla formazione del nuovo blocco sociale capace di egemonia e di trasformazione verso il “socialismo”. Testardamente non se ne è voluto prendere atto, si sono enfatizzati i tradimenti; certo esistenti, ma come semplice formazione dei “portatori soggettivi” di processi del tutto impensati secondo la teoria marxiana (per di più ulteriormente guastata dai successori). Si sono avute solo trasformazioni (importanti) all’interno di una società che si è continuato a definire capitalistica; si è avuto il capitalismo con predominanti strutture simili a quella inglese, poi sono divenute dominanti quelle assimilabili alla società statunitense, ecc. A questo punto è ovvio che si sarebbe dovuta abbandonare l’originaria teoria marxiana non so quanti decenni prima di quanto accaduto. Dico accaduto perché le attuali “riprese di Marx” servono solo a dimostrare l’abbrutimento e il degrado di un ceto intellettuale bastardo: ignorante e infame, una vera accolita di “criminali dell’intelletto”, cui dovrebbero essere comminate pene corporali infinite. 2. La teoria marxiana va quindi per l’essenziale abbandonata nella sua formulazione che, lo ricordo, partiva dall’essenzialità della “base economica” (modo di produzione), i cui rapporti vedevano quali antagonisti irriducibili e nemici infine frontali i proprietari dei mezzi produttivi e i possessori di semplice forza lavoro. Questa teoria poteva essere rinnegata, nel senso del suo totale abbandono privo di ogni riferimento ad essa, di ogni sua conoscenza e riconsiderazione critica; oppure negata in quanto ritenuta fallace nella posizione del suo pilastro centrale (i rapporti di produzione capitalistici) e nelle conclusioni (rivoluzione proletaria, transizione al “socialismo”, ecc.) che ne conseguivano. Nel 1870 vi è stato il deciso passaggio alla teoria neoclassica del valore (utilità) con primato del consumatore, individuo con la sua gamma di bisogni e che deve procurarsi i beni (di scarsità variabile) per soddisfarli. Nel campo del procacciamento di questi beni, nella produzione insomma, si passa alla considerazione di una serie di individui tutti eguali nel possesso di uno dei tre fattori produttivi: terra, lavoro e capitale (quest’ultimo essendo non un rapporto sociale, bensì cosa, cioè complesso dei mezzi di produzione). La combinazione e coordinamento dei tre fattori esige la presenza del soggetto principale della società capitalistica: l’imprenditore, quindi la nascita dell’impresa con tutto ciò che ne è conseguito nel suo studio, ma che qui non ci interessa. Si può parlare in tal caso di un rinnegamento della teoria marxiana del valore? Assolutamente no, perché i fondatori della teoria neoclassica non credo conoscessero gran che Marx, penso anzi per nulla. Quindi, la teoria di quest’ultimo è stata soltanto ignorata e se ne è formulata un’altra, che indubbiamente spostava del tutto i termini della questione; ma aveva i suoi punti di forza soprattutto nel passaggio dall’unità produttiva tipica della fase di trasformazione dalla manifattura alla grande industria meccanizzata – unità produttiva che era in definitiva la fabbrica – all’impresa, un complesso produttivo di ben altra costituzione e struttura rispetto al precedente opificio industriale. Il cosiddetto primato del consumatore (il “Robinson” con la gamma dei suoi bisogni da soddisfare) serviva di fatto a porre come centrale nel capitalismo la figura dell’imprenditore in quanto “soggetto” (gruppo di individui di cui diventa secondario l’aspetto proprietario) capace di coordinare appunto i diversi fattori produttivi. Il rinnegamento del marxismo – pur modificato e peggiorato rispetto al pensiero di Marx proprio sul punto centrale del “lavoratore collettivo cooperativo” ridotto a semplice insieme dei lavoratori esecutivi di fabbrica – si verifica soprattutto nel secondo dopoguerra e in modo del tutto particolare ad opera del degenerativo processo iniziato nel ’68. Il rinnegamento segue alcune vie molto differenti tra loro. Innanzitutto, un’esasperazione dell’economicismo, con il tentativo ossessivo di arrivare all’esatta misurazione del pluslavoro/plusvalore “estorto” alla classe operaia (sempre i lavoratori esecutivi di fabbrica, cui si aggiungeva la possibilità di “alleanza” con i tecnici, con gli “esperti” delle innovazioni di processo). Un’orgia di insensatezze sulla famosa “trasformazione” (dei valori in prezzi di produzione), sulla immaginaria caduta tendenziale del saggio di profitto e via discutendo (anzi “di-scorreggiando”). E poi l’attribuzione a Marx della “sconvolgente scoperta” della globalizzazione mercantile capitalistica, per la quale non c’era bisogno di lui; bastava Smith nel 1776 con la sua “Ricchezza delle nazioni”. Dall’altra parte sono arrivati i filosofastri che hanno confuso il “feticismo delle merci” (brillante discorso marxiano contenuto nel primo capitolo del primo libro de “Il Capitale”) con l’alienazione umana. Il tutto magari condito con il consumismo, la fine delle risorse (addirittura, in certi casi più demenziali, entro il XX secolo), la rovina della Natura, ecc. Poi la “grande aspirazione” dell’“Essere umano” (questo improprio sostituto di Dio, una sostituzione operata da pseudo-pensatori che si vergognano di praticare l’unica credenza che abbia comunque un senso) alla Giustizia, alla Fine dell’Oppressione – “laddove c’è oppressione c’è rivolta contro di essa”, questa la predica dei “nuovi preti” del rinnegamento marxista – alla Solidarietà, ecc.; il tutto condito con un moralismo d’accatto, non a caso abbastanza ben bollato di stupidità e ipocrisia tramite il nuovo termine “buonismo”. Molto meglio (meno peggiori) i teorici neoclassici, perfino i più liberali (e liberisti), che non questa massa di perfetti mentecatti e imbroglioni che hanno occupato – grazie all’infame fine dell’ignobile movimento sessantottardo, movimento di piccoli ambiziosi senza idee, senza cervello, infinitamente inferiori ai “padri” che hanno voluto indegnamente sostituire – quasi tutti i posti nell’insegnamento, in ogni ordine di scuola e nelle Università, conducendo ad un degrado culturale (e anzi intellettivo in senso proprio) dal quale occorreranno decenni per rimettersi; a meno che non intervenga una grande “tragedia purificatrice”, che faccia strage ed eliminazione pressoché completa di questi cialtroni, imbonitori e pagliacci da circo di quarta serie. 3. Abbiamo infine la “negazione” della teoria marxista, meglio ancora di quella marxiana originaria, negazione che ha una determinazione precisa a partire dalla reale conoscenza della sua ampia portata iniziale e del suo invecchiamento e perdita d’efficacia via via che si è andata sviluppando la società moderna, definita sempre come capitalistica pur avendo conosciuto fasi indubbiamente diverse e ancora per larga parte sconosciute o poco conosciute. E, come spesso avviene, la negazione non comporta un’invalidazione totale, ma più propriamente una sua drastica riduzione interpretativa, che la rende inoffensiva per quanto riguarda proprio lo scopo per cui era nata: promuovere una immaginaria rivoluzione proletaria mondiale con innesco di una transizione dalla formazione sociale del capitale ad un illusorio “socialismo”, fase iniziale di un ancor più fantomatico “comunismo” (caratterizzato dall’“a ciascuno secondo i suoi bisogni”). La teoria della formazione del pluslavoro (plusvalore) – dopo la vendita sul mercato della forza lavoro di chi non ha altro possesso se non di questa merce, con la sua successiva immissione nei processi produttivi (lavorativi) in senso stretto – serve semmai a giustificare e sostenere la lotta di tipo sindacale, la lotta per migliorare le proprie condizioni di vita ottenendo un prezzo (salario) più alto da detta vendita. Con la teoria neoclassica dell’imprenditore coordinatore (e pure innovatore) circa l’uso dei fattori produttivi, la lotta dei venditori del fattore lavoro per aumentarne il prezzo tende ad essere vista spesso come un intralcio per l’azione imprenditoriale, che è considerata l’elemento fondamentale della produzione capitalistica secondo questa teoria. Tale problema può essere attenuato nell’ambito della “revisione” keynesiana, ma non cambia affatto del tutto. In ogni caso, è più efficace la teoria marxista nel rafforzare il “diritto” alla lotta operaia per una differente distribuzione del reddito prodotto. Ovviamente, i lavoratori salariati conducono le loro lotte non perché si sentano sfruttati, non perché abbiano coscienza che viene loro prelevato il pluslavoro sia pure rispettando le “leggi del libero mercato”. Essi lottano per migliorare le loro condizioni di vita. Comunque, la teoria del plusvalore può dare punti di appoggio soprattutto ai dirigenti di tali conflitti distributivi. L’importante è sapere che tra capitalisti (non sempre proprietari ma magari solo manager) e salariati non sussiste un antagonismo frontale e foriero di un rivoluzionamento completo dei rapporti sociali detti capitalistici. L’importante è sapere che i salariati non sono il “soggetto” cui è demandata la “missione” di fare transitare la società dal capitalismo al “socialismo”; e che anzi questo “socialismo” è dell’ordine dell’immaginario per una mentalità rimasta all’ottocento! Basta rendersi conto di questo e negare la portata della teoria marxiana in merito alla “rivoluzione globale”. Questa negazione ne comporta, per coerenza, un’altra: la proprietà dei mezzi produttivi non è centrale e decisiva nello spiegare la dinamica della società detta capitalistica. Come ho detto più volte, propongo il passaggio dalla centralità della proprietà a quella del conflitto tra diversi “nuclei” capaci di sviluppare strategie appropriate per il conseguimento della supremazia nella società. Quest’idea comporta alcuni cambiamenti. In questi nuclei confluiscono “soggetti” della sfera economica (nei suoi diversi comparti), della sfera politica (statale, partitica, ecc.), della sfera ideologico-culturale (insegnamento, media, associazioni varie, ecc.). Questo conflitto non vede semplici “dicotomie”: sfruttatori/sfruttati, oppressori/oppressi, dominanti/dominati, ecc. Questa negazione della teoria marxiana è un tipico esempio di negazione determinata. Determinata appunto per il fatto che non si prescinde dal tentativo di collocare esattamente i vari aspetti della teoria d’origine. Se ne trae però la conclusione di una sua radicale inadeguatezza nel compiere determinate predizioni, si restringe il suo ambito ad una problematica assai più limitata (dalla rivoluzione alla lotta sindacale); e si tenta allora di allargare il quadro con un’operazione che tuttavia riduce di molto il significato e l’efficacia, interpretativa e d’azione, della teoria originaria. Sia chiaro che la teoria che si propugna, e verso cui ci si dirige negando quella originaria, è pur sempre in sviluppo, non ha ancora un’elaborazione sufficientemente ampia e precisa. D’altra parte, si nega in radice che una teoria riproduca la realtà mentre né dà invece interpretazioni ipotetiche e provvisorie da provare strada facendo; e con la consapevolezza che – a causa di una concezione della “realtà”, in parte già esposta altrove, ma ancora in modo incompleto – si arriverà sempre ad un punto di obsolescenza di qualsiasi teoria. Pur negando, tuttavia, che si possa agire senza una teoria e per pura intuizione, quasi sempre galleggiante nel vago. Almeno fin quando ci si rifaccia alla “realtà” empirica; pur considerando quest’ultima costituita da diversi strati (alcuni poco “visibili” e di più difficile costruzione ipotetica), ma in ogni caso quale realtà in cui ci sentiamo, se così possiamo dire, “immersi”, anche se non sempre possiamo averne coscienza con i cinque sensi e, appunto, usiamo allora l’astrazione scientifica. L’intuizione può forse servire per un’altra “realtà”, sulla cui esistenza mi sarebbe problematico esprimermi. In definitiva, la pur incompleta (è solo “sul farsi”) teoria del conflitto strategico nasce da una effettiva negazione della teoria marxiana, che implica però la precisazione dei suoi elementi di fondo, una loro collocazione sistematica, con consapevolezza dell’ormai raggiunta obsolescenza del suo originario significato “rivoluzionario”. Ma non la si rinnega; né la si ignora e non la si mette semplicemente da parte. Da quella negazione nasce un nuovo tentativo teorico di interpretazione del conflitto in società; che certo non comporta transizioni verso il socialismo e comunismo. E qui ovviamente si apre una scommessa e si lancia una sfida alla teoria neoclassica in quanto totale messa da parte e ignoranza del marxismo. Tuttavia, ciò che intralcia di più il cammino, ciò che rappresenta un nemico subdolo e particolarmente squallido – con tutto l’orrido “fascino” che esercita lo squallore sui cervelli dei deboli pensatori e filosofastri della minchia! – è il vero rinnegamento del pensiero di Marx, il suo annegamento in chiacchiericcio sfatto e putrido. Per il momento basti!