PUNTI DI SVOLTA

(di Giellegi 5 sett. ’11)

 

1. Ci sono avvenimenti che rappresentano punti di svolta. Sia chiaro che non è necessario riguardino aree strategiche nel mondo, nemmeno devono essere in ogni caso eventi di maggiore drammaticità e portata rispetto ad altri. Sono semplicemente significativi, indicano con una certa esattezza il carattere di una situazione complessiva, al di là delle singole particolarità. La guerra d’aggressione alla Libia mi sembra avere proprio tale carattere. E’ stata preceduta da eventi meno rilevanti (perché implicavano la mera riverniciatura di regimi che sono rimasti più o meno quello che erano), del tipo della Tunisia e dell’Egitto; eventi, tutti, che hanno però segnato una svolta negli affari internazionali fin dall’inizio del 2011, e tutti direzionati grosso modo nello stesso senso.

Ovviamente, i fatti verificatisi erano già in gestazione e se ne erano avuti sintomi premonitori. Cito alla rinfusa: scontro Obama-McChrystal per il cambio di strategia in Afghanistan e sostituzione del secondo con Petraeus (significativo oggi il suo passaggio alla Cia, che non sembrava troppo allineata ad Obama e in sordo conflitto con l’Fbi); assassinio di Bin Laden, per nulla in fuga né nascosto “sui monti”, atto che segna un discrimine rispetto alla “lotta al terrorismo” (islamico) voluta dalla precedente Amministrazione (e strategia); elezione di Karzai (favorevole a questa svolta) invalidata per brogli, ma poi convalidata per il prevalere della nuova strategia che mira a certi mutamenti nella guerra in Afghanistan contro i talebani; ecc. ecc.

Che negli Usa ci siano due “fazioni”, con strategie (o quanto meno tattiche) decisamente differenziate appare sempre più chiaro. Non altrettanto chiaro è tuttavia il loro dispiegarsi complessivo perché non sembra proprio che la “nuova” abbia conseguito al momento una supremazia netta e schiacciante; dunque essa non appare nella sua “purezza”, ma invece confusa e intrecciata spesso con l’altra, con alterne vicende e compromessi vari. Vi sono forzature e magari ritorni all’indietro, non sempre decifrabili se non a posteriori. Ad es. adesso Sarkozy – l’uomo che si è assunto il compito di primo sicario degli Usa contro la Libia – minaccia azioni dello stesso tipo contro l’Iran e la Siria. Stavolta è un bluff o l’inizio di nuove manovre come quelle libiche? E’ azione diretta magari solo contro l’Iran, lasciando maggiori margini sulla Siria per non irrigidire troppo Mosca? O si sonda la resistenza e solidità di quest’ultima e le sue divisioni interne? Mah, molto difficile fornire una interpretazione in una precisa direzione. Dobbiamo lasciare aperte più prospettive. Del resto, siamo sicuri che irrigidimenti e ammorbidimenti non corrispondano proprio alla tattica che ho definito della “liquidità”? Un liquido può farsi strada secondo diversi canalicoli di scorrimento, è più problematico e rischioso incanalarlo troppo strettamente.

Sulla Libia, abbiamo però ora un verdetto quasi definitivo. E’ stata aggredita dietro copertura di una Risoluzione Onu, cui Russia e Cina potevano opporsi con il veto ed invece si sono soltanto astenute. E’ sembrata un’esitazione, ma il seguito degli eventi sembra dover far cambiare opinione. E’ stata solo tattica di attesa per vedere le modalità di svolgimento della decisione statunitense e i suoi risultati. La Risoluzione iniziale (quella che voleva portare l’avallo della fantomatica “Comunità internazionale” all’aggressione della Nato, con i sicari ben noti e dietro di loro il vero mandante, gli Usa) è stata del tutto stracciata in modo inverecondo. A questo punto, non una voce – a parte quella di Chavez, che ha ben capito come la sorte di Gheddafi possa prefigurare la sua – si è alzata per condannare l’obbrobrio. Putin ha parlato di Crociata, ma durante la visita ad una fabbrica per lasciare impregiudicato l’ambito diplomatico. La Cina sta già facendo affari con i “ribelli”, i quali hanno il solo compito di coprire l’occupazione del paese da parte degli aggressori; e minacciano di morte Gheddafi cosicché, se verrà ucciso, sarà stata una loro decisione, mentre se si giungerà ad un compromesso (pur sempre di sconfitta), si fregeranno di umanità gli effettivi occupanti.

Nel mentre avveniva lo scempio, il Governo russo (quindi proprio Putin) disdiceva un accordo con la BP (inglese) per stilarlo con l’americana Exxon (per i giacimenti in Siberia). L’accordo è con la russa Rosneft, ma è ovvio che questa ha poco contato nelle trattative rispetto al suo Governo. D’altronde, a queste ultime hanno ovviamente partecipato le autorità governative statunitensi; ma in tal caso credo che la Exxon abbia avuto buona voce in capitolo al contrario della sua corrispondente russa. Prendiamo questo accordo semplicemente quale sintomo: la situazione è ormai tale che per il Governo russo è decisamente più utile trattare direttamente con la potenza centrale che con i suoi “tirapiedi” in Europa (sia pure sotto forma di imprese importanti come la BP). E questo varrà probabilmente pure nei rapporti con l’Italia, mostratasi come al suo solito pronta al tradimento di qualsiasi impegno, perfino a detrimento dei suoi interessi.

In ogni caso direi che, anche prima dell’epilogo proprio finale, l’evento libico consente di trarre una serie di conclusioni; da mantenersi certo a livello di ipotesi di lavoro, ma con notevoli punti di forza piuttosto realistici.

 

2. La situazione, in quest’“anno di (dis)grazia 2011”, assomiglia vagamente a quella della prima parte dell’epoca dell’imperialismo (ultimi tre decenni del XIX secolo). Inutile ricordare, noiosamente, che la storia non si ripete, perché nessuno di noi riesce comunque ad immaginare il futuro se non si rifà a qualche esperienza passata. Sappiamo che quest’ultima non si ripeterà proprio secondo le medesime modalità; e tuttavia capire il passato ci serve a proporre qualche previsione di larga massima. Altrimenti, smettiamo di pensare e “agiamo”, cioè muoviamoci come ciechi (ma diventati improvvisamente ciechi e non ancora abituati alla cecità) e agitiamoci solo scompostamente. Già quando ci si trovò di fronte – senza che gli economisti e i politici se ne fossero accorti, a parte l’acclamato Roubini, molto limitato dal suo economicismo – alla crisi del 2008, e cominciò a palesarsi che non si trattava della solita “recessione”, scrissi pressoché subito circa la sensazione di trovarsi in una crisi di lunga stagnazione del tipo 1873-96. Quella crisi era caratterizzata dal relativo declino dell’Inghilterra (la cui Borsa mantenne però posizione centrale fino alla prima guerra mondiale; la grande crisi del 1907 iniziò da lì a differenza di quella del 1929, scoppiata appunto a New York) e dall’ascesa degli Stati Uniti (dopo la guerra di secessione), della Prussia divenuta Germania (in concomitanza con la schiacciante vittoria sulla Francia di “Napoleone il piccolo”), del Giappone (che assegnerà una batosta alla Russia nel 1905, evento non irrilevante nel rendere tale paese l’“anello debole” della catena imperialista, dove scoppiò la rivoluzione presunta proletaria).

Una differenza notevole, rispetto a quell’epoca, è rappresentata dall’assenza della crescita di un movimento simile a quello “operaio” organizzato, poi “infistolatosi” con lo scontro interimperialistico aperto (1914-18) – e con la rivoluzione trasferita ad oriente tra le masse contadine – ma che nella prima fase imperialistica (ultimi decenni dell’ottocento, appunto) ebbe certo una notevole rilevanza. In questa odierna fase storica, da me definita multipolare in quanto semplice inizio di un “percorso” verso l’effettivo policentrismo (si tratterebbe in tal caso di una “seconda epoca” dell’imperialismo), non è tuttavia l’assenza di un movimento del genere a segnare la maggiore differenza, bensì la gracilità delle potenze in crescita, malgrado le convinzioni di chi guarda tutto con la mera lente dell’economicismo. Ci si è convinti che esistesse il BRIC quale solido contraltare agli Usa. Mi sembra che tale gruppo di paesi abbia ormai mostrato d’essere abbondantemente “sbrindellato”.

Del resto, non ho mai fatto grande affidamento sull’India che funzionerà principalmente da alleato del paese predominante ancora largamente centrale. Anche il Brasile mi sembra cominci a manifestare una sua predisposizione a compromessi, che temo lo condurranno ad essere un sottile, e magari non supino (anzi una subpotenza), alleato dello stesso paese quando – dopo aver sistemato (non definitivamente, ma accettabilmente per un dato periodo storico) i suoi affari in Asia, Africa ed Europa – rimetterà mano al “riordino del giardino di casa”. E qui mi riallaccio a quanto già rilevato: Chavez è molto preoccupato perché sente la sorte di Gheddafi come quella che potrebbe toccare a lui entro un lasso di tempo non “secolare”. Restano Cina e Russia. Sono molto d’accordo con un bel commento, a mio avviso lucido e calzante, di Red sul blog in relazione al carattere di alta efficienza capitalistica del primo paese e di una forte difficoltà del secondo a liberarsi dei caratteri di scarsa capacità imprenditoriale, che già manifestarono in periodo sovietico le dirigenze dei grandi Kombinat (come si diceva allora).

Siamo tuttavia soltanto all’efficienza economica, alla razionalità del minimax (e non è per caso che ho intrapreso un lungo lavoro teorico al proposito, così poco capito pure da una parte dei collaboratori del blog; e guardate che non lo dico polemicamente, ma come semplice constatazione). Manca in noi la capacità di afferrare un tipo di analisi sociale, che vada oltre l’invecchiato e ormai insostenibile marxismo d’antan, e che tuttavia abbia le stesse capacità d’analisi strutturale di quella teoria fino ad un secolo fa e anche meno. Questo blog non è un partito di tipo leninista con il suo bel “centralismo democratico”, che garantiva, anzi imponeva, unitarietà di indirizzo. Ci sono posizioni largamente convergenti su certi temi, ma non su altri che non sono al momento in evidenza per la grave vecchiezza e incapacità di ammodernarsi dimostrata dai “vecchi babbioni” del “comunismo” e “marxismo”, ormai perfettamente reazionari e di cui liberarsi senza esitazioni, senza più alcuna interlocuzione con loro; perché ogni interlocuzione del genere implica un ulteriore ritardo d’analisi.

I lettori del blog, abbastanza attenti ma non troppo, ci hanno preso spesso per dei cultori di geopolitica. La mia “pentalogia” (i cinque libri usciti tra il 2006 e il 2011), gli scritti teorici inseriti nel blog e sito (fra cui rilevanti sono “Panorama teorico” e “Il capitale è un rapporto sociale”), non sono stati compresi come il faticoso percorso d’uscita dal vecchio marxismo, cercando di non perderne la valenza strutturale (analisi dei rapporti sociali). Non è colpa mia se generazioni di marxisti soltanto capaci di ripetere vecchi schemi, infingardi e nemici di ogni rinnovamento categoriale e concettuale, hanno condotto in una situazione d’impasse da cui non si uscirà tanto presto. Ho avvertito mille volte che si è ancora al “flogisto”, ma soprattutto per colpa dei ritardatari che continuano a credere di avere in mano il “passepartout” per capire le “contraddizioni” dell’epoca.

Per loro basta che ci siano contraddizioni. Che tutta la vita, individuale come dei popoli, sia continua contraddizione, che lo squilibrio sia immanente e permanente, che ogni squilibrio porti con sé il conflitto giacché i portatori dei processi oggettivi avvertono soggettivamente tale squilibrio come un tentativo del “nemico” di far loro le scarpe, ecc., ecc. è totalmente ignorato. Non si sente il bisogno di capire come si deve approfondire la teoria di questo conflitto permanente onde seguirne i mutamenti storici; ci si accontenta di ripetere stoltamente che ci sono contraddizioni e che queste porteranno il capitalismo alla fine. Dobbiamo liberarci di queste palle di piombo al piede.

A causa della provenienza del “nucleo iniziale” del blog, siamo stati fin troppo tempo a dare retta agli idioti e meschini imbroglioni che costituiscono solo piccole bande di possibili sicari (per bassa manovalanza) dei dominanti; perché i “comunisti” e i “marxisti” odierni sono ormai soltanto questo. Ci sono persone in buona fede? Bene, allora si stacchino da queste bande e ricomincino a pensare. Siamo stati obbligati a seguire soprattutto la politica delle varie potenze perché da simile scontro nascono alcune direttrici di movimento della “realtà globale”, che poi si riflettono su quella più specificamente sociale, soprattutto nei paesi del capitalismo “occidentale” tipo l’Italia.

 

3. Perché ho dovuto dirottare momentaneamente dal percorso principale del mio discorso? Perché non si è afferrato che determinate impostazioni del blog, almeno per quanto mi riguarda, sono nella presente fase obbligate. Non ci s’inventa una nuova “lotta di classe” senza prima aver capito che non esiste più quel “movimento operaio” in ascesa durante la prima fase della prima epoca dell’imperialismo (oggi preferirei dire policentrismo, per marcare che l’imperialismo è stata solo una singolarità storico-specifica di quella situazione ricorsiva che è appunto il conflitto policentrico). Quel “movimento operaio” è entrato già in crisi nel 1914-18; e si è tuttavia continuato a predicarlo ancora per quasi un secolo. Lo scuotimento rivoluzionario si è spostato verso oriente, prima, e poi più generalmente nel cosiddetto “terzo mondo”. Hanno allora preso piede teorie terzomondiste, che non hanno compreso la peculiarità della situazione verificatasi nel mondo bipolare, in cui il conflitto tra “i due poli” ha appunto favorito il cosiddetto movimento delle “masse” dei paesi sottosviluppati, cioè i tentativi di indipendenza (non molto riusciti a giudicare dall’oggi) di classi dominanti, in formazione e ascesa già finita da un pezzo, molto diverse dalle nostre borghesie, ma che hanno svolto per un certo periodo storico una funzione progressiva come queste ultime nella prima metà dell’800 in Inghilterra e poi Europa. I tentativi di questi gruppi dominanti arabi, in rafforzamento durante il bipolarismo per la particolare funzione svolta dall’Urss, sono però nel complesso falliti.

Ho appoggiato con convinzione Nasser, Ben Bella (e, tutto sommato, pure Boumedienne) e anche il primo Gheddafi, e altri; e non certo perché seguissi le varie scuole critiche (in modo errato e superficiale) del capitalismo nella sua configurazione globale di allora. Parlo delle teorie della “dipendenza” (Gunder Frank, ecc.), dell’economia-mondo (Wallerstein, ecc.), dello scambio ineguale (Emmanuel, ecc.) e altre; per non parlare di quelle in voga in Italia (e pure Francia) mutevoli come gli abiti alla moda. Visto il totale fallimento di quelle tesi (che mi onoro di avere criticato senza mezzi termini), sono alla fine stato costretto a “simpatizzare” almeno politicamente, nell’ultima fase storica, anche con movimenti religiosi, ad es. quelli del fondamentalismo islamico, per ragioni appunto “geopolitiche” al momento cogenti; insomma perché sono favorevole a qualsiasi processo che indebolisca l’attuale “Inghilterra” (gli Stati Uniti) nel suo ancora robusto predominio. E se noto ora, grazie alla crisi libica, segni di ambiguità in tali movimenti religiosi, sono comunque pronto a rivedere tale simpatia (del tutto interessata). Attendo a pie’ fermo gli eventi affinché mostrino quale piega essi prenderanno; al momento, sembra piuttosto “brutta”, quanto meno con una differenziazione interna ai religiosi islamici. Non sono però loro a guidare i “giochi” principali che scuotono il globo.

Nella recentissima conferenza dei 60 (o 57 o quanti sono), riuniti a Parigi per decidere come utilizzare l’occupazione della Libia da parte di puri mercenari, i “vincitori” si sa bene quali erano (Usa e i suoi sicari più prossimi e fin dai primi giorni); ultimi sono arrivati quelli che già sapevano di essere in ritardo, ma che possono pur sempre contare su buone potenzialità per dividersi le spoglie in qualità di concorrenti/alleati (a seconda delle contingenze specifiche di quest’epoca di caos). Parlo soprattutto di Cina e Russia, fra le ultime a riconoscere i mercenari portati al potere dagli Usa, con i loro scherani privilegiati Francia e Inghilterra. Non credo che a parte forniture (ben pagate) di petrolio la Cina possa pretendere gran voce in capitolo. La Russia non ha nemmeno bisogno di questa materia energetica (semmai era altro il progetto che nutriva con Italia e Libia prima del tracollo), ma tenta di contenere le spinte sulla Siria che la getterebbero completamente fuori dal Mediterraneo e “oltre” (verso est); senza poi considerare che è bene per tale paese non lasciare la Cina ad intrallazzare troppo con gli Usa, tenuto conto dei contenziosi che potrebbero aprirsi in Siberia e Centro Asia.

Non pretendo di sapere quanto avverrà in futuro (e non tanto lontano) né che non si possano tenere ipotesi “di riserva”. Per il momento, noto che certe considerazioni leniniane (non tutte, per carità, l’epoca è molto diversa) sono da mantenersi ferme. Non ci sono gruppi dominanti “buoni” o “meno cattivi” di altri. Tutto dipende dai rapporti di forza tra loro intercorrenti. Se russi o cinesi fossero al primo posto, oggi occupato dagli Usa senza alcuna insidia da parte di altri, dovrebbero essere loro l’oggetto principale della nostra (impotente) inimicizia. Sono tutti “banditi” o “predoni”. Quando uno di loro – oggi, necessariamente data la maggiore forza, gli Stati Uniti – azzanna una preda, il problema dei “minori” è come partecipare al banchetto o evitare che i “posti a tavola”, imbanditi dai pericolosi avversari, si trovino troppo vicini alle proprie frontiere. Questo è tutto il loro interesse. Perfettamente ovvio e “naturale”, se si tiene conto che si tratta di gruppi dominanti non certo interessati a discorsi di giustizia, di interessi dei “popoli” e altre fanfaluche del genere. Basta saperlo, averne consapevolezza; il guaio nasce quando ci si illude che qualcuno serva alla difesa dei “più deboli”. Tutti i dominanti approvano che questi ultimi soccombano; l’importante è per essi vedere come ciò avviene in base ai rischi che corrono i loro interessi. Tuttavia, se uno di loro (Usa) è decisamente avvantaggiato e ha ormai “ucciso” la preda, meglio contrattare con lui qualche posizione buona, o anche solo meno cattiva, per il futuro.

Sperando che qualche cretino non si metta a sostenere che io indoro il vecchio colonialismo, faccio notare che a fine ottocento avevamo certo a che fare con veri “negrieri”, con razzisti e feroci predoni imperialisti. Tuttavia, nessuno può negare l’esistenza di autentiche ideologie (non ideali, solo ideologie): superiorità o di razza o di cultura o di incivilimento o di organizzazione sociale, ecc. Inoltre, gli inglesi hanno messo in piedi colonie ben organizzate e ordinate (massacrando senz’altro a man bassa chi si opponeva al loro ordine). Oggi, i nuovi colonialisti – perché non esiste più il sedicente neocolonialismo del mondo bipolare, ma ormai un vero nuovo colonialismo, duro e inflessibile e massacratore come quello dei “tempi andati” – non hanno alcuna “forte” e convinta ideologia e, in genere, sfoggiano solo la prepotenza e il fottersi l’un l’altro a spese dei popoli più deboli. Essi massacrano solo per affermare che nessuno deve opporsi ai loro interessi. Inoltre, disorganizzano, balcanizzano, distruggono ogni ordine civile e sociale nelle terre occupate. Il caos è il loro credo, certo ammantato di pseudo-ideologia, ma appena una “verniciatina”.

Infatti, se proprio vogliamo trovare uno straccio di ideologia, debole e sbiadita, si tratta della “democrazia” (sempre meno si capisce cos’è nel loro cervello malato che dunque, per fortuna, la sputtana; questa è l’unica nota positiva) o dei “diritti umanitari”, ancora più squalificati poiché si stermina allegramente il più debole in loro nome. Inoltre, non si cerca più l’ordine e l’organizzazione; ormai interessano appunto soltanto il caos, lo sfacelo, la confusione massima, da cui trarre lo spunto per affermare il potere di chi ha più mezzi (fra cui pure i “soldi”) per mettere in azione bande feroci, selvagge, dotate di maggiore “potere di fuoco” e di attitudine all’assassinio individuale e di massa.

 

4. Quando parlo di banditi, canaglie, predoni, ecc. vorrei si capisse che non manifesto né sfogo il “malumore” per determinati gruppi dominanti che, nel loro reciproco conflitto, pongono in essere determinate strategie nell’attuare la politica estera di certi paesi tesi all’espansione delle proprie sfere di influenza e/o a contrastare quelle degli altri, quando queste mettono in pericolo la loro sicurezza. Semplicemente, non accetto nessuna correità nei confronti di quelli che, in quanto gruppi dominanti (e non perché qualcuno sia più o meno ingiusto, più o meno cattivo, più o meno immorale, o non so quali altri balordi termini usare), svolgono date funzioni e ruoli che competono loro in questa particolare qualifica. Come detto più volte, il riconoscere l’oggettività di dati processi – che, in forme sempre nuove, rinverdiscono principi di predominio e supremazia esistiti in tutta la storia della società umana, nella sua evoluzione secondo svariate formazioni sociali – non significa assolvere i portatori soggettivi di questi processi. Per questo li indico con i termini sopra usati, pienamente conscio che tali portatori ricoprono ruoli antichi e che sempre si rinnovano nella storia. Quindi non hanno per me particolare colpevolezza se non quella di farsi “soggetti” di tali oggettività storiche.

Mi ripeto. La mia ipotesi è che siamo nella prima fase di un’epoca che si avvierà, ma in tempi lunghi, verso un nuovo policentrismo (quello che fu detto in passato “imperialismo”, termine di possibile uso nel linguaggio polemico corrente), acutamente conflittuale. In tale fase, un polo è ancora nettamente più forte degli altri – gli antagonisti – che sono soltanto in fase di crescita, ma non dotati al momento di poteri sufficienti a contrastare il primo e predominante. A mio avviso, siamo usciti (forse, malgrado tutto, non ci siamo mai entrati, nemmeno dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991) dal monocentrismo. Del resto, nemmeno l’Inghilterra costituì veramente il centro unico predominante nell’800. Diciamo che ogni monocentrismo, per ragioni precise legate allo squilibrio sempre immanente in tutti i sistemi complessi, è imperfetto. In ogni modo, questo è un problema di carattere prettamente teorico da trattarsi altrove.

L’importante è tenere fermo che siamo in uscita verso il policentrismo (attraverso la transizione del multipolarismo) ma lontani ancora da esso e quindi con i poli antagonisti degli Usa – per non parlare dei loro sicari e lacchè – del tutto incapaci di opporre una vera strategia complessiva di contrasto. Per il momento i vari “predoni” e “banditi” (ricordo: termini più asettici di quanto non sembri a prima vista) si accomodano alla “tavola mondiale”, ogni volta che gli Usa azzannano una “preda” con decisione irreversibile e non opponibile, per aggiustarsi come possono nell’ottenere qualche “brandello di carne”. Solo quando i predominanti centrali compiono mosse d’assaggio, manovre diversive ma senza spingere a fondo, gli altri poli, ancora impreparati al vero ruolo di antagonisti, reagiscono con maggior vigore; sapendo però fin dove arrivare per non trovarsi implicati in scontri irrimediabili con i “banditi per eccellenza” (i primi), dai quali non uscirebbero certo vincitori.

Non intendo qui affrontare nemmeno un altro discorso che richiede uno sviluppo a parte. Si tratta dell’agitazione su dominanti e dominati, portata avanti da farabutti che si “colorano” variamente (in Italia sono viola); alcuni pretendono addirittura di chiamarsi ancora comunisti e magari fanno perfino finta di dar lezione di “marxismo”. In tal caso, il termine non è asettico: farabutti vuol dire gentaglia a livello criminale, mascalzoni e scarafaggi della peggiore specie. Come chiarito in molte occasioni, la risposta data a questi vermi e traditori da fucilazione è stata, in questo povero paese, quella denominata “berlusconiana”. Una risposta “autoimmunitaria”, di un organismo ormai malato perché si tratta di una società pienamente subordinata allo straniero, di un territorio attraversato da una guerra per bande. Solo una vasta operazione chirurgica, con eliminazione in massa del “popolo viola” (una massa di ceti parassiti, di lavoratori in genere pensionati e subornati, di immondo ceto semicolto dello spettacolo e giornalismo “di sinistra”), con i loro complici “comunisti” (individui degenerati e nemmeno più solo reazionari, ma molto peggiori), potrebbe salvare questa Italia, ormai ridotta a Protettorato con un plenipotenziario, di cui non si può dire quello che è realmente.

Lasciando appunto perdere questi discorsi, destinati ad “altri luoghi”, è bene qui porre in evidenza che, data la situazione esistente in sede “globale”, è indispensabile effettuare scelte da “stomaco forte”. Malgrado tutto (fino ad un certo punto ovviamente, da valutare con giudizio), bisogna appoggiare – certo per quel che vale questo nostro appoggio, quello di una zanzara – determinati gruppi dominanti, situati in paesi “oggettivamente” in linea di contrasto con i nostri predominanti centrali, gli Usa, i “padroni” attuali. Sarà però da prestare debita attenzione alla reale politica svolta da tali paesi, perché dire che sono in linea di oggettivo conflitto con gli Usa non chiarisce affatto il loro possibile comportamento in tempi più brevi (o meno lunghi). Se siamo, molto approssimativamente e con importanti differenze storiche, nella prima fase di un’epoca tendente al policentrismo, dobbiamo sapere che le giravolte degli antagonisti dell’attuale “Inghilterra” (gli Stati Uniti) saranno innumerevoli. Inoltre, alcuni di loro, per crescere di potenza, potrebbero trovare conveniente scontrarsi intanto con alcuni altri della loro stessa forza (e magari più vicini), favorendo quindi, almeno nel medio periodo, i predominanti maggiori.

Già questa crisi di Libia ci ha fatto assistere a comportamenti di una meschinità notevole, pur accettando l’idea che ognuno si attenga agli interessi del suo paese (interessi del suo gruppo dominante strategicamente prevalente, che a volte hanno un buon parallelismo, a volte no, con quelli del paese). Ci sarà modo in futuro di studiare questi vari comportamenti. Per il momento, molto brevemente, ribadisco quanto detto più sopra: poco mi convince il cosiddetto BRIC, visto come un blocco quasi unico. Brasile e India avranno probabilmente la loro “individualità” di potenze in ascesa, ma temo che a lungo agiranno con contrasti magari robusti, alternati però ad accordi consistenti, nei confronti degli Usa, in merito sia alla configurazione che andrà assumendo il Sud America sia ad un certo “ordine” nel sud-est asiatico, credo non proprio favorevole alla Cina.

Russia e Cina devono tuttora assestarsi meglio quali formazioni sociali, dopo lo “sviluppo” di rivoluzioni che si pretesero “proletarie” e avanguardie della Classe indicata quale successore della borghesia (quest’ultima ha trovato da circa un secolo il successore, che non è certo la classe operaia). Inoltre, si dà troppa rilevanza all’efficienza economica del sistema cinese (l’efficienza del minimax, già da me più volte analizzata e di cui ho mostrato l’importanza, ma pure i limiti se la si usa come principale criterio di misura della forza, per di più relativa alla sola sfera economica). Quanto alla Russia, sembra molto meno efficiente in tal senso, ma ha il vantaggio di aver attraversato una crisi maggiore legata all’eccessivo centralismo, che tende ad entrare in contrasto con la competizione tra più gruppi caratterizzati dalle loro particolari tendenze strategiche; contrasto alla lunga pericoloso per le tensioni sociali in possibile acutizzazione. In ogni caso, tutto da seguire attentamente.

L’epoca in cui entriamo presenta ormai notevoli diversità rispetto al passato. E’ possibile, e utile come già detto, il riferimento all’epoca dell’imperialismo, anche con riguardo alla lunga crisi di stagnazione che andremo attraversando; e che, come quella di allora, non riguarda l’intero capitalismo mondiale, ma l’area d’esso a più alto avanzamento (questo accadde anche nel 1873-96). In ogni caso, è d’obbligo valutare pure le differenze storiche specifiche di “questo oggi” rispetto a “quell’ieri”. Ne riparleremo ormai a lungo.

 

PS http://www.ilgiornale.it/interni/manovra_equa_lho_raddrizzata_io/05-09-2011/articolo-id=543782-page=0-comments=1

 

http://finanza.economia.virgilio.it/

 

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Trichet-Ue-dovrbbe-poter-imporre-misure-bilancio_312418297576.html

 

Non penso a mosse studiate a tavolino, anzi nell’insieme la situazione in Italia è simile a quella di altre zone in cui la strategia americana punta al caos, allo sfilacciamento, come mezzo di ulteriore dominazione e subordinazione ai suoi ordini. In ogni caso, avevo previsto – spero i lettori ricorderanno – che il premier si sarebbe affrettato a correggere la manovra (addossata soprattutto a Tremonti, con appoggio della Lega) in modo da poter tirare avanti ancora quale ormai mera copertura della suddetta subordinazione agli Usa (del caos).

Tale correzione non ferma al momento le manovre contro la stabilità europea, e italiana in particolare, come dimostra la “volatilità” (chiamiamola così) delle Borse. Ultima ciliegina, la dichiarazione di Trichet ancora al timone dell’organo centrale finanziario della struttura UE, vera longa manus della nostra subordinazione agli Usa, funzione che sarà non certo indebolita dal cambio della guardia con l’ex Vicepresidente della Goldman Sachs. Si vorrebbe ormai bypassare completamente l’autonomia dei vari Stati europei in modo da estendere il “Protettorato” ai vari paesi europei principali, i cui governi attuali non mi sembrano molto adeguati alla “resistenza”.