QUANTA VECCHIA EUROPA NEI NUOVI STATI UNITI

L’Occidente è una creatura dell’ultimo secolo. Nel passaggio del testimone di super-potenza globale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, tutta l’eredità del pensiero ottocentesco europeo, coi suoi pregi ed i suoi difetti, finì nelle mani del Nuovo Mondo. L’America non avrebbe fatto altro che sviluppare, potenziare e probabilmente anche degenerare tutti gli stilemi già ben presenti nella cultura europea. La liberal-democrazia sorta dalla rivoluzione francese, il positivismo anglosassone, la filosofia moderna tedesca e quel peculiare slancio di fede, leggero e senza impegni, tipico del secolarismo cristiano, inevitabilmente seguito alla Riforma, come aggiustamento “morale” di una società feudale in rapido declino. È così che negli Stati Uniti ritroviamo le tante caricaturali riedizioni dell’illusione kantiana, del calvinismo protestante, del malcelato razzismo “civilizzatore” di De Gobineau, della mano invisibile di Smith, della separazione dei poteri di Montesquieu e perfino del divide et impera di Roma. Il Patto Atlantico ha dunque un retroterra politico e storico ancorché militare, ben evidente. È strano dover osservare oggi fenomeni nazionalisti in Europa che pretendono di recuperare il “prestigio perduto a causa dell’imperialismo americano”. Gli Usa sono una potenza egemonica ed imperialista, ma l’Europa è il suo schermo protettivo: senza la proiezione che questa garantisce sul Vecchio Mondo, Washington non potrebbe mai assicurare la sopravvivenza del proprio sistema economico ed il controllo strategico e militare sul Mediterraneo, sul Medio Oriente e sulla Russia. L’esaltazione nostalgica dei privilegi perduti dalle nazioni europee non fa dunque che rinforzare, quotidianamente e concettualmente, l’imperialismo statunitense, che di tali miti ancor oggi si nutre. L’averli depurati da ogni retorica, l’averli esposti in modo pragmatico, l’averli spinti sino ad una dimensione del tutto caricaturale e grottesca, l’averli privati degli “abbellimenti” esteriori che l’Inghilterra vittoriana o la Spagna cattolica sfoggiavano, non ha fatto altro che denudarli e mostrarli in tutta la loro prepotenza ed arroganza, in generale nella loro ipocrisia, la quale – sia ben inteso – non è scomparsa (come la filastrocca dei “diritti umani” e della “democrazia da esportazione” dimostra), ma semplicemente è più in vista del passato. I rapporti internazionali sono rapporti di quasi esclusiva forza politica e militare: la National Security Strategy del 2002 in tal senso è forse l’emblema, il punto di arrivo di una tendenza onnipresente nella dottrina internazionale degli Stati Uniti. Tuttavia, l’Europa partecipa a questo gioco, e lo fa nella medesima inclinazione politica ed ideologica, pur se da una posizione di sub-alternità. La forza di una stabile alleanza strategica ed economica, in fin dei conti, è come l’acqua dei vasi comunicanti: qualora se ne levasse un po’ da un vaso, questa finirebbe necessariamente in un altro, passando per quelli mediani, parzialmente dissipandosi o risentendo ovviamente di fattori “climatici” e “ambientali” che, nel caso della politica internazionale, possono a volte essere determinanti. Quello che ha chiesto Robert Gates agli alleati europei, poco prima di lasciare il Dipartimento della Difesa al successore Leon Panetta, è proprio un processo molto simile a quello dei vasi in comunicazione tra loro: i Paesi europei dovrebbero sopportare, secondo la nuova linea obamiana, una maggiore spesa militare per compensare le strutturali mancanze degli Stati Uniti post-crisi. In un’alleanza strategica come quella della Nato, tutto ciò è una normale richiesta: appare logico che, qual’ora la potenza egemone sia in crisi economica, chieda agli alleati un aiuto per il mantenimento e la prosecuzione dei programmi comuni avviati in precedenza. L’Europa, dunque, non può certo sorprendersi dinnanzi a richieste simili, tanto più dopo sessantadue anni di consolidati rapporti internazionali, sostanzialmente mantenuti e fortificati da quasi tutte le classi dirigenti continentali, sin dall’inizio della Guerra Fredda. La scelta di campo di Yalta parlava chiaro, e parlava in modo onesto: le potenze che vincono sul campo stabiliscono le condizioni della pace seguente. In millenni di storia è sempre stato così, e di certo la conclusione del secondo conflitto mondiale non avrebbe fatto eccezione, tanto più alla luce dell’ormai definitivo declino dell’era coloniale (cioè della supremazia planetaria europea) e del coinvolgimento dell’intero globo quasi senza eccezione. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano il nuovo che avanzava mentre l’Europa, comprese le vincitrici “apparenti” (Gran Bretagna e Francia), erano il vecchio che aveva perduto, e non solo militarmente ma anche e soprattutto sul piano della credibilità. La storia non lascia appelli, si presenta, si impone e non dà scampo. In Asia il discorso sarebbe stato simile: il Giappone aveva ormai pagato a carissimo costo le velleità imperialistiche e scioviniste ostentate tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo, mentre la Cina “si era levata in piedi”, dopo un secolo di umiliazioni e aggressioni subite, animata dal potente messaggio marxista-leninista, analogamente a diverse altre nazioni per secoli ritenute ai margini della civiltà, come la Mongolia, la Corea, il Viet-Nam o, più avanti, il Laos. L’ordine instaurato dal monopolio colonialista euro-nipponico era ormai abbattuto, ma le sue residuali forze strategiche furono riconvertite abilmente dagli Stati Uniti, che ne direzionarono le mire contro la nuova forza rossa che stava animando e compattando, quanto meno sul piano strategico, l’intera fascia eurasiatica: dall’Unione Sovietica all’Europa Orientale, dalla Cina al Sud-Est Asiatico, le derivazioni politiche del marxismo costituirono non solo un volano di innovazione tecnologica e progresso sociale, ma anche e soprattutto un paradossale e determinante strumento geopolitico. L’Oriente era rosso: il vessillo del socialismo internazionale prendeva posto laddove Attila, Gengis Khan, Tamerlano e Ivan III avevano soltanto sognato di arrivare. Una forza imponente, capace di rompere col passato schiavista e oscurantista, senza mai dimenticare la propria storia e i propri antenati, ma anzi animandone lo spirito a nuova vita. Il potente grido di battaglia della Rus’ e l’imbattibilità del generalissimo Aleskandr Suvorov si reincarnarono nell’animo temerario del Maresciallo Georgij Zhukov, le filosofie militari di Sun Tzu e di Sun Pin rivivevano nella duttilità strategica di Mao Zedong, il cavallo dell’Eroe Rosso, Damdin Sükhbaatar, solcava le orme lasciate dai puledri di Gengis Khan, mentre la spada del grande condottiero coreano Yi Sun-sin passò nelle mani del Generale Kim Il Sung. Inarrestabile, il fiume rosso della rivoluzione, non aveva una precisa direzione né un corso univoco, come certo dottrinarismo marxista avrebbe preteso più tardi da Occidente. Nuovi popoli e nuove terre riemersero da secoli di oblio, una forza terrestre potentissima e gigantesca sembrava erigere con imponenza e ostinazione i simboli del lavoro e della semplicità delle cose, seguendo quell’atteggiamento fiero e rigonfio di orgoglio, eppure mai superbo o arrogante, tipico delle genti dell’Oriente. Quello che Stalin aveva definito quale lo scontro “inevitabile” non era soltanto il confronto tra socialismo e capitalismo – e del resto questa dialettica, pur marxista, intendeva qualcosa che ormai, nel frattempo, era divenuto irrimediabilmente differente rispetto a ciò che Marx ed Engels a loro tempo intesero – ma anche quello tra due diverse visioni del mondo, tra la pulsione ad un ordine sociale collettivo e armonico, e l’impulso bestiale ed incivile all’anarchia borghese e alla corruzione liberale.

Cosa potrebbe accadere oggi che gli Stati Uniti stanno cominciando a declinare? I tradizionali partner, a cominciare dall’UE ed Israele, come potrebbero reagire di fronte a questo declino? Si adegueranno all’indebolimento, rafforzando i loro impegni all’interno dell’alleanza atlantica come richiesto da Gates, o tenteranno di smarcarsi, abbandonando la nave mentre affonda e ricercando i privilegi via, via perduti settanta anni fa? Tali privilegi sarebbero in ogni caso ovviamente irripetibili, tanto quanto il corso della storia è irreversibile: verso chi potrebbero concentrarsi, difatti, degli ipotetici nuovi piani coloniali egemonici? Verso l’Asia non più, verso l’Africa nemmeno, quanto meno non negli stessi termini del passato, specialmente alla luce del nuovo ruolo di cooperazione assunto da Pechino. Ma quel che più conta, è che la riproposizione di tali “mitologie suprematiste” del passato, non avrebbe altro effetto che il rafforzamento delle ragioni atlantiche e dell’abbraccio mortale con Washington. La realtà presumibile è molto più arida, indubbiamente poco gradevole, ma molto più semplice: l’Europa sta oggi completando il suo percorso di disintegrazione e di auto-distruzione, e qualunque strada essa voglia ripercorrere sulla via del passato, finirebbe inevitabilmente con l’alimentare la sua fine, gettando nuova brace nel caminetto del suo fallimento. Senza un radicale ripensamento del ruolo geopolitico dell’Europa, su basi completamente nuove rispetto al passato, nulla potrebbe cambiare. Senza una precisa scelta di campo, l’Europa non ha né il prestigio né la forza politica per poter assumersi responsabilità di ampio respiro internazionale, perché nel moderno fallimento degli Stati Uniti c’è un retroterra pesante: il vecchio fallimento dell’Europa.