SCARSA CRESCITA OVVERO COME FAR FINTA DI CRESCERE

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La Banca centrale europea prevedeva una crescita per l’eurozona per il 2016 del +1,4 e del 1,7 per il 2017 mentre per la Banca d’Italia  una crescita nazionale dell’1,1 per il 2016 e 1,4 per il 2017. Questa crescita è nettamente inferiore alla media europea come conferma dell’Istat. La causa va ricercata nel nostro debito troppo alto che influenza enormemente la spesa improduttiva in un circolo vizioso in cui il gettito fiscale cresce ad un ritmo più sostenuto della ricchezza prodotta con il risultato di una ulteriore crescita di pressione fiscale. E’ questo un dei motivi di una causa non secondaria del troppo lento sviluppo che rasenta la stagnazione.

Nel frattempo viene immesso da Draghi denaro a tasso zero e anche meno  allo scopo di garantire all’economia europea l’ossigeno  del denaro a basso costo  alle banche che si impegneranno a loro volta a girare i soldi all’economia reale.

Tutto questo fino  al Brexit (uscita) della Gran Bretagna perché fino a questo punto tutto è cambiato e in peggio ed in particolare in Italia. Anzitutto la vantata crescita italiana ed europea si è drasticamente dimezzata se non annullata. Si è volutamente imprimere una accelerazione con una impennata improvvida dove l’uscita dell’Inghilterra  è solo un pretesto; si tratta anzitutto di riscrivere  il sistema del regolamento bancario europeo sulla scia di alcune magagne (si fa per dire) tra l’Italia e la Ue e non solo.

Secondo il Financial Times l’Italia sta  sfidando l’Unione europea con aiuti di Stato diretti alle proprie banche tutto ciò per evitare che Bruxelles voglia spingere il paese (Italia) a ricorrere la Fondo salva stati, cioè ai copiosi contributi europei elargiti sotto condizione di una limitazione di sovranità nazionale.

Di fronte al problema del ruolo sociale delle banche come custode dei risparmi della collettività premessa indispensabile di ogni futura crescita sta la proporzione tra il peso attribuito alle sofferenze che originano da crediti erogati a quello attribuito ai derivati.

In tutto questo il governo Renzi risulta l’unico paese che dopo la Brexit inglese si è trovata in aperta minoranza in Europa nel tentativo di concludere il Titip (Partenariato transatlantico sul commercio ed investimenti) con un accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti: “Siamo l’unico paese che ha formalmente chiesto alla Commissione europea di approvare l’accordo di libero scambio con il processo previsto per i trattati di competenza della Ue”.

I processi di globalizzazione stanno  invertendo la tendenza in prossimità di  nuovi eventi che si sta dipanando e sviluppando all’orizzonte e che è la presenza sempre più marcata di un multipolarismo.

Si dice che l’inversione sia la causa  di un cattivo funzionamento della cooperazione internazionale incapace di risolvere i problemi aperti  in materia del libero scambio,  dal dominio della finanza e della concorrenza sleale e che  spinge gli stati  al protezionismo (vedi nazionalismo).

E’ vero che la globalizzazione prese un concreto avvio nell’area occidentale con l’accordo di Bretton Woods del 1944  con alterne vicende; ha patito un arresto nel 1971 con la rinuncia unilaterale degli Usa e con un suo rilancio nel 1995 dopo la fine del comunismo sovietico e la nascita del Wto (l’organizzazione di libero scambio mondiale).

(cfr. Il Foglio del 2/8/16, Paolo Savona)   “ A Bretton Woods fu deciso che il dollaro fosse sottoposto al vincolo della sua conversione in oro a prezzi fissi, meccanismo che non poteva funzionare come in effetti accadde; da quel momento gli Stati Uniti commisero una serie di errori nel plasmare l’assetto istituzionale degli scambi mondiali, minando il processo di globalizzazione, sia nelle sue componenti monetarie e finanziarie, sia nella sua accettabilità sociale. Il risultato è stato la grave crisi finanziaria del 2008 e la perdita di consenso in atto del processo di globalizzazione. Molti degli economisti americani, pluridecorati con i Nobel, hanno accreditato questi errori, mentre quelli europei, che hanno giustamente appoggiato la razionalità del mercato unico a moneta unica, ne hanno commesso altri, non opponendosi alla “zoppia” delle istituzioni create; tra queste svettano l’assenza  di un’unione politica, la mancata esplicitazione di una politica nei confronti del dollaro e l’aver ignorato la necessità di una politica per rimuovere o compensare i divari di produttività dell’euroarea.”

Ma il processo di multipolarismo va avanti in modo ormai in modo irresistibile e che comporterà lo scardinamento delle complessive relazioni tra le formazioni  particolari e dunque del cosiddetto mercato globale; e in effetti non si tratta di un semplice mercato quanto di un semplice riposizionamento delle sfere di influenza dove il dollaro rappresenta soltanto una delle sfere (e non la più importante) per  la  supremazia, sempre in auge,  degli Usa.

agosto ’16