STATICITA’ E DINAMISMO: LA GRASSA CONTRO FINI

Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2012)

Massimo Fini è davvero incorreggibile, quando si convince di qualcosa tira dritto come un treno anche se di fronte c’è una galleria sbarrata dove si infrangeranno con un gran frastuono lui e le sue ubbie. Morirà come è vissuto: tanto rumore per niente. Forse è proprio questa sua sicumera ed il romanticismo delle sue idee nient’affatto esiziali per il sistema che gli consentono di occupare, con la sua faccia segnata da una selvaggia bohème giovanile, il grosso dei talkshow nazionali. Ecco l’ultima affermazione con la quale l’intellettuale della decrescita vorrebbe dimostrare che la nostra società è giunta alla fine del suo sviluppo, a causa di limiti intrisici al suo modello o modo di riproduzione:

Claude Lévi-Strauss, filosofo e antropologo francese, divide le società in “fredde” e “calde”. Le prime sono tendenzialmente statiche e privilegiano l’equilibrio e l’armonia a scapito dell’efficienza economica e tecnologica. Le seconde, cui appartiene la nostra, sono dinamiche e scelgono l’efficienza e lo sviluppo economico a danno però dell’equilibrio, dato che “producono entropia, disordine, conflitti sociali e lotte politiche, tutte cose contro le quali i primitivi si premuniscono e forse in modo più cosciente e sistematico di quanto non supponiamo”. Non esistono quindi “culture inferiori” e “culture superiori”. Si tratta semplicemente di società diverse che partono da presupposti diversi, ognuna delle quali sviluppa soltanto alcune delle potenzialità, e non altre, presenti nella natura umana. Comunque sia il guaio delle società dinamiche è che alla lunga finiscono fatalmente per essere strozzate dal loro stesso dinamismo e per fallire proprio in quell’economia su cui hanno puntato tutto, marginalizzando le altre esigenze umane. Queste società infatti non solo non possono fare marcia indietro, ma non possono nemmeno mantenere la velocità acquisita, devono sempre aumentarla. Quando questo non è più possibile il nastro si riavvolge all’indietro con rapidità supersonica consumando in pochissimo tempo ciò che era stato acquisito in secoli di trionfale avanzata. Questo è il rischio che corriamo noi, oggi”.

A parte il fatto che qualsiasi società corre sempre il rischio di decadere come tutte le cose umane, a Fini faccio una domanda semplice: ma le sue meravigliose società statiche, in armonia con il tempo e la natura, dove sono finite? Non ne vedo tante in giro eccetto qualche clan nomade del deserto o qualche tribù sperduta in angoli remoti della foresta amazzonica. Pochi nuclei di persone che vivranno forse felici e spensierati ma molto meno comodamente di lui e di me e con una media esistenziale al di sotto della sua e della mia. Certo, c’è il vantaggio che tali “primitivi” riescano a sottrarsi all’età del rincoglionimento perché nemmeno ci arrivano, ma un uomo sciocco come Fini è sempre meglio di uno morto, almeno secondo lo sciocco stesso poiché la stupidità s’aggrappa alla vita meglio di una cozza allo scoglio. Se poi Fini fa invece riferimento, come già in altre occasioni, alle società precapitalistiche, contadine e pastorali, siamo nell’ambito della fantascienza sociale a ritroso, per cui nemmeno ci inoltriamo in detta letteratura da pensatori spensierati che entrano nella diatriba politica ed economica epocale armati di sogni e di visioni favolistiche. Comunque, le collettività equilibrate di cui Fini parla (e che sono un parto della sua fantasia squilibrata o eccezioni per indagini antropologiche e archeologiche) non mi sembra abbiano avuto cicli più lunghi di sussitenza rispetto a quelle occidentali, almeno dacché le prime hanno impattato con la nostra cultura che non è né superiore né inferiore ma molto più dinamica, adattabile, flessibile e sempre meglio armata.  Dunque, sono soccombute (mi si passi l’arcaismo almeno verbale, mi si spari se indietreggio sul piano sociale) perché il dinamismo implica una migliore conformabilità al mutamento storico e ambientale mentre la staticità e l’equilibro, che non esistono in natura e nemmeno nelle costruzioni umane, se non come effetto ottico di una vista superficiale, portano ovviamente ad una quiete identificabile con la morte e con l’assenza di qualsiasi segno vitale. Ma qui Fini ovviamente confonde la staticità con lo stato di calma apparente che, tuttavia, non è mai definitivamente fissato  come può sembrare a chi inforca occhiali contraffatti con una immagine stampata direttamente sulle lenti. Afferma La Grassa nel suo ultimo libro in uscita per la Mimesis:

 “L’attività degli individui (nei gruppi), dei gruppi sociali (nelle formazioni particolari), di queste ultime (con i loro Stati, con gli organismi detti internazionali, ecc.) nel mondo, tende sempre a cristallizzare la “realtà” (una specifica realtà) in un dato equilibrio, perché ogni azione, sempre preceduta da un progetto e dalla fissazione degli obiettivi da realizzare, ha bisogno di procedere in una situazione di stabilità. Noi perseguiamo quindi i nostri scopi, agendo in una serie successiva di “stati di quiete”, da noi posti e aggiornati via via in periodi successivi; in certi casi molto brevi, ad esempio nella vita individuale di tutti i giorni, altre volte assai lunghi, anche riguardanti intere fasi o epoche storiche. Gli ordinamenti giuridici, le Costituzioni, ecc. appartengono a questa, necessitata, modalità d’azione. Eguale affermazione va fatta per la formazione degli Stati moderni (il termine stato è molto appropriato), per la rete di apparati creati secondo una determinata architettura che varia da paese a paese, da un periodo storico all’altro. La fondazione di un’impresa nella sfera economica corrisponde allo stesso bisogno. L’azione di più giocatori, che è movimento, esige tuttavia il contrario di quest’ultimo: si cerca quindi di stabilire uno stato di quiete, che è il campo dell’azione. Così come le squadre di calcio, sport di chiaro movimento, hanno bisogno del campo di gioco che è uno stato di quiete. I costumi, le consuetudini, l’abitudine, la morale in particolare, appartengono alla stessa modalità d’azione in un campo che noi crediamo di poter stabilire in quanto stato di quiete. Insomma, la cultura di una data formazione sociale è questo stato di quiete, quasi sempre rappresentante un forte ostacolo al cambiamento, a tutto vantaggio degli individui (in un gruppo), dei gruppi (in una formazione particolare), di una formazione particolare (in un contesto globale più vasto), che hanno consolidato quello stato di quiete perché in esso giocano in posizione di vantaggio rispetto agli altri attori. La lotta che periodicamente si acuisce, poiché nuovi “soggetti” (attori) intendono rovesciare la preminenza dei precedenti, si sviluppa appunto attorno agli stati di quiete, duraturi da più o meno tempo.”

 Ancora più interessante è quest’altro passaggio un po’ più complicato ma assolutamente esplicativo di ciò che vogliamo far assimilare:

“In campo sociale, l’equilibrio (sempre apparente e celante le spinte e vibrazioni squilibranti) è generalmente favorito dalla vittoria di un gruppo di decisori – che non è affatto detto debba essere stato in origine un gruppo dominante, anzi può avere rovesciato quest’ultimo – alla fine di un periodo di forte accentuazione delle suddette spinte, periodo che indico come policentrico, quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo. In ogni caso, solo la vittoria di un gruppo di decisori nella lotta per la supremazia tende a stabilire il presunto equilibrio; per il semplice motivo che le varie forze squilibranti si dispongono secondo una serie di spinte che si integrano reciprocamente. Faccio notare che sto parlando in tal caso di integrazione, non di mera compensazione.  Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre che, pur urtandosi e “contrapponendosi”, stabiliscono un certo equilibrio (simile a quello che si forma quando una formazione particolare è predominante nel mondo). Vi si versi una serie di piccole pietre, che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri “subordinandosi” alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco fine fine nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente, i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, “subordinandosi”, però, nel corso di tale integrazione. Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate, l’armonica integrazione sembra ormai assestata stabilmente. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (”atmosferici”) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei frantumi con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interesserà in vario grado anche il pietrisco. Gli equilibri stabilitisi svaniscono; così pure, l’integrazione tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti, si producono allora frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado sembrassero dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in realtà, era proprio il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante”.

Fini è padronissimo di trastullarsi col suo pensiero retrò ma noi lo siamo altrettanto quando facciamo avanzare un retropensiero sospettoso, poiché con le sue fanfaluche oniriche si fa ospitare in televisione, pubblica testi con la grande editoria nazionale ed avvelena i pozzi di una reale comprensione della fase storica, che anziché passare dal setaccio della teoria scientifica rigorosa si perde nei meandri dei sentimentalismi primordiali dove chi sogna un mondo migliore si risveglia costantemente in uno peggiore, contribuendo anche al suo deterioramento.

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Ps: Leggendo ultimamente il romanzo di Balzac, La cugina Bette, ho capito dove Berlusconi ha imparato lo stile parlamentare del vecchio porco di Stato che insegue le gonnelle fino a ottant’anni. I francesi ci sono cugini e precorritori, come sempre. Il puttanaio descritto dal grande romanziere francese a metà ottocento è irraggiungibile da cento Cavalieri nostrani. Ma noi abbiamo lasciato che Sarkozy ed il resto dei pudichi governanti europei ridesse di noi. Tutta colpa di questa sinistra semi-colta che anziché leggere i classici si butta nelle pagine di Baricco. Che ignoranza!






37 comments to “STATICITA’ E DINAMISMO: LA GRASSA CONTRO FINI”

  1. Mario Says:

    Dobbiamo quindi dedurre che nei destini del mondo e degli uomini si erge predominante il tempo, ultimo e primo destabilizzatore di ogni situazione sociale e antropologica stessa. Il tempo come entità suprema che detta ogni forma di movimento e di relativi processi di rinnovamento, in un sistema ineluttabile. E’ relativo allora l’impegno al modellamento delle società se le spinte squilibranti, nell’ordine equilibrato raggiunto, sono incontrastabili, seppure temporaneamente dominabili. Il modello finale rimane inalterato all’interno del recipiente dopo ogni processo di ristabilizzazione, le forze predominanti cambieranno aspetto ma non la sostanza. Può essere allora che l’equilibrio “statico”, in un mondo obbligatoriamente votato al divenire destabilizzato dal “Dio Tempo”, possa essere rappresentato da una dimensione spirituale dell’uomo, dalla sua capacità di inserire, in una situazione di inevitabile e perpetuo conflitto fra forze squilibranti ed equilibranti (che inficiano continuamente ogni pensiero di raggiunta armonia del tutto), la “staticità” di valori spirituali che si ergano al di sopra delle situazioni materiali fluttuanti, e dotino l’uomo, nel proprio animo, di quella stabilità che Fini ricerca nella staticità temporale, comunque inefficace ad alcun fine.

  2. Gianfranco La Grassa Says:

    possibile non si capisca che: 1) ogni analogia fatta non è mai da prendere così com’è; aiuta nella comprensione solo se si capisce che un esempio tratto dal mondo fisico non può essere trasposto in quello sociale senza il ben noto “grano salis”; 2) se si cita un libro, se ne devono per forza estrarre dati pezzi da un contesto molto più vasto, altrimenti ogni volta bisogna riportare il libro pressoché per intero.
    Quanto a Fini, la smetta di vivere in questa società, di apparire in una TV che ha già preparato a puntino, da quarant’anni almeno, i gonzi per ascoltare le sue bugie, perché non credo minimamente che dica quello che pensa, è un furbacchione come quelli del ceto intellettuale di “sinistra”, i “progressisti”; si alimentano vicendevolmente e gli ebeti stanno li ad ascoltarli (e leggerli) consentendo loro di guadagnare e fare una bella vita nelle nostre società “calde”; e loro stanno al “caldissimo”, non al “caldo” soltanto. E’ gente con una “faccia di tolla” che non ha l’eguale in nessun’altra epoca storica, tipico prodotto del disfacimento culturale di questo(i) paese(i) da cloaca.
    glg
    PS Quando sento parlare di “natura” vorrei saper sparare. La “natura” non esiste nemmeno nelle società “fredde”, poiché ogni forma culturale è sociale, è un tessuto di rapporti. E anche nelle società “comunitarie”, il conflitto è fondamentale nei rapporti sociali; e le cosiddette “armi primitive” sono già enormi passi avanti rispetto ai primordi “animali”. Quanto agli animali in senso proprio – di cui è difficile sostenere una evoluzione in qualche modo “storica” (non sto parlando dell’evoluzione delle specie, ma degli esemplari di ogni specie) – si nota comunque una diversificazione nella misura in cui entrano in contatto abituale con l’uomo, perfino con l’uomo “primitivo”.
    In ogni caso, le società “calde” vincono e sotterrano le altre. Non ho alcuna intenzione di sapere se è meglio o peggio, se andremo alla distruzione o meno. Discuto di ciò che è avvenuto, avviene e continuerà ad avvenire nel mondo; il resto lo lascio agli imbroglioni e saltimbanchi, ma certo furbi, perché sanno come curare i loro rapporti con dominanti “cotonieri”, che hanno assoluto bisogno di coprire la loro “arretratezza”, funzionale al coordinamento con i predominanti centrali, coordinamento da cui essi guadagnano il massimo impoverendo la maggioranza della popolazione (talmente istupidita che spesso si merita la sorte che ha). Quest’epoca dell’Italia (e anche d’Europa) è esemplare al proposito.

  3. Gianni Petrosillo Says:
  4. Guglielmo Rottigni Says:

    Come vuoi che la veda? Come uno dei tanti proclami, o “grida” che dir si voglia.

    Quante divisioni ha “Il Giornale”?

    Buona vita
    Guglielmo

  5. Gianfranco La Grassa Says:

    sempre più indispensabile un lavoro sullo Stato. Quello che si vede agire e che tutti considerano come un Soggetto, o Sovrano od ormai in esaurimento, è solo l’insieme di apparati funzionanti a coercizione ed egemonia. Ma questo “Stato” è solo la precipitazione “concreta” di un conflitto tra gruppi dominanti, coadiuvati (non sempre) da ceti sociali costituenti dati blocchi (e sono questi oggi carenti e in fase gelatinosa). Sono questi gruppi (in presenza o assenza dei blocchi), i rapporti tra essi sul piano mondiale, ecc. a dar ragione di che cos’è in realtà lo Stato e di come agiscono gli Stati “sovrani” e quelli in mano ai “cotonieri” e subordinati allo Stato dei gruppi predominanti effettivi. Tutto da ripensare.
    glg

  6. aldo Says:
  7. quota kubrick Says:

    Questa questione dell’innocenza è cruciale. Essa non è dal punto di vista che si raffigurano quelli che la pongono. Essa lo è in questo senso: di quale superiorità può avvalersi un mondo al quale nulla sfugge più, che è ormai ” senza fuori” ? Cosa che il capitale sa non essere più al di fuori di esso stesso ( a cui doveva il sapere di essere puro , per comparazione), essendo a lui inevitabile di ritrovarne in sé l’equivalente, e di denunciarvelo. “Noi non siamo abbastanza innocenti per una vittoria così considerevole” non è un enunciato morale. E’ tutto tranne che un enunciato morale. Questo vuole semplicemente dire: noi mancheremo ormai di ogni principio esteriore di scagionamento. Noi non potremo più fare altro che essere giudicati per quello che siamo ( non potendo più essere comparati a nient’altro, noi saremo comparati a noi stessi!). La trasparenza è il violento ritorno su di sé dell’egemonica volontà di innocenzza del capitalismo (la risposta imprevista alla sua perdita d’esteriorità). Della sua pandemia.
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    A quelli che la dominazione priva del possedere, non resterà presto che la consolazione di “appartenere”. L’appartenenza è il sottefurgio attraverso cui la dominazione convincerà presto tutti quelli ai quali non resta niente, che questo niente è ciò che essi hanno inalienabilmente in proprio : il sangue (puro), il nome (proprio), la terra(patria). E’ in nome del sangue, in nome del nome e in nome della terra che si elaborano e si elaboreranno d’ora in avanti tutte le regole della dominazione miranti a soddisfare la supplica d’appartenenza di tutti coloro che la proprietà del capitale priva – ma che il capitale ha convinto delle virtù identificatorie della proprietà.
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    Michel Surya, Della dominazione
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    purtroppo caro GP, di Balzac come ben affermi e argomenti, non ce ne sono più in giro e pochi lo leggono ancora..invece al contrario siamo pieni di massimi fini, tutti convergenti ad un unico obiettivo “consolatorio”,perfettamente corrispondente ai disegni di immiserimento che convengono all’impero . A cui contribuiscono le centinaia di intellettuali(parolona), che non sapendo bene come funziona il rapporto globale del capitale, credendo di liberarsene, al contrario lo sviluppano.

    Però diversamente da te o GLG ed altri, io credo che dalle caverne ad oggi , quanto sta avvenendo sia solo la conferma del macigno dramma della storia, con le sue specifiche visto che attualmente siamo impreparati a quello rafforzato, visto che principlamente giocato sul mezzo media mediatico..e poi, altra specifica , direttamente per quanto ci riguarda, dall’unità ad oggi, in un unico filo nero, nerissimo …molto meglio quindi elevarsi ad altro e altrove.
    ciao :-)

  8. ws Says:

    veneziani e’ uno che “ci fa’” , invoca ” lo stato” come se fosse lo “Spirito Santo” , ben sapendo che cosa sia nella realta’ QUESTO ” stato”: un coacervo di opportunisti, farabutti e saltimbanchi intellettuali pari suo.

    Comunque essendo in questa categoria uno dei piu ‘”svegli” e’ interessante che veneziani parli di ” sovranita’” . Questo significa che all’ interno della della casta collaborazionista che ci (s)governa si comincia a temere che i propri bassi servizi non saranno piu ben pagati come fino ad adesso

  9. Gianni Petrosillo Says:

    meglio il secondo paragrafo del primo che mi dà tanto di capitale totale alla camatte.

  10. quota kubrick Says:

    GP, cosa dici ? Vallo a dire a Ernesto casamatta, poi vediamo che ti racconta il suo cadavere. Ciao :-)

  11. Gianfranco La Grassa Says:

    in letteratura e al cinema posso apprezzare il romanticismo. Mi entusiasmo a certi gran melò, mettiamo “Perdutamente tua” con la famosa frase finale: “Abbiamo già le stelle, non pretendiamo la Luna”. Amo anche certo kitsch; non appena posso mi rivedo “Casablanca” (“sono colpi di cannone o il tuo cuore che batte” mentre i nazisti si avvicinano a Parigi e Bogart e la Bergman si scambiano baci da film anni ’40, una meraviglia assoluta!) e trovo entusiasmante l’omaggio reso a questo film da Woody Allen (anche se la regia è firmata da Herbert Ross) in “Provaci ancora Sam”, che è ironico ma con grande tenerezza e affetto. Nel campo dell’analisi sociale, e soprattutto del capitale, mando invece a cagare qualsiasi “romantico”; se potessi gli caccerei una pallottola di Colt 45 in testa, meglio se a frammentazione poiché è noto che l’unico modo di mettere termine all’esistenza degli zombi è lo spappolamento del cervello. Non amo le mezze misure: grande amore o odio viscerale. Preferirei non leggere commenti di “romantici” perché mi sento più in me ad amare che a soffrire per l’impossibilità di uccidere chi finge il “buonismo” e il “naturalismo”; non gli concedo la buona fede e l’intelligenza insieme: o è farabutto o deficiente.

  12. quota kubrick Says:

    Eh eh eh GLG , sei un mito irraggiungibile nella tua punta, pero’ questo tipo di ” format” con me non funziona, non raccolgo la tua colt virtuale . Buona giornata :-)

  13. Gianni Petrosillo Says:

    i morti non parlano ma si trascinano i vivi ;-)

  14. Gianfranco La Grassa Says:

    ma io sono buonissimo (non buonista) e mi impietosisco; anche sapessi sparare, mi limiterei a qualche imprecazione e alzerei gli occhi al cielo implorando Giove di inviare una saetta (senza sbagliare mira).
    glg

  15. Guglielmo Rottigni Says:
  16. ws Says:

    le solite ” mezze verita’” degli ex-politici della fu “prima repubblica”. Grillo e’ mnovrato da soros e soros non e’ ne “destra” ne ” sinistra” … e’ SOPRA.

  17. sergiogallotti Says:

    “Dove sono finite le societa “calde” che viveveano in equilibrio e armonia con la natura? Mai sentito parlare di colonialismo? Cosa ne e’ stato delle societa dei pellerossa amerindi? E delle civilta’ di tutto il sud-america? Semplicemente sistematicamente distrutta da i nuovi padroni occidentali in nome di un malinteso senso di sviluppo. Il fatto che l’autore di questo articolo non ne veda in giro nessuna e’ che sono state massacrate in nome dei nostri valori e cultura. Trovo orribile poi il malcelato plauso e che si fa alla legge del piu’ forte, anche qui in segno forse di un ossequioso darwinismo: non ne vedo piu’ in giro ergo e’ giusto che non ve ne siano. E’ invece segno distintivo di insopprtabile cinismo e di mancanza di rispetto davvero intollerabile. “Vivono molto meno comodamente di lei e di me”, e a lei chi glielo dice, scusi? Altra presunzione etnocentrica europeista da sfatare, altro pregiudizio antropologico occidentale, che noi dobbiamo vivere per forza meglio di altri, perche certo noi abbiamo la riflessione dello spirito e loro sono razze infantile. Ah Ah! Qui c’e il peggio di Marx (e cioe Hegel, vedere come Hegel tratta i neri africani nella sua filosofia della storia please). Quanta disinformazione, per non volere dire altro. Che poi noi possiamo vivere qualche anno in piu’, e’ ancora frutto dei nostri pregiudizi, come se contasse soltanto la quantita’ della vita biologica, a scapito di tutto il resto; quindi dagli giu’ forza con l’accanimento terapeutico. Naturalmente e’ indifferente sapere che pero’ NOi produciamo anche cancro, diabete, infarti in misura infinitamente maggiore, macchisefrega certo. Dice bene lei, la nostra cutura e’ molto meglio armata delle altre e solo la violenza le ha permesso di dominare le altre (dica anche questo please). Per il resto definire le societa’ statiche tutte quelle diverse dale nostre “dinamiche” e’ segno di profonda incultura almeno antropologica. Si legga per favore almeno Goody (tanto per dirne uno) che invece ritiene di superare questo che lui definisce storigrafia teleologica e inquadra il dinamismo europeo in un fenomeno ben piu’ ampio che coinvolge anche l’intera asia, che, ricordiamolo, a a partire dal 3000 AC conobbe la rivoluzione urbana dell’eta’ del bronzo, lo sviluppo delle citta’, dell’artigianato e dell’agricultura basato sulla’aratro. Da allora forse le due aree non si sono mosse alla stessa velocita’ nel corso del tempo, ma non si pu’ considerare scritto nel destino una accellerazione lineare dell’europa a scapito delle altre culture: e’ semplicemnete un meccanismo di alternanza che non comporta nessuna supremazia. Anche l’ Europa dopo la le invasioni barabariche conobbe una fase in cui restò decisamente indietro e riuscì poi a recuperare terreno soltando mutuando frequentemente invenzioni e prodotti dall’Oriente, come la stampa, la carta, la porcellana, il cotone, la tessitura della seta, la bussola, la polvere da sparo, gli agrumi, il tè, le spezie, lo zucchero e numerose specie di fiori. Ricordiamo anche questo. Perche invece di parlare di dinamismo occidentale a scapito di una pretesa staticita’ ed equilibrio non si parla di permeabilità delle diverse culture e sul vantaggio che di volta in volta esse hanno tratto dall’interscambio mercantile e culturale? La storia, «non si è mossa e non si muove in linea retta» ed e’ questo anche il grande insegnamento di Marx. Non sono le SOCIETA’ calde a sotterrare le altre, sono le armi di cui si sono dotate queste societa’. Quando i cinesi scoprirono la polvere da sparo la usarono per i fuochi pirotecnici, noi per le armi. Da che parte dobbiamo stare noi? Ce lo dica lei professore.

  18. Gianni Petrosillo Says:

    Lascio passare il commeno che si commenta da solo. io torno a produrre diabete…

  19. Guglielmo Rottigni Says:

    Mia nonna (nata nel 1982. in Nord Italia) viveva in una casa priva di acqua corrente. Usava l’acqua del torrente. E si ammalò di tifo per tre volte in dieci anni.

    E quando vide alla TV “L’albero degli zoccoli” la sua reazione fu di desiderare usare quegli zoccoli contro il regista e il cattolico quotidiano locale che incensava i “bei tempi della solidarietà”.

    Buona vita

  20. Gianfranco La Grassa Says:

    tutti (beh, in molti) abbiamo lacrimato sui “pellerossa” sterminati dai “bianchi”; e siamo rimasti agghiacciati al pensiero di civiltà come quelle del centro-sudamerica azzerate dagli “invasori”. Bisogna però porsi anche qualche altra domanda. La prima, brutale, è che se certe società “calde” hanno fatto fuori le altre, non è certo per caso né per particolare cattiveria o altro; piangere sulle civiltà estinte – come sulle specie animali anch’esse estinte – diventa puro esercizio di retorica, facilissima in mezzo alle comodità della vita moderna. E poi, ci sono decine di altre domande, ormai fatte e rifatte più volte e non solo nel blog, alle quali i cantori dei “tempi antiqui” danno risposte del piffero. Non vale la pena insistere. Ripeto che anch’io, se esistesse la ben nota “bacchetta magica”, tornerei a vivere in altri tempi; non proprio così antichi, e in ogni caso vorrei l’assicurazione di “nascere bene”, nei gruppi di vertice della società, poiché mi basta ricordare gli anni ’50 nelle nostre campagne venete per non nutrire alcuna forma di “romanticismo”. Dirò di più. Io sono nato non bene, ma benissimo, nei ’50 ero in una fascia sociale a reddito mediamente decuplo rispetto a quella in cui sto ora. Però, ogni tanto mi viene un lampo (di tipo “alleniano”): quando andavo dal dentista (sempre stato debole su quel versante). Allora, poiché a me piacerebbero addirittura tempi ben più vecchi dei ’50 (quelli stessi per cui Allen prova nostalgia in “Midnight in Paris”), il mio desiderio di altri tempi subisce comunque una scossa. Se poi ricordo la mia semplice operazione d’appendicite nel 1947, un incubo per i mezzi con cui fu realizzata rispetto alla chirurgia odierna, la questione si complica ancor più. Comunque, sognare tempi andati è bello; uno si prende una mezzora di rilassamento e si ritempra lo spirito (per il corpo, meglio ritemprarsi nella modernità).
    glg
    Piccola aggiunta. Per motivi che sarebbe adesso un po’ lungo spiegare, mai ho mangiato così bene, “naturale” e saporito e….tutto insomma, come durante la guerra e negli anni successivi; l’autentica “rovina” del “naturale” è iniziata con il “boom” economico (1958-63), è finita la “pacchia”. Se però dico queste cose al 90% delle persone conosciute (e forse al 99 di quelle non conosciute), mi sorridono benevolmente per gentilezza (e per finzione); e anche perché ormai stanno benone o benino. Se le avessi dette nei ’50, avrei rischiato di brutto.

  21. quota kubrick Says:

    Io penso che occorra superare visioni generate da un dualismo esasperato dall impero mediatico.. Intendo riferirmi all esaltazione della tecnologia O a quella della natura. I due versanti sono stati resi ambigui , appositamente per la solita guerra fra poveri. Il dualismo più in generale a questo è servito. Faccio un esempio sulla chimica . Esiste una chimica buona e un ‘ altra meno , molto meno. A parte averci tolto la prima dove esprimevamo bilanci di tutto rispetto, siamo sempre al punto che prevale , come qualsiasi altro mezzo, la chimica meno buona , quella che fa alto ricavi per l industria farmaceutica di un certo tipo, ad esempio oppure per quella militare di un altro.

    Ridurre un grande regista come Olmi , a berlina e burla , è atto tipico di chi speculare ai decrescisti speculari ai soros-sistema, continua a farsi divorare dal divide et impera.

  22. Gianni Petrosillo Says:

    Ro’ quel film è molto bello, da lì dovrebbero imparare i decrescisti e scappare dalle loro idee

  23. ws Says:

    in effetti che dice che “l’ albero degli zoccoli” sia un film ” decrescista” per dirlo eufemisticamente “non ha capito un cakkio”.
    e lo zoccolo che voleva tirare alla TV la nonna di rottigni derivava appunto dal senso di disperazione vitale che quel film faceva rivivere a quella vecchia signora.

    Il senso che veniva da quel capolavoro e’ appunto che “si stava peggio quando si stava peggio” e che senza tanta umanita’ non si poteva sopravvivere a quella condizione bestiale.

    Ed e’ questo il messaggio del film : il progresso ci ha fatto piu’ disumani ed insensibili ( “chi non ha piu nemici non ha pieta’ ” come cantava sergio endrigo )e datosi che nessuno mentalmente onesto vorrebbe veramente “tornare indietro”, il nostro problema e’ avere ANCORA PIU’ Progresso senza perdere di umanita’e sensibilita’.

  24. Gianfranco La Grassa Says:

    Olmi è un ottimo regista (i grandi sono tipi come Eisenstein, Lang, Renoir, Welles, Kubrik, forse Wilder e Losey e qualche altro che adesso non elenco per risparmio, comunque non sprechiamo termini impropri, ci sono alcune decine di registi prima di Olmi), il cui migliore film, a mio avviso, è il primo: “Il posto”. Ottimi anche alcuni degli ultimi, fra cui “Il mestiere delle armi”. Banale, secondo me, e al limite della mediocrità, i “Cento chiodi”. “L’albero degli zoccoli” lo preferisco nettamente al retorico e tronfio “Novecento” di Bertolucci (di cui ho rivisto poche sere fa l’atto secondo, restando inorridito per la sua stupidità, salvo qualche sprazzo, ma troppo poco); quello di Olmi è a mio avviso un buon film o anche più che buono. Non si può però negare una discreta dose di “manzonismo”. Anche “I promessi sposi” non è certo romanzo da buttare via, ma la “concezione del mondo” che trasmette mi fa venire l’orticaria. Francamente, gli preferisco di gran lunga “Le confessioni di un italiano” (i primi 10, massimo 12 capitoli; il resto sembra scritto da un altro, e la Pisana, personaggio chiave e “di sugo”, diventa una donnetta tutta miele!) o anche “La coscienza di Zeno”. Poi i gusti sono gusti; e il buonismo è una tipica caratteristica italiana.
    glg

  25. sergiogallozzi Says:

    Ognuno hai suoi gusti che vanno rispettati anche quello di sovralimentarsi con carne, cibi zuccherini e sofisticazioni alimentari varie per predisprsi al diabete, per carita’! Ma quando mi si dice che bisogna cominciare a porsi domande anche brutali chiedendosi perche certe società hanno fatto fuori altre e che non è certo per caso né per particolare cattiveria o altro e non si aggiunge una riflessione teorica seria, mi suona solo come una vuota affermazione di principio e provo una grande delisione. Se non e’ per caso ne’ per cattiveria per cosa allora, me lo si dica per favore. Le risposte del pifferro sono tante, ma parlare del dentista e della propria appendicite non aiuta a capire meglio e a fare luce sulla questione. Se le società “calde” vincono e sotterrano le altre, anche io come lei non ho alcuna intenzione di sapere se è meglio o peggio, pero’ vorrei almeno capire il perche’ e un minimo di analisi non guasterebbe a questo proposito che pero’ qui da parte sua manca.

  26. Gianni Petrosillo Says:

    a parte che una cosa manca se non c’è oppure se uno non la vede, ma sono secoli che qui si fanno analisi su tali questioni. la invito ad andare sul sito ne troverà di cotte, di crude e di diabetiche. basta guardare bene

  27. Gianfranco La Grassa Says:

    si spera di fare l’analisi nei commenti? Ci sono centinaia di pagine, per non dire migliaia (anche mie), scritte su argomenti quanto meno collaterali. Certo, sarebbe bello ma non ho tempo di fare un’analisi seria della “conquista del West”. I sentimenti, che provo vedendo un bel film come “Geronimo” (ne cito uno a caso, ma non troppo a caso), non possono farmi dimenticare che cosa è nato – anche di cultura e di autentica grandezza, non solo di selvaggio annientamento – da simili processi storici. In ogni caso, in mancanza di analisi, va bene anche l’ironia di un film come quello (penultimo) di Woody Allen. Un tizio dei nostri tempi finisce negli anni ’20-’30 a Paris e si trova in un clima, che non può non sollecitare nostalgia a confronto con i nostri. Lì incontra una magnifica ragazza con cui, poi, finisce nella “Belle Epoque”; e la ragazza anni ’30 prova nostalgia e non vuol più tornare indietro (cioè avanti). Ma nella Belle Epoque conoscono qualcuno con cui finiscono ancora più indietro nel tempo; e nemmeno questo qualcuno vuol più tornare indietro (avanti). Ognuno vede con tanta nostalgia tempi passati e sente che c’è stata una perdita. Non è escluso che ci sia stata veramente, ma molto dipende dal ricordo e dal sogno che questo innesca in chi ha fantasia. Alla fine però, se non ricordo male, il primo protagonista (dei giorni nostri) si rammenta che ha l’appuntamento dal dentista e preferisce tornare sui suoi passi; dove tuttavia si reincontra con una ragazza niente male che, nel mercato dove vendeva – mi sembra – vecchia musica, gli aveva fatto ascoltare una magnifica canzone di Cole Porter (Allen è della mia stessa classe d’età e, detto per inciso, è incredibile come abbia i miei stessi gusti musicali e cinematografici). In definitiva, una bella giovane moderna, ma che ha memoria del passato (non simile, quindi, agli “under 40″ del Pdl), è sufficiente per accettare i tempi moderni. Non si deve dimenticare il passato, ma nemmeno star lì a versare lacrime perché ci si vorrebbe tornare; altrimenti, come dice il poeta, “è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio”. In ogni caso, siamo pressati da altri tipi di analisi, che non si riesce nemmeno a portare bene a termine. Molte cose sono però state già dette anche se i lettori del blog lo ignorano.
    glg

  28. sergiogallozzi Says:

    Si puo’ fare questo proposito un omaggio a un grande poeta che spero sia amato anche da lei?

    Aspettando i barbari
    di Kostandinos Kavafis

    Che aspettiamo, raccolti nella piazza

    Oggi arrivano i barbari.

    Perché mai tanta inerzia nel Senato?
    E perché i senatori siedono e non fan leggi?

    Oggi arrivano i barbari.
    Che leggi devon fare i senatori
    Quando verranno le faranno i barbari.

    Perché l’imperatore s’è levato
    così per tempo e sta solenne, in trono,
    alla porta maggiore, incoronato?

    Oggi arrivano i barbari.

    L’imperatore aspetta di ricevere
    il loro capo. E anzi ha già disposto
    l’offerta d’una pergamena. E là
    gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

    Perché i nostri due consoli e i pretori
    sono usciti stamani in toga rossa?
    Perché i bracciali con tante ametiste,
    gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
    Perché brandire le preziose mazze
    coi bei ceselli tutti d’oro e argento?

    Oggi arrivano i barbari
    e questa roba fa impressione ai barbari.

    Perché i valenti oratori non vengono
    a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

    Oggi arrivano i barbari:
    sdegnano la retorica e le arringhe.

    Perché d’un tratto questo smarrimento
    ansioso? (I volti come si son fatti seri!)
    Perché rapidamente e strade e piazze
    si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

    S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
    Taluni sono giunti dai confini,
    han detto che di barbari non ce ne sono più.

    E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
    Era una soluzione, quella gente.

  29. Gianni Petrosillo Says:

    si certamente, è uno dei miei preferiti insieme a frost, majakovkij, esenin

  30. Gianfranco La Grassa Says:

    è una delle poesie più famose, molto in voga anche nel ’68. Non semplice di interpretazione, mi sembra, come sempre del resto.
    glg

  31. Roberto Buffagni Says:

    Dico rapidamente la mia sulla querelle des anciens et des modernes.
    Le civiltà tradizionali hanno un inequivoco primato sulle moderne: la produzione di uomini (pochi, va da sè) dalla qualità spirituale eccelsa, degli Himalaya di virtù e di grandezza che non si possono scalare, oggi, senza bombole d’ossigeno.

    Vi risparmio gli esempi, superflui. In questo le civiltà tradizionali sono analoghe alla natura, che si permette il lusso di sommergere un continente per alzare una bella montagna. (Non faccio il discorso nietzschiano sugli schiavi condizione necessaria del Partenone, discorso del cavolo di per sè, e anche storicamente errato perchè all’epoca del Partenone, in Grecia di schiavi ce n’era pochini).

    Per restare in casa, la differenza fra l’Italia medievale e l’Italia di oggi è che nell’Italia medievale si poteva scrivere, e largamente apprezzare, un poema come la Commedia dantesca, e al contempo si poteva tranquillamente bruciare sul rogo una persona per una divergenza su un punto di teologia. Tra le due cose ci dev’essere un rapporto, forse l’importanza vitale assegnata alle parole e alle idee.

    Nell’Italia di oggi, un poema come la Commedia è nè più nè meno impossibile, e nessuno, tranne i più incalliti criminali o gli psicopatici, riuscirebbe a veder bruciare sul rogo un eretico senza farsi venire uno svenimento. Al contempo, troviamo normale che le donne abortiscano degli innocenti per futili motivi. Tra le due cose ci dev’essere un rapporto, forse nell’efficacia del principio “occhio che non vede, cuore che non duole”.

    Morale: come diceva Bernanos, siamo “duri di cuore e deboli di nervi”, probabilmente perchè invece di vivere spesso al cospetto della morte, ce ne teniamo accuratamente lontani.

    Poi avere i ritrovati della scienza e della tecnica è un privilegio al quale nessuno sano di mente rinuncerebbe: soprattutto, nessuno sano di mente costringerebbe gli altri a rinunciarvi; se vuole lui, si accomodi, e infatti c’è chi lo fa. Certo che proporsi una qualsiasi forma di azione politica promettendo ai propri elettori una vita media di trent’anni non è consigliabile.

  32. Gianfranco La Grassa Says:

    coloro che apprezzavano la Divina Commedia (e altre grandi opere in tutti i campi artistici) erano però pochini, quelli stessi che, tenuto conto del livello di progresso dell’epoca, facevano una vita ai più alti livelli, anche se dovevano espletare funzioni (ad es. di guerra o duelli cavallereschi, ecc.) in cui potevano rimetterci “la ghirba”. Però la “truppa” contadina forniva la maggior parte dei massacrati; e in più viveva una vita da bestie (bestie di quell’epoca perché cani e gatti, ecc. fanno adesso una buona vita). Diciamo che oggi la massificazione non ha elevato gran che i livelli culturali, ha diffuso una media ignoranza. La differenza l’ho potuta constatare già nell’ambito della mia vita. Negli anni ’50, la massa in campagna, nei suburbi e quartieri popolari, ecc. viveva malino e non aveva alcun livello culturale decente. Una minoranza – non solo i “ricchi” (talvolta già allora dei parvenus ignorantelli), ma anche i figli della classe media e impiegatizia a discreto tenore di vita – leggeva, coltivava del buon cinema, discuteva di cose abbastanza serie; di sicuro non aveva la mania di andare a guadagnarsi da vivere in lavori stagionali, quei lavori per cui in seguito i genitori sono divenuti orgogliosi dei loro figli (in parte con ragione, ma senza troppo rendersi conto della perdita culturale). I miei amici e conoscenti, del settore insegnanti, avevano una serie non indifferente di letture alle spalle; ciò riguardava anche coloro che insegnavano matematica, fisica, scienze naturali, ecc. Oggi, apprezzo tutto sommato molti giovani, ma la loro preparazione è francamente sommaria salvo eccezioni; in campo letterario e cinematografico (quelli che ho coltivato di più) mi fanno generalmente rabbrividire. Gli amici insegnanti ogni tanto mi guardano come un marziano se uso certi termini; sono quasi tutti (pochissimi esclusi) dediti al calcetto, al tennis, alla maratona o marcia o corsa, a fare roccia, sci e non so cos’altro; tutto salvo che leggere e sapere qualcosa. Di politica…. meglio lasciar perdere. Però, sono generalmente sani, la vita media è più alta, uomini e donne anche a 60 anni e oltre sono esteticamente apprezzabili, asciutti e tonici, spesso di spirito pronto. Negli anni ’50, solo poche donne raffinate e di alta estrazione sociale reggevano all’incuria del tempo; a 40 anni (massimo 50, ma già eccezionali) era meglio passarci a lato e guardare altrove. Beh, ancora molto sarebbe da dire, ma in un commento che si vuole di più.
    glg

  33. aldo Says:

    Aggiungerei che Dante ha scritto la Commedia perchè forzatamente escluso dalla vita politica fiorentina e costretto all’esilio, quindi per una mera combinazione di circostanze. Se fosse stato dalla “parte giusta” oggi a malapena qualcuno ricorderebbe un politico fiorentino di seconda schiera mentre non avremmo un capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi.

  34. Roberto Buffagni Says:

    Grazie delle repliche. Solo un paio di piccole note. La Commedia di Dante ebbe grande e immediata fortuna popolare, in una Firenze comunale dove, a somiglianza delle polis greche, l’accesso alla cultura non era riservato a una quota molto ristretta della popolazione. Se ne tenevano pubbliche letture affollatissime, e anche gli analfabeti ne imparavano larghi squarci a memoria. (Certo, un conto la città, un altro il contado). La vera spremitura sociale, con una separazione quasi per razze della popolazione e la condanna di larghi settori di popolazione in condizioni subumane, in Italia viene con la “seconda feudalizzazione” che segue alla crisi del Cinquecento, e con la perdita di autonomia politica dell’Italia; e lo stesso Rinascimento, con le meraviglie culturali che ha prodotto, è il frutto di una espropriazione clamorosa (economica e culturale) ai danni dei più poveri: contro questo protesta frate Gerolamo Savonarola con i suoi “piagnoni”. Poche generazioni più tardi, poi, se uno ascolta i meravigliosi madrigali del principe Gesualdo da Venosa (allora forse l’uomo più ricco d’Italia)e legge qualche testimonianza sulle condizioni di vita dei contadini nei suoi feudi meridionali resta sbalordito e si chiede come sia possibile la compresenza simultanea di quei due universi. Eppure, anche in quelle condizioni di vita disperanti, si vedono spuntare fiori di bellezza come i maggi e i cantari contadini, e la poesia dei costumi e delle usanze popolari.
    Le antiche civiltà sono una Atlantide di tesori sommersi, e, quando ci si pensa bene, inspiegabili. Certo che vivere alla presenza della morte e nel pensiero costante di un invisibile aldilà cambia molto, forse tutto…

  35. ws Says:

    no caro aldo, Dante aveva gia’ ” ben scritto” molto prima di essere esiliato, e rimase un affannato ” politico ” tutta la vita …( il suo esilio non fu un “ozio letterario” :-) )

    caso mai si puo’ dire il contrario che cioe’ se avesse vinto la sua” parte” avrebbe lasciato maggior segno ANCHE nella politica.

  36. ws Says:

    caro buffagni cio’ che tu noti si spiega benissimo nei termini dei ” valori” dominanti nelle vecchie societa’ rispetto alla attuale. In questa opulenta societa’ contano solo i valori materiali mentre in quelle miserissime che ci hanno preceduto la cura dello ” spirito” dominava su quella del ” corpo” . E ‘ per questo che i previlegiati di allora curavano cose come poesia, bellezza, armonia ,onore, ordine ect.. ect.. ( che nei previlegiati di oggi generano solo sghignazzate …) e non si sentivano minimamente turbati della miseria “corporale”( … soprattutto altrui :-) )

  37. aldo Says:

    per ws: infatti non intendevo che l’esilio fosse stato un “ozio letterario” ma anzi che la forzata lontananza avesse amplificato quel certo “giramento di attributi”, diciamo così :-) , chiaramente percepibile in più di un passaggio del poema. Diciamo un surplus di indignazione e di accesa passione politica e civile.

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