Viva la plastica!

mondo

 

Ci tassano le cose più utili e di uso comune. Diesel, plastica e tabacco. Sono rapine ai danni della gente mascherate da lotte a favore dell’ambiente. Cercano di toccare i cuori mentre ti derubano del portafogli. Il governo fucsia, attualmente in sella in Italia, specula su tutte queste balzanerie per gabbare i cittadini, al pari degli omologhi europei. La coscienza ambientalista serve a legittimare le rapine contro i più deboli della terra, in nome di una Terra che se volesse ci smaltirebbe in breve tempo, senza farsi troppi problemi. La natura vuole la nostra pelle perché la vita deve mangiare la vita per perpetrarsi. Però gli ambientalisti, questi ricchi signori che vivono esistenze protette e confortevoli, grazie ai loro soldi, vogliono rendere tutto più difficile a chi ha già problemi più seri da affrontare, come quello di tirare a campare. In realtà, l’ecologismo è una ideologia farlocca per spillare quattrini allo stato, per truffare i contribuenti, per arricchire i farabutti con la compiacenza di una politica ogni giorno più banale e meno scientifica. Ironizza sulla questione il comico americano G. Carlin ma non ha tutti i torti:

“ la più grande arroganza di tutte è: salvate il pianeta!
Cosa? Questo cazzo di persone mi stanno prendendo in giro? Salvare il pianeta? … Ma se non sappiamo ancora prenderci cura di noi stessi!
Non abbiamo nemmeno imparato a prenderci cura l’uno dell’altro, e vorremmo andare a salvare il cazzo di pianeta? Mi sto stancando di questa merda. Stanco di questa merda. E sono stanco di quel cazzo di “giornata del pianeta”, sono stanco di questi ambientalisti ipocriti, questi bianchi, liberali borghesi che pensano che l’unica cosa sbagliata in questo paese sia che non ci sono abbastanza piste ciclabili. Persone che cercano di rendere il mondo più sicuro per le loro Volvo.
D’altra parte, agli ambientalisti non frega un cazzo del pianeta. Essi non si preoccupano del pianeta. Non lo fanno nella sua essenza fondamentale.
Sapete in che cosa sono interessati? Un posto pulito dove vivere. Il loro habitat.
Sono preoccupati che un giorno, in futuro, potrebbero subire personalmente degli inconvenienti. L’interesse personale ottuso e non illuminato non mi piace.
D’altra parte il pianeta non ha nulla che non va. Nulla che non va con il pianeta. Il pianeta è a posto. E’ la gente che è fottuta. C’è differenza!
C’è differenza: il pianeta è a posto, rispetto alle persone il pianeta sta andando benissimo. E’ qui da quattro miliardi e mezzo di anni, avete mai pensato all’aritmetica? Il pianeta è stato qui per quattro miliardi e mezzo di anni, noi invece da quanto ci siamo: centomila? Forse duecentomila? E siamo solo stati impegnati nell’industria pesante per poco più di duecento anni. Duecento anni contro quattro miliardi e mezzo. E noi abbiamo la presunzione di pensare che in qualche modo noi siamo una minaccia? O che in qualche modo faremo mettere a repentaglio questa bella pallina verde-azzurro che è solo fluttuante intorno al sole? Il pianeta ha passato molto di peggio. Ha passato tutti i generi di cose peggiori di noi. E’ passato attraverso i terremoti, i vulcani, la tettonica a zolle, la deriva dei continenti, eruzioni solari, macchie solari, tempeste magnetiche, l’inversione dei poli magnetici … centinaia di migliaia di anni di bombardamento da comete ed asteroidi e meteoriti, allagamenti globali, maremoti, incendi in tutto il mondo, erosione, i raggi cosmici, ricorrenti periodi di glaciazione … E noi pensiamo che alcuni sacchetti di plastica e alcune lattine di alluminio riusciranno a fare la differenza?
Il pianeta non sta andando da nessuna parte. Noi lo facciamo!
Stiamo andando via! Preparate la vostra roba gente! Stiamo andando via!
E non lasceremo nemmeno granchè di tracce. Grazie a Dio per questo! …se è vero che la plastica non è biodegradabile, beh, il pianeta saprà semplicemente integrare la plastica in un nuovo paradigma: la terra più la plastica.
La terra non condivide i nostri pregiudizi verso la plastica! La plastica è venuto fuori dalla terra. La terra probabilmente vede nella plastica solo un altro dei suoi figli…. Potrebbe proprio essere l’unica ragione per la quale la terra ci ha consentito di essere generati da essa in primo luogo. Lei voleva la plastica per se stessa. Non sapeva come farla. Le servivamo noi!
Potrebbe essere la risposta alla nostra domanda filosofica secolare: “Perché siamo qui?” …… Plastica … stronzi! Quindi, la plastica ora c’è, il nostro lavoro è finito, ora possiamo essere eliminati!”

Lui scherza ma questi imbroglioni andrebbero battuti fino all’estinzione. Ci propongono auto elettriche che solo loro possono permettersi e che non sono affatto ad impatto zero, ciarlano di fine del petrolio da decenni ma vanno in guerra per appropriarsene a danno delle nazioni che lo detengono, blaterano di energie alternative ma dietro ogni pannello solare o pala eolica si nasconde spesso una truffa e la certezza che per il nostro modo di produrre tale tecnologia è al massimo ausiliaria e non sostitutiva. L’unica energia veramente pulita, quella nucleare, la aborrono per partito preso, spaventati da ciò che non conoscono o non è rientrante nelle loro possibilità di business. Però se tutte le auto fossero elettriche per produrre l’energia necessaria a farle muovere abbisogneremmo di moltissime centrali nucleari. Ora se la prendono pure con la plastica che però è riciclabile e costituisce appena lo 0,7% degli scarti totali europei. Un niente che impegna le loro menti malate per intere legislature per fregare il prossimo al quale chiedono l’obolo in nome di un pianeta pulito ma reso insopportabile dalla loro presenza. Ci rendono la quotidianità impossibile per quattro ubbie da strapazzo che nascono in mezzo a sparuti neuroni e che seguono con massima incoerenza. Chi va a fare la spesa sa benissimo quanto le loro buste biodegradabili non siano adeguate a niente perché si rompono al primo oggetto inserito. Tanto gli acquisti lorsignori li fanno fare alle colf, il disagio non è loro ma del resto dell’umanità che fatica.
Infine, dopo tutto questo sbattimento uno avrebbe bisogno di zuccheri per riprendersi e si fumerebbe un intero pacchetto di sigarette per rilassarsi. Non si può, ormai ti costa mezzo stipendio perché dopo il pianeta questi cialtroni si preoccupano pure della nostra salute. Non perché ci tengano veramente a noi ma per continuare a torturarci illimitatamente.

Tesla di cazzo

Decrescita-felice

 

Condivido quanto scritto ieri da Franco Battaglia su il Giornale, ovverosia che l’emergenza climatica è solo un falso allarme, una ideologia apocalittica consistente nel chiedere ai poveri fessi di fare qualcosa per il pianeta mentre i ricchi progressisti bevono champagne in una Tesla da 100 mila euro senza doversi vergognare dei loro privilegi perché presuntamente green.
Il nostro governo politicamente corretto ovviamente segue la corrente verde per infilzarci con qualche ecotassa in più. La presa non finisce nel muro ma nella rima.
L’esproprio ai proletari, in questo consiste l’ambientalismo. L’esecutivo Conte ha dichiarato che si prefigge di raggiungere le emissioni-zero entro il 2050. Nemmeno se i nostri politici sterminassero uomini e animali e piantassero alberi sui nostri cadaveri concimanti potrebbero riuscirci. Sono ignoranti colossali e vogliono guidare i Paesi.
Inaccettabile è invece quanto scrive Porro su il Giornale di oggi tirando in ballo Lenin e dicendo che quest’ultimo avrebbe apprezzato il decreto del governo sugli incentivi verdi.
Lenin non avrebbe mai accettato simili stupidaggini ambientalistiche. Fu artefice del più grande piano di elettrificazione della Russia e punto’ tutto sullo sviluppo di nuovi rapporti socio-economici. L’industrializzazione e lo sviluppo della produzione erano i suoi obiettivi anche a rischio di contraddirsi con la Nep (che, infatti, immancabilmente faceva rinascere i rapporti capitalistici espunti dalla finestra del sedicente socialismo). Stalin parimenti a lui, tanto che non si preoccupo’ né dell’ambiente e nemmeno degli esseri umani, pur di dar vita ad un grande processo di accumulazione industriale e militare. E non parliamo del grande capo della baracca, Marx, che considerava il comunismo figlio e risolutore delle contraddizioni capitalistiche; egli non ci pensava proprio a tornare alla penuria di società precedenti. Il comunismo per Marx avrebbe dovuto essere il regno dell’abbondanza e di questo ringraziava proprio il capitalismo che aveva sprigionato forze produttive, anche se dentro rapporti di produzione fondati sulla estorsione di pluslavoro, nella forma di plusvalore, dalla gran massa della popolazione, affrancanti gli uomini dai capricci della natura. Marx, Lenin e Stalin avrebbero sputato in faccia a questi coltivatori diretti di sciocchezze climatiche, coglioncelli e radical chic che predicano la frugalità agli altri prediligendo per loro il lusso socialmente edulcorato.

QUANDO GLI AMBIENTALISTI ROVINANO LA VITA AI CONTADINI (scritto per tiscali)

 

pollinoE’ stato arrestato il padre del giornalista e scrittore lucano Andrea Di Consoli (editorialista de Il Riformista, Il Messaggero), reo di aver aggredito e ferito con un coltello un funzionario del Parco del Pollino diventato, suo malgrado, capro espiatorio di una situazione insostenibile attinente alla devastazione dei campi provocata da branchi di cinghiali. Questa volta mi metto dalla parte dell’intellettuale perché considero la sua posizione più ragionevole di quella degli ambientalisti integralisti, di questi tagliagole del progresso, di tali inquisitori dello sviluppo, che pur godendo di tutte le comodità della modernità cianciano di vita frugale e di rispetto dell’ambiente, stando comodamente seduti nei loro salotti dorati da dove guardano, in Pay-Per-View, documentari sulla decimazione delle foche monache versando lacrime di coccodrillo. La natura merita deferenza essendo per noi, allo stesso tempo, madre e matrigna, ma non ci si può abbandonare alla sua forza cieca, non si può lasciarla fare senza imbrigliare e addomesticare la sua potenza perché altrimenti essa diventa una trappola fatale per l’uomo. Pertanto, comprendo la rabbia di chi lavora duramente e si ritrova con un pugno di mosche in mano a causa di qualche mutante, metà panda metà dinosauro, il quale ha deciso che gli animali valgono più dell’uomo, non appartenendo egli né ad una razza né all’altra. Non si tratta di opporre a questa filantropia ecologica d’accatto un neo-prometeismo umano e una visione assolutamente positivistica della vita e della scienza cadendo nell’eccesso opposto. No, qui si tratta qui di denunciare il falso moralismo di questi imbonitori faunistici che si commuovono per le bestie non avendo nessuna pietà per i contadini, di sollevare il disprezzo e lo sdegno per questi riformatori floreali da giardino che si sacrificano per la natura al solo fine di far fiorire i loro grandi affari sovvenzionati dallo Stato. Guardate chi sono gli ecologisti più insigni: lo speculatore Soros, il magnate dell’informatica Bill Gates, l’ex vice-presidente americano Al Gore. Per decenni verdi, animalisti, naturisti di ogni risma hanno generato inutili allarmismi e catastrofismi al fine di dirottare risorse pubbliche sulle loro campagne “ecologically correct”, arricchendosi alle spalle del prossimo. E sono decenni che, di disastro incombente in disastro incipiente, ci raccontano balle sesquipedali, dalla deforestazione imminente allo scioglimento dei ghiacciai incalzante, dal global warming asfissiante al buco dell’ozono bruciante. Già nel 1972, il Club di Roma (la famigerata Trilateral di David Rockefeller) proclamava la vicina fine del mondo per raggiunti limiti dello sviluppo e successiva crisi ecologica, salvo spostare sempre in avanti nel tempo questa distruzione perché gli eventi s’incaricavano di smentire i loro vaticini apocalittici. I nostri ambientalisti, almeno quelli più incalliti e stolti, sono tutti figli di questo parto massonico-plutocratico.

Oggi siamo arrivati all’assurdità che una scrofa vale più di un uomo, che non si possono toccare i boschi anche se c’è bisogno di campi da coltivare (a meno che le produzioni non siano “bio(il)logiche”) perché gli “Adami” con la foglia di fico sugli occhi e i biglietti verdi sul conto hanno deciso che il pianeta deve assomigliare ad un paradiso terrestre dove loro gongolano e tutti gli altri muoiono. Perciò condivido pienamente quello che Di Consoli ha detto in passato sull’argomento e che qui riporto, come un piccolo manifesto di buon senso, a memoria e a profitto di chi non ha ancora mandato il cervello all’ammasso:

“E’ arrivato il momento di dirlo: il Parco del Pollino sta distruggendo una storia millenaria di agricoltura, di pastorizia, la storia di un profondo rapporto tra uomo e ambiente. E io me ne frego che qualcuno armato di leggi e commi voglia vedere tutti questi inutili cinghiali terrorizzare la gente, costringerla alla povertà, causare incidenti stradali. Me ne frego, perché alle bestie preferisco gli uomini: uomini che hanno coltivato queste terre per millenni, e che ora stanno abbandonando i boschi, i fondi, le case, perché “l’Ente Parco preferisce il cinghiale all’uomo”.
E me ne frego, delle lontre, delle aquile, dei lupi, dei cinghiali, se poi gli uomini sono costretti ad andare via, ad abbandonare le terre, a trasformare terre coltivate da millenni in macchie selvatiche inospitali. Me ne frego, caro Paride, della tutela ambientale, se poi gli uomini devono emigrare, oppure ridursi in povertà, o essere processati se hanno sparato per disperazione a uno stupido cinghiale che non serve a niente e a nessuno, e che esce nottetempo per distruggere ogni cosa, per la gioia degli ottusi animalisti che tutto amano fuorché gli uomini” (A. Di Consoli, da Il Quotidiano del 08/09/2011)

MA QUANTO PARLANO INTELLETTUALI E GIORNALISTI?

Questo pezzo è stato scritto per la cronaca lucana di Tiscali, ma credo che vada bene anche in questa sede perchè tali tarli si riproducono costantemente anche su scala cultural-nazionale.

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Quando un intellettuale ed un giornalista, che vorrebbero accendere i riflettori su problemi economici, sociali, culturali, politici ecc. ecc. di una terra come la Lucania, affermano, dalle pagine del quotidiano più letto della regione, che il PIL non misura la qualità della vita mi viene immediatamente l’orticaria. Forse il Prodotto interno lordo non stimerà il benessere generale che dipende anche da altri fattori, economicamente non quantificabili, ma ci fornirà pur sempre un’indicazione delle sue possibilità di realizzazione. Che oggi in Basilicata sono letteralmente al lumicino. Se il PIL, ovvero quella grandezza macroeconomica aggregata che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese, non rivela granché della vita delle persone è perché costoro non sanno nulla, né di vita e né di persone. Una testa può essere vuota di nozioni e piena di balzanerie anche quando la pancia è satura, come dimostrano i loro strambi ragionamenti da peripatetici perplessi, ma un ventre rimbombante trasmetterà sempre alla capoccia un’unica idea fissa: procurarsi da mangiare. Non ho mai visto nessun affamato produrre concetti che non fossero direttamente collegati ad un piatto di pappa e solo affrancandosi da tali istantanei bisogni della carne l’incivile ed inurbano assurge al rango di ingegnere, artista, filosofo e purtroppo anche giornalista. Questo pensiero però sfugge all’intellighenzia nostrana con lo stomaco rigonfio come una zucca e il cranio svuotato di ogni semenza. Questo spiega anche il perché di alcune successive asserzioni rinvenienti da quel senso di sazietà intellettualoide che sospinge i citati saccenti ad affermare, con intransigente ma vacua aria veritativa, auliche castronerie da obitorio: “la morte è il centro di un sistema valoriale che crea il sentimento della fraternità”. Non significa nulla, chiunque lo abbia sostenuto e men che meno quando si sta disquisendo di tematiche sociali. Foscolo, che letterato lo era veramente, si limitò a dire: “se gli uomini si conducessero al fianco la morte, non servirebbero si vilmente”, come fanno ad esempio tutti quei professori e professorini i quali, lamentandosi del mondo rotolante, riescono a rimbalzare da una platea all’altra e da una ricca pietanza alla successiva. Ma tant’è, ad ognuno la morte, l’affratellamento e la cortigianeria che si merita. Enunciava Marx che la fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti. Vallo a spiegare a lorsignori che hanno tutto, stoviglie comprese, ma rimpiangono i tempi in cui l’uomo strappava a morsi la ciccia sanguinante dal corpo delle sue prede. Insomma, essi dichiarano di accontentarsi di poco ma poi li vediamo sempre ben pasciuti a pontificare sulla bellezza e la semplicità di una esistenza agreste dal “buen retiro” dorato. Ciò non vuol certo dire che ogni cosa va bene a Potenza e a Matera. La classe dirigente è autoreferenziale e sorda, secerne vizi senza virtù, distrugge sogni e materializza incubi ma non è attaccandola con i piagnistei dottorali e i perbenismi mentali che si cambieranno le sorti del popolo. Possiamo anche tollerare un po’ di dissolutezza e di debolezza morale se questi disvalori non comprimono crescita e sviluppo, anzi vorremmo che i politici potessero arraffare ancor di più dando però in cambio alla gente dieci, cento, mille volte tanto. Neppure un uomo si lamenterebbe, neanche un cittadino s’indignerebbe per le ruberie della casta. Se la comunità non è serena è per il depauperamento produttivo, lo smantellamento delle industrie, l’inefficienza dei servizi, l’inconsistenza politica coincidente con la caduta a picco del patrimonio economico. Ed allora i rappresentati del governo devono impegnarsi sulla materia, portando in Basilicata quel che serve per farla prosperare a lungo. Ci vuole modernizzazione e industrializzazione. Qualcuno continuerà a borbottare, vedi i suddetti intellettuali campestri, gli ambientalisti pedestri, i decrescisti depressi e tutta quella genia di passatisti di ogni secolo deploranti il progresso che corrompe le anime e deturpa il territorio. Ma se la Basilicata non vuole essere esclusivamente una colonia turistica di passaggio o ancor peggio una terra brulla e confusa, ferma nel tempo, deve puntare su questi settori che prima degli altri generano vigore e floridezza. Per tanta felicità si deve però essere disposti a pagare il prezzo di qualche esternalità negativa che è sempre meglio di morirsi d’inedia e di indigenza. Per concludere, vorrei lasciarvi ad una riflessione davvero disincantata che già qualche secolo addietro aveva colto il nocciolo della questione. Si tratta della morale della Favola delle Api di Bernard Mandeville, il quale prima di noi tutti aveva tirato una giusta lezione dal comportamento umano calato all’interno di determinate circostanze collettive:

“Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti .È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori”. (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV)

GLI INTERESSI ECOLOGICI di F. D'Attanasio

 

L’Enel nel perseguire la sua politica di riduzione del debito, oltre ad aver ceduto ai tedeschi di E.On, Endesa Europa e Viesgo, intende scorporare tutte le attività per la produzione di energia da fonti rinnovabili (eccetto i grandi impianti idroelettrici) in una nuova società e quotarla in Borsa, pur mantenendone il controllo. Una strada questa già seguita da altri grandi gruppi, come la spagnola Iberdrola e la francese Edf. Ne parla Paolo Giovanelli in suo articolo pubblicato da il Giornale del 29 Marzo, il quale mette in rilievo come secondo gli analisti di settore, il valore delle società che operano nelle rinnovabili (in particolare l’energia eolica) hanno un valore che è pari a 14 volte il margine operativo lordo, che nel caso dell’Enel è di 900 milioni-1 miliardo. Lo stesso amministratore delegato del colosso elettrico italiano, Fulvio Conti, è pronto a ribadire che si tratta di diversi miliardi di euro, “se si guarda alle valutazioni degli analisti la produzione di energia da combustibili fossili viene valutata 7-8 volte i margini. Con l’energia rinnovabile parliamo di una valutazione 12-14, a volte anche 20 volte l’ebtida”. La nuova società varrebbe 14 miliardi e con un collocamento in Borsa dovrebbe permettere all’Enel di incassare tra i quattro e i cinque miliardi.

Le rinnovabili, sempre secondo Giovanelli,  hanno una caratteristica molto particolare, difatti pur non essendo affatto competitive con le altre fonti di energia per gli alti costi di investimento dei nuovi impianti, sono comunque appetibili, e questo grazie ai forti incentivi concessi dai governi europei. Nel caso dell’eolico, per esempio, l’Enel riceve 180 euro per megawattora prodotto, a fronte di un valore di mercato dell’energia che è di 80 euro; ma la cosa ancor più interessante è che questo tipo di incentivo è garantito per legge per 15 anni dall’inizio del funzionamento dell’impianto: niente male per chi controlla queste attività, dato che così riesce ad assicurarsi un rendimento certo per 15 anni.

Ora qui si possono, a mio avviso, fare due ordini di considerazioni. Primo: in relazione agli effetti che le attività umane starebbero provocando sulle variazioni climatiche ed in generale sull’ambiente e le condizioni di vita degli esseri viventi a livello globale. Il fisico Franco Battaglia ritiene che l’incidenza sul riscaldamento globale delle emissioni antropiche è praticamente nullo (secondo appunto l’articolo riportato su questo blog giorni fa); e questo sarebbe stato dimostrato scientificamente dall’N-Ipcc, un organismo scientifico internazionale non governativo (quindi fuori dal controllo politico dei governi) di cui fa parte anche lui stesso. Ora è chiaro che chi è convinto di ciò, ritiene assolutamente inutile investire anche un solo centesimo nelle fonti alternative, anche e soprattutto in virtù del fatto che attualmente hanno ancora dei costi molto elevati che le rendono sconvenienti rispetto alle fonti classiche da combustibili fossili. Non mi sento di credere ciecamente a quel che sostiene Battaglia, anche perché la patente di “non governativo” di cui si fregia l’N-Ipcc non penso sia sufficiente a certificare la totale affidabilità di un qualsiasi organismo; molti altri enti e scienziati, comunque dotati di una certa credibilità, sostengono al contrario che l’incidenza dell’uomo sui cambiamenti climatici sia molto rilevante. Certo non posso condividere un certo catastrofismo, soprattutto quello propalato da ambienti molto poco competenti (questi arrivano a fare previsioni completamente campate in aria, tali previsioni hanno la stessa probabilità di avverarsi di quelle, veramente tante, fatte in anni addietro che addirittura asserivano con sicurezza piena la catastrofe entro i primi anni del ventunesimo secolo o anche prima) i quali vivono di finanziamenti di varia natura ed hanno tutto l’interesse ad alimentare certe convinzioni; però mi sembra giusto considerare, a riguardo degli effetti negativi delle emissioni nell’atmosfera dei gas provenienti dalle attività umane, non solo il riscaldamento globale, ma anche ad esempio l’inquinamento in generale, che è alla base dell’insorgere di parecchie malattie. Questo mi porta a dire che sia sbagliato l’idea di dover abbandonare completamente l’ulteriore sviluppo delle tecniche di produzione dell’energia dalle fonti cosiddette rinnovabili, anche perché non possiamo mai sapere a priori dove effettivamente la scienza ci possa condurre in termini di obiettivi concretamente realizzabili; e questo senza considerare il fatto che ci possono, anche se in parte, affrancare dalle importazioni di gas e petrolio.

Ma vanno fatte anche altre considerazioni di diverso genere. L’articolo di cui parlo, può essere, a mio avviso, preso ad esempio di come, quando si costituiscono e consolidano degli interessi (economici e finanziari), i gruppi sociali che stanno dietro ad essi cominciano via via ad acquisire un potere ed una influenza sempre maggiori. Le cause oggettive alla base degli obiettivi che hanno dato vita a tali interessi (in questo caso il miglioramento delle condizioni ambientali, almeno inizialmente non ha nessun legame con interessi che non siano di carattere tutt’altro che economico) iniziano col tempo ad essere manipolati in maniera del tutto strumentale: tanto più tali gruppi acquistano potere tanto più sono dotati dei mezzi per creare le condizioni sociali e culturali più favorevoli al mantenimento e rafforzamento della loro attività, ingigantendo quelle cause alla base appunto della loro attività economica e finanziaria. Risulta quindi veramente difficile districarsi fra tante divergenti opinioni, e comunque, al di là di come scientificamente stanno le cose, penso che continuare ad investire nell’energia pulita non costituisca una totale iattura, proprio perché le ulteriori scoperte in tale campo potrebbero rivelarci delle sorprese molto positive con ricadute altrettanto positive anche in altre branche della scienza.    

AMBIENTALISTI “ALLA MINCHIA DI MARE” di G.P.

 

Apprendiamo da Il Giornale di oggi (10 dicembre 2007) che l’ex candidato democratico alla Casa Bianca, già vicepresidente degli USA, Al Gore, oltre ad essere un indefesso sostenitore delle tematiche ambientaliste è, soprattutto, un ottimo imprenditore. Siccome nella società capitalistica tutto può essere impacchettato e venduto (basta stare attenti ai gusti e alla sensibilità dei consumatori) il mancato presidente degli Stati Uniti ha trovato un filone merceologico tutto suo e ne ha saputo trarre molteplici vantaggi, politici ed economici. Mancato Presidente ma non mancato imprenditore, dunque. Al Gore non fa il venditore porta a porta di aspirapolvere, servizio forse più utile per le casalinghe di tutto il mondo, ma fornisce un’ opera completa di ripulitura del pianeta (una tempesta di chiacchiere) alla quale associa l’entertainment cinematografico.  

Salvare il mondo dal disastro ambientale? Fa bene anche al portafogli: secondo il giornale londinese Sunday Times, Al Gore, ex vice presidente degli Stati Uniti e massimo attivista globale nella lotta ai cambiamenti climatici, ha guadagnato oltre 75 milioni di euro in sette anni grazie a libri, conferenze, investimenti in tecnologie e aziende ambientaliste. Gore, 59 anni, questa settimana riceverà il premio Nobel per la pace a Oslo prima di volare alla conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici di Bali, dove terrà un atteso intervento. Il giornale scrive che l’ex candidato alla presidenza Usa nel 2000 percepisce un cachet di 117.000 euro per ogni discorso (ne tiene quasi 150 all’anno, ma molti sono gratuiti, come nelle scuole e per associazioni senza fini di lucro); ha azioni in Google per 22 milioni di euro, in Apple per 4,5 milioni, ha intascato circa 6 milioni di euro come anticipo sul suo prossimo libro ed è anche consigliere di una finanziaria Usa”. Strano che Al Gore, dall’alto della sua coscienza ambientalista, investa in società informatiche che contribuiscono ad accelerare l’ammasso di rifiuti tecnologici che seppellisce il pianeta. Si, perché l’obsolescenza precoce delle apparecchiature elettriche ed elettroniche genera volumi di rifiuti ben superiori ad altri beni di consumo. Senza contare la pericolosità di smaltimento di alcuni materiali contenuti nei Pc come il piombo.

In secondo luogo, occorrerebbe aggiungere che per ogni conferenza di Al Gore si mobilitano migliaia di persone le quali, se non si servono del teletrasporto, usano mezzi come aerei, bus, automobili ecc. ecc. Chissà poi se i libri scritti da Al Gore, una montagna di fogli inutili, siano stampati su carta riciclata per evitare l’abbattimento della foresta amazzonica…

Più inquinamento per combattere l’inquinamento. Un ossimoro che la dice lunga sugli obiettivi di Gore. Del resto, questo perdente di successo doveva trovare una via per rifarsi il look e, magari, partire con lo sprint giusto alla prossima occasione elettorale. Va da sè che l’accresciuta fama di eroe ambientalista e un immeritato nobel in tasca possono aiutarlo.

 

Anche qui da noi il dibattito su inquinamento ed energie alternative prende, da un po’ di tempo, le prime pagine dei giornali e satura i servizi dei vari TG. Ma c’è molta approssimazione e poca scientificità da parte dei sedicenti oratori specializzati, i quali, lobbizzati fino al midollo, decidono secondo il termometro del loro portafoglio se la situazione è più o meno grave.

Sta di fatto che le cosiddette energie alternative diventano un affare da sovvenzionare con i soldi pubblici. Eppure come sostiene lo scienziato Franco Battaglia “A noi risulta che le fonti solare, eolica, geotermica (che, non dimentichiamolo, è nucleare "naturale"), da rifiuti e da biomassa (cioè legno), tutte insieme, nel 2000, hanno fornito meno del 2% del consumo mondiale: praticamente zero in Medioriente e in Africa; inferiore al 3 per mille in Europa orientale e all’1.1% in Asia e Oceania (meno dell’1.9% in Giappone); e inferiore al 3% sia in ciascuna delle Americhe sia in Europa occidentale (valore che non viene superato neanche dai soli Stati Uniti). L’unico Paese al mondo che ci risulta in grado di fornire valori percentuali con 2 cifre prima della virgola (e con solare o eolico quale contributo principale) è la Danimarca (18%, con circa la metà di questo valore dovuto all’eolico). Ma la popolazione in Danimarca è un decimo di quella in Italia; e questa, priva di vento sufficiente a offrire un contributo superiore all’irrisorio, è anche uno dei Paesi più industrializzati del mondo: insomma ci appare difficile confrontare le realtà danese con quella italiana.” Così non la pensa Carlo Rubbia che sul solare sta costruendo i suoi rapporti privilegiati con gli enti statali e con alcuni pseudoambientalisti di governo.

Anche noi quindi abbiamo il nostro Al Gore, costui si chiama Pecoraro-Scanio. L’ineffabile Ministro continua a indire conferenze su ambiente ed energia invitando a parlare non scienziati (i quali lo smentirebbero subito) ma esperti di “caccia e pesca” adattati all’argomento e preventivamente catechizzati su quello che si può o non si può dire, così come accaduto nella Conferenza Nazionale sul Clima di qualche mese fa. Al Ministro non è bastata quella figuraccia e i dati sparati a cazzo su una platea disertata dagli esperti. Da qualche parte ho letto che qualcuno, di cui non ricordo il nome, ha definito il nostro Ministro dell’ambiente “una specie di ministro del clima alla minchia di mare”. Mai espressione fu così felice tanto che andrebbe estesa anche al suo sodale americano.