DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI (GLG)

gianfranco

leggete questo articolo scritto nel 2009 (anno in cui sono entrato in FB ma non l’ho pubblicato allora, almeno non ricordo). Allora ero anche fresco delle fonti che cito e che oggi non avrei ricordato. Ho un po’ corretto qua e là, ma poco. Ho però aggiunto brevi riflessioni odierne. Tenete conto di queste prima di chiedermi l’amicizia. Non amo il cancro né la cura Di Bella.

DALLA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO ALL’ANTIFASCISMO DEI TRADITORI

[riflessioni di più di 10 anni fa; correva l’anno 2009. Vi ho apportato una serie di integrazioni, ma nella sostanza le affermazioni risalgono a quei tempi]

L’antifascismo ha cambiato segno nel corso degli ultimi 70 anni. C’è stato un antifascismo “nobile”, quello degli uccisi e dei perseguitati, del carcere e del confino, quello che ha iniziato a resistere in anni (i Trenta) in cui non si vedeva la luce in fondo al tunnel, in cui le sconfitte si susseguivano. L’ossatura di questo antifascismo fu comunista. Non voglio generalizzare la mia esperienza limitata ad una certa area geografico-sociale; comunque, ricordo bene che anche gli anticomunisti avevano un notevole rispetto per i partigiani comunisti, mentre più volte, parlando degli altri, li chiamavano ironicamente “spartiroba”; dove la roba spartita non era la loro, e nemmeno sempre di fascisti, incarcerati o eliminati. Non nego affatto che ci furono i Giacomo Matteotti e i fratelli Rosselli (e non semplicemente perché uccisi dal fascismo) e altri ancora di orientamento differente. Non nego la grandezza dei Ferruccio Parri, dei Piero Calamandrei, dei Guido Calogero, degli Emilio Lussu, ecc. Si tratta di stimabili personaggi che figurano nei libri di storia. L’ossatura fu però costituita da artigiani, contadini e operai, in massima parte forgiati dal comunismo, saldi, inattaccabili e resistenti in senso proprio. Gente del popolo né nota, né ricca, né dotata della cultura per scrivere libri e restare nella storia con il loro nome; eppure, senza l’appoggio di questi gruppi sociali, non è possibile modifica di scenario politico alcuna, anche se nei libri di storia entrano con un breve cenno cumulativo, mentre poi si tornano a leggere le imprese e le belle frasi dei “colti” che riempiono pagine e pagine.
Anche Cossiga ha recentemente ammesso che l’80% della Resistenza al nazifascismo era costituita da comunisti. Senza voler fare dell’anticlericalismo, è stata dunque una piccola “distorsione” storica, promossa anche da film peraltro notevolissimi come Roma città aperta, mettere il “partigianesimo” (mi si passi l’orrendo termine) cattolico sullo stesso piano di quello comunista. La Resistenza non poteva comunque vincere da sola, e oltre a tutto ha interessato solo una parte (il nord soprattutto) del territorio italiano. Come nei paesi est-europei fu decisiva l’Armata Rossa, così in Italia lo furono le truppe “alleate”, cioè statunitensi e inglesi. Ciò nonostante è del tutto assurdo considerare la Resistenza come semplice “Liberazione” dal nazifascismo. In primo luogo gli statunitensi, per la funzione svolta nel dopoguerra, vanno considerati più invasori che “liberatori”. In secondo luogo, non vi è dubbio che, data la spartizione del mondo in aree di influenza geopolitica decisa a Yalta, i veri resistenti antifascisti (all’80% comunisti) non poterono realizzare i loro obiettivi: una trasformazione dei rapporti sociali in Italia o, quantomeno, impedire la restaurazione del tipo di capitalismo divoratore di risorse prima esistente (parlo di quello privato, e della FIAT in primo luogo).

L’ANTIFASCISMO DEI CAPITALISTI VOLTAGABBANA

Il capitalismo privato italiano divenne “antifascista” solo a guerra perduta, appoggiando il colpo di Stato monarchico del 25 luglio 1943 ed il relativo cambio di alleanze, per ottenere, a guerra finita, il sostegno ad una restaurazione. Questo fu l’antifascismo “dell’ultima ora”, fino a quella data un’accolita di tracotanti fascistoni, che mostrò il suo viso pienamente reazionario subito dopo la caduta del “governo di unità nazionale” (1947) e le successive elezioni del 18 aprile 1948; e che condusse la sua opera nefasta per tutti gli anni Cinquanta. Dopo il 1962-63 cambiò la sua “struttura” interna di potere (decaddero rapidamente i Volpi di Misurata, i Pesenti, i Faina, ecc.) e dovette convivere con un settore di industria “pubblica” (l’IRI) decisamente rafforzato da ENI ed ENEL. Dato il coacervo di forze che governò l’Italia fino al crollo del regime DC-PSI, il settore “pubblico” funzionò sia come supporto del capitalismo privato, quello dell’“antifascismo” detto impropriamente laico e azionista – in realtà quello del tradimento e della totale sottomissione allo straniero, assolutamente privo degli ideali della Resistenza, interessato a tutelare solo i propri privati e individuali vantaggi parassitari – sia soprattutto come base di potere di alcune porzioni del corpo governativo in grado di condurre, ma sempre di soppiatto e con defatiganti raggiri, una politica estera di minima autonomia.
Chi tentò di liberarsi con maggior chiarezza e vigoria del giogo straniero (Mattei) fu soppresso. Gli altri continuarono il gioco con minore efficacia e chiarezza, con estenuanti compromessi e complicità che infine impedirono loro di resistere quando negli anni Novanta, finito il bipolarismo geopolitico, i poteri stranieri (diciamolo con chiarezza: statunitensi), promossero la svendita delle partecipazioni statali, abbattendo una importante base del potere DC-PSI, con le sue propaggini in certi settori privati, come il Berlusconi favorito da Craxi. In ciò ancora una volta appoggiati all’interno dall’“antifascismo” del “25 luglio” (FIAT e Mediobanca in testa con i settori politici ad essa legati) che profittarono pure, almeno in un primo momento, della svendita di banche e industrie statali (specialmente durante la presidenza Prodi dell’IRI).
Queste oligarchie hanno goduto dell’importante appoggio mediatico del ceto intellettuale “di sinistra” (importante il ruolo di Repubblica, fondata nel 1976), che ha perso ogni funzione cultural-egemonica per fungere da vera congrega di ringhiosi cani da guardia dei “poteri forti”, dei dominanti economici ormai distruttori del tessuto sociale e produttivo del nostro paese, e che diede all’antifascismo un significato non resistenziale e di semplice appoggio alla “liberazione” da parte degli “alleati”. Tali falsi antifascisti, ribadisco, non si riallacciavano affatto ai grandi, ma ormai isolati, nomi dell’antifascismo azionista. Puramente e semplicemente erano gli eredi dei finti antifascisti del “tradimento” perpetrato il 25 luglio 1943, quelli che poi restaurarono pienamente il capitalismo (privato) italiano più reazionario, che sostennero le sanguinose repressioni alla Scelba, che istaurarono i reparti confino alla FIAT, arrivando fino al Governo Tambroni e al luglio 1960. Non siamo insomma in presenza degli eredi dei veri resistenti, di quelli delle commoventi e nobili Lettere dei condannati a morte della Resistenza (europea e italiana), libri che non vengono più, non a caso, propagandati, diffusi, letti. Chi ha in mano stampa, editoria, ecc., preferisce ignorarli perché ogni loro riga sarebbe una denuncia di questi mentitori e usurpatori del blasone di resistenti, esagitati e interessati eversori al servizio di Washington, che ha preso nel dopoguerra il posto della Germania anni Trenta.

L’IRRESISTIBILE INVOLUZIONE DEL PCI. IL “COMPROMESSO STORICO” E IL GRANDE CAPITALE

Eliminati giudiziariamente il PSI e gran parte della DC (fu risparmiata ad esempio la “sinistra democristiana” dei De Mita, Prodi, Andreatta…), per creare il nuovo regime totalmente subordinato agli USA era già pronto il sostituto: il PCI. Per comprendere il processo degenerativo, non ci si può limitare a inveire contro i rinnegati e traditori. Sia chiaro che questi ultimi esistono, nessuno va alleggerito della sua responsabilità individuale, personale; ogni processo oggettivo ha sempre bisogno di portatori soggettivi, e questi devono quantomeno essere apertamente criticati. Tuttavia, in sede di analisi, non ci si esime dal considerare, quale causa fondamentale del degrado e marcescenza, l’oggettività del fenomeno.
Sarebbe necessario risalire indietro ai patti di Yalta, per cui la Resistenza, organizzata e combattuta per l’80% dai comunisti, dovette rinunciare ai suoi reali obiettivi di trasformazione sociale, riconsegnando tutto nelle mani dei gruppi dominanti che rimisero in sella la sedicente democrazia sotto la vigile e determinata supervisione dei vincitori (gli Stati Uniti). La scelta fu forse obbligata, come dimostra la fine dei comunisti greci, ma il PCI di Togliatti vi mise del suo; e questa specificità, sempre presa per un vantaggio e una superiorità di tale partito rispetto agli altri dell’Occidente, è stata invece il prodromo della sua degenerazione. In effetti, il PCI non fece la fine degli altri partiti comunisti per il semplice motivo che si era già ben preparato alla mutazione del dopo 1989.
Quello che allora giudicammo come revisionismo togliattiano preparò un terreno fertile a quanto accaduto decenni dopo. Si pensi alla cosiddetta “svolta di Salerno”, avvenuta nell’aprile del 1944, con cui l’allora segretario del PCI, in (non proprio dimostrato) accordo con l’URSS, proponeva di rinviare la soluzione dell’assetto istituzionale italiano – la deposizione della Monarchia sostenuta dalla “base”– a dopo la guerra, appoggiando ed entrando nel governo provvisorio Badoglio II (che si insediò proprio a Salerno fino alla “liberazione” di Roma nel giugno 1944), rappresentativo di tutti i partiti antifascisti; ed assicurando che l’azione del PCI era tesa essenzialmente a combattere i tedeschi ed i fascisti, non al mutamento dei rapporti sociali (in cui predominava un capitalismo particolarmente becero e arretrato). La svolta fu di grande rilevanza storica in quanto spostò il centro della politica italiana dal Comitato di Liberazione Nazionale al governo, ed allontanò i militanti ed i partigiani del PCI da qualsiasi ipotesi di insurrezione o presa del potere nel corso della Resistenza antifascista. Togliatti dirà espressamente che il PCI non si poneva l’obiettivo di fare come in Russia. Da qui partirono le concezioni del “partito nuovo”, della “democrazia progressiva” e della “via italiana al socialismo” (approvata dal quinto congresso del partito, gennaio 1946), concezioni che nella realtà celavano l’integrazione subalterna del PCI e del suo “agglomerato” economico – le cosiddette “cooperative rosse” – nel sistema politico ed economico italiano, alimentando ulteriormente nell’anima rivoluzionaria del PCI i rimpianti per la “rivoluzione mancata”.
Nell’assetto geopolitico fuoriuscito da Yalta, Togliatti mirava ad accreditare il PCI – che da meno di seimila iscritti nel 1943 era passato a quasi due milioni nel 1946– come forza politica “responsabile” e fondatrice della “democrazia” italiana, che partecipò ai governi di coalizione del dopoguerra, insieme agli altri partiti del CLN, fino al maggio del 1947 quando, in seguito al viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti (dove costui prese i “dovuti” ordini), fu buttato fuori dal governo. Si confuse la tattica, legata all’inevitabile accettazione degli accordi di Yalta e della divisione del mondo colà stabilita, con la strategia di una presunta rivoluzione morbida, attuata per via democratica, quella democrazia che era la malattia apportata al mondo – e sempre tramite invasioni, colpi di Stato, massacri e via dicendo – dagli Stati Uniti. Si accettò quindi senza vera intelligenza la predominanza delle lobby e cosche del capitalismo USA; ci s’immise a un certo punto in un gioco di banditismo, di subdola infiltrazione nei gangli delle istituzioni (in alcuni corpi speciali “in armi”, nella magistratura, nella burocrazia ministeriale, nei Servizi in particolare, ecc.) nonché di accordo trasformistico con il capitalismo italiano peggiore. Tuttavia, quel primo periodo del dopoguerra non va considerato alla stessa stregua di quest’ultimo processo, la cui effettiva incubazione, a occhio e croce, si trova nella direzione di Berlinguer (1972-84), tutta intrisa di fondamentalismo “moralista cattocomunista”.
Già prima della svolta della Bolognina di Occhetto (1991) e del totale asservimento del PCI-PDS a favore degli USA e dei “poteri forti” confindustriali e bancari, ritengo infatti che sotto la direzione di Berlinguer (il quale promosse l’ascesa nel partito dei vari Occhetto, Veltroni, D’Alema, ecc.) si è avuto un netto spostamento politico e ideologico ad Occidente, cioè in senso sempre più prono agli USA (perché questo era ed è “l’Occidente!”). Se sino al 1969 il PCI chiedeva l’uscita immediata dalla NATO (cfr. lo stesso Berlinguer, l’Unità, 16 febbraio 1969), già il 15 marzo 1972, nella sua relazione introduttiva al XIII Congresso del partito, Berlinguer esprimeva una valutazione più sfumata, considerando la lotta alla NATO efficace solo nel quadro di «un movimento generale per la liberazione dell’Europa dall’egemonia americana». Poi venne il 1973, con il colpo di Stato di Pinochet in Cile e riflessioni di cedimento opportunistico allo schieramento “occidentale” (monocentrismo statunitense). Berlinguer scrisse per Rinascita tre famosi articoli intitolati “Riflessioni sull’Italia”, “Dopo i fatti del Cile” e “Dopo il golpe del Cile”, in cui abbozzava la proposta del “compromesso storico” come possibile soluzione della “crisi italiana” che lasciava paventare svolte golpiste stile sud-America.
Rilevo a questo punto che proprio nel 1973 – con linguaggio tipico dell’epoca – feci un’analisi, pubblicata sulla rivista Che fare, delle “due anime” del PCI: semplificando, l’“amendoliana” e l’“ingraiana”. Dissi che avrebbe vinto la prima, preparando il partito alla rappresentanza della “grande borghesia monopolistica” (solo in parte coincidente, nel linguaggio odierno, con quella che spesso indico quale Grande Finanza e Industria Decotta); mentre l’altra frangia avrebbe coperto “sulla sinistra” la trasformazione e il passaggio di campo, come sempre ha fatto l’ala sinistra della socialdemocrazia (si pensi al ruolo svolto da Rifondazione comunista nei due governi Prodi…). Credo che, per l’essenziale, la previsione di 36 anni fa si sia ampiamente realizzata, e già da un pezzo.
Nel dicembre 1974 Berlinguer ufficializzò la linea di piena accettazione della NATO, pur nella prospettiva di un futuro dissolvimento dei blocchi (cfr. Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per un’Italia nuova, in Antonio Tatò, La questione comunista, Editori Riuniti, 1975). Al Corriere della Sera Berlinguer giunse a definire la NATO «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l’Italia» (15 giugno 1976). Successivamente Sergio Segre, responsabile dell’ufficio esteri del PCI, citerà in un articolo le parole di Gianni Agnelli che accordava fiducia all’accettazione dell’economia di mercato proferita dal PCI: «Io personalmente, in quanto industriale, non ho motivo di dubitarne». L’allora presidente FIAT, personaggio ascoltato nelle alte sfere di Washington, diede persino semaforo verde ad un più diretto coinvolgimento dei piciisti: «Se il PCI è pronto a dare il suo consenso ad un programma realistico, perché rifiutarlo?» (La “questione comunista” in Italia, Foreign Affairs, luglio 1976). Nel 1975 era stato d’altro canto siglato l’accordo tra Agnelli e Lama (rispettivamente capo della FIAT e Confindustria e della CGIL) sulla scala mobile, cavallo di Troia per trasformare CGIL e PCI in effettivi, pur se non nella forma ufficiale, apparati dello Stato; mantenuti da esso tramite mille fili e “mangiatoie” varie.
A concludere emblematicamente queste dichiarazioni, nell’ottobre del 1977, prima in Senato e poi alla Camera, il PCI votava una risoluzione in cui si dichiarava la centralità dell’allora CEE e della NATO. In tale contesto, enunciando l’idea dell’“eurocomunismo”, che dal 1976 coinvolse i tre partiti comunisti più grandi d’Europa – italiano, francese, spagnolo – il gruppo dirigente berlingueriano provò a dare basi teoriche al consociativismo con la DC e all’accettazione dell’“ombrello NATO” senza comunque recidere del tutto il cordone con l’URSS.
Alle aperture di Berlinguer non corrisposero immediatamente quelle della NATO verso il PCI (ma semplicemente perché nel partito c’era un’ala minoritaria più legata all’URSS e non si potevano dunque rischiare contatti stretti tra elementi piciisti e l’organizzazione atlantica). Quando Giorgio Amendola, rappresentante dell’area moderata del partito, proclamò che l’ora era scoccata per «far parte a pieno titolo del governo», nel febbraio 1977 Ugo La Malfa dichiarava pubblicamente la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta cadde nel vuoto. Nell’aprile dello stesso anno, l’ambasciatore statunitense Gardner incontrò Eugenio Scalfari, il quale gli avrebbe confidato la sua impressione che «soltanto quando Berlinguer assumerà il controllo della polizia, ci sarà pace civile in Italia». Gardner raccontò poi di analoghe indicazioni ricevute dal mondo economico e finanziario, mentre Giulio Andreotti gli avrebbe dichiarato che credeva nella sincerità della “svolta occidentale” della dirigenza comunista, ma nutriva dubbi sul sostegno a questa svolta da parte della base del partito (si vedano a tal proposito le informazioni contenute nell’archivio online della Fondazione Cipriani). Da una ricerca pubblicata nel gennaio 1979 da il Mulino, risultava d’altronde che solo il 13% dei militanti approvava il “compromesso storico”. In ogni caso i tempi non erano maturi per l’ingresso nel governo del PCI (verso cui, nonostante le ripetute prese di distanza del PCUS, l’URSS destinava finanziamenti di importo rilevante), e bisognerà attendere la caduta dell’URSS per l’arruolamento del PCI-PDS nelle file atlantiche.
L’ascesa di un piciista a primo ministro coinciderà con uno dei più smaccati atti di servilismo italiano agli USA: l’attacco alla Jugoslavia, con la successiva creazione dell’immensa base militare USA di Camp Bondsteel in Kosovo. L’ex ministro della Difesa Carlo Scognamiglio (cfr. Corriere della Sera, 7 e 9 giugno 2001, ed Il Foglio, 4 ottobre 2000) e ancora Cossiga (cfr. Corriere della Sera, 10 giugno 2001 e Sette, 25 gennaio 2001) hanno sostenuto, mai smentiti, che il governo D’Alema, costituitosi il 22 ottobre 1998, «nacque per rispettare gli impegni NATO» di guerra contro la Jugoslavia. Cossiga diede un decisivo contributo alla caduta del governo Prodi, che a suo dire non sarebbe stato in grado come D’Alema di affrontare la guerra. Il governo dimissionario di Prodi aveva infatti sì approvato l’Activation Order della NATO ad attaccare la Jugoslavia, ma secondo le ricostruzioni dei succitati politici l’assenso si limitava all’uso delle basi e non anche alla costituzione di una forza d’attacco aereo con mezzi italiani, secondo la formula della “difesa integrata”. D’Alema rivendicherà successivamente che «quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea». Volete infine capire che cosa erano ormai divenuti gli ex piciisti? I più servi fra i servi degli Stati Uniti!!!
Che il centrosinistra fosse la forza politica più affidabile per gli USA venne confermato a chiare lettere dall’alto stratega USA Edward Luttwak: «Nel 1999 il governo di Massimo D’Alema ha combattuto nel Kosovo (…) davanti alla sua porta di casa (…) ed è rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio fino alla fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha partecipato all’intervento in Iraq. Questa è l’unica vera differenza che Washington ha notato fra il centrosinistra ed il centrodestra, sul piano della strategia militare (…) gli Stati Uniti hanno già lavorato col centrosinistra, e si sono trovati meglio che con gli altri governi ostentatamente filoamericani». Luttwak esprimeva in quell’occasione anche delusione per il comportamento di Berlusconi, che in Iraq mandò truppe «dopo, a cose fatte (…) la delusione c’era già stata nel 2003, quando aveva rifiutato di partecipare attivamente all’intervento. Quello è stato il momento della rottura, almeno su questo piano». (La Stampa, 2 novembre 2005).

DIETRO LA COMMEDIA DEL “CONFLITTO D’INTERESSI” E DEL NEOFASCISMO

L’antifascismo è così stato egemonizzato dai voltagabbana e dai servi degli USA: i “fu piciisti”. Una riprova è costituita dal rinnovato vigore dell’antifascismo condotto da grande stampa e dall’establishment italiano a partire dalla discesa in politica di Berlusconi, contro cui, in particolare adesso, è partito un attacco da più fronti. L’importuno è accusato di perseguire interessi personali, il ben noto conflitto di interessi, che invece sparisce non appena i gruppi imprenditoriali privati perseguono i loro, soddisfacendo anche quelli degli USA, servendosi però a tale scopo di date forze politiche (al primo posto quelle che portarono a lungo la falsa etichetta PCI) prone ai loro voleri. Basta separare formalmente l’economia dal suo apparato di servizio politico, e il conflitto di interessi sparisce. Basta pagare bene una serie di studiosi di diritto, economia, politologia, ecc., mettendo a loro disposizione media, editoria – e logicamente cattedre universitarie, posti in consigli di amministrazione di imprese o in istituzioni statali, seggi parlamentari nazionali o regionali, ecc.– e tutti costoro spiegheranno che ogni cosa (in realtà sporca) è trasparente, onesta, lecita.
Il capitalismo mal tollera la “confusione” tra sfera economica e politica. Le sedicenti classi dirigenti (dominanti) devono stare dietro le quinte e far agire sul palcoscenico i loro attori politici. Con Berlusconi la struttura della recita saltava. Da qui tutta la pantomima del “conflitto di interessi”. Per mezzo secolo, la FIAT ha ottenuto una bella quantità di aiuti di ogni genere, ma nessuno ha parlato di conflitto di interessi per quando riguarda la sua famiglia proprietaria. E ogni volta che sono saltate fuori, anche ultimamente per questioni ereditarie, “strane cose”, l’azione giudiziaria si è sempre impantanata e dispersa. Anzi, si è sempre raccontata la menzogna che gli interessi italiani coincidevano con quelli della FIAT, a causa dell’occupazione che “dava”: per gli ideologi dei dominanti i capitalisti sono “datori di lavoro”, con “simpatica” inversione della realtà dei fatti che vede i lavoratori offrire la loro merce a chi ha i capitali e la domanda per impiegarla al fine di ottenere un profitto dalla propria impresa; come vedete non entro nemmeno nella discussione intorno all’estrazione di pluslavoro/plusvalore. Quando poi la FIAT ha ridotto drasticamente l’impiego di “mano d’opera” (altro termine edulcorato) nell’azienda, si è però detto che, nell’indotto, “dava lavoro” ad almeno sette persone per ognuna di quelle impiegate direttamente. Resta il fatto che le scelte governative dettate da quell’azienda, e che ad essa portavano vantaggi e profitti, non sono mai state considerate “conflitto di interessi”. Guai, però, se si entra di persona in politica; si contravviene alle regole della recita e se ne pagano perciò le conseguenze (anche in termini di attenzioni da parte di settori della magistratura).
Questi antifascisti si sono messi ad urlare all’ascesa di un nuovo fascismo. Ora, mi sembra evidente che noi viviamo sotto un regime solo formalmente democratico (e con quante limitazioni…) che coinvolge tanto il centrosinistra quanto il centrodestra, in un regime cioè bipartisan totalmente asservito al modello economico neoliberista e alle mire geostrategiche statunitensi. Ma l’idea che il governo berlusconiano possa avere caratteri fascisti è una tesi priva di fattivi riscontri, basata su una idea piuttosto nebulosa di cosa sia stato il fascismo. In quale altro paese e momento della storia un fascismo, dopo 16 anni di ascesa, non si è ancora installato saldamente al potere, eliminando le opposizioni perentoriamente affinché non si sentano più le loro urla stentoree? Quando mai un fascista si è fatto buttare giù da un “ribaltone”, dopo aver vinto le elezioni, e abbia accettato di perderne due, rimanendo tranquillamente all’opposizione? In quale altro regime fascista conosciuto un capo di governo si è fatto insultare, dileggiare, spiare nella sua vita privata, minacciare da settori della magistratura? Inutile porre simili domande alla “sinistra” del grande capitale parassitario e del servaggio verso gli USA. E nemmeno a quella detta “radicale”, con Paolo Ferrero, segretario della Federazione della sinistra, oltre che di Rifondazione, che si dichiara «pronto ad allearmi anche con il diavolo» (la Repubblica, 21 dicembre 2009) pur di battere Berlusconi, vale a dire pronto a fungere da ultima ruota di un eventuale carrozzone elettorale che, da Di Pietro a Fini passando per Bersani e Casini, provi a battere il Cavaliere nero. Opzioni politiche alternative e strategiche: zero. Non c’è più nemmeno quella patina di illusorietà PRC-bertinottiana di voler condizionare da sinistra il governo di centrosinistra di turno. Si ripropone l’antiberlusconismo, in forma peggiore della già pessima “desistenza” del 1996, per veicolare, con soggetti e accenti diversi, la solita politica atlantista di centrodestra e centrosinistra.

RIFLESSIONE FINALE ODIERNA

Se i fu comunisti sono i peggiori rinnegati (e servi dello straniero) di tutta la storia italiana, per definire coloro che ancora speculano sul fascismo, da una parte, e sulle “feroci dittature comuniste”, dall’altra, non trovo le parole più adeguate. Comunque ribadisco almeno la sintetica frase: la “sinistra” è il cancro della nostra società, la “destra” è una sorta di cura Di Bella. Sia chiaro, questa “destra” non è migliore della “sinistra”. Solo che, per ragioni storiche ben precise e “oggettive”, quella ancora definita “sinistra” (di cui una buona parte origina dal ’68 e ’77, anni decisivi dell’inizio della parabola discendente della nostra società) ha occupato il 90% dei gangli del potere e dei mezzi di informazione; e dilaga nelle pubblicazioni, nell’insegnamento di ogni ordine e grado. Per questo è lei il cancro e non la “destra”; non certo perché quest’ultima sia migliore come visione politica e servaggio verso gli USA. In ogni caso, non si curerà questo cancro con quella menzogna chiamata “democrazia” e “voto del popolo”. Contro il cancro solo due cure sono possibili: asportazione chirurgica e chemioterapia. Entrambe però richiedono la FORZA NUOVA, sulla cui formazione al momento solo ipotetica dovrebbe a breve uscire il libro di Petrosillo e mio.

Antifascismo un cazzo!

giornalismo

 

L’antifascismo aveva rotto il cazzo tanto tempo fa, figuriamoci ora. Indimenticabile il dialogo nel film “Caro papà” di Dino Risi tra Vittorio Gassman e Stefano Madia (padre vero di Marianna Madia, ex ministro della funzione pubblica):

Padre: “All’età tua io ero in montagna a sparare ai tedeschi!“

Marco: “Ci avete rotto i coglioni con i partigiani e con la resistenza … siete diventati peggio dei garibaldini … con una retorica che fa schifo!“

Padre: “Adesso basta! Guarda che non ti permetto di insultare il mio passato.”

Marco: “E il tuo presente fa ancora più schifo del tuo passato.”

L’antifascismo odierno non ha nulla a che fare nemmeno col mito dell’antifascismo costruito subito dopo la II guerra mondiale (appunto già narrazione) che era sofisticazione di quanto avvenuto effettivamente sotto il fascismo. Siamo, dunque, alla sofisticazione della sofisticazione, laddove il reale antifascismo fu quello della resistenza comunista che non voleva liberare l’Italia ma trasformarla in un’altra tappa della rivoluzione sovietica. Liberazione, e festa annessa, un paio di ciufoli! Lo confermava anche Cossiga detto punto allorché testimoniava che il 80% di quelli che combattevano contro il regime erano comunisti, tutti gli altri facevano piuttosto (quasi) finta mentre attendevano gli alleati. Dunque, bene facevano le brigate comuniste a non fare tanta differenza tra camicie nere e parolai cristiani e socialisti quando menavano le mani o sparavano.
Oggi, sentire dire che è in atto un ritorno al ventennio perché c’è Salvini o la Meloni fa veramente venire da ridere o da piangere, a seconda delle situazioni. In realtà, quando vedo qualcuno identificarsi coi partigiani mi vien voglia di ripristinare le torture corporali e tornare al medioevo, altro che quando c’era Lui. Cantano pure Bella Ciao questi deficienti che di eroico non hanno nulla, sono figli de i Parioli che disprezzano la povera gente e i suoi problemi concreti, a meno che non si tratti di rom, immigrati o minoranze create seduta stante. Sono sardine che nuotano in un mare di ideologia invecchiata, pesci in barile che scambiano lo snobismo per la rivoluzione e vorrebbero pure farci la lezione. Essere giovani diventa in questo caso l’aggravante di una idiozia sempre più insopportabile. Poi sono veramente stufo di credere alle sciocchezze accreditate da decenni secondo le quali il fascismo era solo olio di ricino e violenza. Ovunque c’è del buono, anche all’inferno, per cui bisogna essere faziosi fino al midollo per affermare che sotto il fascio tutto era crimine e assassinio. Ci furono fior di intellettuali che appoggiarono il fascismo, molti cambiarono casacca appena in tempo per riconvertirsi alla democrazia trionfante, altri meno fortunati ci lasciarono le penne. Ciò dimostra che anche il fascismo aveva la sua élite che non era composta da picchiatori scimmioni. Balle intollerabili, dunque, quelle degli antifascisti odierni che nascondono ignoranza e saccenza da trenta denari e quattro soldi. Il nemico è il nemico ma questo non vuol dire che esso sia o sia stato esclusivamente un matto da legare perché si è contrapposto a noi o noi a lui. Ugualmente sono stanco di descrizioni che risolvono ogni cosa con la psicopatologia dei dittatori e del loro entourage. Svitato è chi crede che gli statisti del passato siano stati pazzi o assetati di sangue. Ma non voglio dare a questi cialtroni l’incapacità di intendere e di volere e quindi sostengo che non di decerebrati si tratta ma di autentici traditori al servizio di prepotenti. Attualmente gli antifascisti sono partigiani di gruppi di potere antinazionali o nazional-parassitari. Vanno combattuti fino alla fine perché sono infidi e delatori. Stesso ragionamento vale contro chi urla ai delitti della falce e martello, non perché la scure non abbia falcidiato (innocenti e meno innocenti) ma perché non si riducono mai gli eventi epocali a mera cronaca nera o scandalistica. Gramsci odiava gli indifferenti io odio indifferentemente antifascisti ed anticomunisti.
Pasolini, che era un pensatore serio, queste cose le diceva già più di cinquanta anni fa. Noi, invece, siamo tornati indietro, o meglio, siamo finiti in una dimensione parallela in cui la Storia è un editoriale di un giornalista sinistrato o (mal)destro che sente le voci e vedi i fantasmi. Rossi o neri, non ha importanza.
Questo presunto fascismo contemporaneo è frutto di allucinazioni oppure è nero di seppia
spruzzato apposta per disorientare. Che sardine! Al di sopra di quest’ultime ci sono le solite piovre che spargono l’oscurità per confondere le coscienze.

Ed ora la parola al Poeta, morto anni fa ma più vivo che mai, più degli zombie che blaterano ancora di rigurgiti totalitari:

“Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano.”

“Che vi vengano figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.” (1962).

“L’omologazione «culturale»…riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un antifascista”

“nel caso che in Italia fosse stato restaurato, a suon di bombe, il fascismo, [si sarebbe stat[i] dispost[i] ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia? L’Italia non consumistica, economa e eroica (come lui la credeva)? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semivelate? No: è evidente che anche il più fanatico dei fascisti considererebbe anacronistico rinunciare a tutte queste conquiste dello «sviluppo». Conquiste che vanificano, attraverso nient’altro che la loro letterale presenza – divenuta totale e totalizzante – ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale. Dunque il fascismo non è più il fascismo tradizionale.”

“I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati «fascisti»: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto –non c’è niente che li distingua. Li distingue solo una «decisione» astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta. Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo.” (1974).

“Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più… “buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo.” (1974).

Razzismo degli antirazzisti

immigrazione

IL RAZZISMO DEGLI ANTIRAZZISTI

Secondo il sociologo De Masi saremmo in clima prefascista perché non accogliamo gli immigrati o li teniamo “a mollo” su navi alle quali sbarriamo l’ingresso nei porti. Siamo contro gli stranieri come i tedeschi erano contro gli ebrei. Salvini in divisa anticipa i prossimi pogrom. Stendiamo un velo penoso e pietoso sui pensieri rozzi di questi sedicenti intellettuali che non vedono al di là del loro naso e non conoscono la Storia. Semmai, ai tempi del fascismo, e soprattutto prima, erano gli italiani a dover lasciare la propria terra per mancanza di possibilità. Andavano a lavorare nelle Americhe con i documenti in regola e sulla base di accordi bilaterali tra Paesi in cui si stabilivano persino le quote di persone da far entrare. Quelli inidonei venivano spediti indietro senza tanti complimenti. Gente estranea che veniva qui da noi in cerca di fortuna non ce n’era e non si verificavano episodi di razzismo verso gli allogeni che erano tutt’al più le esotiche faccette nere dell’Abissinia, trattate dal regime con bonaria narrazione colonialistica (benché il cosiddetto impero fosse stato costruito al prezzo di “qualche“ massacro in terra africana ma i fascisti, come chiunque, si sentivano benefattori e non criminali), e, comunque, a “casa loro”. Anzi il fascismo tentò di fermare l’emorragia di partenze e di stimolare la crescita demografica. Il fascismo col razzismo verso l’uomo nero c’entra relativamente ed anche le leggi razziali furono applicate, contro gli ebrei, poco convintamente, più per assecondare il potente alleato tedesco che per esprimere un odio etnico, quasi inesistente dalle nostre parti. Non altrove, invece, perché gli ebrei avevano nemici ovunque, sul Vecchio Continente e sulle sponde Atlantiche (alcune alte personalità statunitensi simpatizzavano per Hitler e non facevano mistero della loro antisemitismo), persino in Unione Sovietica, patria dell’uomo nuovo. Ma ormai è tutto fascismo (e razzismo). Non ti sta bene l’invasione di extracomunitari? Sei fascista e razzista! Vuoi un Paese più sicuro con meno delinquenti a piede libero? Sei fascista e razzista! Non adotti lo stile di vita del migrante? Sei fascista e razzista. Inoltre, fascista e razzista sono usati come sinonimo. E’ una menzogna sesquipedale. Gli americani che sterminarono gli indiani e poi schiavizzarono i neri erano ovviamente razzisti ma non potevano essere fascisti o nazisti perché tali ideologie ancora non esistevano. Il razzismo viene da molto più lontano ed associarlo a movimenti tipicamente europei è il solito stratagemma yankee o di élite progressiste a loro asservite per allontanare le proprie colpe e scaricarle sugli sconfitti dalla storia. Si dovrebbe dire ad un razzista ”fetente di un americano” (prima ancora che fascista, nazista o comunista) per essere molto più coerenti ma anche questa sarebbe un’altra sciocca parzialità. Ogni popolo ha dato o darà il peggio di sé all’occorrenza. Leggevo in questi giorni il saggio di un antropologo statunitense, Jonathan Friedman, il cui titolo è “Politicamente Corretto, il conformismo morale come regime…” Costui è molto chiaro sul punto: “Suggerire che l’attuale attitudine delle élite multiculturali verso l’immigrazione di massa in un periodo di declino dei paesi ospitanti è un fenomeno tragico destinato a determinare un aumento della disgregazione e del conflitto etnico, sarebbe, ed è stato, descritto come un atteggiamento razzista. Il discorso dominante è che l’immigrazione sia un fattore di arricchimento culturale, e che il fatto della presenza di enclaves etniche in cui domina la disoccupazione è colpa della società [accogliente], ossia del suo razzismo. L’osservazione di alcune di queste enclaves possano anche includere diaspore legate al commercio illegale delle armi, persone e droga è un tabù. Si tratta di razzismo ed è il prodotto di razzisti. Suggerire inoltre, che se vogliamo essere veramente globali nella nostra politica dovremmo considerare la necessita di creare un ordine internazionale che permetta alle persone di rimanere a casa propria, sarebbe stato, ed è stato, percepito con estremo orrore…Razzista è chi si oppone all’autodefinita correttezza morale dell’antirazzista”.
La verità è però che gli antirazzisti sono quelli di cui occorrerebbe liberarsi il più presto possibile. Sono loro che stanno avvelenando i pozzi sociali e che scateneranno reazioni fuori controllo. Tanto da parte di immigrati abbandonati a se stessi, dopo promesse fallaci, che di forze oscure le quali sono dormienti nel profondo umano ma possono risvegliarsi quando l’ambiente diventa mefitico. Dopodiché altro che squadracce fasciste. Vedremo all’opera uomini neri contro cuori neri a farsi la guerra con la gente per bene in mezzo a rintanarsi per la paura. Le vecchie classi dirigenti alla deriva, addirittura, rincorrono questa truce prospettiva per conservare un primato che vedono sfuggir loro di mano. Sono pronte al diluvio pur di sopravvivere per un po’, perché, per chi è morente, qualche anno in più equivale all’eternità, come è scritto nel Gattopardo.
Sono queste il vero pericolo per la nostra civiltà.

Antifascismo dei manigoldi

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QUi

forse la Meloni resta allibita perché, lo dico senza aspra polemica, non sa bene cosa fu la Resistenza nel suo aspetto sostanziale. Non fu “antifascista” come aspetto fondamentale; solo gli “antifascisti” del 25 luglio e 8 settembre ’43 (fascisti fino a un momento prima o antifascisti a Paris a godersi la vita) furono soltanto tali. Coloro che fecero la Resistenza – nel nord Italia (e senza dubbio con la guerra ormai di fatto vinta dagli “Alleati”), combattendo con netta decisione e subendo un buon numero di perdite – furono i comunisti. E questi volevano ben altro che la semplice fine del fascismo. Quelli che poi hanno straparlato di “liberazione” – riferendosi alla nuova occupazione degli angloamericani al posto dei tedeschi – sono dei manigoldi ormai quasi tutti scomparsi. Adesso abbiamo i loro successori: dei semplici imbroglioni (e anche peggio), che si servono di un antifascismo inventato da storici di una ignoranza e sfacciataggine inaudite per mantenere un potere (anche mediatico), che deve finire perché è un insulto ai morti e ha condotto il nostro paese (peraltro in buona compagnia con gli altri del cosiddetto “occidente”) ad un degrado sociale, politico e culturale ormai insopportabile. Questi antifascisti sono il peggio del peggio, una massa di affossatori della nostra civiltà. Sia però chiaro che non si può combatterli con le fregnacce di Casapound o Forza Nuova. Nessuna ridicola nostalgia del fascismo – che va collocato nel suo tempo e studiato infine seriamente, ma in quel preciso contesto storico ormai assai lontano – serve per annientare questo antifascismo del disfacimento italiano. Addosso a questi farabutti che si travestono da antifascisti e che sono tanto dannosi come gli altri mascalzoni che ancora gridano all’anticomunismo, altro processo storico di un’età ormai trascorsa. Sono nemici mortali; si deve capirlo infine!

UNA SPIEGAZIONE di GLG

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bf7dad87-5871-4f53-98a7-bd9c2ff3e65cPiccolo antefatto. GLG è stato pesantemente minacciato su Facebook da persone che si definiscono sostenitori di potere al popolo. È stato definito un rossobruno del quale “occuparsi”. G.P.

 

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Quando divenni comunista, presi una posizione ben precisa (teorica, ideologica, politica) e non feci una scelta per essere “anti”, bensì “per”. Tuttavia, quando gli avversari dicevano che i comunisti mangiavano perfino i bambini o comunque ammazzavano e basta, affermavo che erano vomitevoli nelle loro menzogne, che erano puri e semplici infami. Anche oggi non mi limito ad essere anti, poiché cerco di capire in che senso il comunismo sia un processo storico finito e la sua teoria di riferimento, il marxismo, vada analizzato nei punti in cui fece previsioni sulla dinamica del capitalismo rivelatesi alla fine errate. Questi nauseabondi “antifascisti” affermano solo che bisogna essere buoni, solidali, accoglienti, fraterni. Sono dei puri ipocriti, falsi in radice. Nessuna vera analisi dei processi mondiali, degli eventi (nel 2011) da cui prese avvio la ben più forte immigazione, ecc. E’ comunque certo che analisi simili mancano anche in chi semplicemente urla contro una “invasione” (è evidente che costui non vuol indicare negli Usa la vera causa dei fatti verificatisi)
Quelli che mi definiscono “rosso-bruno” – io non mi sono mai sentito colorato, solo i cazzoni privi di idee ragionano così. Chi ha cervello dice quali posizioni sostiene; e ben articolate, non invece elementari come essere “per il popolo” – sono i veri “populisti”, quelli odiati da Marx quali semplici anarcoidi o, peggio ancora, “lumpenproletariat”, che lui riteneva feccia pericolosissima e nemica dei comunisti, qualsiasi falsa fede volessero professare. Solo che allora questi sottoproletari erano gente in miseria, abbrutita, priva di ogni cultura oltre che essere antisociale al massimo. Oggi abbiamo a che fare con “figlietti di papà”, spesso benestanti, completamente diseducati da genitori sessantottardi (anzi settantasettini) privi pur essi di qualsiasi comprensione dell’“essere sociale”. Sono pur sempre “sottoproletari”, ma in termini culturali, intellettivi, non per condizioni materiali di vita.
Io non rinnego minimamente la mia scelta per il comunismo – compiuta dopo attento studio de “Il Capitale” di Marx e applicazione delle sue tesi ad una analisi dei processi storici dei tempi in cui feci la scelta – e considero un fatto decisivo la “Rivoluzione d’ottobre”, ma non per adesione sentimentale e solo “celebrativa”, bensì per la valutazione dei suoi effetti. Tuttavia, oggi solo un “istintivo” privo di qualsiasi capacità raziocinante non capisce che quel processo storico (come quello di cui hanno nostalgia i fascisti “di ritorno”) è irrimediabilmente finito, siamo “in cammino verso una nuova epoca”. Restare attardati – come lo sono pure i “liberal-liberisti” oltre ai fascisti e ai comunisti – produce questa terribile putrefazione odierna. Una società orrenda, disgustosa.
Da ormai vent’anni (diciamo da un testo del 1996) ho analizzato a fondo la teoria marxista, ma soprattutto il pensiero di Marx – perché i marxisti, in specie quelli della seconda metà del XX secolo, te li raccomando! Non tutti, ma il 90% – e ho cercato di vederne i limiti, che ritengo addensarsi nel suo paradigma fondamentale: la proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di una certa classe sociale, mentre la maggioranza resta solo in possesso della sua capacità lavorativa (mentale e manuale, direttiva ed esecutiva) venduta come merce mediamente al “suo valore”. Senza alcun “furto”, oppressione. Marx, grande scienziato, vero Galilei della teoria della società (dei rapporti sociali), inorridiva di fronte ai coglioni che pensavano ad una semplice “estorsione” di pluslavoro come plusvalore (il profitto capitalistico). E per lui la rivoluzione era “la levatrice di un parto ormai maturo nel grembo della società capitalistica” (meglio detto: del modo di produzione capitalistico). Questo parto poteva avvenire “naturalmente” per i riformisti, con “taglio cesareo” per i rivoluzionari. Ma si trattava comunque di una evoluzione oggettiva, di una dinamica intrinseca a quel modo di produzione. Non come pensano i mentecatti “populisti” di tipo sottoproletario. Sono arrivato alla conclusione della necessità di spostamento di paradigma dalla “proprietà dei mezzi di produzione” al “conflitto strategico”, oggetto di tanti miei libri. Vi è però “un difetto” per cui continuo a studiare per vedere come rimediare ad esso.

 

ODIO GLI ANTIFASCISTI

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Davvero non se ne può più di quei cialtroni che gridano al ritorno del fascismo. Chi lo afferma è meno di un fascista e peggio di qualunque altro essere umano. Il fascismo non torna perché la storia non perdona. Inoltre, tanti fascisti furono onesti e sinceri. Gran parte del popolo italiano divenne fascista perché non ne poteva più di socialisti e liberali che tradivano la nazione e la facevano sprofondare nel fango degli eventi. Un antifascista come Salvemini lo confermò chiaro e tondo augurandosi che Mussolini riuscisse a sbarazzarsi dei Giolitti e dei Turati, le vecchie mummie, per risollevare un Paese corrotto ed umiliato. Ma i cialtroni non tornano semplicemente perché loro non se ne sono mai andati. Siamo letteralmente circondati. Costoro, col loro carico di balle, attraversano i secoli aumentando o diminuendo di numero senza mai sparire del tutto. Ci sono tempi felici in cui vengono perseguitati, rincorsi nelle loro case, eliminati in gran numero ma mai, purtroppo, definitivamente debellati. La nostra è l’epoca dei cialtroni in fitta schiera e l’Italia è il loro ritrovo preferito. Prendiamola subito di petto la questione, partiamo da quel tronfio chiacchierone di Umberto Eco che dall’alto della sua superiorità morale, che è sempre bassezza intellettuale, s’inventò la categoria del fascismo eterno, l’ur-fascismo, per poter eternamente rinfacciare ai non allineati al suo verbo di essere tutti dei potenziali bastardi che sotto gli abiti civili nascondevano la camicia nera. Tutti torturatori ignoranti meno che lui, ovviamente, gran cerimoniere di riti resistenziali che triturava le palle al prossimo con le sue rampogne da quattro soldi. Un vero odiatore che disprezzava chiunque si discostasse dalla sua posizione, certamente giusta ed irreprensibile. Quali erano per Eco le caratteristiche del fascismo eterno?
Eccole:
1. il culto della tradizione. 2. il rifiuto del modernismo. 3. il culto dell’azione per l’azione 4. la mancanza di spirito critico. 5. la paura della differenza. 6. l’appello alle classi medie frustrate. 7. l’ossessione del complotto. 8. Il sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici. 9. il complesso di Armageddon quale antipacifismo. 10. L’elitismo e il disprezzo per i deboli. 11. Il culto dell’eroismo. 12. Il sessismo. 13. Il populismo. 14. l’uso di una neolingua ingannatoria.
Sembra il programma dei governi di sinistra (e di destra) degli ultimi vent’anni che coltivano la tradizione dei loro collegi elettorali, rifiutano il progresso industriale e svendono i gioielli di famiglia, agiscono solo per i fatti propri, non fanno autocritica sulle loro scelte, elargiscono mance alle clientele, temono il confronto serio sulle faccende strategiche, allevano traditori, parlano lingue incomprensibili alle masse, si sentono superiori all’uomo della strada, si descrivono come i migliori, ascoltano solo i loro cerchi magici, alimentano frottole antiscientifiche. Senza entrare troppo nei dettagli, che sono più ridicoli della classificazione, ognuno sa che questi elementi si trovano mescolati in vario modo in tutta la collettività, in ogni settore sociale, in tutti i partiti, nella testa dei singoli individui. Ovunque. In molti li sfruttano. Nessuno scampa all’ur-fascismo? Certo che no, a meno che non si chiami Uberto Eco. Leggere Eco serve solo per imparare ad adorare Eco, il correttissimo antifascista del terzo millennio ormai finito tra i fantasmi sempre invocati da quand’era in vita. Non c’è nient’altro da apprendere. La verità è che gli antifascisti dei giorni nostri sono tutti dei gran ciarlatani che nascondono dietro l’antifascismo la loro spietata dittatura. L’antifascismo è il nuovo totalitarismo, con la sua neolingua politicamente corretta, il suo disprezzo delle differenze, il suo odio per gli avversari, l’elitismo, il culto dei migranti messi contro il resto della gente, il razzismo verso gli oppositori e i critici ecc. ecc.
Ora leggo pure che quell’altro genio di Cremaschi ha scritto: “dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero”. Appunto, se fosse davvero così l’ultima loro maschera si chiamerebbe antifascismo ed è la peggiore di tutte. Tuttavia, ribadisco che i fascisti d’antan erano più sani di questa masnada di venduti e truffatori.

NON ANTIFASCISMO MA ANTIAMERICANISMO

il ratto d'europa

Il passato non torna oppure torna ma diverso, per parafrasare un libro di Gianfranco La Grassa uscito nel 2009. Per questo chi parla di pericolo fascista o nazista alimenta uno spauracchio dietro al quale tenta di nascondere le sue malefatte. Si dovrebbe dire che i fascisti di oggi sono gli antifascisti, o, come disse Flaiano, che i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti, ma anche questo è tecnicamente sbagliato. Gli antifascisti, in assenza di fascismo, sono dei manigoldi non animati da nessun alto ideale mentre i fascisti del ventennio furono seriamente convinti di poter rifare l’Italia ricorrendo alle maniere forti, in un clima di spappolamento sociale e istituzionale, causato dal fallimento dello Stato liberale. L’antifascismo sotto i nostri occhi rappresenta lo stesso spappolamento generale e, prima ancora, già all’indomani della fantomatica liberazione, che era in verità un’occupazione del Paese da parte americana, ha significato il tradimento dei valori della resistenza. La liberazione, infatti, non c’entra niente con l’antifascismo. Sono stati gli americani e i filo-statunitensi nostrani a creare questa mistica liberatoria per coprire l’ennesima discesa straniera sul suolo nazionale. Il fascismo era fatto da italiani e l’antifascismo da altri italiani che combattevano per il potere. Semmai, ci si libera dai conquistatori esterni non dai connazionali. Quella tra fascisti e antifascisti fu piuttosto guerra civile le cui sorti vennero decise da un’ingerenza straniera. La guerra ha, alla fine, favorito i partigiani ma quest’ultimi non volevano liberare l’Italia, volevano conquistarla al comunismo essendo per il 90% comunisti. A nessuno di questi interessava una lotta di liberazione per il ritorno della democrazia ma si voleva la rivoluzione in stile bolscevico per fare come in Russia. Le br, per esempio, all’atto di fondazione, si collegarono proprio al mito della resistenza tradita ed imbracciarono le armi per completare l’opera lasciata incompiuta dai predecessori. Invece, per decenni e decenni, ci hanno raccontato fandonie. La battaglia tra due fazioni, ciascuna con le proprie ragioni e irragionevolezze, è diventata la lotta tra il bene ed il male, con i vincitori santificati e i perdenti mostrificati. Gli americani, che avevano trionfato su tutto e su tutti, si elessero addirittura popolo del bene assoluto e forti di questa investitura biblica giudicarono i cattivi, senza possibilità di appello. Norimberga docet. Nazisti e fascisti erano i malvagi che avevano ucciso e devastato, come mai accaduto in altre epoche storiche. Poi è toccato pure ai sovietici finire nel girone infernale, anche se questi avevano sacrificato più di 20 milioni di persone per avere ragione delle potenze dell’Asse, di essere demonizzati e ricacciati tra gli abietti. Il vero olocausto, invece, fu proprio quello sovietico, poi vengono gli ebrei, ma sempre quelli russi che furono (insieme ai polacchi) i più colpiti dalla furia della svastica.
Tuttavia, il regno del bene per autopromozione, non si è comportato con maggiore pietà degli altri contendenti ed ha commesso crimini e stragi al pari di nazisti e fascisti. Anzi, sospetto anche qualcosa di più, visto l’accecamento assassino di alcuni episodi venuti a galla, in cui l’utilità dell’atto di guerra per gli americani (e i loro alleati inglesi) risultò certamente secondario rispetto allo spirito di vendetta e di annichilimento dell’avversario. Dai bombardamenti a tappeto su una Germania già sconfitta, alle atomiche sganciate sulle città giapponesi. Punizioni esemplari e prove di muscolari per fare capire al mondo chi comandasse. Anche sui cosiddetti “universi concentrazionari” gli yankees non furono secondi a nessuno, tanto che Hitler ammise di essersi ispirato ai campi di prigionia in cui gli statunitensi rinchiudevano gli asiatici per costruire i suoi. Del resto, prima che il conflitto prendesse una brutta piega, il Führer era stimatissimo oltre atlantico. Riceveva capitali e tecnologie dalle imprese Usa e persino quando i due Stati entrarono in guerra gli scambi non si fermarono. Pecunia non olet. Se Hitler fosse riuscito nell’impresa di conquistare Mosca sarebbero stati in molti ad applaudirlo tra i sinceri democratici che temevano il bolscevismo più dei fascismi. In seguito si sarebbero accordati anche perché con una Germania dominante in Europa gli americani non sarebbero mai sbarcati sulle nostre coste. Il fronte orientale rovinò i tedeschi che, dopo Pearl Harbor, con il grosso delle forze impiegate a combattere il comunismo, dichiararono guerra agli Usa, forse per ottenere aiuto dai giapponesi contro la Russia. Errore fatale perché i nipponici non intervennero. Così i fronti si duplicarono e le energie si dispersero. Dire che gli americani e gli inglesi spinsero Hitler nella trappola slava forse è troppo ma pur sempre una trappola si rilevò quell’avventura, assecondata sotto traccia da Washington e Londra.
Dunque, riportare in auge le vecchie paure su regimi sconfitti non è di alcuna intelligenza. Come non lo è rinfocolare il pericolo rosso dopo l’implosione dell’Urss. Piuttosto, il timore è che scacciando i fantasmi delle epoche passate si vedano meglio i protagonisti delle dominazioni presenti. Ecco dove sta il problema per gli urlatori di professione ingaggiati dalla Statua delle libertà. I nazisti hanno perso ma gli americani restano.

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