LA MODA DELLA SINISTRA

bertinotti-03Lo chiamavano Bombardotti ma era solo Berti-notti romane e salotti chic. L’ex leader di RC, Rifondazione Costumista, gran liquidatore di un partito, un po’ bazar un po’ boutique, che raccoglieva vecchi scampoli di comunisti sdruciti e nuovi modelli per drug queen ammattite si è messo ad imbastire l’abito funebre di una sinistra morta da un pezzo. Lo ha fatto da Cortina D’Ampezzo, e da dove sennò. Il sub-comandante Faustus, come un novello partigiano dei nostri tempi, è arrivato però sulla montagna politicamente corretta delle dolomiti venete con l’autista, l’uniforme di cashmere e pericolosissime armi di distruzione di classe, ovvero cravatta griffata e porta occhialetti trendy. Sembrava il Comandante Diavolo scappato dalla prigionia di via Condotti. Dal palco di Cortina InContra, per l’evenienza appuntamento più montano che mondano, Bertinotti si è espresso come l’ufficiale Charles Bouchard, comandante in capo dell’operazione Unified Protector in Libia. “Occorre bombardare il quartier generale della sinistra per farla risorgere”. Possibilmente più libera e più democratica. Proprio come la Libia che non vedremo mai perché finita in mano a quegli scalzacani di Bengasi malati Sarkopenia, i quali per mettere un passo hanno bisogno che gli Usa, la Nato e i Volenterosi gli tirino i fili come si fa con i burattini. Bertinotti è un vero genio di sartoria sociale, uno che è capace d’indossare un abito di Valentino con la stessa umiltà dell’operaio Faussone di Torino detto Tino. Insomma un BertinotTino. Ma ultimamente Sua Comunistità si sente messo da parte come un vestito liso. Eppure lui resta il grande ispiratore del comunismo “sulla parola”, cioè di quell’ideale che ha riposto il Capitale di Marx per affidarsi al dizionario dei sinonimi e dei contrari. Senza di lui Nichi Vendola non sarebbe mai esistito. Bertinotti poi è ancora più piacevole da ascoltare del suo stimato ma ingrato allievo perché al posto del default nel cervello e della esse sifula in bocca dispone di una meravigliosa erre rotante che sa di rosa e di posa. Ed allora per non farsi superare dal logorroico discepolo ieri Fausto si è prodotto in uno strabiliante numero linguistico. Per carità, nulla di serio, ma tanto carino per le orecchie ed il palato del colto e del sopraffino : “è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea”. Una destrutturazione di corpi inerti? Ma non sarebbe meglio un’ inerzia di corpi destrutturati dalla testa ai piedi come il suo? Valli a capire questi medium del proletariato, potrebbero godersi la pensione coi soldi della sovversione ma non riescono a liberarsi di quell’irrefrenabile desiderio di comparire di fronte alle masse. Non per difendere la classe ma per dimostrare la loro superiore classe. Forse la sinistra, con questi presupposti da educande, non risorgerà mai ma le buone maniere trionferanno di sicuro. Più galateo e meno rivoluzione. Viva il bon ton e Louis Vuitton.

LA VERITAAAA’ di G. La Grassa

 

Di fronte alla dura risposta di Micheli (chiaramente per conto del Governo) all’incoerente Bertinotti (si veda qui sotto il pezzo di Tozzato su tale ineffabile personaggio), Gennaro Migliore (in realtà Peggiore) di Rifondazione ha risposto: “Micheli, che forse guarda più alla Russia che alle democrazie, si scusi e Prodi prenda le distanze”. Bene farà gente come Migliore ad abbandonare il simbolo della falce e martello e ad adottare quell’ammasso di scarabocchi colorati (visto sui giornali), che rappresenta l’imbelle pacifismo decerebrato odierno in un mondo che va verso prove sempre più aspre. Questi rinnegati sposano la “democrazia” (purulenta, ormai corrotta oltre ogni dire; e, dove sembra, solo sembra, un po’ meno marcia come negli USA, pura maschera di violenza e aggressione ai popoli) contro la Russia, con ciò accettando le tesi più retrive e apparentandosi ai destri ultrareazionari di Libero, che oggi sputano veleno perché si riceve in sordina il Dalai Lama onde non irritare la Cina.

La deriva degli “orfani del comunismo” è impressionante. Ci sono coloro che l’hanno rinnegato (per la “democrazia”), come quello appena nominato, ma ci sono anche altri, che pur prendono posizioni apparentemente “avanzate”, a mio avviso poco ragionevoli. Finito nel nulla il comunismo – che però non era tale, mettiamocelo una buona volta in testa – non sanno più a che santo votarsi. Alcuni si affidano all’ambiente e quindi alla decrescita, come se oggi il problema fosse ritagliarsi un piccolo spazio di “buon vivere”. A parte che, senza sviluppo, sarebbe un cattivo vivere; poiché il mondo moderno, industrializzato, e non esclusivamente il “perverso” capitalismo, vive la condizione di “Alice dietro lo specchio”: “anche solo per restare fermi nello stesso posto, bisogna correre sempre più velocemente”. Sarebbe poi ora di convincersi che andiamo verso un mondo policentrico e quindi più turbolento e caotico, con possibili scoppi di conflitto acuto, in cui prevarrà chi ha la forza (promuoverà quindi il più impetuoso progresso a tutto campo della ricerca scientifico-tecnica, e dei settori produttivi che la sostengono ed in cui questa fa ricadere i suoi maggiori avanzamenti). Basta con il buonismo, e dunque con il pacifismo da “anime belle”; ci si deve sporcare le mani, altro che fare tante “prediche di pace e serenità”, di vita “pulita e sana”. Chi così ciancia non cambia il mondo, alla fine lo sporca sempre più, lo rende invivibile, lo affida al comando dei prepotenti o addirittura degli assassini!

Proprio per questo, mentre sono favorevole allo sviluppo di Russia, Cina, India, ecc. in quanto nuovi centri in competizione con gli Usa, affinché il potere imperiale di questi ultimi venga sempre più incrinato e declini, sono contrario a chi ha salutato il successo di Putin nelle recenti elezioni non per quello che è veramente (e non mi stupirei se anche ci fossero stati i sedicenti brogli, e me ne infischio nel modo più assoluto di saperlo o meno), ma perché porterebbe pace, equilibrio e altre “amenità” simili nel mondo. Queste sono panzane e ricordo a chi le diffonde le parole di Althusser, il quale sosteneva che “essere comunisti” è in primo luogo “ne pas (se) raconter d’histoires”; tuttavia, mi permetto di tradurre così: per non ingannare la “gente”, per non essere puro propalatore di illusioni gravemente mistificatorie, qualsiasi individuo (comunista o meno che sia) non deve raccontar(si) balle immani.

La vittoria di Putin è una garanzia per lo sviluppo della potenza russa, così degradata da Gorbaciov e Eltsin. Putin ha indicato con chiarezza che vuol procedere anche sulla via del riarmo; altro che pace ed equilibrio (a meno che non siano quelli di “vecchio stampo”, che sussistevano solo nei paesi più avanzati dei “due campi”, perché al confine di questi ultimi vi era un continuo stillicidio di guerre varie, con centinaia di migliaia di morti; è questo che volete “serafici pacifisti”? Comodo, però, sempre gli altri a pagare per voi!). Lo sviluppo cinese e di altri paesi hanno lo stesso significato. E se ci si batte – almeno per questo il sottoscritto si batte – per una nuova indipendenza dell’Europa (in contrasto quindi con gli Usa), è sempre per il medesimo fine. Basta “sputare gradevoli paroline” per plagiare i più “deboli di mente”. Si dica la verità. Anche perché tra coloro che le spargono tutt’intorno, vi è chi conosce la storia; e sa bene che le rivolte dei dominati sono sempre avvenute quando i dominanti si scontravano con estrema ruvidezza in piena epoca policentrica; e anche il sedicente pacifismo gandhiano (di cui ha ricordato alcune “cosette” dimenticate il già citato Tozzato) ha vinto solo quando l’imperialismo inglese era ormai stato “stracciato” (e sostituito) da quello Usa, dopo il conflitto “mortale” con la Germania e il Giappone e mentre nasceva il mondo bipolare Stati Uniti-Urss.

Non si deve mai essere ipocriti, ci si danneggia con le proprie mani. Si parli chiaro; il “popolo” europeo ha diritto di sapere che cosa comporta una sua lotta per una nuova indipendenza. I subordinati non vanno ingannati. Andiamo verso lo squilibrio, il conflitto, il rimescolamento delle carte che non sarà affatto pacifico; questo apre però spazi in cui far “irrompere” una volontà di rinnovamento e di ribaltamento degli attuali rapporti di dominio-subordinazione. Non è per i tempi brevi, a questo tuttavia si dovrebbe tendere.

 

 

 

 

IL “PERITO” FAUSTUS di M. Tozzato

 

 

Dall’epopea gloriosa e tragica del Dottor Faustus, celebrata nella letteratura da Marlowe, Goethe e Mann, alla commedia e alla farsa del Perito Faustus; ancora una volta assistiamo a quel fenomeno di cui aveva già parlato Marx riguardo alle due maniere in cui la storia ama ripetersi. Entrambi hanno venduto l’anima al diavolo, ma se  l’antico dottore lo ha fatto per l’invincibile forza dell’amore e del desiderio il secondo è stato vinto dalla brama di potere, ricchezza e gloria presidenziale. Bertinotti però oltre alla bravura nel vendere la sua anima si è anche specializzato nella capacità di produrre, realizzando profitti,  “aria fritta” e “fumo” di vario tipo utilizzando le sue capacità, diciamo dialettiche,  acquisite con vaste letture che, nonostante le sue ambizioni intellettuali, lo hanno reso particolarmente brillante nello stile, nella forma, ma molto meno sul piano dei contenuti. Avvicinandosi la convention della cosiddetta “Cosa rossa” il “patron” della ditta ha sentito il bisogno di rifilarci, a mò di introduzione, una brillante dimostrazione del suo talento in una intervista a “la Repubblica” del 04.12.2007. <<Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l’Unione non si è realizzata…>> Così esordisce Faustus ma subito dopo, con una piroetta, inizia i suoi giri di valzer e si rifiuta di avanzare qualsiasi ipotesi sul futuro del governo, anzi: <<Voglio premetterlo: non ci deve essere nervosismo, da parte di Prodi. Usciamo da questa prigione mentale: io non so quanto andrà avanti, può anche darsi che duri fino alla fine della legislatura, e non ho nulla in contrario che questo accada. Ma per favore, prendiamo atto di una realtà: in questi ultimi due mesi tutto è cambiato>>. Effettivamente è vero che è nato il Pd, che la “sinistra governativa” sta andando avanti nel suo processo federativo con la quale spera di garantirsi la “sopravvivenza parlamentare” e soprattutto che nella Finanziaria e nel provvedimento sul Welfare hanno prevalso Montezemolo, la grande finanza, e Dini che ne è stato il portavoce ufficiale (assieme al Capo del governo, sempre più baldanzoso e arrogante). Ma tutti sappiamo che la “svolta” è incominciata all’inizio della legislatura, subito dopo la verifica del  risultato elettorale: da quel momento la “sinistra radicale governativa” si è svenduta su tutto, sia in politica interna che in quella estera, con l’aggiunta particolarmente sgradevole di lamentele, di avvertimenti che bisognava cambiare, di frasari roboanti usati soprattutto dagli zombies del PdCI. I sindacati di stato, sempre particolarmente inetti e corrotti, proni ai voleri di Prodi (e quindi dei poteri sub dominanti), hanno  concesso tutto il possibile, permettendo accordi contrattuali disastrosi per i lavoratori e, lasciando al governo   mano libera, hanno favorito nei fatti le peggiori politiche sulle questioni del precariato e della previdenza.

Bertinotti prosegue poi rifilando al suo intervistatore un pochino di aria fritta – sul tipo di quella propinataci negli editoriali della “sua” rivista Alternative per il Socialismo – parlando anche di “tattica e strategia” e citando Lenin, Nenni, Togliatti e naturalmente il suo punto di riferimento principale, Riccardo Lombardi, per concludere che << tutto va ripensato. Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo: tutto va riposizionato in chiave strategica>>. Ma Faustus ancora una volta ci dimostra la sua “diabolica” abilità e quando l’intervistatore gli domanda se la stagione de l’Unione è arrivata al capolinea gli risponde:<<Intellettualmente io sono già proiettato oltre. Ma politicamente ancora no>>. E il giornalista (Massimo Giannini) aggiunge: <<E qui torna Lenin. Fissata la strategia del tempo lungo, c’è da occuparsi di tattica “hic et nunc”, come dice il presidente della Camera. La tattica impone di combattere, ancora, dentro il quadro delle alleanze consolidate, e dentro il perimetro del governo in carica>>. Devo confessarvi che un utilizzo di questo tipo del pensiero e della pratica di Lenin mi fa venire il vomito; soprattutto quando parte da un individuo (che ne rappresenta molti altri) che non crede in niente, che ogni giorno si diverte a vendere la pelle dei lavoratori e ad appoggiare missioni militari italiane in ogni parte del mondo – predicando beninteso la “non violenza” forse non sapendo che il  Mahatma esortava i vili a prendere  in mano i fucili quando l’oppressione e l’ingiustizia non fosse contrastabile con altri mezzi – e  che a suo tempo ha dichiarato che Hiroshima era stata giustificata, che l’annientamento di milioni di vite, alla fine di una guerra ormai già vinta, era risultato politicamente e militarmente necessario.

Il presidente continua:<<So bene, e ho persino orrore a pronunciare il termine: “verifica”>> E qui mi tocca aggiungere che anch’io  provo orrore ma per  motivi molto diversi. E dopo aver levato alti lai contro il governo riguardo ai salari e al lavoro precario, come se il PRC non fosse stato protagonista al pari degli altri alleati di ciò che è stato e ciò che non è stato fatto, quest’uomo che ha venduto la sua anima, il Perito Faustus, ritorna alla tattica piccola  piccola. Nei due poli <<si è affermata una larga condivisione su due punti essenziali. Primo: l’attuale sistema istituzionale ed elettorale è un fattore di riproduzione della crisi politica. Dalla Finanziaria al Welfare, tutto dimostra che il bicameralismo perfetto non funziona più. Secondo: la lunga transizione dalla Prima Repubblica è fallita>> a causa soprattutto di <<un duplice difetto: le maggioranze coatte (buone per vincere ma non per governare) e il trasformismo endemico.>> Urge un nuovo sistema elettorale:<<Il sistema proporzionale, con clausola di sbarramento e senza premio di maggioranza, è una soluzione ragionevole.>> Qui il commento mi pare quasi superfluo anche se possiamo domandarci se il Perito Faustus formidabile trasformista, al pari dei suoi sodali della “cosa rossa” (di vergogna), non sia invidioso di Mefistofele che sapeva tramutarsi in cane, in giullare e in molte altre cose e inoltre se non gli capiti di riflettere, ogni tanto, sul fatto che come quest’ultimo si prostrava davanti al suo padrone Lucifero, così a lui capita di inchinarsi di fronte all’idolo brutale denominato governabilità.   Ma anche Giannini ad un certo punto sente puzza di bruciato perché gli pare un po’ strano che <<in questo clima di sospetti>> Bertinotti <<benedica anche l’apertura del tavolo con Berlusconi>>.  “Magnifica” la risposta del presidente:<<Senta, qui bisognerà prima o poi che un certo centrosinistra decida se il Cavaliere è un protagonista della politica italiana, oppure no. Io, che al contrario di Blair considero quanto mai attuale il cleavage destra/sinistra, penso che lo sia.>> Per chi ha costruito per anni tutta la sua “linea politica” (si fa per dire)  fondandosi sull’antiberlusconismo si tratta proprio di una grande e geniale scoperta !  

Ma Prodi non deve essere preoccupato:<< Non ci sono due maggioranze diverse, una per il governo, una per la riforma, che si escludono l’una con l’altra.>> Però è anche vero che Faustus sente il bisogno di lanciare un piccolo monito, perché nel gioco in cui si sente un po’ ago della bilancia, tra Prodi e Veltroni, il primo (solo nel senso della sopravvivenza di questo governo, beninteso) potrebbe avere la peggio. Il perito acculturato non può così rinunciare alla sua citazione colta finale: <<Come vedo Prodi, mi chiede? Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: è il più grande poeta morente… Visse ancora alcuni anni . Ma gli ultimi furono terribili.>>

 

N.B. Non ho niente contro i Periti industriali, anch’io ho quel tipo di diploma e non mi sono mai laureato. La sola differenza è che Bertinotti è un perito elettrotecnico mentre io sono un perito elettronico ma non penso che questo sia significativo.

Però, e quasi me ne dimenticavo, Bertinotti è anche Presidente della Camera dei Deputati mentre io sono un impiegato comunale con qualifica media e tuta blu annessa.

 

Mauro Tozzato                                               05.12.2007

CHE VOTATE A FARE? Di G.P.

Che il referendum sul welfare sarebbe stato solo una formalità, una passiva asseverazione di quanto già deciso da governo e sindacati, nessuno lo dubitava. Che si sarebbe arrivati anche alla “sofisticazione” del voto poteva, invece, apparire meno scontato, anche se qualcuno aveva paventato tale possibilità, tanto che una parte della sinistra “di lotta e di governo” si era già messa sul chi vive. Il là alla contestazione è stato dato ieri da Marco Rizzo del PCDI con una dichiarazione al fulmicotone che ha denunciato manovre poco chiare intorno alla consultazione dei lavoratori sul protocollo del welfare, alle quali non sarebbero estranei i vertici sindacali. Qualora la cosa fosse vera, e personalmente credo che i termini della questione, così come posti da Rizzo, non siano affatto peregrini*, sarebbe solo l’ennesima testimonianza del ruolo giocato dal sindacato nelle relazioni sociali, industriali e nell’approntamento della politica economica in Italia, soprattutto allorchè sulle “cadreghe” di palazzo Chigi stridono i culi mastodontici di governatori cosiddetti amici.
Ma fare due conti, in questi casi, non guasta mai anche perché serve a capire dove eventuali rapporti di forza sfavorevoli possono essere raddrizzati. I sindacati stanno perdendo la rappresentanza nei settori industriali, in seguito alla sigla di scriteriati accordi che hanno frantumato le prerogative conquistate dai lavoratori dopo decenni di dure lotte; la CGIL, in particolare subisce, e non da ora, una grave emorragia di adesioni, tanto che deve cedere il passo alle altre due “sorelle” confederali e alle varie sigle autonome (in termini relativi, sintende, perché in termini assoluti tutti i sindacati sono in calo di adesioni) anche nei settori metalmeccanici, con una tendenza al declino che appare irrefrenabile (in proposito vedere il Successo della Uilm nelle elezioni per il rinnovo delle Rsu allo stabilimento Sata-Fiat di Melfi. Qui  la maggior perdita di consensi rispetto ai risultati della precedente consultazione l’ha fatta registrare la Fiom, -7%). Quindi diciamo che era abbastanza scontato, in un clima di diffidenza generalizzata da parte dei lavoratori, che il quesito referendario sulla proposta di accordo con il governo, voluta da questi sindacati profondamente “ingialliti”, incontrasse il massimo sfavore nei luoghi di lavoro. Ma i sindacati pur essendo ormai avulsi alle dinamiche industriali – più interessati ad ottenere concessioni per i propri apparati collegandole, di volta in volta, ad interessi corporativi da tutelare a livello aziendale- possono contare sul controllo di pensionati e di spezzoni del pubblico impiego. In pratica, i Sindacati Confederali, hanno scelto per sé un ruolo molto più redditizio adottando il modello americano, importato in Italia dalla Cisl, per la tutela degli interessi corporativi ma facendo la propria parte nell’elaborazione complessiva della politica economica del paese. Per questo Epifani lega la vittoria del "Si" al referendum alla sorte del governo di centro-sinistra, preoccupandosi di questioni che non dovrebbero riguardarlo affatto. (A proposito, se voi foste lavoratori sottopagati e costretti ai lavori più usuranti vi fareste rappresentare da queste gente senza un minimo di empatia economica con la vostra situazione? Guglielmo Epifani della CGIL guadagna 3.500 euro netti al mese, i 12 segretari confederali circa 2.400 euro. Raffaele Bonanni della Cisl 3.430 euro netti al mese. Luigi Angeletti della Uil 3.300 euro netti al mese, mentre i dieci segretari confederali 2.850 per quelli di via Po, 2.900 quelli di via Lucullo).
Però a condannare l’attacco di Rizzo ci ha pensato l’ineffabile SubComandante Bertinotti, il quale udite udite, ha dato sfoggio, per l’ennesima volta, di buon senso democratico appreso a livello istituzionale: «il referendum è un esercizio di democrazia straordinario. Possono esserci dei nei, ma trovo fuorviante discutere di brogli(…)Il referendum è un’operazione impegnativa e complessa fondata sulla autodisciplina. Non c’è un’autorità che vigila, come ad esempio il Viminale nelle ordinarie consultazioni elettorali». Di fronte ad una dichiarazione di questo genere rispunta prepotente la frase di Marx citata nell’articolo (apparso oggi sul blog) a firma di A. Berlendis “è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che—egli pretende—è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altroché una contraddizione sociale in atto. Egli deve giustificare in teoria ciò che è in pratica….”.
Ed ecco definito, come meglio non si poteva, quello che si può stigmatizzare con il nomignolo di “comunistardo”, uno che si convince delle proprie menzogne perché il praticarle ordinariamente gli ha fatto guadagnare un bel po’ di fama e di ricchezza. Così il “comunistardo” imbastardisce la teoria “rivoluzionaria”, in ossequio ad una “pratica” quotidiana che è tipica del “borghese” illuminato, quello che scambia il materialismo storico con la filantropia.
Bertinotti, se fosse un comunista vero, partirebbe da ben altri presupposti prima di lanciare le sue lezioni diplomatiche e democratiche. Un comunista realmente tale non potrebbe fare a meno di constatare che i sindacati confederali sono apparati pienamente inseriti nella gestione del potere, sono cinghie di trasmissione che funzionano come selzer, con l’obiettivo primario di far digerire ai lavoratori accordi peggiorativi ma tutelando i propri apparatnik. E No! Perchè Lui in tutto questo ci vede solo dei “nei” che non inficiano la proceduralità democratica. Allora, democrazia per democrazia, non sarebbe stato più giusto far decidere ex ante ai lavoratori su un’ipotesi di accordo da sottoporre, in seconda battuta, al governo e poi ritornare ai lavoratori per la ratifica o la ripulsa del testo eventualmente modificato? Questa sarebbe una forma di democrazia “alta” che Bertinotti non può contemplare nel suo vacuo frasario di uomo delle istituzioni.
Con questo accordo nequizioso s’iscrive, invece, un epitaffio definitivo sulla possibilità di dare nuova dignità al lavoro, la legge Biagi diverrà la bibbia con la quale si continuerà a smembrare il mondo del lavoro spalancando alle future generazioni il baratro di una precarietà inarrestabile, sia per  qualità delle prestazioni che per trattamenti economici.
*Ho votato due volte, è stato facile" Fonte “Il Giornale”
di Gianandrea Zagato
Milano – Che al referendum sul welfare si potesse votare non una ma due e, perché no, anche tre volte era solo un solo un sospetto. Adesso, abbiamo la certezza, con tanto di fotografia. Scatti di un broglio avvenuto nel seggio che Cgil-Cisl-Uil hanno impiantato a due passi da piazza San Babila e che ha avuto replay alla Camera del lavoro.
Due crocette sul pacchetto Damiano che si sommano ai 150mila voti – dato della Triplice – raccolti a Milano e Provincia nella giornata di ieri. Centocinquantamila preferenze che, naturalmente, non conteggiano i voti espressi da «una signora, casualmente seguita dalla troupe televisiva di Annozero»: simulazione di un broglio scoperto e denunciato dai confederali che vagheggiano di «tentativo di inquinamento di una straordinaria prova di democrazia sindacale» e di «attacco all’autonomia e al potere contrattuale del sindacato».
Sindacalese che, sua fortuna, Manuela non pratica. Chi è Manuela? Be’, è la venticinquenne impiegata di un’azienda tipografica che nel pomeriggio di ieri ha votato due volte (vedi foto a fianco, ndr) sotto l’occhio attento del vostro cronista e sempre presentando la propria busta paga. Busta paga leggera, «neanche ottocento euro», e sempre, anche se non richiesto, un documento d’identità.
Al primo voto, quello in piazza San Carlo, Manuela è tirata o quasi per la giacchetta. «Dài, compagna, dì la tua sul welfare» e lei – jeans, giubbetto militare e coda di cavallo – non se lo fa ripetere due volte. Documenti alla mano e, oplà, ottiene una scheda di votazione già siglata dalla commissione sindacale. Foglietto che invita a sciogliere tutti i dubbi: «favorevole» o «contrario» sull’«Accordo sottoscritto il 23 luglio 2007 tra Cgil Cisl Uil e governo su previdenza, lavoro e competitività per l’equità e la crescita sostenibile». La risposta di Manuela? «Non mi ricordo che cosa ho votato».
Va be’, anche senza conoscere il voto di Manuela il risultato comunque non cambia. Almeno così sostengono i pasdaran confederali: il referendum, dicono, l’organizzano loro e sempre loro danno il responso del test che incide sull’agenda politica del governo Prodi. Sarà, anche se nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro si respira un’altra aria: gli eredi delle tute blu non la pensano né come Guglielmo Epifani né come i suoi colonnelli milanesi.
Dettagli senza alcuna importanza per Manuela che, attenzione, a votare ci ha preso gusto. E mentre da piazza San Carlo avvertono i dirigenti sindacali che «una troupe tv guasta la festa» – è la troupe di Annozero che in serata sarà denunciata dai sindacati milanesi – Manuela se la fa a piedi sino al seggio pubblico più vicino. Quando mancano dieci minuti alle diciassette entra al civico 43 di corso Porta Vittoria, sede della Camera del lavoro. Sì, nel cuore pulsante del sindacalismo ambrosiano, dove in due minuti scarsi presenta la busta paga, ottiene la scheda e appone un’altra crocetta. Ah, stavolta, Manuela spiega di «aver già votato» ma la bionda scrutatrice intenta a far chiacchiera con la collega di seggio non sembra dar pesa alla notizia. Evvai, un’altra prova provata (vedi foto a fianco, ndr) che questo referendum è falso, che il voto si può truccare e senza troppi problemi.
Giochetto da ragazzi che potrebbe proseguire ancora in qualche sede dello Spi-Cgil, magari al Gratosoglio ma Manuela si è già stancata: per lei, generazione low cost, è solo tempo perso. Quello che non è, invece, per alcuni dirigenti milanesi dei Comunisti italiani che inondano il telefonino di sms con nomi e cognomi di pensionati disposti a dare il voto «ics» volte.
Anche questo un giochetto facile facile, confida un sindacalista di peso in cambio dell’anonimato: «Si sa il pensionato ha tempo, tanto tempo a disposizione e in qualche sezione sindacale di periferia dà un voto dietro l’altro». L’ultima raffica per chi è fuori dal mondo del lavoro e non s’accorge (o finge) del mal di pancia che quotidianamente esplode nei magazzini, nelle mense operaie e davanti alle macchine utensili. Malessere di un generazione che al «sì» imposto da Epifani and company risponde truccando il referendum, «tanto fanno quello che vogliono».