Pro)Fumo di Passera

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Mi riallaccerò al recente video di Gianfranco La Grassa (su Fb) in cui egli giustamente deride le idee buoniste di Corrado Passera sul Capitalismo del “bene comune” che il finanziere chiama Better Capitalism. Appena sento parlare di etica negli affari mi arriva al naso puzza di bruciato. Il capitalismo, o quello che oramai è, è un rapporto sociale. I valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste. Parliamo di ”congegni” automatici effettivamente operanti, dai quali si desumono leggi intrinseche che non possono essere ignorate o minimamente “dirottate” dai sospiri di sognatori o sedicenti tali. Per intenderci, se cresce la domanda di un bene e l’offerta, per un certo periodo, non è in grado di adeguarsi alla prima, il prezzo di quel bene non può che aumentare. Il mondo delle merci, funziona con simili regole generali che devono sempre affermarsi sebbene, in alcuni frangenti, determinati effetti possano essere artificialmente “indotti” ma solo per un certo tempo. Prima o poi l’ “ordine” si ristabilisce da sé, almeno a livello generale. Per esempio, una impresa che domina il mercato perché detiene il monopolio di un prodotto può avere degli extra profitti, può decidere cioè autonomamente di imporre prezzi più elevati del normale approfittando della situazione, almeno fino a che la concorrenza non arriverà a erodere la sua posizione esclusiva, cosa che accade quasi sempre. Tuttavia, la legge dello scambio tra “equivalenti” in media resta in ogni caso la base oggettiva sulla quale opera il conflitto tra gli scambisti che altera temporaneamente quella base, e per lo più in particolari settori, ma nel complesso tutto finirà per “tornare”. Ora, le idee di Passera sulla “sostenibilità” imprenditoriale possono avere un valore soltanto se non sono sincere e diventano, a loro volta, un prodotto da vendere a consumatori pre-sensibilizzati su questioni (ugualmente enfatizzate) di vario tipo. Mi spiego meglio. Ci sono compratori disposti a pagare “qualche dollaro in più” un bene che è stato esitato rispondendo a presunti standard morali (ecologia, equosolidarietà, ecc. ecc.). Le imprese impacchettano questa sensibilità e la fanno pagare all’acquirente “consapevole” (di poco) che può permettersela. Più spesso la fanno pagare a tutti, sotto forma di tassazione, come avviene per le energie alternative che, pur non richieste ed essendo diseconomiche, ci ritroviamo in bolletta in nome di una impossibile riconversione del “modello di sviluppo”, il quale nel frattempo arricchisce i ciarlatani spalleggiati dallo Stato. Ciò che importa loro è, in ogni caso, rispondere alle esigenze della clientela per stare sul mercato o nelle sue nicchie. Pazienza se poi si imballa fumo, il cliente ha sempre ragione. Io ci trovo molta insostenibilità nei pregiudizi di Passera, tanto più che, come ricorda giustamente La Grassa, quando costui si è ritrovato a risanare imprese decotte ha pensato al corpo societario e non ai corpi dei lavoratori, dismessi o licenziati come esseri inanimati. Un’etica dei cuori di pietra, però necessaria per salvare il patrimonio aziendale.
Ricordo che anche Sergio Marchionne, poco prima di morire si intenerì, dopo aver inviato decine e decine di lettere di saluti definitivi alle maestranze, lasciandoci questo improbabile testamento umanitario:

“Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa perché non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è”… ”l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita. C’e’ un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dover di fare i conti con la propria coscienza”…”gli eventi e la storia hanno dimostrato che ci reggevamo su un sistema di governance del tutto inadeguato. Soprattutto, hanno evidenziato la necessità di ripensare il ruolo del capitalismo stesso, e di stabilire qual è il corretto contesto dei mercati. Sono una struttura che disciplina le economie, non la società”… “se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce. E questo non può essere accettabile”…”la forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione…nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati…questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari…il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine… [Occorre] creare le condizioni per un cambiamento virtuoso…per promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità”.

Come scrissi già allora è un caso di speculazione e “perculazione”. I mercati sono il regno anarchico delle merci ed il fatto che oggi si siano estesi a tutto il pianeta, secondo le dicerie globaliste, non muta il loro intrinseco funzionamento. Non vi è nessuna degenerazione nei mercati che sono anzi, seppur solo formalmente, il luogo dell’uguaglianza degli individui i quali vi si recano liberamente per acquistare e vendere i loro prodotti, secondo le leggi ferree di questa formazione sociale, leggi solo occasionalmente violate con truffe e raggiri ( puniti dai tribunali), che però non rappresentano la norma. Marchionne avrebbe voluto che i mercati non trattassero la vita umana come merce? In questo mondo non è possibile. Sui mercati la nuda vita non vale nulla, conta semmai la merce forza-lavoro. Gli unici corpi che interessano ai mercati sono quelli dei prodotti in quanto contenenti un (plus)valore da realizzare per trarne un profitto, non i corpi tout court. Non c’è rischio che la vita umana diventi merce perché se accadesse ci troveremmo dinanzi ad un arretramento, ad un ritorno della società ai vincoli personali di tipo schiavistico e feudale. Sarebbe una regressione secolare a forme di esistenza precedenti già superate dal modo di produzione capitalistico. Marchionne avrebbe voluto limitare i profitti? Lo sosteneva ma non lo pensava. Lo avrebbero lincenziato. “Il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine” . Lui fu incaricato però proprio per perseguire la “dismisura” finanziaria non per perorare il senso della misura francescana. Infatti, anziché produrre veicoli competitivi, fu più aduso a far quadrare i bilanci attraverso “giochetti” quali scalate, fusioni o acquisizioni.

Come al solito, Nihil sub sole novum. Già Marx, qualche secolo fa, riconosceva a Ricardo la dote di saper fare scienza anziché moralismo in quanto costui considerava (questo passo di Marx è stato riportato nell’ultimo libro pubblicato da Gianfranco la Grassa, Denaro e forme sociali, Avatar, ordinatelo sennò vi banno):

“il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati. La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi. Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in generale verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata”.

Così è anche se non vi pare.

CHI PARLA DI PREDOMINIO FINANZIARIO NON E’ NOSTRO AMICO MA E’ UN (ALTRO) NEMICO

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CHI PARLA DI PREDOMINIO FINANZIARIO NON E’ NOSTRO AMICO MA E’ UN (ALTRO) NEMICO

Tutti i gruppi cosiddetti antisistemici, e i singoli contestatori del famigerato “globalismo”, partono da un comune elemento (sbagliato): il predominio della finanza. Ma direi che tutti costoro fanno anche di peggio perché poi parlano di élite globalista liquido-finanziaria (le aggettivazioni eccessive sono sempre sintomo di confusione mentale) guidata da massonerie del denaro o da burattinai individuali, come Soros. Quindi non si tratta nemmeno tanto di superiorità della sfera finanziaria (riferentisi, ad ogni modo, ad un processo oggettivo, sebbene parziale rispetto alle dinamiche complessive della società) ma di progettualità nefasta decisa a tavolino da ristrette aristocrazie di speculatori (supremazia di ridotte ma potenti soggettività sui rapporti sociali) per conquistare il mondo. Questa trama così semplificata non va bene nemmeno per un film distopico di fantascienza. Il “sistema” funziona in maniera ben più complessa ed articolata. Come ricorda La Grassa, “per giudicare dell’effettivo ruolo giocato dalla finanza è indispensabile avere di fronte a sé l’intero quadro delle relazioni interdominanti; e non solo in quel concetto di prima approssimazione rappresentato dalla formazione in generale, bensì in quello relativo alla complessiva articolazione delle formazioni particolari nella formazione globale o mondiale (o quanto meno dell’intera area del capitalismo più avanzato). L’interfaccia finanziario – per quanto concentrato e centralizzato sia questo insieme di colossi imprenditoriali di potenza inaudita – acquista certo nel capitalismo grandissima importanza, ma non assume irreversibilmente, e con assoluta generalità (i famosi stadi raggiunti ormai una volta per tutte), la predominanza. Per comprendere a fondo i conflitti in atto bisogna arrivare fino agli apparati, ma ancor più ai flussi conflittuali – di cui i primi sono coagulo, precipitazione, condensazione – tramite i quali, nella sfera politica e ideologico-culturale, gli uomini si affrontano e combattono.
In definitiva, riassumendo: a) la “base” (produzione di merci a mezzo di imprese in concorrenza) consente il conflitto creando la massa di mezzi a ciò necessaria e perseguendo, in tale attività, propri interessi particolari (trattati fin troppo semplicisticamente nel solo aspetto del profitto); b) l’“interfaccia” finanziario distribuisce tali mezzi, grazie alla forma monetaria da essi assunta in quanto merci (e, in questa attività, la finanza fa distinzioni tra i vari gruppi dominanti e cerca di stabilire indirizzi d’azione che le diano maggior potere nell’ambito del loro conflitto); c) le “sovrastrutture” politiche e culturali combattono e decidono, cercando di dare unitarietà di indirizzo – cioè l’apparenza (non però nel senso di mera illusorietà!) dell’intero – a paesi, a sistemi di paesi, ad aree mondiali sempre più vaste. In questo consiste il complesso intreccio, frutto di distinzioni e separazioni interconflittuali, tra gli agenti strategici economico-imprenditoriali (sia nella produzione che nella finanza) e quelli delle “sovrastrutture” politico-culturali. Per quanto riguarda tale intreccio, voler stabilire fasi o stadi in cui si afferma definitivamente l’irreversibile preminenza degli agenti dominanti in una sfera particolare sugli altri (delle altre sfere) è sintomo di cristallizzazione del pensiero in ideologiche teorie generali per mezzo delle quali – e allora torna buono quanto detto da Marx – una certa epoca pensa se stessa come ormai fosse l’ultima, quella definitiva, oltre la quale si pongono solo due alternative: la raggiunta eternità di una certa struttura sociale o il sicuro e ormai certo approssimarsi del cambiamento totale; a sua volta visto secondo due direzioni opposte: la catastrofe o la catarsi finale. In tutti e tre i casi saremmo alla “fine della storia”. Eternità (capitalistica, cioè dell’impresa e del mercato), catastrofe (magari ambientale) e catarsi (magari comunistica) sono i buchi neri della nostra razionalità, che si dovrebbe invece confrontare con la contingenza e la sempre incombente casualità. Ragionamenti analoghi, in senso però spaziale oltre che temporale, si fanno quando è una certa parte della formazione mondiale a pensarsi come quella che ha ormai conseguito la definitiva, e meno peggiore, struttura sociale, solo passibile di perfezionamenti minori e graduali. L’Occidente (la formazione dei funzionari del capitale) è un buon esempio di questo sciocco e limitato modo di pensare; ed è probabile, e forse persino sperabile, che ciò lo conduca alla perdita di una ormai immeritata egemonia mondiale.

…Il capitalismo, provocando l’estensione della funzione strategica all’ambito economico-produttivo, esalta la sua decisività ai fini della predominanza esercitata nell’ambito della società. Tuttavia, non è sufficiente lo svolgimento della funzione in oggetto al solo livello dell’economia; anzi, se essa si limitasse a quest’ultimo, l’orizzonte strategico tenderebbe a restringersi, diventando sovente la causa di un’eccessiva disgregazione del corpo sociale, di una sua decomposizione. Si tratta di un discorso che andrà ripreso in altra sede; comunque, nelle congiunture e nelle formazioni particolari in cui predominano nettamente gli agenti strategici economici – che diventano poi prevalentemente quelli finanziari, data la forma mercantile, e dunque monetaria, assunta dalla ricchezza prodotta capitalisticamente – si verifica il massimo di scomposizione sociale e di debolezza di quella data formazione particolare in quella specifica congiuntura (come esempio si veda proprio l’Italia odierna). Occorre un intreccio assai più equilibrato tra i gruppi dominanti della sfera economica e quellidelle sfere politica e ideologico-culturale – dai tempi più antichi investiti delle funzioni strategiche – per consentire al conflitto interdominanti di comporsi in un indirizzo sufficientemente unitario che attribuisce posizione di supremazia alla formazione particolare (oggi gli USA), in cui viene realizzato il migliore coordinamento possibile delle funzioni in oggetto esplicate nelle varie sfere sociali. Ed è in questa formazione particolare predominante che si constata con maggiore evidenza il ruolo non parassitario, bensì di interfaccia attivo tra economia e politica-ideologia, assunto dall’attività finanziaria, con gli apparati – banche, assicurazioni, fondi vari, ecc. – che di questa sono il precipitato, la condensazione.
I politici e ideologi del neoliberismo, anche nei paesi a capitalismo avanzato ma incapaci di vera indipendenza nei confronti di una formazione predominante, non trovano nulla da ridire su questi ostacoli al libero scambio per quanto concerne tali prodotti strategici; essi accettano inoltre, anzi propugnano, la massima concentrazione del capitale finanziario nei loro paesi, nel mentre praticano presunte liberalizzazioni, attuano misure che si pretendono antitrust al fine dichiarato (per copertura ideologica) di favorire la competizione, ecc., qualora si tratti di ostacolare l’attività di industrie in grado di dinamizzare l’intero sistema nazionale. Sembra un controsenso, un “darsi la zappa sui piedi”, ma non lo è affatto; per il semplice motivo che le “nuove signorie” (finanziarie) di tali paesi hanno la loro convenienza nel sottostare di fatto alla preminenza di una determinata formazione particolare (oggi gli USA per quanto ci riguarda)”.

Dunque, proprio di quest’ultima questione si tratta. Chi blatera di ur-finanziarismo, o finanz-capitalismo, mistificando la reale natura dei rapporti di forza mondiali, che hanno all’apice una nazione determinata (gli Stati Uniti), copre, volens nolens, la strategia di quest’attore egemone di potenza. Tale protagonista assoluto, che non ha nulla di liquido ma tutto di solido, dello stesso materiale delle sue armi di distruzione, si serve (anche) della finanza per proteggere ed allargare i suoi interessi. Tuttavia, confondere uno strumento con la sostanza del dominio è un errore imperdonabile per chi sostiene di essere dalla parte della sovranità nazionale o dei dominati. Il più delle volte si è complici del nemico senza volerlo (ma non tutti sono in buona fede). Occorre tenerne conto quando si dice che certi critici del capitalismo, al suo supremo e ultimo stadio cedolare, sono sulla nostra stessa barca. Di sicuro non sono sulla mia.

DA PETROLINI AL NUOVO CAPITALISMO di GLG

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Si racconta che, ormai in punto di morte (1936 a 52 anni per angina pectoris), alle parole incoraggianti del medico, che lo visitava e sosteneva di trovarlo ristabilito, Petrolini rispondesse: «Meno male, così moro guarito». Un’altra probabile creazione (in linea con la sua vena comica) è quella secondo cui, vedendo arrivare il prete con l’olio santo per l’estrema unzione, sbottasse: “ora ‘sso proprio fritto”. Secondo me una bella biografia (molto densa e piena di spunti vari) è questa: Qui
Oltre a tutto, sia pure incidentalmente, fa riflettere sul futurismo e la sua rilevanza, che andò esaurendosi ma solo perché si estingueva l’oggetto principe della sua critica (e satira come nel caso di Petrolini): la borghesia e la sua cultura (che non va però certo disprezzata, solo non era più adatta alla nuova epoca). Il che significa che in quel periodo, veramente di svolta, si esaurisce il capitalismo borghese, di cui la culla e il principale paese motore fu l’Inghilterra ottocentesca, il laboratorio decisivo (perché detto dallo stesso autore) dell’analisi di Marx ne “Il Capitale”. E tutte le considerazioni marxiane – relative alla diffusione mondiale del capitalismo (di paese in paese), dunque poi alla sua fine ad opera della rivoluzione del proletariato (senza patria alcuna), con la necessaria transizione al socialismo in quanto (soltanto) prima fase e preparazione necessaria della seconda in quanto comunismo – sono la base fondamentale delle previsioni formulate circa l’evoluzione di QUEL capitalismo. La rivoluzione era “la levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere del capitalismo” (di QUEL capitalismo, di quel modo di produzione capitalistico per essere più precisi). E malgrado le successive invenzioni di molti marxisti, presi alla sprovvista dalla sopravvivenza del capitalismo, l’imperialismo – nella concezione di Lenin – era proprio l’ULTIMA fase del capitalismo, perché il capitalismo considerato era QUELLO borghese, partito dall’Inghilterra; e questo stava infatti morendo. Non ci si accorse che diffondendosi – soprattutto negli Usa, in Germania e in Giappone – quel capitalismo era in fase di netta mutazione; e tutto ciò condusse alla guerra policentrica, che significò anche avvento di altre forme ancora dette capitalistiche, ma che poco avevano ormai a che vedere con quello borghese, oggetto dell’analisi di Marx come della critica (e satira) futurista. Se Mussolini fu in un primo tempo socialista, è perché aveva in testa, come tutti, il capitalismo borghese. Con la prima guerra mondiale, non dico che comprese ma certo ebbe qualche sensazione che non si trattava di fine del capitalismo tout court. Comunque dall’esaurirsi di quel primo tipo di capitalismo – industriale, lasciando da parte quello proprio primitivo: sia mercantile che poi manifatturiero – si originò pure un periodo caratterizzato da ulteriori sconvolgimenti (anche interni a vari paesi), da cui derivò la necessità di un ulteriore scontro mondiale. Il marxismo non ha capito affatto che stava arrivando un altro tipo di capitalismo e che questo avrebbe assunto la supremazia. Il sedicente socialismo (mal compreso e mai perseguito né tanto meno costruito se non nell’ideologia) si spostò verso paesi contadini e alla fine si ridusse addirittura ad una forma di anticolonialismo e industrializzazione di paesi “sottosviluppati”.

Tutto da riprendere in considerazione. Inoltre, bisognerebbe meglio analizzare la connessione tra la fine del capitalismo borghese e la dissoluzione dei grandi “agglomerati” detti imperiali (ma in un senso che non va confuso con quello di “imperialismo” legato allo scontro mondiale tra grandi potenze già notevolmente industrializzate); in particolare quello zarista (russo) e quello austroungarico. In ogni caso, leggendo quel che è stato il periodo tra fine ottocento e primi decenni del novecento, c’è da mettersi le mani nei capelli constatando la merda in cui siamo oggi immersi.

E’ TUTTA DEL CAPITALISMO?

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Si stava meglio quando si stava peggio? E’ vero che in tempi più arcaici i rapporti umani erano migliori, più veri e non così mediati dagli egoismi personali o dal “dio denaro”? Il capitalismo ed il consumismo hanno determinato una mutazione antropologica della specie, come dicono i filosofi?
Gli esseri umani cambiano ma mantenendo un sostrato di caratteristiche quasi immutabili. Pregi e difetti si riproducono in ogni epoca, in fogge sempre nuove, vizi e virtù sono connaturati all’animo umano e non c’è modo di separarli da esso, anche perché il confine tra bene e male è sempre molto sfumato, soprattutto negli uomini. Da Mandeville a Zola le lezioni da apprendere sono molte ma noi preferiamo stare a sentire i pauperisti odierni che lanciano anatemi contro il progresso lucrando sull’ignoranza della gente.
Da quando c’è il capitalismo poi è tutta colpa del capitalismo che ha distrutto la famiglia tradizionale, i legami sentimentali, la solidarietà collettiva e, persino, la corrispondenza di amorosi sensi, per cui vi è sempre il patrimonio alla base di una relazione di coppia, di un matrimonio o unione civile. Come se l’oro non corrompesse dagli albori del mondo. Leggere Shakespeare aiuterebbe. Chi afferma ciò non conosce la Storia e la storia degli uomini, da quando essi si sono uniti nella “social catena” per affrontare un ambiente avverso, romanza un passato che non è mai esistito per fuggire da un presente che è il suo unico tempo, non dissimile dai tempi che l’hanno preceduto, eccetto per le comodità conquistate nei millenni. Magari approfitta abbondantemente di queste narrazioni false scrivendo libri e facendosi invitare in televisione a straparlare contro l’abbondanza che ci ha resi insensibili all’altro mentre infila il cachet nella tasca, deridendo sotto i baffi (o gli occhialini da intellettuale) i turlupinati. Che siano però i marxisti a cadere in tale trappola è veramente inaccettabile. Marx sul punto è stato chiaro. Il principio della razionalità strumentale (minimo sforzo massimo risultato), introdotto dal capitalismo, sarebbe stato preservato anche sotto il comunismo. Il capitalismo aveva reso possibile l’abbondanza produttiva che il comunismo avrebbe esteso a tutti, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. Nessun ritorno indietro ad epoche incontaminate ma scarse di beni dei secoli andati. La socializzazione delle forze produttive, innescata dal capitalismo, avrebbe rotto l’involucro dei rapporti di produzione dominanti, favorendo l’ascesa di un nuovo modo della produzione basato sul principio : “da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, passando per un breve intermezzo socialistico in cui ognuno avrebbe preso secondo il lavoro offerto. A Marx non viene minimamente in mente di mettersi a fare prediche contro il consumismo o contro lo spreco. Egli è per l’opulenza produttiva che affranca l’uomo dal lavoro, da uno sforzo prolungato che lo distoglie da attività maggiormente creative per raggiungere un individualismo concreto e non solo apparente come quello liberale.
In ogni caso, prima delle varie rivoluzioni industriali e tecnologiche, la vita era sicuramente più dura ed anche più breve. Spesso era meglio morire piuttosto che vivere tra stenti e patimenti. Se non si era ricchi l’esistenza era quasi una condanna, certamente una jattura. Chi per combattere il capitalismo propone di sostituirlo con forme di rapporti sociali precedenti è un pazzo o un imbroglione. Quando sento dire, per esempio da uno come Massimo Fini (ce ne sono altri, troppi), che il capitalismo schiavizza più dello schiavismo d’antan mi cascano le braccia. Oppure che, antecedentemente alla rivoluzione delle macchine capitalistiche, si viveva in armonia con la natura mentre adesso barbarizziamo l’habitat in nome del profitto. In realtà, nei periodi di cui parla Fini si era in balia della natura e dei suoi capricci. L’unica cosa che la natura vuole è farci fuori per rinnovare il suo ciclo. Combattiamo ogni giorno contro la natura per sopravvivere ed abbiamo affinato di molto i nostri sistemi di lotta. Per fortuna. Nemmeno mi convincono i discorsi di quanti rimpiangono i giorni che non hanno mai vissuto, in cui i legami erano più saldi, sinceri e meno spersonalizzati. Sicuri che fosse proprio così? Chiedetelo ad una donna del medioevo o anche dei primi del ‘900. Senza voce in capitolo, costretta ad allevare figli e a tenere la bocca chiusa, con qualche dose di vergate quotidiane. Chiedetelo ai suoi figli, mandati a lavorare ancora bambini da un padre assolutista che dava ordini senza dialogare. Chiedetelo al medesimo padre assolutista schiacciato dalla gleba. Ecc. ecc.
Vivete oggi, hic et nunc, che c’è molto da fare e da lottare per cambiare ancora le cose. Come spiega brillantemente Woody Allen in Midnights in Paris, quella dell’epoca d’oro è solo una sindrome:

LA FILOSOFIA FEMMINILIZZATA

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I filosofi che parlano di società femminilizzata o svirilizzata non solo non conoscono la storia ma non hanno mai nemmeno compreso la vera “natura” dei rapporti sociali capitalistici.
Vediamo cosa scrivono alcuni di questi pensatori, come richiamati in un pezzo di Sebastiano Caputo, presi a modello dallo sciocchezzaio filosofico italiano (il peggiore di tutti):

“La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale”, scrive Zemmour. L’editorialista di Le Figaro identifica come responsabili di questa metamorfosi antropologica e societale l’alleanza post-sessantina tra femministe e lobby omosessuale con la complicità di multinazionali, definite “la quintessenza del capitalismo”, e mondo dello show-business il quale offre alle nuove generazioni modelli culturali profondamente degenerati, dai calciatori svirilizzati alle modelle anoressiche. Il progressivo smantellamento di una società patriarcale ha prodotto una donna mascolinizzata e un uomo svirilizzato, dunque femminilizzato, perfettamente interscambiabili tra loro. Se prima infatti le rivendicazioni sull’uguaglianza dei sessi erano di carattere giuridico ed economico, di conseguenza ragionevoli e legittime, queste sono diventate di carattere antropologico. Sembrerebbe così disegnarsi all’orizzonte una figura nuova: l’essere umano unisex. Perché dove c’è convergenza delle identità sessuali c’è di conseguenza annullamento. Il maschile e il femminile si cancellano a vantaggio di un ibrido modello androgino in una società artificiale e post-umana. Lo stesso Alain De Benoist ne La femminilizzazione dell’Occidente aveva scritto in relazione al rapporto tra i sessi: “la Modernità tende a sopprimere le differenze, di qualsiasi natura, a vantaggio di un modello omogeneo. Tale omogeneità risponde in primo luogo alle esigenze del capitale, cui occorre trasformare l’esistenza quotidiana in un immenso mercato, dove desideri e bisogni si somigliano”. Il pamphletista Zemmour denuncia così l’uomo sottomesso all’ideologia dominante, il quale ha perso la sua autorità e autorevolezza all’interno del nucleo famigliare quanto in quello sociale. L’uomo ideale oggi? “Si depila. Fa incetta di prodotti di bellezza. Indossa gioielli”.

Ma gli uomini, come le donne, hanno sempre fatto incetta di cosmetici, parrucche, orecchini ecc. ecc. Pensate agli egizi o agli stessi romani. Se i primi adoravano il make-up, i secondi eradicavano anche i peli del culo. Svetonio riporta che Augusto usava gusci di noce bollenti per ammorbidire la peluria del corpo e Giulio Cesare si depilava integralmente. Ma senza andare così lontano nel tempo, pensiamo alle chiome posticce e ai monili di cui si sono sempre addobbati i nobili, sia maschi che femmine, in ogni epoca ed in ogni continente. Ed anche il popolo, quando poteva o derubava i ricchi, si ornava senza risparmiarsi e possibilmente con più rozzezza e pacchianeria. Dunque, collane e pendenti sui prepotenti ma anche sui pezzenti.
Ma di che parlano questi imbecilli che vedono degenerazioni ovunque, meno proprio là dove ci sono, cioè nelle loro teste bacate?
Il secondo errore, ancora più grave, commesso da questi filosofastri cialtroni, è quello di considerare il capitalismo un virus che genera mutazioni antropologiche nella razza sapiens. Il capitale è un rapporto sociale e non ha nulla a che vedere con l’alienazione umana. Come ha ben spiegato La Grassa: “Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani. Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre considerazioni unilaterali elaborate da “filosofi” sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla “realtà”.
L’alienazione, insomma, è negli occhi di chi la vede, o meglio, di chi la vende, per fama e soldi, ad un pubblico incantato e belante.

CONTRO LA DEMOCRAZIA

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La storia è storia dei conflitti sociali. Quelli tra classi dominanti risultano però più decisivi di altri nel configurare gli assetti societari. I gruppi strategici sono quelli che decretano, con la loro azione tesa a primeggiare nelle diverse sfere collettive, il condensarsi degli eventi caratterizzanti la specifica formazione sociale, in un segmento temporale di una certa continuità (fase). Le classi dominate entrano nella disputa aggregate ai differenti blocchi sociali (quindi da gregarie), guidati dall’alto; ciò non toglie che in particolari momenti epocali, possano incidere maggiormente, con le proprie istanze, in questa battaglia per la supremazia (l’esempio del movimento operaio otto-novecentesco). Ma, in ogni caso, non sono esse a direzionare la dinamica degli avvenimenti. L’intelligenza dei processi appartiene ai detentori del sapere e delle grandi risorse produttive, economiche, culturali, finanziarie, ecc. ecc. Per questa motivazione, anche il movimento operaio dei secoli scorsi, è stato sempre diretto da avanguardie, non provenienti dal suo seno ma dai ceti soprastanti, di solito con soggetti ai margini delle categorie superiori “emancipatisi” dalle proprie origini. Senza le masse non si fa la storia ma non sono le masse a fare la storia. Ciò spiega la non rivoluzionarietà intrinseca della classe operaia, il cui istinto, come ben diceva Lenin, era tradunionistico e non sovversivo. Dopo decenni di fallimenti ci dovrebbe essere l’evidenza del fenomeno ed, invece, c’è chi continua a farfugliare di autonomia del proletariato e di classe operaia che deve dirigere tutto. Mettetevelo in testa una buona volta, nessuna cuoca potrà mai amministrare gli affari dello Stato, perché il mestiere della politica non è un’attività qualunque e richiede superiori doti analitiche, frutto di scienza e conoscenza. Per politica, in questo senso, intendiamo quanto teorizzato da Gianfranco La Grassa, ossia quella: “…serie di mosse compiute da dati agenti sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sulla ricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concetto del tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la supremazia. Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si costruisce senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi del campo, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente”.
Quindi, la politica, così descritta ed intesa, non è alla portata dell’incolto o dell’uomo pratico che rifiuta la “grammatica”. In quanto serie di mosse strategiche essa attraversa le sfere dell’attività umana che, intersecandosi, costituiscono il tutto sociale. Le sfere in questione sono: quella politica (da non confondere con la politica come strategia per confliggere, appena spiegata), quella economica e quella ideologica. Ancora nella teorizzazione lagrassiana: “Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicare sia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durante questo movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).
Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazioni dette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altre congiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie….
Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la “virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e auto-sussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione – di beni e servizi, comunque di merci – a costi, e dunque a prezzi, più bassi. In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoi apparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapporti tra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da “sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc. Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.
Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura dello Stato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti (“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gli intellettuali sono o incardinati esplicitamente negli apparati in questione o sono apparentemente liberi di svolgere le loro elucubrazioni; in ogni caso, salvo eccezioni (frequenti solo in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono soltanto, talvolta inconsapevolmente, funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali”.
Fin qui la spiegazione del pensatore veneto (che, sottolineiamo, è una nuova teorizzazione e non una riflessione su elaborazioni altrui, come quelle di tanti che si spacciano per pensatori senza aver mai pensato nulla di originale), che dovrebbe aiutarci a capire come muoverci per incidere seriamente sul nostro ambiente, al fine di concepire una trasformazione dell’esistente. Innanzitutto, questa categorizzazione ci permette di falsificare le teoresi di quanti straparlano di ultimo stadio finanziario del capitalismo e di predominanza della sfera finanziaria sulle altre. In una fase di crisi è normale che gli squilibri più evidenti riguardino i mercati, le banche, le borse, i titoli, le speculazioni ecc. ecc. Quando si depotenzia il centro regolatore politico, che impone ad ogni attore nazionale le regole del gioco, ognuno cerca di avvantaggiarsene, di approfittare del vuoto di potere o dello sguarnimento di alcune “aree” per estendere il proprio raggio d’azione. Le stesse imprese finanziarie, basate nel paese predominante, iniziano ad operare con maggiore spregiudicatezza, per sfruttare il caos da posizioni di forza o per seguire le indicazioni segrete del potere politico o, ancora, andando anche oltre questi indirizzi, tanto da dover essere richiamate all’ordine qualora dovessero pestare i piedi alle iniziative degli strateghi istituzionali. Il denaro (coi suoi duplicati immateriali) fornisce la linfa necessaria al conflitto, per questo è indispensabile, ma esso non basta da solo a vincere le guerre. Se si produce, effettivamente, una sottomissione di forze statali a forze del denaro, questa riguarda più che altro i Paesi deboli dove l’arco politico non è in grado di ripensare la propria ricollocazione geopolitica e di elaborare una visione dei processi di cambiamento globale in atto. Il caso italiano è emblematico. Generalmente però, l’ultima parola è sempre dei drappelli dominanti statal-militari che sono chiamati a convogliare l’energie, dell’intera formazione sociale particolare, con lo scopo di creare egemonia fuori dai confini nazionali e ricompattare la comunità interna sugli obiettivi improcrastinabili. Esiste una certa autonomia degli insiemi decisori (sempre in conflitto tra loro) che operano nelle varie sfere ma è indispensabile il momento della sintesi che è, appunto, di competenza dei soggetti primeggianti in quella politica.
Detto questo, è arrivato il momento di comprendere meglio la fisionomia del nemico quando si opera in contesti nazionali subalterni, orbitanti nel campo gravitazionale di una superpotenza. Sbraitare contro la finanza apolide, la globalizzazione, la bancocrazia non ha alcun senso. Si deve, invece, colpire direttamente il rapporto di sottomissione tra i funzionari della superpotenza (di qualunque specie essi siano, finanziari, ideologici, politici ecc. ecc.) e i loro sottoposti nel paese satellite, quelli che occupano gli apparati rappresentativi ricorrendo a sistemi d’elezione escludenti, per come sono concepiti, l’accesso a corpi resistenti autenticamente sovrani e indipendenti. Quest’ultimi non saranno mai maggioranza nel Paese attraverso i metodi democratici. Essi sono avanguardie chiamate a rompere gli schemi democratici, cercando l’acclamazione delle masse e la loro partecipazione fisica per il respingimento dell’invasore e dei suoi etnocrati. La reiterata prova muscolare (in funzione di un diverso progetto strategico) sulle questioni cruciali, e non la deposizione di una misera scheda nell’urna, è il massimo sforzo da chiedere al popolo. Essi interpretano la democrazia come un cavallo di troia e come tale lo rifiutano mentre cercano il coinvolgimento non passivo degli uomini e delle donne di buona volontà, al fine di scacciare dal governo i traditori e i loro protettori stranieri. La democrazia, rielaborata ad immagine e somiglianza dei predominanti mondiali, è l’imprinting che determina la riproduzione dei comportamenti sottomissivi di chi è eletto per governare. Non si sfugge a questa logica automatica se non mandandola in frantumi, senza mai partecipare ad un gioco a carte truccate. Abbattere la democrazia è il primo passo da fare per rigettare l’ingerenza esterna e sbarazzarsi dei politicanti che amministrano lo Stato attraverso diktat contrari all’interesse nazionale. Colpire a morte la democrazia significa ferire mortalmente i prepotenti che ci tengono per il collo. Chi cincischia su un tema così esplicito e blatera di altro (mondialismo, finanzcapitalismo ecc. ecc.) è solo un altro pagliaccio venuto a distrarci dai nostri urgenti compiti.

QUEGLI ASSASSINI DEI LIBERALI

Ukraine Protest

I Piccoli intellettuali di regime sono stati chiamati all’appello, all’avvicinarsi dei 100 anni della rivoluzione russa, per denigrare il più grande avvenimento del XX secolo, con tutto l’odio che hanno in corpo. I soldatini ubbidienti si sono messi in riga, con la penna puntata come un fucile, per crivellare di colpi bassi il cadavere freddo del bolscevismo, dimostrando di essere i soliti vili e prezzolati che si accaniscono su un corpo esanime. Merdosi divoratori di carcasse che si spacciano per sapienti. Nonostante il socialismo irreale e irrealizzato sia fallito da un pezzo, il ricordo di quell’immenso atto rivoluzionario continua a togliere il sonno ai gruppi dominanti e ai loro lacchè laureati, i quali temono quell’esempio storico come la peste. Perdura, infatti, nella testa di questi codardi, l’ammonimento del passato che può ancora investire il futuro rovinando loro la festa esclusiva. In realtà, il vero obiettivo di costoro non è (solo) quanto accaduto in Russia nel 1917, cioè la riuscita di un rovesciamento politico e sociale, ma quello che certi eventi possono ancora ispirare ai giorni nostri. Parlano male delle precedenti generazioni rivoluzionarie per terrorizzare le nuove, affinché non venga loro in mente di contestare l’insuperabile ordine costituito, dopo il quale c’è unicamente l’inciviltà e il disastro. I camaleontici professori liberali hanno piegato la lezione di Lenin ai loro interessi: capitalismo o barbarie, mercato o preistoria.

Ma il capitalismo, oltre ad essere metamorfosato nel tempo, trasfigurandosi in qualcosa diverso dal modello classico inglese, non ha mai avuto nulla a che vedere con le auliche narrazioni dei liberali. Queste tendono a nascondere i concreti rapporti di forza di cui esso si sostanzia, tanto in verticale (i vecchi e secondari conflitti di classe) che in orizzontale (la lotta tra paesi per il dominio mondiale). Nell’epoca in corso sono fondamentali gli scontri tra aree e nazioni più delle battaglie salariali (che restano decisive per il tenore di vita dei ceti subalterni).

Il mercato è l’altro feticcio sul quale i liberali costruiscono le loro favole progressiste. Dove passano le merci non passano gli eserciti. Dove si scambiano i beni prevale la forza dell’interesse e non l’interesse della forza. Il mercato è l’incarnazione dell’idea di libertà, anche se si tratta, quasi esclusivamente, della libera scelta di vendere o comprare qualcosa (e mai qualcuno, come sbagliando dicono gli sciocchi filosofastri dell’alienazione). Lo ha spiegato bene La Grassa che ciò, però, è solo in parte vero. E’ giusto affermare che sul mercato non avviene nessuna coercizione fisica, tuttavia, i soggetti (l’energia lavorativa da essi trasportata)e le merci che circolano in esso sono il risultato di specifici legami sociali, gerarchizzanti e gerarchizzati, sviluppatisi fuori di esso. Il mercato è una superficie liscia che riflette il davanti delle cose e non tutto quello che vi sta dietro o sotto (fate voi). Però il mercato non fornisce nemmeno quelle virtù taumaturgiche di cui straparlano i liberali. Chi agisce secondo le regole del mercato (ormai qualunque formazione sociale nell’era globalizzata) non necessariamente offre ai suoi cittadini un mondo di vita idilliaco, all’insegna dei diritti. Si pensi alle petromonarchie del Golfo, alleate degli Usa. Sono certamente società di mercato ma collettivamente legate a tradizioni semifeudali o ancora più arcaiche. Non si può, comunque, calcare troppo la mano sugli aspetti negativi degli sceiccati perché amici della superpotenza statunitense, vessillo di tutte le libertà (o licenziosità). Prendiamocela allora con Putin perché è più facile, essendo un concorrente geopolitico prima che economico. L’economia di mercato ha dimostrato dinamicità e flessibilità impareggiabili, ha prodotto benessere elevato, di grado superiore ad altri sistemi, ma da essa non deriva il miglioramento antropologico dell’uomo e dei suoi valori comunitari. Da questo punto di vista, i liberali ragionano specularmente a quei pensatori alternativi che poi criticano perché producono distopie totalitarie. Le loro concezioni assolutistiche sono altrettanto perniciose, anzi, lo sono anche di più perché prevalenti in questa fase.

Torniamo allo sfrenato assalto alla carovana bolscevica intrapreso dagli illuminati del liberalismo. Il trucco usato è sempre lo stesso. Il comunismo ha ucciso e torturato milioni di persone. Basta stendere un velo di dimenticanza sugli eccidi dei paesi capitalistici e dei loro drappelli signoreggianti ed il gioco è fatto. Noi siamo i buoni (e smemorati) e loro i cattivi (di cui ci ricordiamo tutto). Eppure, i conti non tornano, esattamente come i morti. Non tornano nemmeno i loro discorsi libertari, che sono appunto discorsi. Nei regimi capitalistici sono più sottili le tecniche utilizzate per guidare il consenso, perlomeno finché è possibile controllare, ignorare o sopire col guanto di velluto le voci fuori dal coro. Se aumentano i rischi anch’essi ricorrono al pugno di ferro, perché l’egemonia o è corazzata di coercizione o è una barzelletta. Sentite cosa scrive Luciano Pellicani su Il Foglio (naturalmente, scaricando le colpe degli eccidi russi sulla dottrina marxista, che ha insito nel suo DNA il disprezzo per l’umanità):

 

“Aveva, dunque, pianamente ragione Aleksandr Solženicyn quando scriveva che “l’Arcipelago Gulag nacque con le cannonate dell’Aurora e fu inventato per lo sterminio”. E aveva parimenti ragione nel denunciare la Grande Menzogna che si nascondeva dietro “la dittatura del proletariato”; la quale, in realtà, altro non era che l’illimitato potere del Partito bolscevico e della ideologia totalitaria che lo ispirava: una perversa Gnosi che divideva l’umanità in tre grandi famiglie spirituali: quella degli eletti illuminati dalla dottrina del “socialismo scientifico”, quella dei proletari passibili di essere redenti e quella dei borghesi destinati ad essere sterminati in quanto irrimediabilmente corrotti. Questi ultimi, nei discorsi e nelle direttive del carismatico leader del bolscevismo mondiale, erano descritti come “insetti nocivi”, “pulci”, “cimici”, “vampiri”, “ragni velenosi” , “sanguisughe”. Breve: non-uomini che andavano sterminati ricorrendo ai metodi più spietati. Come ha puntualmente documentato Orlando Figes, ogni comando locale della Ceka aveva la sua specialità. A Charkov si usava il giochetto del guanto, consistente nell’ustionare le mani delle vittime con acqua bollente fino a che l’epidermide non si staccava da sola , lasciando i torturati con la carne viva sanguinante e i torturatori con un paio di guanti di pelle umana. A Caricyn si segavano a metà le ossa delle vittime e a Voronez i detenuti venivano denudati e ficcati in barili irti di chiodi all’interno. I cekisti di Armavur usavano una correggia provvista di un bullone che stingevano intorno al cranio dei prigionieri fino a schiacciarlo. A Kiev veniva assicurata sul ventre della vittima una gabbia con dentro un paio di topi che, terrorizzati, cercavano una via di fuga rodendo la pelle e la carne del malcapitato, fino ad arrivargli nell’intestino. A Odessa le vittime venivano incatenate a una tavola e lentamente infilate in un forno o in un serbatoio di acqua bollente. D’inverno era diffuso il metodo di versare acqua sulle vittime, in precedenza denudata, fino a trasformarla in un statua di ghiaccio. In molti comandi della Ceka si preferiva la tortura psicologica , per esempio trascinando i prigionieri contro il muro per fucilazione e poi sparavano a salve. In altri casi la vittima veniva seppellita viva oppure tenuta a lungo in una bara insieme a un cadavere. Altre volte si costringevano i prigionieri ad assistere alla tortura, allo stupro e all’uccisione dei congiunti. E mentre il sadismo di quelli che sono stati definiti “i gesuiti del terrore ” si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo , Feliks Dzeržinskij, descriveva orgogliosamente la Ceka come una “macchina gigantesca attraverso la quale la Storia aveva fatto passare i materiali umani per trasformare l’umanità”. Dal canto suo, uno dei suoi più zelanti collaboratori , Martin Lacis, formulava le queste direttive: “Stiamo sterminando la borghesia come classe . Nel corso delle indagini, non cercate di dimostrare che il soggetto ha detto o fatto qualcosa contro il potere sovietico. Le prime domande che dovete porvi sono: a quale classe appartiene? Qual è la sua origine? Quali sono la sua cultura e la sua professione ? Le risposte a queste domande devono determinare il destino dell’accusato. In ciò risiede il significato e l’essenza del Terrore rosso”. Contrariamente a quello che pensava Rodolfo Mondolfo, la macchina sterminatrice creata da Lenin non fu il prodotto di una cattiva lettura del marxismo, bensì l’applicazione burocratica dei suoi principi. Fra i quali, c’era il Terrore rosso così formulato nell’Indirizzo del Comitato centrale del marzo 1850: “I comunisti debbono adoperarsi affinché l’eccitazione rivoluzionaria immediata non venga di nuovo soffocata subito dopo la vittoria . Al contrario, essi debbono sforzarsi di mantenerla viva quanto più possibile. Ben lungi dall’opporsi ai così detti eccessi , casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare tali esempi , ma se ne deve prendere in mano la direzione”. Ancora più brutale la difesa del Terrore rosso che si trova nell’articolo Il panslavismo democratico scritto da Engels: “Alle frasi sentimentali sulla fratellanza offerteci qui a nome delle nazioni più controrivoluzionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio per i Russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei Tedeschi; che dopo al rivoluzione si è aggiunto l’odio per i Cechi e i Croati, e che noi, insieme ai Polacchi e ai Magiari , posiamo salvaguardare la rivoluzione soltanto con il Terrore più risoluto contro quei popoli slavi… Lotta, allora, lotta inesorabile per la vita e per la morte , contro lo slavismo traditore della rivoluzione; lotta di annientamento e di terrorismo senza riguardi – non nell’interesse della Germania, ma nell’interesse della rivoluzione” e tenendo sempre presente che “nella storia non si ottiene nulla senza violenza e senza una ferrea spietatezza”. E neanche si può che gli esiti nichilistici della Rivoluzione bolscevica siano da imputare a un processo degenerativo. Al contrario, essi erano iscritti – come potenzialità attivabili e, di fatto, attivati – nella dottrina marxista. In essa – l’osservazione, acutissima, è di Karl Korsch – “tutto l’accento era posto sull’aspetto negativo, cioè che il capitalismo doveva essere eliminato; anche l’espressione socializzazione dei i mezzi di produzione significava anzitutto nient’altro che la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Socialismo significava anticapitalismo”.

 

Nel liberalismo, invece, cosa è iscritto? La bomba atomica sul Giappone­? I lager pieni di asiatici negli Usa? Il Colonialismo? Lo sterminio degli indiani? Quello dei medio-orientali? L’ecatombe dei tedeschi (Dresda)? Il genocidio dei neri? Quello degli Jugoslavi? Degli Ucraini? Degli Afghani? Le torture di Guantanamo e di Abu Ghraib? Ne abbiamo parlato qui http://www.conflittiestrategie.it/19211-2, ma non insistiamo oltre perché non ci rassegniamo a ridurre la Storia ad un funerale. Abbiamo smesso di sventolare le bandiere rosse non ci metteremo ora a far volteggiare quelle viola degli asini democratici.

L’INDUSTRIA ITALIANA E IL CAPITALISMO GLOBALE

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Sul Sole 24 ore del 11.10.2016 Paolo Pombeni ha scritto un articolo che vorrebbe dire qualcosa sul tema dell’”interesse nazionale”. Nella seconda parte dell’intervento il noto politologo introduce delle osservazioni forse non del tutto banali anche se non condivisibili:

<< Max Weber per descrivere una nazione dà una definizione che troviamo molto bella: è una “comunità di destini”. È qui che ritroviamo le due parole chiave, per quanto usurate dalla retorica e troppo spesso strumentalizzate, con cui riassumere che cosa si intende in senso forte per interesse nazionale. Da un lato la nozione che deve crescere il senso di appartenenza a una comunità, a dispetto di quelli che pensano di demistificare la cosa ricordando che è arduo considerare tale un corpo dove stanno insieme soggetti che hanno posizioni personali, interessi e idee che non sono automaticamente coincidenti. Ma è qui che si salda l’altro termine della definizione, il “destino” che inevitabilmente lega i membri della comunità, i quali non dovrebbero illudersi che sia possibile che una parte si salvi a scapito delle altre. >>

Ma se la “comunità” – intesa come condivisione di interessi per tutte le componenti del “popolo” nel tipo di formazione sociale nella quale ci troviamo a vivere – risulta per forza del tutto illusoria, come viene riconosciuto anche dallo stesso professore, quale “formula magica” potrebbe mai evocare un problematico e vago “destino” della “nazione” intesa, quest’ultima, come un solo soggetto unitario e omogeneo ? L’unica soluzione sarebbe quella di riproporre quella democrazia identitaria della quale parla Carl Schmitt e che è stata analizzata, in un brillante saggio, da Gaetano Azzariti. Ma l’editorialista, più modestamente, specifica che in fondo si tratta di riconoscere che “siamo tutti sulla stessa barca”, nonostante che in fondo sia molto difficile rendersene conto, anche perché l’elemento che può portare veramente all’aggregazione di più gruppi e/o persone rimane sempre quello che nasce dall’identificazione di un “nemico comune” e che, per questo motivo, ci può costringere a diventare, almeno momentaneamente, alleati. Secondo Pombeni è necessario evitare assolutamente che si arrivi a uno “scontro” che “alla fine coinvolga e travolga tutto: l’economia, la società, la cultura”. Ma è proprio un “campo di battaglia fra fazioni in lotta” che è destinato a diventare ogni sistema-paese il quale, con l’avanzare e l’accentuarsi della fase multipolare, non voglia rinunciare ad ogni tipo di politica autonoma e indipendente, all’interno del conflitto tra le maggiori potenze. L’altra alternativa è quella che sta sempre più prevalendo in Italia e che consiste nel perseguimento di una politica di sempre maggiore “servilismo” nei confronti della superpotenza egemone.

In un altro articolo del Sole 24 ore, scritto da Paolo Bricco il 14.10.2016, si parla della situazione disastrosa della grande industria in Italia che rischierebbe ulteriori contraccolpi a causa di alcune tendenze in atto. I “tre fuochi internazionali” che potrebbero rimodellare ciò che resta della grande industria italiana sarebbero

<< il nuovo gigantismo del capitalismo internazionale (una tendenza che fa luce sulle ipotesi di accorpamento fra Leonardo-Finmeccanica e Airbus), le ibridazioni fra settori fino a pochi anni fa del tutto distinti (l’ipotesi di Samsung per Magneti Marelli) e le asimmetrie fiscali che generano nomadismo societario (per esempio, la galassia Agnelli-Elkann). A tutto ciò va aggiunto un fenotipo del nostro capitalismo, una caratteristica della sua natura: l’identificazione dell’impresa con il fondatore (1) – come Esselunga – che pone problemi non irrilevanti. Tutto questo sta accadendo al ritmo sincopato della recessione.>>

Alcuni dati statistici danno l’idea della difficile situazione delle grande imprese italiane anche confrontandole solo con la situazione europea:

<< La dimensione media è minore. Il valore medio della produzione – calcolato sui bilanci del 2014 – è per le aziende italiane pari a circa 3 miliardi di euro, contro i 3,5 miliardi di euro del resto del campione. Considerando la sola manifattura, il valore medio italiano si avvicina ai 2,5 miliardi di euro, a fronte dei circa 3 miliardi di euro delle altre imprese europee. Dunque, siamo più piccoli. Il grado di patrimonializzazione, calcolato come patrimonio netto in percentuale dell’attivo, è uguale al 30% nel caso italiano, a fronte del 35% delle altre realtà europee. Nella sola manifattura, il divario si riduce: 31%, contro 33 per cento. In ogni caso, siamo meno patrimonializzati. >>

Bricco ricorda ancora che la base manifatturiera italiana è mutata profondamente rispetto al Novecento; un’epoca, da lui evocata con evidente rimpianto, in cui la grande impresa aveva la “gamba pubblica” dell’Iri di Alberto Beneduce e la “gamba privata” delle famiglie storiche del nostro capitalismo – dagli Agnelli ai Pirelli, dagli Olivetti ai Rivetti, dai Falck ai Marzotto – assistite dalle “idee illuministiche” di Raffaele Mattioli e guidate dalle “visioni mercuriali” di Enrico Cuccia. Le statistiche dimostrerebbero anche la diminuzione del numero di imprese con più di mille dipendenti, a partire dalla fine degli anni ottanta del novecento, con un conseguente forte calo dell’occupazione nelle medesime. Tutto questo sarebbe stato preparato, nel periodo precedente, “dalla ritirata del modello Iri-Mediobanca”. Un punto sul quale l’autore dell’articolo insiste è, comunque, quello che, nella nostra prospettiva, potremmo definire come un salto nel processo di “centralizzazione” capitalistico a livello globale il quale, come sempre, si accentua nei periodi di crisi. Si tratterebbe della

<< tendenza internazionale a un nuovo gigantismo, spiegata da Adrian Wooldridge sul penultimo numero dell’Economist. Questa tendenza delinea bene lo scenario in cui si collocano i ripetuti rumours su Leonardo-Finmeccanica e Airbus. La decostruzione e la ricostruzione del capitalismo internazionale sono basate su due fenomeni complementari: le Global Value Chains (2), le infrastrutture materiali e immateriali su cui corrono beni e servizi e attraverso cui sono state rimodulate e condivise le funzioni, e i Global Production Networks, che presiedono ai processi di spezzettamento e di condensazione delle fasi produttive. In un simile contesto, in alcuni settori a forte caratura oligopolistica si stanno raggiungendo nuovi equilibri che portano alla costruzione di nuovi aggregati, in grado di funzionare con un minore impiego di capitali. E’ quello che, sotto il profilo strategico, sta dietro alle ipotesi su Leonardo Finmeccanica-Airbus.>>

Riguardo concetti come quello di “catene globali di valore” e di “reti di produzione globali” non sono sufficientemente informato per parlarne in questa sede; posso solo osservare che si tratta, probabilmente, di problematiche che riguardano sempre la dimensione tecnico-organizzativa dell’impresa. Naturalmente quando parliamo di “organizzazione” non intendiamo solo quella relativa ai processi di lavoro ma anche quella di tipo “aziendale” – che concerne i rapporti tra i vari dipartimenti dell’impresa e di questi con l’ambiente socio-economico circostante (fornitori, clienti, concorrenti, ecc.) – che può essere finalizzata, seppure limitatamente al livello economico-finanziario, anche a certi obiettivi di tipo “strategico”. La Grassa, a questo proposito, ha comunque sempre messo in evidenza come le innovazioni tecnico-organizzative si trovino a essere collocate in una posizione subordinata rispetto a quelle di prodotto. Non si esce dalle grandi “crisi epocali” che periodicamente colpiscono il sistema capitalistico solamente con un aumento dell’intensità del lavoro (tempi, ritmi) e della forza produttiva del medesimo (innovazioni tecniche di processo) – seppure questi aspetti rivestano comunque una certa importanza – ma soltanto attraverso un coordinamento politico interstatale da parte di un “centro” e lo sviluppo di nuovi rami di attività delle imprese collegati a prodotti e a bisogni del tutto inediti. Per quanto riguarda il “gigantismo” di cui parla l’editorialista possiamo qui fare riferimento ad un breve passo tratto da uno dei tanti saggi che La Grassa ha scritto su questi temi:

<<In definitiva, lo sfruttamento – implicante esclusivamente, secondo l’impostazione del marxismo, l’appropriazione del tempo di pluslavoro da parte del capitalista – non riguarda né la circolazione mercantile né il processo di lavoro. Nella prima si possono sviluppare diversi rapporti di forza ma, in assenza di “attriti”, nella circolazione in se stessa considerata non è implicato alcuno sfruttamento; il pluslavoro (in forma di valore) vi si realizza semplicemente, non si forma. Si è cercato di fare indebiti ragionamenti in merito al regime di mono(oligo)polio, ma non funzionano. In ogni caso, si ha redistribuzione del plusvalore tra capitalisti, il mercato (in ogni suo “regime”) serve solo alla realizzazione. Ovviamente, lascio adesso correre le superficialità dette in merito al monopolio come affievolimento della concorrenza, come possibilità di accordo fra pochi a danno dell’intera società dei non monopolisti; tutte considerazioni in voga durante l’epoca di monocentrismo nel campo detto capitalistico (in opposizione all’altro polo pensato quale antagonista “socialistico”), ormai spazzate via nella nuova epoca storica in cui siamo entrati. Ricordo solo che Lenin aveva molto ben intuito come il monopolio fosse una concorrenza portata ad un ancora più elevato grado di acutezza, con il pieno intervento degli Stati a trasformarla in conflitto tra potenze per le sfere d’influenza nel mondo intero [corsivo mio. N.d.r.].>>

Bricco conclude, infine, il suo articolo con un tono comprensibilmente pessimistico alludendo <<alla “piccola” Italia. La quale, appunto, è – al di là dei singoli casi aziendali e al di là delle molteplici ragioni strutturali – sempre più piccola.>>

(1)Si fa qui riferimento a Bernardo Caprotti, scomparso lo scorso 30 settembre, e riguardo al quale riportiamo questo brano da internet scritto subito dopo la sua morte:

<<Con Caprotti se ne va il pioniere della grande distribuzione in Italia. Nato nel 1925 (avrebbe compiuto gli anni il prossimo 7 ottobre), era figlio di un imprenditore del settore tessile. Terminati gli studi in legge, nel 1951 il padre lo manda negli Stati Uniti per fare esperienza nell’industria del cotone e della meccanica tessile. Ma al ritorno, dopo un periodo passato alla guida dell’azienda familiare per la morte del genitore, nel 1957 ha l’occasione che gli cambierà la vita: investe nella prima società fondata in Italia con l’obiettivo di realizzare supermercati, che vede come socio principale il miliardario americano Nelson Rockfeller. Fino al 1965, rimane alla guida della sua azienda tessile, ma con l’uscita di scena dell’impreditore statunitense rileva l’intero pacchetto azionario e si dedica a tempo pieno alla nuova attività. Da allora, lo sviluppo di Esselunga non si è mai fermato. Se Milano rimane il suo quartier generale, la società si aspande fino agli attuali 150 punti vendita, presenti soprattutto nel nord e centro Italia, e 22mila dipendenti. Con una quota di mercato attorno al 9,7 per cento, a fine 2015 il fatturato complessivo ha superato i 7 miliardi di euro. Oltre a una grande capacità di lavoro, Caprotti ha sempre messo una cura maniacale nell’organizzazione dei suoi supermercati fino a controllare personalmente la disposizione dei prodotti sugli scaffali. Con tanto di ispezioni a sorpresa, regolarmente il sabato mattina, il momento in cui si concentra il maggior numero di clienti. Dotato di una forte personalità, Caprotti passerà alla storia non solo per i suoi successi imprenditoriali, ma anche per i suoi scontri sia all’interno della sua famiglia sia con i rivali storici della Coop. In entrambi i casi, la vicenda è finita nella aule di giustizia. I figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, hanno fatto causa per riavere le quote di Esselunga che il padre aveva prima loro assegnato e poi revocato. Il figli hanno perso in Cassazione, ma hanno presentato un nuovo ricorso. Contro la Coop, Caprotti scrisse un libro “Falce e Carrello”, in cui accusava il colosso delle cooperative “rosse” di aver ostacolato il suo sviluppo commerciale in alcune regioni italiane. Querelato, fu condannato a sei mesi per diffamazione, ma almeno in un caso l’Antitrust gli ha dato ragione. Solo negli ultimi mesi, è stato avviato un progetto di cessione di Esselunga: due settimane fa la banca americana Citigroup è stata incaricata di svolgere un ruolo di consulenza per scegliere il compratore. I funerali si terranno lunedì, in forma strettamente privata.>>

(2)È il processo organizzativo del lavoro – figlio della globalizzazione e della riduzione “fisica” e “virtuale” delle distanze geografiche – in base al quale le singole fasi della filiera di produzione vengono parcellizzate e svolte da fornitori e reti di imprese sparse in diversi Paesi in base alla convenienza economica e al grado di competenza e specializzazione delle diverse aziende coinvolte. Dalla concezione del prodotto alla vendita diretta al consumatore, tutte le fasi intermedie si possono coinvolgere in un network di imprese dislocate in diversi paesi” [dal Sole 24 ore online]. Oppure, senza la parola “global”: «processo tramite il quale la tecnologia è unita con le risorse materiali e con il lavoro, i semilavorati sono trattati, assemblati, portati sul mercato e distribuiti. Una singola impresa può svolgere soltanto un anello in questo processo o può essere integrata verticalmente» (Kogut, 1985 p.15)

Mauro Tozzato 27.10.2016

LA PROPRIETA’ NON E’ UN FURTO

Karl-Marx

Estratto da un testo in in preparazione.
Qui mettiamo in evidenza perchè chi parla di rapine della finanza e di finanza nazista è un cialtrone. Come anche è fesso chi crede che con il superamento del capitalismo l’uomo possa diventare un essere più buono e comunitario (anche Marx dice che i conflitti interindividuali continuerebbero indefettibilmente anche in una diversa formazione politico-sociale):

“Ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà nel cui ambito si erano mosse fino a quel momento. Da che erano forme di sviluppo delle forze produttive questi rapporti si tramutano in vincoli che frenano tali forze. Si arriva quindi ad un’epoca di rivoluzione sociale. Cambiando la base economica viene ad essere sovvertita più o meno rapidamente tutta l’enorme sovrastruttura. Nell’osservare tali rivolgimenti bisogna sempre distinguere tra il rivolgimento materiale, che si verifica nelle condizioni economiche di produzione, e che va constatato scrupolosamente alla maniera delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti di questo conflitto e si battono per risolverlo. Come non si può giudicare un individuo dall’idea che si è formato di sé, così non si può giudicare una di queste epoche di rivolgimento in base alla coscienza che essa ha di se stessa; questa coscienza infatti va piuttosto spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto che esiste tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di produzione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società…I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo sociale di produzione, antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale [per Marx, checché ne pensino gli umanisti-comunisti della nostra era, in una ipotetica società post-capitalista, la natura dell’uomo, nel bene e nel male, sarebbe rimasta identica a se stessa, offrendo, alternativamente, momenti di slancio o di meschinità, con i sempiterni conflitti e le abituali competizioni tra le persone per i più svariati motivi. Ciò che sarebbe, invece, stato superato è il conflitto – interindividuale e di classe – per la sopravvivenza economica. Qui il pensatore tedesco lo spiega con estrema chiarezza.] ma in quello di un antagonismo che nasce dalle condizioni sociali di vita degli individui; nello stesso tempo però le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese creano anche le condizioni materiali per il superamento di tale antagonismo. Con questa formazione sociale si conclude quindi la preistoria della società umana”. (Marx)
Facciamo un passo indietro per mostrare le diverse tappe di questo processo che termina in una trasformazione sociale radicale, “in una forma storica nuova” della società umana.
Abbiamo detto che, decaduti i vincoli di tipo soggettivo di forme e modi di produzione antecedenti, possessori e non possessori dei mezzi produttivi devono ora interfacciarsi gli uni agli altri, come liberi individui, per garantirsi la sopravvivenza (che, ovviamente, assume un significato sociale molto diverso, a seconda della categoria a cui si appartiene). I non proprietari degli strumenti di lavoro devono vendere la propria forza-lavoro se non vogliono morire di fame o finire a mendicare. I proprietari, invece, devono andarsi a cercare l’energia umana che risvegli e faccia marciare le loro macchine, per incrementare il proprio capitale, trarne un profitto e mantenere inalterata, per quanto possibile in un certa fascia di tempo, la stessa funzionalità degli strumenti, la quale viene a diminuire tanto coll’uso che col non uso. Ma, ormai, il lavoro è una merce e come tutte le altre può essere acquistata sul mercato ad un determinato valore. La quantità di lavoro necessario a produrla, quindi in essa incorporata, è il suo valore. Il prezzo esprime soltanto questo valore in forma monetaria e dipende dalla domanda e dall’offerta, senza che ciò incida sul valore di queste. Ecco Marx: “…commettereste un grave errore se ammetteste che il valore del lavoro o di qualsiasi altra merce è determinato, in ultima analisi, dall’offerta e dalla domanda. La domanda e l’offerta non regolano altro che le oscillazioni temporanee dei prezzi d mercato. Esse vi spiegheranno perché il prezzo di mercato di una merce sale al di sopra o cade al di sotto del suo valore, ma non vi possono mai spiegare questo valore. Supponiamo che la domanda e l’offerta si facciano equilibrio o, come dicono gli economisti, si coprano reciprocamente. Nel momento stesso in cui queste forze contrapposte sono ugualmente forti, esse si elidono reciprocamente e cessano di agire in una direzione o nell’altra. Nel momento in cui domanda e offerta si fanno equilibrio e perciò cessano di agire, il prezzo di mercato di una merce coincide con il suo valore reale, con il prezzo normale, attorno al quale oscillano i suoi prezzi di mercato. Se indaghiamo la natura di questo valore, non abbiamo niente a che fare con gli effetti temporanei della domanda e dell’offerta sui prezzi di mercato. Lo stesso vale per i salari e per i prezzi di tutte le altre merci”. Chiarito questo aspetto, come si determina il valore del lavoro? “”Come per ogni altra merce, il suo valore è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua produzione. La forza lavoro di un uomo consiste unicamente nella sua personalità vivente. Affinché un uomo possa crescere e conservarsi in vita, deve consumare una determinata quantità di generi alimentari. Ma l’uomo, come la macchina, si logora, e deve essere sostituito da un altro uomo. In più della quantità di oggetti d’uso corrente, di cui egli ha bisogno per il suo proprio sostentamento, egli ha bisogno di un’altra quantità di oggetti d’uso corrente, per allevare un certo numero di figli, che debbono rimpiazzarlo sul mercato del lavoro e perpetuare la razza degli operai. Inoltre, per lo sviluppo della sua forza lavoro e per l’acquisto di una certa abilità, deve essere spesa ancora una nuova somma di valori”.
Dunque, capitalista e lavoratore decidono di concludere liberamente un contratto sul mercato, senza sottostare a nessuna coercizione. Lo fanno per circostanze storiche che, coercitivamente, li obbligano ad agire in tal maniera. Quel che si verifica nel processo produttivo è poi un’altra questione nella quale ci addentreremo, benché anche quando si affrontano le problematiche del ciclo industriale non si deve mai parlare di estorsione con la forza o di depredazione del capitalista sull’operaio. Il capitalismo che, ribadiamo fino allo stremo, è un rapporto sociale, può anche contemplare, occasionalmente, il ricorso ai metodi gangsteristici ma questi non sono mai la norma. E’ un errore grave asserire che il capitalismo sia ladrocinio, eppure, in simile abbaglio (dettato da impreparazione teorica o da cattiva fede) continuano ad incappare certuni intellettuali a noi contemporanei, i quali sono passati dall’imputare ai capitalisti industriali l’estorsione, quasi con la spada in pugno, del tempo e dei frutti del lavoro ai poveri operai, a lanciare accuse del medesimo segno contro i funzionari capitalistici della sfera finanziaria, che deruberebbero e raggirerebbero risparmiatori e nazioni. In nessun caso la proprietà si fonda sul furto, come sosteneva Proudhon, e non sono rapine quella che avvengono nella produzione, di beni o di servizi, o nei mercati azionari. Non è un gioco delle tre carte quello finanziario. I cervelli banali dei filosofi lo pensano. Lo spiega perfettamente Engels nell’ Anti-Dühring (la citazione è lunga ma necessaria):

<<In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, anche se limitatamente a certi soggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l’uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all’interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più diseguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l’antico possesso comune del suolo, tanto più rapidamente la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità; le porta sempre più a dissoluzione la distruzione graduale della loro industria domestica naturale operata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Così poco si può parlare qui di violenza, come se ne può parlare per la sparizione che avviene anche oggi dei campi posseduti in comune dalle “Gehöferschaften” [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald; i contadini trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune. Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine. Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale. Ma anche per spiegare “il soggiogamento dell’uomo allo stato servile” nella sua forma più moderna, cioè nel lavoro salariato, non possiamo servirci né della violenza, né della proprietà fondata sulla violenza. Abbiamo già fatto menzione della parte che, nella dissoluzione delle antiche comunità, e quindi nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata, rappresenta la trasformazione dei prodotti del lavoro in merci, la loro produzione non per il consumo proprio, ma per lo scambio. Ma ora Marx ha provato con evidenza solare nel “Capitale”, e Dühring si guarda bene dal riferirvisi sia pure con una sola sillaba, che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica, e che in questa fase “la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte direttamente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata come un nuovo sovrappiù (…) Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul rapporto di lavoro (…) Adesso” (alla fine del suo sviluppo dato da Marx) “la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” In altri termini: anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all’attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell’altra classe, che costituisce l’enorme maggioranza, a classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico affermarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l’odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica. La “proprietà fondata sulla violenza” si dimostra qui semplicemente come una frase da spaccone destinata a coprire la mancanza di intelligenza dello svolgimento reale delle cose>>.

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