La Cina è lontana

Cina

7a3931fd-b9e6-498e-aaa4-3d25dd6e2340La Cina è lontana

Statene certi, non moriremo cinesi e nemmeno per mano asiatica, almeno per molto tempo. Quando sento dire da qualcuno, anche con i galloni dell’esperto geopolitico, che il pericolo per l’Occidente viene dalla Cina, non posso che fare una smorfia di disappunto. Costui me lo dica in mandarino che sto per diventare giallo, innanzitutto, e non in un inglese biascicato o, addirittura, in un italiano stentato. No, non diventeremo cinesi perché non basta quello che la Cina ha fatto in questi decenni per salire meritatamente sulla scena mondiale. Si sostiene da più parti che Pechino sarà a breve la prima economia mondiale del pianeta ma la questione non quadra. Come vengono fatti questi calcoli? Tra le prime dieci grandi imprese al mondo solo due sono cinesi e non sono nemmeno tra le prime cinque. Gli Usa restano davanti all’Impero di mezzo per tutte le materie che contano: ricerca, tecnologia, innovazione e, soprattutto, forza bellica e capacità di creare e sottomettere zona d’influenza. Quantità e qualità a go-go. Certo, meno di un tempo a causa di un relativo declino statunitense ma ancora a livelli quasi inattaccabili dagli altri. La Cina ha fatto grandi sforzi, è divenuta attrice importate sullo scacchiere internazionale ma la sua proiezione (geo)politica esterna resta limitata e non all’altezza della sua capacità di penetrazione commerciale. La Cina assomiglia più ad un grande e indaffarato magazzino, altamente automatizzato e ben protetto contro i malintenzionati, piuttosto che a un “poliziotto” globale (è sicuramente nel suo immediato “quadrante” che le cose stanno cambiando. Forse, un giorno non troppo lontano gli americani saranno espunti da quell’area ma non sarà ciò a capovolgere i destini del mondo). Muteranno i rapporti conflittuali, ciò permetterà ai cinesi di cinesizzare il loro estero prossimo, non di ingiallire il resto del pianeta. Sotto questo aspetto, per vocazione epocale e lascito storico, la Russia è meglio attrezzata del regno celestiale a fare le cose in grande. Infine, c’è quello che dice Alberoni nel pezzo sotto riportato. Cultura e pensiero millenari europei (benché riprogrammati e ri-pragmatizzati oltreoceano) non soccomberanno ad altrettanta cultura e pensiero cinese, per troppa differenza e pochi agganci reciproci. La Cina è vicina solo nelle forme economiche ma è lontanissima per tutto il resto. Restiamo inassimilabili gli uni agli altri. La Cina darà un contributo importante alla ridefinizione dei rapporti di forza globali ma difficilmente avrà mai quella forza globale per esercitare una prepotenza generale sul planisfero. Se questo possa anche accadere tra un centinaio di anni è cosa che non ci interessa, noi siamo più curiosi di capire l’evoluzione dei prossimi decenni.

 

I piani americani

gianfranco

Questo è l’editoriale dell’ultimo “Le Monde diplomatique”. Che mi sembra abbastanza sensato. Gli USA, con la nuova presidenza, intendono riprendere l’egemonia mondiale. I democratici hanno accusato ripetutamente Trump di essere quasi “alleato” di Putin e di essere invece estremamente “acceso” contro la Cina (con cui, secondo l’accusa dei repubblicani, uno dei figli di Biden ha fatto molti affari). In realtà, la nuova presidenza statunitense vorrà riprendere un’avversità totale nei confronti delle sedicenti “autocrazie” russa e cinese per riaffermare con maggior forza la predominanza globale della tanto decantata “democrazia” americana, che ha portato nel mondo, da quando gli USA sono nati (e come sono nati!!), la “libertà” con i più grandi massacri che la storia ricordi; e con una continua serie di colpi di Stato e di assassinii di avversari politici. I nazisti possono essere considerati dei dilettanti (allo sbaraglio) rispetto ai “serial killers” che sempre hanno diretto gli USA.
Per ottenere la nuova ondata di repressioni in ogni dove, gli USA chiamano a raccolta le “democrazie” per unirsi al loro progetto. Cioè eserciteranno sempre maggiori pressioni e chiederanno maggiore servilismo ai putrescenti paesi “occidentali”, in particolare a quelli europei. E l’Italia – sia con i malfattori che governano che con le sordide opposizioni – è fra i paesi più putridi e servi. Non credo che gli USA – in chiaro anche se ancor lento declino e malgrado la loro ancora superiore potenza militare – riusciranno nel loro intento. Si accentueranno i contrasti interni malgrado la comune aspirazione di democratici e repubblicani a riprendere una supremazia mondiale. Una “Forza Nuova”, ancor oggi da creare integralmente, dovrà allentare sempre più i legami “atlantici” e avvicinarsi proprio a Russia e Cina (secondo me ben più alla prima che alla seconda). E senza alcuna preferenza per l’organizzazione sociale e la direzione politica di quei due paesi. Semplicemente perché in questo momento – soltanto una fase storica specifica, non una millenaria e inconsistente aspirazione al “bene comune” e alla “giusta società” – il compito principale e decisivo è l’accentuazione del multipolarismo e del contrasto tra potenze.
La Russia attuale – malgrado gli sconvolgimenti del 1989-91 – è nata dalla “Rivoluzione d’ottobre”, che mai avrebbe visto la luce senza la prima guerra mondiale, cioè l’esplosione aperta del confronto tra potenze. E la nascita della Cina è frutto del secondo e più decisivo scontro tra le solite potenze con l’aggiunta di quella nata dal decisivo evento del 1917. Basta con gli imbecilli e i ritardati (anche mentali), che credono ad una “rivoluzione sociale” mondiale. Si riparta finalmente da dove sempre sono partite le grandi svolte storiche!
I ceti oggi dominanti nei nostri degenerati paesi, ormai in piena decadenza e degrado culturale e di civiltà, saranno spinti a sopravvivere con grandi operazioni criminali quali già furono le due guerre mondiali. Da lì dovrà ripartire la svolta del “rinnovamento globale”. Che non sarà mai per i secoli dei secoli. Ma potrebbe ben essere per una lunga nuova epoca di rinascita sociale (e anche di civiltà). Sempre con la consapevolezza che gli ideali umani – quelli ancorati a questo mondo terreno imperfetto – si trasformeranno alla fine in ideologie vanamente aspiranti a compiti “eterni” e quindi di nuovo in piena decadenza. E ci penseranno i nostri discendenti fra qualche altro secolo. Adesso addosso a questi vermi che stanno impestando e disfacendo il nostro mondo attuale!

Qui sera le prochain ennemi ?
PAR SERGE HALIMI
LA carte de vœux de M. Anders Fogh Rasmussen n’a pas attendu la Saint-Sylvestre. L’ancien secrétaire général de l’Organisation du traité de l’Atlantique nord (OTAN) a résumé ainsi la mission que celle-ci devrait remplir, selon lui, sitôt que M. Donald Trump aura quitté la Maison Blanche : « En 2021, les États-Unis et leurs alliés auront une occasion qui ne se présente qu’une fois par génération. Celle d’inverser le repli global des démocraties face aux autocraties comme la Russie et la Chine. Mais il faudra pour cela que les démocraties principales s’unissent (1). » Ce qu’ont fait nombre d’entre elles, il y a une génération, justement, en envahissant l’Afghanistan, puis l’Irak. Il est donc temps de s’attaquer à des adversaires plus puissants…
Mais par lequel commencer ? Puisque Washington entend assurer le « leadership » de la croisade démocratique — « L’Amérique est de retour, prête à diriger le monde », a proclamé M. Joseph Biden le 24 novembre 2020 —, les pays satellites feraient bien de comprendre que les Américains ne s’accordent plus sur l’identité de leur adversaire principal. Leurs raisons ont peu à voir avec la géopolitique mondiale, et tout avec leurs déchirements internes. Pour les démocrates, l’ennemi est d’abord russe, puisque, depuis quatre ans, les dirigeants de ce parti ont répété, à l’instar de Mme Nancy Pelosi, présidente de la Chambre des représentants, qu’« avec Trump tous les chemins mènent à Poutine ». Côté républicain, dans le registre d’« un prêté pour un rendu » qui évoque les bousculades d’école maternelle, le slogan « Beijing Biden » tient lieu de réplique. Car le second fils du nouveau président, M. Hunter Biden, a fait des affaires en Chine ; et la mondialisation, imputée aux démocrates, a fait les affaires de la Chine. CQFD.
Le 10 décembre dernier, le secrétaire d’État Michael Pompeo s’est donc appliqué à creuser le fossé existant entre les deux pays. Invoquant, sans rire, son souci du respect de la vie privée, celui qui fut aussi directeur de la Central Intelligence Agency (CIA) a d’abord alerté le monde : « Xi Jinping a l’œil sur chacun d’entre nous. » Puis il s’est attaqué tour à tour aux 400 000 étudiants chinois envoyés aux États-Unis chaque année, dont une partie viendrait voler des secrets industriels et scientifiques ; aux universités américaines elles-mêmes, « très nombreuses à avoir été achetées par Pékin » ; enfin, aux produits de la société Huawei, dont chaque utilisateur se placerait « entre les mains de l’appareil de sécurité chinois » (2). Voilà le refrain que les républicains vont opposer à M. Biden. Il relaiera les quatre ans de paranoïa antirusse alimentée par les démocrates contre M. Trump. Mer de Chine, Taïwan, sort des Ouïgours, Hongkong : tout sera prétexte à tester la détermination antichinoise de la nouvelle administration.
M. Rasmussen a vu clair au moins sur un point : « Une file d’alliés inquiets attendent le président élu Joe Biden devant sa porte. » Mais, en demeurant dans une alliance que dirige une puissance mentalement ébranlée, ils ne vont pas recouvrer de sitôt leur tranquillité.
SERGE HALIMILa

L’INCIVILTA’ DEI LIBERALI

Cina

 

Giampietro Berti, su Il Giornale, si chiede: “Perché in Occidente c’è più libertà che in Oriente?”. Perché gli orientali hanno altre superstizioni, verrebbe da dire scherzosamente. Ma Berti non si accontenta di sentirsi superiore all’Oriente e incalza: “In occidente c’è più libertà rispetto ad ogni altra civiltà”. Anzi, vogliamo dirla tutta? “La civiltà occidentale è superiore…perché a fronte di quella occidentale tutte le altre civiltà non presentano prioritariamente il valore centrale della libertà”. La tautologia è compiuta, il discorso è chiuso. Almeno per il nostro liberale che vuole addormentarsi con la convinzione di essere il miglior fico del bigoncio.
Sennonché, un orientale potrebbe ben fare un diverso ragionamento e sostenere: “Perché in Oriente c’è più armonia che in Occidente? In Oriente c’è più armonia rispetto ad ogni altra civiltà. La civiltà orientale è superiore…perché a fronte di quella orientale tutte le altre civiltà non presentano prioritariamente il valore centrale dell’armonia”. I cinesi fanno infatti questo discorso, meno rozzamente di Berti, si capisce, non per impancarsi ma per rintuzzare le facce di bronzo liberali che vorrebbero costringere il loro paese al medesimo sistema valoriale occidentale. La libertà è un’astrazione che diventa “valore” nella nostra cultura individualistica. Una cultura diversa può ritenere, come di fatto avviene, la libertà individuale qualcosa di secondario rispetto all’armonia collettiva.
Occorre comprendere che la libertà degli occidentali, così agitata propagandisticamente, è strumento di guerra ideologica contro popoli estranei alla nostra cultura. La libertà è pretesto per “invadere” e corrompere quei Paesi che si indebolirebbero se sposassero la nostra scala di principi, aliena alle loro tradizioni o scopi politici. Difatti, il panegirico sulla libertà individuale si porta dietro tutto l’armamentario democraticistico, dirittoumanistico, ecc. ecc. col quale l’America e i suoi alleati cercano di screditare le potenze non allineate.
Non esistono civiltà superiori, le civiltà sono semplicemente diverse ed hanno qualità differenziate, a volte imparagonabili. Ci vuole rispetto, una parola che i liberali non conoscono in quanto se non sei per la libertà sei un mostro o un tiranno.
E’ vero che in Occidente si è sviluppato un rapporto sociale estremamente dinamico, quello che ha dato vita al capitalismo inglese e poi a quello metamorfosato americano, ma con queste evoluzioni storiche la libertà c’entra solo formalmente. Nelle parole di Marx: La struttura economica della società capitalistica è uscita dal grembo della struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha messo in libertà gli elementi di quella. Il produttore immediato, o diretto, cioè l’operaio, poteva disporre della sua persona solo dopo di aver cessato d’essere legato alla gleba, e servo di un’altra persona o infeudato ad essa.
Per divenire libero venditore di forza lavoro, che porta la sua merce dovunque essa trovi un mercato, doveva inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni di mestiere, delle loro clausole sugli apprendisti e sui garzoni, dei vincoli delle loro prescrizioni sul lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati appare da un lato come loro liberazione dalla servitù feudale e dalla coercizione corporativa; e, per i nostri storiografi borghesi, è questo il solo lato che esista. Ma, dall’altro, i neo-emancipati diventano venditori di se stessi solo dopo di essere stati depredati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie offerte alla loro esistenza dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa loro espropriazione è scritta negli annali dell’umanità a caratteri di sangue e di fuoco. I capitalisti industriali, questi nuovi potentati, dovevano da parte loro soppiantare non solo i mastri artigiani delle corporazioni di mestiere, ma anche i signori feudali detentori delle fonti di ricchezza. Da questo lato, la loro ascesa appare come il frutto di una lotta vittoriosa sia contro il potere feudale e i suoi privilegi rivoltanti, sia contro le corporazioni e i limiti ch’esse imponevano al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I cavalieri dell’industria, tuttavia, riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada solo sfruttando avvenimenti che non erano affatto opera loro. Si fecero strada con mezzi non meno volgari di quelli coi quali il liberto romano si rendeva, in antico, signore del suo patronus. Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato, quanto il capitalista, fu la servitù del lavoratore. Il suo prolungamento consistette in un cambiamento di forma di tale servitù, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico.

Di superiore, nei liberali, c’è solo una eccessiva fiducia in se stessi che non trova riscontro nella realtà.

La prossima fase della lotta cinese contro il Coronavirus (A cura di P. Rosso)

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Ripubblichiamo un’analisi ripresa e da noi tradotta da Geopolitical Futures. Traspare evidente tutta la profonda delusione dell’analista per il mancato crollo del regime cinese aggredito dal Coronavirus, tanto più in quanto l’esito finale sembra essere un rafforzamento dell’elite dominante rappresentata da Xi Jin Ping. In ogni caso l’analisi è densa di dati oggettivi utili per capire gli effetti a medio-lungo termine di questa crisi in particolare per quanto concerne il possibile ridimensionamento degli investimenti infrastrutturali nelle Vie della Seta” (OBOR) ed il cosiddetto “rimpatrio” di alcune produzioni e/o intere catene produttive da parte delle maggiori multinazionali. Con i conseguenti riflessi in termini di sfere d’influenza, e quindi potere, esercitabile nel prossimo futura dalle nazioni in competizioni nella fase multipolare della formazione sociale mondiale (Piergiorgio Rosso).

[https://geopoliticalfutures.com/the-next-phase-of-chinas-fight-with-the-coronavirus/] di  Phillip Orchard March 13, 2020

Il Partito Comunista Cinese vorrebbe farci sapere che sta vincendo la guerra contro il coronavirus e che tutti noi dobbiamo ringraziare Xi Jinping. Questo è stato il messaggio centrale dei media statali cinesi nelle ultime settimane, segnando un importante punto di svolta nella crisi. Internamente, la massiccia mobilitazione della Cina contro il virus sembra aver frenato la marea, con il tasso di crescita delle nuove infezioni che rallenta a valori a singola cifra e l’industria cinese che sta tornando al lavoro con cautela. E mentrel’epidemia è diventata una pandemia, le risposte a chiazze dei governi occidentali hanno messo in una luce più favorevole sia i passi falsi fatti di Pechino all’inizio, che i suoi successivi successi.

E’ stata una fortuna per i propagandisti di Pechino, che ora possono richiamare l’attenzione sui trionfi della Cina e sui problemi del mondo. Il loro messaggio ha anche chiarito che Xi e il suo circolo interno emergeranno intatti dalla crisi sanitaria – e forse anche più forti. Xi ha comandato le battaglie decisive della “Guerra popolare” contro un nemico invisibile, almeno secondo i media statali intenzionati a elevare il presidente a uno status simile a quello di Mao.

Ma se Xi è al sicuro sul suo trono, il suo regno non lo è. L’economia cinese, per dirla chiaramente, è in pessime condizioni. Quasi tutti i problemi che Pechino non era riuscita a risolvere sono stati peggiorati di un ordine di grandezza dalla crisi del coronavirus. E mentre il virus che diventa globale potrebbe rappresentare un colpo di striscio alla iper-macchina cinese, la sua diffusione potrebbe benissimo chiudere le strade più promettenti del paese verso una rapida ripresa.

La battaglia di Xi

Un mese fa, il CCC stava vacillando. L’epidemia era diventata quasi incontenibile e la struttura decisionale strettamente centralizzata di Xi sommata ad una cultura della censura, erano almeno in parte responsabili. Ciò ha creato pressioni sia in patria che all’estero, costringendo Pechino ad attuare una svolta verso la “campagna dei cento fiori di Mao, allentare le restrizioni airapporti indipendenti e censurare i social media con un tocco più leggero. Lo sdegno che seguì, in particolare dopo la morte del dottore Li Wenliang, fece paura a Pechino, costringendola a una serie di mosse goffe per soffocare il dissenso. Pechino fu anche costretta a rinviare il suo Congresso Nazionale annuale, su cui il PCC fa affidamento per allineare i meccanismi dello stato con la sua agenda. Per gran parte di questo tempo, lo stesso Xi era chiaramente assente dai riflettori. Quando il governo centrale ha finalmente lanciato una campagna per dimostrare il suo comando nella risposta alla crisi, non è stata guidata da Xi ma dal Premier Li Keqiang, la cosa più vicina a Xi rispetto a un rivale del Comitato permanente del Politburo. Ma non appena apparve chiaro che la crisi avrebbe raggiunto il picco, all’inizio di febbraio, Xi è tornato saldamente di nuovo in scena.

I pilastri del potere in Cina sono spesso descritti come “le tre P”: l’Esercito Popolare di Liberazione [PLA in inglese – NdT], il personale e la propaganda. E diventando il volto pubblico della risposta del governo, Xi ha dimostrato di controllare ciascuna di esse. All’inizio di febbraio ha schierato l’esercito, che gli risponde direttamente come presidente della Commissione militare centrale e che era stato notevolmente assente dalla risposta di gennaio, per costruire ospedali, trasportare forniture, garantire l’ordine pubblico e inviare medici in prima linea a Wuhan. Se Xi avesse perso il controllo delle nomine del personale chiave, non sarebbe stato in grado di sostituire la leadership del partito nella provincia di Hubei con una coppia di suoi fedelissimi. Infine, la macchina della propaganda è andata a tutto regime per fare del Presidente un leone. I media statali hanno iniziato a riferirsi al presidente come “il leader del popolo” e soprattutto, durante la tanto attesa visita di Xi a Wuhan questa settimana, equiparando la sua leadership nella lotta contro il coronavirus al comando di Mao sulla vittoria della guerra civile del Partito Comunista nel 1949. Questo conta di più che per mero simbolismo. Elevando efficacemente Xi allo status di Mao, il Partito Comunista sta avvolgendo la sua legittimità ancora più strettamente al culto della personalità di Xi, rendendo quasi impossibile per i rivali sloggiarlo.

Tuttavia, ci sono almeno altre due “P” che contano. La prima è il pubblico, che per ora sembra sostenere ampiamente il PCC. A dire il vero, ci sono scorci di malcontento per la cattiva gestione di Pechino – e non solo nei circoli dei social media in cui ingannare in astuzia i censori è diventata una forma d’arte. I medici di Wuhan non hanno smesso di parlare della soppressione da parte del governo delle informazioni sul virus. Un discorso particolarmente sordo dato dal capo del partito di Wuhan che chiedeva una “campagna di educazione alla gratitudine” per i residenti della città prima del tour di ispezione di Xi, è stato sepolto dai censori dopo aver ottenuto così tanti contraccolpi. E i video trapelati hanno mostrato che il vice premier cinese SunChunlan è stato inondato di insulti da cittadini in quarantena durante la sua visita a Wuhan. Ma questo deve ancora tradursi in qualsiasi tipo di movimento di massa per le strade.

Ciò è dovuto in parte al fatto che il paese è stato effettivamente bloccato. (In effetti, i sistemi digitali messi in atto per combattere la diffusione del virus saranno utili per combattere i tentativi di mobilitazione contro il governo in futuro.) Anche perché non si vede in giro nessun esponente o partito di opposizione di rilievo.(Questo è il motivo per cui qualsiasi segno di una divisione importante nel PLA o nel Politburo sarebbe così importante). Ma il potere della macchina mediatica dello stato non dovrebbe essere sottovalutato. La propaganda è più efficace quando contiene noccioli di verità. Pechino può ragionevolmente indicare i blocchi in Italia e altrove per sostenere che la sua risposta era entro i limiti e potrebbe indicare la grave carenza di maschere mediche, kit di test, letti d’ospedale e così via in luoghi come gli Stati Uniti persostenere che, qualunque siano i suoi difetti, il modello di governo del PCC è superiore alle democrazie occidentali in una crisi.

La guerra non è finita

L’altra “P” è la prosperità. La crescita a rotta di collo stava già diventando impossibile da sostenere. A febbraio l’economia si è effettivamente fermata. Circa un terzo delle imprese cinesi rimane chiuso, e molte altre operano solo a capacità parziale. Come è stato chiarito dai dati anemici sulla crescita del credito pubblicati questa settimana, le croniche difficoltà di Pechino per ottenere liquidità per le piccole e medie imprese – che rappresentano fino all’80% dell’occupazione in Cina e più della metà delle quali afferma di poter usare i loro risparmi per massimo due mesi – persistono. Anche il sistema bancario ombra ha toccato un minimo da tre anni, a febbraio. Questa è una buona notizia per la battaglia a lungo termine di Pechino contro prestiti sconsiderati, ma è una cattiva notizia nell’attuale contesto.

Abbiamo notato che la Cina sarebbe ragionevolmente ben posizionata per un recupero a “V” una volta che potesse contenere il virus abbastanza per riavviare il suo motore di produzione, vale a dire fino a quando potesse evitare lo sfondamento dei rischi sistemici nel settore finanziario o immobiliare. Fondamentalmente quello che è successo dopo l’epidemia di SARS nel 2003. Una volta che le persone potranno effettivamente tornare a lavorare in massa, non sarà difficile riavviare i settori delle fabbriche e dei servizi cinesi.

Il ritmo della ripresa dipenderà quindi principalmente dalla domanda. La massiccia spesa per gli stimoli e il settore statale aiuteranno. Ma con la perdita di massa dei salari a breve termine che potrebbe trascinare verso il basso il consumo interno per almeno un mese o più, il consumo esterno sarà di nuovo la chiave.

Questo è il motivo per cui la diffusione globale della crisi è un grosso problema per la Cina, soprattutto perché sta avvenendo a un ritmo che potrebbe durare mesi e potrebbe risalire nuovamente in autunno. Interruzioni prolungate degli scambi sarebbero abbastanza gravi per le esportazioni cinesi, che sono diminuite di oltre il 17% solo a gennaio e febbraio. Più le economie europee e statunitensi rallentano, più la domanda occidentale di beni cinesi si prosciugherà. In questa luce, i peggiori scenari come quellipresentati dalle Nazioni Unite che prevedono un colpo di $2 trilioni di dollari al prodotto interno lordo globale, sembrano in qualche modo ottimisti.

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Nel frattempo, lo stress sui mercati finanziari in Occidente – combinato con la probabile spinta alle forze politiche anti-globalizzazione e l’ampia consapevolezza tra le multinazionali che le catene di approvvigionamento sono diventate eccessivamente dipendenti dalla Cina – ridurranno gli investimenti e i flussi di capitali verso la Cina. Nonostante l’impressionante capacità della Cina di individuare ogni singolo contagiato da virus in ogni singola porta delle fabbriche o degli aeroporti, non è impossibile che il virus ritorni. Altre quarantene di massa, ovviamente, potrebbero essere incalcolabilmente dirompenti. (Un lato positivo del rallentamento globale per Pechino: il crollo dei prezzi del petrolio avrà effetti contrastanti sull’economia cinese, ma nel complesso farà più bene che male.)

Da quasi un decennio eravamo in attesa del prossimo grande shock che avrebbe testato la resilienza del sistema guidato dal PCC. L’ipotesi era che lo shock più probabile sarebbe venuto da forze esterne. Si scopre che lo shock è arrivato dall’interno, si è diffuso nel resto del mondo e ora sembra probabile che ritorni indietro. Non c’è nulla che i propagandisti cinesi possano fare a riguardo.

La Cina è vicina 2, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/l-accordo-cina-e-italia-scatena-l-ira-degli-stati-uniti-1668038.html

gli “occhi della guerra” sembravano un po’ diversi dal resto del “Giornale”. Probabilmente lo restano, ma questo articolo sembra scritto da un uno che vuole i “buoni rapporti” con gli USA, cioè in definitiva il sostanziale schieramento a loro favore. Non credo affatto che l’accordo con la Cina modifichi in qualche modo il sistema delle alleanze italiane da quando siamo stati occupati dagli Stati Uniti nel 1945. Apparteniamo pur sempre alla loro sfera d’influenza. Non è l’economia che sposta gli equilibri. Quanto ai servizi spionistici, poche balle per favore: siamo totalmente dipendenti da oltre atlantico. Ma ancor più contano le “teste di ponte” politiche e anche culturali che un paese predominante ha nei paesi che ad esso sono di fatto subordinati. Del resto, pure dal punto di vista economico (e tecnologico) non si venga a raccontare che la Cina ha riequilibrato la nostra dipendenza dagli USA in modo significativo. Semplicemente, l’attuale Amministrazione (trumpiana), che ha il fiato sul collo dell’“altra America”, vorrebbe poter contare pienamente sui cosiddetti “populisti” (e finti “sovranisti”), fra i quali la Lega ha un suo peso specifico. Tale partito infatti è contrario agli accordi con i cinesi, ma deve ancora “abbozzare” per non far cadere adesso il governo, cosa che non gli converrebbe affatto. E non so se basterà attendere le elezioni europee. Il momento più significativo per capire come andrà l’attuale scontro tra schieramenti vari (un po’ in tutto l’“occidente”) è quello delle elezioni presidenziali statunitensi; ma manca un anno e mezzo e sarà pesante per i due schieramenti governativi italiani guardarsi in cagnesco e intanto continuare a “sorridersi”. Una bella scorpacciata di “fiele”; vedremo se resisteranno perché credo che il decisivo momento della verità vi sarà soltanto allora e fino ad allora converrebbe loro tirare avanti. A meno che non appaia sufficientemente chiaro, ancor prima del novembre 2020, se Trump verrà rieletto (grande respiro per i “populisti”) o invece bocciato (occorrerà una rapida riconversione di tale schieramento politico, ma mica facile da attuarsi con qualche successo).

La Cina è vicina?

Cina

 

Da oggi l’Italia è una colonia cinese. Lo scrivono i giornali. Prima che i mandarini ci invadessero con le loro merci eravamo un Paese libero. Ora i nostri figli nasceranno con gli occhi a mandorla e ci abbasseremo mediamente di qualche centimetro all’anno. La pelle dei connazionali tenderà sempre più al giallo e pronunceremo la “l” al posto della “r” per empatizzare linguisticamente con i nostri nuovi padroni. Dopo l’Inter anche la Juventus passerà ai cinesi e non vincerà più un campionato. Gli oggetti si romperanno presto ma non ci prenderemo la briga di ripararli perché costeranno meno e li sostituiremo con altri di più scarsa durata. Diremo Amelica anziché America e calo anziché caro. Che brutta china con la Cina vicina. Eppure qualcosa non torna in questi racconti da quattro renminbi che leggiamo sui quotidiani. Con l’iniziativa di accogliere i cinesi a braccia aperte ci saremmo inimicati tutti, dall’Ue agli Usa, i quali non vedono bene un simile avvicinamento. Pechino è il primo competitore dell’Occidente a livello mondiale, dicono questi grandi analisti del piffero, eppure Washington e Bruxelles, nonostante qualche rimbrotto, ci avrebbero lasciati fare. Siamo seri. Se gli americani non si sono opposti, con tutte le loro forze, come in occasione degli accordi coi russi per i gasdotti, è perché non temono così tanto l’Impero di Mezzo come altri avversari, meno intraprendenti economicamente ma molto più attrezzati militarmente e “geopoliticamente”. I rapporti che contano, quelli che riguardano i settori strategici, non sono stati toccati e, per esempio, il 5G è stato escluso dai documenti firmati. Anzi, storicamente gli Usa hanno legato con la Cina per limitare lo strapotere sovietico e ci sono riusciti nonostante i due giganti comunisti condividessero, sulla carta, una speculare ideologia. Nemmeno la solidarietà tra bandiere rosse impedì a Mao di accordarsi con Nixon, considerati i problemi avuti con Mosca, soprattutto dopo la morte di Stalin, profondamente stimato dal Grande Condottiero.
La carta stampata però fa un mestiere sporco e anziché dare notizie rovescia la realtà per servire le menti che tirano i fili dei suoi falsi discorsi. Possiamo star certi che le intese sino-italiane rientrano in quella marginalità di movimento consentita da Washington ai pianeti della sua orbita e non inficiano il quadro strategico complessivo dell’Egemone. Anzi, si tratta di “tolleranze” ammesse allorché sono in atto mutamenti negli equilibri mondiali e nei rapporti di forza generali. Rammentiamo ancora una volta ai pennivendoli che i cinesi potrebbero essere rintuzzati in qualsiasi momento dai nostri protettori oltreoceanici perché costoro hanno basi e armamenti sul suolo nazionale. Ma i botoli dei media si fanno terrorizzare dai Panda Bond coi quali i Wang, gli Zhang e i Chen avrebbero dato il via alla colonizzazione del BelPaese. C’è una tara economicistica che fa credere ai più che basti comprarsi i titoli di uno Stato per controllarlo, così in quest’ottica la Cina sarebbe persino più potente degli Usa perché possiede il debito pubblico americano. Ovviamente, sono balle che i sedicenti esperti alimentano per nascondere altro, cioè che essi ricorrono alla stupidità per meglio servire la propaganda dei dominanti. Riporto, con commento tra parentesi quadre, un florilegio di tutte queste sciocchezze apparse ieri su un quotidiano nazionale molto vicino alla Lega: “Si chiamano «Panda Bond» e trasformeranno l’Italia in una riserva cinese. Sono le nuove obbligazioni che da oggi la Cassa Depositi e Prestiti potrà emettere per finanziare le aziende italiane che operano in Cina, ma denominate in renminbi e scambiate esclusivamente sul mercato del Dragone. Di fatto un pezzo del nostro apparato produttivo che il presidente Giuseppe Conte ha ceduto in uno dei tanti accordi firmati con Xi Jinping. E siamo pure contenti: masochismo puro”… “Con questi modi il gigante asiatico intende colonizzare il mondo: lo ha già fatto con l’Africa, dove ha fornito capitali per grandi opere pubbliche, salvo richiedere indietro con interessi salati i fondi anticipati, diventando proprietaria delle infrastrutture [qui ci si dimentica di dire che i cinesi sono stati sbattuti fuori da qualche paese africano, perdendo tutti i loro investimenti e senza risarcimenti, grazie all’aiuto di una manina occidentale, a testimonianza del fatto che la sola economia non può nulla contro la minaccia armata dei prepotenti]… “Perché è vero che gli accordi commerciali e industriali sono sacrosanti in quanto portano sviluppo e benessere [solita leccatina al libero-scambio, non guasta mai soprattutto quando si sta scrivendo di impedire di far circolare liberamente le merci perché non sono quelle ‘giuste’], ma è altrettanto vero che il fine ultimo della Cina è un altro. Affermare la propria egemonia, utilizzando la leva economica, demografica e militare. Ma se è comprensibile che possano cascarci i Paesi africani, davvero non si comprende come possa farlo l’Italia che è la settima potenza mondiale [gli unici che vengono ad affrancarci sono gli americani che ci hanno liberato persino dalla libertà, tutti gli altri portano con loro sempre un brutto retropensiero]… “Davvero siamo tanto disperati da dover porgere il nostro collo al cappio cinese? L’enfasi con cui si esaltano gli accordi firmati in questi giorni altro non è che una resa alla nostra impotenza e una certificazione di debolezza economica e politica”. … “Con Xi Jinping a Roma abbiamo siglato la nostra condanna a morte [addirittura!]…Al presidente della Repubblica Popolare Cinese tutto è permesso. Bandiera rossa ha sempre il suo fascino in Italia e da due giorni sventola sul Quirinale. Ma rosso è anche il colore del demonio. E quando il diavolo ti accarezza, come sta facendo la Cina con noi, è perché vuole prendersi l’anima [tocco anticomunista e teologico finale, casomai fosse sfuggita la sostanziale cialtroneria dello scrivente]”.

Ma andate a cacale!

UN’ALTRA PUGNALATA ALL’ITALIA

SudItaliabordello

 

Strano modo di tutelare il nostro interesse nazionale quello della Lega. Il Corriere della Sera riporta una nota da Palazzo Chigi, vergata dal movimento di Salvini, in cui si afferma che: “nelle ultime settimane il governo, condividendo la crescente preoccupazione in termini di cybersecurity da parte della comunità internazionale inclusi USA, G7 e la stessa Commissione europea ha lavorato all’ ampliamento del Golden Power con particolare riferimento allo sviluppo della tecnologia 5G”.
Quest’ultima, come abbiamo già scritto, comporta uno sviluppo accelerato in settori importanti ma, evidentemente, gli Usa non sono affatto contenti dello scenario e quindi si stanno frapponendo tra i cinesi, che detengono il primato di detto sistema, e i loro possibili interlocutori. Possiamo immaginare che il viaggio di Giancarlo Giorgetti a Washington, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in quota leghista, di fine febbraio, servisse a discutere anche di questo dossier. Dico anche perché in realtà avranno esaminato cose molto più serie, come politica estera, intelligence, ecc. ecc. Tutti temi sui quali tra noi e gli Usa esiste da tempo una ”dialettica”, quella servo-padrone. Non sarà stato il viaggio “culturale”, al di là dell’Atlantico, di Napolitano del 1978, che di fatto sancì lo spostamento di campo del Pci sotto l’ala statunitense, anticipato dalle dichiarazioni di Berlinguer del ’76 circa “l’ombrello Nato”, ma il momento storico suggerisce che qualcosa di grosso aleggia nell’aria, viste le trasformazioni politiche in corso a livello geopolitico. La mutata azione americana rifarà i connotati alle sue tradizionali sfere d’influenza, ricalibrando o sconvolgendo le precedenti formule.
Infatti, le dichiarazioni leghiste gridano vendetta e costituiscono l’ennesimo tradimento ai danni di questo pauvre pays. Siamo dominati da più di settanta anni dagli americani, in tutti i settori chiave e negli assetti strategici, ma si arriva a paventare di un pericolo cinese ancora inesistente nei fatti. Ieri temevamo i gialli per le merci a basso costo ora siamo terrorizzati dai loro progressi. Se vanno oltre l’involtino dobbiamo stare attenti al mandarino. Qualcosa non quadra nelle narrazioni di questi difensori della patria dell’ultima ora che fino a ieri volevano resecare l’Italia, isole comprese.
Vorremmo però ricordare ai nostri governanti del cambiamento che i principali problemi della cosiddetta cybersecurity in Europa sono venuti tutti da oltreoceano. Gli yankee hanno intercettato chiunque sul vecchio continente, ai livelli apicali di Stati e governi, facendo scoppiare scandali che però non si sono risolti in nulla, proprio perché questi controllano l’Ue “manu militari” e con spie sparse ovunque. La stessa Unione Europea è una loro creazione. Lo è dai primi passi di una integrazione forzata e gestita ideologicamente (con l’ingombro statunitense legittimato retoricamente per impedire il ritorno delle dittature) all’indomani della II Guerra Mondiale, pilotata dalla Cia, dal Fbi e dagli stessi militari che impiantavano basi ovunque fosse utile farlo. I grandi padri fondatori dell’Europa erano tutti finanziati dallo “straniero” e i loro nipotini sono ugualmente comprati o minacciati, a seconda del loro grado di sudditanza.
Questa è la realtà, ma qualcuno ha ancora davanti agli occhi una grande muraglia immaginaria che ci costerà sempre più cara, in termini di autonomia ed indipendenza, da Lisbona a Vladivostok.

Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi.

Cina

Gli affari si dovrebbero concludere quando sono convenienti e nel luogo in cui sono più favorevoli. Questo ci insegna la triste scienza e i suoi ancor più tristi economisti. In teoria. Ma in pratica le cose stanno affatto diversamente. Il mercato è sovrano, domanda ed offerta determinano i prezzi. Chi è più bravo si arricchisce e chi sbaglia perisce. I paesi devono specializzarsi nelle produzioni in cui sono più competitivi, ecc. ecc. Se lo Stato, con le sue ingerenze, interrompe l’agire della mano invisibile il sistema si inceppa e si precipita nelle crisi. Le imprese devono districarsi da sole senza finanziamenti pubblici. Sono tutte balle o quasi, ovviamente, che vengono a galla quando chi comanda davvero si vede pestare i piedi da un concorrente troppo spavaldo che arriva a rompergli le uova nel paniere. Cinesi, russi, italiani, francesi e assiro-babilonesi sono avvisati. La globalizzazione è solo un altro nome del predomino americano, come diceva Kissinger. se a Mosca si mettono in testa di vendere troppe materie prime in giro per il mondo o a Pechino di esportare merci danneggiando i business preponderanti di Washington ogni teoresi può andare a farsi benedire ed il pugno di ferro finalmente uscire dal guanto di velluto. A fortiori, perché gli Usa comprendono bene che dietro certe iniziative commerciali si celano obiettivi (geo)politici ben più sostanziali. Ora, la via della seta non è un vero pericolo per la Casa Bianca ma certe attività vanno coordinate, cioè autorizzate. Altrimenti l’Egemone è costretto ad alzare la voce e i sottoposti a farsela sotto. E se ne vedono già tanti tra i nostri politici con la cacarella che si tirano indietro persino per qualche contrattino da poco. E’ vero che la questione della rete 5g ha un suo peso strategico, tanto che Mattarella è immediatamente intervenuto a rassicurare gli Usa sul fatto che quest’ultima sarà esclusa da eventuali intese, tuttavia, è proprio essa che dovrebbe interessarci di più per le sue novità. Non sono un esperto di tecnologia ma da quello che leggo in giro si tratterebbe di una rivoluzione plurisettoriale che passa dall’informazione e della comunicazione per influenzare trasporti, manifattura, industria, energia, sanità, ecc. ecc. Le chiavi del sistema sarebbero in mano ai cinesi e questo agli americani non piace. Eppure, poiché gli statunitensi controllano i settori più avanzati questa differenziazione dell’offerta sarebbe giustificata. Del resto, non è stata proprio Washington a far saltare il gasdotto South Stream, che dalla Russia sarebbe sbucato in Italia, col pretesto che questo avrebbe reso l’Europa troppo dipendente da un solo fornitore? Si vede che se l’offerente è yankee il problema non si pone. Quindi la Cina sarebbe un pericolo perché ci invita a concludere accordi commerciali. La Russia sarebbe una minaccia perché ci invita agli accordi energetici. Questi paesi utilizzerebbero patti e contratti per ingerirsi nei nostri affari e condizionare le nostre scelte. Un vero attentato alle nostre libertà democratiche. Invece, la presenza militare diretta degli USA sul nostro suolo, da nord a sud della Penisola, è garanzia di indipendenza non di occupazione da parte di un paese straniero. Nevvero? Dove passano gli eserciti americani non passano le merci di terzi, reinterpretando Bastiat.

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