GRANDE CAOS SOTTO IL CIELO (di GLG)

gianfranco

[[Preoccupazione per il lancio soprattutto in Corea del Sud e Giappone. Seul ha fatto sapere di avere lanciato un missile in mare in risposta a Pyongyang e la presidenza ha convocato una riunione urgente del consiglio di sicurezza nazionale. Riunione analoga è stata convocata anche in Giappone, dove intorno alle 7 ora locale (mezzanotte circa fra giovedì e venerdì in Italia) nel nord del Paese sono risuonati avvertimenti che invitavano i cittadini a cercare rifugio. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato aggiornato sul lancio: ultimamente la sua politica è stata di chiedere alla Cina di fare di più per arginare il suo vicino. Ma Pechino preferisce una risposta internazionale al problema. «Cina e Russia devono esprimere la loro intolleranza per questi sconsiderati lanci missilistici intraprendendo da sé azioni dirette», ha dichiarato il segretario di Stato americano, Rex Tillerson. Pechino però, tramite una portavoce del ministero degli Esteri, ha negato che la Cina abbia la chiave per allentare la tensione sulla penisola: «Ogni tentativo di lavarsi le mani dalla questione è irresponsabile e non aiuta a una soluzione», ha affermato, ribadendo che secondo Pechino le sanzioni sono efficaci solo se accompagnate dai colloqui.]]

[[Abbiamo strangolato la Corea del Nord economicamente, abbiamo tagliato il 90% degli scambi commerciali» di Pyongyang» . Intanto il presidente Donald Trump incontrerà il premier Giapponese Shinzo Abe e il leder sudcoreano Moon Jae in la prossima settimana a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu]]

Da un articolo del “Corriere della sera”, della Redazione on line

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Come già ho altre volte sottolineato, uno dei motivi rilevanti (non l’unico) dell’atteggiamento della Corea del Nord – che certamente non agisce semplicemente di testa propria per “follia” di un “dittatore”, in base a quanto affermano fonti di informazione di una stupidità crescente e dichiarazioni politiche ufficiali tracotanti ma poco convincenti (e direi perfino poco convinte) – è l’intenzione di spingere Giappone e Corea del Sud ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Questi due paesi gongolano, pur con dichiarazioni di preoccupazione e di ostilità (che è reale, sia chiaro) nei confronti dei nordcoreani. Anche la Cina – che finge di criticare pur essa il paese “atomico” (e di fatto amico), ma dice di non poter far niente e sottolinea la necessità di evitare soluzioni militari – è in realtà soddisfatta. Evidentemente, Cina, Giappone e Corea del sud non sono alleate fra loro, anzi in netto contrasto quali potenze interessate all’area asiatica. Il problema è che la predominanza conquistata dagli Usa con la seconda guerra mondiale è ormai sopportata a denti abbastanza stretti e si desidera giungere ad una migliore articolazione delle sfere d’influenza di tali nazioni (fra le quali al momento la Cina è nettamente più forte) in quest’area. I tre paesi sono avversari, ma interessati ad una diminuzione della “presa” statunitense. E gli Usa hanno certo le mani che prudono, vorrebbero probabilmente intervenire, ma sono sufficientemente intelligenti (non come i giornalisti d’accatto) per valutare l’insieme della questione e i possibili giochi dei paesi asiatici succitati; lo ripeto, non alleati e conniventi fra loro, ma comunemente interessati all’indebolimento della preminenza statunitense.
La Russia, che purtroppo non ha la potenza dell’Urss di un tempo, mi sembra fare la sorniona in tal caso. Essa manifesta preoccupazione, non credo realmente sentita, per il comportamento nordcoreano, ma sono convinto che ne è invece intimamente soddisfatta poiché può creare problemi agli Stati Uniti – pur se questi decidessero, abbastanza improvvidamente, di attaccare il “provocatore” – e alla lunga favorire un allentamento della “pressione” esercitata ai suoi confini; tipo quella posta in atto dalle precedenti amministrazioni Usa in Ucraina. E poi ci sarebbero forse ricadute positive in Siria e in generale in tutta l’area, ivi comprese magari Turchia e Iran e poi ancora in Libia dove ci sono contatti tra russi e il gen. Haftar, al vertice della Cirenaica.
Quanto allo strangolamento dell’economia nordcoreana, sostenuto per nascondere la rabbia di non poter procedere senza effetti negativi alla “distruzione” del “dittatore” nordcoreano, c’è solo da sorridere. La stragrande maggioranza del commercio estero di tale paese è con la Cina. Si può essere certi che i cinesi sarebbero perfino capaci di far la faccia feroce con l’alleato e lasciare in piedi quel commercio fin nelle sue minutaglie; in realtà, hanno un atteggiamento molto moderato e insistono per trattative. Così pure altri paesi. Il fatto è che Bush e Obama (e anche altri come Clinton) hanno lasciato una gran brutta eredità a Trump, con effetti di quelle strategie aggressive (dirette e indirette) alla fin fine poco positivi. Malgrado questo risultato, il vecchio establishment non dismette i tentativi di far cadere la nuova presidenza, creando la possibilità di ulteriori indebolimenti della preminenza mondiale Usa a causa dei gravi ritardi nel pensare una strategia più appropriata, tesa fra l’altro al consolidamento delle aree tradizionalmente influenzate dal paese ancora predominante: Sud America e, di fatto, la UE, dove esistono paesi, quelli ex “socialisti”, decisamente sfavorevoli alla Russia e quindi pienamente schierati con la potenza d’oltreatlantico. Comunque, anche in Europa si avvertono possibili mutamenti d’impostazione; Macron sembra non essere del tutto sfavorevole a Trump. D’altra parte, quest’ultimo (il gruppo che rappresenta) deve mostrarsi morbido e pronto a compromessi con gli avversari interni, arrivando quindi ad alcuni rilevanti cedimenti. Nel contempo, deve mettere in mostra un alto grado di aggressività, come quella contro il Nord Corea, per fingersi interessato ad un predominio globale, ormai difficilmente raggiungibile.
Tutto questo sta ritardando, e di molto, un possibile riadattamento strategico statunitense alla nuova situazione mondiale in fase di movimento disordinato e piuttosto incontrollabile, tipica caratteristica del multipolarismo in accentuazione. Molto bene: “grande caos sotto il cielo”. E sempre maggiori difficoltà per chi vorrebbe prevedere con maggiore correttezza i fenomeni che si andranno producendo nel breve e medio periodo (quelli del lungo periodo li lasciamo ai profeti, cioè ai fessi).
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IL PAZZO E’ KIM?

china vs usa

 

Mentre i nostri commentatori del piffero, col loro codazzo di giornalisti dilettanti, sprecano tempo a psicoanalizzare Kim – il pazzo, il folle, l’Hitler del XXI secolo, e via sproloquiando – per leggere qualcosa di sensato bisogna ricorrere alle fonti estere. Anche a quelle statunitensi che, sul tema, appaiono molto più ragionevoli dei servi europei. Secondo gli analisti americani, l’alleanza tra la Superpotenza e la Corea del Sud resta determinante per legittimare la presenza a stelle e strisce in un’area strategica come quella Asia-Pacifico, per contenere la Cina ma anche per sorvegliare paesi amici, con velleità egemoniche, come il Giappone. In Corea del Sud gli Usa hanno un avamposto militare privilegiato che sarebbe impossibile collocare, alle stesse condizioni, in un altro contesto.
Come viene riportato sul sito del Russian International Affairs Council, Washington intende mantenere il suo dominio politico e militare in Asia orientale e impedire a Pechino di rafforzare significativamente le proprie posizioni.

La Cina non farà scoppiare una guerra alle sue frontiere, checché ne dicano i catastrofisti alla Giulietto Chiesa. Cercherà, ricorrendo al soft power con l’alleato e alla persuasione diplomatica con gli Usa, di garantire stabilità nella penisola coreana, continuando a rafforzarsi militarmente.
In prospettiva, Pechino proverà ad estendere la sua influenza in Asia orientale, sottraendo spazio agli Usa. Ma sono processi più o meno lunghi che sfociano in conflitti diretti solo dopo l’esaurimento di innumerevoli mosse tattiche da parte dei contendenti. La guerra è sempre un’estrema ratio tra avversari di grosso calibro. Per ora siamo abbastanza lontani dal punto critico. Ovviamente, Washington vuole evitare che le mire cinesi si concretizzino. Mantenendo una energica presenza politico e militare in Asia orientale tenta di scongiurare tale eventualità.
Gli americani restano in relativo vantaggio anche in quest’area ma alcune loro iniziative, spesso affrettate, testimoniano di un cambio di stato d’animo alla Casa Bianca. Il dispiegamento di scudi spaziali in territorio sud coreano, accresce i sospetti cinesi. La Corea del Nord non costituisce una minaccia tale da giustificare questo dispiegamento di mezzi. Ergo, gli americani si stanno premunendo contro la Cina. Gli Usa hanno usato speculare espediente in Europa contro la Russia, anche se inizialmente avevano affermato di voler proteggere il Vecchio Continente dall’Iran.
In ogni caso, come sostiene giustamente il RIAC, Pechino è interessata “alla prolungata esistenza della Corea del Nord, governata o meno dalla dinastia Kim”, anche se quel paese dovesse assurgere allo status di potenza nucleare de facto. I cinesi temono “che il crollo del regime nordcoreano possa provocare l’ancoraggio del Nord al Sud, formando così uno stato coreano unificato con capitale Seoul” e decisamente filo-americano. Le ambizioni cinesi in Asia ne uscirebbero ridimensionate se non a pezzi.
Piuttosto, la Cina è decisa ad espellere Washington dalla Penisola Coreana. Non è una questione di giorni o di mesi, si tratta di un obiettivo decisivo di lungo termine. Il programma missilistico nucleare di Pyongyang potrebbe essere un iniziale deterrente contro la presenza americana in quella zona. A quel punto, le basi statunitensi in Corea diventerebbero inutili. Un attacco a Pyongyang costerebbe a Washington una rappresaglia con distruzione delle sue “stazioni militari” di Honolulu, Seattle o Los Angeles.
Inoltre, l’affare coreano è un ottimo diversivo mentre la Cina cerca di “occupare” il Mar Cinese meridionale. Il dossier coreano è anche possibile merce di scambio. Infatti “Pechino potrebbe chiedere che gli Stati Uniti di ridurre il proprio sostegno a Taiwan come sovrapprezzo per la sua disponibilità a cooperare sulla Corea del Nord. I problemi nord coreani e taiwanesi sono reciprocamente interrelati. Fu l’inizio della guerra di Corea a spingere il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, ad offrire una protezione navale a Taipei, che prosegue sino ad oggi. La Cina non vuole far scomparire la Corea del Nord dalla mappa politica e continuerà a considerare tale paese come suo patrimonio geopolitico, almeno fino a quando la rivalità di Pechino con Washington, per la penisola coreana e tutta l’Asia orientale, continuerà. Se la Corea del Nord fosse destabilizzata dall’interno con la minaccia della disintegrazione del regime politico e della nazione, Pechino farebbe tutto il possibile per impedire a Seul di riannodare il Nord. Le truppe cinesi invaderebbero la Corea del Nord ben prima di qualsiasi passo dell’alleanza sud-coreana. Probabilmente Pechino avrebbe ragioni legali per farlo agendo su invito e con il consenso di Pyongyang” (Riac).
E la Russia (che con la Corea condivide un breve tratto di confine)? Per ora Mosca converge sulla posizione cinese, perché dagli Usa ha ricevuto solo affronti e provocazioni. Anche il Cremlino vuole sfruttare questa crisi per ottenere qualcosa dai padroni del mondo o per potenziare l’intesa con i cinesi. Ciascuna delle due opzioni è sul tavolo proprio perché non è l’amicizia ma l’interesse a guidare la geopolitica.

UN MODESTO “AVVERTIMENTO”, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

finirà probabilmente come la crisi dei missili sovietici a Cuba nel ’62; anche se le cose stanno in modo certamente differente. Il “folle dittatore” nordcoreano, criticato pure dalla Cina, non agisce in modo scoordinato da quest’ultima. Chissà quante telefonate o altre comunicazioni ci sono tra i due governi. La Russia, che si trova in forte tensione con gli Usa – anche questa alimentata in buona parte per motivi di copertura di altre manovre – gioca alla mediazione e invita alla calma. Il Giappone e la Corea del Sud, “minacciate” (sanno benissimo di non correre alcun  pericolo), ne approfitteranno per cominciare a dotarsi di maggiore autonomia bellica (o almeno a mettersi in quest’ottica per convincere il proprio popolo, e soprattutto quello degli Usa e di altri paesi, di tale impellente necessità), il che le renderà un domani preparate ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti e a giocarsi in proprio il conflitto per le sfere d’influenza in area asiatica. Naturalmente questo le porterà in maggior urto con la Cina, ma anche quest’ultima ha interesse che in quell’area diminuisca l’influenza statunitense onde potersi giocare la supremazia con le concorrenti potenze (o subpotenze) della regione. Negli Stati Uniti, in cui continua il contrasto tra il nuovo presidente e il precedente establishment, ancora molto attivo, Trump deve ben barcamenarsi nei suoi rapporti internazionali con mosse infatti contraddittorie, ma non improvvisate. Si accentuano i conflitti (e sanzioni) con la Russia, con la Cina (anche attraverso la crisi con la Corea), ma sicuramente si svolgono molti colloqui “sotto coperta”. Potrebbe anche esserci bisogno di qualche “scaramuccia” un po’ più energica del solito, ma non scoppierà alcuna guerra di proporzioni preoccupanti per l’intero mondo; almeno non per un periodo non proprio breve. Poi certamente vi sarà il solito e “normale” regolamento di conti; ma più avanti, per un’altra generazione. Se tutto questo, nell’attuale fase di alcuni anni, consentirà a Trump di non essere scalzato, dovremo ben riconsiderare la ristrutturazione delle sfere d’influenza dei vari paesi. E lo stesso comunque dovremo fare, ma con conclusioni diverse, se invece i nemici dell’attuale presidente Usa riusciranno nel loro intento. E lasciamo i vari coglioni sempre all’opera blaterare sulla globalizzazione dei mercati, sul dominio di una massoneria finanziaria al vertice del mondo (il che, se fosse vero, garantirebbe una pace perpetua) e le altre idiozie di mentecatti vari, che cercano, ormai ridicolmente, di sviare l’attenzione della gente dai reali giochi condotti dagli effettivi gruppi dominanti di alcune maggiori potenze con i loro accoliti e sicari al seguito. Il fallimento di tutto il vecchio armamentario politico e intellettuale è ormai manifesto e clamoroso. Guai se la gente non capisce di avere a che fare con furfanti, per di più ritardati mentali; avrà guai seri, non nel senso della guerra mondiale, ma del totale disfacimento sociale e culturale.

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REDUCTIO AD HITLERUM (G.P.)

I giornali sono un vero immondezzaio. Sempre schierati dalla parte del più forte, stravolgono logica e buon senso pur di sostenere la improponibile versione dei loro padroni. C’è un piccolo paese, la Corea del Nord, di 24 milioni di abitanti, minacciato ai suoi confini da due eserciti stranieri, quello sud coreano e quello statunitense (ma anche da quello nipponico che fino al 1945 ha tenuto sottomessa la Penisola). La presenza americana in Corea del Sud si sostanzia in 8 basi militari e 37 mila soldati. La Corea del Nord dista più di 10 mila km dagli Stati Uniti e non ha né basi né militari dislocati fuori dal suo territorio, contrariamente agli yankees che sono ovunque. E’ la solita storia del lupo e dell’agnello che inquinerebbe, bagnandosi il muso a valle, l’abbeveratoio alla bestia feroce collocata a monte. Considerata la posizione geografica della Corea del Nord, che confina con la Cina ma anche con la Russia, nazioni sfidanti il dominio degli Usa sul pianeta, si comprende facilmente tra quali pressioni geopolitiche questo Stato deve ponderare la sua dottrina estera e a quali influenze multiple deve sottostare (come scrive La Grassa poco sopra).  Per rintuzzare i rischi che derivano da questa situazione alla sua sicurezza, supportata tecnologicamente da Mosca e Pechino, Pyongyang cerca di assurgere allo status di potenza nucleare ed effettua, al pari di altri Stati, test esplosivi e balistici finalizzati ad assicurare la sua difesa. Apriti cielo. Sui quotidiani hanno fatto già scoppiare la III Guerra Mondiale. La sola probabilità che la Corea del Nord si doti di un ordigno di distruzione di massa (sotto l’occhio vigile dei suoi alleati più forti) è un pericolo per l’umanità mentre il fatto che i suoi avversari ne siano già in possesso da decenni, e che l’abbiano persino usata in passato, costituirebbe garanzia di pace per tutti. La reductio ad hitlerum ricade immancabilmente sulla testa di Kim Jong-un ma non sul ciuffo di Trump o, prima di lui, sul cespuglio di Obama perché l’America è buona per statuto ontologico e nessuno deve criticarla nonostante la scia di sangue e distruzione che essa si lascia dietro da oltre 70 anni.

Ricordatevi delle parole di Balzac:

Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch’egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole…

FORME VARIE DEL CONFLITTO MULTIPOLARE, di GLG

gianfranco

Continua la sceneggiata che, come tutte le sceneggiate, può avere soluzioni gravi, meno gravi, moderate, a seconda dell’evoluzione di un confronto tutto sommato triangolare: Usa, Cina, Russia. Ovviamente, in tale confronto gioca un ruolo primario il Nord Corea. Del tutto esagerate, e non certo per follia del leader nordcoreano, le sue affermazioni del tipo: cancelleremo gli Stati Uniti dalla faccia della terra. Più credibili, questo va da sé, le affermazioni di Trump. In ogni caso, continuo a ritenere che la soluzione, alla fine escogitata, non sarà per nulla qualcosa di “sfuggito di mano”. La faranno magari passare per tale, ma sarà stata invece pensata e ripensata e “rimodellata” chissà quante volte. Tuttavia, sono pure convinto che ancora non sia stata presa la decisione definitiva. E nemmeno, quando verrà presa, sarà quella pienamente approvata dai suddetti “tre attori”; è abbastanza chiaro che sarà più vicina alle preferenze di uno dei tre e, anche fra gli altri due, vi saranno livelli diversi di insoddisfazione. Il tutto è con molta probabilità dovuto in particolare allo scontro in atto negli Stati Uniti con la necessità, per gli avversari di Trump (e di coloro che in qualche modo costui rappresenta), di far presto a mutare il risultato – decisamente inaspettato anche fra i servitori europei – delle elezioni presidenziali americane. E credo che anche Russia e Cina – senza tante consultazioni fra loro – stiano valutando che cosa conviene meglio loro in merito all’esito dello scontro interno ai gruppi dominanti americani.

Altra “sparata” per nulla affatto improvvisata di Trump è quella relativa al possibile intervento militare in Venezuela. Maduro ha chiesto un colloquio telefonico per allentare la tensione e gli è stato risposto che questo verrà concesso quando sarà ristabilita la “democrazia” e garantita la “libertà” al popolo venezuelano. Si potrebbe fare ironia, ricordando gli interventi americani in Cile e in mille altri posti, non solo in Sud America ma in tutto il mondo; ultimi fra questi, quelli in Siria, in Libia e nord Africa, in Ucraina (e prima in Georgia), ecc. Gli Stati Uniti sono il bubbone che impesta il mondo da decenni e decenni, malgrado alcuni elementi di più benevola considerazione di quel paese (ma non in tema di politica, tanto meno di “democrazia” e “libertà”). In ogni caso, va rilevato più freddamente che le minacce contro il Venezuela – pur se lì s’instaurasse una “dittatura” è cosa che riguarda solo quel paese e nessuno dovrebbe metterci il naso, se veramente vigesse il principio della “libertà”, che significa pure non ingerenza negli affari interni di una data “collettività” – servono a Trump anche per finalità interne, ponendo in evidenza la differenza tra la strategia dei suoi centri sostenitori rispetto ai precedenti. Viene chiaramente fatto capire che gli Usa devono tornare, proprio come ai tempi di Pinochet, a considerare il Sud America (e anche il Messico e i paesi del Centro-america) area decisiva per la sicurezza del paese, area in cui non consentire alcuna infiltrazione di forze politiche – sia pure orientate da finalità ormai vetuste e definitivamente fallite nei tempi trascorsi – con intenti di propria autonomia rispetto a chi si è sempre considerato totalmente egemone in tutto quel continente, da nord a sud.

Possiamo essere solo spettatori di questo complesso “gioco” che, a mio avviso, è ancora connesso alla situazione di crescente (non in modo lineare e continuo) multipolarismo; mentre si è ancora lontani da un effettivo policentrismo, che potrebbe portare alla risoluzione del conflitto mediante netti e decisivi scontri bellici di tipo globale tra due schieramenti antagonisti “coagulatisi” in funzione dello stesso. Ma questo ben più in là nel tempo.
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LE “COMMEDIE” DELLA POLITICA “POLITICANTE”, di GLG

gianfranco

Qui
da cui estraggo un paio di passaggi molto indicativi:
[“Russia e Cina condividono la preoccupazione di una escalation nella penisola coreana”, dice l’ambasciatore Vladimir Safronkov, vice rappresentante permanente della Russia all’Onu. “Siamo contrari a qualsiasi affermazione o azione che porti ad una escalation, lanciamo un appello alla moderazione e non alla provocazione”, continua, rimarcando che “la possibilità dell’uso della forza militare deve essere esclusa”. Da escludere anche nuove sanzioni: i tentativi di strangolare economicamente la Corea del Nord sono inaccettabili e non risolvono i problemi.]
[Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento dell’ambasciatore cinese, Liu Jieyi: l’ultimo lancio di missile balistico da parte di Pyongyang è “una flagrante violazione” delle risoluzioni Onu ed è “inaccettabile”. Ma si “chiede a tutte le parti coinvolte di esercitazione moderazione, evitare azioni provocatorie, retorica belligerante, dimostrando la volontà di dialogo incondizionato e lavorando attivamente assieme per disinnescare la tensione”. Liu ha anche chiesto lo stop al dispiegamento del sistema di difesa antimissile Thaad americano in Corea del Sud.]
Tipica “commedia” di quest’epoca che assomiglia, come detto (e ripeterò ancora) molte volte, a quella di fine XIX secolo, con la crescita delle nuove potenze in concorrenza con l’Inghilterra e il conseguente accentuarsi del multipolarismo poi sfociato in mezzo secolo XX di importanti guerre per la supremazia mondiale.
Nell’epoca odierna, Russia e Cina affermano di rendersi conto delle preoccupazioni create dal Nord Corea (la seconda afferma addirittura che il lancio di missili da parte di quest’ultima è “inaccettabile”), ma si oppongono perfino a sanzioni economiche. Fa soprattutto sorridere l’atteggiamento cinese (non a caso si parla spesso di “cineserie”), che evidentemente conosce bene, e sono convinto in buon anticipo, le mosse nordcoreane. Gli Usa fanno la voce grossa, minacciano pesante, magari potrebbero pure compiere qualche mossa bellica; non ci si preoccupi, fa parte delle varie sceneggiate di quest’epoca di “transizione” (ormai sempre più confusa e difficilissima da seguire), ancora piuttosto lontana dall’esigenza di regolare infine i conti.
Qualsiasi cervello pensante, e non abituato al conformismo più deprivante, si dovrebbe poi chiedere: per quale motivo alcuni paesi (Usa, Urss e oggi Russia, Cina e qualche altro) hanno il diritto di tenersi arsenali nucleari e missilistici mentre altri (non solo il Nord Corea, ricordo pure l’Iran) hanno la proibizione di seguire la stessa strada? Sono dei paria forse? E non si tratta solo di mantenere tali arsenali, che vengono invece accresciuti, potenziati, dai paesi cui tutto è permesso. E in questi si stanno anzi sperimentando nuove strumentazioni belliche, si studiano riorganizzazioni strategiche (e territoriali) degli eserciti (nelle loro tre classiche sezioni, comprese cioè quella navale e aerea) e via dicendo. Certi paesi hanno però la proibizione di seguire, chiaramente in forma ridotta, tale via. In ogni caso, poiché il Nord Corea non ha certo dimensioni e forza tali da far concorrenza alle vere potenze, è evidente che non agisce in modo isolato e privo di ogni copertura. Assistiamo a variegate “commedie”, delle quali si deve prendere atto senza troppo scaldarsi; altrimenti si fa la figura dei cretini, che tuttavia rappresentano la stragrande maggioranza delle varie popolazioni; come al solito ignare di che cos’è la vera politica, non quella raccontata da solenni mentitori o praticata da quaquaraqua tipo quelli esistenti in Italia e anche nella UE.

Recensione a “Geofinanza e geopolitica”, di Parenti-Rosati (edizioni Egea)

mondo

Il manuale curato da Fabio Massimo Parenti e Umberto Rosati, intitolato “Geofinanza e geopolitica” (ed.Egea), con studi di Silvia Grandi, Ann Lee e Davide Tentori, è uno strumento molto utile per comprendere lo sviluppo delle dinamiche finanziarie della nostra epoca. Il testo è agevole, benché mai superficiale, ed è comprensibile anche ai lettori non esperti che, pur non maneggiando linguaggio e tecnicismi economico-finanziari, vogliano approcciarsi all’apprendimento della tematica.

Il saggio permette di farsi un’idea delle trasformazioni avvenute nel sistema finanziario internazionale, dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, mettendo l’accento sulle specificità storico-geografiche che ne hanno influenzato lo sviluppo. Il processo di globalizzazione, secondo gli autori, inizia idealmente dagli accordi Bretton Woods del 1944. Qui si fissano le regole di funzionamento del sistema finanziario e monetario e si istituzionalizzano i rapporti di dominanza, a matrice anglosassone (cioè statunitense e inglese), che attraverso l’adattamento nel tempo, o, persino, momenti di sconvolgimento di pratiche e paradigmi consolidati (si pensi alla decisione di Nixon, nel 1971, di sospendere la convertibilità dollaro-oro) si estenderanno all’intero globo; a fortiori dopo il collasso del blocco sovietico, in seguito al quale l’egemonia occidentale non incontrerà quasi più ostacoli sulla sua strada.

Odiernamente, l’unipolarismo americano inizia a mostrare le prime crepe, ad evidenziare i sintomi di un relativo declino che però non prefigurano, come qualche ottimista ritiene un po’ troppo frettolosamente, la quasi certezza di un imminente tracollo della potenza d’oltre-Atlantico. Tuttavia, i segnali di debolezza inviati dell’impero americano imbaldanziscono i suoi competitor sulla scacchiera mondiale. Giustamente, scrivono gli autori, oggi: “quest’assetto di potere viene sfidato da alcuni paesi emergenti e in particolare da Cina e Russia”. Russia e Cina (e non inverto casualmente l’ordine dei nomi rispetto a quanto riportato nel libro) rappresentano le concrete potenze revisioniste degli assetti internazionali, quelle che, almeno regionalmente, tentano di erodere lo strapotere americano generando o rigenerando le loro sfere d’influenza. In sostanza, il venir meno di un unico centro regolatore a livello planetario sta rimettendo in discussione il secolare disegno geopolitico americano e le leggi economico-finanziarie che lo hanno sin qui normato. Russia e Cina, infatti, pur operando come economie di mercato, rappresentano configurazioni capitalistiche con peculiarità proprie, non direttamente sovrapponibili al modello occidentale. I due giganti condividono con quest’ultimo alcuni fattori fondamentali, come la forma-impresa o la forma-mercato (elementi di elevata dinamicità che hanno decretato la superiorità della tipologia capitalistica anglo-americana rispetto ad esperimenti alternativi del passato, come il socialismo ir-realizzato) ma differiscono per aspetti strutturali non inessenziali, sia a livello di complessi statali che per articolazione sociale. Certo, dar adito agli ossimori non aiuta a rendere intelligibili le reali differenze tra sistemi: «Se c’è un “modello cinese” la sua più rilevante caratteristica è la volontà di sperimentare con differenti modelli». Secondo alcuni autorevoli studiosi, la traiettoria contemporanea dello sviluppo cinese sarebbe riconducibile, con tutte le sue ibridazioni e nuove sperimentazioni, a un sistema di mercato non-capitalistico, oppure a un socialismo di mercato. Ciononostante, nell’interpretazione della maggior parte dei media e dell’opinione pubblica occidentali, in cui sembrano prevalere pregiudizi etnocentrici e acritici, la Cina contemporanea è vista come un «sistema capitalistico autoritario». Non di questo si tratta, né di socialismo di mercato, che è un autentico obbrobrio categoriale, né di capitalismo-autoritario, che è un giudizio ideologicamente liquidatorio. E’, invece, innegabile che segmentazione e stratificazione degli apparati e dei ruoli apicali, a livello statale-politico, ma anche economico-strategico (imprese di punta), tanto in Russia che in Cina, derivano da logiche (lotta per il potere tra gruppi autoctoni e successiva proiezione esterna della potenza nazionale) non del tutto assimilabili allo schema capitalistico predominante di tipo “anglobalizzato”.

Dovremmo, dunque, iniziare a parlare non più di capitalismo ma di capitalismi se vogliamo meglio discernere affinità e divergenze tra gli attori in campo e loro sistemi organizzativi, senza ricorrere alle fughe in avanti terminologiche che conducono l’analisi scientifica in vicoli ciechi. Ad uno di questi punti morti teoretici ha condotto, per esempio, il cosiddetto concetto aleatorio di finanzcapitalismo, che gli autori sembrano però condividere. Il finanzcapitalismo, secondo Gallino, è quella mega-macchina sociale che ha superato il capitalismo industriale “a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sottosistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona. Così da abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Perché il finanzcapitalismo ha come motore non più la produzione di merci ma il sistema finanziario. Il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro. In un crescendo patologico che ci appare sempre più fuori controllo”.

In realtà, per quanto la finanza abbia affinato le sue tecniche e la sua capacità di condizionamento, anche grazie alla tecnologia informatica, essa non è diventata l’orizzonte ultimo del sistema, lo stadio finale di una degenerazione irreversibile del capitalismo. Piuttosto, siamo in presenza di una ricorsività gravida di conseguenze geopolitiche. Le crisi finanziarie annunciano cambiamenti più profondi che si sostanziano all’interno dei rapporti di forza tra potenze, nella loro battaglia per la preminenza.

Gli autori ricostruiscono abilmente, ricorrendo a dati, tabelle e schede di approfondimento, le scelte istituzionali, gli eventi, le circostanze e le coincidenze che “contribuirono a generare la «tempesta perfetta» all’origine della crisi finanziaria globale scoppiata negli Stati Uniti nel 2007, manifestatasi pienamente nel 2008, e continuata in forme differenti fino ai giorni nostri”. E’ stato questo il terremoto finanziario che ha modificato la fiducia di milioni di persone e molte delle precedenti sicurezze circa una perdurante stabilità globale (la fine della storia di Fukuyama), oramai svanite. Tuttavia, bisogna stare molto attenti ad interpretare questi segnali, evitando accuratamente di essere risucchiati dalle profezie apocalittiche che generalmente accompagnano accadimenti così caotici. Sebbene lo choc sia emerso negli Usa, evidenziato dal fallimento di grandi banche ed altri operatori del settore, con pesanti ripercussioni anche sull’economia reale, gli effetti negativi più duraturi della crisi si sono materializzati soprattutto nelle zone subordinate a Washington. Europa compresa. Ora gli Usa sembrano in ripresa mentre le nazioni sotto il suo ombrello continuano ad arrancare. A queste manca quella libertà di agire e di sperimentare alternative al caos sistemico globale che, forse, potrebbero applicare solo distaccandosi dal giogo americano. Non è un caso che Washington proceda serrando i ranghi coi suoi alleati ed incrementando l’aggressività verso quelle potenze che offrono opzioni di risalita innovative, in contrasto con i suoi interessi.

Non condividiamo l’impostazione wallersteiniana, ripresa dagli autori, secondo la quale “la globalizzazione abbia avuto inizio con l’affermarsi della moderna economia, configurando una situazione di crescente autonomia del settore economico rispetto alla sfera politica”. E’ sempre la politica che indirizza questi processi benché lo faccia celando le sue iniziative dietro il paravento della “legalità” mercatistica. La sfera finanziaria ha sicuramente una sua autodeterminazione ed, effettivamente, può divenire, in alcune occasioni, predominante rispetto alla sfera politica, ma limitatamente ad aree o formazioni subalterne a centri strategici esterni, i quali sono immancabilmente politici, anche quando manovrano prodotti speculativi. Per questo, negli Usa non si può parlare di predominio della finanza sulla politica, semmai lo si può dire per la dipendente Europa. La globalizzazione, infatti, va colta come processo di dominazione politica, con importanti implicazioni (geo)economiche, e non viceversa. Del resto, sia Wallerstein che Arrighi, appoggiandosi a questa falsa convinzione si sono lasciati andare a futili vaticini ineluttabilmente smentiti dall’ingresso nella corrente era multipolare, in cui sono tornati in evidenza gli Stati. Tempo fa Wallerstein scrisse di essere convinto che “da almeno 30 anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalista. Ciò che differenzia fondamentalmente questa fase dalla successione ininterrotta dei cicli congiunturali passati è il fatto che il capitalismo non perviene più a «farsi sistema», nel senso in cui lo intende la fisica e chimica Ilya Prigogine (1917-2003): cioè quando un sistema, biologico, chimico o sociale, devia troppo sovente dalla sua situazione di stabilità e non arriva più a ritrovare l’equilibrio. Si assiste allora a una biforcazione: la situazione diventa caotica, incontrollabile per le forze che la dominavano fino a quel momento. Emerge in questo modo una lotta non più tra sostenitori e avversari del sistema, ma tra tutti gli attori che lo compongono per arrivare a determinare ciò che potrebbe rimpiazzarlo. Personalmente riservo la parola «crisi» a questo tipo di periodi. E bene, oggi siamo in crisi. Il capitalismo è giunto alla sua fine”. 

A conclusioni analoghe era giunto anche Arrighi nella parte finale de “Il lungo XX secolo”.

Che quest’orientamento sia erroneo lo si desume proprio da quanto anticipavamo poc’anzi. Ovvero, non si è affatto “aperto un lasso di tempo all’interno del quale vi è la possibilità d’influenzare l’avvenire con la nostra azione individuale”, come impropriamente previsto da Wallerstein, ma si è schiusa una fase in cui  è la contesa tra gli Stati per il multipolarismo a riconfigurare l’architettura del potere mondiale, al di là di atti meramente soggettivi.

Meritevole è, infine, l’ultimo capitolo del libro dedicato alla Cina. Vi è in esso il tentativo di esporre, con chiavi d’interpretazione originali ed avulse dai soliti luoghi comuni (il socialismo di mercato, il capitalismo autoritario, ecc. ecc.), il fenomeno economico e politico cinese. Gli studiosi sono interessati ad “indagare tra le altre cose il rapporto Stato-società e i processi di pianificazione territoriale. Questi ultimi, in particolare, sono all’origine delle più recenti trasformazioni socioeconomiche e tecnologiche del paese e, contestualmente, delle sue strategie di graduale ma costante internazionalizzazione di intere regioni e sempre più estese reti urbane”. Si rileva, inoltre, della spinta propulsiva con la quale Pechino cerca di consolidare e di estendere la sua egemonia sul palcoscenico mondiale, sia ricorrendo all’influenza economico-commerciale che ad accordi politico-militari, anche in competizione con gli Usa. A parere nostro, il sistema politico cinese sconterà ancora delle pesanti difficoltà, non come asserisce la vulgata economicistica in virtù dei troppi vincoli statali imposti al libero mercato, ma a causa delle relazioni tra gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica, che in un sistema che si definisce comunista, pur non essendolo affatto, potrebbero arrivare ad un punto di rottura ideologico, con ripercussioni sul tessuto connettivo sociale. Fu questo che determinò il cortocircuito sovietico. Non è detto che il modello cinese imploda, al pari di quello dell’Urss, ma qualora queste contraddizioni non dovessero essere affrontate nei tempi giusti e con soluzioni efficaci i cinesi rischierebbero di tornare indietro di decenni.

QUALCHE COSETTA ANCORA, di GLG

gianfranco

 

 

L’astensione in Francia (comprese le schede bianche) è stata del 31,7%. Se aggiungiamo le nulle (2,2) – di cui ben si sa che buona parte è annullata volontariamente e non per errori di compilazione scheda – rileviamo che un buon terzo di elettori non si sono espressi. In fondo Macron ha avuto il 43 e qualcosa; insomma nemmeno metà dell’elettorato, anzi ben lontano dalla metà. E questo risultato è stato raggiunto sull’ormai cadavere dell’orientamento tenuto fino a pochissimi anni fa; socialisti (detti “sinistra”) e finti gollisti (detti “destra”) sono o annientati o in piena “anoressia”. Il trionfalismo dei “vincitori” – e di tutti gli “europeisti” di questo continente – o è legato a vera stupidità (e cecità) o a consapevolezza delle difficoltà estreme di una situazione, dalla quale loro stessi non sanno uscire se non con “escamotages” del tipo Macron.

Nel 2008 iniziò la crisi che attanaglia il mondo intero, malgrado l’ancora buon sviluppo di certi paesi (metti la Cina), abbastanza indietro rispetto a Usa, Europa e Russia quanto a livello di sviluppo e rapporto tra industria e “campagna”; quindi con potenzialità, una volta iniziata la crescita, di più alto incremento del Pil (che adesso in Cina è infatti ben al di sotto dei tassi d’aumento di anni fa). Senza avere a disposizione nutritissimi uffici studi con “specialisti” d’economia (tanto specialisti che non vedono oltre il loro naso), ebbi la netta sensazione di qualcosa di molto diverso dalle crisi (“recessioni”) precedenti. Pensai quasi subito a quella di fine ‘800, un quarto di secolo di stagnazione nel clima della seconda rivoluzione industriale, che modificò nettamente la struttura produttiva dei paesi capitalistici avanzati. Misi in correlazione il “multipolarismo” crescente di allora (con Usa, Germania e Giappone in avanzata come potenze mentre arretrava, in senso relativo, l’Inghilterra) con quello avviatosi all’inizio del secolo XXI (Russia in ripresa dopo il crollo dell’Urss e Cina in avanzamento; non invece troppa considerazione per i BRICS). Nessun pericolo (al momento) di nuovi ’29, ma difficoltà crescenti e forti avanzamenti tecnologici e di nuove produzioni (altro che la finanza tuttofare e tuttopotere!).

Rimanere attratti dai “numeri” dell’economia (che in ogni caso non danno grandi speranze per il futuro nonostante la montagna di chiacchiere su momentanee e gracili riprese in alcuni paesi) significa restare alla superficie. Ho insistito fin da allora, proprio con l’esempio di fine ‘800, che il problema decisivo (il famoso sommovimento delle falde tettoniche che provoca i terremoti) è il crescente disordine e scoordinamento susseguente appunto al multipolarismo. Nell’800 era ridondante la teoria del commercio internazionale (dei costi comparati) di Ricardo, economista certo di grande rilievo e che occupa notevole spazio nelle varie “storie del pensiero economico”. Tuttavia, le potenze in crescita (appunto multipolare) seguirono le teorie del più modesto List (spesso dimenticato e comunque non apprezzato a dovere dagli economisti, che hanno un loro modo di pensare assai lontano dai problemi reali) e utilizzarono il protezionismo. Guai, però, se si rimane ancorati alla sola economia. Quelle potenze divennero tali perché “ottemperarono” (detto scherzosamente) alla quinta caratteristica leniniana dell’imperialismo: lotta acuta e spesso cruenta per la redistribuzione delle sfere d’influenza nel mondo.

Dopo un lungo predominio post-seconda guerra mondiale di teorie d’origine keynesiana – su cui pure ci sarebbe molto da discutere a partire dalla crisi del ’29, il cui superamento definitivo non fu affatto dovuto alla spesa pubblica (domanda dello Stato in sostituzione di quella privata in decelerazione con crescita del risparmio), che ebbe effetti solo per un paio d’anni o poco più, mentre fu risolutivo il definitivo scontro tra le potenze per la supremazia mondiale, da cui uscirono gli Usa quale “regolatore centrale” del campo capitalistico, area di cruciale importanza e alla fine prevalente sul mai esistito “socialismo” – si riaffermò il (neo)liberismo, tutto trionfante con le tesi della globalizzazione mercantile (nuova versione di quelle liberistiche ottocentesche), che addirittura “impazzirono” dopo il crollo del mondo bipolare. Tutto il mondo un unico mercato: e tutti in pieno sviluppo con questo respirare a pieni polmoni la libertà negli scambi. Questo pensarono gli “imbecilloni”.

Su questa base, e con accettazione (assai ben pagata) della piena subordinazione al predominio statunitense, si sono formate le dirigenze dell’indecente UE e dei paesi ad essa aderenti. Ed è finita la tradizionale differenza tra destra e sinistra. Le nuove forze dette di “sinistra” sono alla fine diventate più liberiste di alcuni spezzoni detti di “destra”; i quali, poiché non liberisti, sono subito stati definiti fascisti e oggi populisti (senza mai però dimenticare anche il precedente termine, che è sempre sulla bocca di un “antifascismo” da salotto “buono”, intellettualmente raffinato). Una massa non indifferente di servi (che più servi non ne sono mai esistiti) con a disposizione molto denaro e potere; e dunque seguiti da stuoli di intellettuali e altre marionette del genere per rincoglionire a suon di spettacoli e “farse” di tutti generi (compresa quella della “democrazia” del voto) popolazioni che, con lo scorrere delle generazioni, hanno sempre più perso un qualsiasi orientamento. C’è malcontento diffuso e crescente, ma praticamente ineffettuale al momento.

Gli Usa più congeniali a questi servi – perché più “generosi” nell’elargire loro i vari compensi – sono stati quelli delle presidenze Bill Clinton, Bush e Obama. C’è stata – ancora non è passata – la paura con l’elezione di Trump, che ha mutato la strategia del caos dell’epoca Obama (con la Clinton al seguito, anzi ancora più determinata in tal senso) con quella del neopresidente, consigliato dai suoi “padrini” a tentarne una dell’imprevedibilità (non ricordo dove ho trovato questa definizione, che mi sembra abbastanza buona anche se necessita di più ampia analisi). Oggi, per quanto con qualche residua diffidenza, i servi sembrano abbastanza convinti che Trump non li vorrà sostituire con altri. Tuttavia, in alcuni paesi, le vecchie forze politiche assurte a nuovo servitorame dopo il crollo dell’Urss (tipico il caso dell’Italia con i post-piciisti portati sugli altari con la sporca operazione detta “mani pulite”) sono in piena crisi. In Italia sono già state sostituite mantenendo in piedi il Pd e consegnandolo nelle mani di un simil-democristiano (ma di ben bassa caratura); in Francia vi è stato un crollo altrettanto manifesto di tali vecchie forze e la loro sostituzione, invero assai rapida, con l’attuale “bamboccione”. Il quale gioca con forza la carta dell’accentuazione del neoliberismo, dell’europeismo più spinto e della globalizzazione più estrema; ma credo dovrà ripiegare su adattamenti di una certa moderazione perché più consoni a godere dell’appoggio della nuova strategia americana, se questa non sarà messa in discussione e mutata così come in anni ormai remoti lo fu – con metodi “energici” – la politica kennediana verso l’Urss di Krusciov e quella nixoniana verso la Cina di Mao.

In ogni caso, si nota benissimo che l’esaltazione dell’europeismo è attuata da coloro che di questo vivono con ormai notevole preoccupazione, con l’ammissione che così com’è non va bene, che deve essere cambiato, ma non tornando all’autonomia della nazioni, invece “tutti insieme”, con il grande “amore reciproco” (assai velenoso) caratteristico dei rapporti interni alla UE da quando è nata. Insomma, i terrorizzati dalla prospettiva di perdere gli appannaggi americani per il loro bieco servilismo (e ancora nient’affatto sicuri che la nuova strategia Usa non richieda il loro ricambio con servi più capaci e furbi) ammettono che non tutto va bene, che si deve cambiare, ma non hanno in realtà nessuna idea di come cambiare. Cercano solo di convincere popolazioni, confuse e impaurite dalla crisi e dall’impoverimento di vasti strati, che stanno “intensamente pensando” ad un ricambio per renderli prosperi e felici. Non troveranno un bel nulla. L’incapacità riguarda però pure i loro oppositori; ne ho già parlato in precedenti scritti, nei video, non ci torno adesso salvo ricordare il loro più grande errore: credere ancora al voto. Ne riparleremo in seguito; dovremo anzi riparlarne in continuazione ormai.

Mettiamoci in testa che è veramente finita un’epoca e siamo al passaggio in un’altra che ancora non conosciamo bene; almeno non vedo nessuno in grado di dire qualcosa di sensato in merito. Sia chiaro che nemmeno io – di vecchia generazione come sono – so come districarmi dal cumulo di eventi contrapposti che si verificano. Tuttavia, lo ammetto e sostengo che il compito dei “veci” è di pensare meglio i caratteri dell’epoca ormai trapassata e di mettere in luce, per quanto possibile, gli errori commessi, il cumulo di credenze ideologiche ormai dissoltesi portando allo sfacelo culturale odierno. Nuove generazioni devono avanzare infine. Non urlando di entusiasmo per finti rinnovatori come questo Macron o altri dello stesso genere; ma nemmeno inveendo contro di lui con parole d’ordine ammuffite quant’altre mai. Perché allora questi giovincelli mostrano di essere ormai intossicati da quel veleno e non riusciranno mai a capire i connotati della nuova epoca; saranno solo capaci di impadronirsi delle innovazioni tecniche, che non sono quelle utili a ricostruire un tessuto sociale più vivibile e adatto a resistere nel futuro ormai dietro l’angolo.

Ricordiamoci comunque una cosetta ancora. Quando si verificano questi trapassi d’epoca, sembra – ai più coscienti di quanto sta avvenendo – che tutto stia crollando, che sia quasi la fine del mondo. In genere, almeno finora, non è mai accaduto. Un’epoca passa, una tormentosa transizione viene compiuta e infine ci si trova in una sorta di “nuova era”, in cui i più vecchi si sentono certamente assai a disagio. Tuttavia, il mondo non è finito e ricomincia un altro e diverso ciclo che poi terminerà come tutti gli altri già trascorsi. Mettiamoci in questa prospettiva. Macron è un’episodio di questa brutta fine di un’epoca, che del resto ha vissuto una pessima transizione soprattutto nell’ultimo mezzo secolo. Purtroppo vedere ancora in TV e leggere sui giornali simili vermiciattoli, assistere ancora impotenti allo spettacolo (come ho già detto altrove, da freaks) che stanno recitando, è penoso e richiede uno stomaco a prova di bomba. Non ci si può far nulla, bisogna accettare la traversata in questo cumulo di spazzatura. E così sia.

 

PS Un’ultima proprio piccola notazione. Oggi in “Libero” mi sembrava di notare una notevole nausea per l’elezione in Francia. Invece “Il Giornale” non riusciva a nascondere un’intima soddisfazione e a titoli di scatola predicava: “di sola destra non si vince”. E il “nano” si è affrettato a dichiarare: “felice per Macron, l’UE ora deve cambiare”. Come vedete, questa “destra” cosiddetta moderata italiana, ancora influenzata da un essere miserrimo come costui, è perfino peggiore, più laida e disgustosa, di quella francese rappresentata alle elezioni da Fillon. E quegli emeriti sciocchi dei suoi “alleati”, che blaterano contro la Ue, contro l’euro, ecc. non hanno saputo denunciarlo una volta per tutte, tirandogli addosso una “ideale” statuetta che non solo lo sfregiasse, ma lo eliminasse infine dalla scena politica. Ha perfino altri coglioni di italiani dietro a lui. Questi non sono meno peggiori dei semicolti; anzi questo inverecondo personaggio è decisamente più odioso di un Renzi, che dice apertamente quello che è e che vuole; mentre il nanetto si maschera, si nasconde da ormai sei anni (era il maggio del 2011 quando andava a inchinarsi a Obama a Deauville durante il G20). E’ in definitiva un Gano di Maganza che attende la sua “Roncisvalle” alle prossime elezioni. Ma chi non l’ha smascherato e denunciato è colpevole pure lui. Punto e basta con tutta questa genia solo interessata a giocherellare per avere un po’ di voti e andare a muffire in Parlamento.

Interessante – per certificare lo schifo dei giochetti tra questi miserabili che impestano il ceto politico italiano – il possibile accordo tra Pd e pentastellati sulla legge elettorale. Dire chi è il peggiore in Italia (ma non solo qui come abbiamo visto) è in pratica al momento impossibile. Avanti con il pattume! Riporto da ultimo un articolo di Foa che è di assai utile lettura:

 

http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/05/07/macron-presidente-non-illudetevi-sara-un-nuovo-hollande/

 

 

 

 

Si rafforza l’alleanza tra Russia e Cina (di R. Vivaldelli)

Cina

 

«I rapporti tra Russia e Cina sono stretti e saldi, come mai era accaduto nel passato». Queste le parole del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin al termine dell’incontro, svoltosi in settimana al Cremlino, tra lo stesso Putin e Li Xhanshu, direttore del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Il presidente russo, esprimendo grande soddisfazione per la collaborazione tra i due Paesi, ha inoltre dichiarato che non vede l’ora di partecipare al «Belt and Road Forum» – evento illustre dedicato alla cooperazione internazionale che si terrà fra due settimane a Pechino – e di incontrare l’omologo cinese Xi Jinping. Putin ha sottolineato che supporta con convinzione l’iniziativa del «Belt and Road Forum». A riportare la notizia è il China Daily.

Partnership strategica sempre più stretta e solida

Li Xhanshu ha confermato che, indipendentemente dalle «fluttuazioni» geopolitiche su scala internazionale, Cina e Russia non cambieranno di una virgola le loro politiche di consolidamento di una partnership strategica che negli ultimi anni è diventata sempre più forte e importante. Gli obiettivi di Cina e Russia, secondo l’esponente del Partito Comunista Cinese, sono quelli di una crescita e di un ringiovanimento comune; la determinazione a salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale; garantire la pace la stabilità globale. Vladimir Putin ha sottolineato che l’odierno scambio commerciale tra Russia e Cina è intenso, e ciò ha favorito il costante progresso in tutti i settori attraverso una cooperazione sempre più stretta tra i due Paesi.

Il presidente della Federazione Russa ha aggiunto che le due potenze hanno assunto un’efficace coordinamento negli affari globali e regionali, e questo è un aspetto fondamentale di tale partnership. Ne è un esempio concreto la crisi siriana: Cina e Russia sostengono il presidente Bashar al-Assad e hanno votato sempre in modo compatto in sede ONU su ogni tipo di risoluzione presentata. Inoltre, entrambe sono colonna portante dei BRICS, l’associazione delle cinque maggiori economie emergenti (oltre a Cina e Russia, ne fanno parte anche India, Sudafrica e Brasile).

Monito per gli USA

Il «Belt and Road Forum» sarà una vetrina importante per Pechino e Mosca. Dal forum sulla cooperazione internazionale, infatti, arriverà probabilmente un messaggio diretto a Donald Trump e alla Casa Bianca: la sua strategia – suggerita dal vecchio guru, l’ex diplomatico Henry Kissinger – di spezzare o quantomeno ridimensionare l’alleanza eurasiatica tra Cina e la Federazione Russa è destinata a fallire, poiché esse non rinunceranno all’affermazione di un nuovo ordine multipolare emergente. L’incontro svoltosi tra Li Xhanshu e Putin nei giorni scorsi può considerarsi una piccola anticipazione di cosa accadrà il 14 e il 15 maggio a Pechino.

Dalla fine della Guerra Fredda al nuovo ordine multipolare

«Con l’implosione dell’Unione Sovietica, nemico strategico e secondariamente ideologico – osserva l’americanista Dario Fabbri sull’ultimo numero di Limes – nel 1991 gli Stati Uniti si trasformarono nell’unica superpotenza superstite. Improvvisamente poterono estendere all’intero globo il proprio potere militare, commerciale e culturale, attuando i tratti distintivi della supremazia, ancora in vigore. Dal controllo delle vie navali, all’assorbimento pressoché illimitato di merci straniere, fino all’assimilazione sul territorio nazionale di un numero crescente di immigrati. L’impero statunitense ribattezzato globalizzazione». Il «momento unipolare», così definito da analisti e commentatori si avvia alla sua naturale conclusione per essere sostituito da un ordine «mondo multipolare»? E’ ciò a cui lavorano da anni Pechino e Mosca.

Perché il Divide et impera di Trump non può funzionare

Secondo Jakob Stokes, in un’analisi pubblicata su Foreign Affairs, «il problema per Trump è che i legami sino-russi stanno migliorando più o meno costantemente dopo gli anni della Guerra Fredda. Il disgelo tra le due potenze comuniste iniziò nei primi anni ottanta e fu seguito da relazioni normalizzate nel maggio 1989. Pechino e Mosca sancirono un partenariato strategico nel 1996 e firmarono un trattato di buona fratellanza e cooperazione amichevole nel 2001. […] I due Paesi cooperano da vicino in diversi settori. In materia di energia, la Russia è diventata il primo fornitori di petrolio della Cina nel 2016. Ciò è fondamentale per la Cina, poiché il trasporto avviene via terra piuttosto che attraverso rotte marittime contestate.

Le due nazioni hanno collaborato in diverse esercitazioni militari, nel Mediterraneo e nel Mar Cinese Meridionale, nonché su alcuni importanti progetti congiunti nell’ambito dello sviluppo tecnologico. Cina e Russia hanno poi  resuscitato la loro partnership militare. Nel 2015, Pechino ha acquistato da Mosca 24 supercaccia Sukhoi Su-35 per l’ammontare di due miliardi di dollari». Insomma, un’alleanza strategica, ideologica ed economica – suggellata da un’importante flusso di denaro –  che Trump difficilmente può archiviare. La storica rivalità sembra un lontano ricordo.

QUANT’E’ “BELLO” L’“OMICIDIO MIRATO”, di GLG

gianfranco

 

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/servizi-segreti-e-omicidi-stato-nell-era-controllo-massa-1370320.html

 

“Celebri le sue esecuzioni [del leader nordcoreano; ndr.] in patria con l’utilizzo di cannoni antiaerei e lanciafiamme”.

Celebri anche le balle raccontate a tal proposito e magari smentite in breve tempo, senza che i grandi organi della “libertà di stampa” occidentali ne dessero particolare risalto. Abbiamo a che fare sempre più con figli di p…. straordinariamente spudorati. Non credo proprio che il regime nordcoreano sia il responsabile della soppressione, soprattutto con quel modo un po’ troppo “spettacolare”. Del resto, mi sembra che anche l’articolista, con cautela, manifesti molti dubbi e sospetti altre soluzioni. E senza dubbio abbiamo a che fare con altre soluzioni, ma con quali è francamente difficile saperlo. Quanto meno per noi che non abbiamo a disposizione Servizi e quant’altro.

La Cina appoggiava l’ucciso? Può essere, ma sembra non del tutto comprensibile perché non mi si venga a dire che il grande paese asiatico, con leaderato detto (per me ridicolmente) comunista, era contrario a quello nordcoreano. Dubito assai che quest’ultimo si reggerebbe senza un discreto, quanto non sbandierato (anzi!), appoggio cinese. Qualcuno ha voluto avvertire proprio i cinesi. Intendiamoci bene: non creare tensioni tra Cina e Nord Corea (dato che “ufficialmente” quest’ultima avrebbe soppresso un uomo appoggiato dai dirigenti cinesi); questa è soltanto pura apparenza. La Cina deve guardarsi proprio da Trump (e dalla nuova strategia americana, se finalmente si capisse bene qual è e quale direzione intende intraprendere) e dal ritrovato “flirt” tra questi e Israele.

Intanto la Russia “galleggia” in fase di attesa; e sono sicuro che non si fida moltissimo della nuova dirigenza americana, pur se la ritiene meno nociva di quella obamian-clintoniana. Mantiene comunque rapporti con la Cina, ma sa bene che da tale paese ha sempre dovuto guardarsi, in pratica da quando è nata, nel 1949, la Repubblica popolare cinese. Tiene duro su Assad in Siria e si è sobbarcato il compito della lotta al terrorismo islamico. Adesso, nel mentre ha ottimi rapporti con il regime libico di Tobruk, ha invitato anche Serraj, l’uomo designato dalla precedente Amministrazione Usa e dalla Nato per reggere il governo fantoccio di Tripoli. Trump mostra di aver rotto con quegli Usa e dice di voler ridimensionare la Nato (o comunque assegnarle altri compiti). Vedremo, vedremo. Il 2017 sarà abbastanza interessante.

Trump e il Mar Cinese meridionale. di R. Vivaldelli

Mr. Trump- Yellow Tie

Il Mar Cinese meridionale sarà oggetto di una nuova e accesa disputa tra la Cina e gli Stati Uniti? Nei giorni scorsi il governo di Pechino ha lanciato un avvertimento ben preciso all’amministrazione Trump, invitando gli Usa ad esprimersi con grande prudenza sull’argomento. A riportare la notizia è ilSouth China Morning Post. “Gli Stati Uniti non sono coinvolti nelle controversie relative al Mar Cinese Meridionale” – ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying in una conferenza stampa svoltasi pochi giorni fa. “Esortiamo gli Stati Uniti a rispettare la realtà e ad esprimersi con cautela, in modo da evitare di minacciare la pace e la stabilità della regione” – ha aggiunto.Un monito che suona come una replica alle parole del portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, il quale ha recentemente confermato la posizione diWashington e del presidente Donald Trump in merito: “Difenderemo i territori siti in acque internazionali – ha affermato Spicer – è nei nostri interessi”. Il Segretario di Stato nominato da Trump,Rex Tillerson, ha ribadito che a Pechino non dovrebbe essere consentito l’accesso alle isole realizzate nelle acque oggetto della controversia internazionale, paragonando il comportamento del gigante asiatico “all’annessione russa della Crimea”.

Secondo gli esperti interpellati dal South China Morning Post, è da escludere che laCina faccia un passo indietro: “E’ altamente improbabile che la Cina comprometta le sue pretese di sovranità di fronte alla pressione degli Stati Uniti, possiamo essere sicuri del fatto che la controversia finirà per diventare un contenzioso molto pericoloso nelle relazioni tra Washington e Pechino”,  sostiene  Ian Storey, senior fellow del think tank ISEAS- Yusof Ishak Institute diSingapore. Per Teng Jianqun, ricercatore presso l’Istituto cinese di studi internazionali, “Trump potrebbe aumentare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione, pur agendo sotto il profilo diplomatico e puntando sulla sentenza del tribunale internazionale dello scorso anno la quale ha, di fatto, invalidato le pretese della Cina verso quell’area”.

L’analista geopolitico Pepe Escobar, in unarticolo pubblicato su Asia Times, illustra le regioni per le quali quei territori sono così importanti: “Il Mar Cinese Meridionale – osserva – non è solamente il fulcro della complessa filiera di approvvigionamento globale della Cina; esso protegge l’accesso del Paese verso l’Oceano Indiano, che risulta essere una cruciale via di transito energetica perPechino; inoltre, la Woody Island, sita nelle Paracels, a sud-est dell’isola di Hainan, rappresenta un altro ponte fondamentale per la Via della Seta marittima. Per Pechino, l’espansione nelle isole Spratly e Paracel significa rompere i limiti geografici del sud-est asiatico. D’altro canto, non importa chi è l’inquilino della Casa Bianca, il Pentagono non si asterrà da attuare il suo programma sulla libertà di navigazione e dal far sorvolare i B-52 sopra il Mar Cinese meridionale”.

Per il noto analista la prova muscolare tra le due superpotenze è inevitabile: “L’egemonia militare degli Stati Uniti non può essere messa in discussione, ma la Cina aspira ad essere un concorrente altrettanto potente e legittimato; non è una questione di “se” ma di “quando” si arriverà ad un confronto”. A tutto questo si aggiunge il fatto che l’area presente delle significative riserve di gas naturale e petrolio, benché l’estrazione di tali risorse pare non sia così semplice.

Lo scorso luglio, la Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha sentenziato che gran parte delle aree rivendicate da Pechino sono in realtà “acque internazionali”. La controversia riguarda principalmente le isole Paracelso, Spratly, Pratas, la barriera di Scarborough e vede contrapporsi oltre alla Repubblica Popolare Cinese, Vietnam, Malaysia, Brunei, Taiwan e le Filippine. Sentenza che la Cina non ha mai accettato nonostante le pressioni degli Stati Uniti. Al contrario, la Casa Bianca accusata a più riprese dallo stesso governo di Pechino di fomentare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. DaBarack Obama a Donald Trump la strategia statunitense nel Mar Cinese meridionale non sembra essere mutata e le tensioni nell’area sono destinate a crescere.

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