L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA. Parte IV

fonte diploweb. com (trad. G.P.)
§3. La strutturazione dell’ambiente degli affari
Nel corso dei diversi forum sino-africani, la Cina ha gradualmente lavorato ad allargare la sua cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti e della tecnologia. A livello commerciale, Pechino ha tessuto una rete densa di strutture di scambi centrata sull’esistenza di 49 delegazioni commerciali e di camere di commercio sino-africane. Fino ad oggi, ha stabilito sul continente undici centri di promozione degli investimenti e del commercio. Come nel Sud-est asiatico ed in Asia centrale, la Cina intende ottenere un accordo di libero scambio con il mercato comune dell’Africa orientale ed australe (Common Market for Eastern and Southern Africa o COMESA). In occasione dell’ultimo FCSA, ha espresso la sua volontà di aprire maggiormente il mercato cinese ai paesi africani e portare, da 190 a più di 440, il numero dei prodotti che beneficiano di una tariffa doganale pari a zero e provenienti dai paesi africani meno progrediti aventi relazioni diplomatiche con la Cina; di creare, nel corso dei tre prossimi anni, da tre a cinque zone di cooperazione economica e commerciale nei paesi africani. Questo passo si iscrive chiaramente in una logica commerciale concorrente con i meccanismi della stessa natura come African Growth Opportunity Act (AGOA), lanciato dagli Stati Uniti nel dicembre 2006, o gli accordi con l’Unione Europea – Africa Caraibi Pacifico (UE-ACP). Nel settore degli investimenti, la Cina si segnala sempre più con la sua volontà di partecipare ai flussi finanziari mondiali. Questa politica d’investimento in Africa è soprattutto articolata attorno all’acquisizione di giacimenti di materie prime (fra cui il legno ed i minerali metalliferi), e della ricerca di partenariati necessari all’accesso ed all’approvvigionamento di energia. Il modus operandi in materia d’investimento è spesso invariabile. Comincia con l’attivazione di una joint-venture con un’impresa locale o internazionale per acquisire diritti d’esplorazione e di sfruttamento (è il caso del Sudan) quindi si collega con l’importazione del materiale e della manodopera cinese per la realizzazione delle infrastrutture (strade e condutture) necessarie al trasporto del petrolio verso le località portuali. Questa politica d’investimento si iscrive in una strategia globale di sicurezza energetica e non si occupa affatto di redditività immediata, cosa che aumenta di molto le possibilità della Cina soppiantare le istituzioni finanziarie classiche occidentali. Per promuovere meglio gli investimenti, la Cina è presente nel settore bancario. Così nel 2000 Eximbank (una banca di importazioni-esportazioni cinese) ha stabilito la sua prima filiale a Khartoum in Sudan. In occasione dell’ultimo FCSA del novembre 2006, sono stati firmati circa sedici contratti commerciali per un importo di due milioni di dollari . Infine, la politica d’investimento realizzata da Pechino non è per niente neutrale. Mira a creare le condizioni d’espansione e d’esportazione per le ditte cinesi sul continente africano. Infatti, i prestiti concessi sono generalmente destinati alla costruzione o alla riparazione di infrastrutture. La gara d’appalto per la realizzazione dei suoi appalti è spesso favorevole alle imprese cinesi a causa della loro capacità di importare la manodopera del loro paese. In Algeria, ad esempio, la China State Construction and Engineering Corporation (CSCEC) guadagna spesso i contratti pubblici. Il nodo è strettamente allacciato, poiché Pechino ritrova indirettamente una parte della sua posta iniziale attraverso le sue imprese di costruzione e lavori pubblici (BTP),e si fanno rimborsare il suo prestito dagli stati debitori pur dando lavoro ai propri cittadini. Parallelamente, il mercato africano, meno esigente del mercato occidentale sulla qualità dei prodotti, diventa gradualmente un mercato-prova per l’industria cinese. Da alcuni anni, le imprese cinesi si segnalano nella costruzione di centrali elettriche (Sudan e Mozambico), si approcciano all’aeronautica in Zimbawe ed al nucleare civile in Sudafrica. Si aggiunge che migliaia di prodotti manifatturieri a buon prezzo inondano tutto il continente africano, diventato per le ditte cinesi un mercato ad alto potenziale(29). A tal proposito, nota François Lafargue, "anche se le imprese cinesi cristallizzano l’insoddisfazione, accusate di frodi doganali e di fare una concorrenza sleale all’economia locale ed informale, i governi africani restano benevoli, ritenendo che l’intrusione della Cina sia un mezzo per dinamizzare la concorrenza permettendo di superare i circuiti commerciali tradizionali."(30) Così, la messa in atto di strutture politiche atte "ad istituzionalizzare" il dialogo sino-africano, combinata all’offensiva economica basata sulla protezione della politica energetica cinese a lungo termine, offre alla Cina la leva per instaurare una cooperazione bilaterale o multilaterale con l’Africa in altri settori e rafforzare gradualmente la sua presenza
Sezione 3: La cooperazione bilaterale o multilaterale
Anche se la diplomazia petrolifera rimane al cuore delle preoccupazioni cinesi,  Pechino utilizza altri strumenti per assestare la sua posizione in Africa. La gamma di iniziative bilaterali e multilaterali si estende dalla cooperazione militare agli scambi socioculturali, passando per la partecipazione alle missioni dell’Onu di mantenimento della pace.
§1. La cooperazione militare sino-africana
Oggi, la cooperazione militare ha seguito gli stessi passi della cooperazione economica sotto copertura, come sempre, del sacro principio della non ingerenza. Essa concerne la fornitura di armi e la formazione di personale. La Cina ha aperto tre fabbriche di armi leggere in Sudan; fabbriche di munizioni e di armi leggere nello Zimbabwe ed in Mali. Accordi di fornitura di materiali militari con la Namibia, l’Angola, il Botswana, il Sudan, l’Eritrea, lo Zimbabwe, le Comore o la Repubblica del Congo. La Cina non ha esitato a vendere al Sudan aerei di sorveglianza F-7 ed aerei di trasporto Y-8 in piena guerra civile, per il periodo durante il quale le sue società petrolifere erano impegnate nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Muglad. Queste vendite sono realizzate generalmente dalla North Industry corporation (NORINCO) e dalla Polytech Industries, la più importante ditta di vendita di armi dell’esercito cinese. Il mercato africano, come nel settore delle BTP, è l’occasione di provare un materiale spesso "frugale" e poco valutato sui mercati occidentali. È in Africa che la RPC trova uno sbocco per i suoi aerei d’addestramento K8, forniti alla Namibia, al Sudan e allo Zimbabwe. La Cina fornisce elicotteri al Mali, all’Angola ed al Ghana, artiglieria leggera e veicoli blindati alla quasi totalità dei paesi della regione australe, come pure degli autocarri militari, uniformi, materiale di comunicazione. La cooperazione è particolarmente stretta con lo Zimbabwe dall’inizio degli anni 1980 e si è rafforzata nel 2004. Pechino gli fornisce carrarmati, artiglieria, blindati e autocarri, vedette rapide e batterie di difesa antiaerea. Nel settore della formazione, si assiste da alcuni anni ad un aumento significativo del numero di corsi di formazione militare in tutti i settori, nel momento in cui le porte delle accademie militari europee sono sempre più chiuse alle elite africane. La Cina si è anche impegnata a formare nei tre prossimi anni, circa 15000 africani, di cui una buona parte sono soldati. Questa politica d’armamento preoccupa le organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo come Amnesty International. In una relazione pubblicata nel giugno 2006, Amnesty appunta le forniture di armi cinesi nelle zone in conflitto come la RDC dove il 17% delle armi registrate a Bunia, nella regione dello Ituri, è d’origine cinese. La stessa relazione presenta la Cina come "uno dei paesi meno trasparenti e più irresponsabili in materia di esportazioni di armi". Infatti, da otto anni, Pechino non pubblica alcuna informazione sulle sue attività di trasferimento di armi all’estero sul registro delle armi convenzionali delle Nazioni Unite. Ritarda anche a ratificare il trattato internazionale sul commercio delle armi.
§2. Gli scambi socioculturali
Cosciente del posto della cultura nella dichiarazione e nella perpetuazione delle relazioni sino-africane, Pechino non ha voluto che questo settore fosse trascurato. Come nota Renaud Delaporte, "il riconoscimento dell’identità culturale del continente costituisce un aspetto inerente della politica cinese. "Se il G8 o l’OMC non hanno mai pensato di invitare gruppi di danze folcloristiche o di esporre circa 300 pezzi di scultura o lavori di terracotta, in occasione delle loro aride conferenze per esperti, i cinesi, invece, ne hanno immediatamente compreso la nécessità(31) "così nel 2004, sono state organizzate tre manifestazioni a carattere culturale, in questo caso un festival internazionale intitolato "appuntamento a Beijing ", una tournée sulla cultura cinese ed un festival delle gioventù cinese ed africana. Parallelamente, uno scambio interlinguistico è iniziato con la creazione della prima stazione radiofonica cinese, Cina radiofonica internazionale (GRIDO), in Kenia dal febbraio 2006. Ha margine di questo strumento di divulgazione e di scambio, si aggiunge la creazione di centri culturali confuciani, in Camerun, Zimbabwe ed Kenia. Il dialogo culturale rafforza l’opposizione della Cina alle norme tradizionali del partenariato nord-sud nel quale le culture africane sono relegate in secondo piano. Tutto ciò è sempre al servizio di una logica commerciale ben pensata poiché "invece delle copie dei marchi occidentali sulle polo, ci sono i marchi cinesi che le africane porteranno via dai mercati".(32) Questa promozione culturale si sostiene anche su una "diaspora" cinese valutata in 130.000 persone in Africa, e che raggiunge ufficiosamente i 500.000 ingressi(33). La presenza di cinesi sul continente risale a molti secoli fa. Tuttavia, il loro stabilimento massiccio in molti paesi africani è successivo all’apertura sul mondo esterno voluta dalle autorità cinesi, dall’applicazione delle misure di riforma iniziate da Deng Xiaoping. Presente in Sudafrica, Madagascar, Isole Mauritius, Kenia, Tanzania ed Africa dell’Ovest (Senegal, Mali ecc…..) la Comunità cinese cresce sempre più sul continente, portata soprattutto dall’onda commerciale. Generalmente, si tratta di cooperatori o di operai cinesi che sono rimasti in questi paesi per dedicarsi ad un’attività commerciale. Con tali iniziative, riescono in alcuni anni a segnalarsi nel piccolo commercio di prodotti manifatturieri e raccogliersi in zone che finiscono poi per controllare (sviluppo del fenomeno delle China Towns). Propagatori della cultura cinese, i cittadini della “diaspora” costituiscono soprattutto i relè economici per la distribuzione dei prodotti cinesi, cosa che li espone alle proteste degli industriali e commercianti locali. Pechino pensa a compensare il deficit della sua immagine con la promozione della cooperazione turistica. Il libro bianco sulla politica della Cina in Africa promette "di applicare effettivamente il programma dei viaggi organizzati di cittadini cinesi in paesi africani;" di aumentare, su richiesta dei paesi africani ed in funzione della fattibilità, il numero di destinazioni turistiche autorizzate per i cittadini cinesi. Secondo l’Ufficio d’amministrazione delle entrate ed uscite del ministero cinese della sicurezza pubblica, il numero di cinesi che visitano l’Africa è raddoppiato tra il 2005 ed il 2006 e si quantifica oggi in 110.000 persone. Il progetto d’instaurazione di dieci villaggi industriali integrati in Africa, dedicati alle imprese cinesi, permetterà di aumentare il numero di cooperatori e di commercianti cinesi sul continente.
§3. La presenza militare sotto mandato dell’ONU
L’Africa costituisce per la Cina un nuovo campo d’azione della sua irradiazione diplomatica grazie alla sua partecipazione alle operazioni di mantenimento della pace. Investendo tale spazio, Pechino firma allo stesso tempo la sua entrata in un settore fino a quel momento riservato alle vecchie potenze coloniali, Francia Gran Bretagna in primis. Segno della sua apertura e del posto che accorda alla coppia pace-sviluppo, la Cina ha inviato nel gennaio 2003 un primo contingente nella RDC nel quadro della missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo (MONUC) destinato a garantire un sostegno medico. Nel 2005, un secondo contingente ha partecipato alla Missione delle Nazioni Unite in Liberia (MINUL), dopo il riconoscimento di Pechino di questo paese. Fino ad oggi, circa 1500 soldati cinesi sono presenti in Africa nel quadro del mantenimento della pace. Si aggiunge che Pechino ha aiutato finanziariamente l’Unione africana (UA) per lo spiegamento dei caschi bianchi nel Darfour. Questa presenza per il momento simbolica potrebbe essere naturalmente crescere man mano che gli interessi cinesi si rafforzeranno. Insomma, la politica africana della Cina ormai rientra in un ciclo irradiante attraverso una presenza multidimensionale sufficientemente visibile, al punto da sollevare interrogativi multipli fra cui il più importante riguarda il futuro delle relazioni sino-africane. L’impegno e la determinazione delle autorità cinesi a prendere piede sul continente, il dinamismo economico delle sue imprese petrolifere e commerciali, la cooperazione militare e culturale, sono altrettanti paletti i cui impatti, già percettibili, annunciano profondi sconvolgimenti nell’universo delle relazioni sino-africane.
TITOLO II: PROSPETTIVE SINO-AFRICANE
L’ampiezza dell’offensiva cinese sul continente africano non lascia indifferenti tanto le sfide che suscita sono molteplici. Infatti, il ritorno marcato della Cina interviene in un contesto geopolitico mondiale caratterizzato dalla ridefinizione di un nuovo ordine politico ed economico nel quale l’Africa ha penato a trovare riferimenti. Questa situazione si verifica anche in un momento critico dove il continente, benché attraversato da conflitti multipli, sta tentando d’innescare un movimento di democratizzazione sotto l’occhio vigile delle vecchie potenze coloniali, ma anche sotto la spinta significativa delle sue popolazioni, le cui aspirazioni per un po’più di cittadinanza non cessano di farsi valere. Sul piano economico, la presa di coscienza di uno sviluppo collettivo è sempre più forte e mobilita i governi africani attraverso la promozione del NEPAD. In questo contesto, la strategia di potenza spiegata da Pechino non può mancare di generare confusioni profonde su un triplice piano: politico, economico e di sicurezza. Quali sono gli impatti politici della diplomazia cinese sul futuro della democrazia in Africa? Essa è sinonimo di opportunità economiche o di pericoli per lo sviluppo del continente? Quali sono i rischi sottostanti alla presenza cinese in Africa nel settore della pace e della sicurezza collettiva? Altrettante questioni che segnano le nuove relazioni sino-africane e che esigono risposte urgenti, e almeno un approccio prospettico per descrivere le grandi tendenze.
CAPITOLO I: GLI IMPATTI POLITICO-ECONOMICI DELLA POLITICA CINESE
La caduta DEL MURO di Berlino nel novembre 1989, non ha soltanto segnato la fine dei totalitarismi nell’Europa dell’Est. Ha sparso anche i venti della democrazia attraverso i continenti chiamando ad una più grande partecipazione dei popoli alle scelte che li riguardano. In Africa, gli anni 90 inaugurano l’era delle conferenze nazionali e della democratizzazione della vita politica. Nel corso della conferenza di La Baule del 1990, il Presidente Mitterrand suonò le campane a morte del monopartismo. A partire da questa data, si è assistito alla messa in atto progressiva di aiuti, funzionali agli sforzi di democratizzazione dei regimi africani. Quest’approccio è stato più o meno mantenuto dal suo successore Jacques Chirac secondo il quale, "essere portatori d’aiuti oggi, significa appartenere alla grande famiglia delle nazioni industrializzate e democratiche." Una famiglia che ha la sua cultura, le sue solidarietà ed i suoi riflessi, in particolare la buona gestione, la trasparenza, il dialogo, il rigore, l’efficacia. È per questo che i portatori di aiuti tendono ad allontanarsi dai paesi aiutati che non rispettano questi stessi criteri che, d’altra parte, si impongono a loro stessi(34)". Questa tendenza è così chiaramente percettibile nei paesi anglofoni in cui la Gran Bretagna non esclude più di utilizzare sanzioni economiche per condannare le derive autoritarie dei membri del Commonwealth. Fu il caso della Nigeria, sotto il regime, del dittatore Sani Abacha o del Presidente Robert Mugabé dello Zimbabwe. È anche diventata una quasi-norma della politica d’assistenza africana dell’Unione europea, e degli Stati Uniti. Nello stesso tempo, sono adottate, dalla creazione dell’ UA nel 2002, misure politiche ferme tendenti a promuovere la stabilità dei paesi africani, fra queste, il rifiuto di riconoscere i governi conseguenti a putsch militari. Grosso modo, il ritorno della Cina si verifica nel momento in cui la ricerca di un ambiente politico stabile, sulla base di norme di devoluzione del potere trasparenti, è un’opzione più concreta. Nello stesso tempo, l’apertura cinese è volta a modificare profondamente le prospettive di sviluppo economico del continente.
29 Vedere allegato VI p 64. 
30 F. Lafargue. « La Chine et l’Afrique : un mariage de raison », Diplomatie, sept-oct 2005
31  Renaud  Delaporte,  « la Chine a lancé une OPA amicale sur l’Afrique », Agora Vox novembre 2006
32 Ibid.
33 Vedere allegato VII p 65.
34 Jacques Chirac, Discorso pronunciato alla XIX Conferenza dei capi di Stato della Francia e dell’Africa, Ouagadougou, Paris, Productions 108, 5 décembre 1996, pp.10-11.

L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA. Parte III

fonte diploweb.com, trad. G.P.
§1. Il riciclaggio dei principi diplomatici
La pietra angolare della nuova diplomazia cinese in Africa appare come un riciclaggio dei cinque principi che disciplinano la politica estera cinese enunciata per la prima volta nel 1953 da Chou En-Laï e che sono: 1. rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale; 2. non-agressione reciproca; 3. non ingerenza negli affari interni; 4. uguaglianza e vantaggi reciproci; 5. coesistenza pacifica. Nel luglio 1992, la visita in Africa del Presidente cinese Yang Shangkun, durante la quale furono esposti i nuovi orientamenti sino-africani, si conclude secondo crismi che ricordano il viaggio di Chou En-Laï del 1953: "la Cina sostiene i paesi africani nel mantenimento della loro sovranità e della loro indipendenza nazionale, come pure nella loro lotta contro l’intervento esterno(…)" la Cina rispetta i paesi africani nella loro scelta di un sistema politico e di una via di sviluppo propria vicina alle sue specifiche condizioni nazionali." Dopo molti decenni, questi principi rimangono la base delle relazioni sino-africane e si affermano agli occhi delle autorità di Pechino come una continuità. Nel 2006, il Presidente Hu Jintao ha ribadito la posizione della Cina insistendo sul fatto che "il trattamento da pari a pari è la garanzia sicura per il rafforzamento della fiducia reciproca sino-africana."Attribuiamo un’alta importanza alle preoccupazioni di ciascuno(14)."Nella visione diplomatica cinese, la costrizione e l’applicazione di sanzioni è meno efficace del contatto bilaterale permanente. Inoltre la coercizione è spesso generatrice di conflitto, da qui la necessità imperiosa di promuovere una neutralità assoluta negli affari interni di un paese partner.
§2. La definizione di un nuovo quadro di partenariato
Quest’orientamento della nuova diplomazia cinese ha il merito almeno di essere chiaro. Da un lato, denuncia in maniera appena veleta il neocolonialismo. Come accenna la dichiarazione di Beijing ,emessa al termine della riunione dei ministri degli esteri, del commercio estero e della cooperazione internazionale della Cina e dei paesi africani tenuta del 10 al 12 ottobre 2000, "tutti gli stati hanno il diritto di partecipare, su un piede d’uguaglianza, agli affari internazionali." Nessun paese o gruppo di paesi ha il diritto di imporre la sua volontà ad altri, né di inserirsi negli affari interni degli altri con un qualunque pretesto, né di imporre loro in modo unilaterale delle misure economiche coercitive." D’altra parte, annuncia l’arrivo di una nuova era orientata verso la proclamazione ed il riconoscimento dell’Africa degna d’interesse e di fiducia e le cui relazioni con il resto del mondo devono essere spogliate di qualsiasi forma di condizionalità. Così, il ritorno in Africa di Pechino si trova in gran parte facilitato dalla capacità della sua diplomazia di rivalorizzare il suo ancoraggio storico nel continente e soprattutto di riciclare i suoi principi fondanti per adattarli alle sue nuove missioni. Alle vecchie potenze coloniali che hanno difficoltà ad uscire dal neocolonialismo, Pechino oppone una legittimità storica fondata sul militantismo e la solidarietà. La Cina sembra lastricare i cammini della sua offensiva con una valorizzazione costante del passato ed un’esaltazione del futuro sino-africano. Pietra angolare del militantismo e dell’irradiazione cinese negli anni 1970, la nuova diplomazia cinese ha ormai per ruolo quello di promuovere questo uno spazio di sviluppo "benefici-benefici" tra l’Africa e la Cina.
CAPITOLO II: LE MANIFESTAZIONI DELLA POLITICA AFRICANA DELLA CINA
La nuova politica africana della Cina si iscrive in un passaggio coerente che lega le necessità di sviluppo interno del paese alla sua capacità di rassicurare in modo duraturo i mezzi necessari alla sua crescita. Fra quest’ultimi, il petrolio occupa un posto preponderante(15). La strategia di affermazione della Cina come uno "Stato forte" suppone che il paese sia liberato da ogni forma di costrizione imposta da altre potenze concorrenti, e suscettibile di ostacolare la sua indipendenza, e quindi, il suo sviluppo. Cosciente della sua grande vulnerabilità energetica da quando è diventata grande importatrice di petrolio(16) la Cina si è rivolta verso il continente africano per tre ragioni principali: garantirsi in modo duraturo l’approvvigionamento di materie prime, principalmente energetiche, indispensabili alla forte crescita del paese; disporre di un mercato poco esigente per le sue multinazionali emergenti; estendere la sua influenza nel mondo, in particolare nelle istituzioni internazionali, grazie al sostegno diplomatico dei paesi africani. Per raggiungere quest’obiettivi, gli “architetti” della politica africana della Cina si sono preparati a raccogliere allo stesso tempo le sfide politiche, economiche, socioculturali, o militari che segnano il partenariato strategico sino-africano.
Sezione 1: La messa in atto delle strutture politiche
Il ritorno di Pechino in Africa è caratterizzato dalla  volontà di compensare la debolezza della sua influenza politica sul continente con una serie di misure suscettibili di accrescere la sua presenza. Cosciente della necessità di disporre di tribune del tipo dei vertici franco-africani o delle riunioni periodiche del Commonwealth, Pechino ha lanciato un ciclo diplomatico articolato attorno ad una visibilità più vasta dei suoi dirigenti sul continente, della creazione di spazi di dialogo politico dedicato ai Forum sulla cooperazione sino-africana (FCSA) e l’istituzionalizzazione di riunioni annuali ai più alti vertici.
§1. Le visite di stato: segni della rinascita diplomatica
Da quando ha identificato l’Africa come un partner strategico, la Cina cerca di garantirsi una visibilità politica all’altezza delle sue ambizioni. Se negli anni 80, i soggiorni dei capi cinesi erano soprattutto motivati dalla pressione diplomatica attorno alla questione taiwanaise, le visite attuali sono dirette verso paesi ad alto potenziale politico e soprattutto economico. È a partire dal 1995 che il balletto di visite cinesi prende il suo vero volo. Il primo ministro Li Pong, Qiao Shi, Presidente del comitato permanente dell’assemblea popolare nazionale, i 3 vice primi ministri, Zhu Rongji, Qian Qichen e Li Lanqin, soggiornano in Africa. Nel maggio 1996 Jiang Zemin, il presidente della RPC e segretario generale del partito comunista cinese (PCC) si reca in visita ufficiale in sei paesi africani. Questo gesto forte in direzione del continente segna il punto di partenza di una nuova definizione della politica cinese in Africa. È dall’alto della tribuna della Organizzazione dell’unità africana (OUA) ad Adis Abéba che il Presidente Zemin porta a battesimo il partenariato strategico sino-africano nella sua allocuzione intitolata "per una nuova opera monumentale negli annali dell’amicizia sino-africana". Dopo la sua ascesa al potere nel 2003, il Presidente Hu Jintao moltiplica i segni d’interesse in direzione del continente. Dopo la sua visita africana nel gennaio 2004 in Egitto, in Gabon, quindi in Algeria, il Presidente cinese ha soggiornato in Marocco, in Nigeria e in Kenia nell’aprile 2006. Questo soggiorno fa seguito al tour africano del ministro cinese degli affari esteri Li Zhaoxing in occasione del 50° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Africa. In breve, il 2006 segna l’anno dell’Africa in Cina, al punto che il Presidente Jintao, il primo ministro Wen Jiabao ed il capo della diplomazia Li Zhaoxing hanno portato la buona novella in quindici paesi africani, rafforzando così l’interesse e la serietà che Pechino intende insufflare in questo idillio sino-africano(17). Per battere il ferro mentre è ancora caldo, il Presidente Jintao ha iniziato un nuovo tour africano dedicato a dieci paesi nel gennaio-febbraio 2007. L’ardore della diplomazia cinese è pari all’ambizione di Pechino di formalizzare i suoi scambi con il continente attraverso strutture percorribili.
§2. Gli spazi di dialogo: Il Forum sulla cooperazione Sino-africana
Per dare un quadro d’espressione duratura al nuovo partenariato, Pechino si è rapidamente reso conto che la cooperazione iniziata e le ripercussioni politiche dei vari giri dei suoi dirigenti avevano bisogno di un’istanza formale per nascere. Così dal 10 al 12 ottobre 2000, la prima conferenza del FCSA riunisce a Pechino 45 paesi africani, di molte organizzazioni internazionali e regionali, come pure i rappresentanti del settore privato. Questa prima iniziativa raccoglie, oltre al segretario generale del OUA, quattro capi di stato africani (dell’Egitto, dello Zambia, del Togo e della Tanzania). La riunione è sancita da due testi importanti: la dichiarazione di Beijing ed il Programma per la cooperazione sino-africana. È segnata anche da un gesto forte che non trascurerà di suscitare l’interesse dei capi di stato non che hanno partecipato. Infatti, Pechino annulla una parte del debito dei paesi africani al livello di 10 miliardi di dollari e prende un appuntamento per il futuro. Tre anni più tardi, spetta ad Addis-Ababa accogliere la FCSA dal 25 al 26 novembre 2003. Oltre ad una partecipazione più arricchita dei capi di stato africani, Pechino riesce a fare ammettere la necessità di istituzionalizzare questo tipo di riunione. Un Piano d’azione 2004-2006 è adottato in attesa della realizzazione del 2006 che vedrà la Cina raccogliere i frutti del lavoro meticoloso della sua diplomazia. Quarantotto paesi africani di cui quarantuno capi di Stato e di governo hanno assistito alla terza sessione del FCSA dal 4 al 5 novembre 2006, che coincide con l’anniversario del cinquantenario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche con l’Africa (l’Egitto nasseriano aveva stabilito le sue relazioni diplomatiche nel 1956 con la RPC), questo vertice segna l’apoteosi ed attesta il successo dell’offensiva lanciata dalla Cina in direzione dell’Africa. È il più grande evento sino-africano dalla proclamazione della RPC. Definito storico dalla maggior parte dei partecipanti, il vertice è percepito come l’antitesi delle riunioni franco-africane o i vertici del Commonwealth. L’obiettivo sembra raggiunto per Pechino se si giudica questa dichiarazione del Presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, al termine del vertice: "la Cina e l’Africa possono, contare su un partenariato di tipo nuovo, reciprocamente vantaggioso e che non deve soffrire delle conseguenze della storia coloniale e di quelle, dannose, indotte da un aiuto allo sviluppo paternalistico(18)" il vertice ha approvato una dichiarazione di Pechino ed un piano d’azione 2007-2009. Meglio, la Cina ha riempito i suoi ospiti di una generosità fino ad allora mai raggiunta(19).
Così puntando sulla diplomazia per attuare con successo l’apertura della Cina al mondo e consolidare le sue possibilità di sviluppo, Deng Xiaoping l’ “artigiano” della Cina moderna poneva in filigrana le esigenze della politica estera cinese in Africa. I suoi successori Zeming e Jintao hanno capito che la cooperazione militante tinta d’ideologia terzomondista doveva cedere il passo ad un approccio pragmatico centrato soprattutto sugli interessi della Cina. Realismo e pragmatismo sembrano essere le leve sulle quali si sostiene Pechino per mettere in opera la sua diplomazia economica e commerciale in Africa, polmone della sua strategia di potenza.
Sezione 2: La diplomazia economica e commerciale
Se l’irradiazione politica della Cina in Africa non soffre di alcun dubbio alla luce delle visite dedicate da suoi dignitari al continente, la dimensione economica della penetrazione cinese d’altra parte, è rivelatrice delle ambizioni di Pechino. L’indicatore manifesto di quest’apertura risiede nelle cifre vertiginose che illustrano la crescita del commercio sino-africano. Dai 20 miliardi all’estate 2004, il commercio sino-africano è passato a 37 miliardi di dollari nel 2005. Queste cifre, che non soffrono di alcuna ambiguità quanto agli scopi economici di Pechino, spiegano una realtà multiforme che si declina in una serie di strategie determinate. In primo luogo, "la diplomazia energetica", al cuore delle priorità cinesi, è oggetto di un trattamento privilegiato nel partenariato sino-africano. Si aggiunge che Pechino, nella sua logica commerciale a lungo termine sta promuovendo un modello cinese che rimette in discussione le pratiche tradizionali d’aiuto allo sviluppo messe in atto dalle istituzioni finanziarie internazionali (Banca mondiale, FMI) e le vecchie potenze coloniali. Infine questa strategia globale si accompagna dalla messa in atto progressiva sul continente di un ambiente ottimale per gli affari  a profitto delle nascenti multinazionali cinesi.
§1. La diplomazia petrolifera: il cuore della strategia cinese
Nel 1993, la Cina diventa importatrice di petrolio. Per fare fronte all’aumento della produzione nazionale di greggio deve superare molti ostacoli. Infatti, Pechino non dispone dei "know-how" tecnologici per sfruttare le sue riserve naturali a causa delle costrizioni geologiche e soprattutto a causa delle sue raffinerie inadatte per trattare l’alto tasso di solfuro presente nel suo petrolio. A queste costrizioni d’ordine tecnico si aggiunge una ragione geopolitica principale: la Cina, dalle conseguenze energetiche della rottura con l’URSS negli anni 60, ha sempre temuto un "energy containement". Pierre Antoine Braud conclude che "la crescita economica cinese può essere messa in discussione, si tratta per Pechino di differenziare queste fonti di approvvigionamenti, senza ricorrere al mercato internazionale, ma ottenendo un controllo duraturo dello sfruttamento e della produzione (20)." Queste ragioni spiegano perchè l’Africa sia diventata la terza zona d’internazionalizzazione delle società petrolifere cinesi, attirate soprattutto dai tre grandi paesi produttori che sono il Sudan, l’Angola e la Nigeria. Contenendo il 9% delle riserve petrolifere mondiali e garantendo l’11% della produzione, l’Africa è la terra promessa che la Cina sogna per differenziare i suoi approvvigionamenti. La diplomazia energetica della Cina si presenta generalmente sotto forma d’offerta multidimensionale per i paesi d’accoglienza. Quest’ultimi hanno spesso in comune le caratteristiche seguenti: stabiliti in zone di crisi abbandonate dalle major petrolifere occidentali (caso dell’Angola e del Sudan), sono spesso impegnati in una braccio di ferro con la Comunità internazionale per ragioni di politica interna; dispongono, d’altra parte, di riserve petrolifere poco ambite o  che non offrono alcuna redditività immediata. La strategia d’instaurazione delle società petrolifere cinesi si adatta alla situazione di ogni paese.
A) Il Sudan: petrolio contro sostegno diplomatico
Nel 1997, in un Sudan in preda alla guerra civile tra il Nord ed il Sud, l’impresa di Stato Cina National Petroleum corporation (CNPC) si impegna a sfruttare nel quadro di una joint venture (con una ditta malesiana ed un’altra canadese) i giacimenti del sud di paese, più esattamente nel bacino di Muglad con un investimento globale di un miliardo di dollari. La CNPC "ha importato" 2000 operai cinesi(21) per realizzare una conduttura di 1600 km che collegasse i campi petroliferi di Muglad al mare rosso. Oggi, il Sudan fornisce il 7,5% delle importazioni totali della Cina. Quest’investimenti sono stati realizzati in una zona in preda ad una lunga guerra civile durante la quale, lo Stato sudanese, benché marginalizzato, è stato rifornito di armi dalla Cina. Come sottolinea la relazione di Amnesty International del 2006, la Cina ha consegnato armi al governo di Khartoum accusato di genocidio nel Darfour. Marie-France Cros aggiunge, a questo proposito, che "Pechino non ha avuto cuore. Quando il governo sudanese, tra il 1999 ed il 2001, muoveva una politica di terra bruciata delle centinaia di migliaia di civili nelle zone petrolifere (…) per lasciare campo libero alle imprese, la Cina non se ne è curata, mentre le società occidentali – come la canadese Talisman, che ha dovuto lasciare il Sudan dopo una campagna delle ONGS canadesi – sono sottoposte ad una forte pressione nei loro paesi.(22) "Dinanzi alla protesta sollevata da tali rapporti d’affari, l’agenzia di stampa ufficiale, Cina nuova, giustificava, nel dicembre 2005, la posizione cinese in termini inequivocabili:" La Cina non ha mai legato il suo aiuto all’Africa a condizioni politiche (…) eccetto una: che i partner africani di Pechino rompessero con Taipei." Fedele alla sua politica di non ingerenza, Pechino continua a portare un sostegno manifesto al Sudan come con il famoso esempio della risoluzione 1567 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul Darfour adottato nel 2004, testo fortemente temperato grazie all’azione della Cina.
B) L’Angola: petrolio contro sostegno economico
La pratica della diplomazia energetica cinese si rivela efficace anche in Angola, paese straziato da molti decenni di guerra e diventato oggi il primo fornitore di petrolio della Cina nell’Africa subsahariana. Trendo profitto dai suoi legami di lungo corso con il governo di Luanda, in particolare con la vendita regolare di armi durante la guerra di liberazione angolana degli anni ’70, e dall’indebolimento degli interessi francesi consecutivi all’affare Falcone, La China Petroleum & Chemical corporation (CPCP) riesce nel novembre 2004, a strappare, alla società francese Total, lo sfruttamento del blocco 3/80 nel nord del paese. Questa bella apertura coincide con i tentativi del fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale (BM) di portare Luanda, ad una maggiore trasparenza sui fondi petroliferi: l’Angola, allora terza sui 102 paesi più corrotti secondo Transparency International, aveva visto, nel 2001, un terzo dei redditi dello Stato evaporarsi, mentre un quarto della popolazione soffriva per carestia ed attendeva un aiuto alimentare esterno. Pechino mise allora a disposizione di Luanda un prestito di 2 miliardi di dollari con l’1,5% di interessi su 17 anni, in cambio di 10.000 barili di petrolio al giorno. Le autorità angolane potevano ormai opporsi al FMI ed alla BM.
C) La Nigeria: petrolio contro promesse diplomatiche
Nel caso della Nigeria, "la Cina è arrivata ad un legame dove si mescolano commercio, materie prime e sostegno politico", secondo Chung-lian Jiang(23). Nel corso della sua visita dell’aprile 2006 alla Nigeria, il presidente Hu Jintao ha portato a termine un accordo riguardante quattro licenze di sfruttamenti petroliferi. Sono annunciati investimenti di 4 miliardi di dollari nelle infrastrutture, nelle centrali elettriche ed  nei servizi telefonici. Parallelamente, la China National Offshore Oil corporation (CNOOC) ha già acquisito il 45% della concessione petrolifera di Apko la cui produzione è prevista per il 2008, che illustra la strategia cinese basata sul lungo termine. Infine, dal 2005, la Nigeria si è impegnata a fornire 30.000 barili di petrolio al giorno durante cinque anni a Petrochina, una società pubblica cinese. Se i predecessori del presidente Hu Jintao hanno accordato il loro sostegno politico al dittatore nigeriano Sani Abacha, l’attuale diplomazia cinese fa pesare il potenziale che essa potrebbe portare alla Nigeria impegnata nella corsa per un seggio permanente africano al Consiglio di sicurezza dell’ONU(24). Grosso modo, è ad una vera diplomazia petrolifera articolata, in funzione delle circostanze, ad un sostegno politico, economico o diplomatico che Pechino consegna le sue aspirazioni in Africa. Questa politica energetica adottata con mano forte, non occulta gli sforzi cinesi di promuovere "un modello di sviluppo" in rottura totale con il paradigma occidentale.
§2. La promozione di un modello cinese: una nuova logica di aiuto
La presenza cinese in Africa si iscrive in una strategia globale di “circonvallazione” delle potenze occidentali concorrenti che sono soprattutto gli Stati Uniti e l’Unione europea. Si sostiene soprattutto sull’esaltazione del passato comune tra l’Africa e la Cina e della cooperazione Sud-Sud. Stabilendo il principio di non ingerenza e di neutralità come base della sua cooperazione, la Cina dissocia lo sviluppo economico dalle riforme politiche e propone un modello di sviluppo contrario alla politica d’aiuto condizionato messa in atto dall’occidente. Per Pechino, la democrazia è figlia della prosperità economica e non l’opposto. È per questo che, il libro bianco sulla politica africana insiste "sul rispetto della libera scelta dei paesi africani quanto alla loro via di sviluppo." La Cina, trae lezioni dalla sua cooperazione con il continente al termine di una riunione di tutti gli ambasciatori cinesi in Africa nel 1995, modificando la sua politica d’aiuto allo sviluppo. Questa nuova politica dell’aiuto deriva dall’importanza delle sue riserve monetarie, stimate a più di un miliardo di dollari. Mentre fino a quel momento la Cina si era limitata a convertirli in buoni del tesoro americano o in entrate in dollari, ha deciso ora di utilizzarli a fini geostrategici, lanciandosi in una politica d’investimenti, in particolare in Africa, per rafforzare la sua indipendenza energetica. Secondo il dipartimento Africa del ministero cinese degli Affari Esteri, l’aiuto esterno cinese è realizzato sotto le tre forme seguenti: il prestito preferenziale, i progetti di imprese a cogestione o a capitali misti, e l’aiuto senza contropartita. La pratica del prestito preferenziale si è già dimostrata valida in Angola dove investitori cinesi, nonostante l’ira del FMI e del BM, hanno messo a disposizione di questo paese 5 milioni di dollari. Con la politica dei progetti di imprese, Pechino estende la sua politica energetica all’acquisizione di materie prime diverse dal petrolio combinando lo sviluppo delle infrastrutture e l’estrazione dei minerali metalliferi. Così società cinesi sono attivamente impegnate nello sfruttamento del rame e del cobalto in Zambia e nella Repubblica Democratica del Congo, del carbone nel Mozambico(25). Questo sfruttamento si accompagna generalmente allo sviluppo di infrastrutture che fanno accettare l’idea che Pechino contribuisce allo sviluppo del tessuto industriale come dimostra la riparazione delle infrastrutture stradali o ferroviarie, in Angola, in Zimbabwe, in Nigeria, in Etiopia ed nel Gabon. Quanto all’aiuto senza contropartita, si traduce generalmente in realizzazioni di prestigio, questi "elefanti bianchi" spesso denunciati dalla cooperazione occidentale a causa dei costi enormi di manutenzione che implicano per i paesi d’accoglienza. Si è inoltre impegnata, al termine del vertice sino-africano del novembre 2006, a costruire gratuitamente una sede per l’Unione africana ad Addis-Abeba. L’aiuto senza contropartita si accompagna anche all’annullamento periodico dei debiti e al contributo di cooperatori cinesi in diversi settori. Nel 2004, si contavano circa 61.000 cooperatori cinesi in Africa. In totale Pechino dedica il 45% del suo aiuto allo sviluppo dell’Africa grazie ad una politica d’investimento multiforme che ha, secondo il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, permesso all’Africa di raggiungere un tasso di crescita del 6%, il tasso più elevato di questi ultimi trent’anni(26).
Il modello cinese sembra generare emulazione al punto che Jawad Kerdoudi pensa che "l’Africa potrà prendere ad esempio la Cina per il suo sviluppo." Il modello cinese si è dimostrato valido, poiché permette un tasso di crescita più elevato che ha sottratto alla povertà milioni di persone(27). "Le nuova logica commerciale rimane sempre legate al concetto chiave "benefici-benefici", così cara alla Cina. È del resto la principale arma brandita dalle autorità cinesi contro i "donatori di lezioni" dell’occidente, ma soprattutto per presentare la sua cooperazione con l’Africa al di fuori di qualsiasi spirito di sfruttamento e di mercantilismo. Come sottolinea Valérie Niquet "la Cina offre un partenariato strategico fondato sul rispetto puntiglioso della non ingerenza, il rifiuto di ogni legittimità morale dell’occidente e il primato della specificità dei valori, opposto all’universalismo dei principi occidentali (28)."
14Discorso del Président Jintao alla cerimonia di apertura del Forum di cooperazione sino-africana di Beijing il 4-5 novembre 2006
15 Per misurare meglio il posto dei bisogni energetici cinesi, vedere allegato II p.61
16 La domanda quotidiana in petrolio è passata da 2,12 milioni di barili al giorno nel 1990 a 3,.95 milioni di b/j in 1999. essa è ritenuto a 7millions di b/j all’orizzonte 2010. fonte agenzia internazionale dell’energia OCSE 2004 17 Vedere allegato III p.62.
17 Vedere allegato III p.62
18 Intervista al Presidente algerino Bouteflika in www.el-mouredia.dz novembre2006
19 Vedere allegato IV p.63
20 Pierre Antoine Braud, « La Chine en Afrique, anatomie d’une nouvelle stratégie chinoise » Analysis, www.iss-eu.org, octobre 2005 p.2
21 Quest’operai sarebbero prigionieri di diritto comune che hanno ottenuti una riduzione di pena. Ibid.,p3
22 Marie-France Cros, « le nouvel ordre chinois en Afrique », la Conscience, avril 2006
23 Chung-lian Jiang, « la Chine, le Pétrole et l’Afrique », www.geopolitis.net, novembre 2004
24 Il presidente della Nigeria Obasanjo ha chiesto il sostegno ufficiale di Pechino per il conseguimento di una seggio permanente al Consiglio di sicurezza.
25 Vedere allegato V p.64
26 Intervista al Presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, www.el-mouredia.dz, novembre2006
27 Jawad Kerdoudi, Consulente e economista e presidente dell’Istituto Marocchino delle Relazioni Internazionali (IMRI), « Sommet sino-africain, quels enjeux ? », www.menara.ma, décembre 2006
28 Valérie Niquet, «la stratégie africaine de la Chine »  op.cit., pp. 363-364
 

L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA. Parte II

fonte diploweb.com

BASI E MANIFESTAZIONI DELLA POLITICA AFRICANA DELLA CINA

All’inizio era la storia! Tale sembra essere il credo della Cina per celebrare il suo ritorno sul continente africano. Per una potenza emergente senza passato coloniale in Africa(5), si tratta di sigillare tale tracciato intorno a principi fondanti che hanno la loro legittimità nella storia comune e condivisa. Come ricorda volentieri il Presidente cinese Hu Jintao, "l’amicizia sino-africana immerge le sue radici nella profondità del tempo e non cessa di approfondirsi col passare degli anni(6)." Questa legittimità storica costituisce il trampolino ideale per assestare la legittimità ideologica frutto della presenza indefettibile della Cina al fianco dell’Africa, come porta bandiera dei non-allineati, durante le lotte egemoniche della guerra fredda. A questo proposito nota Valére Niquet: "lungi dall’abbandonare le vecchie tematiche, Pechino si sostiene anche su un discorso terzomondista Sud-Sud fondato su un passato, costantemente ricordato, di lotta comune contro tutti gli impérialismi(7)." Questo combattimento condotto gomito a gomito mette la Cina e l’Africa su uno stesso piede d’uguaglianza e giustifica un rispetto reciproco la cui espressione completa rimane la non ingerenza e la neutralità, terzo principio fondante della diplomazia cinese in Africa. Con i percorsi di “come back” ben lastricati, la politica africana può ormai declinarsi in molti settori. Fedele alla sua tradizione dei "piccoli passi", la diplomazia cinese si è data i mezzi per raggiungere i suoi obiettivi istituendo, soprattutto, strutture politiche sino-africane, istanze d’espressione e di razionalizzazione della sua “offensiva”. Col superamento di tale tappa, essa può velatamente mettere in opera la sua diplomazia economica e commerciale centrata sulle risorse petrolifere, obiettivo principale del suo ritorno in Africa. Infine per completare il dispositivo, la presenza economica indica la via ad altre forme di cooperazione, che mirano a rafforzare la presenza cinese sul continente.

 

CAPITOLO I: LE BASI DELLA POLITICA AFRICANA DELLA CINA

 

Nonostante l’impressione innovativa che sembra caratterizzare il “volo” della diplomazia cinese in Africa, è necessario riconoscere che si iscrive nella continuità di una politica africana della Cina, che prende forma a partire dalla coniugazione di molti eventi verificatisi nel mondo, nella seconda metà del XX secolo. La proclamazione della RPC nel 1949 e l’aumento delle rivendicazioni nazionalistiche in favore della liberazione hanno generato una comunanza di interessi e di destini tra la Cina ed il continente africano. Quest’ultimo ha costituito un capitale prezioso che Pechino non ha tardato a far fruttare nelle sue nuove relazioni con l’Africa. Questa ricerca di legittimità radicata nella storia vissuta in comune è inquadrata da un terzo principio, incarnato nel culto della non ingerenza negli affari interni.

Sezione 1: La legittimità storica come principio fondante

Il contatto tra Africa e Asia risale a tre millenni fa. È infatti a partire dal X secolo A.C. che la Cina sviluppa i suoi primi scambi commerciali con l’Egitto. Occorrerà attendere la dinastia dei Ming (1368-1644) per assistere a veri peripli marittimi da parte del navigatore Zheng He sulla costa orientale africana. Tuttavia questa politica d’apertura al mondo sarà fermata per molti ragioni(9). La proclamazione della RPC e la fine della lunga notte coloniale africana saranno il pretesto per ristabilire il contatto con l’Africa attraverso, inizialmente, i tentativi d’emancipazione e di affermazione portati dalla conferenza di Bandung, quindi tramite le lotte di liberazione in molti paesi del continente.

§1. La conferenza di Bandung: il riavvicinamento sino-africano

La conferenza di Bandung nell’Indonesia, dal 18 al 24 aprile 1955, segna la prima tribuna offerta alla Cina per ristabilire le sue relazioni con l’Africa. Da un lato, Bandung costituiva la via sognata da Pechino per portare il suo sostegno ai paesi in lotta contro la sovranità coloniale, e dell’altra, permetteva di assestare la sua diplomazia nascente interessata a rompere le catene della tutela sovietica. Come sottolinea Adama Gaye: "il terreno era tanto più favorevole alla Cina che disponeva, all’alba dell’ indipendenza africana, di un ulteriore vantaggio. Tutto la avvicinava infatti ai paesi africani che avevano appena rotto le catene del colonialismo vendicandosi, come essa, di anni di sovranità esterna(10)." Convocata su iniziativa di cinque paesi asiatici (Birmania, Ceylan, Indonesia, India e Pakistan) la conferenza ha accolto sei paesi africani tra cui due grandi dell’epoca, l’Egitto e l’Etiopia. È a partire da questa tribuna che il primo ministro indiano, Jawaharlal Nehru, ha lanciato la sua famosa mano tesa all’Africa, in nome del continente asiatico, in questi termini: "spetta all’Asia aiutare l’Africa al massimo delle sue possibilità, poiché siamo continenti fratelli.(11)"

§2. La liberazione, fermento della solidarietà militante

Per una Cina il cui invito non era stato previsto alla conferenza preparatoria di Bogor del 1954, l‘occasione era utile per ristabilire la sua influenza sul suolo africano. Dopo avere dimostrato la sua solidarietà con l’Egitto nasseriano nel corso del suo braccio di ferro con la coalizione franco-britannica conseguente alla nazionalizzazione del canale di Suez nel 1956, la Cina ha approfittato di tutte le tribune internazionali per invocare la liberazione dell’Africa, in particolare nel corso della conferenza di Belgrado del settembre 1961. È toccato al primo ministro, Chou En-Laï, figura emblematica della rivoluzione cinese, chiamato in alcuni circoli "l’Africano", indicare le nuove vie di cooperazione sino-africane. Nel 1963-1964, intraprende un giro di tre mesi durante i quali visita una decina di paesi africani. Il suo giro si è concluso con la firma di numerosi accordi e soprattutto con la prospettiva per Pechino di arruolare il massimo di paesi africani nel suo grembo al fine di iniziare la sua battaglia ideologica intorno al concetto della "teoria dei tre mondi". Infatti agli inizi degli anni ‘70 Mao Zedong appunta la politica estera cinese attorno alla divisione del mondo in tre blocchi distinti. Gli Stati Uniti e l’URSS formano il "primo mondo" e si presentano come le due superpotenze impérialiste. I paesi asiatici sotto-sviluppati, dell’Africa, dell’America Latina costituiscono il "terzo mondo", e sono allo stesso tempo le vittime dell’oppressione e dello sfruttamento, ed i motori essenziali della lotta contro il l’egemonismo neocoloniale. Infine i paesi sviluppati dell’Europa occidentale e il Giappone, il Canada e l’Australia sono sistemati nell’alveo del "secondo mondo". Mao stabilisce una relazione di lotta e di solidarietà tra il secondo mondo ed il terzo mondo nel quadro della lotta contro le due grandi potenze dominanti.

Sezione 2: L’eredità ideologica della guerra fredda

La lotta anticolonialista non è l’unico fermento che riavvicina i rapporti sino-africani. Oltre al passato coloniale comune ai due partner, Pechino non manca occasione per mettere in risalto l’appartenenza alla medesima sfera ideologica. Infatti, lo slancio terzomondista della Cina risale agli anni 1960, punto di partenza della lotta ideologica che si svolge tra Mosca e Pechino. Con la dichiarazione di Khrouchtchev di trasformare la coesistenza pacifica nella base della politica estera dell’URSS, la Cina di Mao grida al revisionismo e denuncia la volontà del suo alleato russo di relegare in secondo piano la liberazione dei popoli del terzo mondo e la solidarietà internazionale rivoluzionaria.

§1. La rivalità sino-sovietica

Questa lotta ideologica si esprimeva con forza nel movimento dei non allineati. Sul piano diplomatico, la Cina guadagna la sua prima vittoria trovando il suo seggio al Consiglio di sicurezza, nel 1971, grazie al volere africano. Nel settore economico rimarca la sua solidarietà segnalandosi con grandi iniziative: vengono accordati 722,5 milioni di dollari di prestiti di cui 400 milioni per il progetto ferroviario di Tanzam che collega la Tanzania allo Zambia. Dal 1972 al 1973, un’assistenza economica imperniata sui settori agricoli e medici è messa in atto in Congo, in Egitto, in Somalia, in Sudan, ed in Zambia. Come sottolinea Jean Christophe Servant "la presenza cinese in Africa si riassumeva con il tecnico venuto ad assistere il paese fratello da poco affrancatosi dalla sua tutela coloniale contribuendo così alla sua crescita. Quindicimila medici e più di diecimila ingegneri agronomi furono allora inviati verso questo terzo mondo trasformato in postazione di second’ordine della guerra fredda.(12)"

 §2. L’appoggio ai movimenti di liberazione

L’aiuto ai movimenti di liberazione è rivolto, in particolare, in Angola con il movimento popolare per la liberazione dell’Angola (MPLA) in Mozambico con il fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO) o allo Zimbabwe con lo Zimbabwe African National Unity (ZANU)(13). Nonostante un isolamento relativo sulla scena internazionale ed africana imputabile in parte al trionfo della "distensione internazionale" raccomandato da Mosca, Pechino conserverà un’influenza reale sul continente africano in particolare presso gli ultimi movimenti di liberazione, soprattutto dello African National Congress (ANC) nella lotta contro il regime della segregazione fino al 1994. Questo ruolo principale svolto da Pechino ha contribuito ad assestare l’idea di una terza via risolutamente anticolonialista e militante. L’eredità ideologica della guerra fredda si trova così recuperata nell’ottica di fondare una nuova legittimità garante di relazioni benefiche tra il "più grande paese in via di sviluppo (la Cina) e il più vasto continente in sviluppo (l’Africa)". Tutte le dichiarazioni ufficiali delle autorità cinesi sul partenariato sino-africano celano un effluvio di storia comune.

Sezione 3: La neutralità e la non ingerenza

Per completare il suo sistema e riassicurare al meglio i suoi partner, la Cina intende fondare le sue relazioni sulla non ingerenza e la neutralità. Questa disposizione del partenariato strategico sino-africano si iscrive nella panoplia degli atti di rottura con il modello di sviluppo e di cooperazione promossi dalle vecchie potenze coloniali. Costituisce una perpetuazione della logica del blocco che vuole che la Cina e l’Africa, anche dopo la fine della guerra fredda, si identifichino nello stesso campo.

 

(5)La Cina si compiace nel ricordare le spedizioni sulla costa orientale africana della dinastia dei Ming che si sono limitate a scambi con l’Africa, senza alcuna volontà di dominio. Vedere a questo proposito, Paul Kennedy, Naissance e declino delle grandi potenze, Editions Payot & Rivages, 2004 pp 39-44.

 

(6) Discorso del presidente Hu Jintao alla cerimonia di apertura del Forum de Coperazione sino-africaino, 4  novembre  2006.

(7)Valérie Niquet, « la stratégie africaine de la Chine », Politique Etrangère, février 2006, p.361

(8)Vedere « Sino-African Cooperation to Rise to New High », Quotidien du Peuple, Pékin, 10 mars 2000

(10)Paul Kennedy, Naissance et déclin des grandes puissances op. cit. pp. 39-44

(11)Adama GAYE, Chine-Afrique le dragon et l’autruche : Essai d’analyse de l’évolution contrastée des relations sino-africaines : saint ou impie alliance du XXIe siècle, Harmattan, 2006 p.52

(11)Ibid., p 61

(12)Jean-Christophe Servant, « La Chine à l’assaut du marché africain », Le Monde diplomatique, mai 2005.

(13)Vedere allegato I p60.

L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA

COMANDANTE MBAYE CISSE (SENEGAL) CID, 14e  PROMOTION (fonte diploweb.com)

[Pubblichiamo la I parte di un lavoro abbastanza corposo sulla strategia geopolitica della Cina in Africa, Fonte diploweb.com. Nei prossimi giorni cercheremo di completare le altre parti. Trad. di G.P.]

 

Nel momento in cui le potenze occidentali sembrano trascurare il continente africano o vi hanno mantenuto soltanto una soglia di presenza minima, la Cina ha dimostrato la sua capacità di assumere il suo nuovo ruolo di potenza emergente. Dando prova di un dinamismo impressionante, essa ha messo in opera una strategia globale per trovare nuove frontiere alle sue popolazioni ed alla sua economia. Attore a pieno titolo della mondializzazione, Pechino ha compreso il vantaggio che poteva ottenere dall’Africa utilizzando una delle armi più temibili del dopo guerra fredda: la potenza economica. Questa potenza all’opera attraverso tutto il continente non ha ancora rivelato tutte le sue intenzioni. Ad ogni modo, oltre ai problemi che continua a sollevare, chiama l’Africa alla possibilità di farsi carico del suo destino e a considerare l’aiuto esterno, che essa riceve, come un supplemento e non come il principale perno del suo sviluppo.

 Memoria redatta al CID nel quadro del seminario geopolitico sull’Africa diretto dal professore Bernard Lugan e nel quadro del Master ricerca in relazioni internazionali dell’università Panthéon-Assas, sotto la direzione di Nicolas Haupais

 

 

Nel 1979, Deng Xiaoping, architetto della riforma e dell’apertura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), fissava due obiettivi principali alla diplomazia cinese: la pace e lo sviluppo. I risultati per il secondo obiettivo non sono tardati ad arrivare. In venticinque anni, la Cina ha moltiplicato il suo prodotto interno lordo di 9,4 punti. Quest’ultimo culmina a 1400 dollari pro capite nel 2004 contro 50 dollari del 1949. Vale a dire che le previsioni sul risveglio cinese sembrano arrivare a termine e che “l’Impero di Mezzo” è in via di ritrovare il suo posto nel concerto delle nazioni. Dopo avere tratto le giuste lezioni da un passato segnato dalla politicizzazione eccessiva della sua diplomazia, la Cina sembra optare per una posizione pragmatica risolutamente orientata verso l’apertura e l’irradiamento sotto tutti i punti di vista.

Spinta da una crescita economica molto forte, la RPC intende garantire il suo ammodernamento mediante un’apertura più grande verso gli altri attori del sistema internazionale. Come indica il libro bianco del governo cinese pubblicato il 22 dicembre 2005, "imboccare la via dello sviluppo pacifico è legare lo sviluppo interno all’apertura al mondo esterno, annodando lo sviluppo della Cina a quello delle altre parti del mondo." (È noi che traduciamo). È a partire da questa visione strategica che Pechino si annuncia sotto le sue nuove vesti in Africa. Questo ritorno in forza al piano diplomatico ed economico, dopo il maremoto taiwanese degli anni ‘90, ha attirato l’attenzione degli analisti delle relazioni sino-africane, che decriptano i segni che annunciano uno sconvolgimento nel divenire del continente. Per fare fronte alle necessità inerenti alla sua crescita, Pechino avrebbe intenzionalmente legato il suo strumento diplomatico alla dimensione delle opportunità offerte dalla fine della guerra fredda, fra le quali l’apertura dei mercati successiva alla globalizzazione dei cambi[1). A questo proposito, nota Angel Ubide, "la conquista dell’Africa è un progetto di politica estera segnato dall’impiego del potere economico invece che dalla potenza militare, come pure l’offerta di concessioni politiche per esercitare un’influenza esterna[2)." Infatti, la fine del bipolarismo est-ovest è coinciso con l’emergenza pacifica[3]di una Cina che diviene inevitabilmente un polo di potenza nella riconfigurazione della geopolitica mondiale. Una nuova era che la Cina inaugura sotto il segno dello "sviluppo armonioso", aperto a tutti i popoli del mondo, in particolare a quelli del Sud, secondo la terminologia terzomondista degli anni 1960. Sotto un’apparenza pacifica, in opposizione ai modelli colonialisti, essa stende il suo mantello da "fratello maggiore" sui paesi del Sud e invocando uno sviluppo condiviso la Cina ha trasformato l’Africa in un attore privilegiato nella costruzione di un nuovo ordine mondiale nel quale la relazione sino-africana sarebbe sinonimo di progresso reciproco.

Così, "la Cina veglia al fine di stabilire e sviluppare un nuovo tipo di partenariato strategico con l’Africa, caratterizzato dall’uguaglianza e la fiducia reciproca sul piano politico, la cooperazione condotta nello spirito “benefici-benefici” sul piano economico ed il rafforzamento degli scambi sul piano culturale[4). "Naturalmente questa dichiarazione di buone intenzioni suscita interrogazioni in molti ambienti africani. Se alcuni circoli manifestano già il loro ottimismo presentando la nuova politica cinese in africa come l’ultima possibilità del continente di uscire dal suo sottosviluppo cronico, altri non trascurano di vedere dietro l’offensiva di Pechino l’espressione di una nuova avventura coloniale da cui l’Africa uscirà probabilmente straziata. Questo lavoro non ha l’ambizione di esaminare questa percezione dualistica. In compenso, cerca di mettere alla prova e procedere alla convalida dell’ipotesi di lavoro che segue: la "nuova luna di miele" annunciata da Pechino s’iscrive in una prospettiva dinamica di rinnovamento della politica cinese in Africa che ha sempre fatto del continente nero un elemento chiave della sua irradiazione diplomatica. Contrariamente al militantismo degli anni 70, il nuovo impegno di Pechino è volontariamente imperniato sullo sviluppo economico del gigante cinese di cui tutti gli strumenti di potenza sono oggi tesi verso un solo scopo: trasformare la Cina in uno Stato forte, affermandosi sul continente africano, ormai innalzato a spazio d’espansione strategica. Quest’esigenza condizionata, soprattutto, dalla ricerca di una sicurezza energetica, piazza l’Africa e le sue materie prime al cuore delle preoccupazioni cinesi. Inoltre, l’assalto della RPC genererà sconvolgimenti profondi che non trascureranno di alterare un ambiente africano già fortemente influenzato dal suo passato coloniale, e le cui elite politiche restano ancora divise tra il conformismo e la ricerca di nuove risposte al sottosviluppo. È con questa fase cerniera del suo divenire che l’Africa firma un nuovo contratto con la Cina attraverso un partenariato strategico che si tratterà di decriptare in tutti i suoi aspetti.

In una prima parte, sarà inizialmente utile esaminare i vari principi fondanti della politica cinese in Africa. Quest’ultima è caratterizzato dalla valorizzazione di un modello di cooperazione, opposto al modello coloniale occidentale che ha strutturato le relazioni dell’Africa con il resto del mondo. Infatti, anche se nulla predispone la Cina a mantenere relazioni privilegiate con il continente africano, a causa della distanza geografica e dell’assenza di determinanti culturali comuni, la rivalutazione cinese della politica africana si iscrive in una tradizione fondata su una legittimità tripla sulla quale veglia gelosamente Pechino. Al primo pilastro costituito dalla legittimità storica, nata dall’implicazione della Cina nelle lotte di liberazione di molti paesi africani, si aggiungono, in estensione, gli altri due rappresentati dall’eredità ideologica terzomondista della guerra fredda e soprattutto la promozione dei principi di non ingerenza e di neutralità come base del partenariato con l’Africa. Si tratterà in seguito, a partire da questi tre pilastri fondanti, porte d’entrata della RPC sul continente, di esaminare le forme d’espressione della potenza cinese attraverso uno spettro di valutazioni differenti. Esse si esprimono soprattutto sul piano politico con la messa in atto di una cornice istituzionale sino-africana con la quale la Cina si dà i mezzi per strutturare il suo intervento. Questa tappa costituisce il trampolino ideale per sviluppare una diplomazia economica che alcuni mettono al centro del rinnovamento della presenza cinese in Africa in ragione, certamente, del suo forte "tasso petrolifero". Per infittire la sua presenza, e preservare il carattere globale della sua strategia, anche la cooperazione militare e quella culturale sono oggetto di un’attenzione particolare e costituiscono altri campi d’interesse non trascurabili del ritorno di Pechino sul continente. Infine, nella seconda parte, si tratterà di misurare l’impatto multiforme della strategia cinese sulle grandi sfide politico-economiche che riguardano l’Africa. In questo ambito, l’influenza cinese di lungo corso pone interrogazioni multiple. Sul piano politico, i principi messi in evidenza da Pechino voltano le spalle al modello liberale proposto dalle vecchie potenze coloniali ed aprono la via ad una rilettura della democratizzazione degli stati africani. Nel settore economico, il passo di Pechino è volto a modificare profondamente gli schemi di sviluppo socioeconomico nel momento in cui emergono strategie collettive come il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell’Africa (NEPAD). A questo titolo, essa solleva con acutezza il problema delle opportunità offerte, ma anche dei rischi per le economie africane. Last but not least, la messa in atto della politica africana della Cina presagisce cambiamenti importanti nell’architettura della sicurezza del continente e potrebbe, alla fine, influire sul settore della pace e della stabilità a causa della rivalità tra potenze che non trascurerà di riproporre.  

 

Note

(1) Per approfittare interamente della mondializzazione, la Cina ha fatto sforzi titanici al fine di aderire all’organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001. Pechino ricorda incessantemente la necessità di rispettare le norme da parte di tutti gli attori. D’altra parte la decisione della Cina di fondere il ministero della cooperazione e quello del commercio estero è emblematica della volontà delle autorità cinesi di fare della cooperazione estera e commerciale una priorità d’ordine strategico. Vedere, a questo proposito, Jean Christophe Servant: "la Cina all’attacco del mercato africano", il mondo diplomatico, maggio 2005.

(2) Angel Ubide, "la Cina alla conquista dell’Africa", telos-eu.com, dicembre 2006

(3) concetto lanciato da Zheng Bijian nell’ottobre 2003, Presidente del Forum sulla riforma della Cina e vice vicepresidente anziano della Scuola centrale del partito comunista cinese (PCC)

(4) libro bianco del governo cinese, "la via dello sviluppo pacifico della Cina" dicembre 2005, 32p.

 

LE VIE DELLA DEMOCRAZIA SONO FINITE di G.P.

(qualche riflessione sul Myanmar)

 

Quello che sta succedendo in Myanmar mette noi tutti di fronte ad un dilemma tragico: valgono di più le giuste ragioni dei monaci e degli oppositori della giunta militare che chiedono maggiore libertà e una politica economica più aperta, oppure quelle geopolitiche, i cui indizi riconducono immancabilmente ad un tentativo di destabilizzazione dell’area da parte della politica geostrategica americana? E’ ovvio che il discorso sui diritti civili e sulla democrazia è, palesemente, la testa d’ariete con la quale gli Usa tentano di forzare i bastioni eretti dai paesi non-allineati contro i tentativi di egemonia mondiale messi in atto dall’occidente filo-americano, per cui non si spiega, se non inserendosi nella logica della politica di potenza statunitense, perché, ad esempio, al Kossovo in mano ai criminali etnici dell’UCK si vorrebbe far raggiungere la piena indipendenza mentre nei confronti di Iraq, Afghanistan, Iran ed ora anche Myanmar (in quest’ultimi due casi, attraverso una diversa strategia di assedio mediatico e non di assalto guerreggiato per via della ferma opposizione di Cina e Russia) si proceda con le armi, con le sanzioni economiche e con l’inevitabile pressione mediatica. La rivolta dei monaci è iniziata a causa di un aumento del prezzo del petrolio e del gas che, certamente, danneggia i settori sociali più deboli di un paese che non è un Eldorado ma che l’intervento dell’Occidente ha fatto artatamente precipitare nel caos, per ragioni nient’affatto nobili come si vuol far credere.

Ci sono degli elementi lampanti che lasciano intuire quali siano le vere preoccupazioni degli Usa e dei suoi alleati occidentali i quali, come al solito, utilizzano il paravento dei diritti umani per intorbidare le acque e inserirsi nelle contraddizioni sociali delle aree strategiche del globo.  

Il Myanmar può divenire un avamposto privilegiato per schierare le proprie legioni e porre un freno all’avanzata di Cina e India, per cui anche l’ex-Brimania deve essere sottoposta alla cura democraticistica, a dosi omeopatiche, per la quale il governo statunitense, con il suo stuolo di ONGS, è campione indiscusso.

Che l’obiettivo sia predatorio diviene chiaro allorché si guarda alle mosse che la giunta birmana ha compiuto negli ultimi tempi, a partire dagli accordi con la Cina per la costruzione di un oleo-gasdotto di 2380 kilometri, da dislocare lungo la costa dell’Arakan fino alla provincia cinese dello Yunnan. La Cina si servirebbe di tale pipeline per soddisfare le sue crescenti esigenze energetiche facilitando così l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Venezuela. Ancora una volta il mondo si fa piccolissimo lungo le strade dell’oro nero e di quello blu, tanto che il governo statunitense non può permettere ai cosiddetti ex-paesi in via di sviluppo di agire senza il suo imprimatur e il suo controllo diretto. Ma non si tratta semplicemente di un controllo sulle risorse energetiche del pianeta, che pure può apparire come l’obiettivo più immediato della “tenzone”, quanto di impedire che si vada rafforzando il coordinamento politico tra Cina, Russia, India e paesi sudamericani (Venezuela).

Ancora, come si può leggere nell’ottimo “notiziario strategico” di Alex Lattanzio (www.sitoaurora.altervista.org): “Un altro motivo di intervento in Myanmar, da parte USA, è lo stretto legame, nel progetto di guerra elettronica avanzata, patrocinata dal leader della junta (il Consiglio per la Pace e lo Sviluppo – SPDC), lo specialista di guerra psicologica, Generale Than Shwe. Il progetto, da 1,5 miliardi di dollari, vede la collaborazione  della Cina Popolare. Una collaborazione Cina-Myanmar volta a controllare i movimenti delle guerriglia etnica in Myanmar; Karen, Chan, Wa e altri, che si spostano attraverso i confini con la Cina. Inoltre, tale accordo comprende la sorveglianza strategica dell’area e del traffico navale nell’Oceano Indiano, soprattutto dei movimenti della flotta militare degli USA, senza menzionare il ruolo cruciale del traffico nello Stretto di Malacca”. Ed ecco qui svelate le “ragioni della democrazia” imposte a “furor mediatico” dagli organismi internazionali (in preda alle solite convulsioni pro-Usa) e dal circo intellettuale nostrano (al quale non sono immuni nemmeno i sinistri) unanimemente uniti nella condanna “morale” dell’attuale situazione in Birmania. Detto per inciso i monaci buddisti mi sono anche “simpatici” e non mi sognerei mai di mettere in dubbio le rivendicazioni di maggior benessere sociale che provengono dai settori più deboli e vessati del popolo. Tuttavia, sarà solo dalla crescita del policentrismo su scala mondiale che si apriranno spazi di rivendicazione, con maggiori possibilità di successo, per i dominati. Pertanto, il nostro compito, almeno in questa fase, è quello di denunciare il tentativo americano (ed occidentale) di ingerirsi nelle faccende interne degli altri paesi con falsi pretesti, ammantati dalla necessità di democratizzare il mondo (ma per meglio dominarlo). La strategia americana non è univoca, al contrario, essa è fortemente differenziata a seconda delle aree nelle quali si trova ad essere esplicata. Se nei confronti dei paesi dell’ex-Unione Sovietica, dove il terreno è più fertile in virtù della vicinanza con l’Europa, bastano le rivoluzioni arancione e le fondazioni sorosiane per orientare le classi dirigenti autoctone, nei paesi che ricadono sotto l’influenza di altre potenze ci si inserisce, invece, nelle contraddizioni sociali esistenti per direzionare il malcontento fino a farlo sfociare, come in Myanmar, nel caos più completo.

 

 

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