Situazione in Asia di GLG

gianfranco

QUi

Di nuovo il tema della denuclearizzazione. Non credo sia in discussione. Semmai ci può essere un arresto (o magari sosta) negli esperimenti; tanto la Corea del Nord ha già raggiunto buoni risultati potendo ormai fabbricare anche la bomba H. Quanto già ottenuto basta per costruire un arsenale atomico; ed è probabile che anche senza ulteriori esperimenti si possano compiere passi aggiuntivi in merito alla produzione di bombe ancor più potenti. Il nord Corea, inoltre, ha anche sperimentato il missile a lunga gittata. Il paese ha tutti gli elementi per mettere in piedi un percorso, certo abbastanza lungo, per giungere ad un’unica Corea piuttosto forte, vera subpotenza che può farsi rispettare sia dalla Cina che dagli Usa. Da mesi parlo di questa prospettiva. Ultimamente ne ha parlato anche Limes(1); è dagli anni ’50-’60 del secolo scorso che il sottoscritto fa previsioni azzeccate, a partire dal XX Congresso del Pcus del febbraio 1956 e poi sulla crisi dei missili a Cuba nell’ottobre ’62 (e nel frattempo una serie di previsioni azzeccate sul percorso del Pci). Potrei citare ancora le supposizioni sui motivi e sui “creatori” del watergate contro Nixon; e sulle vere ragioni del rapimento e uccisione di Aldo Moro (con relativo viaggio di Napolitano negli Usa nello stesso periodo); e poi sulla funzione di Gorbaciov con liquidazione del “blocco socialista”, ecc. ecc. Mai avuto la soddisfazione di una sola citazione da gente che è arrivata con ritardi immani a capire ciò che stava accadendo.
Chiusa la parentesi, e tornando all’argomento principale, la Cina non può non avere qualche preoccupazione per il sorgere della subpotenza appena citata ai suoi confini, ma sarebbe tutto sommato in grado di controllarla. Tenere il nord Corea sotto protezione, ma far si che il sud Corea resti sotto il tallone, sempre più pesante, degli Stati Uniti, credo sia una prospettiva peggiore. Così pure per i nordcoreani. Denuclearizzando, dovrebbero restare sotto lo scudo (nucleare) cinese, rinviando sine die la prospettiva di riunificazione del paese con rafforzamento netto delle due metà. Gli unici ad avvantaggiarsi del fatto sarebbero gli Stati Uniti, da cui la Corea del sud non potrebbe mai affrancarsi. Anche per la Cina – a meno che non pensino, nel più lontano futuro di chiara acutizzazione del multipolarismo, a qualche “alleanza” con gli Usa in funzione antirussa (e antigiapponese, poiché anche tale paese, in tempi medio-lunghi, giungerà a riarmarsi) — non sembra conveniente la prospettiva di una definitiva subordinazione del sud Corea agli Usa.
In definitiva, credo che i colloqui cino-nordcoreani saranno tesi a trovare punti di collaborazione per il periodo immediato e in tempi medi, favorendo anche eventuali trattative di Kim con Trump (di cui si parla di incontro, ancora non si sa quando né se alla fine ci sarà), ma soprattutto favorendo tutte le misure utili a favorite il graduale sganciamento del sud Corea dalla sudditanza stretta a Washington. Il nord Corea non dovrebbe rinunciare alla notevole potenza atomica raggiunta, che è un buon patrimonio da portare “in dote” nel futuro prevedibile “matrimonio” con la parte meridionale. Se ci fosse sul serio la denuclearizzazione del nord, bisognerà mutare le ipotesi sui rapporti tra Cina e Usa a medio-lungo termine.

 

(1)

“Seoul non è disposta a fungere da vittima sacrifcale di un confitto fra Washington e Pyongyang, esposta com’è alle artiglierie nordcoreane. Di più: la crisi sembra accompagnarsi alla riscoperta delle antiche radici nazionali condivise a nord e a sud del 38° parallelo, in parte sopravvissute alla guerra del 1950-53 e a 65 anni di separazione non consensuale. E se c’è qualcosa su cui i coreani sono quasi unanimi è l’odio per il Giappone invasore e colonizzatore (dal 1905 al 1945, per il primo quinquennio in forma di protettorato), esplicito al Nord, rattenuto per cogenza strategica al Sud – dunque tanto più opprimente. A osservare le immagini pubbliche, si direbbe che fra i dirigenti delle due Coree sia in corso una simpatica rimpatriata, in attesa di un possibile vertice fra i due leader. Il colmo per i giapponesi è stato veder sfla- re insieme gli atleti della Corea «alleata» e di quella nemica alle Olimpiadi invernali di Pyongchang. In testa all’allegro drappello pancoreano, l’alfere inalberava una bandiera bianca con ricamato in blu pallido il profilo della penisola nazionale integra e unita, più la provocatoria appendice delle rocce di Liancourt. Ovvero gli isolotti fottanti nel Mare del Giappone (Mare dell’Est secondo Seoul) battezzati Tokdo dai coreani e controllati dalla Corea del Sud ma rivendicati come Takeshima da Tokyo, cui la capitale nipponica, che li vuole afferenti al distretto di Oki (prefettura di Shimane), ha appena dedicato un museo”.

IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

GRANDE CAOS SOTTO IL CIELO (di GLG)

gianfranco

[[Preoccupazione per il lancio soprattutto in Corea del Sud e Giappone. Seul ha fatto sapere di avere lanciato un missile in mare in risposta a Pyongyang e la presidenza ha convocato una riunione urgente del consiglio di sicurezza nazionale. Riunione analoga è stata convocata anche in Giappone, dove intorno alle 7 ora locale (mezzanotte circa fra giovedì e venerdì in Italia) nel nord del Paese sono risuonati avvertimenti che invitavano i cittadini a cercare rifugio. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato aggiornato sul lancio: ultimamente la sua politica è stata di chiedere alla Cina di fare di più per arginare il suo vicino. Ma Pechino preferisce una risposta internazionale al problema. «Cina e Russia devono esprimere la loro intolleranza per questi sconsiderati lanci missilistici intraprendendo da sé azioni dirette», ha dichiarato il segretario di Stato americano, Rex Tillerson. Pechino però, tramite una portavoce del ministero degli Esteri, ha negato che la Cina abbia la chiave per allentare la tensione sulla penisola: «Ogni tentativo di lavarsi le mani dalla questione è irresponsabile e non aiuta a una soluzione», ha affermato, ribadendo che secondo Pechino le sanzioni sono efficaci solo se accompagnate dai colloqui.]]

[[Abbiamo strangolato la Corea del Nord economicamente, abbiamo tagliato il 90% degli scambi commerciali» di Pyongyang» . Intanto il presidente Donald Trump incontrerà il premier Giapponese Shinzo Abe e il leder sudcoreano Moon Jae in la prossima settimana a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu]]

Da un articolo del “Corriere della sera”, della Redazione on line

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Come già ho altre volte sottolineato, uno dei motivi rilevanti (non l’unico) dell’atteggiamento della Corea del Nord – che certamente non agisce semplicemente di testa propria per “follia” di un “dittatore”, in base a quanto affermano fonti di informazione di una stupidità crescente e dichiarazioni politiche ufficiali tracotanti ma poco convincenti (e direi perfino poco convinte) – è l’intenzione di spingere Giappone e Corea del Sud ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Questi due paesi gongolano, pur con dichiarazioni di preoccupazione e di ostilità (che è reale, sia chiaro) nei confronti dei nordcoreani. Anche la Cina – che finge di criticare pur essa il paese “atomico” (e di fatto amico), ma dice di non poter far niente e sottolinea la necessità di evitare soluzioni militari – è in realtà soddisfatta. Evidentemente, Cina, Giappone e Corea del sud non sono alleate fra loro, anzi in netto contrasto quali potenze interessate all’area asiatica. Il problema è che la predominanza conquistata dagli Usa con la seconda guerra mondiale è ormai sopportata a denti abbastanza stretti e si desidera giungere ad una migliore articolazione delle sfere d’influenza di tali nazioni (fra le quali al momento la Cina è nettamente più forte) in quest’area. I tre paesi sono avversari, ma interessati ad una diminuzione della “presa” statunitense. E gli Usa hanno certo le mani che prudono, vorrebbero probabilmente intervenire, ma sono sufficientemente intelligenti (non come i giornalisti d’accatto) per valutare l’insieme della questione e i possibili giochi dei paesi asiatici succitati; lo ripeto, non alleati e conniventi fra loro, ma comunemente interessati all’indebolimento della preminenza statunitense.
La Russia, che purtroppo non ha la potenza dell’Urss di un tempo, mi sembra fare la sorniona in tal caso. Essa manifesta preoccupazione, non credo realmente sentita, per il comportamento nordcoreano, ma sono convinto che ne è invece intimamente soddisfatta poiché può creare problemi agli Stati Uniti – pur se questi decidessero, abbastanza improvvidamente, di attaccare il “provocatore” – e alla lunga favorire un allentamento della “pressione” esercitata ai suoi confini; tipo quella posta in atto dalle precedenti amministrazioni Usa in Ucraina. E poi ci sarebbero forse ricadute positive in Siria e in generale in tutta l’area, ivi comprese magari Turchia e Iran e poi ancora in Libia dove ci sono contatti tra russi e il gen. Haftar, al vertice della Cirenaica.
Quanto allo strangolamento dell’economia nordcoreana, sostenuto per nascondere la rabbia di non poter procedere senza effetti negativi alla “distruzione” del “dittatore” nordcoreano, c’è solo da sorridere. La stragrande maggioranza del commercio estero di tale paese è con la Cina. Si può essere certi che i cinesi sarebbero perfino capaci di far la faccia feroce con l’alleato e lasciare in piedi quel commercio fin nelle sue minutaglie; in realtà, hanno un atteggiamento molto moderato e insistono per trattative. Così pure altri paesi. Il fatto è che Bush e Obama (e anche altri come Clinton) hanno lasciato una gran brutta eredità a Trump, con effetti di quelle strategie aggressive (dirette e indirette) alla fin fine poco positivi. Malgrado questo risultato, il vecchio establishment non dismette i tentativi di far cadere la nuova presidenza, creando la possibilità di ulteriori indebolimenti della preminenza mondiale Usa a causa dei gravi ritardi nel pensare una strategia più appropriata, tesa fra l’altro al consolidamento delle aree tradizionalmente influenzate dal paese ancora predominante: Sud America e, di fatto, la UE, dove esistono paesi, quelli ex “socialisti”, decisamente sfavorevoli alla Russia e quindi pienamente schierati con la potenza d’oltreatlantico. Comunque, anche in Europa si avvertono possibili mutamenti d’impostazione; Macron sembra non essere del tutto sfavorevole a Trump. D’altra parte, quest’ultimo (il gruppo che rappresenta) deve mostrarsi morbido e pronto a compromessi con gli avversari interni, arrivando quindi ad alcuni rilevanti cedimenti. Nel contempo, deve mettere in mostra un alto grado di aggressività, come quella contro il Nord Corea, per fingersi interessato ad un predominio globale, ormai difficilmente raggiungibile.
Tutto questo sta ritardando, e di molto, un possibile riadattamento strategico statunitense alla nuova situazione mondiale in fase di movimento disordinato e piuttosto incontrollabile, tipica caratteristica del multipolarismo in accentuazione. Molto bene: “grande caos sotto il cielo”. E sempre maggiori difficoltà per chi vorrebbe prevedere con maggiore correttezza i fenomeni che si andranno producendo nel breve e medio periodo (quelli del lungo periodo li lasciamo ai profeti, cioè ai fessi).
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