IL PAZZO E’ KIM?

china vs usa

 

Mentre i nostri commentatori del piffero, col loro codazzo di giornalisti dilettanti, sprecano tempo a psicoanalizzare Kim – il pazzo, il folle, l’Hitler del XXI secolo, e via sproloquiando – per leggere qualcosa di sensato bisogna ricorrere alle fonti estere. Anche a quelle statunitensi che, sul tema, appaiono molto più ragionevoli dei servi europei. Secondo gli analisti americani, l’alleanza tra la Superpotenza e la Corea del Sud resta determinante per legittimare la presenza a stelle e strisce in un’area strategica come quella Asia-Pacifico, per contenere la Cina ma anche per sorvegliare paesi amici, con velleità egemoniche, come il Giappone. In Corea del Sud gli Usa hanno un avamposto militare privilegiato che sarebbe impossibile collocare, alle stesse condizioni, in un altro contesto.
Come viene riportato sul sito del Russian International Affairs Council, Washington intende mantenere il suo dominio politico e militare in Asia orientale e impedire a Pechino di rafforzare significativamente le proprie posizioni.

La Cina non farà scoppiare una guerra alle sue frontiere, checché ne dicano i catastrofisti alla Giulietto Chiesa. Cercherà, ricorrendo al soft power con l’alleato e alla persuasione diplomatica con gli Usa, di garantire stabilità nella penisola coreana, continuando a rafforzarsi militarmente.
In prospettiva, Pechino proverà ad estendere la sua influenza in Asia orientale, sottraendo spazio agli Usa. Ma sono processi più o meno lunghi che sfociano in conflitti diretti solo dopo l’esaurimento di innumerevoli mosse tattiche da parte dei contendenti. La guerra è sempre un’estrema ratio tra avversari di grosso calibro. Per ora siamo abbastanza lontani dal punto critico. Ovviamente, Washington vuole evitare che le mire cinesi si concretizzino. Mantenendo una energica presenza politico e militare in Asia orientale tenta di scongiurare tale eventualità.
Gli americani restano in relativo vantaggio anche in quest’area ma alcune loro iniziative, spesso affrettate, testimoniano di un cambio di stato d’animo alla Casa Bianca. Il dispiegamento di scudi spaziali in territorio sud coreano, accresce i sospetti cinesi. La Corea del Nord non costituisce una minaccia tale da giustificare questo dispiegamento di mezzi. Ergo, gli americani si stanno premunendo contro la Cina. Gli Usa hanno usato speculare espediente in Europa contro la Russia, anche se inizialmente avevano affermato di voler proteggere il Vecchio Continente dall’Iran.
In ogni caso, come sostiene giustamente il RIAC, Pechino è interessata “alla prolungata esistenza della Corea del Nord, governata o meno dalla dinastia Kim”, anche se quel paese dovesse assurgere allo status di potenza nucleare de facto. I cinesi temono “che il crollo del regime nordcoreano possa provocare l’ancoraggio del Nord al Sud, formando così uno stato coreano unificato con capitale Seoul” e decisamente filo-americano. Le ambizioni cinesi in Asia ne uscirebbero ridimensionate se non a pezzi.
Piuttosto, la Cina è decisa ad espellere Washington dalla Penisola Coreana. Non è una questione di giorni o di mesi, si tratta di un obiettivo decisivo di lungo termine. Il programma missilistico nucleare di Pyongyang potrebbe essere un iniziale deterrente contro la presenza americana in quella zona. A quel punto, le basi statunitensi in Corea diventerebbero inutili. Un attacco a Pyongyang costerebbe a Washington una rappresaglia con distruzione delle sue “stazioni militari” di Honolulu, Seattle o Los Angeles.
Inoltre, l’affare coreano è un ottimo diversivo mentre la Cina cerca di “occupare” il Mar Cinese meridionale. Il dossier coreano è anche possibile merce di scambio. Infatti “Pechino potrebbe chiedere che gli Stati Uniti di ridurre il proprio sostegno a Taiwan come sovrapprezzo per la sua disponibilità a cooperare sulla Corea del Nord. I problemi nord coreani e taiwanesi sono reciprocamente interrelati. Fu l’inizio della guerra di Corea a spingere il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, ad offrire una protezione navale a Taipei, che prosegue sino ad oggi. La Cina non vuole far scomparire la Corea del Nord dalla mappa politica e continuerà a considerare tale paese come suo patrimonio geopolitico, almeno fino a quando la rivalità di Pechino con Washington, per la penisola coreana e tutta l’Asia orientale, continuerà. Se la Corea del Nord fosse destabilizzata dall’interno con la minaccia della disintegrazione del regime politico e della nazione, Pechino farebbe tutto il possibile per impedire a Seul di riannodare il Nord. Le truppe cinesi invaderebbero la Corea del Nord ben prima di qualsiasi passo dell’alleanza sud-coreana. Probabilmente Pechino avrebbe ragioni legali per farlo agendo su invito e con il consenso di Pyongyang” (Riac).
E la Russia (che con la Corea condivide un breve tratto di confine)? Per ora Mosca converge sulla posizione cinese, perché dagli Usa ha ricevuto solo affronti e provocazioni. Anche il Cremlino vuole sfruttare questa crisi per ottenere qualcosa dai padroni del mondo o per potenziare l’intesa con i cinesi. Ciascuna delle due opzioni è sul tavolo proprio perché non è l’amicizia ma l’interesse a guidare la geopolitica.

UN MODESTO “AVVERTIMENTO”, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

finirà probabilmente come la crisi dei missili sovietici a Cuba nel ’62; anche se le cose stanno in modo certamente differente. Il “folle dittatore” nordcoreano, criticato pure dalla Cina, non agisce in modo scoordinato da quest’ultima. Chissà quante telefonate o altre comunicazioni ci sono tra i due governi. La Russia, che si trova in forte tensione con gli Usa – anche questa alimentata in buona parte per motivi di copertura di altre manovre – gioca alla mediazione e invita alla calma. Il Giappone e la Corea del Sud, “minacciate” (sanno benissimo di non correre alcun  pericolo), ne approfitteranno per cominciare a dotarsi di maggiore autonomia bellica (o almeno a mettersi in quest’ottica per convincere il proprio popolo, e soprattutto quello degli Usa e di altri paesi, di tale impellente necessità), il che le renderà un domani preparate ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti e a giocarsi in proprio il conflitto per le sfere d’influenza in area asiatica. Naturalmente questo le porterà in maggior urto con la Cina, ma anche quest’ultima ha interesse che in quell’area diminuisca l’influenza statunitense onde potersi giocare la supremazia con le concorrenti potenze (o subpotenze) della regione. Negli Stati Uniti, in cui continua il contrasto tra il nuovo presidente e il precedente establishment, ancora molto attivo, Trump deve ben barcamenarsi nei suoi rapporti internazionali con mosse infatti contraddittorie, ma non improvvisate. Si accentuano i conflitti (e sanzioni) con la Russia, con la Cina (anche attraverso la crisi con la Corea), ma sicuramente si svolgono molti colloqui “sotto coperta”. Potrebbe anche esserci bisogno di qualche “scaramuccia” un po’ più energica del solito, ma non scoppierà alcuna guerra di proporzioni preoccupanti per l’intero mondo; almeno non per un periodo non proprio breve. Poi certamente vi sarà il solito e “normale” regolamento di conti; ma più avanti, per un’altra generazione. Se tutto questo, nell’attuale fase di alcuni anni, consentirà a Trump di non essere scalzato, dovremo ben riconsiderare la ristrutturazione delle sfere d’influenza dei vari paesi. E lo stesso comunque dovremo fare, ma con conclusioni diverse, se invece i nemici dell’attuale presidente Usa riusciranno nel loro intento. E lasciamo i vari coglioni sempre all’opera blaterare sulla globalizzazione dei mercati, sul dominio di una massoneria finanziaria al vertice del mondo (il che, se fosse vero, garantirebbe una pace perpetua) e le altre idiozie di mentecatti vari, che cercano, ormai ridicolmente, di sviare l’attenzione della gente dai reali giochi condotti dagli effettivi gruppi dominanti di alcune maggiori potenze con i loro accoliti e sicari al seguito. Il fallimento di tutto il vecchio armamentario politico e intellettuale è ormai manifesto e clamoroso. Guai se la gente non capisce di avere a che fare con furfanti, per di più ritardati mentali; avrà guai seri, non nel senso della guerra mondiale, ma del totale disfacimento sociale e culturale.

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REDUCTIO AD HITLERUM (G.P.)

I giornali sono un vero immondezzaio. Sempre schierati dalla parte del più forte, stravolgono logica e buon senso pur di sostenere la improponibile versione dei loro padroni. C’è un piccolo paese, la Corea del Nord, di 24 milioni di abitanti, minacciato ai suoi confini da due eserciti stranieri, quello sud coreano e quello statunitense (ma anche da quello nipponico che fino al 1945 ha tenuto sottomessa la Penisola). La presenza americana in Corea del Sud si sostanzia in 8 basi militari e 37 mila soldati. La Corea del Nord dista più di 10 mila km dagli Stati Uniti e non ha né basi né militari dislocati fuori dal suo territorio, contrariamente agli yankees che sono ovunque. E’ la solita storia del lupo e dell’agnello che inquinerebbe, bagnandosi il muso a valle, l’abbeveratoio alla bestia feroce collocata a monte. Considerata la posizione geografica della Corea del Nord, che confina con la Cina ma anche con la Russia, nazioni sfidanti il dominio degli Usa sul pianeta, si comprende facilmente tra quali pressioni geopolitiche questo Stato deve ponderare la sua dottrina estera e a quali influenze multiple deve sottostare (come scrive La Grassa poco sopra).  Per rintuzzare i rischi che derivano da questa situazione alla sua sicurezza, supportata tecnologicamente da Mosca e Pechino, Pyongyang cerca di assurgere allo status di potenza nucleare ed effettua, al pari di altri Stati, test esplosivi e balistici finalizzati ad assicurare la sua difesa. Apriti cielo. Sui quotidiani hanno fatto già scoppiare la III Guerra Mondiale. La sola probabilità che la Corea del Nord si doti di un ordigno di distruzione di massa (sotto l’occhio vigile dei suoi alleati più forti) è un pericolo per l’umanità mentre il fatto che i suoi avversari ne siano già in possesso da decenni, e che l’abbiano persino usata in passato, costituirebbe garanzia di pace per tutti. La reductio ad hitlerum ricade immancabilmente sulla testa di Kim Jong-un ma non sul ciuffo di Trump o, prima di lui, sul cespuglio di Obama perché l’America è buona per statuto ontologico e nessuno deve criticarla nonostante la scia di sangue e distruzione che essa si lascia dietro da oltre 70 anni.

Ricordatevi delle parole di Balzac:

Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch’egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole…

FORME VARIE DEL CONFLITTO MULTIPOLARE, di GLG

gianfranco

Continua la sceneggiata che, come tutte le sceneggiate, può avere soluzioni gravi, meno gravi, moderate, a seconda dell’evoluzione di un confronto tutto sommato triangolare: Usa, Cina, Russia. Ovviamente, in tale confronto gioca un ruolo primario il Nord Corea. Del tutto esagerate, e non certo per follia del leader nordcoreano, le sue affermazioni del tipo: cancelleremo gli Stati Uniti dalla faccia della terra. Più credibili, questo va da sé, le affermazioni di Trump. In ogni caso, continuo a ritenere che la soluzione, alla fine escogitata, non sarà per nulla qualcosa di “sfuggito di mano”. La faranno magari passare per tale, ma sarà stata invece pensata e ripensata e “rimodellata” chissà quante volte. Tuttavia, sono pure convinto che ancora non sia stata presa la decisione definitiva. E nemmeno, quando verrà presa, sarà quella pienamente approvata dai suddetti “tre attori”; è abbastanza chiaro che sarà più vicina alle preferenze di uno dei tre e, anche fra gli altri due, vi saranno livelli diversi di insoddisfazione. Il tutto è con molta probabilità dovuto in particolare allo scontro in atto negli Stati Uniti con la necessità, per gli avversari di Trump (e di coloro che in qualche modo costui rappresenta), di far presto a mutare il risultato – decisamente inaspettato anche fra i servitori europei – delle elezioni presidenziali americane. E credo che anche Russia e Cina – senza tante consultazioni fra loro – stiano valutando che cosa conviene meglio loro in merito all’esito dello scontro interno ai gruppi dominanti americani.

Altra “sparata” per nulla affatto improvvisata di Trump è quella relativa al possibile intervento militare in Venezuela. Maduro ha chiesto un colloquio telefonico per allentare la tensione e gli è stato risposto che questo verrà concesso quando sarà ristabilita la “democrazia” e garantita la “libertà” al popolo venezuelano. Si potrebbe fare ironia, ricordando gli interventi americani in Cile e in mille altri posti, non solo in Sud America ma in tutto il mondo; ultimi fra questi, quelli in Siria, in Libia e nord Africa, in Ucraina (e prima in Georgia), ecc. Gli Stati Uniti sono il bubbone che impesta il mondo da decenni e decenni, malgrado alcuni elementi di più benevola considerazione di quel paese (ma non in tema di politica, tanto meno di “democrazia” e “libertà”). In ogni caso, va rilevato più freddamente che le minacce contro il Venezuela – pur se lì s’instaurasse una “dittatura” è cosa che riguarda solo quel paese e nessuno dovrebbe metterci il naso, se veramente vigesse il principio della “libertà”, che significa pure non ingerenza negli affari interni di una data “collettività” – servono a Trump anche per finalità interne, ponendo in evidenza la differenza tra la strategia dei suoi centri sostenitori rispetto ai precedenti. Viene chiaramente fatto capire che gli Usa devono tornare, proprio come ai tempi di Pinochet, a considerare il Sud America (e anche il Messico e i paesi del Centro-america) area decisiva per la sicurezza del paese, area in cui non consentire alcuna infiltrazione di forze politiche – sia pure orientate da finalità ormai vetuste e definitivamente fallite nei tempi trascorsi – con intenti di propria autonomia rispetto a chi si è sempre considerato totalmente egemone in tutto quel continente, da nord a sud.

Possiamo essere solo spettatori di questo complesso “gioco” che, a mio avviso, è ancora connesso alla situazione di crescente (non in modo lineare e continuo) multipolarismo; mentre si è ancora lontani da un effettivo policentrismo, che potrebbe portare alla risoluzione del conflitto mediante netti e decisivi scontri bellici di tipo globale tra due schieramenti antagonisti “coagulatisi” in funzione dello stesso. Ma questo ben più in là nel tempo.
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MISCELLANEA, di GLG

gianfranco

Qui

Russia e Cina hanno votato le sanzioni ONU contro la Corea del Nord e i ministri degli esteri cinese e nordcoreano si sono incontrati; ufficialmente il cinese ha rivolto un invito al suo collega affinché il paese che rappresenta si astenga da “provocazioni” tipo test nucleari e lancio missili. Quindi solo alcune grandi potenze possono munirsi di dati “deterrenti” bellici, gli altri devono sottostare al predominio di queste. Sono convinto che Usa, Russia e Cina intrattengono anche colloqui nascosti fra loro, di cui è difficile ipotizzare il concreto svolgimento. La sensazione è che non si voglia troppo intralciare Trump, che cerca con certe azioni di difendersi dagli attacchiamo  dell’establishment avverso, sempre in pieno attacco (anche perché più passa il tempo e più difficile diverrà l’operazione anti-Trump, condotta insieme da democratici e larghe quote dei repubblicani). Nel contempo, soprattutto la Russia invita il presidente americano a non esagerare in questa dimostrazione di forza (appunto ad uso interno). Difficile adesso sapere se verrà concessa o meno agli Usa la possibilità di aperte azioni militari per dimostrare ai nemici interni la capacità di decisione del suo presidente. Di sicuro, a mio avviso, i due paesi ex-“socialisti” vorranno comunque precise assicurazioni che ciò, se avvenisse, non preluderà ad alcun tentativo di riunificazione del paese sotto la direzione delle forze politiche sudcoreane; un po’ come accadde alla DDR nei confronti della BRD (Germania occidentale) dopo il 1989 con il pieno accordo dello sfasciacarrozze Gorbaciov. In ogni caso, si nota ancora una certa debolezza delle potenze “concorrenti” degli Usa. Siamo lontani da certi confronti tra Usa e Urss, pur se quest’ultima aveva sempre in seno forze di indebolimento (si pensi a Kruscev), che poi alla fine prevalsero appunto con il mediocre Gorbaciov e con l’aperto “traditore” Eltsin. Da seguire attentamente questa situazione, punto di snodo pure del conflitto in corso all’interno degli Stati Uniti

P.S. Qui
Mi consento di restare tranquillo di fronte a questa tensione crescente. Nella realtà, non esiste Davide che uccide Golia; lo sa bene il leader nordcoreano e ancor più la Cina, che tiene sotto controllo la situazione. E’ evidente che vi sono contatti tra cinesi e gli Usa dei centri trumpiani. E probabilmente, pur se in modo meno diretto, sono coinvolti anche i russi. Quale sarà il gioco effettivo e fin dove si spingerà? Si arriverà a scaramucce, più o meno pesanti, tra nordCorea e Stati Uniti? Difficile a dirsi. Comunque, mi par di capire ch Russia e Cina preferiscano avere di fronte Trump piuttosto che il vecchio establishment. E non perché il presidente americano sia connivente con il “nemico” (come si cerca di sostenere con il “russiagate”), ma semplicemente perché intende riportare un po’ di ordine in date situazioni (nel “cortile di casa” come nelle zone africane e mediorientali e un po’ in tutto il mondo, progressivamente) onde ristabilire più precise linee di confronto (che sarà comunque duro) nel medio periodo. Ciò però sembra convenire anche ai due paesi avversari. Comunque, è una situazione “in farsi” e che potrebbe mutare se riesce l’operazione anti-Trump di vasti settori statunitensi.

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Qui

Sia chiaro che non mi convince per nulla tutta la canea che si sta sollevando sulla feroce “dittatura” che ormai sarebbe imposta da Maduro ad un paese impoverito, ma con tanta sete di “democrazia e libertà”. Sappiamo bene chi sono i portatori di queste “trovate”; e sappiamo bene quali forme democratiche e liberatorie abbiano portato nel mondo gli Usa e il loro servitorame annidato soprattutto nella Nato e più tardi pure nella UE. Gli Stati Uniti hanno ormai mostrato in lungo e in largo di essere sempre stati governati da establishment ben criminali. Certo la politica non è fatta – se non nelle campagne promosse dagli ipocriti – per esprimere i migliori sentimenti di umanità. Tuttavia, gli Usa (non solo loro, ovviamente) hanno pienamente dimostrato di non essere secondi a nessuno in fatto di crudeltà e ferocia; e gli europei (a partire dall’“illuminata” guida dei “padri” di questo miserando insieme di paesi) non sono secondi a nessuno in fatto di ipocrisia e di vile e miserabile servilismo nei confronti dei prepotenti e arroganti d’oltreatlantico. Oggi poi mi sembra che una delle revisioni “trumpiane” alla precedente strategia obamiana sia la ripresa in attenta considerazione della necessità di ritornare al controllo stretto del cosiddetto “cortile di casa” (Messico e SudAmerica). Senza per nulla dimenticare il contenimento della Russia, malgrado le colossali bufale del “russiagate” necessitate da un conflitto interno non ancora del tutto chiaro nei suoi reali obiettivi (che non sono solo le smanie di potere di gruppi politici americani diversi).
Detto questo, non mi convince nemmeno il modo d’agire del vertice venezuelano, che temo aiuterà gli avversari a scalzarlo, isolandosi sempre più e perdendo molti possibili appoggi. Soprattutto, però, desidererei che la si smettesse, da una parte e dall’altra (da parte dei nemici come di coloro schierati con Maduro), di dichiarare comunista il regime di quel paese; così come mi irritavo per la stupidità di coloro che cianciavano della politica di Chavez come se si stesse costruendo il socialismo del XXI secolo. Non c’entra nulla né il socialismo né il comunismo. Si è trattato senz’altro, e si tratta ancora, di politiche di resistenza al predominio americano. Sono da approvare, possono riscuotere simpatia da parte di chi è nettamente contrario alla criminalità dei dirigenti di quel paese, di cui è incredibilmente accettata qui da noi la pantomima sulla “democrazia”, sulla “liberazione” dal fascismo, sulla condanna dei criminali nazisti a Norimberga, e altre belle e ben propagandate trovate dei gruppi dominanti di un paese nato dal genocidio degli indiani e che ha compiuto massacri un po’ dappertutto, con i metodi più violenti e selvaggi. Tuttavia, non si vincerà mai con una ideologia ancora fondata sull’antimperialismo di tipo terzomondista, incapace perfino di realizzare ciò che riuscì almeno al regime sovietico, l’industrializzazione del paese. Quello sudamericano è sempre stato un preteso “socialismo” fondato su masse popolari di grande miseria, assai simili al “lumpenproletariat” (tanto inviso a Marx e ai veri marxisti), di cui nemmeno si sono sollevate realmente le condizioni di vita. E’ una politica perdente, e giustamente perdente, non serve a nulla. Non basta urlare contro la prepotenza americana. Possiamo essere d’accordo su questo, ma con la consapevolezza che l’arroganza criminale dei “padroni” prevarrà fin quando troverà avversari di simile debolezza e ancorati a idee comuni(tari)stiche che mi sembrano molto antiquate e fallimentari.

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Qui

Mattarella: “Il dramma di Marcinelle [8 agosto 1956] è un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea”.

Grasso: “Marcinelle è un luogo di dolore, ma sempre di più anche di speranza, perché anche da qui è partito il processo dell’integrazione europea” [quel processo, come messo in luce dal ritrovamento di importanti documenti da parte dello storico Joshua Paul, finanziato dagli Usa che, tramite i “venerandi padri dell’Europa”, crearono una loro succursale di vili sempre pronti a servirli].

Boldrini: “L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricordi quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare”

Si tratta delle tre massime cariche di questo povero Stato italiano (mai ridotto così male) e bisogna quindi astenersi da commenti appropriati, visto il clima di “democrazia e libertà” imperante da quando ce lo hanno imposto gli americani, campioni di questo clima sociale idilliaco. Dico solo che mi vergogno profondamente per loro e per quegli italiani che ne seguiranno il verbo.
Il 20 giugno del 1946 fu firmato tra Italia e Belgio un accordo che prevedeva – per vincere la “bataille du charbon” – l’invio di alcune decine di migliaia di lavoratori italiani (2000 a settimana) di non più di 35 anni. Non si trattava, come nel caso odierno, di migranti in fuga né clandestini, alla ricerca di un “miraggio”; senza dubbio, almeno in molti casi, instillato in loro da organizzazioni criminali e anche da forze politiche in affanno e di una meschineria e vigliaccheria tali da cercare di avere a disposizione truppe per resistere alla caduta di credito e di stima. I nostri lavoratori di allora erano veramente poveracci senza lavoro e che accettavano condizioni pesantissime – e privi di protezioni criminali e non molte nemmeno da parte legale e ufficiale – pur di mantenere le loro famiglie, da cui spesso si separavano per molto e molto tempo. Non metto in dubbio che anche tra gli immigrati in Italia – ma soprattutto per quanto riguarda quelli precedenti la “primavera araba” – ci siano tante “brave persone”, qui arrivate per sopravvivere e aiutare le loro famiglie. Tuttavia, tra gli ultimi massicci arrivi, sembra proprio che prevalga tutt’altro genere di individui. Hanno pretese che i nostri lavoratori in Belgio (o in Svizzera, ecc.) nemmeno potevano pensare; non tutti, ma in buona quantità, si danno a reti di criminalità o di mendicanti. In molti, troppi, casi sono privilegiati in fatto di sistemazione in alloggio (per i senza tetto) o per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Non rispettano le nostre leggi (figuriamoci se ciò era permesso in Belgio a quell’epoca) e si permettono atti collettivi come quelli dell’articolo citato all’inizio, che si ripetono in continuazione.
Tuttavia, ripeterò ancora che tutto ciò accade non tanto per specifiche caratteristiche negative dei migranti di questi ultimi anni – il positivo e il negativo esistono sempre e, più o meno, nelle stesse proporzioni se non intervengono, appunto, fattori peculiari – ma soprattutto per la degenerazione profonda delle forze politiche che hanno assunto il comando nel paese dopo l’eliminazione giudiziaria – ma su precise indicazioni politiche provenienti da oltre atlantico – della prima Repubblica. Continuiamo per inerzia ad usare i soliti termini di un tempo. Quella che indichiamo come “sinistra” è però la marcescenza e putrefazione, di portata storica quasi unica, di movimenti “di protesta”, che ebbero fulgore negli anni della “rivolta” contro tutto e tutti, con una serie di ideologie che si volevano “futuriste” e “immaginifiche” e facevano presa su masse studentesche gravemente deprivate di facoltà raziocinanti e ammesse in massa, con decisione improvvisata e improvvida, agli studi detti “superiori”. Non che fosse positiva l’Università “ristretta” pre-’68, non oserei mai sostenere una simile corbelleria. Tuttavia, l’apertura non ha trovato affatto un corpo insegnante preparato; e quei pochi decenti sono stati investiti da masse di veri “alieni urlanti”, pieni di pretese, per nulla affatto contrastati dai ceti dirigenti, più o meno per gli stessi motivi per cui oggi vengono accolti in massa i migranti, senza la benché minima selezione. Il tutto si è via via trasformato in grave infezione. E oggi ne raccogliamo i frutti, “avvelenati”.
Non traggo conclusioni e non mi sogno di lanciare appelli salvifici. E’ un’infezione vasta e profonda; finché si useranno dei palliativi, il male si aggraverà. Bisogna incidere, far uscire il pus, disinfettare le ferite con prodotti estremamente radicali nella loro azione eliminatoria dei tanti germi in circolazione.
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“Attacco in Corea sarebbe devastante”, di R. Vivaldelli

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Isolazionista o interventista? Dopo il ridimensionamento del “guru” Steve Bannon, la strategia geopolitica del presidente statunitense Donald Trump appare contraddittoria e per certi versi enigmatica, indecifrabile, potenzialmente imprevedibile. Ha ceduto alle pressioni del “Deep State” e dell’apparato da lui tanto osteggiato in passato oppure fa parte di una tattica più ampia della sua amministrazione? L’attacco missilistico alla base siriana di Sharyat – azione dimostrativa o meno – ha segnato un possibile punto di svolta rispetto alle promesse di una politica estera meno «aggressiva», dettata anche da una visione più mercantilistica? La prova di forza e le tensioni con la Corea del Nord, sull’onda di un eventuale «attacco preventivo», lasciano spazio a molti dubbi e a diverse interpretazioni dell’attuale geo-strategia USA. E il futuro è altrettanto incerto.

Ne abbiamo parlato con Philip Giraldi, ex ufficiale militare della CIA ed esperto in materia di antiterrorismo. Analista e commentatore, è noto per essersi opposto, con altri ex ufficiali e il “Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS)”, alla guerra contro l’Iraq del 2003, evidenziando come le prove contro Saddam Hussein fornite all’epoca dall’Intelligence fossero del tutto carenti e insufficienti. Giraldi è inoltre direttore esecutivo del «Council for the National Interest», think tank che si occupa di questioni mediorientali e relazioni internazionali.

Dottor Giraldi, iniziamo con la Corea del Nord. A suo parere, quali conseguenze potrebbe avere un attacco statunitense contro il Paese asiatico? Quali sono le vere intenzioni di Donald Trump? Sta solamente mostrando i muscoli? O altro?

Un attacco avrebbe gravi conseguenze per la Corea del Sud e forse anche il Giappone. Potrebbe innescare una guerra regionale che sarebbe devastante, in particolare per Seul, che sarebbe sotto il tiro dell’artiglieria della Corea del Nord. Sono preoccupato per il fatto che Donald Trump  creda che un attacco preventivo contro la Corea del Nord possa avere successo. L’attacco missilistico in Siria e il MOAB in Afghanistan suggeriscono una cosa: il presidente sarà molto aggressivo.

Parliamo dell’attacco missilistico alla base siriana di Sharyat . Qual è il significato di questo uso della forza? Azione dimostrativa, come hanno suggerito più esperti? Chi era il vero destinatario di tale azione?

Il destinatario era l’opinione pubblica negli Stati Uniti, la quale chiede azioni contro la Siria, ancora confusa dal caso Russiagate. Trump, con un attacco scorretto, ha dimostrato di essere “duro” contro la Siria e di essere disposto a punire la Russia. A mio parere la decisione di attaccare la Siria è stata fatta da Trump per motivi politici, e non dai generali che lo consigliano.

Dopo aver messo da parte Steve Bannon, Donald Trump ha davvero ceduto al “Deep State”? Durante la campagna elettorale ha promesso un’America più isolazionista rispetto a Obama e Bush. 

Sì. È il vero fallimento del mandato di Trump. O stava mentendo sulle sue intenzioni in Medio Oriente e nei confronti della Russia, oppure è è cambiato da quando ha assunto l’incarico. In entrambi i casi rappresenta una grande delusione per molti che hanno votato per lui.

Trump ora ha un consenso interno che prima mancava? Hillary Clinton e i «neocon» plaudono alle sue ultime mosse, così come certa stampa che prima si era opposta a lui con tutte le forze.

Sì, ma questo è temporaneo e le valutazioni favorevoli sono già finite. Se vuole continuare a fare la guerra per mantenere la popolarità, questo è molto, molto pericoloso. Ecco perché le sue recenti mosse contro la Corea del Nord e l’Iran dovranno essere monitorate da vicino.

Com’è maturato questo cambiamento di Trump verso la politica estera? Lei che idea si è fatto?

Vorrei sapere la risposta, ma il mio sospetto è che sia stato sedotto da tutto il potere che controlla. Ogni presidente attraversa questa fase – sia Obama che Bush correvano per la presidenza come candidati per la pace e si sono rivelati ben altro.

E’ ancora possibile una nuova distensione con la Russia? O, come affermato dal presidente russo Vladimir Putin, con Trump le relazioni tra i due Paesi sono peggiorate?

E’ possibile, ma richiederà l’ennesima «giravolta» da parte del presidente. Non credo che una distensione possa accadere ora dopo le parole dure di Tillerson e Haley dirette alla Russia.

Quali sono le intenzioni degli USA verso l’Iran?

Pessime. Trump sta attualmente valutando l’accordo con l’Iran, probabilmente rifiuterà di revocare alcune sanzioni in esso contenute e probabilmente ne chiederà altre. Non si capisce cosa stia facendo, ma è controllato dalle lobby, da Israele e dagli «intransigenti» del Congresso.

Il futuro del presidente siriano Bashar al-Assad è segnato? Oppure la Russia e l’Iran si opporranno all’ennesimo «Regime Change»?

Assad rimarrà. Trump non ha gli strumenti a portata di mano per rimuoverlo e la guerra sta volgendo a favore del presidente siriano.

Gli Stati Uniti hanno lanciato un missile MOAB in Afghanistan. Altra azione dimostrativa?

Sì. Per avvisare la Corea del Nord e l’Iran di ciò che siamo capaci di fare.

QUANT’E’ “BELLO” L’“OMICIDIO MIRATO”, di GLG

gianfranco

 

http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/servizi-segreti-e-omicidi-stato-nell-era-controllo-massa-1370320.html

 

“Celebri le sue esecuzioni [del leader nordcoreano; ndr.] in patria con l’utilizzo di cannoni antiaerei e lanciafiamme”.

Celebri anche le balle raccontate a tal proposito e magari smentite in breve tempo, senza che i grandi organi della “libertà di stampa” occidentali ne dessero particolare risalto. Abbiamo a che fare sempre più con figli di p…. straordinariamente spudorati. Non credo proprio che il regime nordcoreano sia il responsabile della soppressione, soprattutto con quel modo un po’ troppo “spettacolare”. Del resto, mi sembra che anche l’articolista, con cautela, manifesti molti dubbi e sospetti altre soluzioni. E senza dubbio abbiamo a che fare con altre soluzioni, ma con quali è francamente difficile saperlo. Quanto meno per noi che non abbiamo a disposizione Servizi e quant’altro.

La Cina appoggiava l’ucciso? Può essere, ma sembra non del tutto comprensibile perché non mi si venga a dire che il grande paese asiatico, con leaderato detto (per me ridicolmente) comunista, era contrario a quello nordcoreano. Dubito assai che quest’ultimo si reggerebbe senza un discreto, quanto non sbandierato (anzi!), appoggio cinese. Qualcuno ha voluto avvertire proprio i cinesi. Intendiamoci bene: non creare tensioni tra Cina e Nord Corea (dato che “ufficialmente” quest’ultima avrebbe soppresso un uomo appoggiato dai dirigenti cinesi); questa è soltanto pura apparenza. La Cina deve guardarsi proprio da Trump (e dalla nuova strategia americana, se finalmente si capisse bene qual è e quale direzione intende intraprendere) e dal ritrovato “flirt” tra questi e Israele.

Intanto la Russia “galleggia” in fase di attesa; e sono sicuro che non si fida moltissimo della nuova dirigenza americana, pur se la ritiene meno nociva di quella obamian-clintoniana. Mantiene comunque rapporti con la Cina, ma sa bene che da tale paese ha sempre dovuto guardarsi, in pratica da quando è nata, nel 1949, la Repubblica popolare cinese. Tiene duro su Assad in Siria e si è sobbarcato il compito della lotta al terrorismo islamico. Adesso, nel mentre ha ottimi rapporti con il regime libico di Tobruk, ha invitato anche Serraj, l’uomo designato dalla precedente Amministrazione Usa e dalla Nato per reggere il governo fantoccio di Tripoli. Trump mostra di aver rotto con quegli Usa e dice di voler ridimensionare la Nato (o comunque assegnarle altri compiti). Vedremo, vedremo. Il 2017 sarà abbastanza interessante.

LA LEZIONE DI PYONGYANG

 

Lo scorso 22 marzo, un rappresentante del Ministero degli Esteri del governo della Corea del Nord affermava in una nota ufficiale:

 

L’attuale crisi libica insegna alla comunità internazionale una seria lezione. È stato dimostrato al mondo che lo smantellamento nucleare della Libia, a lungo propagandato dagli Usa in passato, si è rivelato una modalità di aggressione con cui questi hanno blandito quella nazione con parole molto ‘dolci’ quali ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per disarmarla e poi inghiottirla con la forza […] Ancora una volta viene dimostrata la verità storica per cui la pace può essere preservata soltanto costruendo una propria forza, fino a quando nel mondo si presenteranno comportamenti arbitrari e prepotenti […] La Repubblica Democratica Popolare di Corea molto semplicemente ha intrapreso la strada del Songun, e la capacità difensiva militare costruita in quest’ottica, rappresenta un deterrente fondamentale al fine di evitare una guerra e di difendere la pace e la stabilità nella Penisola Coreana1

Se per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, guidata da Kim Jong Il, la dottrina strategica del Songun (trad.: L’esercito innanzitutto) sembra aver effettivamente indicato la quadratura del cerchio nel bilanciamento tra rivendicazioni politiche di matrice leninista/antimperialista e realismo geo-strategico, tutti gli altri attori internazionali inseriti nella famosa lista nera dei cosiddetti “Stati canaglia”, redatta dal Pentagono, sembrano aver recepito malissimo le lezioni della storia. Ultimo nell’elenco, la Libia di Gheddafi, al quale si deve necessariamente rimproverare un eccessivo ammorbidimento nel quadro dei rapporti internazionali con i Paesi della Nato.
Sia chiaro: non ci riferiamo in alcun modo alle peraltro ridicole tesi in voga nella sinistra radicale del “Gheddafi compromesso con il capitalismo europeo” o altre simili idiozie ancora fondate su una tipologia di dialettica “capitale-lavoro” infantile, vecchia, anacronistica e priva di alcun “contatto teorico” sia con la realtà storico-politica delineatasi a partire dal secondo dopoguerra, sia (e a maggior ragione) con la realtà storico-politica della nuova fase nata dai due principali sconvolgimenti degli ultimi trenta anni: la rivoluzione post-fordiana (1975-1985) e l’avvio della fase unipolare (1989-1991).
Il declinante ruolo dell’Urss di Gorbaciov, prossima al cedimento totale, aveva aperto al strada all’intervento in Iraq, dimostrando – proprio in uno scenario divenuto centrale almeno a partire dal 1967, come quello mediorientale – come il campo dei rapporti di forza internazionali fosse in via di progressiva ridefinizione, sino al suo totale reset. L’operazione Desert Storm, che aprì la prima Guerra del Golfo, inaugurò una nuova stagione strategica: lo sfondamento simultaneo terra-aria e l’integrazione informatica nei sistemi d’arma, misero in campo le prime novità introdotte dalla Revolution in Military Affairs comparsa negli anni Ottanta, che i Sovietici avevano soltanto potuto cogliere – grazie alle intuizioni del generale Nikolaj Ogarkov – poco prima del collasso del loro Stato.
Da allora, gli Stati Uniti hanno avviato una vasta fase di interventi a carattere “umanitario”, cercando di allacciare le dottrine strategiche e le necessità di espansione della propria sfera d’influenza alle ragioni storiche di una globalizzazione economica pensata come deterministica e totalizzante. Tutto ciò ha mostrato i suoi limiti ed appare ormai evidente come la parabola discendente avviata poco dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq, stia rimettendo in discussione gran parte delle certezze su cui l’unica super-potenza rimasta al mondo fondava la propria politica internazionale.
Il passaggio è stato brusco, la fase di transizione molto più veloce di quel che si pensi: giusto il tempo di prendere atto della situazione, per silurare Rumsfeld ed imporre Gates (2006), creare un nuovo organismo militare in Africa (2008), dimenticare Bush e fare largo ad Obama (2009), e, in sostanza, rispedire i neo-cons in soffitta e richiamare Zbigniew Brzezinski nella stanza dei bottoni.
Il fronte della contrapposizione cambia notevolmente: abbiamo già parlato della radicale inversione di tendenza nella percezione del “mondo islamico”, ieri additato come un vasto e mostruoso luogo del pianeta agguerrito e compatto contro l’Occidente, oggi svelato nella sua fragilità interna dalla cosiddetta “primavera araba”, abilmente cavalcata, se non addirittura manovrata, dalla Casa Bianca – assieme ad Ankara – per rimescolare le carte nel Nord Africa ed in Medio Oriente, in chiara e palese funzione anti-cinese ed anti-russa, spostando così la spirale degli archi di crisi dalla massa eurasiatica agli scenari afro-mediterranei.
Non cambiano, ovviamente, la “filosofia strategica” e l’obiettivo a lungo termine di Washington: farsi largo attraverso la l’ingerenza e l’intromissione (dal soft-power delle “rivoluzioni colorate” all’hard-power dell’aggressione militare) ed imporre l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo intero.
L’avanzamento risulta evidente: i governi ormai “decotti” o le sempre più precarie integrità territoriali di Tunisia, Sudan, Egitto e Libia cadono uno dopo l’altro sotto i colpi di pesanti destabilizzazioni (militari o “referendarie”), spianando la strada all’Islam politico, assecondando i progetti neo-ottomani di Erdogan e Davutoglu, ed accerchiando la Siria, ultimo baluardo dell’ormai lontana stagione ba’athista, nonché unico serio e solido alleato della Russia in Medio Oriente.
Dei nove “Rogue States” (Stati canaglia) definiti, con varie revisioni, da George W. Bush nel 2001 – Iran, Iraq, Sudan, Siria, Corea del Nord, Libia, Cuba, Pakistan, Afghanistan – soltanto quattro si trovano attualmente nelle stesse condizioni politiche e territoriali dell’epoca: Siria, Iran, Corea del Nord e Cuba. Tutti gli altri regimi politici elencati sono stati eliminati o pesantemente indeboliti da ingerenze (politiche e/o militari) statunitensi, ad eccezione del Pakistan, depennato dalla lista dopo aver deciso di collaborare con Washington nella guerra al “terrorismo internazionale”.
Se si esclude dunque Islamabad, ormai blindato partner della Cina (Pechino, addirittura, ha pubblicamente dichiarato pochi mesi fa che qualunque aggressione al territorio pakistano sarà considerata un’aggressione al territorio cinese), appare evidente come, dopo l’aggressione alla Libia, l’obiettivo principale della Nato si stia spostando verso la Siria, già pesantemente messa sotto accusa dopo le recenti rivolte interne represse alcune settimane fa.
L’asilo politico concesso da Ankara all’opposizione in esilio, non lascia sperare nulla di buono, ed è presumibile che entro poco tempo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia tornino a proporre una nuova risoluzione in sede Onu per ricevere un altro mandato internazionale che autorizzi un intervento contro Damasco. In questo caso, lo scontro militare assumerebbe proporzioni ben più significative ed addirittura più catastrofiche, vista l’indubbia superiorità strategica della Siria di Assad nei confronti della Libia di Gheddafi.
Tuttavia, sarà opportuno mostrare i muscoli. Come ha ricordato la Corea del Nord, bisogna trarre un insegnamento dalla crisi libica: non è possibile scendere a patti con l’imperialismo degli Stati Uniti, e anche qualora si intenda trattare commercialmente con uno o più Paesi dell’area Nato per finalità di mutuo vantaggio, è sempre necessario tenere una mano al portafogli e l’altra sul bottone di detonazione. Non è ammissibile accettare diktat in merito alla dottrina strategica, dacché qualunque cedimento su questo terreno espone soprattutto gli Stati più piccoli all’ingresso in un tunnel senza uscita, dove Washington accompagna i propri obiettivi per mano, spogliandoli ed indebolendoli all’interno di un angusto angolo, per poi aggredirli e bombardarli senza alcuna riserva.
Destinare almeno il 30% del PIL alla spesa militare, sviluppare un forte programma di finanziamento (anche ricorrendo allo stimolo di un’iniziativa “privata” nazionale, sottoposta ai vincoli dello Stato) nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, rispondere ad ogni mossa, non cedere neanche un millimetro della propria sovranità nazionale conquistata in secoli e decenni di sacrifici e fatiche, imporre il terrore a chiunque osi mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati non-ingerenti ed emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica, nella consapevolezza che gli Stati Uniti ed i loro alleati europei – già artefici del colonialismo e di migliaia di aggressioni nei cinque continenti – non rispetteranno mai questi principi sino in fondo, ma sapranno strumentalizzarli per ottenere un largo consenso dinnanzi alle proprie popolazioni, salvo poi aggirarli con complicati e contraddittori (ma efficaci) espedienti retorici, mediatici e giuridici: questa è la lezione che Pyongyang ha tratto in base alla sua particolare esperienza storica, cominciata con le feroci aggressioni imperialiste del Giappone, prima, e degli Stati Uniti, poi.
E questa particolare sensibilità strategica, per quanto specifica e peculiare alla realtà nazionale nord-coreana, va indubbiamente recepita ed assimilata nel suo più profondo senso teorico-scientifico da tutti i leader politici che intendano affrontare questa fase storica per uscirne integri.

1 (cit.) D. GRISWOLD, Koreans say Libya proves need for strong defense, Workers World, 8 aprile 2011

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