LA VERA NATURA DELLA CRISI MONDIALE

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Sono passati ormai undici anni dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2007 che diede avvio al lungo periodo di crisi giunto sino ai nostri giorni. Fummo tra i primi a dire che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era eminentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti delle varie scuole della triste scienza minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con i dovuti correttivi regolativi, comprese iniezioni di moralità a operatori e mercati) o allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema) noi ipotizzammo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello principiato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza però che i più gravi problemi strutturali degli assetti mondiali fossero definitivamente sciolti. A quello provvidero le guerre mondiali del secolo successivo che misero fine al predominio inglese sul mondo e ci restituirono dei rapporti di forza polarizzati tra due campi contrapposti: con la supremazia Usa nel quadrante occidentale e dell’Urss in quello orientale. Tutti gli scienziati che sbagliarono allora continuano a dispensare consigli oggi, sicuri che siano le loro ricette tecniche a poterci portare fuori dal guado. Ma la insormontabile diatriba tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, sponsor della mano invisibile, ed oppositori “della domanda”, sostenuta dall’interventismo statale, continua a non portare a nulla poiché questa crisi non è da offerta e nemmeno da domanda. Gianfranco La Grassa lo scriveva già nel 2009:

“Chi si atterrà solo al dato economico, credo capirà poco o nulla dell’epoca in corso…Dobbiamo lasciar perdere le prime (e primitive) impressioni che si ricavano dai dati economici. Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi “opulenti”. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle “alleanze” o “blocchi sociali”), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti. C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta “in basso” e la possibile ascesa di “avventuristi” che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale…va lasciata da parte la solita diatriba tra liberisti e keynesiani. Il libero mercato è una esiziale ideologia di distorsione della realtà; ma non certo migliore è quella grossa mistificazione dei fondamentalisti keynesiani, secondo cui il New Deal rooseveltiano ha fatto uscire dalla crisi del ’29. La crisi non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (in Keynes almeno si tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva). Nessuno sostiene che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non produca effetto alcuno; ma è come prendere un febbrifugo, che dà un po’ di sollievo, e credere di stare annientando il germe della malattia che ci ha colpiti. E’ bene usare anche il febbrifugo, ma poi, in assenza dell’effettivo germicida (che non esiste nella strutturazione sociale del capitalismo), si deve rinforzare l’organismo con appropriati ricostituenti onde trovarsi in non pessime condizioni quando si uscirà dal letto alla fine del “normale” decorso della malattia. I ricostituenti vengono “comprati” con strumenti finanziari, ma il mero ragionamento economico non consente affatto di individuare quali siano i migliori da usare e il come usarli; simili scelte spettano all’agire strategico che non rispetta i troppo elementari criteri economici dell’efficienza, bensì quelli dell’efficacia ai fini della potenza”.

La crisi economica è una specie di terremoto superficiale che nasce da scontri più profondi sotto la roccia sociale. Nel nostro caso va molto in profondità perché attiene all’impatto tra masse geopolitiche in ristrutturazione, dopo i relativi sfaldamenti della zona occidentale che hanno rimesso in moto le placche globali. “Per questo diventa essenziale distinguere una vera crisi da quelle che talvolta passano per tali, ad esempio l’estrema labilità delle Borse valori, soggette a continue e talvolta assai ampie oscillazioni; per non parlare dello spread (differenziale tra gli interessi pagati sui titoli del Debito pubblico dai vari Stati, di cui si è preso ossessivamente in considerazione quello tra Germania e Italia), che è diventato la “moda corrente” nell’attuale crisi; iniziata nel 2008 senza che in pratica nessun “esperto” di problemi economici l’avesse prevista e pressoché tutti l’abbiano per un bel po’ sottovalutata. Le “crisi” dell’ultimo tipo citato dipendono da fenomeni speculativi sul denaro e i titoli; inoltre possono essere con un certo successo manovrate in senso politico per conseguire dati obiettivi, ad esempio il cambio di un governo o comunque una serie di operazioni che conducono dati paesi ad una maggiore dipendenza da altri; dipendenza comunque già in atto per ben altri motivi più cogenti. Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica”.

In una società dominata dalla forma merce è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. “E’ ovvio che la parte finanziaria, legata all’uso della moneta e dei segni d’essa, sia il primo fenomeno critico a presentarsi, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando questo viene ad interrompersi – per motivi vari studiati da tutti gli economisti e sottoposti ad interpretazioni diverse; non inutili, sia chiaro, poiché nessuno nega l’importanza di certi fenomeni se vengono studiati e analizzati come tali e non come il processo più fondamentale caratterizzante la crisi, la causa insomma della stessa – il primo scombussolamento è subito dai mercati in cui circola lo “strumento” che ormai, da semplice intermediario nello scambio di merci, è divenuto pure accumulazione di ricchezza, mezzo di investimento, garanzia (del tutto parziale e insicura, in verità) contro gli imprevisti del futuro, ecc. ecc. Al disordine nei mercati monetari, finanziari – se esso non è legato a semplici giochi speculativi, in genere suscettibili di reciproca compensazione tra operazioni di segno contrario (si pensi alle continue oscillazioni di Borsa) – segue quello ben più grave nei mercati dei beni (e servizi) prodotti, nei mercati detti “reali”.
Ma occorre capire la direzionalità delle generali dinamiche storico-sociali generanti disequilibri diversi (in epoche differenti) a livello economico particolare. Quando le prime sono abbastanza stabili è possibile trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In frangenti come questi vale anche anche la cosiddetta fiducia (si dice, infatti, rassicurare consumatori e imprenditori) che si concretizza in messe a punto da parte delle istituzioni che sortiscono buoni risultati (può bastare un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie). Invece, se ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza, il ricorso ai soliti correttivi economici diventa un rimedio inessenziale. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava, anche più del dovuto se si prosegue sulla strada degli errori economicistici, blaterando di cooperazioni e di interventi sempre più ideologici che, infine, non hanno più nulla a che vedere né con la politica e nemmeno con l’economia, sulle quali non incidono quasi per niente. E noi ci troviamo esattamente in una fase in cui la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi circoli viziosi di uomini incapaci e di teoresi sballate. Chi non lo ha compreso sarà spazzato via dagli eventi. Per questo mettiamo tra i nostri nemici, al pari di liberisti e keynesiani d’antan, anche coloro che, credendo di essere contestatori del sistema, riversano tutte le responsabilità su un inesistente predominio della finanza senza patria, celando di fatto, la reale consistenza delle attuali problematiche. A breve pubblicheremo un libro che si occuperà di queste questioni meglio sistematizzate.

SINTOMO DOPO SINTOMO….. di GLG

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Un altro sintomo della situazione multipolare, oltre alla “grande stagnazione”. Una botticina alla Borsa di New York (da cui del resto partì la crisi del 1907 e non solo quella più famosa del ’29). Ancora una volta, l’interpretazione è tutto sommato sballata, cioè vede la superficie e non il “sottosuolo”. Si parte dalla paura dell’inflazione che ha “bucato” la bolla della Borsa (ma non si diceva che si trattava di un segnale dell’ottima salute economica generale? Adesso è una bolla); poi si arriva alla paura per l’eccessivo aumento dei salari. Nel ’29, a crisi scoppiata, l’economista liberista “tradizionale”, Cecil Pigou, adduceva come causa della stessa proprio l’eccessivo innalzarsi delle paghe salariali. Rispose pressoché subito Keynes adducendo tesi di fatto opposte; una carenza di domanda “privata” (per gonfiamento dei risparmi in una società ad alto reddito). In modo paradossale, per far meglio capire ai “ritardati” ciò che voleva sostenere, disse perfino che sarebbe stato utile assumere operai per scavare buche e poi ricoprirle. Ci sarebbe stata una più alta massa salariale, utile per accrescere la domanda. Ci poteva essere un iniziale aumento dell’inflazione, ma si sarebbe rimessa in moto la macchina produttiva, inattiva appunto per la caduta della domanda e quindi si sarebbe trattato di un fenomeno transitorio (mentre, se continuava la crisi, ci sarebbe stato un crollo dei prezzi e un avvitarsi a spirale della stessa). Il New Deal in ogni caso si diede alla crescita della spesa (domanda) pubblica, con grandi opere infrastrutturali. Tuttavia, il rimedio era solo temporaneo. Infatti già nel ’36, e negli anni successivi ancor di più, la ripresa fu in fase evidente di arenamento. Fu la guerra a risolvere definitivamente la crisi. Ma gli economicisti (compresi alcuni keynesian-marxisti come Sweezy) insistettero nella spiegazione legata alla domanda. La guerra aveva indotto un grande sviluppo degli armamenti, cioè si producevano beni – pagando imprese e lavoratori e accrescendo quindi la spesa di consumo (e investimenti) – che poi non affluivano al mercato perché erano usati in guerra e magari andavano perfino distrutti, quindi non ingombravano il mercato con un’offerta in crescita. Anche questa misura sarebbe stata del tutto transitoria nei suoi effetti; solo che dallo scontro bellico nacque il mondo bipolare; e uno dei poli, quello in maggiore sviluppo, era “governato” dagli Usa, che quindi regolavano in qualche modo l’insieme. Ci furono ancora brevi crisi, quelle solite e periodiche tipiche di questo sistema sociale, ma che furono non a caso denominate “recessioni” perché ritenute una semplice fisiologica “pulsazione ritmica”. Insomma, eravamo nella fase monocentrica. Il multipolarismo vedrà ben altri fenomeni nei prossimi anni e, direi, decenni.
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SALVARE IL SOLDATO RYAN di G. Duchini

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Sorprendenti, ma non scontate, le dichiarazioni riportate da Tremonti su “Libero” del 22 dicembre, con ampi stralci della memoria difensiva, inviata alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle banche (Etruria, Antonveneta…..), dinanzi alla quale ha deciso di non presentarsi perché le conclusioni parlamentari non conterranno un giudizio serio sulla realtà delle banche e, conseguentemente, sul risparmio degli italiani.
Una memoria che parte dalla crisi finanziaria globale con i suoi possibili effetti nella considerazione di essere stato un testimone piuttosto in vista, dal 7 maggio del 2008 al 16 novembre del 2011 in qualità di Ministro delle finanze (italiane) e quindi in grado di raccontare la grande crisi finanziaria statunitense nelle sue ripercussioni mondiali ed europee. E su quest’ultimo aspetto riferisce di una crisi esplosa a partire dagli Usa nell’autunno 2008 che ha colpito praticamente tutti, in particolar modo l’Italia con il suo terzo debito pubblico al mondo e con una economia allo sbando.
Effetti controversi ed una tempestività nelle Considerazioni Finali della Banca d’Italia (31 maggio 2011) che partivano da una considerazione lapalissiana: “ In Italia il disavanzo pubblico(1)….è inferiore a quello medio dell’area euro…. Appropriati sono l’obiettivo di pareggio del bilancio 2014…..la gestione della spesa durante la crisi è stata prudente …. Lo sforzo che ci è richiesto è minore che in molti altri paesi avanzati…”
Sempre secondo Tremonti, il 21 luglio del 2011 (soltanto dopo 51 giorni) al punto n.11 del “Comunicato ufficiale” del Consiglio dell’Unione europea è stato scritto quanto segue: “In questo contesto accogliamo con favore il pacchetto di misure di bilancio recentemente presentate dal Governo Italiano.”
Il 5 agosto, 15 giorni dopo cambiano repentinamente idea sia la Banca Centrale Europea che, in subordine, la Banca d’Italia e viene inviata una sorta di “lettera dikat” al Governo italiano che avrebbe dovuto subito impegnarsi ad approvare entro settembre un Decreto legge. Un Decreto contenente riforme costituzionali ed anche vaste riforme economiche in materia di licenziamenti sul lavoro, di servizi pubblici locali, di professioni etc., e, dulcis in fundo, l’anticipo di un anno del “pareggio di bilancio”. Diversamente la Banca Centrale Europea avrebbe escluso l’Italia dal piano di acquisto e sostegno dei titoli pubblici europei (il famoso Quantitative Easing). In sostanza, si stava già preparando il grande marasma del governo Monti che si insediò in sostituzione del governo Berlusconi nel novembre 2011.
Tutto questo doveva avvenire, secondo Tremonti, assecondando una interpretazione diventata luogo comune: la crisi italiana era la peggiore d’Europa. L’invenzione di un colpevole italiano copriva la situazione delle banche tedesche e francesi a cui si applicò un congegno di salvaguardia
E con la “crisi italiana” si trovò il colpevole del debito sovrano europeo nel cui “salvataggio”stava la chiave per uscire dall’impasse, un congegno “trappola” che fu coniato dalle cancellerie tedesche e francesi nel periodo del famoso “buco” finanziario della Grecia (e della Spagna) creato dalle banche tedesche e francesi.
Buco finanziario ovviamente negato dal governo italiano ma accettato dal Governo Tecnico Monti, poi appoggiato anche da Berlusconi, che trasformò “il Fondo Salva Stati” in “Fondo Salva Banche” salvaguardando così le banche tedesche e francesi, drammaticamente e sistematicamente superesposte al rischio Grecia (e Spagna).
“ Poi tutto seguì. Con geometrica precisione l’Europa passò all’incasso. Il primo atto compiuto in Italia dall’appena insediato Governo Tecnico Monti fu, e non a caso, quello di prestare il suo consenso alla trasformazione del Fondo Salva Stati in Fondo Salva Banche ma anche a conservarne invariato il sistema di finanziamento…”
Però Tremonti tralascia un particolare nella sua ricostruzione.
La politica europea è eterodiretta dal potere Usa e non si possono capire le sue dinamiche reali se si tralascia questo decisivo aspetto.
Infatti, l’attuale crisi economica globale dipende dalla perdita relativa di centralità degli Usa che reagiscono scaricando sugli alleati le proprie difficoltà geopolitiche, anche innescando disastri finanziari. Possibile che Tremonti lo ignori?
DUCHINI GIANNI gennaio ‘18

(1)Disavanzo del bilancio pubblico è la differenza tra le entrate (imposte, tasse e altre entrate) e le uscite del settore pubblico relativo ad un dato esercizio finanziario, generalmente un anno solare.

Che sta accadendo in Iran? di A. Terrenzio

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Nei giorni scorsi la Repubblica iraniana si e’ ritrovata di nuovo al centro di tumulti interni che hanno portato alla morte, secondo la stampa, di 21 manifestanti e ad oltre 500 arresti. Numeri eccessivi che nascondo molta propaganda.

Gli osservatori fuori dal circuito mediatico hanno subito intravisto dei tentativi di destabilizzazione esterna, come avvenuto nel 2009 con la famigerata “Onda Verde”.

La rivolta, che sembra avere soprattutto lineamenti socio/economici legati a situazioni di disagio giovanile, ha preso a bersaglio il blocco di potere ultraconservatore, accusato di corruzione e del peggioramento delle condizioni economiche del Paese.

Come ricorda Alberto Negri:” In Iran su 80 milioni di abitanti circa il 40/50% ha meno di 30/35 anni. Tanti I giovani e I disoccupati: circa il 40/50% sotto I 30 anni non trova lavoro o una attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa o sposarsi”

Ovvio quindi che in un Paese a forte esplosione demografica e con difficoltà di inserimento lavorativo, le possibilità di disordini siano fortemente comprensibili.

Inoltre, il tasso di scolarizzazione in Iran è molto alto, ben al di sopra della media mondiale o di paesi come Italia e Regno Unito. Nel 2015 I tassi di iscrizione alle Università hanno raggiunto il 70%.

La vitalità di tale fenomeno ha portato le nuove fasce giovanili a scontrarsi coi poteri ultraconservatori legati al clero sciita e alle loro fondazioni, le Bonayad, detentrici del 20% delle ricchezze del Paese ed esenti da tasse.

Le sanzioni occidentali, non del tutto eleminate dopo l’accordo sul nucleare, hanno fatto il resto. Il risultato sono 15 milioni di persone sotto la soglia di povertà, corrispondenti al 20% della popolazione. Un tasso di disoccupazione giovanile che si avvicina al 30%.

Gli elementi di una “lotta di classe” all’interno della società iraniana sembrano esserci tutti.

Tuttavia, i media “main stream” si sono soffermati sui soliti temi, quali la violazione dei diritti umani e le imposizioni religiose. Ma bypassando la retorica femminista dei media generalisti, le proteste hanno avuto una base “maschile” e si sono sviluppate lontano dalla capitale. Le rivolte sono iniziate dalla periferia nord-est del Paese e sono sembrate sin da subito fatue, perché’ prive di una leadership politica.

Ciò che sta accadendo nel paese sembra rispondere a dinamiche interne legate maggioramene a ragioni economiche e demografiche. Una delle letture più intelligenti in proposito è offerta da Adriano Scianca che su Primato Nazionale scrive:” La prima regola, quando succede qualcosa nel mondo, è sempre la stessa: controlla cosa ha scritto in proposito Roberto Saviano. La verità, in genere, è quella opposta. Ecco, le rivolte che stanno avvenendo in queste ore in Iran, per esempio, non hanno nulla a che fare con “il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo”, come ha scritto il leader del conformificio occidentalista. È però vero che risulta tuttora difficile farsi un’idea chiara di ciò che sta avvenendo in Iran, al di là dei riduzionismi che tanto piacciono da queste parti. E, diciamolo subito, se è riduzionista la lettura che fa di ogni tumulto una “primavera” per i “diritti civili”, lo è anche quella che riconduce ogni tafferuglio a un piano orchestrato dalla Cia. Il che non significa che potenze come Usa, Israele o Arabia Saudita stiano osservando i fatti iraniani con rispettosa distanza. I professionisti della destabilizzazione, tuttavia, intervengono quasi sempre a fenomeno in corso: non lo creano, ma magari influenzano per orientare a loro favore proteste spontanee, che nascono in un modo e possono finire in un altro, il che è peraltro vero anche in senso inverso, come dimostra la stessa rivoluzione iraniana del 1979.”
Data quindi per buona la nostra intenzione a non ridurre tutto frettolosamente ad una “false flag” è anche indubbio che la Repubblica islamica si trovi al centro di diverse tensioni. Gli Usa dei Neocon in primis, ma anche Israele e Arabia Saudita, che non staranno a guardare e che molto verosimilmente tenteranno di orientare i disordini come anni fa con l“Onda Verde”.

Proprio in queste ore i Pasdaran governativi hanno sedato la rivolta nelle province periferiche del Paese, reprimendo i disordini iniziati il 28 dicembre scorso. Gian Micalessin sul Giornale.it offre un chiarimento sui fatti iraniani: i veri sconfitti non sono i manifestanti, che non avevano nessuna possibilità di successo, bensì il Presidente moderato Rohani, accusato di essere stato troppo morbido nel difendere “il diritto a contestare”.

La Guardia Suprema legata ad Ali Khamenei ha sfruttato l’occasione per ristabilire i rapporti di potere nelle alte sfere governative, consolidando  attorno a se’ anche il potere militare ed industriale.

I Guardiani della Rivoluzione sembrano ritornare ad essere i controllori delle leve di comando della Repubblica iraniana cancellando di fatto il risultato delle elezioni presidenziali.

Hanno sagacemente sfruttato il malcontento popolare per dirigerlo contro Rohani, svelando i disegni dei gruppi sovversivi. Più che un segno di debolezza, le rivolte assumono i contorni di un ‘escamotage’ che ha consentito alla “Vecchia Guardia” di riprendere in mano le redini del Paese per difenderlo dai veri nemici che lo minacciano dall’esterno.

LA FINE DEL SISTEMA INDUSTRIALE ITALIANO di G. Duchini

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Siamo abbastanza lontani dai livelli di un Pil che cresceva a ritmi elevati (quelli pre crisi 2008 al 6,4% rispetto all’attuale 1,8%); quindi si deduce  che se il ritmo di crescita si assestasse a questo incremento ci vorrebbero 5 anni per recuperare  quel gap accumulato circa dieci anni fa. Insomma un po’ di ripresa c’è ma restiamo gli ultimi in Europa per crescita del Pil.

Se da un punto di vista tecnico i conti italiani sono già stati bocciati, dal punto di vista politico l’Italia può ancora permettersi di sforare il vincolo di bilancio secondo gli organi competenti di Bruxelles anche se la crescita del Belpaese risulta “la più debole” in Europa. Nelle previsioni autunnali dell’esecutivo europeo c’è una correzione al rialzo del Pil (1,8%) per poi scendere drammaticamente all’1,3 nel 2018 e dell’1% nel 2019.

Ma bisogna  partire da più lontano, da un dato più significativo su cui riflettere. La  fine  di uno sviluppo industriale che negli anni ’70 e ’80 diventa inarrestabile declino, “deindustrializzazione forzata”, coincidenza storica con l’uccisione di Aldo Moro (1978) e contro  una politica che coltivava ben altri intenti e finalità industriali per l’Italia. Con la morte di Moro, che fu uno degli artefici principali di un disegno storico segnato principalmente  da una visione  di più ampio respiro per l’Italia,  si spegne il sogno industriale italiano e si concretizza un destino nefasto di completa sottomissione coloniale dell’Italia all’America, in atto tutt’ora.

Con il colpo finale e decisivo di “ mani pulite” si uccise l’IRI e si destituì tutto il settore industriale e bancario messo in piedi faticosamente durante il fascismo,  lasciando  convivere qualche sparuto  residuo di grande industria, ormai in fase di completo smantellamento (vedi Finmeccanica),  con la sopravvivenza di una piccola- media industria  rivolta soprattutto  all’esportazione, e lontano mille miglia dalle più consistenti  occupazioni industriali che fanno grandi i paesi.

Nel frattempo, In Italia in modo silente iniziò, già negli anni 80, un incipiente  disoccupazione indotta dall’automazione di realtà industriali d’Oltre Atlantico e di una terziarizzazione che premiò i centri nevralgici di una economia (dominata dagli Usa), che dette inizio a un capitalismo low cost, cioè alla formazione di impieghi poco specializzati, precari e scarsamente retribuiti.

Ma procediamo per ordine. E’ il 2005 (anno prima della Crisi) secondo l’Economist (giornale inglese)  l’Italia (insieme alla Germania) è il solo paese ad avere una occupazione industriale che raggiunge il 20% sul totale complessivo degli occupati. Un dato davvero singolare non tanto per la Germania, che notoriamente esercita il suo compito con notevole forza attrattiva all’esportazione, quanto per la struttura produttiva italiana basata sull’export: una  realtà industriale fatta di piccole-medie imprese che nel corso degli anni  trovò una  incisività concorrenziale  per tutta la compagine settoriale manifatturiera. Si disse, in modo indulgente, che il sistema italiano, benché diverso da quello tedesco, era a suo modo efficiente, ma risultava  imparagonabile con quello tedesco, pur fatto di una realtà fatta di piccole e medie imprese con una professionalità  sviluppata ma non all’altezza della potenza tedesca.

Se nel 2004-2008 le medie imprese italiane aumentano il loro fatturato del 32%, nel 2009 arriva il crollo, 15% di vendite e -17% per l’esportazione. Da allora la produzione riprende quota ma non in modo uniforme: meccanica soprattutto, poi chimica-farmaceutica e metallurgia, mentre i più penalizzati risultano costruzioni ed abbigliamento. E il tanto decantato sviluppo italiano, centrato sull’export, ha bisogno di alcune precisazioni e chiarimenti; è una sorta di “ capitalismo intermedio” con imprese di medio fatturato dotate di competenze ed attività presenti sul territorio in un sistema piramidale dove ” la media impresa fa da traino a un tessuto fatto di realtà più piccole e diversificate, che vengono convogliate nel processo produttivo dell’azienda principale”. E’ un capitalismo di piccola e media entità a vocazione internazionale  concentrato nell’Italia Settentrionale e particolarmente in Lombardia.

Come si può dedurre, il settore meccanico in Italia è diventato una realtà industriale  oltre ad un volano di competenze e di conoscenza pur attestandosi ad un limite insuperabile nell’ impossibilità di crescere e di misurarsi nel tempo come un grande settore industriale come lo è stato per la Germania con una particolarità che lo differenzia e lo caratterizza come unicum.

La Germania ha saputo imprimere una sua concentrazione industriale con una divaricazione all’export  e con un certo modo di operare sul mercato estero come riflesso del mercato interno: mano a mano che si andava riducendo il mercato interno, causa principale della deflazione, cresceva l’esportazione pur in presenza di una scarsa crescita di una domanda interna: questa caratteristica tutta tedesca non si riscontra qui da noi in Italia.

La produzione industriale italiana appare a distanze siderali rispetto a quella del 2008  (-18%) con una rivelante caduta dell’occupazione nel manifatturiero italiano di 800 mila unità e con una conseguente distruzione dell’apparato industriale italiano. Di converso l’incremento della produttività è stato recuperato grazie ad un allungamento dell’orario di lavoro in una assenza di recupero di competitività perché nel frattempo il costo per unità di prodotto è aumentato  del 15%, svantaggiando così le imprese italiane rispetto alle concorrenti tedesche, francesi e spagnole.

GIANNI DUCHINI novembre ‘17

VERSO LA FINE DELLA COSIDDETTA GLOBALIZZAZIONE

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Janet Yellen e Mario Draghi (rispettivi rappresentanti delle banche centrali di Usa e Europa) si sono riuniti a Jackson Hole (Stati Uniti) per una analisi più compiuta della “Grande Crisi”.   Una preoccupazione che è alimentata dalla necessità di gestire tensioni e squilibri e, soprattutto, dal pericolo che aleggia di protezionismo.

Questo rimpallo tra  testimoni così autorevoli trova un consenso unanime quando,  contrariamente alle più fosche previsioni, si afferma, con certezza assoluta, che la ripresa globale va rafforzando. “La questione è  ora come alzare il potenziale di crescita” (Draghi e Yellen)  che nei paesi Ocse ha rallentato dal 2% del 2000 al 1% in data odierna. Secondo Draghi, il problema principale è quello della produttività  e con esso quello di una maggiore apertura  al libero scambio e ai liberi flussi di investimenti ai finanziatori che svolgono ruoli essenziali nella diffusione di nuove tecnologie e che trainano miglioramenti nell’efficienza e nella produzione.  Ma a fronte degli imperativi di creare una continua coesione di intenti, di continue convergenze e fiducie reciproche, i governatori vedono con apprensione le insufficienti “regolamentazioni del settore finanziario globale” che hanno partorito la crisi. E una più convinta regolamentazione sono le migliori garanzie nei confronti degli scivoloni  nel protezionismo. Janet Yellen ha perorato una più puntuale regolamentazione bancaria e finanziaria, con un monito rivolto a chi si oppone sostenendo i vantaggi netti  “di un ritorno alla crescita del credito ed alla redditività degli istituti statunitensi più rapidamente di quanto avvenuto finora”.

Janet  ha difeso le grandi riforme di cui la Fed è stata protagonista assoluta nella crescita e nella stabilità del sistema finanziario ed indirettamente il Presidente Trump che vorrebbe spingere l’acceleratore sulla deregulation nazionale ed internazionale.

Ma dobbiamo dire che Trump nell’incipiente  multipolarismo che si va profilando, sta parallelamente segnando  la fine della globalizzazione, ovvero la americanizzazione di intere aree globali  cui fece seguito a suo tempo nella caduta dell’Urss. La pillola globalista che si volle estendere all’intero globo non funziona più.

La stessa  ripresina italiana è un po’ l’effetto di questo clima globalista tanto decantato ed osannato. Nonostante le rosee previsioni snocciolate dagli istituti statistici, l’ economia italiana stenta a ritornare a marciare e  dall’estero arrivano  segnali d’allarme. Già il Financial Times evidenziava come l’Italia sia uno dei pochi Paesi a non essere ancora ritornato ai livelli di benessere del 2007, nonostante i proclami ufficiali di una economia avviata ad una sicura ripresa. Il dato più sorprendente è che  risulta un futuro costellato di troppe incertezze con scenari forse peggiori di quanto propinato a causa di un debito stellare e della fine di tutto il sistema industriale italiano( a parte qualche residuo industriale sopravvissuto alla completa devastazione effettuata dal 1992 in poi  con “Mani Pulite”) .

Per gli osservatori esteri l’Italia è in definitiva il “maggior rischio alla stabilità economica dell’euro nonostante alcuni indicatori economici siano risultati superiori alle stime di mercato”.  C’è da aggiungere che la persistente bassa inflazione che sembra coincidere con la deflazione indica una grave ed insufficiente vitalità dell’economia e della società italiana: è come un tappo messo a comprimere ogni forma di propensione al consumo, ogni forma di investimento e lavoro.

Infine, nel raffronto con gli altri Paesi l’Italia rimane il fanalino di coda dell’Unione  Europea e continua a crescere alla metà del ritmo vantato dagli altri paesi europei. E per quanto le previsioni del Pil siano oggi positive di circa all’1,3% rispetto ad una media dei Paesi europei doppi (+2,1%). Lo stesso Fmi a fine luglio prevedeva il ritorno del Pil ai livelli precrisi non prima della metà del 2025 e parlava di rischi significativi sulla ripresa italiana determinati dalla fragilità finanziaria e della difficoltà  a sostenere i livelli stellari del debito pubblico una volta che la Bce avrà messo la parola fine al quantitative easing. Non è un caso che le banche italiane ed europee stiano vendendo a piene mani i Btp (I buoni del tesoro poliennali italiani).

GIANNI DUCHINI settembre ‘17

ANCORA LONTANI DALLA COMPRENSIONE, di GLG

gianfranco

QUi

avevo il sospetto che costui non fosse sciocco com’è nella norma degli economisti odierni. Non so se proprio scoppierà una “bolla” (finanziaria) in quest’agosto. Tuttavia, ci si accorgerà negli anni a venire che la situazione è veramente da assimilare (non nelle forme ovviamente, ma nelle cause sostanziali) a quella di fine ‘800; forti sviluppi tecnologici (allora ci fu la seconda rivoluzione industriale) e multipolarismo crescente con indebolimento inglese e avanzata di Usa, Germania e appena più tardi Giappone. Importante la citazione di Churchill, uomo nefasto ma lucido e dotato di cervello fino: c’è stata in fondo un’unica guerra mondiale con in mezzo un lungo armistizio. Cioè, dopo il multipolarismo si è arrivati al policentrismo conflittuale acuto che ha conosciuto varie turbolenze – e non solo tra paesi, ma anche all’interno di questi, soprattutto di alcuni – fino alla supremazia di uno di essi (gli Usa), anche se contrastata da un altro (Urss) in cui si era sviluppata una forma rivoluzionaria, fraintesa in pratica per un secolo o quasi. Adesso solo pochi scervellati non hanno ancora preso atto che tale rivoluzione non era quella prevista (a partire da Marx) e sperata da molti. L’incomprensione della stessa, incomprensione che del resto dura tuttora, ha condotto le dirigenze dell’Urss – e degli altri paesi che hanno creduto di seguire una strada in qualche modo analoga – ad attuare politiche comportanti in realtà il totale irrigidimento delle loro strutture sociali, con finale dissoluzione di quella forma che si credeva ormai di impronta socialista. Dal 2008 (o 2007, ma l’anno è del resto solo all’ingrosso indicativo dell’inizio di una diversa fase) è iniziata, con la solita manifestazione (di “superficie”) relativa ai sistemi economici, la crescita di una nuova ondata di scoordinamento multipolare, che sta conducendo verso il policentrismo; tuttavia non prossimo, a mio avviso. Questa è però ancora una volta la via lungo la quale si sta correndo nella massima confusione e con soluzioni di volta in volta improvvisate. Solo se si capirà che si sta ripetendo, in forme certo molto differenti, un processo già svoltosi sostanzialmente tra 1860-70 e 1945, si potrebbero (FORSE) cercare conclusioni diverse e meno tragiche dello stesso. Per il momento, continuiamo a pensare “in piccolo”, nel “provvisorio”, con le interpretazioni più scontate e facili, che ci porteranno alla totale incomprensione dell’epoca che già stiamo cominciando a vivere. Ma anche questo, in definitiva, è ciò che si è verificato nei 150 anni precedenti. Gli storici ci hanno dato tante notizie anche interessanti su questo secolo e mezzo, ma con interpretazioni completamente sballate; e purtroppo ancora svianti per tutti noi.
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CONTRO LA DEMOCRAZIA

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La storia è storia dei conflitti sociali. Quelli tra classi dominanti risultano però più decisivi di altri nel configurare gli assetti societari. I gruppi strategici sono quelli che decretano, con la loro azione tesa a primeggiare nelle diverse sfere collettive, il condensarsi degli eventi caratterizzanti la specifica formazione sociale, in un segmento temporale di una certa continuità (fase). Le classi dominate entrano nella disputa aggregate ai differenti blocchi sociali (quindi da gregarie), guidati dall’alto; ciò non toglie che in particolari momenti epocali, possano incidere maggiormente, con le proprie istanze, in questa battaglia per la supremazia (l’esempio del movimento operaio otto-novecentesco). Ma, in ogni caso, non sono esse a direzionare la dinamica degli avvenimenti. L’intelligenza dei processi appartiene ai detentori del sapere e delle grandi risorse produttive, economiche, culturali, finanziarie, ecc. ecc. Per questa motivazione, anche il movimento operaio dei secoli scorsi, è stato sempre diretto da avanguardie, non provenienti dal suo seno ma dai ceti soprastanti, di solito con soggetti ai margini delle categorie superiori “emancipatisi” dalle proprie origini. Senza le masse non si fa la storia ma non sono le masse a fare la storia. Ciò spiega la non rivoluzionarietà intrinseca della classe operaia, il cui istinto, come ben diceva Lenin, era tradunionistico e non sovversivo. Dopo decenni di fallimenti ci dovrebbe essere l’evidenza del fenomeno ed, invece, c’è chi continua a farfugliare di autonomia del proletariato e di classe operaia che deve dirigere tutto. Mettetevelo in testa una buona volta, nessuna cuoca potrà mai amministrare gli affari dello Stato, perché il mestiere della politica non è un’attività qualunque e richiede superiori doti analitiche, frutto di scienza e conoscenza. Per politica, in questo senso, intendiamo quanto teorizzato da Gianfranco La Grassa, ossia quella: “…serie di mosse compiute da dati agenti sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sulla ricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concetto del tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la supremazia. Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si costruisce senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi del campo, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente”.
Quindi, la politica, così descritta ed intesa, non è alla portata dell’incolto o dell’uomo pratico che rifiuta la “grammatica”. In quanto serie di mosse strategiche essa attraversa le sfere dell’attività umana che, intersecandosi, costituiscono il tutto sociale. Le sfere in questione sono: quella politica (da non confondere con la politica come strategia per confliggere, appena spiegata), quella economica e quella ideologica. Ancora nella teorizzazione lagrassiana: “Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicare sia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durante questo movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).
Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazioni dette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altre congiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie….
Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la “virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e auto-sussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione – di beni e servizi, comunque di merci – a costi, e dunque a prezzi, più bassi. In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoi apparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapporti tra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da “sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc. Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.
Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura dello Stato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti (“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gli intellettuali sono o incardinati esplicitamente negli apparati in questione o sono apparentemente liberi di svolgere le loro elucubrazioni; in ogni caso, salvo eccezioni (frequenti solo in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono soltanto, talvolta inconsapevolmente, funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali”.
Fin qui la spiegazione del pensatore veneto (che, sottolineiamo, è una nuova teorizzazione e non una riflessione su elaborazioni altrui, come quelle di tanti che si spacciano per pensatori senza aver mai pensato nulla di originale), che dovrebbe aiutarci a capire come muoverci per incidere seriamente sul nostro ambiente, al fine di concepire una trasformazione dell’esistente. Innanzitutto, questa categorizzazione ci permette di falsificare le teoresi di quanti straparlano di ultimo stadio finanziario del capitalismo e di predominanza della sfera finanziaria sulle altre. In una fase di crisi è normale che gli squilibri più evidenti riguardino i mercati, le banche, le borse, i titoli, le speculazioni ecc. ecc. Quando si depotenzia il centro regolatore politico, che impone ad ogni attore nazionale le regole del gioco, ognuno cerca di avvantaggiarsene, di approfittare del vuoto di potere o dello sguarnimento di alcune “aree” per estendere il proprio raggio d’azione. Le stesse imprese finanziarie, basate nel paese predominante, iniziano ad operare con maggiore spregiudicatezza, per sfruttare il caos da posizioni di forza o per seguire le indicazioni segrete del potere politico o, ancora, andando anche oltre questi indirizzi, tanto da dover essere richiamate all’ordine qualora dovessero pestare i piedi alle iniziative degli strateghi istituzionali. Il denaro (coi suoi duplicati immateriali) fornisce la linfa necessaria al conflitto, per questo è indispensabile, ma esso non basta da solo a vincere le guerre. Se si produce, effettivamente, una sottomissione di forze statali a forze del denaro, questa riguarda più che altro i Paesi deboli dove l’arco politico non è in grado di ripensare la propria ricollocazione geopolitica e di elaborare una visione dei processi di cambiamento globale in atto. Il caso italiano è emblematico. Generalmente però, l’ultima parola è sempre dei drappelli dominanti statal-militari che sono chiamati a convogliare l’energie, dell’intera formazione sociale particolare, con lo scopo di creare egemonia fuori dai confini nazionali e ricompattare la comunità interna sugli obiettivi improcrastinabili. Esiste una certa autonomia degli insiemi decisori (sempre in conflitto tra loro) che operano nelle varie sfere ma è indispensabile il momento della sintesi che è, appunto, di competenza dei soggetti primeggianti in quella politica.
Detto questo, è arrivato il momento di comprendere meglio la fisionomia del nemico quando si opera in contesti nazionali subalterni, orbitanti nel campo gravitazionale di una superpotenza. Sbraitare contro la finanza apolide, la globalizzazione, la bancocrazia non ha alcun senso. Si deve, invece, colpire direttamente il rapporto di sottomissione tra i funzionari della superpotenza (di qualunque specie essi siano, finanziari, ideologici, politici ecc. ecc.) e i loro sottoposti nel paese satellite, quelli che occupano gli apparati rappresentativi ricorrendo a sistemi d’elezione escludenti, per come sono concepiti, l’accesso a corpi resistenti autenticamente sovrani e indipendenti. Quest’ultimi non saranno mai maggioranza nel Paese attraverso i metodi democratici. Essi sono avanguardie chiamate a rompere gli schemi democratici, cercando l’acclamazione delle masse e la loro partecipazione fisica per il respingimento dell’invasore e dei suoi etnocrati. La reiterata prova muscolare (in funzione di un diverso progetto strategico) sulle questioni cruciali, e non la deposizione di una misera scheda nell’urna, è il massimo sforzo da chiedere al popolo. Essi interpretano la democrazia come un cavallo di troia e come tale lo rifiutano mentre cercano il coinvolgimento non passivo degli uomini e delle donne di buona volontà, al fine di scacciare dal governo i traditori e i loro protettori stranieri. La democrazia, rielaborata ad immagine e somiglianza dei predominanti mondiali, è l’imprinting che determina la riproduzione dei comportamenti sottomissivi di chi è eletto per governare. Non si sfugge a questa logica automatica se non mandandola in frantumi, senza mai partecipare ad un gioco a carte truccate. Abbattere la democrazia è il primo passo da fare per rigettare l’ingerenza esterna e sbarazzarsi dei politicanti che amministrano lo Stato attraverso diktat contrari all’interesse nazionale. Colpire a morte la democrazia significa ferire mortalmente i prepotenti che ci tengono per il collo. Chi cincischia su un tema così esplicito e blatera di altro (mondialismo, finanzcapitalismo ecc. ecc.) è solo un altro pagliaccio venuto a distrarci dai nostri urgenti compiti.

I MUTAMENTI IN ATTO

mondo

 

Oggi, si dice, viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni. E’ così, ma siamo soltanto all’imbocco di eventi traumatici e drammatici che sconvolgeranno il panorama globale, molto più di quanto possiamo immaginare adesso.
Non finirà il mondo, né la storia (nel cui petto batte un cuore infinito), come qualcuno scioccamente paventa (e non perirà nemmeno il capitalismo, essendo divenuto già qualcosa d’altro da un bel pezzo, ovvero da quando il modello inglese è stato soppiantato da quello americano), “semplicemente”, si fa per dire, ci sarà l’ennesima evoluzione dei rapporti di forza che trasfigurerà le relazioni tra i paesi e, al loro interno, quelle tra i gruppi sociali. Squilibri e conflitti (a varia intensità e manifestazione fenomenica) caratterizzano le creazioni sociali (e, dunque, anche la Storia) dall’alba dei tempi ma i cattivi maestri e gli imbonitori di professione cercano di celare questo dato incontrovertibile all’occhio umano. In mancanza, come farebbero a sostenere i loro falsi progetti di affratellamento universale dei popoli che favoriscono sempre chi domina nella contingenza?
La crisi economica è appena un segnale di quanto ci attende. Dove condurrà la dinamica delle frizioni tra attori geopolitici e corpi collettivi ancora non è dato sapere. Un giorno ci sarà forse un altro conflitto bellico per la preminenza ma è presto per dirlo, in ogni caso nulla sarà come prima, nelle forme, e tutto si rassomiglierà, mutatis mutandis, negli esiti evenemenziali. Se ci rivolgiamo al passato, una fase simile alla nostra è stata quella della grande stagnazione, principiata negli anni ’70 del 1800 e protrattasi quasi fino alla fine del secolo. Dietro la depressione di cui parliamo si svolgevano avvenimenti geopolitici, economici, tecnologici, culturali ecc. di grande rilevanza. Erano questi a scatenare le crisi finanziarie. In tale periodo il monocentrismo inglese aveva iniziato a dare lievi segni di cedimento ma la sua morte sarà ufficialmente proclamata solo dopo la II Guerra mondiale, allorché Londra verrà spodestata da Washington e da Mosca nella preponderanza egemonica sul pianeta. Durante questo lungo arco di tempo accadrà di tutto, un conflitto mondiale, una nuova grande depressione (il ’29) ed ancora una guerra di tutti contro tutti dalla quale emergeranno, da ultimo, due poli (Usa e Urss) predominanti (ma non paritari) che riplasmeranno le relazioni internazionali a loro immagine e somiglianza attraverso la creazione di proprie sfere egemoniche. Volendo fare un paragone, potremmo dire che l’attuale situazione di crisi finanziaria ed economica coincide con la relativa perdita di centralità dell’impero americano sull’orbe terraqueo. Proprio come il monopolarismo inglese, anche il monocentrismo statunitense ha iniziato la sua lenta discesa che durerà decenni. I concorrenti della Casa Bianca, iniziano a raccogliere le energie per sfidarla, approfittano dei vuoti di potere per estendere la loro influenza, modificano i loro piani di sviluppo, le loro strutture istituzionali, i loro modelli culturali, sfruttano i progressi delle scienze per irrobustirsi militarmente ed economicamente. E’ questa competizione che genera la crisi dei mercati la cui regolazione non è più dettata da un solo pugno sbattuto sul tavolo, il quale poco prima giocava a fare la mano invisibile perché non c’era nessuno capace di opporsi. Come scrive La Grassa, a cui si deve questa ipotesi: “Credo si possa mantenere fermo che ancora a lungo (almeno per un decennio, ma penso in realtà ancor di più) gli Stati Uniti resteranno la potenza predominante. Tuttavia, sono certo in sviluppo nuove potenze che si porranno pian piano come poli in contrasto con essi. A fine ‘800, furono Usa, Germania e, appena più tardi, il Giappone a contrastare, infine con successo, la predominanza inglese. Oggi, a fronte degli Stati Uniti si vanno ergendo soprattutto Russia e Cina. Altri paesi si vanno rafforzando, ma si porranno a mio avviso solo come subpotenze regionali, non come competitori globali o comunque in più vaste aree mondiali. Tali ultimi paesi avranno senza dubbio rilevanza nell’evolvere della fase verso un più acuto policentrismo, ma non saranno, sempre secondo le mie previsioni, i veri antagonisti in lotta reciproca per la supremazia”.
Il multipolarismo si contraddistingue per queste evoluzioni (da sostenere strenuamente perché toglieranno strapotere e tracotanza agli Usa) nient’affatto pacifiche che quando sfoceranno nel pieno policentrismo genereranno addirittura antagonismi di natura bellica. Chi pensa o narra superficialmente, come si sente spesso affermare, che il multilateralismo sia il meraviglioso clima in cui le potenze siederanno ad un tavolo per decidere, collegialmente e dialetticamente, dell’avvenire dei loro popoli si sbaglia di grosso o ha capito veramente poco di quanto si profila all’orizzonte. Questo, certamente, sarà ancora per un po’ il discorso di facciata che i leader mondiali terranno per mantenere segrete le loro strategie, per dissimulare le loro intenzioni, coprire i loro obiettivi ma arriverà il momento in cui lo scontro per la predominanza non ammetterà tentennamenti o manifestazioni di debolezza (quelle più diffuse nella nostra triste Ue). Finchè i differenziali di potere sono ampi occorre operare nell’ombra, tocca allora all’Intelligence andare in prima linea per presidiare l’interesse nazionale e impedire ai nemici di fare altrettanto. In seguito, con i gap ridotti, ci penseranno gli eserciti a proteggere lo Stato o ad offendere quello altrui. Quando le acque si saranno placate il davanti della scena ritornerà nelle mani della diplomazia, non meno falsa ma più cortese.
Chi non giungerà preparato all’appuntamento soccomberà e sarà sottomesso. Europa, de te fabula narratur.
Lo spiega bene ancora La Grassa: “Quando subentrerà l’aperto policentrismo, conterà in modo decisivo l’energia esplicata in senso bellico; ma oggi contano di più i Servizi. La finanza fornisce lauti mezzi (e i finanzieri ne approfittano certamente), ma non è qui che si combatte per la supremazia. Se è per quello, conta anche la battaglia ideologico-culturale, ma non si crederà, spero, che si vincano le “guerre” in tale sfera”.
Lasciate ogni speranza di fratellanza voi che vivete.

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