DUE ARTICOLI DA CONOSCERE

 

Il primo articolo (su Libero di ferragosto) non ha bisogno di troppi commenti. Documenta, pur sinteticamente (ma con sapidità), che gli economisti sono ignoranti o pagati da qualcuno per diffondere menzogne. Tuttavia, vi sono anche le dichiarazioni, veramente “divertenti”, di Keynes (poco prima del crollo del ’29) e di Lucas nel 2007 (sui subprime); e devo ammettere che non riesco a considerare questi due né ignoranti né venduti. Si pensi però quello che si vuole; tuttavia, sarebbe ora di prendere le distanze da certi personaggi e di smetterla di considerarli degli oracoli. Se poi pensiamo che si dà credito, pur sputtanandole in continuazione, alle società di rating, chiaramente e senza dubbio alcuno al servizio di speculatori e di parti politiche legate ad ambienti statunitensi, il comportamento dei nostri media come dei nostri politici (non solo italiani) deve finalmente condurci all’odio e disprezzo più totali nei confronti di questi “vati” da strapazzo.

 

Il secondo articolo (sul Giornale del 14 u.s.) è ancora più rilevante. Dimostra, e non certo con intento critico (anzi!), come Berlusconi sia stato ormai schiacciato dagli Usa (di Obama). Mettete insieme l’articolo di Ferrara (con peana a Napolitano) a questo; si ha la prova “assoluta” di tale affermazione. Draghi, fra l’altro, è stato assieme a Monti (prima anche a Tremonti) uno dei più gettonati quale possibile premier di un governo di salvezza nazionale, che abbiamo dimostrato mille volte essere puramente e semplicemente un governo del presdelarep, cioè di colui che meglio rappresenta certi ambienti vicini agli Usa (a certi Usa, non quelli della “vecchia” strategia di tipo “asiatico”, diciamo così molto succintamente). Che Berlusconi sia ormai pura copertura di questi ambienti – e non sarà cambiato tanto presto perché sembra proprio che questi settori filo-americani non riescano a trovare “ricambi” adeguati – è del tutto evidente; il rapporto con Draghi è solo il “buco” nella “ciambella” ben cotta da circa un anno (come minimo dalla fine dell’anno scorso; ci si ricordi la “data fatale”: 14 dicembre).

Torneremo sulla questione in un prossimo articolo. Qui ricordo solo che Draghi sembra essere stato presente sul “Panfilo Britannia” (1992) dove si sa da lunga pezza che cosa fu “condito”. Inoltre, nel 1999 (Direttore del Tesoro) avrebbe dovuto partecipare alla riunione in cui Gnutti e Colaninno (i “capitani coraggiosi” favoriti dal premier D’Alema, già “aiutante in campo” di Clinton per la guerra contro la Serbia) andavano a trattare l’acquisto della Telecom, importante pezzo delle aziende pubbliche di carattere strategico. Il presidente di quest’ultima, Bernabè, era convinto che Draghi si sarebbe presentato esercitando la golden share per bloccare la s-vendita. Non si presentò, invece, consentendo il misfatto; Bernabè si incazzò per 24 ore, minacciò il classico “muoia Sansone….ecc.”. Poi, altrettanto classicamente, fu tacitato (perché gli strumenti di persuasione sono molti e svariati) e il “delitto fu consumato” senza tante proteste (il “poppolo” non capì nulla come al solito). Nel 2000 Draghi divenne vicepresidente della Goldman Sachs (zona europea), nel 2005 scalzò Fazio alla Banca d’Italia e nel 2011 passa alla BCE, sempre fiduciario degli stessi di cui lo era già nel 1992.

Adesso, manca solo la ciliegina. Berlusconi, il cui “cuore gronda sangue” (si legga oggi, ferragosto, l’articolo di Guzzanti, ex incazzato nero antiberlusconiano, su questo “suo buon cuore”), otterrà l’attenuazione della stangata fiscale per il “ceto medio” (sono circa 700.000 i contribuenti sopra i 90.000 euro lordi l’anno), e quindi resterà ancora la (meno peggiore) copertura per la riduzione in servitù dell’Italia; Draghi e Napolitano garantiranno per la sua tenuta, l’elettorato (e i giornali) di centro-destra si rappacificheranno (almeno in buona parte). Adesso anche Fini – con cui gli stessi ambienti hanno ottenuto esattamente quanto perseguito (indebolimento e allineamento di Berlusconi), poiché era solo, come abbiamo scritto mille volte, la “prima linea d’attacco” che, ottenuto il suo scopo, ha poi lasciato il posto alla “seconda linea” (anche questa ormai da noi rivelata da mesi) – si sta riavvicinando; ma nel senso che è Berlusconi ad essersi sdraiato ai piedi degli americani (“obamiani”, per semplificare) non Fini ad andare a Canossa! Ci sarà adesso maggior tempo a disposizione per preparare il cambio della guardia, “scovando” un buon filo-Usa a prova di bomba, ma meno scialbo dei Monti (uno o trino), e via dicendo. E pensando pure alla presidenza della Repubblica che scade fra poco (e poi un uomo di 86 anni andrà cambiato infine, quel che è troppo è troppo).

E per il momento vi lascio a divertirvi su questi due articolini che credo gusterete.

GERARDO ANTELMO: E SE LE CASSANDRE AVESSERO NEL MIRINO IL GOVERNO ITALIANO?

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=137770

 

II ruolo del governatore di Bankitalia Così il superconsigliere Draghi ha convinto tutti (anche la Ue) dì Marcello Zacché 

Si chiama Mario Draghi l`uomo che, più o meno nell`ombra, è risultato determinante in questi giorni che, perla Republic of Italy, passeranno alla storia come quelli drammatici del luglio del`92. È stato Draghi a tenere i rapporti, inEuropa e negliUsa, decisiviperarrivare a una mediazione che arginasse la furia dei mercati; ed è stato Draghi a convincere Berlusconi che la manovra di queste ore fosse il prezzo inevitabile da pagare per avere fiducia e garanzie. Draghi ha lavorato nel dream team dei banchieri centrali che, di qua come di là dell`Atlantico, hanno comprato e regalato deltempo prezioso alla Politi ca.

Tempo nel quale si è sospesa l`ondata ribassista delle Borse. Ma sta allaPolitica, adesso, utilizzare questo regalo al meglio. Vale per il presidente americano Obama, che deve al capo della Fed BenBernanke e all`ipotesi diunterzo round di «quantitative easing» (termine per indicare quando una banca centrale compra titoli di Stato con la mano destra, pagandoli con moneta che stampa la mano sinistra) l`uscita temporanea dallo stallo del declassa- mento del rating; vale per Berlusconi qui in Europa, che, grazie alla decisione del capo della Bce Jean-Claude Trichet di acquistare Btp e Bot, ha visto scendere il costo del debito pubblico dalli al 5% in un giorno. Draghi era nel team in un ruolo multifunzione (che non ha precedenti nella storia recente) particolarmente delicato. Nello stesso tem- po egli è: da governatore della Banca d`Italia, ilsacerdote della tenuta del Paese europeo da cui dipende la sopravvivenza della moneta unica;

da presidente del Financial StabiltyBoard, il referente europeo più ascoltato negli Stati Uniti; da presidente designato della banca centrale europea, co- lui che dovrà gestire vuoi l`agonia, vuoi la convalescenza dell`euro. La manovra, annunciataprimadi Ferragosto, risponde appunto all`esigenza della Politica (italiana) di utilizzare al meglio quel tempo. E il ruolo del governatore è stato qualcosa di più che una consulenza al governo: si può affermare che sia stato almeno dello stesso peso, se non di più, di quello del ministro dell`Economia, Giulio Tremonti.

Non si tratta di una rivincita di anti che rivalità:

Tremonti e Draghi sono stati duellanti a lungo, sulla visione della crisi piuttosto che sui numeri della disoccupazione. Divisi da una concezione del tutto diversa dell`economia moderna: colbertiana-protezionista, come si è detto eridetto, quella del ministro; ispirata al libero mercato quella dell`ex banchiere di Goldman Sachs, anche per questo visto da Tremonti come il rappresentante di quel mondo anglosassone responsabile degli eccessi della finanza. Ma oggi il tema è un altro:

con Draghi alla Bce e Tremonti più debole sia per le tensioni con la Lega, sia per questioni giudiziari elegate all`inchiestasul suo sottosegretario Marco Milanese, B erlus coni ha trovato nel governatore l`uomo giusto per trattare sia in Europa, con la cancelleria della Merkel, sia a Washington. La telefonata del Cavaliere con Obama di qualche giorno fa non è stata che la conferma plateale di un rinnovato dialogo verso la convergenza su interessi comuni di cui Draghi ha avuto un ruolo decisivo.

Questo non significa che la manovra lacrime e sangue l`abbia scritta Draghi, che si è limitato a condividerne le dimensioni e l`urgenza.

Il resto è il risultato della sintesi politica di questi giorni, tra Tremonti, la Lega, Berlusconi.

Quello che resta, aldilà delle lettere scritte a Roma piuttosto che a Francoforte, è l`aver trovatoin questi ultimigiorni ilbaricentro, tra Washington, Berlino e Roma, passando per Parigi (da non dimenticare), necessario per uscire dallo stallo in cui l`Italia si era annichilita.

Un punto di equilibrio che è stato possibile grazie all`asse Berlusconi-Draghi.

 

 

PS delle ore 19 del 15

Ho visto anche questo articolo sulla Repubblica che mi ha inviato Giuseppe G. Credo non abbisogni di ulteriori commenti. Conferma eclatante di quanto sopra sostenuto e non c’è altro da dire.

 

http://www.repubblica.it/politica/2011/08/15/news/bankitalia_saccomanni-20450947/?ref=HREC1-2

 

UNA RIPASSATA (14 agosto)

 

 

Credo adesso inutile parlare di questa sciagurata manovra finanziaria, e delle critiche in buona parte s-centrate che provengono dai più svariati settori. L’importante è che il malcontento è pressoché generale, ma proviene soprattutto dai settori (anche elettorali) della fazione governativa. Inoltre, si è allo sbando in quanto presi dalla paura della crisi – che doveva essere alle spalle per i mentitori di professione – non certo passeggera, ma nemmeno da affrontare con misure puramente tampone. Ci si troverà presto al punto di prima, con ulteriore paura e sempre più sbandati e senza idee. Per il momento, anche di vacanza malgrado tutto, eviterò di affrontare le questioni centrali. Darò una ripassata a quanto scritto oltre un anno fa, poiché serve a ricordare alcuni punti salienti di un’ormai deteriorata situazione arrivata, temo, al “punto di non ritorno”.

Scrivevo allora per ricordare come gli Usa acquisirono le condizioni-base della loro ascesa a prima potenza mondiale. L’evento cruciale fu la guerra civile o di secessione del 1861-65 che fu sanguinosissima. Si confrontarono l’Unione (del nord) e la Confederazione (del sud). La simpatica e nobile scusa – di cui Abramo Lincoln viene considerato, sbagliando completamente indicazione, l’idealista portatore – fu la liberazione degli schiavi, lavoranti nelle piantagioni di cotone del sud. In realtà, la questione era molto più prosaica. I confederati, produttori di cotone esportato verso l’Inghilterra della prima Rivoluzione industriale (industria soprattutto tessile), sostenevano le virtù del libero mercato e dunque del commercio internazionale senza intralci tra loro e l’Inghilterra. Questa era l’ideologia propagandata, ad es., da Thomas Cooper, mediocre economista, che seguiva le tesi ricardiane della teoria dei costi comparati.

Il Nord non se ne diede per inteso, voleva sviluppare l’industria, utilizzando il protezionismo necessario per una certa fase iniziale di irrobustimento della stessa; seguendo quindi semmai l’impostazione listiana dell’“industria nascente”. Per ottenere tale risultato, dovette però schiacciare il Sud; e per schiacciarlo incrementò non soltanto l’industria in genere, ma pure quella delle armi, con tutte le innovazioni che questa comporta quando è messa alla frusta. Si ha qui la migliore dimostrazione di due fatti in un colpo solo: a) la politica decide “in ultima istanza” le mosse da compiere, anche in campo economico, per affermare la potenza del paese; b) la politica (di crescita della potenza) ha il suo prolungamento nell’evento bellico in cui tutte le scelte, comprese quelle effettuate nella sfera economica, conoscono la torsione specifica indispensabile all’efficacia della politica in questione.

 

Facciamo un semplice esperimento ideale, immaginando per un momento che al Nord mancasse un gruppo politico di comando in grado di esprimere la presidenza e le decisioni di Lincoln. Supponiamo che tale gruppo facesse invece eleggere un presidente predicatore di “buone intenzioni”, in primo luogo quella di unificare il paese pacificamente, mediando tra i vari interessi. L’ideale (cioè l’ideologia) di questo gruppo, sempre presunto, non sarebbe stato la liberazione dei “negri” dalla schiavitù (si poteva attendere ancora del tempo), ma l’affermazione di un paese che dimostrasse la sua capacità di risolvere pacificamente i problemi interni, pur diviso tra tanti Stati con interessi abbastanza divergenti fra loro. Si sarebbe potuto riassumere questa transazione pacifica in due sostanziali scelte: a) dare soddisfazione al sud non introducendo dazi doganali sui prodotti industriali, che avrebbero provocato ritorsioni inglesi a danno appunto dell’economia basata sulle piantagioni di cotone; b) aumentare allora le imposte (anche al sud) per dare modo all’industria del nord di essere sovvenzionata in modo da superare il divario di efficienza e di costi rispetto ai concorrenti inglesi (concorrenti nel “libero commercio mondiale”).

L’immaginario presidente non Lincoln sarebbe stato veramente allietato da questo accordo raggiunto in modo soddisfacente per tutti, mettendosi attorno ad un tavolo a discutere in modo pacifico, con la volontà reciproca di non farsi del male e di sentirsi tutti uniti negli….. Stati Uniti. Ah, la meraviglia dell’Unità, fa compiere miracoli. Solo che, una volta raccolte le imposte, sarebbe stato necessario stabilire a quali impieghi dedicare i fondi, quali industrie sovvenzionare. Innanzitutto, in nome dello spirito pacifico che pervadeva i rappresentanti dei vari Stati federati, non si sarebbe dato in pratica nulla all’industria delle armi; a che sarebbero del resto serviti i sussidi in tale direzione, se l’accordo tra nord e sud fosse stato siglato in perfetta armonia, tra sorrisi e abbracci e un nuovamente fiorito spirito di armonia e unità dell’intero paese? Di fronte c’era l’Inghilterra con la sua potente flotta, ma insomma sarebbe bastato non darle troppo fastidio. Si sarebbe cercato di lasciar perdere magari alcuni settori industriali fra quelli di punta, di maggior guadagno, ecc. per non infastidire tale paese, concentrandosi invece su altri più tradizionali; fra l’altro, per questi ultimi sarebbe esistito un vasto mercato interno, il consumo delle masse americane avrebbe messo tutto a posto.

Dopo un po’, però, gli effetti delle scelte compiute si sarebbero mostrati modesti, l’efficienza dell’industria sarebbe migliorata in modo stentato perché i “mitici” consumatori americani avrebbero trovato ancora convenienti i manufatti inglesi sia per qualità che per prezzo. Si sarebbe allora deciso di aumentare di un altro po’ le imposte, onde accrescere i sussidi alla propria industria (dislocata al nord). Si sarebbe continuato a non centrare gli obiettivi prefissati; nel mentre i cittadini del sud, soprattutto gli abbienti, avrebbero cominciato a protestare di nuovo per il salasso subito senza grandi risultati, ma soprattutto senza alcun loro interesse, sempre concentrato sul cotone. Anche al nord più d’uno avrebbe iniziato a fare le stesse considerazioni. Infine, due-tre concreti liberisti a tutto tondo sarebbero sbottati: la si smetta con i sussidi, si lasci che i vari settori economici competano in “libero mercato internazionale” e raggiungano così livelli soddisfacenti di produttività e di conseguente diminuzione dei costi e prezzi: così facciamo il benessere dei consumatori. Alla fin fine, si sarebbe proposto di abbandonare, o comunque di non sviluppare troppo, molti settori industriali e di ridare la prevalenza ad una “sana” agricoltura. Il sud aveva il cotone, il nord si sarebbe dovuto magari arrangiare con il grano o prodotti adatti a quel clima. Sarebbe stato inoltre vantaggioso sedersi attorno ad un tavolo con i “cugini” inglesi, cercando di migliorare i rapporti di scambio delle reciproche merci, sempre però tenendo conto della “specializzazione” dei diversi paesi nei differenti beni prodotti, specializzazione imposta dal libero commercio mondiale in base ai “costi comparati” degli stessi.

Per fortuna degli Usa (che non è la nostra d’oggidì), ci fu il “gruppo” che espresse Lincoln; esso manifestò la nobilissima intenzione di rendere liberi gli schiavi (non sempre trovando poi loro lavoro, a guerra finita, e consentendo tutto sommato ancora il razzismo per oltre un secolo) e scatenò una bella guerra, mantenendo i dazi, incrementando l’industria bellica (importante per battere il sud, ma anche per contare a livello internazionale, perfino in contrasto con i propri “cugini” inglesi); si ebbe Gettysburg e le altre varie “belle pagine di storia patria”, “Glory, glory, Allelujah” rese flebile “Dixie”. Così gli Usa iniziarono la loro secolare ascesa a prima potenza mondiale. La superiorità del gruppo di Lincoln rispetto ai liberisti fu manifesta.

 

Nessuno oggi pensa all’uso dei dazi doganali. Veramente, non troppo tempo fa, qualcuno (che va ancora per la maggiore, in specie nell’ultima manovra finanziaria) propose di metterli non sui prodotti tecnologici avanzati degli Usa ma sui tessili cinesi; come dire, nell’esempio fatto prima, difendiamo le nostre piantagioni di cotone e mandiamo in malora l’industria. Hanno invece senso compiuto solo soluzioni politiche che dirigano, tenuto conto dei nostri limiti, verso il potenziamento dei settori industriali di punta (strategici). Simili scelte, per avere un minimo di forza, si devono necessariamente accompagnare ad alleanze con le potenze in contrasto con “l’Inghilterra odierna”, cioè con gli Stati Uniti.

Oggi il mondo non è unipolare o monocentrico; e nemmeno bipolare come quello uscito dalla seconda guerra mondiale. Malgrado le titubanze e i ritorni all’indietro, del tutto in linea con l’epoca che si sta aprendo, sembra evidente l’incamminamento verso una situazione tendenzialmente multipolare. Ovviamente, si è in presenza di un ben più potente polo, che tuttavia vede crescergli “intorno” alcune altre potenze e subpotenze. Non esiste nemmeno più, come un tempo, il primo mondo e il terzo chiaramente dipendente e semicolonizzato o quanto meno decisamente sottosviluppato (o arretrato). Non esiste insomma più quella situazione, che fece diventare di moda il principio di “causazione circolare cumulativa” (Myrdal) per cui il divario tra “nord” e “sud” (sviluppo/sottosviluppo) si sarebbe dovuto accentuare. Ormai, simili teorie appartengono ad un passato talmente passato da sembrare perfino “sognato” (e forse in effetti lo fu). Siamo proprio alla ben più concreta tesi dello sviluppo ineguale, che non riguarda però le potenze imperialistiche di pari forza di oltre un secolo fa; come appena rilevato, una è ancora la più robusta e temibile, ma altre sono comunque in formazione.

Nell’ambito di una simile configurazione dei rapporti a livello mondiale, occorre uno scatto in avanti. E’ necessario imparare a giostrare nel disordine crescente tipico della mancanza di un centro riconosciuto e relativamente in grado di organizzare l’insieme (quando la sua predominanza è accettata). In Italia, nulla si vede al proposito. Qualcosa sembrò esserci con Berlusconi, ma troppo debole e ormai tramontato. Forse in alcuni ambienti “trasversali”, del tutto minoritari, s’intravvedono qua e là barlumi di consapevolezza in tal senso; al momento del tutto insufficienti. E’ certo spiacevole limitarsi ad una sorta di fotografia della situazione, ma non ci si può inventare quanto è ancora inesistente.

Una scelta è però chiara fin d’ora: bisogna liberarsi degli imbroglioni che intendono varare Governi di presunta salvezza nazionale. Questo ceto politico lavora invece per la predominanza centrale degli Stati Uniti. Qualsiasi etichetta si mettano (europea, nazionale, ecc.), si tratta di nemici nostri, nemici degli interessi vitali del nostro paese. Le “masse” ancora non se ne accorgono, molti credono che dobbiamo sempre riconoscenza ai “Liberatori”, ai nostri difensori contro l’“Impero del male”, ecc. Lo sforzo va prodotto contro i fossili di questa ideologia; in pratica quasi tutto il ceto politico, quasi tutta la grande finanza e l’industria di altre epoche, che gioca il ruolo che fu, centocinquant’anni fa, quello dei “cotonieri” sudisti negli Usa. Addosso ai “confederati”, ci sarebbe bisogno di una moderna Gettysburg che ci liberi infine dei finti salvatori della Patria e, nel contempo, europeisti “a bischero sciolto”.

 

 

 

BASTA CON IL TERRORISMO DEL DEBITO (8 agosto 11)

 

1. Ammettiamo, ma non concediamo proprio per nulla, che la nostra principale palla al piede sia il debito pubblico. Noi, secondo questa impostazione, non possiamo far nulla senza prima abbassarlo e arrivare pure al pareggio di bilancio. Ovviamente contraddicendo – e in questa diatriba non voglio entrare, la riporto soltanto – alcuni decenni di predominanza (in tutti i luoghi, sia accademici sia con riguardo alle concrete politiche economiche) del keynesismo, che spiegava i vantaggi del deficit di bilancio nei paesi dell’opulenza capitalistica, afferrati dall’eccesso di produzione (e di risparmio) rispetto ai vantaggi della spesa (della domanda); per cui non essendo in grado quella privata, dati i meccanismi del sistema capitalistico lasciato alla sua spontaneità “di mercato” (la “mano invisibile”), di assicurare la piena occupazione dei fattori (in particolare del lavoro, cioè della forza lavoro), essa doveva venire sostituita da quella statale. Finita allora la lezione della “Favola delle api” (Mandeville), in cui le virtù private (come il risparmio è considerato dai liberali “puri”) sono vizi pubblici e viceversa. Adesso si deve tornare alla parità di bilancio, anzi si intende farne un principio costituzionale. Tutto questo in due anni, per il 2013.

Bene, si dice qualcosa di come si è formato questo debito pubblico? Nulla di nulla. Eppure, i fattori del suo aumento dovrebbero essere posti in primo piano perché, se non rimossi, continuerebbero ad operare. Per mantenere il pareggio di bilancio, non si farebbe altro che entrare in un circolo vizioso, assestando periodiche legnate alla popolazione inutilmente salassata mentre altri ingrasserebbero senza sosta su quei fattori. Ma nemmeno questo “ingrasso” è cruciale, bensì l’indebolimento del paese e il suo diventare una succursale di centri decisionali posti al di fuori d’esso; le mignatte permangono esclusivamente perché funzionali a tali centri di potere e ai loro prolungamenti (quinte colonne) al nostro interno.

Il debito pubblico ha conosciuto la sua maggiore e decisiva impennata nel decennio ’80. Dopo, più semplicemente, ha continuato ad aumentare poiché, malgrado le chiacchiere di improvvisati liberisti, tutto si è fatto salvo che eliminarne le cause, sociali e politiche più che economiche. Fra le prime, decisivo è stato il processo iniziato nel decennio ’70. Nel mentre il principale partito di opposizione, il Pci, iniziava la sua espansione elettorale – frutto della sua influenza nella società in sempre più netta trasformazione verso lo stadio “alto-industriale” di tipo pienamente capitalistico, con una certa difficoltà per il paternalismo cattolico-democristiano di seguire adeguatamente questa trasformazione, semmai appoggiata, però con forti limiti anticomunisti, dal nuovo Psi di Craxi (che prese la segreteria del partito nel 1976) – venne bloccato il processo di aperta socialdemocratizzazione dei piciisti, condotto dai “miglioristi” amendoliani i quali tentavano il collegamento con la socialdemocrazia tedesca timidamente lanciata verso l’ostpolitik.

Il tentativo, tuttavia non attuato con idee veramente chiare, sembrava quello di formare un polo capitalistico, con margini più ampi di autonomia rispetto al centro del capitalismo “occidentale”, rappresentato dagli Usa dalla fine della seconda guerra mondiale. Un simile processo di blanda autonomia sembrava facilitato dalla presenza del “nemico”, presunto antagonista radicale del capitalismo (il campo detto impropriamente “socialista”), in cui si era già prodotta la grave rottura tra chi ormai si avviava verso una formazione sociale di tipo ibrido e poco produttiva (Pcus e maggioranza dei partiti comunisti) e chi aveva sperato di invertire la tendenza e tornare alla “costruzione del socialismo” in modo nuovo (Pc cinese, maoismo, minoranze “radicali” in occidente, ecc.).

Nel decennio ’70, cruciale per capire quanto accaduto poi in Italia (e fino ad ora), si svilupparono processi che non sono certo in grado di affrontare, in specie in un breve scritto. In ogni caso, gli Usa, grazie a molteplici politiche (non tutte coerenti, ma alla fine paganti), bloccarono la socialdemocrazia tedesca e la sua politica a est; e uno degli elementi del successo, non il primario ma neppure irrilevante, fu l’essere riusciti a provocare in Italia la sconfitta dell’ala socialdemocratica del Pci. In questo successo credo abbia avuto una sua funzione, dopo la metà di quel decennio, la miopia di Craxi, anticomunista troppo preconcetto e soprattutto preoccupato della concorrenza dei socialdemocratici (amendoliani) in quel partito. Ovviamente, si tratta di processi tutti da studiare, compreso il sedicente “terrorismo”, che ebbe molte sfumature pasticciate, ma che nel suo filone principale penso fosse alimentato dall’opposizione agli slittamenti filo-atlantici del Pci (non ascrivibili ai “miglioristi”), appoggiata da importanti settori politici nell’est europeo e forse nella stessa Urss (per quanto questa puntava probabilmente di più sull’ala filosovietica del Pci, da non confondere tout court con quella “migliorista”, pur se ne faceva parte).

In ogni caso, si verificò quello che, senza dubbio per semplificare, chiamo il “tradimento” dell’ala piciista vincente con l’avvento della segreteria Berlinguer (1972), coadiuvata pure dagli ambigui settori detti “radicali” (ingraiani e dintorni), collegati al movimento del ‘68 dimostratosi infine negativo in tutto il mondo e specialmente in Italia, dove si verificarono code d’esso sempre più degenerate, utili per spaventare la popolazione e farle accettare quel connubio “indecente”, che condusse alla “concertazione” e al “compromesso storico”, da cui prese avvio il primo vero spostamento dell’intero paese (privo di opposizione a tal proposito) verso l’occidente capitalistico senza nemmeno più le velleità autonomistiche legate all’ostpolitik. In questo spostamento, furono cruciali due settori politici estremamente corrotti e degradati.

Innanzitutto i finti maoisti della “sinistra comunista”, che partirono dall’accettazione delle tesi prevalenti in Cina secondo cui il “socialimperialismo” (l’Urss) era il nemico principale. Ben lungi, però, dal prendere coscienza di quanto poteva esserci di utile nella polemica maoista contro il “revisionismo” sovietico (diciamo, per semplificare, seguendo l’impostazione di Ciu-en-lai e non quella di Lin Piao), tali settori “comunisti” degenerati presero sempre posizione a favore di tutti gli antisovietici, ma nel contempo filo-atlantici. Essi appoggiarono infatti il movimento cecoslovacco di Dubcek (che guardava in tutta evidenza a ovest!) e più tardi, ancor peggio, quello polacco legato a Solidarnosc, di un anticomunismo viscerale, rozzo, sanfedista. Mentre si produceva questa putrefazione politica “sulla sinistra”, a “destra” il n. 2 degli amendoliani, l’attuale presdelarep, diveniva “inviato occulto” del Pci negli Usa; si vedano le dichiarazioni di Gardner, Ambasciatore americano a Roma in quegli anni (1978, anno dell’oscura vicenda Moro), rese più tardi (se non erro nel 2005).

Berlinguer accennò pubblicamente perfino all’accettazione della Nato, ma poi tutto fu “ringoiato” e rinviato a più tardi, a quando venne il crollo del “socialismo” e soprattutto dell’Urss (già però il processo aveva preso un certo aire con l’avvento di Gorbaciov nel 1985). Il movimento detto “operaio” – di cui l’immaginario di “sinistra” aveva fantasticato la saldatura con quello studentesco del ’68 – fu condotto a sconfitta in pratica definitiva nel 1980 alla Fiat e, da allora, non si risollevò più in senso effettivo, nel mentre i “meravigliosi ultrarivoluzionari”, che inneggiavano agli “operai”, divennero entusiasti di fronte alle novità Fiat (“qualità totale”) negli anni ’80, in cui si consumò pure l’unico tentativo veramente industriale in questa azienda – permanentemente a capo dei “poteri forti” schierati con gli Usa – effettuato da Ghidella, battuto dal finanziere Romiti.

 

2. Ho dovuto essere molto sintetico. In ogni caso, il debito pubblicò è figlio della concertazione e del compromesso storico, che condussero al gonfiamento abnorme di un ceto sociale (“piccolo-borghese” come si diceva allora), quello che indico come ceto medio semicolto, abbarbicato ai settori improduttivi. E ricordo ancora una volta che non si tratta di ceti del lavoro (salariato) inutile. La loro negatività consiste nella loro crescita mostruosa, ben oltre ogni e qualsiasi utilità, perché dovuta solo all’esigenza di soddisfare i “rinnegati del piciismo”, senza ledere gli interessi dei democristiani, e mantenendo sempre l’alleanza con i socialisti, anch’essi divenuti assai maneggioni in cerca di clientele (del resto, perché rimanere indietro nella “mangiatoia” rispetto a dei “parvenus” da poco passati dal filosovietismo all’ancora mascherato tradimento filoatlantico? Craxi vantava una più coerente militanza filo-occidentale, si sentiva quindi rabbioso di fronte ai duetti tra Dc e Pci). Ancor più che all’assistenzialismo, il gonfiamento di questi ceti medi (e medio-bassi) fu dovuto appunto al pieno spirito clientelare; del resto alimentato dalle classi dette impropriamente industriali, che in tale clientelismo legato a compromessi con il Pci – e adeguato, in particolare dopo la ricercata sconfitta alla Fiat, ad una relativa “pace sociale” – avevano un loro ben pingue interesse.

Apportiamo qualche precisazione: più che di “pace sociale”, si trattava di una lotta “operaia” (etichetta falsa perché sempre più presero il sopravvento i settori dell’impiego pubblico) combattuta ovviamente, dati i ceti sociali improduttivi di riferimento (elettorale), senza alcuna strategia alternativa di sviluppo, solo per mera esigenza di mantenimento in vita delle burocrazie sindacali, apparati di Stato ormai essenziali al nuovo spirito di compromesso tra le sedicenti “parti sociali”, dizione vergognosa e infame menzogna per designare alcuni vertici composti da cialtroni e manigoldi mantenuti mediante i salassi apportati alla maggioranza della popolazione. Resta il fatto che tale processo, appunto basato sul più scriteriato clientelismo (e un pizzico di assistenzialismo), permise a imprenditori inetti, autentici parassiti (o saprofiti, come si preferisce), di ottenere sussidi statali, di cassa integrazione, ecc.

Non scordiamoci che, per molti anni, la Fiat visse di perdite industriali compensate dagli interessi sui titoli del debito pubblico (interessi altissimi per un debito in crescita esponenziale grazie a quel “compromesso storico”, ecc.). E dopo la “qualità totale”, chiusasi con un’ulteriore stagione di perdite (e la suddetta sconfitta dell’industriale Ghidella), si verificò il “benefico” crollo del socialismo, consentendo così un “colpo di Stato” giudiziario effettuato per assegnare il governo ai rinnegati delle due bandiere (Pci in primis, e poi Dc). In quel frangente, la Fiat fu a capo, come sempre d’altronde, di tutti i felloni della Confindustria al seguito degli ambienti statunitensi: in specie di quelli che nel ’92 si esprimevano in Clinton, veri propulsori di “mani pulite” e di assoggettamento dell’Italia tramite gli ex piciisti, con cui i rapporti erano buoni dopo il noto viaggio del 1978. Mi riferisco evidentemente a quei felloni che sempre rinverdiscono in Italia, anche oggi, il tradimento dei Savoia e dei badogliani l’8 settembre 1943.

Si presentò però sulla scena quell’accidente storico rappresentato da Berlusconi – in gran parte provocato dalla limitatezza di due mediocrità quali erano Agnelli e De Benedetti, ben seguiti da tutti gli altri mungitori dello Stato della concertazione e del compromesso storico, gente che voleva distruggere il suddetto e sottrargli la profittevole impresa mediatica messa in piedi – al quale probabilmente si accodarono alcuni settori manageriali dell’industria “pubblica”, che opposero una qualche resistenza (a conti fatti troppo debole) al totale smantellamento dei nostri settori economici strategici. Perché conta tale loro carattere strategico, non quello d’essere “pubblici”. Così come oggi, sia chiaro una volta per tutte, non è da fare can can contro la nuova ondata propagandistica in favore di intense liberalizzazioni.

Si deve dire alto e forte che vi è l’intenzione di abbattere alcuni possibili “paletti di resistenza” alla completa liquidazione della nostra già vacillante autonomia, rendendoci sempre più protettorato statunitense (in particolare degli ambienti di nuovo in auge con Obama). Il plenipotenziario (governatore) di questo protettorato non è certo Berlusconi. Questo il disegno dei liberalizzatori. Chi ancora – da puro falsario, come lo sono certi “comunisti”, oggi pienamente in appoggio alla “sinistra del tradimento” e all’egemonismo degli Usa obamiani, che hanno provocato le rivolte sedicenti popolari arabe – si erge a difensore del pubblico contro il privato, nasconde il reale problema della strategicità di certe aziende; così facendo, poiché il pubblico mostra la corda e la sua inefficienza e improduttività balzano in evidenza dappertutto, si facilita in realtà l’annientamento dei suddetti “paletti di resistenza”.

Adesso non ripeto le vicende degli ultimi vent’anni, in cui all’accidente storico fu sempre opposta un’inesistente sinistra, giacché quella vera è la socialdemocrazia, che avremmo forse avuto se avessero prevalso nel Pci i settori amendoliani. La sedicente sinistra del dopo “mani pulite” è stata sempre non a caso guidata da personaggi reazionari e ottusamente anticomunisti del tipo di Amato, Ciampi, Prodi; o da personaggi orridi (che non definisco per non incorrere in querele) quali D’Alema o Visco, ecc. Quello che volevo segnalare con questa succinta storia della politica italiana è che il debito pubblico ha cause socio-politiche di lunga data, che non sono minimamente tolte di mezzo oggi. Berlusconi ha cianciato di liberismo; ma lo ha fatto come tutti i reali liberisti odierni, che sono solo chiacchieroni in base a “principi”.

L’Italia è rimasta con un enorme ceto medio (semicolto) di parassiti che hanno invaso il settore dell’impiego pubblico o finanziato dai pingui finanziamenti del pubblico, alimentati dal debito in vertiginosa ascesa. Parassiti non perché inutili o fannulloni, queste false denunce dei liberisti (in mala fede oppure proprio fasulli? Poco importa); semplicemente perché sono un ennuplo di quelli necessari e quindi utili, assunti in base a mere spartizioni politiche del ben noto “compromesso” degli anni ‘70. A quell’epoca fu soprattutto spartizione fra Dc e Pci; dopo il “colpo di Stato” giudiziario, fra i loro successori. Chi ha ciarlato di politiche dure e finalmente improntate al produttivismo, non ha fatto alla fine nulla, perché i settori industrial-finanziari felloni, appoggiandosi agli Usa (e, più o meno, nel loro complesso: clinton-obamiani come bushiani), hanno continuato a predominare nel paese. Essi non vogliono mettere termine alla concertazione tra “parti sociali”. Avete visto come l’hanno ripresa in pieno, ormai perfino seguiti dalla Cgil che fingeva qualche ritrosia? Non si può mettere termine alla concertazione perché finirebbero pure i sussidi a questi parassiti industriali e finanziari, i soliti “cotonieri” legati allo straniero (come quelli del sud degli Usa all’Inghilterra un secolo e mezzo fa). Anzi per questi parassiti i sussidi statali italiani servono da mancia. E’ il legame con gli Usa che porta loro grossi vantaggi a detrimento di un paese reso vassallo.

La destra, quella che finge di essere colta, ha alzato lamenti perché in Italia non si è mai formata una vera socialdemocrazia, una vera opposizione di “sinistra”. O sono deficienti o sono imbroglioni (alcuni sono questo, altri quello). La socialdemocrazia esigeva un vero paese capitalistico con in prevalenza settori produttivi. In Italia – per processi storici particolari, di cui detto in altri scritti – i veri settori, che hanno rappresentato la cosiddetta “spina dorsale” del nostro sistema economico, sono quelli detti “medi produttivi”: piccola imprenditoria, lavoro “autonomo”. Sono però in sé estremamente deboli perché individualisti, incapaci di visione di largo respiro, con associazioni di categoria forse peggiori, e più truffaldine nei loro vertici burocratici, di quelle sindacali dei salariati. E’ ovvio che ci voleva una rappresentanza politica forte. Non certo la Lega, tanto “colore locale” e inverecondi riti celtici o non so cosa. Un’autentica forza politica avrebbe dovuto collegarsi strettamente – non per interessi occasionali com’è accaduto con Berlusconi, semplice risposta improvvisata ai processi del ’92-’93 (risposta “autoimmunitaria” di un organismo ammalato dall’infezione dei felloni già più volte nominati) – ai nostri settori produttivi strategici che, per ragioni storiche particolari e di cui non si poteva non tenere conto, erano pubblici.

Anche qui devo correre. Dico solo che, a mio parere, nemmeno i settori amendoliani del Pci – neppure se fosse stato possibile attenuare il dissidio, anche “concorrenziale”, con il Psi craxiano – sarebbero stati in grado di rappresentare veramente questo ceto medio produttivo e, soprattutto, di legarlo all’industria strategica con l’appoggio del lavoro salariato (in specie di medio e basso livello), in modo da costituire quello che si chiama “blocco sociale”. Troppo del movimento detto “operaio” (formatosi con l’emigrazione dal sud al nord) risentiva di una fase di passaggio dall’agricoltura all’industria, fase storica di radicalismo di chi è strappato alla campagna e irreggimentato nell’urbanesimo; spirito ribelle preso dai comunisti per quello rivoluzionario della Classe (Demiurgo della Storia), mentre invece sempre ripete lotte di retroguardia, che frenano certi passaggi storico-sociali, alla fine dimostratisi ineluttabili con sconfitta dei “movimenti estremi”.

 

3. In questa fase, per di più, si produsse quel movimento studentesco, alla fine capace solo di modernizzazione del costume (lasciando perdere le punte ridicole, ben rappresentate in film come Easy rider o Zabriskie point e altri) e che – ancora una volta inserendosi in un paese come l’Italia, sempre in arretrato di una fase storica rispetto agli altri capitalismi avanzati – ha prodotto ulteriori guasti, uccidendo comunque quelle piccole fiammelle socialdemocratiche (Craxi-Amendola) e facendo vincere i falsi moralisti berlingueriani uniti ai sinistri radicali, alimentati dalla crescita dei ceti medi non produttivi legata al compromesso storico, ecc. Di quest’ultimo si falsa il significato se non lo si collega al tradimento piciista in funzione filo-atlantica, ben appoggiato dagli ambienti statunitensi già considerati e che infine decisero, una volta eliminato ogni pericolo connesso alla presenza dell’Urss (e di frange filo-sovietiche nel Pci), di eleggere questi rinnegati a loro rappresentanti in Italia, in quanto però vendutisi anche – dopo le “prove generali” della sconfitta alla Fiat nell’80, dell’innamoramento per questa azienda che recitò la “qualità totale” e rinsaldò la sua predominanza nella Confindustria, ecc. – ai felloni “cotonieri”.

Questo il movimento sociale, e non meramente economico, che ha dato impulso irresistibile alla crescita del debito pubblico, e ha favorito lo sviluppo delle forze politiche ad esso adeguato, con la loro base elettorale nel ceto medio semicolto degli inutili; inutili perché in abnorme espansione. E ovviamente, arrivati alla situazione attuale – innanzitutto internazionale, che ci piomba però sulla testa in condizioni socialmente così sfavorevoli al nostro interno – in tali ceti non produttivi si moltiplicano i posticini precari, quindi l’insicurezza, dunque la paura e l’aggrapparsi inconsulto e rabbioso allo statu quo. Un ceto ormai enorme si agita, crea disordine, alimenta la potenzialità della sovversione; il tutto per mantenere posizioni improduttive che accresceranno sempre il debito pubblico. Oltre, ovviamente, ad essere la base sociale del fenomeno più negativo: la trasformazione del paese in protettorato degli Usa della nuova strategia (e anche di quei paesi europei, tipo Germania, cui questi ambienti statunitensi vorrebbero affidare il ruolo di subpotenza regionale, assicurandosi la totale rottura di ogni velleità di alleanze verso est).

Ecco, fra l’altro, il senso della legnata che si vuol assestare alla Libia. Comunque vadano ormai le cose – perfino se poi si troverà un qualche compromesso con Gheddafi – è stato spezzato il possibile “asse” in formazione tra Russia (di Putin, non di Medvedev), Italia (di Berlusconi, non di Napolitano & C., non a caso il principale fautore della guerra alla Libia) e Libia stessa. Sembrava potesse collegarsi perfino la Turchia; adesso anche questo legame è stato spezzato. Si capisca infine chi appoggiano i felloni nostrani; e si capisca il ruolo delle schegge impazzite che fanno ancora finta di essere comunisti, quelli della “lotta di classe”, tramutata in lotta di “masse”, in cui si appoggiano quelle vandeane, schifosamente alleate dei sicari degli Usa obamiani.

Allora cosa ci si inventa pur di non toccare questi sciamannati, credendo così di tacitarli, mentre crescerà ancora la loro insicurezza e rabbia sempre più irrazionali? Si comincia intanto dai tagli alle spese sociali. Sia chiaro, non sono contrario all’aumento dell’età pensionabile, mi sembra abbastanza ineluttabile se contenuta entro limiti non demenziali da “Villa Arzilla”. Tuttavia, non è questo il nodo del problema. E’ stato detto mille volte che la maggior quota (ma non maggiore di poco) della spesa per pensioni e sanità è costituita da quella per il personale addetto a tali servizi, mentre invece scade sempre più la loro qualità e la necessaria congruità anche quantitativa della loro erogazione. E tuttavia si pensa di peggiorare tali prestazioni pur di non toccare il personale; per pure ragioni elettoralistiche e per paura di disordini sociali. Questo il fallimento politico dell’Italia. L’opposizione gioca con il fuoco del disordine e dissesto del paese perché il suo elettorato si situa per ampia parte in questi ceti sociali non produttivi e inutili (nel senso già chiarito!) e dunque rabbiosi e ormai privi di qualsiasi senso di responsabilità nazionale (ecco perché si buttano sul moralismo, compreso quello sessuale). La sedicente maggioranza scontenta sempre più la sua potenziale base sociale (i ceti produttivi, la “spina dorsale” dell’economia italiana) perché non è in grado di controllare e usare con fermezza anche assai dura gli apparati di Stato preposti all’ordine e alla riproduzione sociale. Un fallimento generale e irrimediabile.

Sembra adesso in scacco (definitivamente? Indecidibile al momento) la vecchia strategia statunitense proiettata più verso l’est-Asia, mentre è in svolgimento quella nuova tesa soprattutto a rinsaldare la presa sull’Europa (l’Africa è solo una base di partenza) in funzione anti-russa, poiché si segue l’impostazione (Brzezinsky) che pensa tale paese, più che la Cina, come antagonista principale nel medio periodo. Tale mutamento ha legato le mani al nostro premier, privo di qualsiasi margine di manovra. E’ finita la sedicente amicizia con Putin (che dipendeva in realtà dall’alleanza Gazprom-Eni), con Gheddafi la rottura non sembra più rimediabile. Certo l’atteggiamento di Berlusconi è quello di Eduardo in Napoli milionaria: “addà passà ‘a nuttata”. Se la nuova strategia fallisse; se le opposizioni piuttosto forti (e credo prevalenti al Pentagono) riuscissero a “rivoltare la frittata”, se soprattutto Putin ridiventasse Presidente della Russia, certamente alcune carte del gioco cambierebbero; ma non tutte e non è detto che siano sufficienti a riportare in auge il vecchio possibile “asse”. Ne dubito, vedendo che ormai la Gazprom si sta abituando all’idea di mollare gradualmente l’Eni e trattare in modo privilegiato con la Germania, afferrando il cambiamento dei rapporti di forza ormai irreversibile in Europa. Una nuova politica di maggiore autonomia deve quindi, semmai, ripensare tutti i termini della questione.

 

4. In ogni caso, per tornare al nostro momento di difficoltà (e di menzogna dilagante), questo premier non conta un bel nulla: continua a dire che l’intervento in Libia non lo voleva, ma che non poteva ritirarsi. Nemmeno la manovra finanziaria gli piaceva, ma comunque era giocoforza vararla e adesso anticiparne i pesanti effetti (per i ceti medi e medio-bassi) al 2013. Fra poco, non vorrà nemmeno “la patrimoniale”, avrà il “cuore esulcerato” da essa, ma sarà obbligato a metterla. Quindi non serve più a nulla, sta solo coprendo la sua ritirata e sostituzione (salvo cambiamenti improvvisi e imprevisti del vento internazionale), favorendo così i felloni industrial-finanziari e i loro sicari bipartisan (con netta prevalenza nel “centrosinistra”). Intanto, i felloni ammanniscono il battage necessario per spaventare, per evitare di commettere l’errore del ’92-’93, che portò milioni di elettori a votare per l’imprevisto “accidente storico” piuttosto che andare con i rinnegati del piciismo (considerati ancora comunisti, altro inganno che ci ha penalizzato per vent’anni).

Adesso si deve fare tutto bene. Crisi finanziarie, spread crescente tra titoli italiani e quelli tedeschi, default rischiato dagli Usa, ora declassati da quelle società di cui tutti ricordano che non hanno capito nulla della crisi iniziata nel 2008, dell’imminente fallimento della Lehman e nemmeno delle nostre Parmalat e Cirio. Invece di spernacchiarle, continuano ad ascoltarle per diffondere il clima di una Caporetto ormai prossima e inevitabile. Che cosa può quindi fare l’Italia se non ridurre il debito? Certo, questo ha cause lontane, ma chi ha memoria per ricordarle? Intanto la popolazione “versi l’oro alla Patria” e poi si vedrà. E voglio aggiungere che, con Mussolini, vi fu una costrizione psicologica, un essere guardati male se non lo si faceva, ma non si fu obbligati per legge a “salvare la Patria”. Questi scarafaggi, incapaci di avere un minimo di carisma, anzi coperti di disprezzo da chiunque lavori con serietà in questo paese (e si tratta della maggioranza), pestano e spolpano senza ritegno, demandando a “tempi migliori” (quali e quando? Quelli dell’“anno del mai”) l’affrontare le cause; e non quelle socio-politiche di fondo, no, semmai quelle di piccolo momento, magari la “fannullaggine” avversata da un ministro, di cui solo i “razzisti” di sinistra irridono la statura mentre è semplicemente una nullità politica.

Prepariamoci intanto al salasso, senza che nulla venga risolto, salvo forse avere un ancor più ignobile governo di sedicente salvezza nazionale, composto da tutti i peggiori furfanti che abbiamo visto scatenarsi negli ultimi vent’anni; formato soprattutto da quelli che sono i fiduciari degli ambienti statunitensi più accaniti contro la nostra indipendenza: dal Clinton del ’92 (e di “mani pulite” coadiuvata dal ben manovrato Buscetta, membro di una mafia che ha sempre aiutato gli Usa, fin dallo sbarco in Sicilia, e per la base a Comiso e per l’eliminazione di Mattei, ecc.) fino allo “zio Tom” dei tempi odierni, che ha tentato di segnare con un assassinio (vero o inventato?) la chiusura della stagione della lotta “al terrorismo”, quella quindi proiettata verso l’est-Asia, per tornare alla politica che condusse all’aggressione alla Serbia, cioè alla politica di rinsaldamento della presa sull’Europa (anche stringendo il cerchio dal nord Africa al Medio Oriente; ma attuando compromessi con settori islamici, del resto già provati proprio per aggredire la Serbia!) onde impedire un qualsiasi ritorno di una Russia forte sulla scena mondiale nel medio periodo prossimo venturo. Una Russia che rischierebbe di rimettere in moto velleità di ostpolitik. La Russia dei Primakov e dei Putin, non quella dei Medvedev, che sarebbe meno indigesta per la nuova strategia Usa.

Intanto noi dobbiamo pagarne le spese. Poi si vedrà. Si vergognino i mentitori – compresi i giornalisti che disinformano sbandando sia “a destra” come “a sinistra” – nel raccontarci le quotidiane vicende dei sommovimenti finanziari e della necessità di pagare “perché siamo tutti sulla stessa barca”. Siete ritardati o semplicemente ben pagati per vendere bugie o almeno per dirottare i discorsi verso il fasullo, l’inessenziale, che è perdita di memoria di quanto realmente accaduto? Credete di salvarvi così la coscienza? No, cari, diventate complici. Chi ha capito esca allo scoperto.

IL MANTRA DELL’ECONOMISTA LIBERISTA E DI QUELLO STATALISTA

Martedì 09 Agosto 2011 09:41 Scritto da Giovanni Petrosillo

crisi-mondoSiamo entrati nell’oscurità della crisi, l’aria si è fatta aspra, la luce fievole, si cammina a tentoni nelle nebbie della storia con la costante sensazione di precipitare. Però l’epoca è opaca perché noi abbiamo la vista appannata. Nel disorientamento generale si ode un vociare spettrale, un motivo funereo che dice: tagliare, tagliare, tagliare. E’ la canzone dell’economista liberista, uno strano animale metà uomo e metà calcolo tombale. Un refrain cimiteriale per mettere una pietra sepolcrale sopra quello che va male. Se proprio si deve affogare meglio accelerare ed evitare di soffrire, del resto saranno soprattutto i più sfortunati a perire quindi non c’è altro da dire, meglio agire, affettare, tranciare, spezzettare, recidere, troncare, inumare. La speranza è l’ultima a morire, senza un braccio ed una gamba si può provare a sopravvivere. Fatevi sotto, pensionati, malati, diseredati, ed anche tartassati. La società richiede un sacrifico di lacrime e sangue e qualcuno lo deve pur accettare, dobbiamo rischiare per non schiattare. Avete già dato? Avete ceduto un orecchio, un naso, un occhio della testa? E che ci volete fare è sempre il turno di chi non può protestare e deve seguitare a rateizzare anima, corpo e sedere per tirare a campare. Vi chiederete: eppure se lo scopo è recuperare, risalire, rimontare come posso accettare i consigli di chi vuol solo mutilare, asportare, deturpare? Ma non capite, poveri depressi a pezzi, avanzi di esseri umani, l’economista è uno che sminuzza, trita, sgretola, smozzica, spunta per riattivare la crescita del corpo sociale che purtroppo non coincide con quello vostro personale. Ma tant’è. Questi signori che non ci hanno capito nulla della débâcle finanziaria fino a ieri mattina adesso tornano a pontificare coi loro consigli e le loro frattaglie economicistiche tanto per non cambiare. Per loro è naturale, un po’ come cagare. Tutti li stanno a sentire, è di nuovo il loro momento, è l’ora del dimagrimento. Questi macellai col coltello affilato si disputano la scena con affini statalisti, oggi più’ in sordina, che invece di segare, falciare, recidere vorrebbero ingrassare, impinguare, rabboccare lo Stato e tutti i suoi apparati dove stanno i loro amici costipati. Anche costoro hanno le loro ragioni sbagliate che oggi non vanno per la maggiore, per un fatto di moda e di alternanza tra gruppi di cialtroni autorizzati da qualche superpotenza mondiale, ma domani, vedrete, torneranno a contare. Gli Hannibal Lecter del mercato ed i Gargantua della spesa pubblica sono abituati a scambiarsi i ruoli, dipende dalle stagioni sociali e dai raccolti industriali. Tuttavia, l’obiettivo è comune, rincoglionire la gente e svuotare le sue tasche per il progresso ideale generale e il loro stretto benessere particolare. Ma lorsignori con l’indice di borsa sempre puntato come una pistola sul popolo affamato, (siano essi liberisti o statalisti, hayekiani o keynesiani, avari o spendaccioni, intransigenti o lassisti), sono d’accordo su un piccolo punto. Lo dice l’offertista e il domandista, il mercatista e l’assistenzialista, il restringista ed il disavanzista. Dobbiamo liberarci dell’argenteria e dei gioielli di famiglia per resistere alla fanghiglia, lo ha anche suggerito qualche gran cervello della politica nostrana con l’intelletto in ferie da qualche settimana. Vendere, liquidare, alienare, dismettere tutto, dalle Poste, all’Eni, da Enel a Finmeccanica, dalle aziende municipalizzate, alle partecipazioni azionarie in mano pubblica. La soluzione è geniale, perchè così la montagna di fango potrà passare senza fare danni, non ci sarà più nulla da travolgere se ci saremo liberati di tutto, persino di noi stessi. Dell’Italia resteranno rovine ma aumenteremo il flusso turistico e la produzione di souvenir, in ossequio ai costi comparati e agli idioti patentati.

IL GIOCO E’ DI IMPRESSIONANTE CHIAREZZA (di Giellegi, 29 lug. 11)

 

 

1. Si tratta di un gioco anti-italiano, quindi infame e da traditori (tipo quelli dell’8 settembre) che prosegue da decenni e che ha il suo perno nella Confindustria (grande impresa privata decotta) e nei suoi sicari preferiti: i rinnegati del comunismo che, proprio in quanto rinnegati e traditori, sono sempre sotto ricatto e perciò servi perfetti e docili. Il tutto comincia con il cambio di segreteria piciista nel 1972, ma atti decisivi sono il patto Lama-Agnelli sulla scala mobile – inizio della concertazione e segnale di appoggio (non ancora possibile l’entrata ufficiale) del Pci al governo (a partire da quello Andreotti nel 1976) – e un certo viaggio “culturale” negli Usa (1978) di chi passò di “corrente” in quel partito (che solo nella forma non aveva correnti), dando la maggioranza alla segreteria (mentre in precedenza la corrente maggioritaria era quella amendoliana o migliorista, cioè socialdemocratica “alla tedesca”, con tanto di ostpolitik).

Come detto più volte, il tradimento e rinnegamento aperto in funzione filo-atlantica (cioè filo-Usa, i padroni della Nato) avvenne apertamente al crollo del socialismo e dell’Urss (1989-91). Esso apparve improvviso, mentre era preparato da vent’anni (con l’appoggio di fatto, forse all’inizio inconsapevole, delle frange sedicenti radicali, “ingraiane e manifestaiole”, mentre fu osteggiato solo da alcuni “sopravvissuti” comunisti appoggiati dall’“est”, che pur non volendolo favorirono l’operazione con azioni “disperate”). Il “popolo” (quello detto “moderato”) fu però preso alla sprovvista dal voltafaccia, all’apparenza subitaneo, e riversò i suoi voti su quello che abbiamo definito scherzosamente “naso di Cleopatra” (cioè un “accidente storico”): Berlusconi.

La Nato, istituita per difendere il “mondo libero” dai cattivoni comunisti, quelli della “cortina di ferro”, non si sciolse manco per niente, perché il suo vero ufficio era impedire una rinascita europea. Figuriamoci: gli Usa erano entrati nella seconda guerra mondiale soprattutto per regolare i conti con il Giappone nell’area del Pacifico. Si accorsero subito – l’appetito vien mangiando – che potevano ridurre a potenze di secondo rango Inghilterra e Francia (dopo aver distrutto la Germania) in modo da impadronirsi pure dell’area occidentale, al massimo dividendosela, ma con riguardo alla parte meno sviluppata e “appetitosa” d’Europa, con l’Urss. L’“onesto” Roosevelt – quello che si fece attaccare a Pearl Harbor, sacrificando qualche migliaio di soldati americani, altrimenti il Congresso americano sarebbe ancora lì ad opporsi all’entrata in guerra – non accettò le mene di Churchill favorevoli al cambio di alleanze per aggredire l’Urss. Intelligentemente, decise intanto di papparsi la parte preponderante d’Europa, ponendo in stato di subordinazione gli anglo-francesi; poi si sarebbe visto (e infatti si vide). Ulteriore notazione: nel 1956, ancora una volta – malgrado la canea antisovietica per l’Ungheria – gli Usa si misero con l’Urss contro Inghilterra e Francia, che tentavano di rialzare la testolina con la “coraggiosa” impresa di Suez.

Bene, facciamo un bel salto storico e arriviamo alla riedizione della “concertazione” del 1975: il documento approvato ieri da Confindustria – da Agnelli a Marcegaglia solo un progresso “estetico” – e dalle grandi banche (la GFeID insomma, l’industria decotta e la finanza fellona, al gran completo), con la firma dei tre sindacati; anche se, al momento (ma resisterà?), si è staccata la Uil. Nel frattempo, come già gli ambienti statunitensi rappresentatisi in Clinton avevano “intruogolato” con D’Alema nell’aggredire la Serbia (mossa importante per impedire che alla Germania venissero in testa “pensieri impropri”); così oggi quelli addobbatisi con il “festone” Obama intrallazzano con Napolitano. Solo adesso so che il primo chiama il secondo: “leading from behind” (è chiaro anche ai testoni?). Bisogna fare un breve détour.

 

2. Non è che Berlusconi fosse meno filo-americano dei suoi nemici. Semplicemente, la strategia degli ambienti opposti a quelli Clinton-Obama (la “vecchia” strategia applicata tra il 2001 e il 2006, seguita da un biennio di incertezze risoltesi nella “nuova” mediante l’elezione del “primo nero”, con opposizioni presenti anche tra i militari, al Pentagono) era centrata su operazioni militari più decise, condotte in prima persona dagli Usa, semmai “chiedendo” (nella forma, sostanzialmente ordinando) la collaborazione dei paesi “alleati”. Esempio tipico l’Afghanistan, assai più che l’Irak; azione militare nelle zone centroasiatiche, in Pakistan-Afghanistan per l’appunto, ai fini del controllo più diretto e pervasivo dell’area su cui “insistono” le potenze emergenti Russia-Cina-India.

La nuova strategia vuol lasciare quell’area al caos (e “liquidità”) del possibile – direi probabile in tempi non immediati ma nemmeno eterni – conflitto tra le tre potenze suddette. Mentre intende rinsaldare ulteriormente la tenaglia di ferro sull’Europa, ristabilire il contatto (di controllo) sulla Turchia, giocare su contraddizioni interne all’islamismo e quindi su paesi come Iran, Siria, ecc. cercando di indebolirne il possibile influsso sull’andamento del multipolarismo. La cortina (di ferro) era più rigida e delimitante, ma fragile; la tenaglia è più robusta, si sposta più facilmente nei suoi punti di presa forte (dove stringere insomma), si può allentare in dati momenti per non far apparire la subordinazione troppo evidente a quelli che vengono afferrati. La nuova strategia non deve però mettere in piena visibilità gli Usa (così com’è ora in Afghanistan), lasciando spazio ai sicari, fra l’altro facendo loro credere di poter partecipare con una certa percentuale non miserrima ai vantaggi imperiali statunitensi.

Se poi le operazioni di un certo tipo – quelle andate bene all’inizio, ma adesso soggette a qualche affanno, in Tunisia ed Egitto – non evolvono per il verso giusto come in Libia, si è in grado di addossare molte colpe ai sicari, accusati di incompetenza, di aver dato affidamento ai “ribelli di Bengasi”, autentica raccolta di brutti ceffi criminali, ecc. ecc. A questo punto, gli Usa sono in grado di trattare, senza fare troppo brutta figura, con il legittimo governo, chiedendo contropartite lucrose ed eventualmente territoriali (come in Kosovo). Se l’accordo si farà o meno dipende solo dai rapporti di forza tra i fautori della “vecchia” e quelli della “nuova” strategia, e dallo stato di avanzamento (a “sinusoide”) del multipolarismo. I sicari europei saranno di fatto estromessi dalla cointeressenza (ridotta al massimo a puro simulacro). Fra i servi, inutile dirlo, i più “sfigati” saremo noi, lo stuoino su cui pulirsi i piedi, soprattutto controllando la situazione interna tramite i rinnegati che, come già rilevato, non sono in grado di rifiutare nessun basso servizio e per di più non remunerato (resterà un credito a parole, da onorare in quel futuro destinato a non mai concretizzarsi).

 

3. Berlusconi non era uomo da potersi barcamenare troppo a lungo all’interno di queste strategie Usa, che si sono alternate e rimpallate tra i Bush e Clinton-Obama. Adesso, è totalmente in mano al “leading from behind”. Certamente fa capire che è scontento, dice alcune frasi significative affinché si comprenda il suo avere le mani legate; e che perfino corre qualche pericolo di brutta fine (preferiamo riferirci a Mattei o a Bin Laden?) se cercasse ancora contatti con “gentaccia” tipo Putin o Gheddafi, ecc. Non è però agevole trovare il suo sostituto; certamente non un vecchio di 86 anni, non una serie di personaggi “di sinistra” che gli stessi Usa, mi sembra, ritengono poco appropriati. Nemmeno sono pronti rincalzi da dentro l’attuale maggioranza, che in ogni caso dovrebbero funzionare con modalità bipartisan, con appelli alla “salvezza nazionale” (per cui ci si spaventa intanto con la prospettiva greca), e via dicendo. Rieleggere Napolitano è un azzardo; si sta cercando di portare al suo posto un suo consimile qual è Prodi (più giovane però), in modo da essere sicuri di avere le pedine al posto giusto: Draghi alla BCE, Prodi alla Presidenza (ma ancora non ce l’ha) e…..per il momento è incerto l’uomo “giusto” da sostituire al premier. Se ne sono pensati un’infinità: gli ultimi sono stati Tremonti (oppure il Monti non trino, più mediocre e scialbo e quindi meglio manovrabile), Maroni, ecc. Intanto se ne sta bruciando uno per stagione; ma qualcuno di loro potrebbe perfino essere poi ripescato, pur se in preda allora alla piena disperazione!

Le uniche cose certe al momento quali sono? Berlusconi non può più fare un passo. Il governo è imbalsamato, l’opposizione gira “in folle”, il liquame cresce di livello in modo accelerato. Purtroppo, come sempre avviene in questo paese di succubi incapaci di scelta e dignità, tutto dipende dalla riuscita o meno della “nuova” strategia Usa, di cui è portatore l’Obama (a volte) “furioso”. Per il momento, molti sono gli ostacoli, le “ciambelle non riuscite con il buco” (non parlerei finora di fallimenti plateali). Non è detto che tutto vada liscio. Mi par di capire che il Berlusca in questo speri, restando acquattato come un topolino nella tana alla vista del gatto. Brontola per il caso, non si sa mai, che tale strategia “liquida” finisca per divenire “acqua fresca”. I nostri nemici interni (paragonabili, come già sapete, ai “cotonieri” del sud degli Usa nell’800) sono comunque ormai in piena luce nel palcoscenico della storia attuale. Il documento ultimo toglie ogni residuo appiglio a chi voleva ancora evitare di riconoscere gli affossatori del paese, gli eredi degli industriali e finanzieri in pieno tradimento nel 1943 con Badoglio e i Savoia. Non ci sarebbe bisogno di una guerra civile; sufficiente una lista di pochissime migliaia di personaggi (tutti, lo ripeto, in piena visibilità, ovviamente per chi ha cervello). Basterebbe catturarli, metterli sotto chiave e buttare via la chiave; tanto sono loro ad aver creato un paese in cui i processi sono “secolari”. Nessuno però si fa vivo per stroncarli nelle loro sporche mene, da infami quali sono. Questa la sorte di un paese privo di unità nazionale, di classi dirigenti, di intellettuali con la schiena dritta. Un paese, insomma, di vigliacchi e burattini.

 

PS. http://notizie.virgilio.it/generated/topten/2011/07_luglio/28/ministeri-bossi-sfida-il-colle-berlusconi-ascoltare-quirinale.html

Berlusconi ormai si è totalmente appiattito su chi ha ricevuto da Obama l’investitura transitoria di “regnante” d’Italia. Ovviamente i firmatari del documento Confindustria-grandi Banche sono al seguito, cercando anche di aprire la strada al cambio del governo attuale. La Lega continua a giocare a rimpiattino, come ha fatto con il ri-finanziamento delle missioni all’estero e per la guerra di Libia. Ovviamente gli ex An tipo Alemanno si gonfiano il petto in difesa dei fiduciari degli Usa e dei “poteri forti”. Il tutto per preparare la successione a questo governo, cercando di mettersi nella migliore o meno peggiore posizione nel succhiare il sangue alla popolazione, sempre più incazzata ma anche incapace di comprendere come la stiano spaventando per farla mugugnare e, nel contempo, accettare rassegnata i presenti e i futuri salassi al fine di “evitare il peggio” (la crisi, il default, la Grecia). Tutto da ridere se non fosse un gioco così schifoso da veri ignobili e miserabili, che imperversano e devastano il paese.

PROPOSTE ECONOMICHE PER PROMUOVERE IL DECLINO DELL’ITALIA

Sul Corriere della Sera di oggi (17.07.2011) Ernesto Galli Della Loggia ammette, bontà sua, che l’Italia è un paese in declino ma scrive anche:

<<Non c’entrano (o sono solo sullo sfondo) le nostre pur difficili condizioni economiche, il debito pubblico stratosferico, la “manovra”. C’entrano piuttosto […]il senso d’inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura, le disfunzioni di quasi ogni nostra istituzione; e ancor più c’entra l’incapacità di chi dirige la cosa pubblica d’ immaginare qualche rimedio, di dare l’impressione (almeno l’impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto ….>>.

Certo quanto dice il professore appare sostanzialmente condivisibile ma il problema fondamentale rimane quello di riuscire a mettere in moto delle forze sociali e delle risorse “produttive” (in senso lato) che siano in grado di far fronte all’attuale stato di eccezione, mondiale, europeo, ma nell’ottica specifica che qui ci interessa del sistema-paese Italia. Della Loggia critica in particolare l’attuale governo i cui esponenti

<<non sanno mai dire una parola, mai compiere un gesto, mai trovare un’occasione simbolica che trasmetta un messaggio di serietà e coerenza, di preoccupazione per l’interesse collettivo, magari anche contro il proprio; un gesto che sia testimonianza di sollecitudine per l’identità della nazione e il suo futuro>>.

In una comunità statale, ovviamente, non esiste un “interesse collettivo” o un “bene comune” in cui si possano identificare tutti i gruppi sociali ma una classe politica (e anche economica) dirigente deve essere in grado di far pensare – soprattutto agli strati medi e subordinati – che la prospettiva per la quale si chiedono sacrifici, i quali devono “apparire” come coinvolgenti l’intero corpo sociale, è effettivamente perseguibile. Bisogna saper creare un minimo di fiducia, far balenare l’idea che alla fine di un tunnel lungo e pericoloso vi possa veramente essere l’uscita dalla situazione critica e una progressiva rinascita della vitalità del paese. Ed è necessario, in particolare, mettere in evidenza alcuni punti cruciali della struttura del nostro paese che devono veramente venire modificati; all’inizio ci si dovrà concentrare su due o tre progetti ma si dovrà convincere la maggioranza degli italiani che non si può più scherzare e che bisognerà andare fino in fondo nel cambiamento. Della Loggia , nel suo articolo, ricorda poi l’atteggiamento “miserabile” del ceto politico quando blocca qualsiasi prospettiva di riforma degli ordini professionali e quando rinvia sine die quei tagli ai propri privilegi ed emolumenti che materialmente, ma soprattutto simbolicamente, avrebbero dato un segnale positivo ai lavoratori dipendenti e autonomi e ai ceti medi produttivi. Esso avrebbe in qualche maniera rimesso in questione il livello di legittimità dell’intera classe politica che ci governa; livello che è ormai vicino a zero e che potrebbe implicare una implosione caotica delle nostre principali istituzioni per la loro mancanza di credibilità . La nostra presunta democrazia – “formale” per quanto riguarda il suo statuto giuridico – risulta sempre più, informalmente, una vera e propria “democrazia commissaria” in cui i commissari stazionano oltre Atlantico con i loro delegati che bazzicano a Roma e dintorni (superfluo fare i nomi, comunque uno di essi ha ormai traslocato a Francoforte).

Per quanto riguarda le problematiche più strettamente economiche sul Sole 24 ore di ieri (16.07.2011) è apparso una sorta di “manifesto” – ad opera, presumo, degli economisti che collaborano al medesimo quotidiano – che riassume le cose da fare nel breve e medio periodo. Da notare che lo stesso presdellarep si è affrettato a congratularsi con il direttore del Sole per il suo impegno “sociale” in questa fase gravosa. La premessa del breve “manifesto”, intitolato “Nove impegni per la crescita”, appare piuttosto scontata:

<<L’ultima asta dei Buoni del Tesoro poliennali (BTp) a 15 anni è stata sottoscritta a un tasso (5,9%) che è ai massimi dalla nascita dell’euro. Un segnale inequivoco. L’economia italiana deve assolutamente evitare il rischio dell’avvitamento della crisi con l’aumento dei tassi di interesse per finanziare i titoli del debito pubblico. Rigore e crescita sono un binomio inscindibile per impedire che l’Italia finisca in questo circolo vizioso. La manovra approvata ieri definitivamente va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica>>.

I nove punti si possono così sintetizzare:

1 – Riduzione della tassazione sul lavoro che porti a un alleggerimento dell’Irap attraverso una rimodulazione dell’Iva.

2 –L’innalzamento dell’età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l’ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020. Ciò permetterebbe di pagare pensioni più elevate e di ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati.

3 – L’Europa adotti eurobond (titoli di debito europeo) per sostenere i Paesi in difficoltà, evitando l’innalzamento nell’area euro dei tassi e garantendo la possibilità per tutti i Paesi membri di finanziarsi a costi accettabili.

4 – Scossa forte sulle privatizzazioni a cominciare dalla Rai e dalle aziende di public utility oggi possedute da enti locali o da loro controllate. Al di là dei vantaggi diretti sul debito e quindi del risparmio sulla spesa per interessi, si ridurrebbe drasticamente l’intervento diretto della politica (e delle sue logiche spartitorie e di arricchimento) nella produzione di beni e servizi.

5 – Un piano di liberalizzazione di licenze e orari per tutte le attività del commercio, servizi, farmacie, para-farmacie e reti distributive. Liberalizzazione delle professioni.

6 – Definire un patto di stabilità interno effettivamente non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria.

7 – Aumento delle rette universitarie. Non c’è motivo per cui chi può permetterselo non debba pagare in modo adeguato l’investimento formativo dei figli. Gli studenti meritevoli e non abbienti vanno invece sostenuti con un sistema generoso e mirato di borse di studio e/o di prestiti (come in numerose esperienze straniere).

8 – Trasparenza della pubblica amministrazione:una forte iniziativa con l’adozione di una legge per la libertà d’informazione (“Freedom of Information Act”, secondo le migliori esperienze straniere). Questo consentirebbe di monitorare l’operato dei funzionari pubblici e li renderebbe più responsabili di inutili ritardi, evitando il rimpallo delle pratiche tra un ufficio e l’altro.

9 – Riduzione dei costi della politica: adeguamento immediato delle indennità dei parlamentari e del numero degli eletti alla media europea, abolizione delle Province e accorpamento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle rappresentanze dei consigli regionali, comunali e circoscrizionali e riduzione dei componenti dei Cda di tutte le società controllate dagli enti locali.

Alcuni punti sono fortemente discutibili, il punto n. 9 appare sostanzialmente condivisibile, mentre naturalmente la nostra posizione rispetto al punto n. 4 è di totale contrapposizione. Esso è in qualche maniera il punto di rilevanza strategica e come ricordato da Red nel suo ultimo intervento su questo blog <<la privatizzazione delle reti strategiche, la derubricazione dei campioni nazionali a componenti aziendali degli interessi euro-atlantici e la “normalizzazione” delle Fondazioni bancarie alla loro specifica funzione di enti no-profit, con l’abbandono definitivo di qualsiasi velleità di sviluppo autonomo nazionale >> significherebbe il trionfo, forse definitivo, della GFeID e dei ceti parassitari italiani con la conclusione del processo di sottomissione agli Usa da concretizzarsi infine con la totale subordinazione anche alle loro “guardie armate” europee (Regno Unito e Francia in primis).

I VAMPIRI DELLA REPUBBLICA

tremontiBisogna imparare sempre a diffidare di chi ricoprendo ruoli e svolgendo funzioni ai più alti livelli amministrativi, politici, finanziari e culturali parla dei massimi sistemi e li critica in maniera moralistica e astratta. I cosiddetti perimetri relazionali e conflittuali dove questi personaggi si muovono elucubrando direzioni, producendo decisioni, elaborando soluzioni, in quanto soggetti agiti dal potere, in quanto funzionari ligi alle regole, sono il massimo sistema che loro stessi contribuiscono a far operare. Anzi è solo una piccola parte del tutto perché al di sopra, di fianco, in basso, in intersecazione, sovrapposizione, sovraordinazione, sottordinazione, si trovano tanti altri cerchi sovrastrutturali, sottostrutturali, interstrutturali che costituiscono la trama fitta dei poteri e del potere. Esso è uno e plurimo, non ha un profilo perché ha centomila teste, un milioni di volti, un miliardo di gambe e di braccia tenuti insieme da un corpo liquido e fluente. Per questo quando sento parlare di una presunta spectre finanziaria di poche persone che governerebbe il mondo comprendo quanto siamo sciocchi ed impreparati ad interpretare la realtà che ci circonda. Forse la figurazione che più si avvicina al concetto che vogliamo esprimere è quella di flusso studiata dall’economista G. La Grassa, secondo il quale il capitalismo, forma e sostanza dei rapporti materiali che modellano la nostra società, è flusso conflittuale che si dirama in maniera microreticolare precipitando in macroapparati “economici come le imprese o politici e ideologici come Stato, partiti, sindacati, lobbies, associazioni, scuola, media, ecc.” all’interno delle diverse formazioni particolari; sia di queste ultime, trattate nella loro interezza di aree, paesi, ecc. nell’ambito di quella globale o mondiale”. Insomma quel che noi vediamo condensarsi è già risultato di un processo chimico-sociale del quale riusciamo appena ad intuire l’esistenza per via di ipotesi ed approssimazione teorica. Benissimo, capisco che siete storditi ma questo breve ingresso nell’argomento era necessario per togliere la maschera ai buontemponi in abiti della domenica o in stracci popolari che, dai vertici delle istituzioni, hanno osato turlupinarci sostenendo: “”il dogma del mercatismo è suicida” oppure che “Il nostro problema non è creare, come in un progetto di una ingegneria sociale e di mutazione genetica, valori nuovi e post-moderni. Il nostro problema, in una età di crisi universale, è quello di conservare valori che per noi sono eterni. Rispetto al consumismo, noi preferiamo il romanticismo. Non i valori dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri padri spirituali”, o ancora “La difesa dell’identità è la difesa delle nostre diversità tradizionali, storiche e basiche: famiglie e “piccole patrie”, vecchi usi e consumi, vecchi valori. Al fondo c’è qualcosa di molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione. E’ un misto di paura e di orgoglio, una riserva di memoria, un retroterra arcaico e umorale che negare, comprimere o sopprimere, non solo è difficile. E’ dannoso. Saremo infatti più forti, nel futuro, solo se saremo più ancorati al nostro passato”. Con queste belle parole che rappresentano una narrazione romantica quanto intorpidente della vita ad uso e consumo dei buoni di cuore e dei puri di animo (in molti siamo fatti così purtroppo) il Caro (aspirante) Leader Giulio ci ha preso in giro poichè, da come poi si vede nei prosaici fatti, le finanziarie non le scrive in prosa popolare, né in linguaggio spirituale ma in codice criptato tecnico-economico che depositandosi lentamente mostra i suoi trucchi da ragioniere del sistema che odia i titoli di stato, il ceto medio e i pensionati. Perché nemmeno un colpo ai rentiers, agli sciacalli del grande capitale e alle vestali del mercatismo? Non erano costoro i vampiri che ostacolavano l’avvento di un mondo comunitario e solidale con un piede sulla dura roccia della tradizione e l’altro sul suolo erboso dell’avvenire? Potenza della retorica che quando affluisce come un fiume in piena travolge la ragione e seppellisce l’intelligenza a fini di subdola sofisticazione. Tremonti ci lascia il passato romanzato perché ha deciso toglierci il futuro tanto anelato, quest’ultimo tumulato nei tagli orizzontali alla spesa. Lorsignori fanno cassa dopo averla svuotata. Ed il passato con tutto ciò davvero non c’entra nulla dato che la razzia dei conti pubblici è realmente cominciata nei primi anni ’90. Prima di tangentopoli la situazione non era così catastrofica col debito al 98,5 del Pil. Adesso è al 120% dopo diciott’anni di governi di centro-destra e centro-sinistra post-Mani Pulite. Le responsabilità sono dunque evidenti. Cacciati i ladri di ieri, sono arrivati i ladroni di oggi. Il nostro passato è ancora troppo oscuro per essere introiettato (verrà mai la verità sul quel colpo di mano che distrusse dc e psi?) ed il futuro è già stato ipotecato da una classe dirigente venduta ed imbrogliona. Abbiamo bisogno realmente di un nuovo inizio, senza chiacchiere sentimentali. Ma soprattutto senza di loro.

E’ FORSE PREMATURO PARLARNE MA…

Bisognerebbe aspettare la conclusione della manovra fiscale, ma credo se ne possa intanto almeno accennare perché lo spirito che informa le discussioni in corso è fin d’ora irritante. I tre scaglioni proposti – 20, 30 e 40% – sono lontanissimi dalle roboanti proposte per tanto tempo dibattute dai liberisti (“reaganiani”), secondo cui sarebbe stata sufficiente un’aliquota del 23% (al massimo un’altra, comunque non oltre il 33% a livelli alti di reddito); perché come dimostrato dall’esperienza di Reagan, sempre secondo questi personaggi, l’abbassamento della pressione fiscale incrementerebbe poi le entrate per lo slancio impresso alla produzione e, in Italia soprattutto, per la netta diminuzione dell’evasione. Fenomeni ovviamente del tutto presunti in modo molto approssimativo, ma questo comunque raccontavano i nostri liberisti.

Si propone inoltre di aumentare l’Iva sia pure di un punto e di togliere l’Irap (dal 2014, campa cavallo!) senza dire come verrà in seguito finanziata la sanità dalle regioni (abbiamo già capito cosa accadrà, no?). Non basta. Ci si ricorda quando il centro-sinistra proponeva di effettuare prelievi dalle “rendite”, “travestendo” così modesti risparmi in titoli, accantonati dalle famiglie, da favolosi capitali posseduti dagli ancora più famosi rentier? Il centro-destra irrise giustamente gli avversari, fece ironia sul “vampiro” Visco, ecc. Adesso, la proposta è di accrescere la tassazione delle “rendite” (sì, anche questi liberisti, difensori del risparmio privato, le chiamano adesso così) dal 12,5% al 20%, salvo i Bot, che non rendono un accidenti e quindi sono meno graditi di una qualsiasi obbligazione.

Tuttavia, pur cianciando da anni di ridurre deficit e Debito pubblico (in continuo aumento) prendendo le mosse dalla riduzione della spesa pubblica, nessuno attua mai un simile programma (quanto elettorato si perderebbe?), lasciando sempre sul tappeto la possibilità di una “manovra lacrime e sangue” per ottemperare alle ottuse imposizioni della UE. Quindi, meglio indurre il “popolo” (i presunti rentier) a tornare verso i Bot; ovviamente non detassandoli, ma calcando la mano su altri titoli verso cui s’indirizza il risparmio, ormai privo di un “rifugio” per salvarsi dall’inflazione (che si prevede in crescita nei prossimi anni). Dulcis in fundo, il governo fa finta di diminuire il carico fiscale centrale, ma poi i Comuni hanno già iniziato (ad es. a Milano) ad aumentare quello “locale”, gridando al deficit in crescita e all’impossibilità di effettuare le spese più necessarie a causa dei mancati trasferimenti dal centro. Le Regioni seguono l’andazzo; e di eliminare le province non si può parlare più per “merito” dei leghisti che gridano contro “Roma ladrona”. Eccetera, eccetera, eccetera!

Ormai, questo governo non emette nemmeno più un qualche flebile vagito in politica estera, partecipa alla vergogna delle “rivolte arabe” e della guerra libica, alle infami menzogne con cui il “covo” denominato Tribunale dell’Aja incrimina tutti salvo i veri colpevoli, situati ai massimi vertici degli Usa, di Inghilterra, Francia e Italia. Scaroni si mette a parlare l’identico linguaggio della Marcegaglia; a dimostrazione che non c’entra nulla il pubblico o il privato, ma solo il coraggio o meno di una politica di autonomia e di conseguente sviluppo di settori industriali strategici che infastidiscono i predominanti mondiali. Oggi prevalgono in ogni settore di questo disgraziato paese il servilismo e l’annullamento di ogni vestigia della nostra indipendenza; la colonizzazione è ormai ineluttabile con queste “classi” dette comicamente dirigenti. E’ ormai da lunga pezza superato il limite oltre il quale una popolazione dotata di un minimo di dignità, se non di coraggio, si sarebbe dovuta ribellare. Purtroppo, dobbiamo aspettarci che ancora una volta il gregge si farà tosare; belando sempre più lamentosamente, ma si farà tosare. O dagli uni o dagli altri! Le ultime consultazioni elettorali sono state una prova addirittura impressionante del disorientamento e del crescente inebetirsi della popolazione italiana (ma non solo italiana, diciamocelo francamente).

 

PS http://notizie.virgilio.it/generated/topten/2011/06_giugno/28/manovra-da-47-miliardi-torna-il-ticket-sul-pronto-soccorso.html

 

Eccoci già “sistemati” senza bisogno di attendere la riduzione o eliminazione dell’Irap! Non so se questi sono masochisti/disfattisti o idioti. Comunque, ormai sono allo sbando completo e il premier è un mero burattino.

(di Giellegi, 28-6-11)

…E SE PROVASSIMO A LIBERARE UNO SPAZIO? di Sasha

 

Concordo con chi ritiene allo stato attuale una rivoluzione contro il capitale fantascienza pura, in virtù della palese inesistenza di un modo di produzione emergente, alternativo a quello capitalistico e portatore di nuovi gruppi di aspiranti dominanti determinati ad abbattere quelli espressi dalla attuale formazione sociale.

Lo affermo perché ritengo che il “capitalismo” debba ancora (ahinoi!) esprimere le sue piene potenzialità: siamo a meno di vent’anni dall’implosione del comunismo storico novecentesco (uno starnuto in termini storici), all’alba del possibile ingresso in una fase policentrica del conflitto intercapitalistico che potrebbe accelerare le innovazioni di prodotto e il liberarsi di nuove energie “dentro il capitale” e, non da ultimo, sussistono, pur depotenziati, retaggi di vario tipo, essenzialmente di stampo religioso, comunitario e antropologico che si ergono a provvisorio effetto ritardante nei confronti dell’orgasmo capitalistico trionfale e di ciò che ne potrà conseguire. Ma non è qui il punto.

 

La sfera economica appare inaccessibile in termini di sovvertimento dello stato delle cose: se fossimo perversamente affetti da economicismo terminale, dovremmo conseguentemente dedicarci alla raccolta delle margherite, al consumo abbondante di spinelli… o a riprodurre l’evoluzione antropologica a Ultimi Uomini degli ex-“comunisti” che dimorano ormai nei nuovi e vecchi “centri di potere periferico”, nel senso di comunque assoggettati al predominio statunitense.

 

Invece no. Anni di La Grassa, Preve e pochi altri dovrebbero averci stabilmente “svegliato” da quella Grande Allucinazione che nel nostro povero Paese si rimaterializzerà puntualmente nel rito orgiastico delle nuove imminenti elezioni conseguenti alla prematura (sia lode) scomparsa del tragicomico governo Prodi (apr. 2006-gen. 2008).

Dovremmo aver imparato che il conflitto intercapitalistico si manifesta in tutte le sfere della società e se quella economica è inaccessibile, non è detto che le altre lo siano sempre e comunque!

 

Perché non provarci nella sfera politica di questo sciagurato Paese? La terza forza auspicata da La Grassa? Per me no, anzi sì, ma non ora: ritengo che in questo momento storico in Italia non esista uno “spazio politico alternativo” al gioco “destra/sinistra”, perché questo ha occupato ogni spazio possibile, portando alla devastazione delle risorse del Paese, impiegate in quantità presumibilmente impressionanti e decisive nel mantenimento di clientele di ogni livello, dal singolo cittadino all’impresa assistita, passando per ogni carica e funzione fino, non da ultimo, all’utilizzo dell’amministrazione pubblica come serbatoio di assorbimento di ogni porcheria partorita dalla sfera politica, con ripercussioni gravi sui servizi erogati al cittadino e sulle risorse da esso corrisposte in termini di prestazione di lavoro e pagamento di imposte (una vera e propria tosatura finalizzata al drenaggio di capitali da mal-utilizzare, magistralmente attuata da Prodi&C).

Una rete di potere difficilmente scardinabile se non con i forconi che, tuttavia, in questa fase non saranno impugnati e credo sia bene così.

 

Occorre oggi LIBERARE UNO SPAZIO al fine di consentire a nuove forze di emergere, correndo anche il rischio che queste possano essere “forze oscure”.

 

Inutile chiedersi con chi fare programmi per il futuro e quali programmi fare, cercare convergenze allo stato impossibili: l’organismo è mantenuto in coma farmacologico dalla Grande Allucinazione Sinistra/Centro/Destra e, una volta svegliato dal coma, dovrà affrontare un lungo e doloroso periodo di riabilitazione alla vita prima di potersi riappropriare di un futuro razionalmente progettabile: troverà forza nella restituzione della possibilità stessa di un futuro prima negato e forse la riabilitazione procederà a tappe forzate anticipando il tempo dei progetti, ma se l’attenzione si focalizzasse troppo su di essi, l’organismo debole e incerto finirebbe con il cadere in un nuovo stato di coma, profondo e forse irreversibile.

 

La proposta è lavorare per LIBERARE UNO SPAZIO approfittando dello stato di fibrillazione conseguente alla caduta del governo e delle elezioni che, presto o prestissimo, saranno indette e della probabile disattenzione dei contendenti impegnati nella ennesima messa in scena del gioco.

 

LIBERARE UNO SPAZIO può significare, in prima battuta ma parliamone, il NON VOTO ATTIVO, ovvero l’annullamento della scheda elettorale, preferibile all’astensione in quanto il diritto al voto, per quanto sia in assoluto in questa fase un diritto “vuoto”, va preservato anche idealmente, come molto di ciò che si richiama ai diritti di matrice liberal-democratica (e quindi anche borghese, non me ne si voglia!) che sono comunque preferibili, per quanto manipolati, alla loro assenza o allo stupido infangarli come puri strumenti di dominio del capitale o peggio ignorarli per puro nichilismo.

 

Sul progetto LIBERARE UNO SPAZIO credo che molti nodi verrebbero al pettine e molte posizioni diventerebbero più chiare: per tutti noi che costituiamo questa cricca virtuale attorno al blog e siamo in cerca di un modo per “sostanziare” questa condivisione, per chi manifesta disagio e incazzatura, pur senza un preciso riferimento teorico (penso a Grillo e seguaci), per chi ha creduto nella fantasmatica sinistra e/o nella altrettanto fantasmatica destra e comincia a realizzare che qualcosa non funziona, per chiunque: no/new-global (esistono ancora?), decrescitari, comunitaristi, cattolici, nazionalisti, imprenditori seri e lavoratori autonomi demonizzati, per chiunque, comunque, conserva uno straccio di anima.

 

Non si tratta di fare appello a presunte “forze sane” perché di forze sane non c’è nemmeno l’ombra: ce ne sono di gravemente malate, malaticce e in via di guarigione, niente di più e non si tratta solo di cercare di cavalcare un malcontento comunque tangibile: è un salto di coscienza vero e proprio, difficile e con poche possibilità di successo, ma intrigante.

 

In ogni caso saremo presumibilmente pochi, forse pochissimi se messi davanti ad un vero progetto, per quanto decostruttivo e non propositivo: più facilmente molti dei potenziali “risvegliati o quasi” torneranno al bla-bla da bar dello sport o ripiomberanno nella Grande Allucinazione del “tutto ma non Berlusconi” che fa il paio con “tutto ma non i comunisti”, che fa il paio con la morte per agonia del nostro Paese.

 

E se invece le cose andassero diversamente? Se una pioggia di schede annullate generasse un’onda anomala e dietro di essa si aprisse un nuovo spazio “creativo” per forze emergenti? Uno spazio “dialogico” dal quale potrebbero affiorare nuove sintesi e nuove scissioni, nuove cooperazioni e nuovi conflitti: uno spazio di vita nel cuore del mondo degli zombies, che potrà esserne infettato dal puzzo o infettare con un virus vitale: in ogni caso un nuovo spazio in cui giocarsela.

 

Risorse zero, accesso a mass-media zero, qualora il progetto prendesse corpo e cominciasse a far rumore si sarebbe esposti al fuoco incrociato da destra e da sinistra (cialtroni sì ma perfettamente in grado di “fiutare il nemico”); si sarebbe tacciati di anti-politica, che è come dire anti-cibo o anti-acqua, essendo la dimensione politica ineludibile dalle vicende umane; si verrebbe additati come marziani dagli Allucinati, dalla ggente e magari ci troveremo qualche Johnny Spaccadita sotto casa a spiegarci che certe cose non si fanno o magari incapperemo in qualche intercettazione ordinata dalla magistratura a tempo del Belpaese…

 

Bene, forse per tutti questi motivi vale la pena provarci e di mettere in campo tutto ciò che le nostre teste valgono per promuovere l’idea e poi tornare a scornarci su tutto, ma non prima di aver provato a LIBERARE UNO SPAZIO.

 

Lancio l’appello quindi, in primo luogo, a chi ha una qualche possibilità di relazione che possa agevolare la diffusione del progetto, es. via mail o blog o siti o posta o marciapiede o piccione viaggiatore, a chi come La Grassa e Preve (pur da presupposti e attraverso vie differenti) svolge un lavoro enorme nello smascheramento degli inganni del nostro tempo e potrebbe fare da coagulatore di proposte, incontri, idee.

 

Forse vale la pena provarci, altrimenti… beh, c’era chi temeva di dover morire democristiano… a noi potrebbe andare molto peggio.

 

30 gennaio 2008

 

Sasha

IL MERCATO D'AZZARDO di M. Tozzato

Non hai veramente capito qualcosa,

finché non riesci a spiegarlo a tua nonna

Albert Einstein

 

1175958320_g_0Non essendo in possesso di competenze specifiche, tentare di articolare riflessioni sensate su argomenti come la dinamica dei sistemi finanziari e la cornice istituzionale e giuridica del  sistema economico può essere giustificato solo da urgenti esigenze di tipo politico in senso lato. Mi pare che La Grassa e Petrosillo abbiano ripetutamente messo il dito sulla piaga: questa “urgenza” esiste e quindi anche i miei tentativi, che riescano o  meno, li ritengo come degli esperimenti da provare. Sul Sole 24ore del 13.01.2008, Guido Alpa ha ampiamente recensito l’ultimo libro di Guido Rossi intitolato Il mercato d’azzardo . Il libro di Rossi a quanto pare, principalmente, si rivolge <<al mercato finanziario e alla disciplina del diritto societario>> e parte dall’assunto di fondo che il “disordine” in cui versa il diritto societario come anche la crisi della corporate governance (1) e della globalizzazione finanziaria possa trovare solo nello strumento giuridico la leva per la risoluzione dei problemi a loro inerenti. Scrive Alpa:<<Il potere politico della società per azioni, i principi/pregiudizi societari, la dissociazione tra proprietà e controllo che diventa dissociazione tra fittizia proprietà dei risparmiatori ed effettiva proprietà degli investitori istituzionali, la costituzionalizzazione dei gruppi di comando sotto forma di minoranze azionarie dispotiche, il nuovo volto del capitalismo finanziario governato da regole compiacenti il gruppo di comando, sono i settori in cui si svolge l’indagine>>. L’autore dell’articolo poi scomoda Fernand Braudel per ricordare che i successi del “capitalismo” sono stati sempre accompagnati dai “fallimenti del mercato”. Anche in questo caso, quindi, sebbene non si parli del cosiddetto Stato sociale e assistenziale, si ritiene necessario “introdurre correttivi” perché il modello capitalistico   sia in grado di tutelare gli interessi di risparmiatori, soci, dipendenti, creditori e consumatori:<< La storia della società per azioni è la storia dell’incessante rincorsa tra legislatore e corporation per disciplinare i conflitti d’interesse che muovono e distorcono il capitalismo>>. I capisaldi del modello tradizionale della società per azioni ovvero la responsabilità limitata, lo scopo di lucro e la libera trasferibilità delle azioni non hanno garantito a sufficienza <<la tutela degli interessi degli investitori>> come è stato ampiamente dimostrato dalla storia scorrendo la successione degli avvenimenti a partire <<dalle Compagnie delle Indie>> per passare << agli scandali finanziari di John Law, fino alla crisi del 1929>>. La causa di ciò consisterebbe nella convinzione <<che il libero mercato debba affidarsi a regole minime>> rispondendo ai problemi  <<con  la costruzione giuridica della concorrenza tra ordinamenti, con l’autonomia degli statuti , con la validazione dei patti parasociali (2), con l’esaltazione della libertà contrattuale, insomma con la “privatizzazione” dei modelli giuridici e quindi con il sacrificio di forme di controllo e quindi dell’interesse pubblico.>> Il recensore (e quindi l’autore del saggio presumo) a questo punto afferma con forza la tesi che oggi <<non vi è più la dissociazione della proprietà dal controllo, come predicavano (inascoltati) Berle e Means negli anni Trenta, ma la “dissociazione della proprietà dalla proprietà”. Le sofisticate costruzioni dei fondi di private equity (3) fanno sì che non vi siano più solo due livelli nell’universo societario – il livello dei soci-investitori e il livello degli amministratori – ma tre livelli, costituiti dai sottoscrittori, dagli amministratori e da un ristretto numero di soci, questi ultimi sì effettivi proprietari, sottratti ai controlli più sicuri e severi perché partecipi di holding non quotate in Borsa.>> Prendendo spunto oltre che dalle innumerevoli pagine di La Grassa sul tema anche dall’articolo apparso di recente sul nostro sito www.ripensaremarx.it : La “Rivoluzione manageriale” di James Burnham (di G. Duchini) mi pare che si possa ribadire che la fase del capitalismo occidentale a cui fa riferimento Burnham nel suo libro del 1941 si ponga ancora dal lato di un management che oltre che occuparsi della gestione tecnico-amministrativa dell’impresa deve comunque rispondere  alla “proprietà” e non solo alla “proprietà familiare” in senso stretto perché anche il << consolidamento giuridico delle nuove forme di società di “azionariato diffuso” delle “Public Company”>> pur manifestandosi come la negazione dell’apparenza di <<una sorta di democrazia economica di massa nell’espressione dell’azionista- risparmiatore senza alcun potere societario e da tosare, da parte dei gruppi degli azionisti-manageriali, in ragione delle strategie finanziarie societarie>> non garantiva del tutto la “libertà” per i gruppi strategici dominanti di manovrare la massa del capitale finanziario nella maniera più spregiudicata ed efficace. La  funzione comunque decisiva della proprietà come “scudo protettivo” stimolava il tentativo del management strategico di tentare scalate al controllo azionario attraverso il leveraged buy-out(4) , ma anche questo tipo di manovra con il mutamento sia giuridico che organizzativo delle forme di governance dei grandi gruppi bancari e industriali rischia di rivelarsi superata. Ancora Alpa ci dice infatti:<<Lo scopo della S.p.A. non è più quello di creare valore per gli azionisti, ma profitti per coloro che detengono le quote della holding [Le private equity. N.d.r.] >>. Cosicchè <<la concezione della S.p.A. come nesso di contratti>> si manifesta in una situazione in cui <<il controllo è affidato alla minoranza (proprietaria), la creazione di differenti categorie di azioni priva del voto gli ignari risparmiatori, le piramidi societarie allontanano la titolarità dalla responsabilità, i flussi finanziari transitano verso le società periferiche. La prassi “autocratica” è legalizzata […]; il sistema legittima un’irresponsabilità collettiva.>>
La conclusione dei “due Guido” ci sembrerebbe alla fine abbastanza ingenua, se non sapessimo che certe tesi sono proprio avanzate per “portare acqua”  a determinate strategie e politiche:<< Nella “globalizzazione che funziona”, come suggerisce Stiglitz, il contratto, la lex mercatoria  non possono sostituirsi all’intervento legislativo multilivello: contratto e lex mercatoria  sono strumenti deboli, asserviti agli interessi privati; le società multinazionali sono organismi fragili e non possono sostituirsi agli Stati; solo il diritto può dare una risposta utile, efficiente e concretamente positiva, attraverso la redazione di principi universali di trasparenza dei mercati.>> Allora ci vorrebbe un “Solone” onesto, integerrimo e per di più indipendente dai grandi gruppi finanziari e dalle grandi potenze geopolitiche (USA in testa) che legiferasse secondo i criteri del “Vero e Giusto Diritto” in questo caso civile, societario, finanziario e “pubblico dell’economia”: mi pare che la cosa sia un “pochino” utopistica ! In modo altrettanto mistificante è posta la questione se sia possibile ritenere  vero che le multinazionali abbiano bisogno degli Stati: ne hanno certamente un grande “bisogno”, ma non  della loro “produzione giuridica”  bensì della loro “potenza” e della loro “capacità di agire” strategica nello spazio geopolitico mondiale.  

 

(1)   << All’interno di un’azienda (corporation) si definisce Corporate Governance l’insieme di regole, di ogni livello, (leggi, regolamenti etc..) che disciplinano la gestione dell’azienda stessa. La corporate governance include anche le relazioni tra i vari attori coinvolti (gli stakeholders, chi detiene un qualunque interesse nella società) e gli obiettivi per cui l’azienda è amministrata. Gli attori principali sono gli azionisti (shareholders), il management e il consiglio di amministrazione (board of directors)>>.

(2)   <<Patti aventi per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società con azioni quotate e nelle società che le controllano>>.

(3)   <<Il private equity è uno strumento di finanziamento mediante il quale un investitore apporta nuovi capitali all’interno di una società (target), generalmente non quotata in borsa, che presenta un’elevata capacità di generare flussi di cassa costanti e altamente prevedibili. L’investitore si propone di disinvestire nel medio-lungo termine realizzando una plusvalenza dalla vendita della partecipazione azionaria. Gli investimenti in Private Equity raggruppano un ampio spettro di operazioni, in funzione sia della fase nel ciclo di vita aziendale che l’azienda target attraversa durante l’operazione di private equity, sia della tecnica di investimento usata.>>

(4)   <<Operazione di acquisizione di una società, effettuata ricorrendo soprattutto al capitale di prestito e che quindi punta allo sfruttamento della leva finanziaria. Generalmente si costituisce una società […] con ridotto capitale di rischio e ampio indebitamento […] e si acquista l’azienda che interessa; successivamente si ha la fusione tra le due società con il trasferimento dell’indebitamento sulla società acquisita. Il flusso di redditi che si presume consistente e che in futuro sarà generato dalla gestione aziendale consentirà il rimborso dei debiti assunti.>>

Mauro Tozzato                              16.01.2008

 

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