CHE ODORE DI STANTIO, di GLG

gianfranco

Qui
per quanto lentamente, è cresciuta negli ultimi anni la consapevolezza che destra e sinistra sono etichette senza più alcun contenuto. Ancora non troviamo delle nuove adeguate denominazioni; salvo considerare semicolti i sinistri e ottusi ignoranti i destri. Non è molto soddisfacente, lo ammetto. Mi sembra tuttavia ancora più ridicola quella distinzione, interna all’etichettatura di destra, che si è cominciato a fare tra moderati e ultradestra. I primi sono quei furbastri che cercano di essere conservatori, ma presentandosi ragionevoli, aperti a certe istanze dei “sinistri”; sono il festival del luogo comune e della più fastidiosa imbecillità che si finge semplice buon senso. La seconda è di fatto considerata quasi (da alcuni invece proprio) fascista, forse pure nazista, in ogni caso estremista nelle sue formulazioni di salvaguardia di vecchie tradizioni e di difesa dall’invasione di altre etnie, culture, religioni, ecc.
E’ del tutto evidente per chi ha un briciolo di lucidità mentale che, se l’ultradestra fosse quello che si pensa essere, non avrebbe proprio alcun bisogno dei moderati perché non le interesserebbe minimamente il voto, bensì si organizzerebbe per arrivare ad una resa dei conti con gli schieramenti politici praticanti quella “democrazia” imposta dai vincitori (e occupanti il nostro continente e il nostro paese). Non mi consta che oggi esista un simile orientamento in nessuna delle forze politiche in campo; né in Italia né in altri paesi europei. I sedicenti populisti fanno di certi argomenti – tipo appunto la difesa delle nostre tradizioni e via dicendo – semplice motivo di agitazione e propaganda elettorale; e sono allora pronti ad allearsi con i cosiddetti moderati non perché non ne possano fare a meno, ma solo perché si differenziano da questi in termini di mera conquista dei voti di coloro che vivono in particolari condizioni di difficoltà economica e, più in generale, sociale.
Siamo in una fase di transizione da una certa “epoca” ad un’altra, le cui precise caratteristiche non mi sembra siano colte correttamente da nessuno. D’altronde, se è vero che siamo nel passaggio tra due epoche, mi sembra ovvio che si sia in situazione di magma abbastanza fluido a attraversato da correnti diverse e continuamente squilibranti. Il grave non è allora essere ancora incerti nelle definizioni e previsioni dei futuri andamenti della società a tutti i livelli. Fastidiosa è semmai la prosopopea con cui alcuni sedicenti esperti pontificano su ciò che sta avvenendo, restando ancorati a vecchie categorie mentali e ad autentiche calcificazioni ideologiche. Dobbiamo liberarci di mille e una incrostazioni del nostro pensiero. Ciò è particolarmente complicato per quelli che hanno passato una vita in quelle vecchie, e spesso anche gloriose, impostazioni della teoria sociale e della pratica politica. I più giovani comincino a svegliarsi, non si fermino alle piccole ambizioni della carriera entro le stantie organizzazioni, ancor oggi in gioco in battaglie che rischiano di consegnarci assai presto alla “morta vita” degli zombi. Un po’ d’animo, via!

IPOTESI DIVERSE E CONSEGUENTI PROSPETTIVE POLITICHE

gianfranco

 

L’ultimo discorso tenuto da Obama è stato ovviamente autoelogiativo. Secondo lui negli ultimi otto anni gli Usa si sono rafforzati. E’ logico che abbia detto così; in realtà, è avvenuto il contrario se non altro per quanto riguarda la credibilità di quel paese che ha aiutato in tutta evidenza i “terroristi” Isis e poi li ha (forse) scaricati dopo aver creato una serie di disordini, provocando l’intervento russo in Siria con, alla fine, un qualche suo successo che ha indebolito le posizioni americane in Medioriente; mentre l’Arabia Saudita, ottimo alleato degli Usa, ha subito forti ridimensionamenti della sua influenza e capacità di intervento nella zona. E gli ultimi avvenimenti di Ankara e Berlino non cambiano questa situazione più complessiva. Del resto, anche in Ucraina la situazione è sempre in fase di stallo e non si è al momento risolta minimamente a favore del governo di Kiev. Per il resto il discorso, pur con toni apparentemente più morbidi del passato, ha ribadito le linee direttrici della strategia Usa della presidenza Obama (che si voleva proseguire con la Clinton) e ha ribadito le presunte interferenze russe nell’elezioni di Trump.

Anche l’Fbi ha ultimamente sostenuto, con la Cia, l’influsso russo in questa elezione. Qualche tempo fa, alcuni membri del Congresso avevano invece riferito che l’Fbi smentiva le chiacchiere della Cia a tal proposito. Di recente, i capi delle due organizzazioni si sono dichiarati d’accordo. Piuttosto incredibili le dichiarazioni dei due Servizi detti segreti, che hanno rivelato notizie atte a screditare il nuovo presidente del paese. E’ facile prevedere che la campagna contro Trump non finirà nemmeno dopo il suo definitivo insediamento (20 gennaio) e dobbiamo attenderci ulteriori puntate di tale “commedia”; impossibile invece prevederne con precisione l’esito. Meglio attendere l’avvio della presidenza Trump e quanto verrà messo in cantiere dagli Usa in politica estera (e anche interna in parte) nel prossimo anno.

La decisione della UE di rinnovare, pari pari, le sanzioni alla Russia per il suo comportamento in Ucraina dimostra che comunque quest’organismo, ormai in fase di crescente sputtanamento presso quote rilevanti delle popolazioni europee, continua a sposare le tesi dell’amministrazione Obama (e Clinton). E’ ormai assai chiaro quale deve essere l’orientamento delle opposizioni ai governi europei in carica; e ciò vale in modo particolare per l’Italia. Addosso alla UE; nessuna accettazione di proposte di sua riforma, mera misura difensiva degli europeisti incalliti, ormai i nostri principali nemici. E’ indispensabile sciogliere questo tipo di unione, che andrà semmai poi rifatta a partire dal coordinamento tra alcuni paesi europei principali (Germania e Francia in testa). Il programma di ogni serio partito d’opposizione ai governi servi degli Stati Uniti (da ben 70 anni, e in modo ancora più smaccato dopo il crollo del “socialismo reale”) deve porsi tale compito quale prioritario.

Fra l’altro, una seria politica anti-UE delle varie opposizioni in molti paesi europei importanti (soprattutto quelli appena citati, e possibilmente pure l’Italia) aiuterebbe Trump contro tutte le manovre che verranno svolte nel suo paese per rovesciarlo, “farlo fuori” in qualche modo o, quanto meno, costringerlo ad un mutamento rilevante dei propositi da lui fin qui manifestati. Occorre insomma una radicale svolta in politica estera di alcuni decisivi paesi europei. Questa svolta non potrà essere effettuata senza una completa revisione degli intenti che hanno retto il comportamento europeo in seguito alla sconfitta subita nella seconda guerra mondiale; perché non sono state battute solo Germania e Italia, ma pure Francia e Inghilterra. L’intera Europa ha perso e subìto un ridimensionamento radicale del suo effettivo peso nella politica internazionale (da ciò la vecchia ben nota battuta: Europa gigante economico e nano politico). E’ ora che essa torni un’area importante nel mondo, lasciando da parte l’Inghilterra se vorrà comportarsi da “stelletta” della bandiera Usa.

 

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E’ indispensabile non attenersi più alle vecchie definizioni della sinistra (progressista) e della destra (conservatrice). Malgrado tutte le giuste considerazioni circa il superamento di questa distinzione, non siamo riusciti a trovare nuove loro “etichette”. Indubbiamente, pensare che siano la stessa cosa – magari soltanto perché ampi settori della sinistra, detta un tempo riformista, sono divenuti liberisti come gran parte della destra – non è esatto, poiché ci sono settori sia di sinistra che di destra in fondo statalisti o qualcosa di simile. Eppure, su questioni di costume e per quanto riguarda certe concezioni “ultramoderne” in fatto di “genere sessuale” (e di pratiche dello stesso), permangono notevoli differenze. Temo sia sbagliato, quindi, insistere sul fatto che non esistano più la destra e la sinistra, che sarebbero indistinguibili. Il vero fatto è che quello schieramento politico denominato sinistra non è più quello di un tempo.

Fino agli anni ’70 (e, sempre più confusamente, per alcuni anni successivi) la sinistra si divideva in socialisti (o socialdemocratici) e comunisti. I primi propugnavano una convivenza con le forze capitalistiche, proprio quelle che si rappresentavano nella proprietà privata dei mezzi di produzione, proponendo misure di riforma, qualche nazionalizzazione di imprese, una politica economica vagamente keynesiana e, in generale, una riforma dell’amministrazione pubblica che avrebbe dovuto dotarsi di alcuni settori di spesa a favore dei meno abbienti (stiamo parlando insomma del cosiddetto Stato sociale). Per inciso ricordo che, all’inizio, la sanità pubblica (quindi con larghi margini di gratuità), era prevista fino a certi livelli di reddito; poi divenne generale. Rammento bene i comunisti scandalizzati perché perfino Agnelli sarebbe potuto andare a curarsi senza spendere. I quali comunisti erano inoltre, più in generale, per la trasformazione radicale della società capitalistica; con il grave errore (in termini di teoria marxista cui aderivano) di ritenere che la proprietà statale (e quindi l’espropriazione di quella privata e la sua “nazionalizzazione”) fosse già per l’essenziale un avviarsi alla società socialista (quella comunista non fu mai ritenuta realizzabile in tempi ravvicinati da nessun serio appartenente ai partiti di quell’orientamento; l’attribuzione ad essi di simile credenza è dovuta all’ignoranza e ottusità degli anticomunisti viscerali, ancor oggi maggioritari nelle componenti di destra).

E’ però indubbio che dopo la seconda guerra mondiale, negli anni ’50 e ’60, si ebbe comunque una negativa trasformazione dei vari partiti comunisti, la cui base si comportò in modo tale da trasformarli in una sorta di “chiesa”. La fede principale fu però quella nel “capo”, una sorta di Papa, e nel suo contorno di alti “prelati”, di “cardinali”. Era impossibile criticare i vertici di tali partiti; la base trattava subito da eretico chi si accingeva a tale impresa. I regolamenti di conti avvenivano appunto solo tra gli alti dirigenti, soprattutto per ordine del “Papa”, che faceva decadere (magari talvolta anche morire) alcuni “cardinali” e ne nominava altri. In rari casi poteva cadere in disgrazia pure il Papa; in genere dopo la sua morte, come accadde a Stalin (Krusciov, invece, fu destituito in vita dalla carica e da ogni organismo del partito). Anche nel Pci, inutile tentare di mettere in discussione quanto sosteneva Togliatti e, più tardi, Berlinguer. Quando quest’ultimo, sia pure in modo coperto, cominciò a intavolare trattative con gli Usa e con l’atlantismo in genere, non fu mai veramente disturbato nel suo partito. Non ci si poteva opporre al “Papa”, i credenti della base si infuriavano e lo difendevano con tutta la loro fede. E così il Pci mutò gradualmente, ma infine a 180°, la sua posizione internazionale; e la base (in specie quella operaia), considerata ancora per qualche tempo (ma ormai in aperta malafede) il “soggetto” della trasformazione anticapitalistica, seguì sempre il “capo” e il suo contorno “cardinalizio”, salvo più che esigue minoranze. Dove si sarebbe necessariamente arrivati, mi sembra fin troppo chiaro.

 

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Già a partire dagli ’80, malgrado ci siano sempre stati strascichi di vario genere, si può considerare del tutto esaurita la credenza che la “classe operaia” (per alcuni, Classe per eccellenza) fosse il soggetto trasformatore della società capitalistica in altra detta socialista o, dai più “incolti”, comunista. Ho già mille volte chiarito l’equivoco di chiamare “classe” un raggruppamento sociale che, nella società ormai da tempo per l’essenziale capitalistica, si scontra in senso nettamente antagonistico con un altro raggruppamento già a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Classe è un concetto e come tutti i concetti esige una precisione definitoria che i marxisti hanno via via perso. Per Marx la classe operaia – in quella fase che lui pensava caratterizzata dalla formazione, nella “base economica” del capitalismo (cioè nel sistema dei rapporti di produzione), della condizione fondamentale per la transizione al socialismo, primo “gradino” della società che sarebbe dovuta in seguito divenire comunista – era in definitiva pensata quale insieme dei “produttori associati” (dal “primo dirigente all’ultimo giornaliero”, cioè al più basso livello esecutivo); mentre nel XX secolo tale classe divenne, per i marxisti, soltanto quella degli operai di fabbrica, dei lavoratori salariati esecutivi nella sfera produttiva, non invece in quella del commercio, del sistema bancario, ecc.

Detta “classe” non fu mai tale, secondo il suo concetto; divenne semplicemente un raggruppamento sociale che, completandosi via via il passaggio delle diverse società (nei vari paesi) da agricole a pienamente industriali, combatteva (giustamente) per migliori condizioni di vita e di lavoro; cioè, secondo l’impostazione marxiana, per il mutamento dei rapporti di distribuzione (del reddito prodotto) e non per la trasformazione (rivoluzionaria) dei rapporti di produzione (da capitalisti a socialisti per l’appunto). Dopo cent’anni e più di fraintendimenti e di sempre rinnovate speranze di rivoluzione, negli ultimi decenni del secolo scorso si esaurì finalmente l’illusione circa il carattere rivoluzionario dei ceti operai (in senso stretto), divenuti fra l’altro sempre meno consistenti mentre andava ingrossandosi il cosiddetto “terziario” nello sviluppo dei paesi capitalistici. Anche i ceti dominanti di questi ultimi sono decisamente cambiati durante tale sviluppo.

I “sognatori” della “rivoluzione” anticapitalistica si attestarono allora, ma già in numero decrescente rispetto a chi nutriva le fantasie della “rivoluzione proletaria” guidata dagli operai, sulla speranza riposta nella rivolta del cosiddetto “terzo mondo” (i paesi detti “sottosviluppati” e “arretrati”); si ripiegò insomma sull’altra fantasia, d’origine maoista (diciamo che si attribuì tale concezione a Mao come molte altre pur esse poco sensate), delle “campagne” (i paesi del terzo mondo appunto) che accerchiavano le “città” (i paesi capitalistici avanzati con tutta la loro classe operaia, che al massimo avrebbe nutrito qualche solidarietà da diseredati a diseredati; anche se “diseredati” di ben diverso livello di benessere). Il terzomondismo (cui mai aderii né in teoria né in pratica) era chiaramente l’ultima spiaggia di chi sognava la rivoluzione affrancatrice dell’intera umanità, ineluttabilmente proiettata verso le “meraviglie” dell’eguaglianza e della fratellanza fra tutti gli “oppressi”. Un corollario, del tutto errato, fu che i paesi capitalistici vivevano dello sfruttamento dei paesi di questo terzo mondo; senza di essi, il capitalismo sarebbe morto soffocato, d’asfissia, per l’impossibilità di realizzare il plusvalore prodotto dai suoi operai (anche questi, quindi, sempre più impoveriti, si sarebbero infine rivoltati).

Una speranza (in realtà, una disperazione) dietro l’altra; il terzo mondo, nei suoi più popolosi paesi (Cina, India, Brasile, ecc.), deluse di nuovo i sognatori del “riscatto umano”. Pur con tutte le difficoltà e l’accentuarsi – tipico di ogni processo di sviluppo – delle differenze tra vari strati sociali, il terzo mondo si è dissolto e ha dato origine ad altre fantasticherie tipo il BRICS quale motore di una nuova trasformazione (rivoluzionaria, manco a dirlo), pur essa in via di ineluttabile avvitamento su se stessa. Che cosa hanno escogitato a questo punto i sognatori di tutte le rivoluzioni fallite miseramente, dopo aver perso ogni possibilità di guidare masse proletarie e/o contadine verso i luminosi destini dell’“emancipazione umana universale”? Si sono bellamente trasformati in rappresentanti di un “mondo nuovo”, scintillante di idee che rivoluzionano ogni vecchio e tradizionale costume, la vecchia morale, ecc. Il tutto però facendosi ben finanziare da vecchi e nuovi settori capitalistici, abbastanza furbi da capire come anche le “rivoluzioni” – basta che non intacchino il loro effettivo potere, situato nelle sfere sociali della politica e dell’economia, e si limitino appunto a portare avanti nuove “ideologie libertarie”, puramente ispirate al “fai tutti i c…. che ti piace fare” – si possono indirizzare verso il rafforzamento di questo loro potere.

E la sinistra, oggi, questo è diventata. Si è fatta portatrice di “nuove idee”, che non hanno più nessuna base nello “sfruttamento”, cioè nell’estorsione di pluslavoro/plusvalore dagli operai, dai “dannati della terra” (i popoli dei paesi sottosviluppati). L’idea del “fai che c…. ti piace di più fare” si è ricongiunta con la vecchia idea del “sii pietoso con i miseri”, concedi loro tutto quello che puoi concedere. Naturalmente sotto l’attenta supervisione dei poteri effettivi, sempre vigili, che sanno ben orientare queste vecchie ubbie (in veste parzialmente nuova) al fine di rinsaldare la loro preminenza.

 

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Questa è ormai quella che chiamiamo sinistra e che continueremo stancamente a definire così senza accorgerci che non si tratta più, nemmeno per l’1%, della vecchia forza politica durata fino a circa mezzo secolo fa e tramontata con il ’68, travisato pur esso in svolta dell’“umano” sentire, di un nuovo rivolgersi “fraterno” verso i propri simili; mentre si è in realtà trasformato nel peggiore dei mondi possibili, dove ogni vera umanità – che deve riconoscere i suoi limiti, anche il “male” che l’attanaglia e la rende densa di significati effettivamente evolutivi, avviandola verso “profondità” da accettare e sondare, non da ignorare con irresponsabile superficialità – è stata travolta e resa conforme ai reali poteri, che dominano il mondo e di cui torme di insensati chiamati intellettuali sono dei propagandisti ormai fuori di cervello. Tuttavia è così: l’assennatezza è retrò. Spesso lo è veramente, ci si limita ad arretrare verso il vecchio mondo. Questo è a volte il comportamento della cosiddetta destra, che semplicemente ripiega su quelle posizioni dette, con una certa acutezza, “antitetico-polari”, mirabilmente utili a far risaltare la falsa brillantezza delle infinite porcherie che s’inventa la sinistra post-sessantottesca.

Prendiamo ad esempio l’ultima “scoperta” di quest’ultima: l’accoglimento indiscriminato dei provenienti da altri mondi, completamente diversi dai nostri, che fuggono da “laggiù” per venire dove credono di trovare salvezza e benessere. Sia chiaro che questo fuggi fuggi è stato provocato – e per certi versi anche in modo consapevole – da quella strategia degli Usa (di Obama-Clinton), che ha creato il massimo caos con le sue operazioni dirette non più al vecchio neocolonialismo. Faccio un inciso per spiegare questo bisticcio di termini. Il vecchio colonialismo (anglo-francese soprattutto) occupava realmente i paesi colonizzati. Quello americano del dopoguerra (che ha scalzato del tutto il precedente) si è basato sul sostegno a forze locali, perfino elette “democraticamente” (sovente, invero, con qualche aiuto “extra”), le quali detengono il potere favorendo la penetrazione degli Usa in tutti i sensi (non solo economicamente, ma in quanto autentica “sfera d’influenza”). Con la dissoluzione del cristallizzato bipolarismo (Usa-Urss), dopo un primo assai breve periodo in cui sembrava che ci si avviasse al monocentrismo statunitense, si è pian piano venuto delineando un ben diverso mondo tendente al multipolarismo. La nuova strategia americana ha pensato bene di creare, almeno per un discreto periodo di tempo, una vasta zona di continuo disordine, delle vere “paludi melmose”, con poteri “in carica” deboli, anche se costretti, proprio per questo, a usare metodi “d’amministrazione” assai duri e violenti, solo capaci di accrescere i disordini, che al “team” dirigente statunitense degli ultimi mandati presidenziali è sembrato il più conveniente per intervenire in modi svariati. Uno di questi è la creazione del “Male” (ad es. quello “terroristico” e islamico, tipo Al Qaeda e poi Isis e via dicendo) al fine di intervenire per combatterlo, ma in modo da favorire comunque l’avvento alla direzione di dati paesi di forze politiche assai deboli, orientate dai centri americani in questione.

Il disordine creato in vaste aree, soprattutto dell’Africa e del Medioriente, ha favorito la massiccia fuga di quote consistenti della locale popolazione, che si è riversata verso l’Europa e dunque pure l’Italia. Ho avuto la sensazione che questo “effetto collaterale” della strategia americana del caos fosse proprio voluto da oltreoceano per meglio controllarci visto che, dopo settant’anni di “liberazione”, stanno sorgendo in Europa determinati gruppi contrari all’attuale sua organizzazione pensata in funzione della nostra servitù agli Usa. Tuttavia, mi sembra che ora si possa anche constatare un’ulteriore conseguenza di tale fenomeno. Le odierne dirigenze europee intendono sfruttarlo per trovare appoggio nel reprimere le insorgenze autonomistiche (accusate, chissà perché, di populismo, in molti casi direttamente di fascismo o perfino nazismo). La vittoria di Trump ha creato disorientamento in simili dirigenze. Innanzitutto, bisognerà vedere se il neoeletto manterrà certi suoi propositi, che indubbiamente mettono un po’ in crisi la piatta subordinazione della UE. In ogni caso, quest’ultima si prepara al peggio e accentua le sue posizioni; come dimostra l’insensata proroga delle sanzioni anti-russe.

Quali le finalità di simili “bravi figli” dei “padri dell’Europa”, che la svendettero agli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale? A più lungo termine, influenzare una vasta massa elettorale riconoscente per l’accoglimento. In tempi più brevi, se fosse necessario, il reclutamento di bande di violenti – così divenuti in seguito allo sradicamento dalla propria cultura e terra e alle difficili condizioni qui incontrate – per sostituire una polizia e apparati di sicurezza, che saranno sempre più demotivati e magari incerti nel reprimere le proprie popolazioni, al fine di ridurre al silenzio (perfino “tombale”) le voci di dissenso via via più numerose. Il mutamento, sopra accennato, della “sinistra” – che ormai non ha più alcun seguito specifico in una “classe” (operaia) nient’affatto rivoluzionaria né nei “dannati della terra”, che avrebbero dovuto combattere l’imperialismo e “accerchiare” le “città capitalistiche” – ha creato alcuni vasti settori di “rimbecilliti” pronti al “volemose bene”; ma tanto bene che, non appena si accorgono del rifiuto del loro “credo” misericordioso da parte di molti gruppi sociali e politici europei, diventano acidi e intolleranti.

Questi falsi “democratici” che ho definito semicolti – perché hanno particolare seguito in dati settori di ceto medio, e soprattutto di quello che si “arrangia” nella sfera “pubblica” – sono la “base” manovrata da autentici farabutti e, lasciatemelo dire, effettivi delinquenti che non credono minimamente ai predicozzi “buonisti”, soltanto utili ai loro sporchissimi affaracci e a quelli degli imprenditori “cotonieri” ormai dilaganti dopo l’affossamento di quella che fu l’IRI (vera gloria italiana del tutto infangata dai giornalacci di questi banditi che giocano al liberalismo) e il resto dell’industria di tipologia pubblica; che andava invece difesa non tanto per questo suo carattere, ma perché, per ragioni storiche nostre peculiari, essa ha riguardato settori strategici (tipo l’energia) e di rinforzo di una nostra almeno parziale autonomia, mentre quella privata, in linea generale, è sempre stata pronta ai più bassi servizi allo straniero (ben anticipò l’8 settembre ’43, trattando segretamente con gli “alleati” continuamente).

Si tratta di un insieme di sostanziali traditori. Essi sono stati contrastati dal settore industriale “pubblico” per circa tre decenni dopo la guerra, ma poi hanno prevalso a grado a grado fino alla vergogna e infamia attuali delle loro scelte politiche ed economiche. Detto per inciso, affermo decisamente che credo assai poco ad un Mattei fatto fuori dalle “sette sorelle”. Dati ambienti Usa erano probabilmente d’accordo con la sua eliminazione; tuttavia, certe mene sono state condotte pure (e soprattutto) all’interno del nostro paese da settori politici e industriali ben precisi, che hanno sempre tradito e che ben più tardi furono pienamente favoriti dall’operazione “mani pulite”, mediante la quale fu annientata la prima Repubblica salvando Pci e sinistra Dc quali servitori ancora più abietti della potenza preminente. Lo stesso dicasi per l’eliminazione (non fisica) di Felice Ippolito, pur se questi si era persino iscritto al Pci (ma non gli fu sufficiente per salvarsi dall’estromissione con annessa galera).

Tornando al discorso principale, è chiaro che avere a disposizione masse di “diseredati” – strappati al loro mondo e sbattuti in uno, come il nostro, tanto diverso – è considerato una manna del cielo. Dobbiamo aspettarci che, in un certo senso, diminuirà (forse) l’appoggio americano agli “sradicati”, che saranno invece accolti, nutriti, remunerati dai nostri gruppi “dirigenti” felloni per impedirci, con le loro azioni violente e tese ad intimorirci, di liberarci di loro. Se ancora qualcuno crede – e le “opposizioni” nel nostro paese (e non solo) ci credono – di prevalere con il voto, si accorgerà di aver favorito i giochi di questi opportunisti e “brutti ceffi”, assai pericolosi per le nostre sorti.

 

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Per quanto mi riguarda, ritengo ormai finita definitivamente l’epoca in cui si poteva quanto meno illudersi sulla rivoluzione proletaria e sulla lotta dei popoli del terzo mondo. Chi ancora sostiene simili tesi è un sopravvissuto, ma in via di scomparsa. E’ da un pezzo che la pretesa lotta di classe si era ridotta a semplice lotta sindacale per migliori condizioni di vita e di lavoro, per opporsi ai licenziamenti, ecc. Nulla di rivoluzionario e nemmeno di riforma sostanziale del sistema detto capitalistico. I mutamenti che questo ha subito sono stati provocati dal conflitto tra gruppi dominanti. Quanto alla lotta antimperialista dei popoli del terzo mondo, è pur essa finita da un pezzo. Siamo arrivati al punto che pretesi antimperialisti e addirittura comunisti hanno appoggiato rivolte tipo quella che ha abbattuto Gheddafi e altre del genere, assolutamente organizzate e dirette proprio dai centri di potere detti imperialisti; e soprattutto proprio quelli della potenza ancora predominante. Quindi i comunisti e gli antimperialisti sono o dei farabutti venduti a chi sostengono di combattere o dei perfetti decerebrati resi ottusi da tutte le disillusioni sofferte. Gente da buttare al macero e dalla quale guardarsi; anch’essi, come quote degli immigrati, potrebbero essere reclutati dai gruppi dominanti per azioni violente e assassine contro chi comunque comincia almeno ad essere malcontento della nuova fase storica che avanza.

Borghesia e proletariato (classe operaia sostanzialmente) – che hanno per tanto tempo illuso circa la possibilità di un loro conflitto antagonistico in grado di trasformare il capitalismo in socialismo – si sono evidenziate per decantazione del “Terzo Stato” in seguito a processi sociali successivi soprattutto alla rivoluzione francese del 1789 e a quella detta “industriale”, sfociati nel ben noto “quarantotto” (del XIX secolo), sommovimento soffocato in breve tempo ma con esiti pur sempre di passaggio d’epoca e di lungo periodo. Per troppo tempo, proprio i marxisti (e il movimento operaio in specie nella sua componente divenuta poi rete dei partiti comunisti con la III Internazionale) hanno continuato a pensare a questo tipo di lotta credendo alla messa in moto – soprattutto dopo la rivoluzione d’ottobre in Russia – della “costruzione del socialismo” (la prima fase della società comunista).

I gruppi che hanno preso il potere in tale paese hanno infine messo in moto un intenso processo di industrializzazione – e per merito del nucleo staliniano privo delle “manie” di certi comunisti di promuovere la rivoluzione internazionale, intenzione che avrebbe solo portato all’indebolimento e poi dissoluzione dell’URSS già prima della seconda guerra mondiale – senza tuttavia comprendere che tale processo comportava, superato un certo livello di sviluppo, la riduzione relativa della classe operaia di fabbrica e l’ingrossamento dei cosiddetti “ceti medi”, assimilabili in senso molto lato a una sorta di nuovo “Terzo Stato”, in cui non si sono ancor oggi affermati autentici processi di decantazione. Questo tipo di sviluppo – nel dopoguerra già con Stalin, ma in modo accentuato nel periodo successivo – è stato uno dei motivi delle difficoltà crescenti dell’Urss seguite poi dalla sua dissoluzione (assieme al “campo socialista”); altro che le sciocchezze raccontate sui meriti di Reagan, che avrebbe annientato l’Urss costringendola ad eccessive e insostenibili spese militari.

Indubbiamente, nei paesi del capitalismo (non quello borghese, ma “all’americana”), si è avuta una molto maggiore elasticità e si è assicurata la crescita e la trasformazione del sistema dei rapporti tra gruppi sociali, dando libero sfogo all’ampliamento di tali ceti medi; con il formarsi di quella conformazione “a botte” della distribuzione del reddito, che vede appunto una bella rotonda “pancia” nei suoi strati centrali. Da alcuni anni – e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss e l’inizio di una crisi di stagnazione di lungo periodo (da me assimilata a quella di fine ‘800), non semplicemente economica bensì soprattutto legata alla sregolazione del sistema complessivo – si sta assistendo ad una qualche decantazione di questo ceto medio; che tuttavia viene solo studiata sul piano della distribuzione del reddito (non più “a botte” bensì tendente alla forma piramidale) mentre non viene affatto capito quale possibile conformazione assumerà la stratificazione sociale e la differenziazione, forse un giorno nettamente conflittuale, tra i diversi ceti oggi ricompresi in quello medio.

I soliti sopravvissuti marxisti e comunisti, in anni relativamente recenti, hanno voluto interpretare tale processo ancora in termini di proletarizzazione dei tecnici e specialisti, soprattutto quelli dei settori produttivi. Basta con queste vecchie e svianti tesi. Vogliamo riconsiderare attentamente i fenomeni di fine XIX secolo e primi anni del XX? La crescita del cosiddetto “movimento operaio” e la non ben intesa accentuazione della separazione e conflitto tra borghesia e, appunto, classe operaia (sempre usata come sinonimo di proletariato), ha causato errori grossolani. Non ci si è accorti che le rivoluzioni “proletarie” del XX secolo sono state eminentemente contadine; i gruppi dirigenti (prima in Urss e poi in Cina e altri paesi sempre più sottosviluppati tipo Cuba e Vietnam, ecc.) hanno continuato a credere che, in definitiva, lo spirito rivoluzionario albergasse pur sempre negli operai (le cui fila crebbero dopo la rivoluzione e l’industrializzazione; e dove fu possibile promuovere quest’ultima, non certo a Cuba ad esempio).

Invece, le masse che seguivano le élites rivoluzionarie erano contadine e non minimamente interessate al comunismo (non a caso, a pochi anni dalla rivoluzione d’ottobre si dovette dar vita alla NEP). Dopo un buon decennio vi fu la svolta dell’industrializzazione accelerata, credendo che la forte crescita della “classe operaia” (sempre pensata quale autentico “soggetto rivoluzionario”) avrebbe consentito ai gruppi dirigenti, arroccatisi nel controllo del partito/Stato, di svolgere infine la loro funzione di guidare la transizione verso il socialismo e infine comunismo. Accadde invece che, superata la prima fase del processo di sviluppo industriale, si formarono ampi ceti medi conculcati nelle loro aspirazioni di crescita sociale (e di reddito). A questo punto quei gruppi dirigenti assunsero una conformazione rigida, fortemente centralizzata, priva di veri processi di ricambio che non fossero segrete lotte intestine con esiti micidiali, sempre con il complesso dell’accerchiamento e dell’attacco da parte dei nemici. Ci fu malgrado tutto e per un discreto periodo di tempo la capacità di incrementare soprattutto i settori della potenza militare con gli annessi processi di ricerca tecnologica, soprattutto diretti però al fine del rafforzamento belico. In definitiva, venne a mancare la capacità di dirigere una società via via più complessa e differenziata, con gli esiti cui abbiamo infine assistito.

 

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In definitiva, il movimento operaio – una volta prodottasi la precipitazione e decantazione del Terzo Stato – ebbe il suo periodo di maggior vigore con la II Internazionale, tra il 1889 e il 1914, cioè nel periodo in cui si ebbe la sregolazione mondiale con crescita del multipolarismo, cioè con l’enuclearsi di potenze quali Usa, Germania e, appena più tardi, il Giappone, che entrarono in sempre più accentuato conflitto tra loro e con l’Inghilterra, la potenza preminente a lungo nel XIX secolo. Assieme alle potenze maggiori continuarono a sussistere quelle minori (per certi versi subpotenze) tipo Francia e Russia. In ogni caso, il policentrismo acutamente conflittuale durò fino alla seconda guerra mondiale. Già nella prima, però, a ben considerare oggi gli andamenti di allora, il movimento operaio aveva esaurito la, fra l’altro presunta, sua funzione rivoluzionaria nell’ambito della formazione sociale detta capitalistica. Si svilupparono invece rivoluzioni a base contadina (pur guidate da élites ancorate al comunismo e marxismo) che, come già detto, hanno fallito nei compiti postisi pur provocando nel mondo ampi mutamenti, ma non in direzione del socialismo. La precedente società capitalistica (pensata sul modello inglese così come aveva fatto Marx, che non poté ovviamente vedere gli sviluppi successivi) fu trasformata dagli Stati Uniti, divenuti la potenza predominante in più di mezzo mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Durante il periodo di progressiva affermazione del multipolarismo a partire da fine ottocento, si ebbe appunto la sregolazione del sistema internazionale, la stagnazione del 1873-96 (non generale e non priva di momenti di qualche ripresa), il prodursi della seconda rivoluzione industriale, infine la progressiva diminuzione relativa (in percentuale di lavoratori complessivi) degli operai e lo sviluppo del ceto medio, che mise in crisi il vecchio modello capitalistico (e non fu, come già detto, ben affrontato nei vari paesi in cui si è verificò la presa del potere da parte di movimenti definitisi comunisti); fu il capitalismo americano ad affermarsi e ad avere successo nell’“assorbire” e rendere vitale questa modificazione sociale. In effetti, qualcosa di simile, in relazione ai ceti medi, fu tentato dal movimento detto fascista; e bisognerà afferrare meglio come mai fu sconfitto e non soltanto, credo, secondo le modalità belliche.

L’importante è tenere conto che le trasformazioni delle strutture dei rapporti sociali, accompagnate da fenomeni economici quali stagnazione e crisi, si produssero soprattutto nell’ambito dell’acutizzarsi dei conflitti legati alla nascita di nuove potenze, subpotenze, accompagnata dalla subordinazione (più o meno accentuata) di molti paesi situati nelle loro sfere d’influenza. Si trattò di quei fenomeni tipici del cosiddetto imperialismo; e anche Lenin – proprio in polemica con marxisti “invecchiati” quali Kautsky e altri secondinternazionalisti – definì l’imperialismo non come colonialismo bensì come conflitto tra potenze per le sfere d’influenza. Da questo punto di vita, il “terzomondismo” della seconda metà del secolo scorso fu proprio una tarda degenerazione della visione sostanzialmente kautskiana, pur facendo riferimento al neocolonialismo di impronta americana invece che a quello di più antica tradizione (anglo-francese).

Oggi sembra che ci si stia effettivamente avviando a una nuova fase multipolare con alcuni fenomeni già visti in passato quali la sregolazione mondiale con fase di stagnazione in molti paesi (e specialmente in Europa al momento). Siamo pure in forte mutamento tecnologico nell’ambito di quella che viene definita quarta rivoluzione industriale (forse è soltanto una accentuazione della terza, ma non cambia molto la sostanza del problema). Stanno forse verificandosi parziali fenomeni di decomposizione e decantazione (precipitazione) all’interno dei ceti sociali definiti medi. Per il momento constatiamo, economicisticamente, la modificazione del “modello a botte” nella distribuzione del reddito (nei paesi a capitalismo più avanzato, di tipologia americana). Non è escluso che infine un “novello Marx” individui la nuova stratificazione in atto; così come egli vide e teorizzò quella tra borghesia e proletariato, cioè tra ceti di proprietari capitalistici e ceti operai dei settori industriali.

E’ quindi rilevante al momento – dopo aver dato un calcione definitivo a tutte le vecchie ciance sulla lotta di classe, sulle “meraviglie” o i “crimini” del comunismo e, ovviamente, del fascismo; a seconda del particolare orientamento di superficiali e degradati ideologi e politicanti che ancora pullulano nei media dove possono parlare solo loro – seguire l’andamento dei conflitti tra i vari paesi nel nuovo multipolarismo in fase di crescita. Si dovranno afferrare bene quali saranno le effettive potenze e subpotenze in conflitto tra loro e con gli Usa; e come andranno configurandosi le sfere d’influenza, in cui sono posizionati i vari paesi soggetti a più o meno accentuata subordinazione a quelli più forti.

Marx commise l’errore (e noi con lui) di pensare un solo modello di capitalismo che si sarebbe diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo; nutrì inoltre la ferma convinzione che la causa del definitivo affermarsi della nuova formazione sociale fosse la divisione del Terzo Stato in borghesia e proletariato, che si sarebbero affrontati in vista della sua trasformazione rivoluzionaria in socialismo e comunismo ad opera del secondo. Egli sostenne inoltre che la lotta tra classi dominanti e dominate aveva caratterizzato l’intera storia dell’umanità. Sembra forse più convincente un rapporto causa-effetto inverso a quello da lui considerato. Il conflitto tra gruppi dominanti – che si sono serviti di quello che chiamiamo Stato, però assai diverso in tempi diversi – ha provocato, in dati periodi cruciali dello stesso, radicali rivolgimenti sociali con l’emergere di nuovi gruppi e ceti dominanti e dominati e il decadere dei precedenti. Nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, ad esempio, tale conflitto condusse infine alla decadenza dei ceti nobiliari e nel contempo, ovviamente, anche a quella della servitù della gleba. Sono emersi altri raggruppamenti sociali che sono andati poi differenziandosi al loro interno; e date minoranze – quelle effettivamente dimostratesi in grado di dirigere i processi di trasformazione – hanno preso il potere, subordinando altri strati sociali.

Dobbiamo quindi oggi seguire con attenzione il conflitto tra gruppi dominanti, che si servono degli Stati nella loro versione moderna. E’ per questo che nel momento presente risalta con tutta la sua evidenza, dato l’accentuarsi del multipolarismo, il conflitto tra Stati. In seguito a quest’ultimo andrà accentuandosi quello tra gruppi sociali, rappresentati dai loro nuclei dirigenti di tipo politico che si battono in base alle varie mosse strategiche poste in atto. E sono essi, in definitiva, a perdere o vincere, assegnando la supremazia ad alcuni di questi gruppi sociali e assoggettandone altri. Dobbiamo favorire l’accentuarsi del multipolarismo e quindi volgerci a quei nuclei politici intenzionati a perseguire tale finalità. Vanno in particolare appoggiati quelli che si pongono in antagonismo netto con chi si adopera per far restare il nostro paese nettamente subordinato nella sfera d’influenza di altre potenze.

Certamente, così comportandoci, dobbiamo pure restare vigili di fronte ai fenomeni sociali (riguardanti insomma la struttura dei rapporti tra gruppi sociali) per cogliere, non appena possibile, quale decantazione avverrà in quelli che oggi indichiamo genericamente come ceti medi. Alla fine emergeranno delle divisioni più nette e conflittuali; si vedrà allora quali strati sociali favoriranno mutamenti da potersi ritenere un avanzamento progressivo e quali invece difenderanno quanto verrà considerato un mero ancoraggio a vecchi sistemi di rapporti, pericolosi perché apportatori di degrado e disfacimento della nostra società.

Qui però mi fermo, avendo, credo, individuato qualche idea atta ad orientarci nell’analisi dei nuovi fenomeni in fase di svolgimento. Tuttavia, spero anche di aver fatto comprendere quanto siamo indietro in tale analisi e come siamo impediti in essa dalla presenza di gruppi (sub)dominanti asserviti alla potenza ancora predominante; gruppi che fanno parlare solo i “loro” intellettuali, di grande presunzione e incapaci di pensare senza stereotipi di sconfortante banalità. Mettiamoci in marcia!

Commento all’articolo di Buffagni (di Massimo Morigi)

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5 dicembre 2016 – Nell’ottima – e per molti versi condivisibile – analisi dell’amico Roberto Buffagni ne ” Le probabilità (scarse) di affermazione di un fronte nazionale in Italia” si rileva un soggetto che brilla per assenza, il movimento cinque stelle. Oltre che per le rilevate ragioni da Buffagni che ostacolano in Italia l’affermazione di qualcosa di simile a un fronte nazionale modello francese (e anche al di là della sacrosanta necessità di disintegrare la sinistra italiana), è da rilevare che, allo stato attuale, il principale ostacolo in Italia per innestare un reale ed efficace movimento sovranista è il movimento cinque stelle che ha fatto dell’assenza assoluta di un qualsiasi programma con un minimo di intelligibilità la sua formula vincente (non dell’ ambiguità e/o della scarsa credibilità: questa è roba da vecchi arnesi della politica: onestà, onestà è il suo grido di battaglia. Ergo si è in presenza – come fra l’altro è stato ampiamente dimostrato – di un movimento che può assumere tutte e nessuna posizione politica e che proprio per questa sua aurea caratteristica, oltre a far man bassa di voti fra le fasce di elettori la cui educazione è solo quella di tipo informatico, è lo strumento ideale per eterodirezioni di ogni tipo e provenienza). In presenza di questa tragica immaturità dello scenario politico italiano, temo fortemente che i rimedi proposti dall’amico Buffagni ( legarsi a movimenti antisinistra e all’interno di questi condurre una battaglia culturale oltre che politica) sconti con eccessivo ottimismo questa ulteriore degenerazione politico-culturale rappresentata dal movimento cinque stelle. Giudico pertanto unica soluzione razionalmente possibile non tanto associarsi a stanchi movimenti e partiti che, sfibrati eredi della destra della prima repubblica – o eredi delle disillusioni di questa – dell’ambiguità e del gabbare il povero elettore han fatto bandiera (mi vien da ridere pensare che costoro non solo dovrebbero combattere con efficacia la sinistra ma dovrebbero anche contrapporsi al vivacissimo e – letale per le sorti d’Italia – movimento cinque stelle) ma al contrario, impegnarsi per la costruzione ab imis di un movimento politico-culturale che sulla scorta, fra l’altro, dell’inquadramento teorico (ma anche pratico, molto pratico, anche se non di facile implemetazione: a questo proposito si rimanda al Vom Kriege di Von Clausewitz e alle sue considerazioni sulla semplicità teorica e complessità applicativa dell’ arte della guerra …) di Gianfranco La Grassa possa veramente generare quel previano riorientamento gestaltico che investa in una indissolubile e al tempo stesso dinamica unità dialettica il momento culturale e quello politico. Oltre a Gianfranco La Grassa e a Costanzo Preve, riaffiorano così certe presenze che ci sono state sempre care: un certo Machiavelli, un certo Gramsci, un certo principe rinascimentale, un certo principe moderno. Se ne può parlare , se ne deve parlare (e, ovviamente, si deve anche agire) …

 

Destra e Sinistra di R. Buffagni

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Da un commento di Roberto Buffagni postato su: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2016/11/make-italy-great-again.html#comment-form

 

 

In effetti e *oggettivamente*, secondo la formula prediletta da Stalin, oggi il clivage principale dello scontro politico non è tra sinistra e destra, ma tra forze favorevoli e contrarie alla UE e all’euro, quali che ne siano provenienza e cultura politica. In linea di principio e in un mondo migliore, la strategia del superamento del clivage destra/sinistra e della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in nuovo partito – tra forze politiche provenienti da sinistra e da destra, allo scopo di uscire dall’eurozona e di riappropriarsi della sovranità nazionale alienata alla UE, sarebbe la più adeguata alla fase politica.

Peccato che secondo la mia valutazione – che può, beninteso, essere sbagliata – in Italia l’edificazione di questa alleanza è impossibile in tempi politici prevedibili (5-10 anni); non solo, ma il tentativo di crearla può rivelarsi gravemente controproducente.

Una forza politica che – pur tra limiti e contrasti interni – da anni si sta trasformando per superare il clivage destra/sinistra ed opporsi efficacemente a UE ed euro è il Front National di Marine Le Pen. Sinora, la riconversione strategica ha avuto successo, tant’è vero che il FN è il primo partito di Francia, e Marine Le Pen ha la reale possibilità di vincere le presidenziali del 2017. Il Front National, nato da Vichy e dall’OAS contro il gaullismo e de Gaulle, ha oggi una linea gaulliana, cioè a dire una linea politica patriottica che difende insieme l’interesse nazionale e l’interesse dei ceti popolari (il FN oggi si prende il voto operaio che fino a poco fa andava a sinistra). Questa metamorfosi ha dovuto innestarsi su una solida base di nazionalismo “di destra”, per il fatto elementare che il nazionalismo “di sinistra”, che pure in Francia c’era, è stato cancellato dall’adesione della sinistra alla UE.

In Italia, purtroppo, una riedizione come che sia aggiornata dell’esperimento FN è impossibile – almeno per un’ “ora” nient’affatto breve – perché l’Italia non ha avuto un Charles de Gaulle, cioè un nazionalista antifascista che, rappresentando nella sua persona la continuità dello Stato e l’indipendenza della patria dopo la sconfitta bellica e la collaborazione col nemico occupante, ha saputo risparmiare alla Francia il destino di nazione vinta e occupata dalle forze vincitrici della IIGM. L’Italia ha avuto Benito Mussolini e Pietro Badoglio, il 25 luglio e l’8 settembre: la continuità dello Stato, l’indipendenza della patria, persino l’idea di nazione e di interesse nazionale come valori sovraordinati alle appartenenze politiche, sono stati travolti dal disastro fascista, dalla fine disonorevole della dinastia, da una guerra civile in cui entrambi i campi si sono subordinati a potenze straniere, dalla sconfitta bellica e dall’occupazione militare alleata.
In Italia, quindi, manca la base – ancor prima culturale e ideologica che politica – su cui innestare un progetto di fronte nazionale, che, lanciando una parola d’ordine del tipo “la destra dei valori, la sinistra del lavoro”, si proponga di superare contrapposizioni politiche ormai incapacitanti in nome dell’indipendenza della patria, della sovranità dello Stato, dell’interesse della nazione e del popolo italiano.
Mi si obietterà: ma certo che c’è, la carta dei valori intorno alla quale costruire il Fronte Nazionale di Liberazione! C’è la Costituzione! La Costituzione italiana, che presidia la sovranità popolare, difende la democrazia e il lavoro, ed è incompatibile tanto con le usurpazioni di sovranità e legittimità commesse dalla UE con la complicità dei governi italiani, quanto con le politiche economiche imposte da UE ed euro, che intenzionalmente producono disindustrializzazione, disoccupazione di massa e progressivo peggioramento delle condizioni di vita del popolo italiano.

E’ così? Davvero la Costituzione italiana può far da base all’alleanza politica che darà vita al Fronte Nazionale di Liberazione dall’euro e/o dalla UE? Io penso di no. Spiego perché.

La Costituzione antifascista non è un valore o una piattaforma che possa accomunare destra e sinistra italiane antiUE/antieuro e farle ritrovare intorno a un programma minimo comune. L’aggettivo “antifascista” non è un fatto accessorio, è una qualificazione decisiva. Nella destra italiana, il fascismo è un residuo minimo, e dunque non è questo l’ostacolo. L’ostacolo principale è invece un fatto storico molto rilevante: che dopo il 1945, con la (benemerita) decisione di Togliatti e di Stalin di conformarsi a Yalta, e cioè di non perseguire anche qui la linea della guerra civile in vista dell’instaurazione di una “democrazia popolare” (come invece fu tentato proprio in Grecia), il PCI ha sostituito la linea “rivoluzionaria di classe” con la linea “antifascista e interclassista” e il mito (sottolineo due volte mito) della Resistenza. Cioè a dire, la linea del CLN.
Quando si proclamano “i valori della Costituzione” a un elettore di destra, automaticamente egli intende “valori di sinistra”. Non conta, qui, se l’elettore di destra sia un liberale, un leghista, un fascista, un cattolico tradizionalista, un nazionalista, etc.: conta che “la Costituzione più bella del mondo” per l’elettore di destra è anzitutto la Costituzione di una parte politica (non la sua). Quando la sente nominare, assocerà mentalmente cose diverse, a seconda dei suoi interessi e della sua ideologia: assistenzialismo e Roma ladrona se è leghista, sindacati e tasse se è un liberale, divorzio e aborto se è un cattolico tradizionalista, stragi partigiane e tradimento dell’alleato se è un fascista, occupazione americana e perdita dell’indipendenza se è un nazionalista, etc.: non assocerà mai “la preziosissima carta fondamentale della nostra patria”. La realtà a lui più simpatica a cui la potrà associare è la Prima Repubblica, per la quale alcuni (non tutti) gli elettori di destra provano una certa nostalgia, specie se non sono più giovani.
Qui non affronto il tema se l’elettore di destra abbia torto, ragione, torto e ragione insieme, etc.: segnalo soltanto il fatto che è così, e aggiungo un paio di esempi che possono illustrare meglio questa realtà.

Primo esempio. Al suo insediamento, il presidente Mattarella è andato a omaggiare i caduti delle Fosse Ardeatine. Così facendo, egli non ha reso omaggio alla nazione: altrimenti, avrebbe omaggiato l’Altare della Patria, che sta lì a due passi. Ha reso omaggio a una parte della nazione, quella che appunto si riconosce nella narrazione antifascista e di sinistra e nel mito della Resistenza. Però c’è anche un’altra parte della nazione che non vi si riconosce, e non è composta esclusivamente di nostalgici di Salò: anzi.
Secondo esempio. Quando gli antieuro/antiUE chiamano “fascista” la politica della UE e il meccanismo dell’euro, io capisco benissimo perché lo fanno: per sottolinearne l’antidemocraticità, l’illegittimità e l’incostituzionalità. Però, l’apposizione dell’etichetta “fascista” alla UE e all’euro segnala una contraddizione che rischia d’essere incapacitante, e un equivoco pericoloso. Perché?
In primo luogo, perché non tutti i regimi antidemocratici sono fascisti: anzi, in questo caso è vero l’esatto opposto. Sono proprio gli eredi legittimi dell’antifascismo (USA + classi dirigenti antifasciste europee, socialdemocratiche, liberali e cattoliche) ad avere impiantato e a sostenere UE ed euro. Mentre il fascismo (che si è reso storicamente responsabile di mali ben più gravi dell’euro e della UE) è affatto incompatibile con UE ed euro: il fascismo storico è una forma estrema di nazionalismo, che tutto avrebbe potuto fare tranne regalare sovranità a una entità sovranazionale come la UE; il fascismo storico fu anche antiliberale, statalista e dirigista, e dunque non avrebbe mai sostenuto il “più mercato meno Stato”, la libera circolazione di capitali e forza lavoro, la doverosa accoglienza di un numero imprecisato di stranieri sul suolo nazionale, e le altre formule liberali e liberiste care alla UE.
Insomma, la “democrazia”, cioè il principio legittimante secondo il quale la sovranità appartiene al popolo, può effettivamente essere un minimo denominatore comune tra destra e sinistra antiUE/antieuro, per la ragione principale che è l’unica arma di cui dispongono contro il comune nemico, che del parere dei popoli e delle elezioni fa volentieri a meno. Non può esserlo la Costituzione.

L’Italia è, malauguratamente, un paese profondamente diviso. Il giorno in cui, nei momenti solenni della vita nazionale, tutti gli italiani senza distinzione di parte politica trovassero naturale cantare insieme, spontaneamente e senza retropensieri, l’inno nazionale, si potrebbe pensare alla costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione. Oggi, questo può accadere – forse – solo quando la Nazionale italiana di calcio partecipa a una competizione internazionale importante. Purtroppo, non basta.
Segnalo un sincronismo assai significativo. La proposta di un Fronte Nazionale di Liberazione avanzata da più parti coincide con la proposta di un Partito della Nazione lanciata da Matteo Renzi. Lo trovo un sintomo da non trascurare, e anzi chiarificatore ed allarmante. Il più grave errore del fascismo storico, che origina dal suo rifiuto di principio del pluralismo politico, è proprio la pretesa di identificare, ossimoricamente, partito e nazione. La nazione, che è l’insieme di tutto un popolo che si radica nel passato dei suoi morti e si protende, attraverso i viventi, verso i suoi figli futuri, non può venire identificata con un partito, che ne è per definizione una parte, senza che ne conseguano due effetti: 1) chi non appartiene al partito non appartiene alla nazione, e dunque non gode, almeno sul piano etico e culturale, della piena cittadinanza 2) la nazione e l’interesse nazionale non potranno mai più essere valori sovraordinati alle altre appartenenze e lealtà, perché la nazione è stata identificata con una parte politica, e ne condivide la transeunte relatività e parzialità: simul stabunt, simul cadent.

In sintesi: chiunque fondi il “Partito della Nazione” prepara senza saperlo la dissoluzione, senz’altro spirituale ma in circostanze favorenti anche materiale e politica, della sua patria.

Nella lotta politica italiana dei prossimi tempi, il costituendo Fronte di Liberazione Nazionale potrebbe dunque contrapporsi al costituendo Partito della Nazione; e lo scontro si incentrerebbe, per forza di cose, intorno al quesito: “chi è autenticamente italiano? Chi appartiene davvero alla nazione?” Basta rifletterci un momento per accorgersi che questa è la ricetta della guerra civile, un piatto indigesto che ci siamo ammanniti più d’una volta, nella storia nazionale; e anche un buon compendio della tragedia politica nazionale italiana, inaugurata dal fascismo e solo rovesciata di segno dall’antifascismo.
Dunque, se non è possibile un Fronte Nazionale di Liberazione contro l’euro e/o la UE, è impossibile agire politicamente?
Io non penso. Spiego perché.

Si può sempre agire politicamente, non appena si sia designato il nemico : perché caratteristica fondante del politico è, appunto, la coppia di opposti amico/nemico.
La domanda a cui si deve rispondere è: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? Personalmente, rispondo di sì.

Risponde di no, per esempio, la sinistra critica, che rappresenteremo in Stefano Fassina, perché sebbene egli constati che “nella gabbia liberista dell’euro” “la sinistra…è morta”, propone come sola “via d’uscita” “il superamento concordato della moneta unica, esemplificato ad esempio nella proposta di ‘Grexit assistita’ scritta dal Ministro Schäuble e avallata dalla Cancelliera Merkel”, e la giudica “l’unica strada realistica per evitare una rottura caotica dell’eurozona e derive nazionalistiche incontrollabili”.
Fassina dunque considera l’attuale UE un avversario, non un nemico; incardina il proprio disegno politico sullo spostamento degli equilibri politici interni alla UE, e lo subordina alla vittoria di una linea politica (minoritaria) interna al paese egemone. In sintesi Fassina ripropone, in forma più radicale, più seria e più coraggiosa – e dunque più dannosa perché più credibile – la tesi delle due UE: la UE realmente esistente (falsa e cattiva) e la UE possibile (vera e buona).

Le obiezioni alla tesi delle due UE sono note, ma qui ne sottolineo una: e se ti dicono di no? se lo spostamento degli equilibri politici interni alla UE non riesce, se la linea Schäuble perde, che fai? Qual è la tua ragion d’essere politica e la tua strategia? Detto altrimenti, qual è il tuo nemico? La UE e l’euro nel cui quadro “la sinistra…è morta” o le “derive nazionalistiche incontrollabili”?
La tesi delle due UE non conduce a un’azione politica vera e propria, ma a un circolo vizioso nevrotico: avanzare petizioni farcite di appelli ai principi di sinistra della “buona e vera UE possibile”, facendole seguire da violente, isteriche proteste verbali ogni volta che la petizione non viene accolta e i principi vengono disattesi dalla “falsa e cattiva UE realmente esistente”: l’esatta dinamica della sciagurata trattativa tra governo Tsipras e vertici UE.

Certo: è probabile che una recisa dichiarazione di inimicizia verso UE ed euro condannerebbe Fassina a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno dei dissidenti del PD, a cui si rivolge in vista della creazione di una nuova forza politica. Però, la tesi delle due UE da un canto condanna la costituenda nuova forza politica a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno della “UE realmente esistente”, e dall’altro replica lo schema tipico del rapporto di subordinazione e reciproca strumentalità tra sinistra di governo e sinistra massimalista (PD e SEL, per intenderci). La sinistra massimalista intercetta il dissenso antisistemico, e poi, nei momenti decisivi, lo spende per sostenere la sinistra di governo, che in cambio garantisce ai suoi quadri posti e finanziamenti: priva com’è di una strategia politica autonoma da quella della sinistra di governo, se la sinistra massimalista non segue questo schema semplicemente sparisce.

Uno spazio di azione politica vera e propria si apre solo se si risponde, senza ambiguità, alla domanda: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? 
Se si risponde di no – quali che siano le aggettivazioni e le mezze tinte che si accludono alla risposta – si agisce politicamente all’interno del quadro UE così com’è, con i rapporti di forza, le ideologie e gli schieramenti nazionali e internazionali realmente esistenti: e ogni riferimento a “un’altra UE possibile” resta pura e semplice espressione di un desiderio e/o mozione degli affetti a uso interno + slogan propagandistico a uso elettorale.

Se si risponde di sì, ne consegue immediatamente che i propri alleati sono tutti coloro che condividono la stessa valutazione, a prescindere dal resto (cultura e linea politica). Si può fare eccezione solo per chi si ponga su posizioni incompatibili con la nostra civiltà (per esempio, l’ISIS è certamente nemica della UE, ma non è un alleato possibile).

Per le ragioni esposte nella terza parte di questo scritto, non credo praticabile in Italia la via della costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione, e dunque considero sbagliata – non in linea di principio, ma di fatto – ogni proposta di alleanza strategica tra forze politiche organizzate provenienti da destra e da sinistra.
A mio avviso, se si vuole agire politicamente contro la UE le vie da percorrere oggi sono tre.

Una: influire culturalmente, nei canali disponibili e ciascuno secondo le proprie forze individuali o collettive, senza aderire ad alcun partito. Risulterà naturale che chi sceglie questa via si rivolga, principalmente, a chi appartiene alla sua cultura politica di provenienza: anche se probabilmente è proprio lì che incontrerà gli ostacoli e le sordità maggiori, perché nemo propheta in patria. E’ un lavoro indispensabile, prezioso e ingrato.
Due: aderire a una delle due sole forze politiche organizzate e rilevanti che in Italia si dichiarino (con gradi diversi di chiarezza e coerenza) nemiche della UE: Lega, e Fratelli d’Italia. Aderirvi in forma individuale o se possibile organizzata, partecipare al dibattito interno, scontare i limiti dell’adesione a una linea politica che non persuade per intero, e tentare di influirvi, cioè fare carriera nel partito per consolidarvi la vittoria (tutt’altro che definitiva) della linea anti UE e antieuro.

Tre: lavorare per dividere, mandare in confusione e battere la sinistra italiana. A mio avviso, infatti, la sinistra italiana è il problema principale, e senza una vera e propria metamorfosi non sarà invece mai (so che è una parola grossa) la soluzione.

In altri termini: la sinistra italiana è il nemico principale, all’interno dei confini nazionali, perché è il principale collaboratore della UE, che senza di essa non sarebbe mai riuscita ad affermarsi, a convincere e a vincere. Lo è perché nella sinistra italiana, sia quella di provenienza comunista, sia quella di provenienza cattolica, l’internazionalismo farà sempre aggio sulla difesa dell’interesse nazionale, e oggi l’internazionalismo si declina solo nel quadro UE; mentre la battaglia per il ripristino della sovranità dello Stato contro un’istituzione sovrannazionale come la UE può appoggiarsi solo su fondamenta nazionaliste: per prendere un topo ci vuole un gatto, non un cane.

Dunque la sinistra italiana va, anzitutto, divisa e mandata in confusione. Sono benemerite tutte le iniziative interne alla sinistra, individuali o organizzate, che la dividono, la indeboliscono, la riempiono di contraddizioni e le mettono in qualsiasi modo i bastoni fra le ruote e lo zucchero nel carburatore, per esempio incrementando l’astensionismo e la disaffezione di elettori e militanti. Particolarmente importanti le iniziative interne alla sinistra che contribuiscano a farle perdere la superiorità morale, il “moral high ground”, perché la dimensione morale del conflitto è la più importante, sul piano strategico (poi vengono la mentale e la fisica). Sono invece deprecabili, dannose e da battere le iniziative interne alla sinistra che si ripromettono di dividerla per creare altre formazioni di sinistra “autentica”, comunque denominate, perché non fanno altro che perpetuare l’equivoco, dare ossigeno a un nemico in affanno, e resuscitare per qualche anno o mese la cantafavola della superiorità morale della sinistra e la velenosissima tesi delle due UE, che è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico.

Soprattutto, la sinistra italiana va battuta. Il primo obiettivo da proporsi è che la sinistra italiana subisca una chiara sconfitta elettorale, chiunque sia a infliggergliela, fosse anche Attila re degli Unni. Ogni volta che la sinistra perde, perde la UE (anche se non è vero che quando vince la destra vincono le forze nemiche della UE).
Non lo dico per pregiudiziale ideologica avversa alla sinistra, anche se la cultura politica della sinistra non è la mia. Lo dico perché se vogliamo che la sinistra italiana sperimenti un “riorientamento gestaltico”, come lo definiva Costanzo Preve, ovvero la metànoia o conversione che la conduca a dichiararsi nemica della UE e dell’euro, dobbiamo sapere se ne verificheranno le condizioni di possibilità solo in seguito a un evento traumatico maggiore: cioè a un’inequivocabile, dura sconfitta.

Ricordo che la stessa identica dinamica si è verificata per la destra italiana: nella quale sono sorte e hanno conquistato la leadership posizioni nemiche della UE e dell’euro solo in seguito al processo dissolutivo da essa subito con l’avvento del governo Monti, la subordinazione e collaborazione del suo principale leader Silvio Berlusconi tramutato in prigioniero di Zenda e capo dell’opposizione di Sua Maestà, etc.

So che le posizioni che ho formulato qui sulla sinistra sono brutalmente semplificatorie. La cultura politica della sinistra non è la mia. La mia cultura politica è quella di un nazionalista moderato (moderato dal cattolicesimo, perché per me prima della patria viene Dio, e quindi non è lecito fare qualsiasi cosa in nome e nell’interesse della nazione). Non ritengo che la cultura politica della sinistra sia malvagia o irrimediabilmente erronea in sé. Ritengo che abbia bisogno di una profonda revisione, che può avvenire solo dal suo interno: per questo ho ammirato e incoraggiato l’opera di Costanzo Preve, del quale mi onoro d’essere stato amico. Lo stesso vale, d’altronde, per la cultura politica della destra: qui la più importante revisione è stata compiuta da Alain de Benoist; altre sono in corso d’opera e sono benemerite. Ritengo altresì che uomini degni di rispetto e ammirazione – o di avversione e disprezzo – ce ne siano in tutti i campi politici.
La brutale semplificazione che ho proposto è motivata da questo: che siamo in guerra, anche se non si spara. Scopo della guerra è imporre la propria volontà al nemico, i mezzi dipendono dalle circostanze. La guerra oggi in corso, che vede in un campo la UE e i ceti dirigenti proUE (alle spalle dei quali stanno gli USA), e nell’altro le nazioni e i popoli d’Europa, viene condotta con mezzi economici, giuridici, amministrativi, psicologici; il fatto che sia una guerra che non osa dire il proprio nome non la rende meno pericolosa e meno aspra.
Anzi: finché questa guerra rimane segreta e sottaciuta, è impossibile difendersi e combatterla, figuriamoci vincerla; l’esempio catastrofico di Tsipras mi pare esauriente.
Ora, per difendersi da una guerra di aggressione bisogna anzitutto: a) accorgersi che c’è, cioè accorgersi che qualcuno ti ha designato come nemico b) ricambiare il favore, cioè designare nemico lui c) delimitare i campi, che possono essere solo due, e chiarire chi sta nel campo nemico e chi sta nel campo amico d) situarsi di qua o di là e) dividere e battere il nemico usando tutti i mezzi atti allo scopo (dai quali escludo i mezzi violenti, per la ragione elementare che un passaggio al livello militare dello scontro importerebbe l’immediata e totale sconfitta del campo in cui mi situo io).
Designo la sinistra come nemico principale all’interno delle frontiere italiane perché la sinistra italiana si è totalmente identificata con la UE (salvo benemerite eccezioni, purtroppo quasi sempre individuali) e perché la sinistra è la principale portatrice della funesta tesi delle due UE, che, ripeto, è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico: sinistra = UE dal volto umano.

In altri termini: finché la sinistra resterà maggioritaria nell’opinione italiana, la maggioranza degli italiani continuerà a credere che la UE sia riformabile, cioè che la UE sia un compagno che sbaglia o alla peggio un avversario, non un nemico. Io invece penso che la UE sia un nemico. La guerra semplifica brutalmente: nemico, amico; di qua, di là; perdere, vincere. E’ brutto, è peggio che brutto, ma è così: prima ce ne persuaderemo, meglio sarà.
Insomma: la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo? E se la risposta è “sì”, in che modo?
Sì, la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo. In che modo? Se dopo una dura, inequivocabile sconfitta, le voci di chi, dall’interno della cultura politica della sinistra, ha saputo operarne una profonda revisione e le ha indicato come nemico la Ue e l’euro che di essa è strumento consustanziale, vi troveranno ascolto e ne conquisteranno la leadership.

Roberto Buffagni

 

CREPINO I MANICHEI!

gianfranco

 

Una gran massa di coglioni, che sono della cosiddetta “destra”, di fronte alla morte di Castro si sono comportati da perfetti ignoranti, anticomunisti viscerali, livorosi. E hanno battuto qualsiasi semicolto e ciò mi dispiace data la mia antitetica posizione rispetto a questi ultimi. Personalmente, non ho tessuto le lodi del defunto, ho solo detto che era un uomo – buono o cattivo che fosse, generoso o crudele che fosse – di notevole spessore e la cui lotta per mutare la struttura di comando politica del suo paese – vedete, evito il termine di “liberazione” come usano fare i maiali che ci parlano sempre della “liberazione” dal fascismo e degli americani come i “liberatori” – è stata condotta in condizioni difficilissime a causa del pieno appoggio americano a Batista (che ovviamente per i maiali non era un “dittatore” e un “massacratore”, doti attribuite solo a Castro). Malgrado l’avversità della più grande potenza del mondo, questi è riuscito a condurre a successo la sua “guerra” e a mantenere in piedi, con tanta difficoltà e in proibitive condizioni economiche (dato un non certo debole accerchiamento dell’isola), un determinato ordinamento sociale non proprio amato né dagli Usa né dall’Europa filo-americana. E 25 anni fa cadeva anche il debole aiuto proveniente dall’Urss e dal sedicente campo “socialista”. I cretini, vissuti sempre nell’abbondanza e nella pace (ottenuta scaricando i conflitti altrove), credono che una lotta come quella condotta da Castro (e Guevara finché visse, molto poco), e poi il mantenimento di una certa organizzazione politica e sociale, possano essere caratterizzati da infinita gentilezza; quella usata dagli Stati Uniti, i massacratori per eccellenza in ogni angolo del mondo e fin dall’inizio della loro storia (il genocidio dei “pellerossa”).
Il sottoscritto, sottolineando la grandezza del personaggio, non ha minimamente nascosto che molto di quanto fatto (e non solo a Cuba) deve essere rivisto criticamente; non certo però seguendo l’insegnamento degli schifosi anticomunisti viscerali, incapaci di una qualsiasi oggettività. Io riconosco la grandezza anche degli avversari, anche dei nemici; e ho voluto, provocatoriamente, nominare perfino Hitler e Mussolini che fanno andare in convulsioni questi maiali anticomunisti tanto quanto antifascisti, ma sempre vermiciattoli incapaci di qualsiasi visione minimamente obiettiva circa le dimensioni e la rilevanza di dati processi che, come ogni altro processo messo in moto dagli umani, non finisce mai come lo si voleva e come lo si propagandava. Fate ribrezzo e nulla più; e non atteggiatevi a grandi democratici, falsi e violenti quanto siete in realtà. Solo che siete dei minuscoli omuncoli e di voi vedrete cosa farà la storia a tempi non infiniti. Io non inneggio a nessuno, non tesso le lodi di nessuno, cerco di afferrare le dimensioni e la valenza di determinati processi. Come tutti posso sbagliare, anch’io sono influenzato – senza nemmeno saperlo bene – da tutta la mia storia passata. Tuttavia, un minimo di lucidità tento di mantenerlo. Il disprezzo che spesso manifesto è proprio perché avverto il miserabile manicheismo di certi farabutti che si credono vincitori per sempre. Con chi ha atteggiamenti di ripensamento e di riflessione su ciò che è accaduto in passato e su quanto si sta sviluppando oggi non ho alcun atteggiamento di ripulsa. E soprattutto non l’ho con chi sa che, anche se si sceglie un fronte oppure il suo contrario, non ci sono i buoni dalla parte nostra e i perversi dall’altra parte. Bisogna scegliere e combattere, e quando è inevitabile si usano metodi di lotta poco “gentili”, ben sapendo però quanti mascalzoni ci sono pure tra le nostre fila e quanti in buona fede e onesti si battono contro di noi.

NOIOSO MA DEBBO TORNARE SUL PROBLEMA, di GLG

gianfranco

I semicolti – detti stupidamente di “sinistra”, un’etichetta ormai vuota di qualsiasi effettivo contenuto – sono da definire la vera malattia dei nostri paesi “occidentali” (a capitalismo sviluppato). Poi vi è quella che si chiama “destra”, con connotati certo differenti, ma incapace di rappresentare una reale alternativa all’altro schieramento. Tuttavia, va detto senza più esitazioni che oggi entrambe hanno perso ogni connotazione rispetto a quelle forze che, prima della seconda guerra mondiale, venivano definite destra e sinistra. A parte il fatto che, come ho già detto non so quante volte, il Pci berlingueriano (dagli anni ’70) cominciò ad essere considerato “sinistra”, mentre negli anni ’50 e primi ’60, i membri del Pci (ed io pure, di fatto, lo ero) odiavano la sinistra (del tutto diversa dai mentecatti dell’odierna “sinistra”) assai più della destra. Sorvoliamo. Questi imbecilli semicolti – alcuni sono autentici furfanti – sono il problema vero, molto più che i migranti. Diciamo però comunque alcune cose anche su questo fenomeno, per il 90% legato alle strategie americane degli ultimi anni.

Ho sentito dei fessi fare paragoni con i profughi della “Repubblica dell’Ossola”, che durò se non erro un mese circa nel ’44. Quando fu attaccata e dissolta, molti di loro scapparono in Svizzera. Però tornarono pressoché tutti alla fine della guerra, cioè dopo pochi mesi. Altri deficienti hanno voluto ricordare l’alluvione del Polesine del ’51, facendo retorica sui profughi da quelle zone che andarono tutt’intorno a poche centinaia di Km. nei territori di altri italiani come loro. Quel fenomeno l’ho vissuto in piena età della ragione. I profughi dal Polesine, nel giro di pochi mesi o al massimo in un anno (ma nemmeno), tornarono in stragrande maggioranza nelle loro terre. Inoltre, furono accolti certo per solidarietà, ma tutt’altro che in modo indolore e con poca soddisfazione sia loro che di chi li riceveva. I mugugni erano tanti e le antipatie reciproche pure. Io ne ebbi due a casa mia e stettero un mese o poco più. Dettero continui fastidi e fecero anche alcuni furti di poco conto: un paio di posate d’argento e 2-3000 lire (del 1951). Non si denunciò nulla, come fecero tutte le persone da noi conosciute che ebbero gli stessi problemi. Era inutile il farlo, vista la scarsa consistenza e durata dell’evento. Di conseguenza, quelli che fanno paragoni tra la migrazione dall’Africa, ecc. e i fenomeni appena detti hanno una testa di minchia di primaria grandezza.

Venendo ai migranti d’oggi, la si smetta di far retorica sulle povere incinte rifiutate in quel posto vicino Ferrara. La stragrande maggioranza, soprattutto dei “profughi” africani, è costituita da maschi giovani. I quali, in buona parte, sono responsabili delle “primavere arabe” del 2011, causa prima di un disordine incredibile. Questi stronzi di semicolti l’avevano presa per lotta antimperialista o almeno per la “democrazia”. Si pensi alla Libia. La primavera fu promossa da Francia e Inghilterra per interessi propri, ma anche per conto degli Stati Uniti che diedero consistente aiuto. E questi giovanotti libici, se si è, come si fa finta d’essere, antimperialisti, debbono essere ricacciati nel loro paese a combattere le potenze (e subpotenze) straniere che hanno provocato il disastro, chiamato umanitario quando è eminentemente (geo)politico.

La migrazione è poi troppo massiccia – proprio perché è favorita in buona parte dagli Usa come mezzo per mettere in gravissime difficoltà l’Europa – per poter parlare di integrazione, che richiede una ben maggiore lentezza di assorbimento. Inoltre, l’Italia ha una densità alta di popolazione (201 per Km. quadrato). Certo, ha molti anziani e basso tasso di natalità. Siamo tuttavia in un periodo di stagnazione che non finirà presto; e ancora meno presto finché saranno al governo questi cazzoni di semicolti di “sinistra”. In realtà, diciamo pure che tale assenza di vera crescita durerà, com’è durata quella di fine ‘800, perché è legata al processo di multipolarismo con tendenza al pieno policentrismo; come fu appunto anche allora. E quando a fine secolo si allentò la stagnazione, dopo pochi anni si ebbe la grande crisi del 1907 che si trascinò fino alla prima guerra mondiale (un po’ come quella del ’29 che, malgrado il decantato New Deal negli Usa, arrivò pur essa fino alla seconda). In una situazione simile – che non a caso ha visto in Italia nell’ultimo anno la fuoriuscita di una quantità di giovani professionalmente ben attrezzati pressoché pari all’arrivo della massiccia ondata di individui privi di qualsiasi cultura industriale e di preparazione minima (oltre a non sapere la nostra lingua con tutte le difficoltà del caso) – venire a raccontare che l’accoglimento ci ripopola e arricchisce è la dimostrazione di una degenerazione mentale, che dovrà alla fine trovare una spiegazione.

Intanto, diciamo che i dirigenti di questa infame “sinistra” sono dei farabutti; in definitiva, sanno che il loro tempo andrà finendo in tempi medi (purtroppo non brevi, temo). E allora già sperano nella nuova massa di manovra di particolare primitivismo politico e sociale per poter sopravvivere il più a lungo possibile. Poi ci sono i semicolti della “massa”; non quella popolare, poiché credo che questa cominci a essere abbastanza inquieta, bensì appartenenti ad un ceto medio di particolare mediocrità e orfano di quanto credevano i suoi “avi”. Diciamo che i “nonni” hanno creduto alla mitica “rivoluzione proletaria”, alla “classe operaia” che avrebbe sotterrato il capitalismo. Tale presunta classe ha ben fatto a mollarli e ad acquartierarsi nelle società del nostro tipo, cercando soprattutto di migliorare le sue condizioni di vita, che d’ora in poi, proprio per l’arrivo di questa marea di “non idonei” ai paesi industrializzati, andranno sempre più velocemente degradando. I “padri”, sentendosi traditi dagli operai, hanno sbrodolato le loro insensatezze circa il Terzo Mondo che avrebbe accerchiato e sconfitto il primo, in specie quello capitalisticamente avanzato. I principali paesi di quest’area (Cina in testa, e poi India, Brasile, ecc.) hanno deciso di imboccare ben altra via, che li ha portati ad un tipo di industrializzazione simile al nostro, solo assai più inquinante e, al momento, con basso tenore di vita della “classe operaia” tanto amata dai coglioni di cui sopra.

A questo punto, questi imbecilloni, abbandonati dagli idoli dei loro “nonni” e “padri”, hanno ripiegato sui sedicenti diseredati e sfortunati, che sono quelli manovrati dalla potenza Usa per mettere ancora più in riga le subpotenze servili di tipo europeo. Penso che quanto detto sia ancora una prima approssimazione al problema di questa terribile disgrazia toccata ai nostri paesi del cosiddetto “occidente capitalistico”: essere governati in buona parte da questa orrenda “sinistra”, che dovrebbe essere eliminata in tutte le sue anche minime cellule, ormai cancerogene e mortali. D’altronde, va detto che questa “sinistra” ha prodotto, come reazione alla sua turpitudine, una “destra” che rappresenta una sorta di suo “alter ego”. Oggi la situazione è terribile. Siamo veramente tra Scilla e Cariddi; dobbiamo scegliere tra il più moderno “cancro” e la più tradizionale “peste bubbonica”.

Non chiedetemi come potremo venirne fuori. Non con i pannicelli caldi, non con le cosiddette elezioni democratiche. I conti dovranno essere regolati con strumenti molto più “rudimentali” e “primitivi”. L’importante è sapere che non ci sarà salvezza finché potranno parlare e dilagare nei media quelli della “sinistra”. Una volta che questa fosse spazzata via, di fatto decadrà e si esaurirà anche la “destra”, che è una semplice reazione sbagliata, la reazione di un organismo non ancora capace di produrre i veri anticorpi efficienti e distruttivi dei germi portatori (impropriamente definiti “sinistra” e “destra”) delle mortali malattie.

DISPREZZO PER “DESTRA” E “SINISTRA”, di GLG

LAGRA21

Ancora una volta, come per la verità sempre, la morte di un uomo di fama ha dato vita a manifestazioni, del tutto irritanti, di stupida retorica. O s’inneggia a costui senza alcuna capacità minimamente critica o – sia pure a denti stretti e non avendo il coraggio di attaccare a fondo un morto – si sfogano i propri ottusi odî politici e sociali. Si ammette generalmente che Fo fosse un uomo (e mimo) di talento; bella forza, questo non può che essere unanimemente ammesso per chi abbia anche soltanto visto l’opera teatrale migliore dell’attore, il “Mistero buffo” in sue diverse variazioni e rappresentazioni. Quello che mi ha lasciato perplesso (ed è perfino dire poco) in questo personaggio, però soprattutto nella sua età anziana (comunque non soltanto), è la debolezza delle sue posizioni politiche, improntate ad una ideologia in sintonia con gli sbracamenti del ’68. Non li ho mai apprezzati, e sempre sopportati in nome della lotta al “revisionismo” del Pci; e ancora, a quell’epoca, non avevo capito, se non per un terzo o un quarto, il cambio di campo che quel partito stava preparando con il suo nuovo segretario degli anni ’70 e con l’uomo tanto apprezzato da Kissinger (che lo definì il “migliore comunista” da lui conosciuto; cioè conosciuto da uno dei più lucidi interpreti della strategia statunitense di predominio mondiale. Capite bene di che razza di “comunista” si trattasse!).

Ero pienamente d’accordo con il giudizio che Pasolini diede degli ambiziosi figli della vecchia classe dominante, che volevano solo sostituire i padri con il loro rivoluzionarismo grossolano e fin troppo smaccato. A questo si è ridotto infatti tutto il loro cianciare di “cambiare il mondo”; l’hanno cambiato, di gran lunga in peggio, con un degrado culturale mai visto prima. Per questo, non mi sono molto entusiasmato agli empiti “rivoluzionari” di Dario Fo e Franca Rame (molto inferiore a suo marito e interprete di farse grossolane grevi di un ancor più grossolano femminismo, del resto quello esistente all’epoca e assai ben rappresentato pure ne “La terrazza” di Ettore Scola). Tuttavia, debbo dire che sono perfino più irritato nel leggere i commenti degli ottusi rigurgiti della “destra” italiana, la più ignorante del mondo e ancora dedita ad un anticomunismo di una rozzezza e bassezza senza pari. Io ho conosciuto certo meglio di questi imbecilli i comunisti; e oggi sono in grado di darne un giudizio che credo abbastanza equilibrato, anche in merito ai fallimenti cui essi sono andati incontro. Senza dubbio m’infastidisco quando sento ancora parlare i loro minimi rimasugli con un linguaggio che sembra di qualche secolo fa. Tuttavia, so come i comunisti hanno lottato in un tempo ormai lontano. Molti sono morti e non certo per peggiorare il mondo, che è diventato quasi invivibile nell’ultimo quarto di secolo quando di comunisti non ce n’erano in pratica più, se non nella testa di questi mentecatti detti di “destra”, servi dello straniero più o meno quanto gli ex piciisti voltagabbana.

Per fare un esempio particolarmente evidente, prendo l’assurda accusa fatta a Fo di essere quasi mandante dell’omicidio Calabresi. Sia chiaro che non ho mai approvato quell’uccisione perché si è trattato di un puro e semplice assassinio. Sia altrettanto chiaro che mai ho avuto simpatia per quel personaggio, di cui non si possono dimenticare quelle che almeno vanno ritenute quali complicità nella morte del povero anarchico Pinelli, che si tentò di infamare mettendo in giro la voce che si era buttato dalla finestra gridando (all’incirca): “ormai sono scoperto”. Scoperto un c…. Risultò del tutto evidentemente non colpevole di alcunché. E dubito che si sia buttato volontariamente dalla finestra; altrimenti debbo come minimo pensare a pesanti torture e ad una voluta “distrazione” per farselo scappare di mano. Comunque, non ho voglia di dilettarmi in supposizioni sulla morte di Pinelli, cui va ancor oggi il mio reverente pensiero. Resta il fatto che si è tentato di farla passare per suicidio conseguente al “sentirsi scoperto” di una colpa, che poi risultò senz’ombra di dubbio non essere mai stata commessa. Ciò è infame.

In ogni caso, questi anticomunisti stupidi, e perfettamente incapaci di una qualsiasi autocritica per come hanno ridotto il mondo attuale, sono ben peggiori dei vecchi comunisti. Sia chiaro che io rispetto i veri liberali (pochi), convinti delle loro buone ragioni e in grado di esprimerle con ragionamenti frutto di cervelli pensanti. Questi sedicenti liberali odierni sono solo marci, putrefatti, come lo erano i comunisti andati oltre ogni grado di “maturazione”. Questi ultimi sono però finiti nella ben nota “pattumiera della storia”. Invece gli odierni (il)liberali impestano ancora il mondo. Chissà quando si riuscirà a far fare loro la fine che si meritano. Non mediante omicidi, sia detto con estrema nettezza; solo attraverso processi brevi con condanne esemplari. Fin quando ciò non sarà possibile, ci si deve astenere dalle improprie azioni commesse dai “rivoluzionari” del ’68 e anni seguenti. Molti del resto rapidamente riciclatisi in nuovi corifei dei dominanti peggiori in tutta la storia di questo “pauvre pays”. Altri, i meno, sono rimasti a creare confusione con discorsi pseudo-radicali di rivolgimento del mondo, sempre tesi invece allo stesso fine: mantenere in sella i putridi dominanti odierni, i quali, con la loro crassa ignoranza, non sono capaci di creare correnti culturali minimamente in grado di tenerli in piedi.

Disprezzo massimo per tutti questi imbroglioni e meschini cialtroni, che ancora recitano la parte della “sinistra” (perfino “estrema”) e della “destra” nell’attesa dell’ormai imminente “partito della nazione”, che si definirà, altrettanto grottescamente, “di centro”.

VOTIAMO NO

RENZI

 

Credo che Gianfranco La Grassa abbia colto il punto essenziale sul Referendum costituzionale, previsto per il 4 dicembre. Dietro la scenografia delle opposte propagande per il sì e per il no, che, in ogni caso è più sì che no, considerato che gli oppositori di Renzi sono suoi segreti alleati e stanno lavorando per il re di Prussia, si nasconde il prossimo colpo di mano contro il popolo italiano. Quest’ultimo sarà anche peggiore di quello messo in atto da Monti. Quello del bocconiano lo ricorderemo appena come un pizzicotto rispetto agli sganassoni che prenderemo, a breve, dal fiorentino. Del resto, Napolitano aveva calcolato quasi tutto. Il Paese doveva essere prima tramortito per poi finire rottamato. Non nei suoi stravizi burocratici e politici, che continueranno a proliferare bellamente, ma nelle sue ultime sicurezze sociali. Saltare la transizione avrebbe accresciuto i rischi di rivolta popolare e questa classe politica di maiali attaccati al trogolo, corrotta dalla testa alla coda, non avrebbe mai avuto il fegato di passare subito alle nefaste conclusioni.
Il referendum è pertanto la pantomima che precede la tempesta. Siamo, insomma, all’anticamera di un altro golpe bianco contro la nazione paragonabile a quello dei primi anni ’90, quando le Mani pulite e le coscienze sporche rovesciarono come un calzino l’economia del Paese per ridurlo sul lastrico. Solo che questa volta, le solite masse ignoranti, anziché andare a lanciare monetine all’Hotel Raphael, si recheranno direttamente ai seggi a depositare il loro voto nell’urna e lo faranno, oggi come allora, condizionate da un tam tam mediatico che le ha confuse senza possibilità di rinsavimento.
Se vince il sì, come probabilmente avverrà, non useranno la vaselina per sodomizzarci. Ci caleranno i calzoni e ci infileranno su per il culo pensioni, sanità, assistenza e quant’altro ci abbia permesso di resistere in questi anni di crisi impietosa. Poi ci butteranno in mezzo ai profughi a lottare per la sopravvivenza. Con l’affermazione del si nascerà, dunque, il partito della Fazione che raccoglierà traditori da tutti gli altri movimenti, svuotando soprattutto Forza Italia. Se vince il no si dovrà cambiare la tattica di intortamento, magari sostituendo il Premier con un altro burattino più incline alle larghe intese e alla gradualità del disfattismo, ma la strategia complessiva resterà la stessa, nonostante la battuta d’arresto. In questo clima di forzata riconciliazione è più facile che emerga una specie di partito della nazione, anche se non lo chiameranno così per giocarsi sempre la carta delle finte contrapposizioni tra sedicente destra e sedicente sinistra.
Una soluzione sicuramente migliore dell’andare a votare sarebbe quella di bruciare tutte le sedi elettorali, la sede del Governo e del Parlamento esercitando il diritto lockiano di resistenza e ribellione contro i governanti che usano il potere “non per il bene di quelli che vi sottostanno” ma per i loro vantaggi privati e le corvè ai loro signori stranieri.
Poiché costoro hanno deciso la distruzione di ogni conquista sociale, dall’unità d’Italia fino ad oggi, saremmo più che legittimati ad agire con la violenza. Siccome però non voglio farmi arrestare per intanto vi invito ad andare a votare. Meglio no che si, anche se scegliere il male minore non significa allontanare il male.

TUTTO SCORRE, ANCHE LA SINISTRA

Il divenire, Eraclito ce l’ha insegnato, è come un fiume.

Si sa che il fiume della sinistra è sempre stato diverso e distaccato da quello della destra. Ormai da tempo è osservabile come i corsi di tali fiumi tendano ad incrociarsi, a sovrapporsi, o, talvolta, a scambiarsi il letto. Il risultato è sostanzialmente uno: la foce è diventata la stessa per entrambi i fiumi. L’acqua del fiume cambia, si rinnova, rifluisce, ma, paradossalmente, diventa sempre più putrida e melmosa. Chi tenta di uscirne per superare il pantano viene suddiviso in molteplici ruscelli che vanno, man mano, a prosciugarsi. Oggi, metaforicamente parlando, sembra funzionare così la politica italiana, ma bando a metafore e similitudini ed occupiamoci della prassi per cercare di comprendere il suddetto rinnovamento, implicito al divenire.

 

La sinistra di una volta era trasversalmente caratterizzata dal “mito del progresso”, di matrice positivista, in politica interna e dall’ ”internazionalismo proletario” in politica estera, di certo non esenti da critiche, sui quali però non intendo soffermarmi ora, sia per questioni di spazio, sia perché ciò di cui voglio trattare in questo momento è ben altro.

Dunque il rinnovamento della sinistra italiana, in vista della “fine della storia” e dopo il “crollo delle ideologie”, è stato una corsa ai ripari, rottamando il mito del progresso per un nuovo sgargiante mito: quello dell’antiberlusconismo. Mito più flessibile e temporaneo, proprio come i contratti a tempo determinato, tant’è che alla fine del contratto è più che probabile, e in tal caso auspicabile, che li vedremo tutti in mezzo alla strada.

Ovvia conseguenza di questo rinnovamento è che per essere ossequiosamente fedeli al nuovo mito può capitare di immolare il vecchio progresso, come nel recente quesito referendario sull’energia nucleare, riuscendo, allo stesso tempo, a farsi opportunisticamente promotori di nuove “soluzioni”, come il rinnovabile, cavalcando l’onda emotiva ed elettorale.

Vediamo così raccolto dalla destra il “mito del progresso”, sebbene in maniera infausta, in quanto oramai fra la popolazione italiana, e non solo, va più di moda il regresso, o meglio la decrescita.

Sappiamo, però, che il fine ultimo delle forze politiche di sinistra era infliggere un’altra sconfitta a Berlusconi, in declino ed emarginato anche dai suoi, come lo dimostrano i recenti accadimenti. La Camera, infatti, si è appena pronunciata a favore dell’arresto del deputato del Pdl, Alfonso Papa, col beneplacito della Lega, lasciando Silvio Berlusconi amareggiato e stizzito. Subito è sopraggiunto un altro colpo basso, sempre per mano leghista, dall’onorevole Roberto Castelli che, il 20 Luglio, ha dichiarato: “Mi dispiace che Berlusconi fosse furibondo (per l’esito della votazione sull’arresto di Papa NdR) ma personalmente io domani gli darò’ un altro dispiacere, perché non voterò il decreto per il rifinanziamento delle missioni in Libia: mi dispiace, ma io la penso così”.

Non sarà il solo della maggioranza ad agire in questo modo, abbiamo sentito le dichiarazioni e tutte le riserve espresse nei mesi scorsi, in particolar modo dalla Lega, che diventa sempre più l’artefice della frattura all’interno della maggioranza.

 

È proprio sulla guerra che adesso le contraddizioni divampano incredibilmente.

Rifiorisce così l’interventismo di sinistra, avvolto dalla retorica dirittoumanista e non più nazionalista come una volta, bensì cosmopolita. Questa è la fine ingloriosa che hanno fatto fare all’internazionalismo, che nella sua forma più degenerata si è trasformato in un “cosmopolitismo filantropico”, che non riconosce alcuna sovranità nazionale e che si arroga il diritto di decretare chi è buono e chi è cattivo, chi deve detenere il potere e chi deve essere spodestato per il bene del “popolo”, ovvero per il bene dell’Occidente. Sembra un remake delle settecentesche Guerre di Successione, solamente in chiave più buonista ed ipocrita.

Dall’altra parte cresce rigoglioso un pacifismo di destra mai visto prima d’ora, o per lo meno non così imponente da surclassare i residui di pacifismo della sinistra, rimasti in mano ai partitini più “estremi”, che recitano uno svizzero “né con la Nato, né con Gheddafi”, che fa inconsapevolmente il gioco dei primi. È ovvio che risulta difficile e fuorviante ricondurre semplicisticamente tutta la destra al pacifismo e tutta la sinistra all’interventismo, sono però evidenti le contraddizioni nate, o finalmente palesate, all’interno delle rispettive fazioni politiche. Va anche precisato che, nonostante i rammarichi personali e le riserve, la posizione del governo è stata quella di asservirsi ai diktat della “Comunità internazionale”, cioè gli USA e i suoi accoliti, così come ha fatto anche l’opposizione e soprattutto la marionetta super-atlantica di Napolitano.

 

Il mito dell’antiberlusconismo sembra incidere anche sulla politica estera della sinistra, che disprezza tutti i “dittatori amici di Berlusconi”, quali Gheddafi, Lukashenko, Putin. Anche per questo il leitmotiv della sinistra è diventato quello di difendere a tutti i costi i “diritti umani”, anche a costo di un intervento manu militari, che, paradossalmente, viola i diritti umani, i quali, a quanto pare, valgono solo per pochi eletti, così come la loro violazione. Infatti gli stessi che si arrogano il diritto di intervenire “umanitariamente”, nei casi in cui siano loro a violare i diritti umani, vengono “graziati” dai mass-media asserviti e dai tribunali internazionali. Non è un caso che nessun presidente americano sia mai stato processato o estradato all’Aja, né tanto meno qualche caporione della NATO.

 

Rimane, invece, duraturo un altro mito: quello del popolo ribelle. Tant’è che i ribelli, che sono in realtà frange minoritarie, sono identificati con il popolo, quindi con la maggioranza della popolazione. Questo significa, nella logica del sinistroide occidentale medio, che per forza di cose lottino per la “libertà e la democrazia”, anche se sono filo-monarchici.

Dietro la “difesa della popolazione civile” a suon di bombe NATO, si nascondono in realtà gli interessi particolari dei singoli Stati occidentali (o meglio della triade USA-GB-FR) e della grande industria e finanza internazionale, che proprio in questo momento soffre particolarmente. C’è chi, come Bersani, tenta di attribuire la “sofferenza” dei mercati al factotum Berlusconi, auspicando con la solita litania di andare al voto, perché “la maggioranza non è più credibile”. Come se l’opposizione lo fosse. A dire il vero c’è da chiedersi se sia mai stata credibile, ammettendo ottimisticamente che vi sia mai stata un’opposizione.

Si “dimentica”, il segretario del PD, che la crisi è strutturale e non tanto personale ed è quindi in larga parte indipendente da Berlusconi. Forse però Bersani è impaziente di prendere lui il timone della “nave” che va inevitabilmente sempre più a picco, come nell’America del democratico Barack Obama, dove il rischio default si è già ufficialmente realizzato nello Stato del Minnesota, nonostante la scarsa risonanza mediatica.

Se n’è accorto perfino Di Pietro, fautore dell’antiberlusconismo, che non c’è un vero programma per la sinistra, ma solo personalismi da contrapporre a Berlusconi.

La fine di Berlusconi è prossima, proprio per questo è vicina anche la fine della sinistra italiana odierna, che inconsapevolmente gli deve la sua esistenza. Questo fa sì che, come detto all’inizio, il “fiume” di sinistra sia ormai strettamente legato nel suo corso a quello di destra.

Quindi quando le fitte radici dell’antiberlusconismo saranno costrette a sfaldarsi, non avendo più il muro su cui germogliare, allora vedremo il contenuto che c’è dietro: il nulla.

“GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO” (11 luglio 11)

1. “Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Così, all’incirca, recitava un “detto di Mao” all’epoca della Rivoluzione Culturale. L’ottimismo imperava, evidentemente. Qui da noi è pessima; ma forse perché il caos ha superato certi limiti e i gruppi in azione sono scadenti, incapaci di qualsiasi programma e progetto, di avere una minima idea purchessia. Inoltre, la Cina aveva la sua precisa autonomia e lo scontro avveniva tra fazioni e schieramenti politico-ideologici contrapposti in base ad un orientamento preciso e fortemente determinato. Parlare oggi di politica e ideologia in Italia è semplicemente comico; inoltre sempre più valido appare quanto sfuggito in un momento d’ira al sig. Guido Rossi pochi anni fa: siamo in piena guerra tra bande come nella Chicago anni ’20. Queste bande – oltre ad essere in fondo mosse da motivazioni più vicine a quelle gangsteristiche che ad un posizionamento in qualche modo avente a che fare con la politica – agiscono da subalterne rispetto ad altre straniere, al vertice delle quali stanno le cosche statunitensi.

Cominciando dal meno importante, fa ridere la dichiarazione di Bossi alla sentenza indubbiamente predatoria ai danni di Berlusconi: “speriamo non sia politica”. Capisco che ha avuto in passato una brutta malattia, ma non è certo un minorato. Il vero fatto è che la Lega ha sempre fatto finta di non capire bene il significato strettamente politico di “mani pulite”, poiché i misfatti di quell’operazione (messi subito in luce dal sottoscritto e da Preve ne Il teatro dell’assurdo all’epoca del loro compimento) l’hanno completamente avvantaggiata (solo al nord) con la distruzione della Dc soprattutto (meno rilevante quella del Psi). La Lega non potrà mai affrancarsi da quel “vizio d’origine” che la rende incapace di avere una visione nazionale. Ha spesso ragione nel protestare contro certi lamenti meridionalisti, restati all’epoca dell’assistenzialismo e clientelismo della prima Repubblica, ma non capisce per nulla che la risoluzione è nell’affrontare infine, con nuove coordinate sociali e politiche, i problemi del vecchio contrasto nord-sud (tipico dell’Italia pre-boom, ancora agrario/industriale) surclassato tuttavia, da ormai mezzo secolo, da un altro dualismo: tra classe operaia – che ha compiuto rapidamente la fase di transizione dalla sua originaria condizione contadina e di successivo adeguamento al “tradunionismo” con riduzione numerica e di peso sociale – e “ceto medio produttivo” (con il suo nucleo duro nei piccoli imprenditori e lavoratori “autonomi”, in gran parte anch’essi di origine contadina al nord), che è diventato strato sociale rilevante, ma senza mai veramente avere una effettiva rappresentanza politica, a parte le tante chiacchiere di un po’ tutti i partiti della prima Repubblica e poi di quelli del “pantano” attuale.

Lasciamo comunque perdere le finte titubanze della Lega, che mostra spesso la sua debolezza verso la magistratura, ma soprattutto verso il presdelarep (che le sventola sotto il naso l’acciughina del sedicente federalismo fiscale), rappresentante di una delle fazioni in lotta e di certi precisi ambienti statunitensi. Sarebbe deleterio addentrarsi di nuovo nella polemica tra Berlusconi, indubbiamente colpito dalla magistratura in quanto con lui si colpisce un certo schieramento, e l’altro schieramento spesso definito ridicolmente “comunista”, aiutato dalle “toghe rosse”, e via con questa meschina rappresentazione di uno spettacolo per dementi totali, come sembrano divenuti i nostri concittadini nella loro maggioranza.

Gravissima, e ancora non comprensibile in tutta la sua ampiezza, è l’aggressione al nostro paese per attuare politiche intese a ridurlo il 52° Stato federale degli Stati Uniti (il 51° è già da tempo l’Inghilterra, sia con i laburisti che con i conservatori). Con l’Inghilterra al nord e l’Italia al sud – magari concedendo un qualche statuto di subpotenze regionali, pur sempre amiche e ben predisposte a qualche servizio, alla Germania nella UE e alla Turchia (che sta rientrando dalle sue “bizze” degli ultimi due-tre anni) in Medio Oriente – gli Usa coronerebbero una buona operazione di costruzione della loro area “imperiale”, con redini più allentate verso i subalterni e una nuova strategia in direzione dell’Asia, strategia in fase di difficoltoso approntamento e che vorrebbe ovviare ai costi, forse non più sopportabili, di quella precedente (grosso modo 1991-2006). Tuttavia, non credo che abbiamo ancora capito bene questa nuova strategia; nemmeno è sicuro che essa vada a buon fine. Forse nemmeno la conoscono a menadito i suoi “operatori”. In fondo, era a mio avviso “più furba” quella nixoniana di quarant’anni fa; eppure anch’essa, pur avendo apportato in definitiva benefici nel lungo periodo, è andata “in aceto” per un bel po’ d’anni. Oggi, la nuova strategia viene applicata in una situazione diversa, che andrà seguita attentamente.

 

2. Venendo al nostro paese, è irritante vedere tutti contro tutti, ma con una regia di fondo – non so se ben interpretata dalle forze nostrane, assai più coerente da parte dei gruppi stranieri – che crea indignazione per tutte le menzogne raccontate senza pudore. Intanto, va valutato il cambio di politica estera. Continuo a credere che Berlusconi sia stato di fatto appoggiato da alcuni settori di resistenza del management dell’industria pubblica, sottoposta ad attacco (in gran parte riuscito) da parte della Confindustria agnelliana quale gruppo di pressione al servizio di ambienti statunitensi, che avevano come loro agenti in Italia vari personaggi, tutti andati “a sinistra” pur essendo reazionari al 100% (Amato, Ciampi, Prodi, e altri ancora) con l’aggiunta di presunti tecnici super partes tipo Draghi, ecc. (poi premiati variamente). Tuttavia, approfondirei l’esame della sostanziale congruità del premier con la vecchia strategia bushiana, su cui non posso qui soffermarmi. E’ comunque con Obama – diciamo con la nuova strategia, già iniziata prima dell’elezione di quest’ultimo – che egli viene messo alle corde, “con la pistola alla tempia”.

Non so di quale “pistola” si tratti. Spero tuttavia ci si ricorderà che alla fine dell’anno scorso (quando tutti vedevano ormai affondare tale personaggio) sostenni la forte probabilità della sua salvezza (momentanea), ma perché ormai si era appiattito sulla strategia statunitense, mostratasi infine dall’inizio di quest’anno in tutta la sua ferocia aggressiva, ma con modalità più subdole e di mascheramento (e affidando importanti compiti ai suoi sicari tipo Francia e Inghilterra). Più volte Berlusconi ha fatto capire che non era d’accordo con l’aggressione alla Libia (e nemmeno con quanto accaduto in Tunisia ed Egitto) mentre tutta la “sinistra”, compresa la finta antimperialista e alternativa, manifestava apertamente e sconciamente il suo atteggiamento di totale tradimento nazionale. Pochi giorni fa, ancora, Berlusconi ha affermato chiaramente (frase già nota ai nostri lettori) che non voleva intervenire in Libia, ma vi è stato costretto dalla “Risoluzione Onu” e, ancor più, dall’“intervento preciso del capo dello Stato”. Quale migliore prova definitiva della funzione svolta da costui e da noi messa in luce più volte, anche in merito al cambio di campo del Pci berlingueriano, al viaggio del 1978 negli Usa, ecc.?

Incredibile però quanto si sta svolgendo adesso. Non si sa ancora bene come far terminare la transizione italiana verso la completa subordinazione agli Usa. E’ chiaro che la soluzione – per non ripetere gli errori dell’epoca di “mani pulite”, quando non si pensò ai milioni di elettori che mai avrebbero votato per la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, malgrado l’investitura di Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra” – deve stavolta essere quella di un governo con pezzi del centro-destra, del centro-sinistra (perfino Di Pietro si mette ogni tanto nella posizione “moderata” per farvi parte) e del centro dei “casini”. Solo così si potrà impedire che si presenti qualche altra “anomalia” tipo quella del 1994. Tremonti agisce da agente scassatore del Governo (non da solo peraltro). La Lega di fatto garantisce che seguirà la transizione, ogni tanto con bruschi soprassalti, facendo quindi di tutto per disaffezionare gli elettori di Berlusconi, pagando però anch’essa “pedaggio” (calo dei voti) almeno fino a questo momento. Lo scopo della transizione è chiaro: logorare e cuocere a fuoco lento Berlusconi, accerchiandolo da tutte le parti, mettendo in luce la sua “naturale pirlaggine” (perché certo l’uomo non ha la stoffa del leader che gli hanno cucito addosso, prima di tutto da sinistra, perché ciò è servito a bloccarci per quasi vent’anni in una pantomima personalistica ignobile e nauseabonda), senza però farlo cadere fin quando non sia garantita la possibilità di un “ordinato” governo di “salvezza nazionale” (leggi: di totale e infame subalternità alla UE cioè alla Nato e agli Usa).

E’ stata condotta una campagna elettorale amministrativa e per i referendum del tutto autolesionistica. E stata messa nella “manovra” la clausola “salva-imprese” – sono certo che la conoscevano tutti o quasi, anche se poi hanno spudoratamente negato – per far fare al premier (ma anche a tutto il governo) la figuraccia che ha fatto, con ritirata ignominiosa, quando era sicura (e certi personaggi la conoscevano già) la sentenza di questi giorni. Ma il “capolavoro” è la manovra finanziaria, ben studiata da Tremonti per fare incazzare tutti, in modo del tutto particolare gli elettori del centro-destra. Una vera provocazione pelare pensioni (dai 1100-1200 netti al mese) e modesti risparmi (trattati anche dal centro-destra, come sempre dal centro-sinistra, quali capitali da rendita finanziaria). La levata di scudi è stata generale. Leggere i commenti nei giornali (compreso Il Giornale on line) era un piacere per la rabbia e la pressoché unanime “ispirazione”.

 

3. Come ha adombrato un Perna (sempre sul Giornale), le società di rating si sono forse mosse su istigazione del Ministro delle Finanze – o quanto meno in sospetta collusione con le forze che mirano ad aiutarlo nella sua subdola operazione relativa alla suddetta transizione – mettendo in dubbio la solidità dell’Italia. Da qualche anno non si sente che dire peste e corna di tali società (due americane e una inglese!); e tuttavia si continua a seguire quanto dicono perché i mercati “ci credono” e vanno al ribasso per i titoli italiani. Come non fosse evidente che i mercati sono quasi sempre la spia di manovre speculative: al rialzo o al ribasso a seconda di specifiche contingenze, e pure in base a collusioni e complicità dei vari “poteri forti” in azione. Dopo la Moody’s si è agitato Juncker (presidente dell’Eurogruppo) e altri personaggi europei, la Lagarde (arrivata al Fmi grazie alla ormai nota vicenda del presunto stupro di Strauss-Kahn), ecc. Si sono dati tutti da fare per salvare di fatto Tremonti e favorire la sua manovra di ulteriore affossamento degli attuali equilibri in modo da arrivare a realizzare tranquillamente la transizione in questione.

I vari politici (e giornalisti e conduttori TV, ecc.) all’unanimità – compresi quelli che mostrano antipatia per il ministro economico – si sono messi a sostenere che è meglio tenerselo, non contrariandolo troppo. Così si ottiene il duplice risultato di pelare la popolazione italiana esattamente come avrebbe voluto fare il centro-sinistra, terrorizzandola con la possibile “fine greca”. Il “gregge”, spaventato, deve accettare la tosatura, ma certo rimarrà scontento del governo attuale e in particolare di Berlusconi, che ormai sembra uno spettro, l’ombra di ciò che era stato creato ad arte in 17 anni di totale assenza della politica e di volgare contraffazione dello scontro tra “destra” e “sinistra” (il “gioco degli specchi” su cui ho già scritto un libro pochi anni fa). Veramente “due piccioni con una fava” (la manovra da ladri effettuata con totale arroganza e sfacciataggine).

Non credo ci sia alcun dissesto alla greca in vista, anche se le operazioni di questi guastatori e servi dello straniero Usa possono sfuggire di mano e prendere binari pericolosi. Poiché però questi “operatori per conto altrui” – dal presdelarep a Tremonti e via via a tutti gli altri che manovrano per portarci sotto l’“ala protettiva” americana – vogliono semplicemente eseguire certi “consigli” della nuova strategia statunitense (con al seguito i nostri industriali e finanzieri mignatte), non vi è dubbio che la soluzione più probabile, entro qualche tempo, dovrebbe essere il governo “trasversale”, questa volta con piena accettazione da parte della popolazione impaurita dalla prospettiva di un completo dissesto e, di conseguenza, evitando la sorpresa di nuove “anomalie” di tipo berlusconiano. Sia chiaro che l’Italia non è la Grecia, è troppo rilevante come pedina per gli Usa. Lo ripeto: Inghilterra al nord e Italia al sud rappresentano una bella tenaglia in Europa e sono quindi abbastanza decisive per la nuova strategia americana. Il disegno non è quindi il dissesto italiano, è molto diverso; se poi sfuggisse di mano, non farebbe piacere nemmeno a Obama & C. Dovrebbero rivedere un pezzo non indifferente della loro strategia, nel mentre c’è il malcontento del Pentagono, del Congresso in mano ai repubblicani, ecc.; un bel rebus per il “primo nero” presidente.

In questa operazione, da “bande a Chicago”, si è inserita la variante dell’attacco a Tremonti per le solite questioni abitative e altre. Vedrete che non porterà gravi conseguenze per il Ministro economico poiché sarà sempre protetto dalla sua indispensabilità (creata ad arte) al fine di evitare il (presunto) dissesto alla greca. Più che altro gli renderà difficile piazzare il “suo uomo”, Grilli, alla Banca d’Italia, cosa che non piace a Napolitano, più favorevole ad un fidato personaggio legato al “centro-sinistra”. Nemmeno credo piaccia a Draghi, il cui contenzioso con Tremonti (nel senso che sono due galli nello stesso pollaio filo-americano) si è appena appena attenuato con il passaggio del primo in “area europea”. Entrambi funzionano però probabilmente da valvassori degli Usa nel conseguimento del principale obiettivo della fase, che è rappresentato dalla subalternità italiana; e in questo compito ognuno dei due pretende d’essere “er mejo”.

Nelle ultime ore il quadro del caos si è arricchito dell’annuncio leghista che tre ministeri saranno spostati a Monza (i ministeri interi? Non credo, immagino solo delle “filiali”, visto che uno è proprio quello tremontiano). Non mancheranno in ogni caso reazioni. Difficile capire quanta stupidità vi sia in queste mosse oltre allo scopo di arrivare a sconcertare i cittadini italiani (in particolare di centro-destra) per facilitare la transizione di cui ho continuamente parlato in questo scritto. Per il momento, tutto l’insieme è talmente caotico che finisco qui, lasciando molto in sospeso; ma lo è assai probabilmente negli intendimenti degli stessi sconclusionati “programmatori dello sfascio” italiano. Nemmeno gli ambienti Usa della nuova strategia, se ben capisco, sono molto precisi e con le idee perfettamente chiare in merito ai processi che hanno innescato. Ho lanciato qui delle ipotesi, va da sé. Non posso essere sicuro al 100% di quanto non è forse nemmeno del tutto ben delineato nella testolina di chi sta mettendo a soqquadro mezzo mondo. Bisogna seguire, giorno dopo giorno.

 

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