GIOCO SEMPRE PIU’ SCOPERTO, di GLG

gianfranco

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Lo scontro si sta facendo sempre più aperto e i vari personaggi, tutti riveriti dai sinistri e destri (berlusconiani in specie), vengono allo scoperto. Draghi partecipò alla famosa riunione sul panfilo Britannia (1992), dove non si discusse solo della privatizzazione graduale della nostra industria pubblica. Era crollato il sistema “socialista” europeo (1989) e l’Urss (1991) erimaneva l’unica superpotenza statunitense. Si ritenne arrivato il momento di spazzare via la prima Repubblica, dando il potere ad un nuovo regime formato dai postpiciisti e sinistri diccì (regime già in preparazione quando si fece fuori Moro e l’emissario del Pci volò a Washington in viaggio “culturale”); operazione riuscita solo a metà per l’inettitudine dei nuovi servi cui si diede l’incarico di obbedire ciecamente agli Usa, mossa compiuta non mediante lotta politica ma tramite l’operazione “mani pulite”. Questa iniziò nel febbraio ’92 (ma credo fosse già pensata da tempo e si era in attesa del momento buono); sono convinto che se ne discusse abbastanza sul panfilo Britannia all’inizio di giugno di quell’anno.

Draghi lo troviamo poi a favorire la vendita di un pezzo importante dell’industria pubblica, la Telecom. Egli non si presentò ad esercitare la golden share per impedire simile decisione del governo D’Alema a favore dei “capitani coraggiosi”, pezzo non irrilevante di certa imprenditoria “cotoniera” che da sempre appoggia i “sinistri”, da questi essendo “ben trattati”. Draghi fu poi premiato diventando alto dirigente della Goldman Sachs dal 2002 al 2005; e sappiamo bene come le alte cariche in questa banca siano sempre state sia premio sia trampolino di lancio per ancora più alta fortuna. Nel 2005, infatti, quest’uomo diventa governatore della Banca d’Italia. Nel novembre 2011 – strana coincidenza: periodo in cui, tramite spread e giudizi negati della agenzie di rating (di cui si aspetta anche oggi il sicuro giudizio ultra-negativo sul governo italiano), si fa fuori Berlusconi e si porta al premierato Monti (con voto negativo della sola Lega) – Draghi approda alla BCE, da cui se ne andrà fra breve. Si è parlato del grande appoggio dato da questa Banca Centrale al governo italiano; ma solo finché quest’ultimo era un servitore tranquillo dell’establishment statunitense facente capo ai repubblicani tipo i Bush e ai democratici tipo Bill Clinton e Obama. Adesso, egli si scopre e va all’attacco dei “populisti”, appoggiati dal centro strategico statunitense che ha espresso Trump; da cui si è distaccato (solo tatticamente) Bannon per avere mani ancora più libere in Europa per contrastare (anche cadesse Trump) il ritorno dei vecchi gruppi dirigenti obamian-clintoniani.

Il gioco è sempre più scoperto, ma i venduti nostri “informatori” di TV e stampa – nonché il ceto intellettuale sessantottardo e i suoi successori ancora più verminosi – sono all’attacco per oscurare la verità e cercare di riportare al potere i servi più servi dei più disastrosi fra i pre-potenti Usa (gli obamian-clintoniani appunto). Non è questione di persone, sia chiaro. Potrebbe trattarsi di qualsiasi altro chiamato “vattelapesca”, ma i banchieri (centrali o meno) come le presidenze dei principali paesi europei stanno a guardia della vecchia politica, ormai non più adatta comunque al crollo del sistema bipolare e al crescente multipolarismo. Speriamo che questo processo acceleri e spazziintanto via il vecchio establishment. Se ciò felicemente avvenisse, si semplificherebbe lo scontro tra il blocco europeo di nuovo tipo centrato sugli Stati Uniti (magari pur essi rinnovatisi rispetto ai loro decrepiti gruppi dirigenti) e altri paesi, dove finalmente si siano affermate forze politiche e sociali che intendano realmente affrancarsi dall’arrogante paese d’oltreatlantico e operino per formare un nuovo gruppo di “alleati”. Personalmente, continuo a prediligere un bel connubio tra Italia, Germania (paesi che si siano però totalmente rinnovati quanto a dirigenza politica) e Russia (che mi sembra andare bene già così com’è). Battiamo con perseveranza il ferro in questa direzione.

 

Draghi, un vero traditore.

bce

 

Draghi è un nemico dell’Italia. È un italiano che non ha esitato a svendere la Patria per successo e soldi. A dirlo non siamo noi ma un ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, quindi non un pisquano qualsiasi. Affermò il politico sardo sull’attuale Capo della Bce: “Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs”. Draghi, in Europa, è stato sempre garante dell’egemonia americana, si è ingerito in questioni politiche per conto dei suoi padroni d’oltreoceano e continua a farlo rilasciando dichiarazioni gravissime che compromettono la libertà dei nostri governi. Usa lo strumento finanziario come un bastone per picchiare sulle teste degli Stati che non seguono la linea dei mercati, controllati dalle grandi imprese del denaro americane. Ora costui ha affermato, dall’alto di una carica immeritata che ricopre solo in virtù dei suoi legami servili con l’establishment di Washington, che le parole di alcuni ministri dell’esecutivo Lega-5S avrebbero fatto danni. Le dichiarazioni politiche forti procurano guai e indispettiscono la finanza? Perché i silenzi e la remissività di quelli che c’erano prima sono stati di maggiore utilità alla collettività? No, i disastri li ha causati lui, come dirigente pubblico nazionale e internazionale, al servizio di interessi extraitaliani ed extraeuropei. Paggetto dei mercati e cortigiano dei circoli dominanti yankee, ha costruito le sue fortune personali sulle sventure del popolo italiano. Ha contribuito a demolire le speranze di una generazione di connazionali e a compromettere il futuro delle prossime. Gente simile dovrebbe essere messa di fronte alle proprie responsabilità storiche con processi popolari ed, invece, si arroga ancora il diritto di suggerire la via per il prossimo disastro, perché è sulle rovine nazionali che prospera la sua fama. In questa epoca di mediocri, Draghi può sembrare una figura di spicco. Effettivamente è un ottimo tecnico che ha devastato l’economia pubblica. Ci vuole bravura per essere pessimi. Ma basti ricordare le sue opere, più delle parole, per giudicarlo definitivamente. È il dominus di privatizzazioni che hanno depauperato lo Stato e di leggi finanziarie che hanno favorito la discesa dei barbari prenditori sul nostro capitalismo. Sia stramaledetto, lui e chi ce l’ha messo.

Le fratture dell’establishment di GLG

gianfranco

Qui

il fatto che preoccupi la Nato e abbia gli strali della Merkel e di questi vertici UE potrebbe essere solo un titolo di merito se fosse qualcosa che viene perseguito con determinazione e andando allo scontro, dopo adeguato chiarimento alla popolazione dell’infamia di questa organizzazione militare, che si pretendeva baluardo del “mondo libero” contro l’“impero del male”. Quando quest’ultimo crollò, questa organizzazione a rigor di logica sarebbe dovuta scomparire. Invece restò e perfino si rafforzò, chiarendo a chiunque abbia un briciolo di cervello e sia in buona fede che era solo la nuova forma di subordinazione ad una potenza predominante; forma tipica del nuovo capitalismo che aveva sostituito il “capitalismo borghese”, abituato alle vecchie forme di colonialismo tipiche della dominazione inglese (e francese). E venne così anche questa infame UE, prolungamento politico di tale subordinazione e già preparata dai “padri dell’Europa” (riveriti quando dovrebbero essere disprezzati) vendutisi ai predominanti statunitensi.
Oggi, in una situazione di crescenti difficoltà Usa con un multipolarismo in fin troppo lenta accentuazione (speriamo acceleri), si è prodotta una frattura nell’establishment americano, che ha messo in crisi anche quello dei subordinati europei, ancora per l’essenziale ancorato ai vecchi predominanti statunitensi (che avevano tentato di portare alla presidenza la Clinton). Dunque è momentaneamente accettabile quella forma di sostanziale filo-americanismo che si oppone però a questo infame servitorame dell’attuale UE (e dei governi tedesco, francese, ecc.); si accolga con interesse il viaggio che sta facendo Bannon in giro per il nostro continente e lo si aiuti a mettere in crisi tale gruppo banditesco ancora al comando. Con la consapevolezza, tuttavia, che dovrà nascere una ben diversa forza politica capace di spazzare via, con estrema violenza, tutta questa genia (politica, economica, culturale) che impesta l’Europa da oltre settant’anni e che è nettamente peggiorata nell’ultimo quarto di secolo.

E adesso trapela anche un’altra notizia:

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E non si sapeva chi è Draghi? Incensato anche dal vile nano e dal suo partito, con cui Salvini tiene ancora rapporti. Bene, tutto sempre più chiaro. E sempre più ci si rende conto dei limiti di queste forze oggi al governo in Italia; e anche in altri paesi europei. Si dovrà arrivare all’eliminazione di ogni forma di filo-americanismo; e non certo con la ricerca affannosa di mettere insieme i voti di gente che non ha la minima idea dei bisogni impellenti di un’Europa in marcescenza. E l’Italia sta ancora peggio. Inutile però insistere con le parole. Le esigenze sono fin troppo evidenti, ma si è tuttora in stato d’inedia.

LA FINE DEL QUANTITATIVE EASING di G. Duchini

euro

C’è un evidente ricambio alla guida della Bce dopo la batosta subita da Angela Merkel nelle recenti elezioni tedesche. Infatti Draghi dovrà fare i conti con Jens Weidemann attuale Presidente della Bundesbank tedesca che afferma di ritenere pericolosa la linea del Governatore della Bce che con un certo accanimento di dosaggio del Qe ha perpetuato così a lungo e con disinvoltura la montagna di miliardi spesa(circa 2000 miliardi), per partorire un topolino, con un solo risultato sull’inflazione dello 0-1%, vale a dire un effetto piuttosto risibile, con efficacia nulla sulla pochezza di un intervento che rasenta piuttosto il ridicolo e che misura sopratutto l’incapacità a misurarsi con i problemi drammatici di una economia europea che continua a calare a picco senza vedere una luce in fondo al tunnel. A questo proposito c’è una importante dichiarazione del governatore della Fed Janet Yellen che ha ammesso il fatto che l’inflazione non si sia risollevata avvicinandosi al tasso di crescita annua del 2% resta un mistero ed ha ammesso che le pressioni sui prezzi sono state deludenti rispetto alle stime e che per questo la lettura dei dati sull’inflazione di mese in mese non è totalmente attendibile.
Draghi continuerà ancora per i prossimi due anni poi sarà destituito assecondando la richiesta della Germania. Dopo di che senza una politica rivolta agli investimenti che siano in grado di compensare gli effetti deflattivi a seguito dello smantellamento del Qe, la conseguenza sarà di una diminuzione di crescita del Pil non solo italiano con l’ulteriore aggravante per l’Italia di interessi e di un debito fuori controllo.
Ed oltre a questo sta saltando il progetto Macron che vorrebbe una politica di bilancio non rigorista per la Francia e l’intervento di un meccanismo europeo di stabilità sinora utilizzati per il soccorso degli Stati in crisi in cambio di un loro commissariamento; oltre al desiderio di Renzi di rivedere le regole di bilancio con delle deroghe al pareggio.
E soprattutto è destinato a (de)cadere il dovere di prima accoglienza agli extracomunitari che compete allo Stato in cui essi sbarcano. La Germania modificando la politica immigratoria della Merkel rispedirà gli immigrati non regolari al loro paese d’origine in quanto si accetteranno soltanto immigrati regolari su dei lavori che ci siano delle disponibilità.
Il governo Gentiloni ha varato una legge di bilancio 2018-2020 che implica un “margine di flessibilità” contando sull’appoggio dei socialdemocratici tedeschi che a loro volta non saranno più al governo. Inoltre ci vorrà un certo lasso di tempo prima di poter formulare una nuova coalizione tedesca, sicché la rettifica dl bilancio italiano eventualmente proposta potrà sicuramente slittare e far ricadere al governo in carica soltanto dopo l’anno 1918 cioè dopo le elezioni politiche e cioè in pieno impasse economico, con un sicura riduzione di Pil.
A nulla serviranno gli stimoli monetari con il Qe di Draghi che serve solo a produrre a prezzi e utili decrescenti con il risultato di ridurre sempre più una competizioni tra le aziende basata soltanto sulla compressione dei costi e dei salari facendo così fuori gli operai e con essi tutto il ceto medio produttivo. Un altro motivo in più nel senso dello spreco inutile di risorse per gli stimoli monetari, voluti e protetti da Draghi, se dopo tre anni di un massiccio acquisto di titoli a ottanta miliardi al mese la Bce avrebbe potuto ridurre i tassi sul debito pubblico italiano in modo drastico; mentre al contrario, secondo un paradosso sorprendente, è che pur risultando nullo l’effetto del Qe sulla crescita di inflazione, rimane sempre alto il tasso di interesse che si applica sul debito italiano che è mediamente del 4,5%; questo vuol dire che l’Italia deve continuare a pagare 90 miliardi di interessi passivi annui.
Il mercato è un eterno luogo di conflitti immaginari se lo si pensa come continuazione degli stimoli monetari sia nella versione del quantitative easing sia nel mantenimento dei tassi allo zero, come finora si è visto. Una sorta di droga immessa nel mercato per rivitalizzare il Pil come indice di un tasso di crescita che si sta rivelando sempre più illusorio. Manca drammaticamente per l’Italia uno sviluppo inteso come mutamento strutturale secondo un indirizzo con finalità strategiche e dotato di una superiore capacità competitiva per realizzare in tempi non lontani un tendenza ad un inserimento nel multipolarismo. Quindi non una spesa generica per aumentare una domanda qualsiasi, ma una spesa qualificata nella direzione al rafforzamento di settori d’avanguardia, e qui una nota dolente si ravvisa circa lo smantellamento di uno dei pochi settori di economia pubblica rimasti come Finmeccanica, Fincantieri … ., con una politica fallimentare in declino, che si può invertire soltanto sostituendo l’attuale classe politica di felloni al potere con un solido gruppo deciso ad incrementare una potenza diretta al conflitto che faccia da battistrada alla competizione.
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DUCHINI GIANNI, ottobre ‘17

VERSO LA FINE DELLA COSIDDETTA GLOBALIZZAZIONE

bce

 

Janet Yellen e Mario Draghi (rispettivi rappresentanti delle banche centrali di Usa e Europa) si sono riuniti a Jackson Hole (Stati Uniti) per una analisi più compiuta della “Grande Crisi”.   Una preoccupazione che è alimentata dalla necessità di gestire tensioni e squilibri e, soprattutto, dal pericolo che aleggia di protezionismo.

Questo rimpallo tra  testimoni così autorevoli trova un consenso unanime quando,  contrariamente alle più fosche previsioni, si afferma, con certezza assoluta, che la ripresa globale va rafforzando. “La questione è  ora come alzare il potenziale di crescita” (Draghi e Yellen)  che nei paesi Ocse ha rallentato dal 2% del 2000 al 1% in data odierna. Secondo Draghi, il problema principale è quello della produttività  e con esso quello di una maggiore apertura  al libero scambio e ai liberi flussi di investimenti ai finanziatori che svolgono ruoli essenziali nella diffusione di nuove tecnologie e che trainano miglioramenti nell’efficienza e nella produzione.  Ma a fronte degli imperativi di creare una continua coesione di intenti, di continue convergenze e fiducie reciproche, i governatori vedono con apprensione le insufficienti “regolamentazioni del settore finanziario globale” che hanno partorito la crisi. E una più convinta regolamentazione sono le migliori garanzie nei confronti degli scivoloni  nel protezionismo. Janet Yellen ha perorato una più puntuale regolamentazione bancaria e finanziaria, con un monito rivolto a chi si oppone sostenendo i vantaggi netti  “di un ritorno alla crescita del credito ed alla redditività degli istituti statunitensi più rapidamente di quanto avvenuto finora”.

Janet  ha difeso le grandi riforme di cui la Fed è stata protagonista assoluta nella crescita e nella stabilità del sistema finanziario ed indirettamente il Presidente Trump che vorrebbe spingere l’acceleratore sulla deregulation nazionale ed internazionale.

Ma dobbiamo dire che Trump nell’incipiente  multipolarismo che si va profilando, sta parallelamente segnando  la fine della globalizzazione, ovvero la americanizzazione di intere aree globali  cui fece seguito a suo tempo nella caduta dell’Urss. La pillola globalista che si volle estendere all’intero globo non funziona più.

La stessa  ripresina italiana è un po’ l’effetto di questo clima globalista tanto decantato ed osannato. Nonostante le rosee previsioni snocciolate dagli istituti statistici, l’ economia italiana stenta a ritornare a marciare e  dall’estero arrivano  segnali d’allarme. Già il Financial Times evidenziava come l’Italia sia uno dei pochi Paesi a non essere ancora ritornato ai livelli di benessere del 2007, nonostante i proclami ufficiali di una economia avviata ad una sicura ripresa. Il dato più sorprendente è che  risulta un futuro costellato di troppe incertezze con scenari forse peggiori di quanto propinato a causa di un debito stellare e della fine di tutto il sistema industriale italiano( a parte qualche residuo industriale sopravvissuto alla completa devastazione effettuata dal 1992 in poi  con “Mani Pulite”) .

Per gli osservatori esteri l’Italia è in definitiva il “maggior rischio alla stabilità economica dell’euro nonostante alcuni indicatori economici siano risultati superiori alle stime di mercato”.  C’è da aggiungere che la persistente bassa inflazione che sembra coincidere con la deflazione indica una grave ed insufficiente vitalità dell’economia e della società italiana: è come un tappo messo a comprimere ogni forma di propensione al consumo, ogni forma di investimento e lavoro.

Infine, nel raffronto con gli altri Paesi l’Italia rimane il fanalino di coda dell’Unione  Europea e continua a crescere alla metà del ritmo vantato dagli altri paesi europei. E per quanto le previsioni del Pil siano oggi positive di circa all’1,3% rispetto ad una media dei Paesi europei doppi (+2,1%). Lo stesso Fmi a fine luglio prevedeva il ritorno del Pil ai livelli precrisi non prima della metà del 2025 e parlava di rischi significativi sulla ripresa italiana determinati dalla fragilità finanziaria e della difficoltà  a sostenere i livelli stellari del debito pubblico una volta che la Bce avrà messo la parola fine al quantitative easing. Non è un caso che le banche italiane ed europee stiano vendendo a piene mani i Btp (I buoni del tesoro poliennali italiani).

GIANNI DUCHINI settembre ‘17

LA FED PRONTA ALLA GUERRA

Mr. Trump- Yellow Tie

 

I democratici non demordono nel loro impeto di guerra ai trumpiani. La guerra di Janet Yellen attuale presidente della Fed è appena cominciata. Smesse le vesti di  colomba ora occupa quella di falco, con l’aumento del costo del denaro; un tentativo di  autonomia politica della Fed in contrasto al nuovo segretario del Tesoro voluto da Trump, Steven Minuchin. Quest’ultimo punta a rottamare la riforma finanziaria di Dodd-Frank voluta da Obama. Inoltre gli ulteriori sgravi fiscali promessi dal nuovo presidente possono avere un certo impatto sull’indebitamento a lungo termine. Le misure protezionistiche (sempre secondo Dodd-Frank) imposte da Trump potrebbero far esplodere il debito federale, infiammare l’inflazione e portare ad una frenata sui commerci internazionali con ricadute interne sull’occupazione. Uno scenario devastante per Trump che potrebbe vedere sfumare i 25 milioni di nuovi occupati promessi.

E’ senza fine la campagna anti Trump. Con lacci e laccioli si cerca di impedire il decollo della nuova politica trumpiana. Vedremo se riuscirà nell’intento di portare a termine  il suo programma, nelle sue linee più essenziali . Certo è che l’attuale Presidente della Fed, la democratica Janet Yellen, non demorde nel suo antitrumpismo, perché vuole impedire il decollo della nuova fase che si è innestata a livello mondiale con il multipolarismo.

Dalle parti dell’Europa, a rimorchio delle politiche obamiane organizzate dal maggiordomo tedesco, l’infaticabile Mario Draghi deve  arrestare  il suo  Qe (Quantitative easing) per consunzione. Il genio di Draghi ha buttato prima 60 poi 80 miliardi al mese per ottenere una inflazione del 2% che secondo lui avrebbe fatto da innesco ad una mitica crescita della ricchezza di oltre il 3% del Pil. Una beffa che si è prolungata nel tempo che ha visto impoverire inesorabilmente milioni di Italiani ed europei con prezzi fermi, disoccupazione in forte aumento debito alle stelle, sfrangimento del welfare, collassa mento del territorio.

E con ciò va anche in soffitta la cosiddetta “austerità espansiva” un principio tanto caro agli economisti bocconiani. Messo da parte il principio di una svalutazione monetaria, impossibile da farsi se non in presenza di una moneta nazionale, il tutto è rivolto ad una svalutazione interna: bassi salari e alta disoccupazione con l’inevitabile caduta della domanda dei consumi.

Ma l’austerità espansiva non esiste è un ossimoro. Sta solo nella testa malata degli economisti che tendono a giustificare ed avallare qualsiasi soluzione che possa in qualche modo alleviare i malcontenti della popolazione. Come per esempio per la Grecia si tende  a parlare dell’uscita dall’euro ma si fa pour parler perché è notorio che la cancellazione del debito greco è impossibile  essendo lo stesso debito in mano  alla Bce (come credito) e con un programma di assistenza (si fa per dire) fatto di tagli alla spesa sociale ed aumenti delle imposte con una  conseguente  emergenza umanitaria.

Nonostante questa tragedia gli ambienti politici tedeschi (in particolare il ministro delle finanze Heder)  sostiene che gli aiuti devono essere concessi a fronte di un “pegno” o in denaro o in oro o in immobili, insomma la Germania non si fida dei suoi partner.

Ed è alquanto singolare come il tutto si tiene. Come si vuol tenere in vita economie disastrate in nome di un falso europeismo, con una Europa ridotta alla canna del gas, senza alcun fremito di autonomia nei confronti degli Usa. E’ pur vero che i trumpiani sollecitano una sganciamento dall’attuale dirigenza europea ma sarà una battaglia all’ultimo sangue fino a quando l’ultima dirigenza  obamiana  vorrà essere presente sul territorio di questa disastrata Europa.

GIANNI DUCHINI marzo ’17

L’INEFFICACIA DEL BAZOOKA DI DRAGHI

bce

 

Esiste una successione temporale di emissione del Qe (Quantitative easing) in ordine ad un primato riservato al paese a guida strategica Usa. Esso ha riguardato l’emissione di Qe da parte della Fed, esteso alla Bank of England ed alla Bank of Japon riservandolo e solo in seguito alla Bce europea.

Mentre una molto ridotta inflazione si è verificata nei paesi menzionati, Inghilterra e Giappone, l’Europa ha avuto un effetto nullo come se non si fosse in essa intervenuti: il cannone di Draghi ha sparato a salve. Rimane in Europa una drammatica deflazione impossibile da eliminare, simile agli Usa degli anni ’30 e che soltanto una 2° guerra mondiale è stata in grado di risolvere.

La deflazione è un fenomeno storico che nelle sue linee di fondo è costituita da una produzione a prezzi sempre più decrescenti come effetto di un avvitarsi verso il basso dello sviluppo industriale, a causa della rivoluzione tecnologica che riduce sempre più l’occupazione.

Questa corsa al ribasso dei prezzi è una delle chiavi di lettura della sparizione dell’inflazione e di una naturale riduzione della domanda con l’effetto del crescere della disoccupazione e della compressione dei salari sugli occupati, oltre all’ovvia conseguenza di una impossibile risalita dei prezzi.

Con il bazooka di Draghi si accompagnava un altro l’obbiettivo della manovra, quello di stimolare gli investimenti produttivi facilitando l’accesso al credito per le imprese e le famiglie. Ma difficilmente gli investimenti produttivi potranno ripartire per la semplice ragione che gli imprenditori non possono aumentare la capacità degli impianti se non trovano i clienti per i loro prodotti.

Dopo due anni di massiccio acquisto di titoli a ottanta miliardi al mese, la Bce avrebbe dovuto inoltre ridurre i tassi sul debito pubblico italiano (circa duemila miliardi) in modo drastico; mentre, al contrario, secondo un paradosso sorprendente, risulta nullo l’effetto del Qe su una crescita di inflazione e rimane sempre alto il tasso di interesse che si applica sul debito italiano, mediamente del 4,5%; questo vuol dire che l’Italia deve pagare 90 miliardi di interessi passivi annui (4,5% di 2000 miliardi di debito italiano).

Ma un altro spettro si aggira nel mondo occidentale, facendo seguito a queste manovre apparentemente inconcludenti, con effetti mirati alla completa sparizione del ceto medio.

Gli effetti sono visibili in modo drammatico ed esteso in tutte le città occidentali, un percorso conosciuto secondo cui la caduta verticale del ceto medio sia dovuta alla mancanza di stimoli di investimenti produttivi per l’accesso al credito della piccola imprenditoria e delle famiglie, onde far risalire la domanda dei consumi e con esso la possibilità di un asfittico rilancio del ceto medio per risollevare le sorti di un paese. Si continuerà a far leva su strumenti abborracciati che non sono in grado di risolvere alcunché o perlomeno trascinare una situazione di per sé irrecuperabile.

Esistono élites dirigenti, nei diversi paesi occidentali, che sono tra loro in una comunicazione costante sia in senso economico, politico, culturale, strettamente collegata con quella statunitense in una situazione di subordinazione.

Gli Usa sono il Centro di un ampio sistema mondiale di paesi. Quello che viene trasmesso dal Centro spesso non viene percepito nei suoi reali intenti. Così come l’immissione di liquidità (Qe) viene percepita come emanazione della Ue di Draghi. Mancano tutti i presupposti che presiedono a questa (i)emissione oltre alle finalità della stessa; per esempio far fuori semplicemente tutto il ceto medio ed appiattire ad una melassa indistinta di pezzenti.

 

LA PAURA DELLE BANCHE

bce

 

Nella sua recente visita al Bundstag (Germania) Draghi è tornato per spiegare la sua politica sostenendo che gli stimoli espansivi della Bce hanno fatto risparmiare 28 miliardi alle banche tedesche sotto forma di minori tassi d’interesse. Anche se Schauble (ministro finanziario tedesco) aveva opposto una strenua resistenza alle invadenti politiche “liquide” di Draghi perché così facendo aiutava il partito populista di Alternative fur Deutschland e non solo

E qui si tocca un punto fondamentale della politica della Bce. Al fondo del dissidio tra Berlino e Draghi c’è il problema che si tende a derogare alla regola del “capital key” ossia al peso economico degli stati membri che determina la quantità di titoli pubblici che la Bce può comprare da ognuno attraverso il Qe(Quantitative easing). Un aspetto questo dove la Bundesbank ha mostrato tutto il suo dissenso per il Qe sostenendo che l’acquisto del debito degli Stati membri nell’euro zona nella misura di 230 miliardi di titoli tedeschi di 185 miliardi di titoli francesi e di 140 miliardi di titoli del debito pubblico italiano e 120 miliardi per la Spagna ha indebolito enormemente nell’insieme l’intera Europa.

E’ risaputo quanto Draghi con le sue politiche abbia ridotto ai minimi termini il rendimento del risparmio e quanto le banche abbiano difficoltà a fare profitti con il credito alla clientela e ciò nonostante la Deutsche Bank si sia molto giovata dei bassi tassi d’interesse per rifinanziare le multe salate degli Usa facendo seguito alle sanzioni nei confronti della Volkswagen.

Quello che è mancato in modo clamoroso è un programma di investimenti da realizzare mediante le banche; la somma totale che le istituzioni finanziarie hanno ottenuto dalla Bce per finanziare i propri investimenti è la cifra irrisoria di 120 miliardi a fronte di circa più di mille miliardi investiti nel tentativo di tenere liquido l’intero sistema e quindi sostanzialmente soltanto un 10% circa come risultato ottenuto dalle banche per operare nel mercato dei capitali.

Ma a questo punto una domanda corre d’obbligo. Come è possibile che a fronte di un Qe così massiccio e pervasivo che ha interessato tutte le economie europee si riscontri un misero investimento per lo sviluppo di soltanto 120 miliardi, cioè una montagna di soldi che partorisce un topolino.

Quello dello sviluppo è un tema grosso per l’intera Europa che dopo la grande crisi finanziaria 2007-08 non è più riuscita non solo a crescere a livelli accettabili ma ha avuto un andamento completa decrescita a cui è seguito un affossamento inesorabile . Né è servito ad alcunché il tentativo di Draghi di rilanciare a più riprese il Qe, poi risultato impossibile di uno sviluppo minimamente produttivo, con l’unico effetto visibile di una deflazione che attanaglia inesorabilmente l’intera economia senza alcuna possibilità di scampo e con un depotenzionamento dell’Europa fino ad un suo sfinimento ad oltranza.

E qui sta la potenza Usa che emerge in tutta la sua grandezza: da un lato schiaccia e relega all’angolo l’Europa, dall’altro risulta l’elemento fondante di ogni sua strategia.

Il vulnus è che la UE è puro strumento degli Usa e non ci si deve battere per la semplice uscita da essa e nemmeno tentare una sua riforma. Può essere decisiva la ripresa di una certa politica con un indirizzo deciso verso un autonomia nazionale, sulla base di una indipendenza dagli Usa, oltre ad un diverso sistema di regolazione di contatti internazionali in grado di mettere in crisi il dominio americano.

L’Europa d(e)i Draghi

bce

 

Draghi è il principale artefice della libertà dei capitali di scorazzare tra l’America e l’Europa ed è il più solido pilastro di ogni politica americana in Europa oltre ad essere un fedele esecutore di ogni strategia Usa.

Draghi già nel 2009 come governatore della Banca d’Italia osservò che alcuni paesi emergenti avevano innalzato dazi commerciali o avviato azioni antidumpig. Da qui un duplice appello alla Amministrazione americana affinché resistesse alle richieste di protezione commerciale e ai leader europei affinché non desistessero dal “libero scambio” e suggerì che qualsiasi tendenza protezionistica dovesse essere fortemente scoraggiata. Un appello ripetuto all’infinito da Draghi, e da Vitor Constancio numero due del governatore, ha sottolineato (la scorsa primavera) che tariffe e protezionismo potrebbero essere tentati tutti i leader mondiali ma non quello di sfuggire alla “trappola della liquidità” e con ciò aggravare lo stato di salute dell’economia mondiale rendendo più complicata la battaglia anti deflazione di Draghi.

Come si può notare siamo in un completo “cul de sac”. Ci stiamo avviando ad attuare politiche del Qe (Quantive easing) con acquisti di debito degli stati europei con un notevole deficit di bilancio o alto rapporto debito/Pil che aumenteranno i tentativi da parte di Draghi di politiche da “ultima spiaggia” oltre le quali c’è soltanto il baratro. Se si pensa soltanto che la Bce con la sua politica di allargamento della liquidità in una misura spropositata (si parla di acquisti di bond oltre mille miliardi di euro) ha ridotto ai minimi termini (con valori talvolta negativi) il rendimento del risparmio.

Ma c’è ancora uno spettro che si aggira in Europa: l’aumento del costo del denaro dalla parte americana della Fed (Banca Centrale Usa). E’ noto che tutte le banche europee dipendono strettamente da essa in particolare la Bce. Da un suo starnuto viene dipende l’andamento di tutta l’economia mondiale e non solo europea. Da esso dipende il costo del debito pubblico e la possibilità delle banche di attrarre l’interesse degli investitori, per non parlare dell’andamento delle valute sul petrolio in stretta relazione con le decisioni prese a Washington.

Ma più di tutto conta voler dimostrare che la Fed ha il pieno controllo della situazione senza dover aspettare la ripresa di Europa e Giappone. Perciò non si aspetterà che il vecchio Continente realizzi le riforme prefissate (ad esempio il risanamento delle banche) e se deciderà di aumentare il costo del denaro, lo farà possibilmente ( forse) entro la fine dell’anno. Il motivo principale di questa frenata sul rialzo dei tassi va ricercata nella mancata ripresa degli Stati Uniti e di conseguenza dell’Europa ed in particolare dell’Italia con le sue ripetute “crescite” del Pil sempre al ribasso, fino al sottozero. E anche se ci fossero scossoni in Borsa per l’aumento dei tassi Usa, in Italia non si avrebbe alcun significativo segno di vita.

Una paura serpeggia tra gli investitori, la sensazione che il bazooka di Draghi stia diventando un’arma spuntata, che cioè non abbia più l’efficacia di prima con un evidente calo del tasso di rendimento per l’acquisto dei bond, sicuro prodromo del calo di rendimento dei titoli azionari. Tutti fattori che hanno indotto lo stesso Draghi a rimandare l’annuncio sul potenziamento ed il prolungamento degli stimoli derivati dalla massicce immissioni di Qe (Quantitative easing).

Da Monti a Montegrappa il Cane a sei zampe perderà la coda

 

montiDue tecnici per due disfatte annunciate. In Grecia arriva “Pappademos” ed i suoi obiettivi sono già tutti nel nome. In Italia, Monti è il Calvario dove porteremo la croce di questo tracollo su tutta la linea, all’indomani della resa senza condizioni siglata da una classe dirigente inetta e incompetente che ci ha già inferto molti colpi nel costato e troppe frustate sulla schiena.

La parabola discendente di entrambi questi popoli sarà impietosa per aver porto l’altra guancia quando occorreva rivoltare il tempio e per non aver saputo respingere gli attacchi della finanza internazionale e gli assalti geopolitici del mondo occidentale (guidato dagli Stati Uniti) per tempo. I due rappresentanti dei poteri forti planetari greco e italiano (tanto Papademos che Monti sono soci del Bilderberg ed il nostro connazionale, dal 2000 sino ad oggi, ha mancato poche occasioni annuali del gruppo, recandosi nelle segrete stanze di questa massoneria plutocratica in compagnia di un altro nostro illustre concittadino, l’attuale presidente BCE, Mario Draghi) hanno avuto l’ordine esplicito di liquidare i rispettivi Paesi per evitare il default sistemico a tutti gli altri, più arroganti e più potenti di noialtri. L’Italia consegnandosi a Monti ed al suo ventriloquo Draghi, da cui ha copiato il programma di risanamento lacrime e sangue, come svelato dal quotidiano Libero, ha abdicato alla sua sovranità e si è cosparsa il capo di cenere al cospetto di Usa e ed Europa in segno di resipiscenza e sconfitta. Stiamo pagando a caro prezzo l’aver predicato, nei primi tempi del governo Berlusconi, intese bilaterali con gli scismatici ortodossi e gli infedeli arabi. Adesso ci toccherà bere l’amaro calice di questa ritirata su tutto il fronte mondiale, sottoponendoci all’inquisizione americana ed accettando l’ingresso sul nostro territorio di legioni straniere e podestà forestieri che amministreranno la nazione per conto dei loro signori. In sostanza, è una vera e propria apocalisse storica dalla quale difficilmente ci riprenderemo a meno di un miracolo. Tuttavia, a prescindere dai percorsi sepolcrali su welfare e spesa pubblica che il nuovo gabinetto di larghe pretese e subdole intese ha preannunciato, la prima pietra tombale sarà collocata sulle nostre imprese di punta che saranno smembrate e svendute alle truppe d’oltreconfine, le quali stanno reclamando il bottino dopo aver conquistato il fortino statale. Da Monti a Montegrappa il Cane a sei zampe perderà la coda. La profezia, per restare in ambito religioso, è enigmatica ma non troppo. E così Eni e Finmeccanica si ritrovano accerchiate senza scudi per parare i colpi di concorrenti affamati di profitti, borse col sangue al cervello e guerriglieri politici che, lancia in resta, puntano a sottrarcele. Com’è possibile che una corazzata inaffondabile, qual era quella guidata da Guarguaglini solo un anno fa, sia divenuta improvvisamente una bagnarola che imbarca acqua da tutte le parti? Qualcosa non torna evidentemente e i pirati si sono mischiati alla ciurma. Ha cominciato una magistratura troppo zelante e, da qualche decennio, eccessivamente sensibile agli stimoli esterni colpendo con indagini e avvisi di garanzia i vertici della compagnia. Hanno continuato gli investitori privati prima entusiasti delle acquisizioni effettuate dal gruppo in tutto il mondo ed ora invece timorosi di perdere dividendi per i debiti contratti. Hanno proseguito diplomatici e ministri avvalorando guerre che avevano come unico obiettivo quello di togliere spazio e commesse alle nostre aziende le quali godevano di canali privilegiati con alcuni governi, stimolando l’invidia dei competitors esteri. Il colpo di grazia è arrivato dagli appetiti dei partiti nostrani i quali anziché blindare tali gioielli hanno scatenato conflitti e ostilità intestine per collocare propri uomini nei gangli delle conglomerate, ricorrendo a qualsiasi espediente. I risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi proprio mentre stanno per derubarci sotto il naso. L’Italia è stata tradita e inchiodata al crocefisso dai suoi stessi figli infami e disonesti. Non risorgerà finché questi non saranno travolti da un diluvio di consapevolezza nazionale e di giustizia epocale.

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