BASTA CON L’ECONOMICISMO, CONSAPEVOLE SCELTA REAZIONARIA (di GLG)

gianfranco

Si ha la netta sensazione, a mio avviso del tutto esatta, che si confonda continuamente la giusta e irrinunciabile polemica contro l’economicismo con la critica – consapevolmente rifiutata da chi difende quest’“ordine costituito” – di ogni tipo di analisi che abbia un carattere strutturale, analisi che è stata invece l’elemento di forza di teorie del tipo di quella di Marx.

L’economicismo prende sovente la forma che Marx definì <<feticismo delle merci>>, con la sostituzione dei rapporti tra cose (nel capitalismo le merci) ai rapporti tra uomini. In senso lato, si può secondo me parlare di economicismo quando tali rapporti interumani vengono nascosti da quantità definite economiche quali prezzi, profitti, quote di mercato, transazioni finanziarie, saggi di interesse e via dicendo. Un ragionamento fra i più banali in tal senso è, ad esempio, il seguente (usato perfino da certi pseudo critici del capitalismo): <<nell’anno 0 l’x% della popolazione possedeva l’y% del reddito nazionale (o magari del patrimonio nazionale, ecc.); nell’anno 0+t lo stesso x% ne possedeva l’y+z%>>. Se ne trae allora la conclusione di una evidente iniquità del tipo di società che consente una simile maldistribuzione della ricchezza, di un altrettanto evidente sfruttamento dei “miseri” da parte dei più “ricchi”, con il corollario (di un tempo ormai lontano) che si avvicinerebbe l’ora della ribellione dei primi.

E’ meglio poi non diffondersi sull’attuale mito delle quotazioni di Borsa, vista come “Dio” benefico (tutti avrebbero l’opportunità di arricchirsi) o come dominio del “Maligno” (si approssima una crisi spaventosa con grandi sofferenze per intere popolazioni). Oggi è assai di moda lo spread o ci si inchina ai giudizi di sedicenti società di rating (due americane e una inglese), veri organi di manovra politica da parte dei predominanti, attuata con la falsa obiettività delle cifre ottenute mediante calcoli ben adattati alle esigenze dell’inganno da perpetrare a danno di coloro che accettano la subordinazione ai prepotenti. Si tratta di rozzezze e grossolanità dal punto di vista di un corretto atteggiamento sia teorico che pratico; tuttavia, i loro propalatori si servono di media asserviti appunto alle esigenze di precisi paesi e gruppi dominanti. E altri gruppi di subordinati, che accettano per interesse questa loro condizione di dipendenza, si fanno essi pure diffusori di simili menzogne, avendo a disposizione tutti i mezzi per far accadere gli eventi drammatici profetizzati.

In realtà, simili considerazioni hanno la valenza e profondità di quelle di un individuo che viva sempre chiuso in una stanza e pensi all’intero mondo come ad una superficie piatta del tutto simile al pavimento della stessa. Ben diverso è il caso quando uno studioso serio dei rapporti tra uomini in una data società non si limita a trattarli alla stregua di interazioni tra individui prive di una qualsiasi strutturazione dell’insieme. Ad es., il concetto marxiano di modo di produzione definisce una intelaiatura, una mappa, di rapporti sociali, sia pure a grana grossa, che tende a mettere in luce alcune determinazioni decisive di date società (detto ancor meglio: di date forme di società o formazioni sociali).Detta intelaiatura, a mio avviso, non è la “riproduzione” (una sorta di fotografia) dei rapporti sociali secondo la loro presunta struttura “reale” in dati periodi storici, bensì una costruzione teorica che tende a mettere ordine nel caos delle innumerevoli interrelazioni tra i soggetti componenti la società in diverse epoche (e fasi di un’epoca) storiche. La teoria tenta di decifrare inoltre quali di simili interrelazioni sembrano essere le più decisive, le più influenti sulle dinamiche di quella data società; e si cerca di formulare qualche ipotesi circa la direzione di movimento e trasformazione della stessa.

Nessuna ipotesi teorica che metta ordine può tuttavia essere definita se non si parte dal riconoscimento che, nella interazione reciproca tra i molti soggetti componenti la società, si sono andati formando quelli che vengono definiti “ruoli” (le caselline della struttura pensata appunto come la più idonea a “mettere ordine”). E’ inoltre indispensabile trascegliere quelle che si suppongonoessere le principali funzioni svolte dai vari ruoli (e quindi dai soggetti che li occupano). Da questo punto di vista, il costrutto marxiano di modo di produzione trasmette le seguenti informazioni: a) l’esistenza di una struttura di ruoli e di relazioni tra ruoli, occupando i quali gli agenti formano delle classi (grossi raggruppamenti) sociali; b) la conseguente esistenza di funzioni cui sono adibiti tali agenti delle diverse classi, di alcune delle quali si può predicare l’essere dominanti e di altre l’essere dominate (eventualmente con l’indicazione di una serie di gradini intermedi) in relazione alle decisioni riguardanti sia gli assetti(economici, politici, ideologici, ecc.) di quella data formazione sociale sia le dinamiche di riproduzione o trasformazione degli stessi.

In mancanza di uno “schema d’ordine” – e il concetto di modo di produzione tale voleva essere – tutti i discorsi sulla società si fanno generici, confusi, rinviano ad erratici (casuali) flussi di potere o ad una sorta di psicologia degli agenti o ad una loro formazione ideologico-culturale di incerta derivazione senza “base” alcuna; ci si limita ad una serie di riflessioni di tipo sociologistico e/o politicistico, non certo ininteressanti, ma che senza dubbio risentono troppo fortemente delle preferenze e predisposizioni dei loro autori. Per questi motivi, sono contrario a ritenere ogni discorso (eminentemente teorico) intorno alle strutture (di ruoli e funzioni) come puramente affetto da un appesantimento d’ordine economicistico o, in altri casi, definito spregiativamente scientista. L’essere scientificamente rigorosi è un pregio, non un orpello fastidioso e da gettarsi alle spalle. So che è molto impegnativo e difficile – e bisogna perderci molto tempo, è necessaria la “lenta” riflessione e non la “meccanica” prontezza di riflessi, che spinge spesso all’improvvisazione – ma è l’unico modo per giungere più a fondo nella critica ai gruppi sociali, di vario ordine e grado, che si ergono a difesa dell’attuale struttura di rapporti tra dominanti e dominati. Anche la semplice lotta culturale – che da sola non è comunque sufficiente a rovesciare quel sistema di rapporti di potere – viene in ogni caso rafforzata da una rigorosa analisi dei sistemi sociali (di ruoli e funzioni).

E’ bene tuttavia ricordare che nell’attuale fase storica, di intenso sviluppo soprattutto tecnologico, si arriva spesso ad una deformazione parossistica del significato della scienza. Quest’ultima si fonda su ipotesi – nate appunto dall’esigenza di semplificare la realtà e di renderla idonea allo sviluppo di un agire nel mondo perseguendo determinate finalità – che non devono affatto essere fatte passare come una autentica e ormai esaustiva rappresentazione del complessivo mondo nel cui flusso siamo immersi. Le ipotesi sono e devono essere sempre così ritenutesemplici schemi d’ordine che, in un certo senso, fissano la realtà, la sua struttura e la sua dinamica, che sono invece eminentemente mutevoli, cangianti. Lo dobbiamo fare per agire, altrimenti ci perdiamo nel flusso degli eventi e siamo semplicemente travolti dal loro susseguirsi, di cui non siamo in grado di cogliere le infinite sfumature. Guai però se il presunto scienziato dichiara che quella data ipotesi è una certezza (“matematica”). Costui non ha nulla a che vedere con la scienza, ma solo con la prepotenza ideologica di una classe dominante (o di sue varianti interne) in crisi, in pericolo di perdita del potere. Gli “scienziati” diventano allora i moderni sostituti delle caste sacerdotali di tempi assai antichi, in cui erano il supporto dei gruppi dominanti; e spesso tendevano anche a sostituirsi a questi nei momenti di particolare crisi di quella formazione sociale. Questo tipo di scienza va disprezzato e combattuto e i suoi “alfieri” messi alla gogna, trattati da semplici ciarlatani.

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Venendo al dunque e a più modeste e attuali questioni, quando manifesto idiosincrasia per la “sinistra”, si fraintende spesso il mio discorso, prendendolo per umorale. Se si leggesse attentamente quanto scrivo in tema di ipotesi relative alle diverse frazioni di dominanti e alle loro funzioni riproduttive dell’odierno, terrificante, (dis)ordine sociale, ci si renderebbe conto di quanto la mia idiosincrasia per questa miserabile e meschina “marmaglia” politica sia tributaria di un’analisi del tutto realistica degli spregevoli servizi che essa rende alle frazioni dominanti in paesi asserviti ad una potenza predominante. La “sinistra” è un vero cancro o, se preferite, un’infezione che, lasciata agire, porterà alla dissoluzione dell’intera nostra società. Contro simile catastrofico pericolo non si è ancora in grado di far sorgere una forza politicacapace di espellerla dal consesso civile, di eliminarla da ogni possibile intervento nelle decisioni di paesi che intendano riconquistare una loro autonomia. Ci sono alcuni movimenti politici, ormai intossicati da una sedicente democrazia basata sul “mercato elettorale”, che credono di batterla appunto con il voto. Così essa continua ad esistere e a spargere i suoi veleni dissolutori. Occorrerebbe invece asportare del tutto le cellule cancerogene, usare un disinfettante di potenza risolutiva, in grado di cancellare questa “malattia”. La mia, dunque, non è idiosincrasia, è consapevolezza del pericolo di totale distruzione del nostro modo di vita, delle nostre tradizioni e cultura, ad opera di agenti che sembrano agire alla guisa di Sansone: se moriamo noi, facciamo crepare anche gli altri, distruggiamo l’intero consesso sociale.

Ancora molto tempo fa, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso – nel mio periodo ancora pre-althusseriano e pre-bettelheimiano – scrissi due articoli (in “Ideologie” e nel “Che fare”, rivista diretta da Francesco Leonetti), in cui delineavo la progressione futura del Pci in quanto organizzazione in progressiva (e certo lenta data la “base operaia” del partito”)rappresentanza e “servizio” di quella che designavo allora ancora come “borghesia monopolistica”. Al di là della rozzezza di un’argomentazione ancorata alla tradizione (si tratta del resto diquasi mezzo secolo fa), feci una previsione molto in anticipo sui tempi, ma potei formularla in base ad un’analisi, pur ancora rudimentale, che non esito a definire fondamentalmente scientifica, anche se certo con i termini e l’intelaiatura teorica (marxista) di quei tempi. Qualsiasi analisi di superficie, culturalistica e quasi psicologistica, conduceva gli altri critici del capitalismo a parlare, al massimo, di “deviazione” piccolo-borghese del Pci e cose del genere. Aggiungo che subito dopo il mio ritorno dalla Francia (andai appunto a seguire Bettelheim e la scuola althusseriana frequentando l’EPHE a Parigi nel 1970-71), mi accadde un fatto ebbi un contatto ben rilevante per un “viaggio”, che poi mi rifiutai di intraprendere perché lo pensavo più pericoloso di quanto poi capii essere in realtà – che mi lasciò molto “pensoso” e un po’ sbalordito. Solo pian piano, negli anni successivi, riuscii da quell’evento ad afferrare che dovevano essere in atto alcuni contatti di un “certo tipo” per favorire, in modo coperto e prudente, il passaggio di campo del Pci verso l’atlantismo, processo che conobbe un momento “più scoperto” nel ’78 con il viaggio di un suo notevole esponente negli Stati Uniti, in concomitanza con la “faccenda” Moro (in possesso, ne sono convinto, di documenti, finiti chissà dove, comprovanti gli intendimenti di “nuove alleanze internazionali” di quella direzione del Pci).

Non intendo tediare oltre il lettore. Invito però tutti quelli che leggeranno queste poche pagine a meditare sull’uso a volte pretestuoso che viene fatto di polemiche contro l’economicismo, lo scientismo, ecc. Bisogna seguire attentamente l’evolversi dei fatti “reali”, ma non l’interpreteremo mai nel suo, almeno realistico (non proprio REALE), andamento e nel suo significato effettivo se non si è intenzionati ad assumersi la fatica e anche il tedio della “fredda” scienza. La si smetta di rincoglionirsi solo con internet, con i telefonini e altre novità tecnologiche, in evoluzione sempre più veloce in modo da far perdere a chi la segue ossessivamente ogni capacità di mettere per alcune ore il culo sulla sedia, leggendo vari documenti, ma essendosi preparati a capirli e inquadrarli nel loro significato per nulla affatto trasparente come sembra a prima vista. Si tenga inoltre presente che nelle scienze sociali non vi sono laboratori con provette e reagenti o acceleratori di particele o telescopi giganti, ecc. Lo scienziato sociale nemmeno può fare la verifica delle sue teorie mediante impegno diretto e immediato in tutte le situazioni (nei vari periodi storici e nei vari luoghi geografico-sociali) di cui ipotizza le strutture e dinamiche evolutive.

E’ ora di smetterla con l’ossessiva alimentazione della sola prontezza di riflessi. E’ ormai sempre più necessario riprendere ad allenarsi con la lenta riflessione, con il montare e smontare diverse ipotesi, senza innamorarsi di una soltanto d’esse per la noia di pensare. E anche quando si è divenuti molto convinti di una, se ne devono cogliere le sempre non poche sfaccettature e angolazioni dei punti di vista che esse consentono e anzi spesso impongono. E ricordiamoci pure che nel lottare per una causa non c’è sempre bisogno di mettere bombe e commettere atti molto spesso più che altro negativi. E’ anche utile far funzionare il cervello che ha la straordinaria capacità di immaginare strutture “architettoniche” in grado di mappare, di ordinare semplificando, il “territorio” (sociale non meno di quello naturale) in cui siamo costretti a muoverci, cercando di accrescere l’efficacia delle nostre azioni. E’ un discorso che non termina certamente qui.  

 

CONTRO L’ECONOMICISMO, PER UNA ANALISI STRUTTURALE

gianfranco

 

Ho la sensazione che spesso si confonda la polemica (giusta) contro l’economicismo con la critica, a mio avviso ingiustificata, di ogni tipo di analisi che abbia un carattere strutturale, analisi che è invece la forza di teorie del tipo di quella di Marx (ma non solo di questa).
L’economicismo prende spesso la forma che Marx definì feticismo delle merci, con la sostituzione dei rapporti tra cose (nel capitalismo le merci, appunto) ai rapporti tra uomini. In senso lato, si può secondo me parlare di economicismo quando questi ultimi vengono nascosti, in generale, da quantità definite economiche quali prezzi, profitti, quote di mercato, transazioni finanziarie, saggi di interesse e via dicendo. Un ragionamento che mi sembra francamente uno dei più banali in tal senso è, ad esempio, il seguente (assai usato dal vecchio marxismo): “Nell’anno 0 l’x % della popolazione possedeva l’y % del reddito nazionale (o invece del patrimonio nazionale, ecc.); nell’anno 0+t lo stesso x % ne possiede l’y+z %”. Se ne trae allora la conclusione di una evidente iniquità del tipo di società che permette tale crescente maldistribuzione della ricchezza, quindi un evidente sfruttamento dei miseri da parte dei più ricchi, con il corollario che si avvicinerebbe l’ora della ribellione dei primi. E’ meglio poi non diffondersi sull’attuale mito delle quotazioni di Borsa, vista come “Dio” benefico (tutti avrebbero l’opportunità di arricchirsi) o come dominio del “Maligno” (si approssima una crisi spaventosa con sofferenze inenarrabili per le più grandi masse). Credo francamente che Marx sia ben poco responsabile di simili rozzezze e grossolanità. Considerazioni del genere hanno la stessa valenza e profondità delle considerazioni di un individuo, che viva sempre chiuso in una stanza e pensi che l’intero mondo sia piatto come il pavimento della stessa (è quanto è accaduto all’umanità per migliaia e migliaia d’anni, ma ce ne siamo affrancati salvo che nelle analisi degli economisti degli ultimi decenni).
Ben diverso è il caso quando lo studioso dei rapporti tra uomini non si limita a trattarli alla stregua di una cena tra amici, di una riunione di condominio, di un raduno di alpini, di un incontro d’amore, di un incidente d’auto (con testimoni annessi), del ripararsi nel medesimo androne durante un nubifragio; o anche di una conferenza, di un seminario, di una serata di discussione nella sede del partito, dell’organizzazione di una manifestazione o di un attentato, ecc. Ad esempio, il concetto marxiano di modo di produzione definisce una intelaiatura, una mappa, di rapporti sociali a grana grossa che tende a mettere in luce alcune determinazioni decisive di date società (o, in linguaggio marxista, formazioni sociali o forme di società). Va innanzitutto ricordato che, almeno per quanto riguarda la mia interpretazione, detta intelaiatura non è la riproduzione (una sorta di fotografia) dei rapporti sociali secondo la loro presunta struttura reale in dati periodi storici (in realtà, a rigor di logica, tutto dovrebbe modificarsi in continuazione), bensì una costruzione teorica che tende a mettere ordine nel “caos” degli innumerevoli rapporti che gli individui intrattengono tra loro, cercando in definitiva di decifrare quali sembrano essere più decisivi, più influenti ai fini delle dinamiche di quella data società; si formulano così delle ipotesi circa la direzione di movimento e trasformazione di quest’ultima. Si tenga sempre ben presente che si tratta solo di ipotesi, la scienza non può dare certezze; se lo fa con presunzione e arroganza, non è scienza, solo imbroglio e desiderio di dominare altri uomini ignoranti con un finto sapere (questo è oggi l’atteggiamento riprovevole, oltre che ridicolo, di troppi presunti studiosi, soprattutto in campo economico e medico).
Nessuna ipotesi che metta “ordine” può tuttavia essere indicata se non si parte dal riconoscimento che, nella interazione reciproca tra i molti individui componenti la società, si sono andati formando quelli che vengono definiti ruoli (le “caselline” della struttura ipotizzata come la più idonea al “mettere ordine” in questione), e se non si trascelgono le funzioni ritenute principali che tali ruoli sono in grado di svolgere. Da questo punto di vista, il concetto (costrutto) di “modo di produzione” intendeva trasmettere le seguenti informazioni: a) l’esistenza, appunto, di una struttura di ruoli e di relazioni tra ruoli, occupando i quali gli agenti avrebbero formato delle classi (grossi raggruppamenti) sociali; b) l’esistenza di funzioni cui sarebbero adibiti tali agenti delle varie classi, di alcune delle quali si può predicare il dominio e di altre l’essere dominate (anche, eventualmente, con la costruzione di una serie di gradini intermedi) in relazione alle decisioni riguardanti sia gli assetti (economici, politici, ideologici) di quella data formazione sociale che le dinamiche di riproduzione degli stessi.
In mancanza di uno “schema d’ordine” – e il concetto marxiano di “modo di produzione” sperava di ottenerne uno di particolare successo – tutti i discorsi si fanno generici, confusi, rinviano a erratici flussi di potere o ad una sorta di psicologia sociale degli agenti o ad una loro formazione ideologico-culturale di incerta derivazione senza “base” alcuna; il tutto preparato, non a caso, da una presunta “critica dei fondamenti”, che apre la strada ad una serie di considerazioni di tipo sociologistico e/o politicistico, per nulla affatto ininteressanti o superflue, ma che certamente risentono in modo troppo forte delle preferenze e predisposizioni degli autori delle stesse. Per questi motivi, sono contrario a ritenere ogni discorso (eminentemente teorico) intorno alle strutture (di ruoli e funzioni) come puramente affetto da un appesantimento d’ordine economicistico o, in altri casi, definito spregiativamente scientista. L’essere scientificamente rigorosi è un pregio, non un orpello fastidioso da buttare dietro le spalle; a patto, come già rilevato, di non presumere certezze definitive poiché tutto è sempre ridiscutibile. E credo non ci sia niente di male ad invitare almeno alcuni fra i giovani, con cui si dibattono i temi della (miserabile) situazione odierna della nostra società, a dedicarsi alla fatica della scienza. So che è molto impegnativo e difficile, e bisogna perderci tanto tempo, ma è l’unico modo di arrivare “più a fondo” nella critica – l’arma della critica e non la critica delle armi, ben consapevoli che talvolta quest’ultima è inevitabile – ai gruppi sociali, di vario ordine e grado, che si ergono a difesa dell’attuale struttura di rapporti tra dominanti e dominati; anche la lotta CULTURALE contro tali gruppi verrebbe rafforzata da una rigorosa analisi delle loro funzioni. E d’altronde la stessa critica delle armi va adeguatamente preparata e valutata con tale tipo di analisi, mai in modo solo irruento e “viscerale”, che può essere soltanto la facciata per infiammare e condurre allo scontro masse d’uomini, ben sapendo che, sotto l’apparente disordine, deve sempre esserci una STRATEGIA (basata sul calcolo dei probabili rapporti di forza) molto lucida e fredda, pena il disastro e la sconfitta assicurati.
Quando, scrivendo e parlando, manifesto idiosincrasia per la “sinistra”, si fraintende spesso il mio discorso, prendendolo per umorale; se si leggesse attentamente quanto scrivo in tema di ipotesi relative alle diverse frazioni di dominanti e alle loro funzioni riproduttive dell’odierno ordine sociale, ci si renderebbe conto di quanto questa idiosincrasia – manifestata con assai maggior virulenza a parole – sia tributaria di una analisi del tutto “realistica” del “servizio” che detta “sinistra” rende alle frazioni peggiori dei dominanti in questione. Alla fine degli anni ’60 – nel mio periodo prealthusseriano e prebettelheimiano – scrissi un articolo (pubblicato solo nel ’73 nel Che fare?, rivista diretta da Francesco Leonetti) in cui delineavo la progressione futura della politica del PCI in quanto organizzazione che si sarebbe infine messa alle dipendenze di date frazioni di quella che designavo allora ancora come “borghesia monopolistica” (termine invecchiato). Al di là di un’argomentazione ancorata alla tradizione (si tratta di quasi mezzo secolo fa), mi si concederà che feci una previsione molto in anticipo sui tempi; ma potei farla solo in base ad un’analisi, pur ancora rudimentale, che non esito a definire come fondamentalmente scientifica, pur se certo con i termini e l’intelaiatura teorica (marxista) di quei tempi. Qualsiasi analisi “di superficie”, culturalistica e quasi psicologistica, conduceva la stragrande maggioranza dei critici (sessantottini) di allora a parlare, al massimo, di ideologia piccolo-borghese del PCI e cose del genere, rivelatesi del tutto errate.
Non intendo tediare oltre il lettore. Ma invito tutti – naturalmente quelli che leggeranno queste poche righe; molte solo per i lettori di questo luogo un po’ “insano” che è FB – a meditare attentamente sull’uso a volte pretestuoso che si fa di polemiche contro l’economicismo, lo scientismo, ecc. Se qualcuno non si assume la fatica e il tedio della “fredda” scienza, non faremo molti passi in avanti. E quando dico qualcuno, intendo riferirmi non al sottoscritto, che ha ormai fatto la sua parte (o almeno il 95% di essa), bensì ai giovani (pochi invero) che mantengono, quasi miracolosamente, un atteggiamento critico ma non soltanto viscerale e “istintivo”. Si abbia il coraggio di mettere il culo sulla sedia per qualche ora al giorno, e si legga e rifletta, imparando a formulare delle ipotesi teoriche da sottoporre poi ad ulteriori letture e riflessioni, dato che nel campo delle scienze sociali non vi sono laboratori con provette e reagenti o acceleratori di particelle o telescopi giganti, ecc.; e lo scienziato sociale nemmeno può fare la verifica delle sue teorie mediante impegno diretto e immediato in tutte le situazioni (nei vari periodi storici e nei vari luoghi geografico-sociali) di cui ipotizza le strutture e dinamiche. Per difendere una certa causa, non c’è sempre bisogno di mettere bombe e nemmeno di affrettarsi a immaginare ribellioni “popolari” abbellite (e ingigantite) dalla nostra capacità di fantasticare; si può anche far funzionare il cervello che ha questa specifica capacità di “costruire” strutture architettoniche in grado di mappare, di ordinare semplificando, il territorio (sociale non meno di quello naturale) in cui ci si deve muovere, cercando di accrescere l’efficacia delle nostre analisi e interpretazioni. Sempre ipotetiche e soggette alla prova, sia chiaro!

A PARTIRE DA DUE “UTILI PRECISAZIONI” DI UN ECONOMISTA

economia1

 

Sul Sole 24 ore del 29.10.2016 l’economista Fabrizio Galimberti ci spiega in maniera abbastanza articolata il modo in cui viene calcolata l’occupazione in Italia e con lievi differenze anche negli altri paesi dell’occidente. Il livello occupazionale viene definito attraverso questi parametri:

<<Nelle statistiche dell’Istat ci sono almeno quattro definizioni: una che viene dall’inchiesta sulle forze di lavoro (FL) – gli occupati – e tre che vengono dalla contabilità nazionale (CN): occupati, unità di lavoro e posizioni lavorative. Poi, sempre dalla contabilità nazionale, ci sono i dati sulle ore lavorate: un altro modo di guardare all’input di lavoro.>>

La principale differenza tra gli occupati da FL e quelli della CN sta nel fatto che i secondi includono le convivenze, dalle caserme ai nosocomi alle prigioni, mentre l’inchiesta FL è fatta solo presso le famiglie. Per quanto riguarda le posizioni lavorative esse tengono conto del fatto che uno possa avere più lavori risultando così superiori numericamente rispetto agli “occupati”. Ma il cuore della questione riguarda il confronto tra le statistiche da FL e quelle da Ula (unità di lavoro) con quest’ultime che si possono definire come quel dato nel quale

<< si tiene conto del tempo parziale e si riducono gli occupati a unità a tempo pieno (e quindi sono meno degli occupati). […] Le differenze possono essere notevoli. Per esempio, se si mettono a confronto i massimi raggiunti prima della crisi (media dei dati trimestrali destagionalizzati dal T4 2007 al T2 2008) con il dato più recente (T2 2016) si rileva una caduta di 1.435mila Ula e di solo 289mila occupati FL […]. La spiegazione è che la crisi più forte del dopoguerra ha toccato più le ore che le “teste” e quindi ha ridotto il numero di Ula.>>

La conclusione che ne traiamo – se ho capito bene quello che ha detto il professore – è che, come tutti avevamo già intuito, le statistiche occupazionali che ci propinano i media mettono praticamente sullo stesso piano i lavoratori che sono impiegati per l’intero anno e quelli che, durante lo stesso periodo,  lavorano solo una settimana. Ma il reddito disponibile delle famiglie dipende proprio dalla durata del rapporto lavorativo relativamente a ogni persona occupata in un dato anno. Anche le statistiche poco affidabili che vengono elaborate dagli organi governativi potrebbero, quindi, presentarci un panorama relativamente credibile se fossero esposte nella loro interezza in una maniera sufficientemente chiara.

E’ ancora il prof. Galimberti, questa volta sul Sole 24 ore del 19.11.2016, che prova a chiarire alcuni problemi riguardanti i bassi tassi d’interessi che, in alcuni casi, si sono ridotti a zero o hanno addirittura raggiunto valori negativi. Ovviamente i tassi a zero o giù di lì sono utili per i prenditori di fondi, ma nocivi per i prestatori di fondi. E di solito

<< i capri espiatori delle lamentele sono le Banche centrali. Queste, da sempre guardate con reverenza, sono oggi da molti criticate. Ma i tassi a zero dipendono veramente dalla politica delle Banche centrali ? Il tasso di interesse di equilibrio – quello al quale l’economia spontaneamente tende – è determinato dalle forze fondamentali che plasmano i livelli desiderati di risparmio e di investimenti. Uno studio della Bank of England ha calcolato che quelle forze fondamentali – progresso tecnico, demografia, progressi nell’efficienza dell’intermediazione finanziaria, disuguaglianze di reddito – hanno cospirato nell’abbassare di ben quattro punti e mezzo, dal 1980, il tasso di interesse reale di equilibrio.>>

La discesa dei tassi a breve e a lungo termine, quindi, è iniziata molto tempo prima degli interventi delle Banche centrali volti ad abbassarne il livello. Le conclusioni che noi possiamo trarre concernono prima di tutto l’osservazione che la fase critica iniziata a metà degli anni settanta nell’area occidentale non era mai stata veramente superata anche se alcune innovazioni di prodotto, in particolare nel campo dell’elettronica e dell’informatica, e aggiustamenti di politica economica e finanziaria avevano sostenuto la domanda e gonfiato la componente “fittizia” degli aggregati monetari. In secondo luogo appare evidente che il livello dei tassi è determinato soprattutto da fattori che rimandano alle decisioni politiche più generali, a quelle strategicamente più importanti; “progresso tecnico, demografia, progressi nell’efficienza dell’intermediazione finanziaria, disuguaglianze di reddito” non sono, infatti, dipendenti dalla politica denominata “economica” dei governi ma dagli indirizzi fondamentali delle politiche statali, “regionali” e globali. “Monetarismo” e “finanziarismo” risultano essere, quindi, soltanto lo stadio finale e la degenerazione completa dell’economicismo.

Mauro Tozzato 06.01.2017