LA CARICA DEI 60 PROFESSORI CONTRO IL GOVERNO

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Sessanta professori hanno firmato un appello contro “ le politiche fiscali del governo” il quale, irresponsabilmente, ha avviato iniziative come il reddito di cittadinanza e “quota 100” che “incrementano le prestazioni sociali di oltre 48 miliardi di euro”, con coperture insufficienti. Ciò, a loro parere, farà inevitabilmente lievitare il deficit. Orrore! Inoltre, le cose potrebbero persino peggiorare con l’introduzione della flat tax che porterebbe il disavanzo a livelli ancora più incontrollabili. Doppio orrore senza libidine! Chi sono questi insigni luminari della triste scienza così preoccupati per le casse dello Stato? Alcuni di loro, in questi anni, hanno ricoperto incarichi ministeriali eppure i loro contributi non hanno invertito la situazione disastrosa (Brunetta e Padoan), altri hanno amministrato aziende o organismi di rappresentanza delle stesse (Innocenzo Cipolletta) ma non sono passati alla Storia per i mirabili risultati raggiunti. Poi ci sono i figli di…comunisti illustri come Bruna Ingrao e Pietro Reichlin. Su questi stendiamo un velo rosso pietoso. Questo consesso di cervelli sopraffini, sulla cui competenza tecnica non discuto (ma si tratta di un’aggravante date le circostanze), riesce a sviluppare il seguente risibile argomento a supporto delle sue congetture: “il nuovo debito sarà pagato dalle prossime generazioni”. Mecojoni! E si sono messi in sessanta per arrivare alla brillante conclusione epocale? Gli esperti di cui sopra temono che il disavanzo possa aumentare “oltre il 3,4 per cento del pil nel 2020 ed il debito al 139 per cento nel 2024”. Perché queste sarebbero “soglie di guardia” (o di sventura inevitabile) non lo spiegano se non attraverso “logaritmi gialli”, come li avrebbe definiti Marx, frutto della loro fervida irrazionalità. Lo dicono i mercati, le agenzie di rating e la Commissione europea. E Sti cazzi!
Costoro, più che altro, sembrano aver dimenticato la storia e ignorano la realtà dei tempi. La nostra è un’epoca eccezionale, con una crisi che va approfondendosi da più di un decennio. A mali estremi, dunque, estremi rimedi.
Il new deal, tanto per fare un esempio, si basò su un forte incremento della spesa statale effettuata in deficit di bilancio (senza dunque preoccupazioni per il Debito pubblico), anticipando così, si può dire, la successiva teoria keynesiana formulata nel 1936. Lo scrive La Grassa nel saggio “Crisi economiche e mutamenti geopolitici”. Qualche sollievo si ebbe da tali scelte, che contraddicevano le teorie dominanti del momento, come quella di Pigou, anche se si uscì “definitivamente” dalla crisi solo dopo la II Guerra Mondiale, allorquando la disputa tra potenze venne a risolversi a favore di due di esse: Usa e Urss che si spartirono il mondo. Tuttavia, Se Roosvelt avesse dato retta ai precetti più in voga anziché a quelli meno seguiti (ma più giusti per la congiuntura) la questione sociale gli sarebbe esplosa tra le mani più di quanto non accadde.
Lo conferma La Grassa nel saggio nominato (la citazione è lunga ma molto esplicativa):

“Non ci si preoccupò del debito pubblico in conseguente notevole ascesa, poiché il problema fondamentale era occupare il maggior numero di lavoratori possibile. La successiva teorizzazione keynesiana diede però a tale scelta anche una razionalità in termini di politica economica adeguata a combattere la crisi nei suoi termini più generali. La domanda privata era carente. Come già è stato detto sopra, le aspettative imprenditoriali erano improntate al netto pessimismo e la domanda di beni d’investimento dunque cadeva malgrado ogni possibile riduzione degli interessi chiesti sui prestiti. La chiusura delle imprese provocava licenziamenti, riduzione dell’occupazione e perciò della massa salariale con conseguente riduzione della domanda di beni di consumo, ulteriore peggioramento delle aspettative imprenditoriali, nuovi licenziamenti, ulteriore contrazione della massa salariale e della domanda di consumo; e così via nel circolo vizioso della crisi.
La spesa statale doveva supplire alla deficienza di quella privata. Per il compimento delle opere pubbliche venivano riaperte date imprese; riprendeva la domanda di beni d’investimento di queste ultime, veniva riassunta una quota di lavoratori disoccupati, iniziava dunque a crescere la massa salariale distribuita con aumento della domanda di consumo, che spingeva altre imprese ad entrare in campo, ecc. ecc.; si metteva in moto quello che venne definito il moltiplicatore degli investimenti (pubblici), invertendo così il circolo vizioso precedente e favorendo la ripresa del sistema economico. Il risollevarsi del reddito prodotto, anche a parità di pressione fiscale – o addirittura con il suo alleggerimento per stimolare l’attività imprenditoriale – avrebbe condotto ad un incremento del gettito delle imposte con possibile riduzione del debito nel prosieguo di questa politica economica. Mentre, all’incontrario, calcare sull’imposizione fiscale con l’ossessione del pareggio di bilancio e del debito pubblico, avrebbe avuto influssi negativi sulla domanda, dunque sulla crescita, con il possibile risultato finale di un deficit di bilancio non sanato e di un debito pubblico magari in aumento.
Questo, molto all’ingrosso, il ragionamento seguito per giustificare una politica di spesa statale in deficit di bilancio, una spesa che si preoccupava il meno possibile della crescita del debito dello Stato. E’ bene chiarire alcuni punti essenziali. Intanto, la spesa pubblica s’interessava tutto sommato meno delle opere che venivano portate a compimento tramite essa di quanto invece non puntasse al reimpiego della forza lavoro (combattendo la disoccupazione che era una piaga sociale e non un mero fatto economico), ottenendo nel contempo un rilancio dei consumi depressi che miglioravano le aspettative imprenditoriali e stimolavano quindi la crescita produttiva tramite la messa in moto del già ricordato circolo virtuoso (con moltiplicazione degli effetti di una spesa iniziale). Per realizzare una simile finalità, era necessario che la spesa pubblica fosse veramente aggiuntiva rispetto a quella privata. Essa doveva dunque essere effettuata in deficit di bilancio, al limite stampando nuova moneta e con questa ottemperando agli obblighi dell’investimento statale. Se si fosse preteso il mantenimento del pareggio di bilancio, ottenuto allora con un incremento delle imposte, si sarebbe tolto con una mano ciò che si dava con l’altra. Lo stimolo alla domanda, e quindi alla ripresa, sarebbe venuto a mancare (salvo considerazioni particolari, contenute nel cosiddetto teorema di Haavelmo, che non credo sia qui d’interesse e nemmeno di possibile discussione).
Altro punto d’estrema rilevanza è che quanto appena detto è valido se si fa riferimento ad un sistema economico capitalisticamente sviluppato, dove non esiste soltanto disoccupazione del “fattore” lavoro, ma inutilizzazione di una corrispondente massa di beni di produzione, del capitale fisso. Devono esserci lavoratori a spasso, ma anche fabbriche chiuse e con impianti in grado di essere rimessi presto in funzione. E’ inoltre necessario che si sia già ampiamente e lungamente sviluppato il cosiddetto spirito imprenditoriale. La domanda d’investimento è caduta perché le aspettative degli imprenditori sono divenute pessimistiche, quindi a crisi già in atto. La spesa pubblica ridà fiducia a questi soggetti, i quali sono già in possesso delle strutture produttive non più funzionanti per la caduta della domanda privata, e non aspettano altro che veder migliorare nuovamente la prospettiva di sbocchi di vendita.
Ove non sussista questa seconda indispensabile condizione, la spesa pubblica, lo stampare nuova moneta per finanziarla, ecc. conducono solo all’inflazione senza crescita del reddito prodotto in termini reali. Infatti, quando nel dopoguerra, simili teorie furono pure applicate in paesi in via di sviluppo (per non dire arretrati, sottosviluppati), mancanti di industrie o di un’agricoltura appena un
po’ modernizzata con livelli di produttività almeno in parte paragonabili a quelli dei paesi sviluppati, e inoltre privi di qualsiasi strato sociale che potesse dirsi imprenditoriale, i risultati furono catastrofici o quanto meno nulli”.

La carica dei “sessanta” non fa nemmeno un piccolo sforzo di immaginazione, dettato dal parallelismo storico (mutatis mutandis, s’intende) però pretende di vaticinare i prossimi imminenti disastri, causati da provvedimenti sociali che nemmeno lontanamente si avvicinano, per ordine di risorse necessarie, alle reali esigenze nazionali. Un po’ di misura signori! Oltre il disavanzo al 3,4 per cento del pil non c’è la fine del mondo, come sostenete voi. Imponete a voi stessi l’austerità intellettuale che pretendete dal Paese in senso economico. Soprattutto perché, vorremmo ricordarvelo, nessuno di voi fu in grado di anticipare la crisi iniziata nel 2008 mentre si brindava con lo champagne al benessere globalizzato. Ora, invece, vorreste tagliare le mani a tutti gli spreconi di Stato facendo gli smemorati sulle vostre (scarse) doti profetiche. Ci vorrebbe un bel disavanzo al 10 o al 20% accompagnato da centomila pernacchie e calci nel sedere a chi fa l’uccellaccio del malaugurio.

Ogni volta che un economista parla…

mario_monti24

No

L’ideologia del tutto “corretto”, di matrice progressista, non attiene solo agli aspetti politici e culturali (politicamente corretto, culturalmente corretto) della verminosa (perché in decadenza relativa) società occidentale attuale ma, soprattutto, a quelli economici.
L’economicamente corretto è, se possibile, anche più insopportabile del resto perché i tromboni che se ne fanno custodi hanno sempre una faccia da sventura imminente, che non esprime alcuna passione civile ma solo presunzione, disprezzo ed indifferenza per chi si permette la messa in discussione del loro verbo numerico. Questo è proprio il punto centrale. Il pensiero espresso da detti sacerdoti del “conto” non si basa su un approccio scientifico quanto sull’immutabilità di un certo “dogma” economicistico (indimostrato ed indimostrabile), dal quale fanno discendere altri preconcetti secondari, ugualmente fallaci se non assurdi. La loro è una numerologia priva di contatto con il mondo, alla quale attribuiscono una potenza mistica contro cui le azioni e le scelte umane non possono nulla. Essa si esprime in vincoli (ne abbiamo persino uno in Costituzione) che il colto e l’inclita non devono violare, altrimenti sono debiti e fallimenti ovunque.E così sia. Tuttavia, della crisi in corso essi non hanno previsto né gli inizi e nemmeno gli sviluppi, eppur consigliano ogni cosa per giungere al suo superamento. Il polpo Paul, con poche movenze, ne ha azzeccate più di loro che si innalzano su un pulpito di chiacchiere da molti decenni.
Benché perennemente in giacca e cravatta, con la variante dello zaino per alcuni, essi sono astrologi in campo economico (ed io nella mia mente me li figuro travestiti come il mago Otelma, il che mi vieta di prenderli in considerazione anche quando hanno la faccia seria e corrugata di un Padoan), si dedicano a divinazioni basandosi su: dati costruiti selettivamente, da incrociare tra loro artatamente, per confermare immancabilmente conclusioni già formate nelle loro teste, con lievi scarti di imprecisione a fini di dissimulazione. Troppa precisione svelerebbe la truffa e la mistificazione. Pazienza se la realtà non vuole saperne di adeguarsi alla parola dell’economista, andando in senso opposto, si allineerà senz’altro dopo la scomparsa di questa generazione. La lunga tendenza speculativa ha questo scopo, quando non si sa che dire si chiamano in ballo le future generazioni, poverine, quelle che saranno grate a questi economisti giudiziosi, i quali le hanno salvate dai loro padri spreconi.
Quando Mario Draghi, presidente della Bce, afferma, per esempio, che l’euro è irreversibile, ci dimostra di quale pasta è fatto. Il sesterzio era irreversibile, prima che i romani scomparissero. Hitler (che però era un politico, quindi più saggio) almeno auspicava il Reich millenario, perché aveva quel senso del limite e della misura che invece manca al nostro connazionale parlante in inglese e depensante in generale.
Quando Padoan afferma che un battito di spread genera una tempesta sui mutui sta sostenendo un’amenità ma non teme la figuraccia perché quello è l’ordine di batteria dato a tutti i pennuti professorali dal motore immobile economicista che muove i suoi polli cattedratici. Quando Cottarelli eticizza cifre (Borghi lo ha smascherato sugli andamenti sballati dei prezzi del petrolio), sublima tagli, spiritualizza risparmi e si erge a spendigrewivista celestiale, sapendo di aggravare la situazione, non sente il disagio perché ha in testa l’aureola del salvatore del patrimonio, conferitagli dalla solita cerchia di sperperatori di futuro che diedero 10 e loden ad uno come Monti ed un calcio in culo a tutti noi.
Ma facciamola breve. Ogni volta che un economista parla un cervello muore. Lo tengano a mente quelli che continuano ad ascoltare certe suggestioni e a basarsi su sciocche e mai verificate previsioni di detti ciarlatani. Se si vuole cambiare non dico il mondo ma l’Italia si sputi pure in faccia a chiunque tenti di scoraggiare anteponendo spread o deficit alla potenza nazionale.

BASTA CON IL TERRORISMO DEL DEBITO (8 agosto 11)

 

1. Ammettiamo, ma non concediamo proprio per nulla, che la nostra principale palla al piede sia il debito pubblico. Noi, secondo questa impostazione, non possiamo far nulla senza prima abbassarlo e arrivare pure al pareggio di bilancio. Ovviamente contraddicendo – e in questa diatriba non voglio entrare, la riporto soltanto – alcuni decenni di predominanza (in tutti i luoghi, sia accademici sia con riguardo alle concrete politiche economiche) del keynesismo, che spiegava i vantaggi del deficit di bilancio nei paesi dell’opulenza capitalistica, afferrati dall’eccesso di produzione (e di risparmio) rispetto ai vantaggi della spesa (della domanda); per cui non essendo in grado quella privata, dati i meccanismi del sistema capitalistico lasciato alla sua spontaneità “di mercato” (la “mano invisibile”), di assicurare la piena occupazione dei fattori (in particolare del lavoro, cioè della forza lavoro), essa doveva venire sostituita da quella statale. Finita allora la lezione della “Favola delle api” (Mandeville), in cui le virtù private (come il risparmio è considerato dai liberali “puri”) sono vizi pubblici e viceversa. Adesso si deve tornare alla parità di bilancio, anzi si intende farne un principio costituzionale. Tutto questo in due anni, per il 2013.

Bene, si dice qualcosa di come si è formato questo debito pubblico? Nulla di nulla. Eppure, i fattori del suo aumento dovrebbero essere posti in primo piano perché, se non rimossi, continuerebbero ad operare. Per mantenere il pareggio di bilancio, non si farebbe altro che entrare in un circolo vizioso, assestando periodiche legnate alla popolazione inutilmente salassata mentre altri ingrasserebbero senza sosta su quei fattori. Ma nemmeno questo “ingrasso” è cruciale, bensì l’indebolimento del paese e il suo diventare una succursale di centri decisionali posti al di fuori d’esso; le mignatte permangono esclusivamente perché funzionali a tali centri di potere e ai loro prolungamenti (quinte colonne) al nostro interno.

Il debito pubblico ha conosciuto la sua maggiore e decisiva impennata nel decennio ’80. Dopo, più semplicemente, ha continuato ad aumentare poiché, malgrado le chiacchiere di improvvisati liberisti, tutto si è fatto salvo che eliminarne le cause, sociali e politiche più che economiche. Fra le prime, decisivo è stato il processo iniziato nel decennio ’70. Nel mentre il principale partito di opposizione, il Pci, iniziava la sua espansione elettorale – frutto della sua influenza nella società in sempre più netta trasformazione verso lo stadio “alto-industriale” di tipo pienamente capitalistico, con una certa difficoltà per il paternalismo cattolico-democristiano di seguire adeguatamente questa trasformazione, semmai appoggiata, però con forti limiti anticomunisti, dal nuovo Psi di Craxi (che prese la segreteria del partito nel 1976) – venne bloccato il processo di aperta socialdemocratizzazione dei piciisti, condotto dai “miglioristi” amendoliani i quali tentavano il collegamento con la socialdemocrazia tedesca timidamente lanciata verso l’ostpolitik.

Il tentativo, tuttavia non attuato con idee veramente chiare, sembrava quello di formare un polo capitalistico, con margini più ampi di autonomia rispetto al centro del capitalismo “occidentale”, rappresentato dagli Usa dalla fine della seconda guerra mondiale. Un simile processo di blanda autonomia sembrava facilitato dalla presenza del “nemico”, presunto antagonista radicale del capitalismo (il campo detto impropriamente “socialista”), in cui si era già prodotta la grave rottura tra chi ormai si avviava verso una formazione sociale di tipo ibrido e poco produttiva (Pcus e maggioranza dei partiti comunisti) e chi aveva sperato di invertire la tendenza e tornare alla “costruzione del socialismo” in modo nuovo (Pc cinese, maoismo, minoranze “radicali” in occidente, ecc.).

Nel decennio ’70, cruciale per capire quanto accaduto poi in Italia (e fino ad ora), si svilupparono processi che non sono certo in grado di affrontare, in specie in un breve scritto. In ogni caso, gli Usa, grazie a molteplici politiche (non tutte coerenti, ma alla fine paganti), bloccarono la socialdemocrazia tedesca e la sua politica a est; e uno degli elementi del successo, non il primario ma neppure irrilevante, fu l’essere riusciti a provocare in Italia la sconfitta dell’ala socialdemocratica del Pci. In questo successo credo abbia avuto una sua funzione, dopo la metà di quel decennio, la miopia di Craxi, anticomunista troppo preconcetto e soprattutto preoccupato della concorrenza dei socialdemocratici (amendoliani) in quel partito. Ovviamente, si tratta di processi tutti da studiare, compreso il sedicente “terrorismo”, che ebbe molte sfumature pasticciate, ma che nel suo filone principale penso fosse alimentato dall’opposizione agli slittamenti filo-atlantici del Pci (non ascrivibili ai “miglioristi”), appoggiata da importanti settori politici nell’est europeo e forse nella stessa Urss (per quanto questa puntava probabilmente di più sull’ala filosovietica del Pci, da non confondere tout court con quella “migliorista”, pur se ne faceva parte).

In ogni caso, si verificò quello che, senza dubbio per semplificare, chiamo il “tradimento” dell’ala piciista vincente con l’avvento della segreteria Berlinguer (1972), coadiuvata pure dagli ambigui settori detti “radicali” (ingraiani e dintorni), collegati al movimento del ‘68 dimostratosi infine negativo in tutto il mondo e specialmente in Italia, dove si verificarono code d’esso sempre più degenerate, utili per spaventare la popolazione e farle accettare quel connubio “indecente”, che condusse alla “concertazione” e al “compromesso storico”, da cui prese avvio il primo vero spostamento dell’intero paese (privo di opposizione a tal proposito) verso l’occidente capitalistico senza nemmeno più le velleità autonomistiche legate all’ostpolitik. In questo spostamento, furono cruciali due settori politici estremamente corrotti e degradati.

Innanzitutto i finti maoisti della “sinistra comunista”, che partirono dall’accettazione delle tesi prevalenti in Cina secondo cui il “socialimperialismo” (l’Urss) era il nemico principale. Ben lungi, però, dal prendere coscienza di quanto poteva esserci di utile nella polemica maoista contro il “revisionismo” sovietico (diciamo, per semplificare, seguendo l’impostazione di Ciu-en-lai e non quella di Lin Piao), tali settori “comunisti” degenerati presero sempre posizione a favore di tutti gli antisovietici, ma nel contempo filo-atlantici. Essi appoggiarono infatti il movimento cecoslovacco di Dubcek (che guardava in tutta evidenza a ovest!) e più tardi, ancor peggio, quello polacco legato a Solidarnosc, di un anticomunismo viscerale, rozzo, sanfedista. Mentre si produceva questa putrefazione politica “sulla sinistra”, a “destra” il n. 2 degli amendoliani, l’attuale presdelarep, diveniva “inviato occulto” del Pci negli Usa; si vedano le dichiarazioni di Gardner, Ambasciatore americano a Roma in quegli anni (1978, anno dell’oscura vicenda Moro), rese più tardi (se non erro nel 2005).

Berlinguer accennò pubblicamente perfino all’accettazione della Nato, ma poi tutto fu “ringoiato” e rinviato a più tardi, a quando venne il crollo del “socialismo” e soprattutto dell’Urss (già però il processo aveva preso un certo aire con l’avvento di Gorbaciov nel 1985). Il movimento detto “operaio” – di cui l’immaginario di “sinistra” aveva fantasticato la saldatura con quello studentesco del ’68 – fu condotto a sconfitta in pratica definitiva nel 1980 alla Fiat e, da allora, non si risollevò più in senso effettivo, nel mentre i “meravigliosi ultrarivoluzionari”, che inneggiavano agli “operai”, divennero entusiasti di fronte alle novità Fiat (“qualità totale”) negli anni ’80, in cui si consumò pure l’unico tentativo veramente industriale in questa azienda – permanentemente a capo dei “poteri forti” schierati con gli Usa – effettuato da Ghidella, battuto dal finanziere Romiti.

 

2. Ho dovuto essere molto sintetico. In ogni caso, il debito pubblicò è figlio della concertazione e del compromesso storico, che condussero al gonfiamento abnorme di un ceto sociale (“piccolo-borghese” come si diceva allora), quello che indico come ceto medio semicolto, abbarbicato ai settori improduttivi. E ricordo ancora una volta che non si tratta di ceti del lavoro (salariato) inutile. La loro negatività consiste nella loro crescita mostruosa, ben oltre ogni e qualsiasi utilità, perché dovuta solo all’esigenza di soddisfare i “rinnegati del piciismo”, senza ledere gli interessi dei democristiani, e mantenendo sempre l’alleanza con i socialisti, anch’essi divenuti assai maneggioni in cerca di clientele (del resto, perché rimanere indietro nella “mangiatoia” rispetto a dei “parvenus” da poco passati dal filosovietismo all’ancora mascherato tradimento filoatlantico? Craxi vantava una più coerente militanza filo-occidentale, si sentiva quindi rabbioso di fronte ai duetti tra Dc e Pci). Ancor più che all’assistenzialismo, il gonfiamento di questi ceti medi (e medio-bassi) fu dovuto appunto al pieno spirito clientelare; del resto alimentato dalle classi dette impropriamente industriali, che in tale clientelismo legato a compromessi con il Pci – e adeguato, in particolare dopo la ricercata sconfitta alla Fiat, ad una relativa “pace sociale” – avevano un loro ben pingue interesse.

Apportiamo qualche precisazione: più che di “pace sociale”, si trattava di una lotta “operaia” (etichetta falsa perché sempre più presero il sopravvento i settori dell’impiego pubblico) combattuta ovviamente, dati i ceti sociali improduttivi di riferimento (elettorale), senza alcuna strategia alternativa di sviluppo, solo per mera esigenza di mantenimento in vita delle burocrazie sindacali, apparati di Stato ormai essenziali al nuovo spirito di compromesso tra le sedicenti “parti sociali”, dizione vergognosa e infame menzogna per designare alcuni vertici composti da cialtroni e manigoldi mantenuti mediante i salassi apportati alla maggioranza della popolazione. Resta il fatto che tale processo, appunto basato sul più scriteriato clientelismo (e un pizzico di assistenzialismo), permise a imprenditori inetti, autentici parassiti (o saprofiti, come si preferisce), di ottenere sussidi statali, di cassa integrazione, ecc.

Non scordiamoci che, per molti anni, la Fiat visse di perdite industriali compensate dagli interessi sui titoli del debito pubblico (interessi altissimi per un debito in crescita esponenziale grazie a quel “compromesso storico”, ecc.). E dopo la “qualità totale”, chiusasi con un’ulteriore stagione di perdite (e la suddetta sconfitta dell’industriale Ghidella), si verificò il “benefico” crollo del socialismo, consentendo così un “colpo di Stato” giudiziario effettuato per assegnare il governo ai rinnegati delle due bandiere (Pci in primis, e poi Dc). In quel frangente, la Fiat fu a capo, come sempre d’altronde, di tutti i felloni della Confindustria al seguito degli ambienti statunitensi: in specie di quelli che nel ’92 si esprimevano in Clinton, veri propulsori di “mani pulite” e di assoggettamento dell’Italia tramite gli ex piciisti, con cui i rapporti erano buoni dopo il noto viaggio del 1978. Mi riferisco evidentemente a quei felloni che sempre rinverdiscono in Italia, anche oggi, il tradimento dei Savoia e dei badogliani l’8 settembre 1943.

Si presentò però sulla scena quell’accidente storico rappresentato da Berlusconi – in gran parte provocato dalla limitatezza di due mediocrità quali erano Agnelli e De Benedetti, ben seguiti da tutti gli altri mungitori dello Stato della concertazione e del compromesso storico, gente che voleva distruggere il suddetto e sottrargli la profittevole impresa mediatica messa in piedi – al quale probabilmente si accodarono alcuni settori manageriali dell’industria “pubblica”, che opposero una qualche resistenza (a conti fatti troppo debole) al totale smantellamento dei nostri settori economici strategici. Perché conta tale loro carattere strategico, non quello d’essere “pubblici”. Così come oggi, sia chiaro una volta per tutte, non è da fare can can contro la nuova ondata propagandistica in favore di intense liberalizzazioni.

Si deve dire alto e forte che vi è l’intenzione di abbattere alcuni possibili “paletti di resistenza” alla completa liquidazione della nostra già vacillante autonomia, rendendoci sempre più protettorato statunitense (in particolare degli ambienti di nuovo in auge con Obama). Il plenipotenziario (governatore) di questo protettorato non è certo Berlusconi. Questo il disegno dei liberalizzatori. Chi ancora – da puro falsario, come lo sono certi “comunisti”, oggi pienamente in appoggio alla “sinistra del tradimento” e all’egemonismo degli Usa obamiani, che hanno provocato le rivolte sedicenti popolari arabe – si erge a difensore del pubblico contro il privato, nasconde il reale problema della strategicità di certe aziende; così facendo, poiché il pubblico mostra la corda e la sua inefficienza e improduttività balzano in evidenza dappertutto, si facilita in realtà l’annientamento dei suddetti “paletti di resistenza”.

Adesso non ripeto le vicende degli ultimi vent’anni, in cui all’accidente storico fu sempre opposta un’inesistente sinistra, giacché quella vera è la socialdemocrazia, che avremmo forse avuto se avessero prevalso nel Pci i settori amendoliani. La sedicente sinistra del dopo “mani pulite” è stata sempre non a caso guidata da personaggi reazionari e ottusamente anticomunisti del tipo di Amato, Ciampi, Prodi; o da personaggi orridi (che non definisco per non incorrere in querele) quali D’Alema o Visco, ecc. Quello che volevo segnalare con questa succinta storia della politica italiana è che il debito pubblico ha cause socio-politiche di lunga data, che non sono minimamente tolte di mezzo oggi. Berlusconi ha cianciato di liberismo; ma lo ha fatto come tutti i reali liberisti odierni, che sono solo chiacchieroni in base a “principi”.

L’Italia è rimasta con un enorme ceto medio (semicolto) di parassiti che hanno invaso il settore dell’impiego pubblico o finanziato dai pingui finanziamenti del pubblico, alimentati dal debito in vertiginosa ascesa. Parassiti non perché inutili o fannulloni, queste false denunce dei liberisti (in mala fede oppure proprio fasulli? Poco importa); semplicemente perché sono un ennuplo di quelli necessari e quindi utili, assunti in base a mere spartizioni politiche del ben noto “compromesso” degli anni ‘70. A quell’epoca fu soprattutto spartizione fra Dc e Pci; dopo il “colpo di Stato” giudiziario, fra i loro successori. Chi ha ciarlato di politiche dure e finalmente improntate al produttivismo, non ha fatto alla fine nulla, perché i settori industrial-finanziari felloni, appoggiandosi agli Usa (e, più o meno, nel loro complesso: clinton-obamiani come bushiani), hanno continuato a predominare nel paese. Essi non vogliono mettere termine alla concertazione tra “parti sociali”. Avete visto come l’hanno ripresa in pieno, ormai perfino seguiti dalla Cgil che fingeva qualche ritrosia? Non si può mettere termine alla concertazione perché finirebbero pure i sussidi a questi parassiti industriali e finanziari, i soliti “cotonieri” legati allo straniero (come quelli del sud degli Usa all’Inghilterra un secolo e mezzo fa). Anzi per questi parassiti i sussidi statali italiani servono da mancia. E’ il legame con gli Usa che porta loro grossi vantaggi a detrimento di un paese reso vassallo.

La destra, quella che finge di essere colta, ha alzato lamenti perché in Italia non si è mai formata una vera socialdemocrazia, una vera opposizione di “sinistra”. O sono deficienti o sono imbroglioni (alcuni sono questo, altri quello). La socialdemocrazia esigeva un vero paese capitalistico con in prevalenza settori produttivi. In Italia – per processi storici particolari, di cui detto in altri scritti – i veri settori, che hanno rappresentato la cosiddetta “spina dorsale” del nostro sistema economico, sono quelli detti “medi produttivi”: piccola imprenditoria, lavoro “autonomo”. Sono però in sé estremamente deboli perché individualisti, incapaci di visione di largo respiro, con associazioni di categoria forse peggiori, e più truffaldine nei loro vertici burocratici, di quelle sindacali dei salariati. E’ ovvio che ci voleva una rappresentanza politica forte. Non certo la Lega, tanto “colore locale” e inverecondi riti celtici o non so cosa. Un’autentica forza politica avrebbe dovuto collegarsi strettamente – non per interessi occasionali com’è accaduto con Berlusconi, semplice risposta improvvisata ai processi del ’92-’93 (risposta “autoimmunitaria” di un organismo ammalato dall’infezione dei felloni già più volte nominati) – ai nostri settori produttivi strategici che, per ragioni storiche particolari e di cui non si poteva non tenere conto, erano pubblici.

Anche qui devo correre. Dico solo che, a mio parere, nemmeno i settori amendoliani del Pci – neppure se fosse stato possibile attenuare il dissidio, anche “concorrenziale”, con il Psi craxiano – sarebbero stati in grado di rappresentare veramente questo ceto medio produttivo e, soprattutto, di legarlo all’industria strategica con l’appoggio del lavoro salariato (in specie di medio e basso livello), in modo da costituire quello che si chiama “blocco sociale”. Troppo del movimento detto “operaio” (formatosi con l’emigrazione dal sud al nord) risentiva di una fase di passaggio dall’agricoltura all’industria, fase storica di radicalismo di chi è strappato alla campagna e irreggimentato nell’urbanesimo; spirito ribelle preso dai comunisti per quello rivoluzionario della Classe (Demiurgo della Storia), mentre invece sempre ripete lotte di retroguardia, che frenano certi passaggi storico-sociali, alla fine dimostratisi ineluttabili con sconfitta dei “movimenti estremi”.

 

3. In questa fase, per di più, si produsse quel movimento studentesco, alla fine capace solo di modernizzazione del costume (lasciando perdere le punte ridicole, ben rappresentate in film come Easy rider o Zabriskie point e altri) e che – ancora una volta inserendosi in un paese come l’Italia, sempre in arretrato di una fase storica rispetto agli altri capitalismi avanzati – ha prodotto ulteriori guasti, uccidendo comunque quelle piccole fiammelle socialdemocratiche (Craxi-Amendola) e facendo vincere i falsi moralisti berlingueriani uniti ai sinistri radicali, alimentati dalla crescita dei ceti medi non produttivi legata al compromesso storico, ecc. Di quest’ultimo si falsa il significato se non lo si collega al tradimento piciista in funzione filo-atlantica, ben appoggiato dagli ambienti statunitensi già considerati e che infine decisero, una volta eliminato ogni pericolo connesso alla presenza dell’Urss (e di frange filo-sovietiche nel Pci), di eleggere questi rinnegati a loro rappresentanti in Italia, in quanto però vendutisi anche – dopo le “prove generali” della sconfitta alla Fiat nell’80, dell’innamoramento per questa azienda che recitò la “qualità totale” e rinsaldò la sua predominanza nella Confindustria, ecc. – ai felloni “cotonieri”.

Questo il movimento sociale, e non meramente economico, che ha dato impulso irresistibile alla crescita del debito pubblico, e ha favorito lo sviluppo delle forze politiche ad esso adeguato, con la loro base elettorale nel ceto medio semicolto degli inutili; inutili perché in abnorme espansione. E ovviamente, arrivati alla situazione attuale – innanzitutto internazionale, che ci piomba però sulla testa in condizioni socialmente così sfavorevoli al nostro interno – in tali ceti non produttivi si moltiplicano i posticini precari, quindi l’insicurezza, dunque la paura e l’aggrapparsi inconsulto e rabbioso allo statu quo. Un ceto ormai enorme si agita, crea disordine, alimenta la potenzialità della sovversione; il tutto per mantenere posizioni improduttive che accresceranno sempre il debito pubblico. Oltre, ovviamente, ad essere la base sociale del fenomeno più negativo: la trasformazione del paese in protettorato degli Usa della nuova strategia (e anche di quei paesi europei, tipo Germania, cui questi ambienti statunitensi vorrebbero affidare il ruolo di subpotenza regionale, assicurandosi la totale rottura di ogni velleità di alleanze verso est).

Ecco, fra l’altro, il senso della legnata che si vuol assestare alla Libia. Comunque vadano ormai le cose – perfino se poi si troverà un qualche compromesso con Gheddafi – è stato spezzato il possibile “asse” in formazione tra Russia (di Putin, non di Medvedev), Italia (di Berlusconi, non di Napolitano & C., non a caso il principale fautore della guerra alla Libia) e Libia stessa. Sembrava potesse collegarsi perfino la Turchia; adesso anche questo legame è stato spezzato. Si capisca infine chi appoggiano i felloni nostrani; e si capisca il ruolo delle schegge impazzite che fanno ancora finta di essere comunisti, quelli della “lotta di classe”, tramutata in lotta di “masse”, in cui si appoggiano quelle vandeane, schifosamente alleate dei sicari degli Usa obamiani.

Allora cosa ci si inventa pur di non toccare questi sciamannati, credendo così di tacitarli, mentre crescerà ancora la loro insicurezza e rabbia sempre più irrazionali? Si comincia intanto dai tagli alle spese sociali. Sia chiaro, non sono contrario all’aumento dell’età pensionabile, mi sembra abbastanza ineluttabile se contenuta entro limiti non demenziali da “Villa Arzilla”. Tuttavia, non è questo il nodo del problema. E’ stato detto mille volte che la maggior quota (ma non maggiore di poco) della spesa per pensioni e sanità è costituita da quella per il personale addetto a tali servizi, mentre invece scade sempre più la loro qualità e la necessaria congruità anche quantitativa della loro erogazione. E tuttavia si pensa di peggiorare tali prestazioni pur di non toccare il personale; per pure ragioni elettoralistiche e per paura di disordini sociali. Questo il fallimento politico dell’Italia. L’opposizione gioca con il fuoco del disordine e dissesto del paese perché il suo elettorato si situa per ampia parte in questi ceti sociali non produttivi e inutili (nel senso già chiarito!) e dunque rabbiosi e ormai privi di qualsiasi senso di responsabilità nazionale (ecco perché si buttano sul moralismo, compreso quello sessuale). La sedicente maggioranza scontenta sempre più la sua potenziale base sociale (i ceti produttivi, la “spina dorsale” dell’economia italiana) perché non è in grado di controllare e usare con fermezza anche assai dura gli apparati di Stato preposti all’ordine e alla riproduzione sociale. Un fallimento generale e irrimediabile.

Sembra adesso in scacco (definitivamente? Indecidibile al momento) la vecchia strategia statunitense proiettata più verso l’est-Asia, mentre è in svolgimento quella nuova tesa soprattutto a rinsaldare la presa sull’Europa (l’Africa è solo una base di partenza) in funzione anti-russa, poiché si segue l’impostazione (Brzezinsky) che pensa tale paese, più che la Cina, come antagonista principale nel medio periodo. Tale mutamento ha legato le mani al nostro premier, privo di qualsiasi margine di manovra. E’ finita la sedicente amicizia con Putin (che dipendeva in realtà dall’alleanza Gazprom-Eni), con Gheddafi la rottura non sembra più rimediabile. Certo l’atteggiamento di Berlusconi è quello di Eduardo in Napoli milionaria: “addà passà ‘a nuttata”. Se la nuova strategia fallisse; se le opposizioni piuttosto forti (e credo prevalenti al Pentagono) riuscissero a “rivoltare la frittata”, se soprattutto Putin ridiventasse Presidente della Russia, certamente alcune carte del gioco cambierebbero; ma non tutte e non è detto che siano sufficienti a riportare in auge il vecchio possibile “asse”. Ne dubito, vedendo che ormai la Gazprom si sta abituando all’idea di mollare gradualmente l’Eni e trattare in modo privilegiato con la Germania, afferrando il cambiamento dei rapporti di forza ormai irreversibile in Europa. Una nuova politica di maggiore autonomia deve quindi, semmai, ripensare tutti i termini della questione.

 

4. In ogni caso, per tornare al nostro momento di difficoltà (e di menzogna dilagante), questo premier non conta un bel nulla: continua a dire che l’intervento in Libia non lo voleva, ma che non poteva ritirarsi. Nemmeno la manovra finanziaria gli piaceva, ma comunque era giocoforza vararla e adesso anticiparne i pesanti effetti (per i ceti medi e medio-bassi) al 2013. Fra poco, non vorrà nemmeno “la patrimoniale”, avrà il “cuore esulcerato” da essa, ma sarà obbligato a metterla. Quindi non serve più a nulla, sta solo coprendo la sua ritirata e sostituzione (salvo cambiamenti improvvisi e imprevisti del vento internazionale), favorendo così i felloni industrial-finanziari e i loro sicari bipartisan (con netta prevalenza nel “centrosinistra”). Intanto, i felloni ammanniscono il battage necessario per spaventare, per evitare di commettere l’errore del ’92-’93, che portò milioni di elettori a votare per l’imprevisto “accidente storico” piuttosto che andare con i rinnegati del piciismo (considerati ancora comunisti, altro inganno che ci ha penalizzato per vent’anni).

Adesso si deve fare tutto bene. Crisi finanziarie, spread crescente tra titoli italiani e quelli tedeschi, default rischiato dagli Usa, ora declassati da quelle società di cui tutti ricordano che non hanno capito nulla della crisi iniziata nel 2008, dell’imminente fallimento della Lehman e nemmeno delle nostre Parmalat e Cirio. Invece di spernacchiarle, continuano ad ascoltarle per diffondere il clima di una Caporetto ormai prossima e inevitabile. Che cosa può quindi fare l’Italia se non ridurre il debito? Certo, questo ha cause lontane, ma chi ha memoria per ricordarle? Intanto la popolazione “versi l’oro alla Patria” e poi si vedrà. E voglio aggiungere che, con Mussolini, vi fu una costrizione psicologica, un essere guardati male se non lo si faceva, ma non si fu obbligati per legge a “salvare la Patria”. Questi scarafaggi, incapaci di avere un minimo di carisma, anzi coperti di disprezzo da chiunque lavori con serietà in questo paese (e si tratta della maggioranza), pestano e spolpano senza ritegno, demandando a “tempi migliori” (quali e quando? Quelli dell’“anno del mai”) l’affrontare le cause; e non quelle socio-politiche di fondo, no, semmai quelle di piccolo momento, magari la “fannullaggine” avversata da un ministro, di cui solo i “razzisti” di sinistra irridono la statura mentre è semplicemente una nullità politica.

Prepariamoci intanto al salasso, senza che nulla venga risolto, salvo forse avere un ancor più ignobile governo di sedicente salvezza nazionale, composto da tutti i peggiori furfanti che abbiamo visto scatenarsi negli ultimi vent’anni; formato soprattutto da quelli che sono i fiduciari degli ambienti statunitensi più accaniti contro la nostra indipendenza: dal Clinton del ’92 (e di “mani pulite” coadiuvata dal ben manovrato Buscetta, membro di una mafia che ha sempre aiutato gli Usa, fin dallo sbarco in Sicilia, e per la base a Comiso e per l’eliminazione di Mattei, ecc.) fino allo “zio Tom” dei tempi odierni, che ha tentato di segnare con un assassinio (vero o inventato?) la chiusura della stagione della lotta “al terrorismo”, quella quindi proiettata verso l’est-Asia, per tornare alla politica che condusse all’aggressione alla Serbia, cioè alla politica di rinsaldamento della presa sull’Europa (anche stringendo il cerchio dal nord Africa al Medio Oriente; ma attuando compromessi con settori islamici, del resto già provati proprio per aggredire la Serbia!) onde impedire un qualsiasi ritorno di una Russia forte sulla scena mondiale nel medio periodo prossimo venturo. Una Russia che rischierebbe di rimettere in moto velleità di ostpolitik. La Russia dei Primakov e dei Putin, non quella dei Medvedev, che sarebbe meno indigesta per la nuova strategia Usa.

Intanto noi dobbiamo pagarne le spese. Poi si vedrà. Si vergognino i mentitori – compresi i giornalisti che disinformano sbandando sia “a destra” come “a sinistra” – nel raccontarci le quotidiane vicende dei sommovimenti finanziari e della necessità di pagare “perché siamo tutti sulla stessa barca”. Siete ritardati o semplicemente ben pagati per vendere bugie o almeno per dirottare i discorsi verso il fasullo, l’inessenziale, che è perdita di memoria di quanto realmente accaduto? Credete di salvarvi così la coscienza? No, cari, diventate complici. Chi ha capito esca allo scoperto.

IL MANTRA DELL’ECONOMISTA LIBERISTA E DI QUELLO STATALISTA

Martedì 09 Agosto 2011 09:41 Scritto da Giovanni Petrosillo

crisi-mondoSiamo entrati nell’oscurità della crisi, l’aria si è fatta aspra, la luce fievole, si cammina a tentoni nelle nebbie della storia con la costante sensazione di precipitare. Però l’epoca è opaca perché noi abbiamo la vista appannata. Nel disorientamento generale si ode un vociare spettrale, un motivo funereo che dice: tagliare, tagliare, tagliare. E’ la canzone dell’economista liberista, uno strano animale metà uomo e metà calcolo tombale. Un refrain cimiteriale per mettere una pietra sepolcrale sopra quello che va male. Se proprio si deve affogare meglio accelerare ed evitare di soffrire, del resto saranno soprattutto i più sfortunati a perire quindi non c’è altro da dire, meglio agire, affettare, tranciare, spezzettare, recidere, troncare, inumare. La speranza è l’ultima a morire, senza un braccio ed una gamba si può provare a sopravvivere. Fatevi sotto, pensionati, malati, diseredati, ed anche tartassati. La società richiede un sacrifico di lacrime e sangue e qualcuno lo deve pur accettare, dobbiamo rischiare per non schiattare. Avete già dato? Avete ceduto un orecchio, un naso, un occhio della testa? E che ci volete fare è sempre il turno di chi non può protestare e deve seguitare a rateizzare anima, corpo e sedere per tirare a campare. Vi chiederete: eppure se lo scopo è recuperare, risalire, rimontare come posso accettare i consigli di chi vuol solo mutilare, asportare, deturpare? Ma non capite, poveri depressi a pezzi, avanzi di esseri umani, l’economista è uno che sminuzza, trita, sgretola, smozzica, spunta per riattivare la crescita del corpo sociale che purtroppo non coincide con quello vostro personale. Ma tant’è. Questi signori che non ci hanno capito nulla della débâcle finanziaria fino a ieri mattina adesso tornano a pontificare coi loro consigli e le loro frattaglie economicistiche tanto per non cambiare. Per loro è naturale, un po’ come cagare. Tutti li stanno a sentire, è di nuovo il loro momento, è l’ora del dimagrimento. Questi macellai col coltello affilato si disputano la scena con affini statalisti, oggi più’ in sordina, che invece di segare, falciare, recidere vorrebbero ingrassare, impinguare, rabboccare lo Stato e tutti i suoi apparati dove stanno i loro amici costipati. Anche costoro hanno le loro ragioni sbagliate che oggi non vanno per la maggiore, per un fatto di moda e di alternanza tra gruppi di cialtroni autorizzati da qualche superpotenza mondiale, ma domani, vedrete, torneranno a contare. Gli Hannibal Lecter del mercato ed i Gargantua della spesa pubblica sono abituati a scambiarsi i ruoli, dipende dalle stagioni sociali e dai raccolti industriali. Tuttavia, l’obiettivo è comune, rincoglionire la gente e svuotare le sue tasche per il progresso ideale generale e il loro stretto benessere particolare. Ma lorsignori con l’indice di borsa sempre puntato come una pistola sul popolo affamato, (siano essi liberisti o statalisti, hayekiani o keynesiani, avari o spendaccioni, intransigenti o lassisti), sono d’accordo su un piccolo punto. Lo dice l’offertista e il domandista, il mercatista e l’assistenzialista, il restringista ed il disavanzista. Dobbiamo liberarci dell’argenteria e dei gioielli di famiglia per resistere alla fanghiglia, lo ha anche suggerito qualche gran cervello della politica nostrana con l’intelletto in ferie da qualche settimana. Vendere, liquidare, alienare, dismettere tutto, dalle Poste, all’Eni, da Enel a Finmeccanica, dalle aziende municipalizzate, alle partecipazioni azionarie in mano pubblica. La soluzione è geniale, perchè così la montagna di fango potrà passare senza fare danni, non ci sarà più nulla da travolgere se ci saremo liberati di tutto, persino di noi stessi. Dell’Italia resteranno rovine ma aumenteremo il flusso turistico e la produzione di souvenir, in ossequio ai costi comparati e agli idioti patentati.