ARRIVIAMO PREPARATI ALLA NUOVA EPOCA CHE S’APRE, di GLG

gianfranco

 

Non pretendo certo di considerare la quota di “amici” che ho qui come un campione credibile. Tuttavia, alle volte qualche indicazione può essere tratta dall’atteggiamento di costoro. E’ del tutto evidente lo scarso successo dell’articolo da me messo e che riportava il sondaggio di scenarieconomici.it in merito ai favori che riscontrerebbe in Italia un eventuale (ma solo immaginato al momento) colpo di Stato militare. Ho anche aggiunto un mio commento con preferenza per altro tipo di presa del potere, che riscuota l’appoggio di una buona parte della popolazione e invece la contrarietà di quella parte ancora irretita da coloro che sono riusciti a farsi credere eredi di una prospettiva di completo cambiamento della strutturazione dei rapporti sociali. La quota della popolazione che ancora concede fiducia a tali imbroglioni – e che viene del tutto impropriamente e con grave errore di interpretazione storica definita “sinistra” – proviene dai “lidi” della “rivoluzione proletaria” ormai divenuta semplice e risibile speranza di capovolgimento delle posizioni tra ricchi e poveri.

Un altro fatto sembra piuttosto evidente. Quelli che hanno in qualche modo capito a quale terribile degrado stia portando la degenerazione della tendenza rivoluzionaria d’un secolo fa – oggi appunto ridotta a semplice pietismo, spesso ipocrita, per chi ha meno fortuna nella società odierna – brontolano e inveiscono contro questa ormai solo ipotetica “sinistra” (vero handicap della società “occidentale” odierna e di quella italiana in modo del tutto speciale), ma sono pur essi un po’ rimbambiti e imbevuti di credenza in una “democrazia”, che è semplicemente la recita elettorale. Le elezioni sono periodici (ogni tanti anni) sondaggi di opinione tra la popolazione investita dalla propaganda mediatica di gruppi di meschini personaggi, travestiti da uomini politici del tutto proni di fronte ai grandi centri strategici (che non sono soltanto economici e tanto meno semplicemente finanziari) dotati del reale potere. Tali centri di potere, in competizione tra loro, creano i sedicenti partiti. Il loro comportamento è quello normalmente utilizzato dalle grandi imprese produttrici, che so, di saponette, di profumi, e di ogni altro bene di consumo oggi in voga; tali organizzazioni entrano in accesa competizione anche (e talvolta soprattutto) tramite la pubblicità, in cui si raccontano fior di panzane circa gli strepitosi pregi dei loro prodotti.

Nulla di diverso fanno i vari partiti per conto dei suddetti centri di potere. E le elezioni “democratiche” sono nient’altro che il risultato di tale atteggiamento tipo vendita del “migliore” smacchiatore o detersivo, ecc. Questa farsa non ha nulla a che vedere con la democrazia; tanto è vero che il successo di simile ideologia, propagandata a piene mani dagli Stati Uniti, ha avuto successo sia per le indubbie condizioni oggettive che hanno consentito una forte crescita della potenza militare statunitense, sia per il “felice” connubio tra ceto dei politici e gangsterismo, assai efficace nell’apprestare quella struttura – con i partiti ridotti opportunamente a due per semplificare il quadro della competizione, anche se poi la situazione è in realtà assai più complessa rispetto alle semplici etichette – in grado d’essere assai flessibile e nel contempo piuttosto ben indirizzata tenuto conto della potenza d’un paese, fatta ovviamente di forza militare e di dotazione di sempre più avanzate strumentazioni belliche. Senza dubbio conta pure la capacità di imporre semplici e schematici elementi costitutivi della “cultura di massa” – quegli elementi che rendono le popolazioni sempre più stolide e credulone – e di utilizzare efficacemente sofisticati apparati di cosiddetta Intelligence (o Servizi).

Le più rilevanti “scosse” popolari del ‘900 – praticate dai popoli sotto la direzione di élite preparate a guidare la parte veramente attiva della popolazione secondo certi orientamenti in grado di prendere il sopravvento su altri ormai stantii e dunque superati – hanno commesso gravi errori. Non discuto minimamente delle indubbie tragedie o fenomeni umanamente condannabili cui possono avere dato luogo; parlo del loro significato politico e di mutamento delle strutture sociali, rilevato mediante un’analisi oggettiva e non soltanto guidata da umori, condanne morali, orrore per certi eccessi che certamente scuotono i nostri sentimenti. Secondo la mia opinione – senza dubbio influenzata da fatti specifici riguardanti la mia pratica di vita (sempre impregnata di certe scelte anche ideologiche) – la “rivoluzione d’ottobre”, e ciò che ne è seguito, è stata l’esperimento più valido fra le suddette “scosse”; e anche quello più duraturo e che nei fatti ha lasciato ancora degli esiti positivi poiché, pur dopo il crollo dell’Urss, non è sparito ogni effetto di tutta la storia precedente. Ciò non è accaduto né in Russia né in Cina, che sono non a caso i due veri paesi competitori degli Usa nella nuova epoca di multipolarismo apertasi da almeno un decennio e in via di accentuazione.

Indubbiamente, quella rivoluzione (iniziata nel 1917) – come pure quelle verificatesi in Italia e poi Germania e clamorosamente crollate in poco tempo – non ha adeguatamente compreso che la potenza, indubbiamente costituita da apparati bellici e d’informazione oltre che di centri direzionali dotati di indubbia intelligenza strategica, si serve nell’era moderna della ricchezza creata dagli apparati industriali, dalle ricerche innovative in campo tecnologico, ecc. Ci sono fin troppi “ingenui” (definiamoli benevolmente così) che credono ad una potenza economica e finanziaria decisiva e tuttofare; sarebbe questa alla guida del mondo. Non si è capito che tale fonte di “ricchezza” è fondamentale solo in quanto strumento delle strategie politiche condotte da gruppi organizzati, e necessariamente ristretti, di individui dotati di forte “intuito” relativamente alle situazioni oggettivamente favorevoli in cui intervenire, capaci di convincere importanti quote delle masse popolari e di effettuare le “giuste mosse” per ottenere il successo (a volte interviene anche la fortuna). Se questo complesso di fattori, innervante la vera politica, non sussiste, non sono sufficienti tutte le ricchezze del mondo per conquistare la supremazia. Tuttavia, non vi è dubbio che tali gruppi in azione, pur opportunamente attrezzati in senso strategico, sono favoriti – una volta ottenuta la preminenza e nel periodo di suo consolidamento – dalla presenza nel paese di ottime potenzialità in merito alla produzione di ricchezza.

L’ideologia della “rivoluzione proletaria” – per motivi su cui ho scritto a lungo, ma che necessitano ancora di analisi e di conoscenza storica – ha avuto indubbiamente effetti positivi nel primo periodo di sviluppo di una società ancora eminentemente contadina (come quella esistente in Urss, in Cina, ecc.); tuttavia, ha poi ostacolato e ritardato le successive e “più raffinate” fasi evolutive. Adesso, soprattutto in Russia, sembra si stia imparando la lezione. Tuttavia, si rischia di cadere sotto l’idea malsana della “democrazia” quale semplice sondaggio d’opinione elettorale. E’ necessario che le nuove potenze in crescita siano molto attente nel valutare le future tappe del loro rafforzamento. Gli Usa hanno alla fine vinto nella passata epoca (novecentesca), ma sembrano ora in relativo declino; anche culturale e con la loro mania “democraticistica” del tipo banalmente elettorale. Sono ancora potentissimi militarmente e in termini di creazione della ricchezza. Tuttavia, sembrano in difficoltà per quanto riguarda una nuova indispensabile spinta all’entusiasmo della parte più attiva della popolazione, che dovrebbe ormai scatenarsi contro i prodotti “cancerogeni” della “democrazia” detta liberale. Bisogna conciliare, cioè saldare, lo sviluppo industriale e tecnologicamente innovativo con una nuova forte convinzione in merito ai “destini d’un popolo”. Evitando le sciocche (perché sono sciocche, non solo fonte di orrori) aberrazioni “razziali”, alla fine negative per quanto concerne la tensione alla supremazia, che deve andare ben oltre il livello della repressione di ogni dubbio (invece spesso positivo e da non conculcare).

Per ottenere il predominio, bisogna conquistare una popolazione; cioè solo una parte perché vi sarà sempre la divisione tra chi alla fine aderisce alla novità e chi resiste sulle vecchie fole. Quest’ultimo va combattuto con radicalità, ma senza appunto ricorsi diversivi tipo l’inesistente superiorità razziale o l’avvento dell’“associazione dei produttori cooperanti”, che avrebbe dovuto travalicare il capitalismo (ormai già ben diverso da quello studiato e “predicato” da oltre un secolo a questa parte) per andare in direzione del socialismo e poi comunismo. Svanita, e per sempre, questa credenza così importante per gli eventi del XX secolo (malgrado alcuni superstiti ormai simili agli anarchici nel ‘900 dopo un certo successo nell’800), dobbiamo renderci infine conto d’essere entrati nella tipica fase di transizione ad una nuova epoca della storia delle pur differenti società esistenti.

Ricordiamoci sempre sia dell’hegeliana nottola di Minerva che s’alza in sul far della sera, sia dell’avvertenza marxiana che l’analisi raggiunge la sua maggiore credibilità “post festum”. Non si pretenda di saper oggi dire con certezza quali trasformazioni sono in corso. Bisogna però abbandonare al più presto le vecchie credenze, le superate ideologie; poiché le vetuste e talvolta ingombranti teorie della società sono per l’appunto divenute in larga parte delle ideologie, delle nuove forme di “fede” del tutto improvvide. La fede va lasciata alle religioni – e lo dico senza alcuna irrisione o sottovalutazione di quanto appartiene a tutta la storia dell’umanità e che non verrà mai superato dalla scienza come pensava ridicolmente il positivismo ottocentesco (e non solo, ne abbiamo anche oggi esempi) – mentre dobbiamo seguire le trasformazioni profonde sia dell’organizzazione dei rapporti internazionali tra i vari paesi, sia delle strutture dei rapporti sociali esistenti in questi paesi, da raggruppare spesso secondo determinate “sfere territoriali” (dotate di cultura e tradizioni relativamente comuni) della società mondiale.

Quindi: animo, darsi da fare. E’ indispensabile intanto procedere tramite ipotesi, pensate e formulate dopo il massimo possibile di attenzione ai caratteri dell’epoca che avanza. Dobbiamo, tuttavia, fare nostro il motto “sbagliando s’impara”, nel suo senso più profondo; cioè sbagliare proprio per imparare. E’ necessario compiere analisi nel modo più approfondito possibile e poi formulare comunque delle ipotesi conclusive basate su di esse, tuttavia consapevoli che incorreremo in errori più o meno gravi. Saranno però molto più gravi, anzi definitivi, se continuiamo con la solita “retorica” del vecchio bagaglio teorico (ormai “liquefatto” in ideologia) da noi certamente controllato con maggiore disinvoltura e sicurezza. Si tratta, però, di un atteggiamento del tutto errato, frutto della nostra incapacità di “cambiare d’abito” quando muta il “clima” in cui dobbiamo muoverci. Nemmeno, certamente, vanno formulate ipotesi senza la benché minima prudenza nel valutare le condizioni, che ci appaiono esistenti nel tempo e nel luogo cui dedichiamo la nostra attenzione. Malgrado ogni nostra precauzione commetteremo errori perché siamo nel “mezzo dell’oceano” (la nuova epoca) e non vediamo ancora “terra all’orizzonte”. Via via correggeremo la “rotta”, ma indirizzandoci assai diversamente rispetto al passato, abbandonando quello stupido bordeggiare la costa già conosciuta e ormai ridotta ad un deserto inospitale.

La gran massa delle persone ha già tanto da pensare per navigare nella più stretta quotidianità, magari allungata a qualche mese o pochissimi anni; fra l’altro, al fine di ottenere quelle condizioni (materiali) confacenti ai più immediati e stringenti bisogni e desideri, tipica “attrezzatura” (anche mentale) delle “maggioranze”. Come in ogni attività umana, devono esistere gruppi decisamente ristretti dediti al tentativo di comprendere le caratteristiche più complesse dei “tempi” in cui si svolge la vita sociale; caratteristiche che, nelle epoche di transizione, diventano appunto assai poco note e spesso sorprendenti, spiazzanti, squilibranti. Rivolgo dunque insistentemente l’invito ai giovani (non di primo pelo, spero sia chiaro) perché si formino piccole ma agguerrite “squadre” di analisi, studio, formulazione e sperimentazione di nuove ipotesi. I più vecchi, sempre senza pretendere i “grandi numeri”, devono dedicarsi alla spietata messa in discussione di tutte le ideologie passate, delle falsità raccontate, per ignoranza o mala fede, da storici che hanno raggiunto negli ultimi decenni la più sconsolante indecenza intellettuale (salvo le usuali rare eccezioni). Ripeterò senza sosta l’invito a mettersi insieme e a imparare (sbagliando) il “nuovo”, nel mentre si dichiara apertamente guerra al “vecchio”. Si “uccidano” i tromboni di una “sapienza” putrida, che ormai ricopre di melma ogni minima particella di conoscenza. Sia chiaro: si tratta di reali “assassini” e non meritano rispetto né pietà alcuna. Se li “lasciamo vivere” ancora a lungo, annienteranno ogni possibilità di arrivare preparati al compimento definitivo della nuova epoca (per il momento in evoluzione) onde affrontare le “procelle” che sempre si scatenano in quel frangente storico.

Però, cari giovani (e anche meno giovani), liberatevi della “cretinaggine” elettoralistica. Non è democrazia; finché non si guarisce da questa “lunga ossessione” neppure verrà superato il predominio americano. Nel secolo scorso ci sono stati alcuni tentativi di vincerlo, ma alla fine sono risultati rozzi e con errori di previsione (degli sviluppi delle relazioni internazionali e delle strutture sociali) estremamente gravi e decisivi. Alcuni di questi tentativi nemmeno hanno ben capito che il “capitalismo” (o quello che è) degli Stati Uniti era il vero dominatore del secolo; consideravano  ancora prevalente l’Inghilterra.

Temo che occorrerà un lungo apprendistato per liberarsi del virus della “democrazia”; Decidetevi a sopprimerlo in voi.

DOPO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

RENZI

Renzi perde le amministrative ed il centro-destra espugna comuni dove non aveva mai governato, come Genova, o cosiddette roccaforti rosse, come Sesto San Giovanni. Il dato più interessante, per quel che ci riguarda, non è la débâcle di Tizio o di Caio ma l’astensionismo in crescita. Meno di un italiano su due si è recato alle urne, tra il 47 ed il 49% degli aventi diritto. Ciò dimostra che il sistema democratico non è il governo del popolo ma quello di minoranze disciplinate dalla militanza o condizionate dai vari poteri (partiti, gruppi economici, mezzi d’informazione) che imbucando una scheda in una scatola decidono per tutti(delegando sempre i soliti), anche se rappresentano una piccola parte dei cittadini.
La democrazia, sotto questo aspetto, è ormai nuda ed ha perso qualsiasi contatto col suo significato etimologico o storico-concettuale. Come ha detto il mio maestro Gianfranco La Grassa: ““La democrazia …è un semplice e schematico sondaggio d’opinione, in cui si tratta solitamente di rispondere sì o no a poche semplici domande su questioni che tutto toccano salvo il reale potere dei grandi centri strategici, che si battono tra loro con ben altri mezzi e massima incisività (magari anche con il metodo dell’assassinio se occorre). Non è un caso che l’opinione ‘pubblica’ muti d’accento con una certa facilità e frequenza; ne vengono premiati ora questi ora quelli fra i cosiddetti partiti, vere accozzaglie informi dirette da manigoldi, che rappresentano la copertura e la maschera ‘pubblicitaria’ dei suddetti centri strategici, i reali poteri da cui si irradiano poi le principali decisioni, molto spesso ignote al ‘popolo’ o comunque assai differenti da quelle su cui si era svolto il sondaggio. Non vi è dubbio che una simile ‘democrazia’ presenta alcuni svantaggi in fatto di celerità ed efficacia delle decisioni, poiché a volte bisogna avvolgere queste ultime in una ‘bella confezione’ in grado di meglio ingannare, compiacendo, i cittadini elettori”.
Anzi, se vogliamo dirla tutta, la democrazia è il sistema che coinvolge di meno il popolo nella vita politica. E’ una maniera di far aderire passivamente le moltitudini a decisioni, già prese sulla loro testa, presentate (e solo presentate) diversamente dai competitori in lizza. La democrazia si fonda sulla distrazione della cittadinanza dalle faccende pubbliche più importanti per un tot di anni meno un giorno, quello in cui si viene improvvisamente risvegliati dal sonno profondo della ragione e della mistificazione e richiamati a scegliere da chi essere governati. Cito ancora La Grassa, nei sistemi democratici “i cittadini vengono invitati a eleggere questo o quello senza alcun particolare impegno e rischio che non sia l’andare al voto, magari perfino rinunciandoci talvolta se il tempo è particolarmente brutto o invece specialmente bello per andarsene in vacanza, ecc. In altri assai meno miserabili contesti, i cittadini, e facendo magari specificatamente appello alla loro appartenenza a dati gruppi sociali, vengono chiamati alla vera lotta mediante ben altre ideologizzazioni, che sollecitano a volte la loro ira e sempre la speranza di un futuro migliore, perfino l’intelligenza di una decisa fuoriuscita da condizioni di oppressione e di miseria (non solo materiale), ecc.”
Cioè, il popolo è decisamente più responsabilizzato da una dittatura che chiama a raccolta le folle oceaniche per le grandi decisioni riguardanti la sovranità e lo Stato. Ancora La Grassa: “In questi casi [dittature], però, masse imponenti di esseri umani (senza che si possa calcolare se rappresentano il 50% + 1 della popolazione, per di più quella al di sopra di una data età) si muovono anche a rischio della loro vita, danno il meglio di se stessi, non vanno a bighellonare nei seggi elettorali. Affermo con decisione che questa situazione è mille volte più “democratica” dell’altra. E la “dittatura” è solo nella testa di chi ci rimette, in casi come questi, l’intero suo potere di spremere quella gran massa popolare per i suoi bassi interessi, senza bisogno della benché minima ideologia di supporto: ideologia non come falsa coscienza, bensì come forte credenza che qualcosa di meglio possa essere conquistato. Senza dubbio, in casi del genere viene in evidenza la crudezza dei moti “di massa” e spesso tante altre miserie, perché in simili contingenze s’insinua nel movimento un po’ di tutto; tuttavia, ripeto che chi si muove in tale contesto rischia qualcosa di suo (fino appunto alla pelle). Tale situazione è mille volte migliore della falsa, miserabile, spenta, “democrazia” elettorale dei sedicenti liberali”.
Che il voto non conti nulla lo dimostra quello che sta già accadendo, a poche ore dalla contesa tra centro-destra e centro-sinistra. Renzi e Berlusconi sono pronti ad accordarsi per la legge elettorale e per un’eventuale larga intesa, se dalle prossime elezioni politiche non dovesse uscire una maggioranza parlamentare autosufficiente. Le persone, non votando e restandosene a casa, hanno cercato di testimoniare la loro disaffezione a questa politica basata sui giochi di Palazzo e questi cosa propongono all’indomani delle amministrative? L’ennesima truffa politica chiamata legge elettorale che non è una priorità per una nazione in sofferenza economica e perdita di centralità geopolitica. Le precedenza dovrebbe essere data ai temi dell’occupazione, della crescita industriale, dell’assistenza sanitaria, della politica estera. Invece, i coglioni litigano per lo ius soli, i diritti dei gay, i vaccini, i metodi di voto, le “battaglie di civiltà” a favore dei migranti, imponendo nel dibattito collettivo materie secondarie o di nessun interesse strategico, che servono a fottere gli italiani su tutto il resto, ovvero su ciò che è fondamentale per i loro destini. Fanno molto rumore per tutto, non concludendo mai niente. Piuttosto, cominciamo noi a ragionare fuori dagli schemi democratici, creando movimenti di opinione e aggregazioni politiche (non partitiche, assolutamente inutili in questo momento in cui si sarebbe fagocitati dalle regole del “giogo” sistemico) che ribaltino gli ordini del giorno e tolgano argomenti ai poteri dominanti. Non facciamoci trascinare nelle discussioni superficiali e teniamo la barra dritta sulle problematiche fulcrali della fase, come la sovranità nazionale, la fine della sudditanza dall’Ue e dagli Usa, il supporto all’industria strategica, che rischia di essere svenduta allo straniero. Infine, prepariamoci a sferrare calci nei denti ai partiti tradizionali che però non possiamo battere sul loro stesso terreno democratico…Diceva E. L. Masters che la democrazia è un gioco da banditi. Noi non siamo banditi ma vorremmo essere almeno giustizieri di questi furfanti e sicofanti.

LE COMUNALI

gianfranco

L’affluenza definitiva alle comunali in Italia (eccetto Sicilia e Friuli Venezia Giulia) è stata del 60,07%. Alle precedenti comunali fu del 66,85%. In Sicilia: a Palermo il 52% di votanti (“grande vittoria” di Orlando, sul tipo di quella di Macron), a Trapani il 58. Friuli-Venezia Giulia: in provincia di Udine si è recato alle urne il 54,95% per cento dei votanti. L’affluenza più alta in Fvg si è registrata in provincia di Trieste con il 58,33%. Segue la provincia di Gorizia con il 57,08%, Udine e, ultima, quella di Pordenone con il 54,13%.
Ieri sera, i soliti bugiardi delle trasmissioni TV davano con grande e gradita meraviglia la cifra complessiva del 68,1%. E commentavano circa la tenuta, perfino un leggero aumento, dei votanti da parte di questa “responsabile” popolazione italiana. In realtà, essa non è ancora giunta alla comprensione di quella francese in merito alla nausea che provocano le forze politiche (per cui laggiù è andato a votare solo il 49% della massa elettorale complessiva), ma insomma qualche segnale non negativo esiste pure in Italia. E si cerca di nasconderlo, così come si inneggia al risultato francese quasi fosse la rinascita della marea “europeista”. Quando sarà infine possibile liberarsi di questi mentitori in totale malafede?
Altra notazione importante. La vittoria è spettata alle coalizioni in cui le liste civiche hanno avuto successoni. Faccio l’esempio del mio paesello (circa 40.000 abitanti; ho visto che non è un caso speciale, anzi piuttosto generale). Il sindaco (centro-destra) è stato eletto al primo turno con il 51% e rotti dei voti (e questo, certamente, è stato un caso raro). Se si guarda ai partiti, si ha F.I. al 17,5%, la Lega al 13, Fdi all’1,4. Un buon 20% spetta a ben tre liste civiche. Lo stesso andamento nello schieramento di centro-sinistra, che ha avuto il 30% dei voti; il Pd il 18% e il resto ad altre due liste civiche. Per certi versi, non ha tutti i torti Grillo quando dice che le comunali, condotte in questo modo a suon di liste civiche, possono illudere il centrodestra e il centrosinistra, che ormai si ritengono di nuovo in sella e in piena rinascita.
Un altro netto “slittamento” si è prodotto, mostrando come questi politicanti siano proprio dei meschini in cerca di posticini e basta. Ho sempre parlato male dei semicolti di “sinistra”; e non me ne pento. Debbo però far notare con più decisione che la sedicente “destra” è allo stesso livello. Vedo che gli “alleati” del traditore di tutto e di tutti, del doppiogiochista dal 2011, sono di levatura assai scadente. Facevano gli amici del Front National lepenista. Adesso, di fronte all’insuccesso di tale schieramento, scappano e tornano a lisciare il pelo a chi li ha sempre presi in giro. Dichiarano che il centro-destra unito può vincere. Già, lasciando piena libertà di gioco al traditore a tutti i livelli e a seconda dei suoi interessi. Essi cessano ogni minimo brontolio e s’inchinano ad uno che tre-quattro giorni fa ha dichiarato la sua preferenza per Draghi premier. Che meraviglia! A questo punto, meglio tenersi Renzi o chi per esso. Ma fra doppiogiochisti s’intendono. Draghi è quello della riunione sul panfilo Britannia (1992), del favoreggiamento alla svendita della Telecom ai “capitani coraggiosi” bresciani (1999), della Goldman Sachs e via dicendo. Per un “nano”, che si è inchinato sei anni fa a Obama, non ci può infatti essere migliore premier di qualcuno della sua stessa pasta.
Comunque, la situazione si va logorando, l’astensionismo cresce, la gente è sempre più stanca anche se ancora non riesce ad orientarsi. E del resto verso chi si dovrebbe dirigere dato il deserto esistente nel ceto sedicente politico, nel settore dell’informazione, in quello di chi sostiene di fare cultura. Ormai lo schifo è gigantesco, c’è una degenerazione a ritmo accelerato. E continuano a presentarsi in campo miserabili che vorrebbero essere considerati la novità. In realtà, cercano soltanto di mettersi in mostra in minuscoli movimentini, il solito trampolino di lancio per quei nuovi arrivisti e opportunisti che lì si fanno le ossa; poi passeranno ai più tradizionali partiti in grado di assicurare loro il posticino in Parlamento o in vari apparati e organismi controllati dai vetusti e corrotti gruppi di potere. Niente di nuovo sotto il Sole; è il continuo ripetersi della bassezza dei più. Solo in rari momenti brillano alcune minoranze che fanno una bella piazza pulita. Allora i voltagabbana affluiscono copiosi e si hanno i soliti “Piazzale Loreto”. Però le cose cambiano anche se gli onesti avvertono in bocca un certo sapore amaro; però cambiano, comunque cambiano. E qualche soddisfazione, per un breve periodo di tempo, si diffonde tra molti.

AL VOTO AL VOTO (E PERCHE’?), di GLG

gianfranco

Voi già sapete cosa penso delle elezioni, che si possono senz’altro scegliere come metodo di consultazione della popolazione in condizioni di relativa tranquillità e benessere quasi generale. Non certo perché abbiano qualcosa a che fare con il “governo del popolo”. La massa dei cittadini è sempre esclusa dalla reale configurazione delle volontà decisionali, che reggono le sorti di ogni dato paese. Ripeto: in certe condizioni di tranquillità, è un metodo possibile per dare le sorti del governo a chi sa meglio imbrogliare le carte e convincere la cosiddetta “maggioranza” che si attiene alle volontà di quest’ultima, mentre invece attua le proprie.

Non mi sembra sinceramente che nell’attuale contingenza storica si sia in condizioni di tranquillità; e, detto per inciso, guardate che condizioni del genere esistevano proprio nel “nostro mondo” durante l’epoca bipolare Usa-Urss, malgrado certi imbroglioni cercassero sempre di far credere che la guerra poteva essere imminente. Era invece un’era di singolare pace per noi e di scaricamento dei conflitti, quelli sì atroci, nel “terzo mondo”. Noi si stava tra due guanciali, a parte i noti “anni di piombo”, ma anche qui con molte esagerazioni di chi si serviva degli “ultrarivoluzionari” per i propri fini di potere e di intrallazzo reciproco. Tipico esempio il caso Moro, contrabbandato per quello che non era, perché serviva solo a togliere di mezzo un intralcio al “compromesso storico” tra parte del Pci e parte della DC, agli accordi sottobanco tra quella parte del Pci e ambienti statunitensi, ecc.; insomma, serviva ad aprire la strada a tutto ciò che poi è venuto alla luce dopo il “crollo” del “socialismo reale” e che ci ha condotto al disastro attuale. Avete capito che imbroglio ci hanno propinato per decenni? E continuano tuttora, i furfantoni

Torniamo a bomba. Oggi come oggi, avremmo bisogno di metodi ben diversi dalle elezioni; necessario sarebbe l’entusiasmo di una parte decisiva della popolazione per qualche prospettiva di rinascita di un nuovo spirito. E chi se ne sbatte delle percentuali? Il 40% dei votanti, quindi al di sopra dei 18 anni? Ma va là, anche più giovani, ma soprattutto, giovani e meno giovani, incazzati di questi che ci s-governano e ben guidati da una nuova organizzazione determinata e con idee chiare sul da farsi. Malcontento ce n’è, soprattutto disistima di tutte le forze politiche, anche di opposizioni che badano solo ai voti per avere qualche posizione di potere in più e arrangiarsi con il cosiddetto sottogoverno. Tuttavia, è ancora un malcontento non indirizzato e non deciso a farla finita con i farabutti. E la prima cosa da fare sarebbe intanto cacciare a calci in culo gli intellettuali semicolti dalla TV. Per il momento, i peggiori hanno ancora in mano il bandolo della matassa.

Però proprio per questo, bisogna appoggiare chi vuole le elezioni subito; se c’è una possibilità di smascherare l’inetto e disonesto ceto politico odierno è proprio nel votarli (sperando per l’ultima volta) e nel mostrare alla popolazione tutta la loro insipienza e incapacità di andare oltre le alchimie parlamentari e simili. Per questo uno dei peggiori nemici che abbiamo è il nano d’Arcore; e chi ancora esita nel denunciarlo si rende suo complice. E’ quasi peggiore di Renzi, è il vero supporto dei governanti italiani dal 2011 in poi. Non ci si faccia ingannare dalla magistratura che ancora (appena un po’ del resto) lo tiene d’occhio; ma solo per dargli l’aureola sufficiente ad ingannare i suoi ottusi fan e a favorire gli altri politici imbroglioni di cui è circondato. Bisogna spazzare via i forzaitalioti, forse ancor più dei renziani; comunque non meno di questi.

E alle elezioni subito per mostrare infine, in tutta evidenza, come il voto non serva affatto in questa fase storica, che non è più di tranquillità; è seria, molto seria, al limite del nostro totale tracollo. Via con le elezioni e poi….. speriamo in un regolamento di conti che faccia più epoca ancora di quello dei primi decenni del ‘900. E non solo in Italia evidentemente. Occorrono anche Francia e Germania.

DI MISERIA IN MISERIA (in Italia e negli Usa), di GLG

gianfranco

La più miserabile è logicamente quella che riguarda il nostro povero paese, ormai ridotto a un crivello. L’ultima farsa (tragica) è quella inventata per la scuola, dove hanno messo in ruolo prof. che non fanno alcunché e prendono lo stipendio di chi, in qualche modo, insegna. Anche se molto male visti i racconti che mi si fanno circa le risposte degli studenti; e agli ultimi anni delle superiori. Le più recenti che ho sentito sono: 1) l’“infausto ventennio” è la “belle époque”; 2) nessuno in una classe sapeva rispondere alla domanda circa il colore delle giubbe portate dai garibaldini. A parte questo, vengo anche a sapere che essere “di ruolo” (per i nuovi prof. immessi) significa esserlo per tre anni, dopo si vedrà. Non so se ho capito bene, ma qualche insegnante dovrebbe dire qualcosa in proposito.

Non è però di questo che intendo parlare, bensì del miserrimo referendum. Sono veramente in difficoltà per andare a votare. Mi ci recherò ma appunto, come ho detto altre volte, solo perché non posso sputare direttamente in faccia ai membri del governo. E del resto perché prendersela con loro; gli altri, della maggioranza come dell’opposizione, sono tanto migliori? Quelli della minoranza piddina, che erano “fieramente” per il no, si sono di fatto divisi; e Cuperlo & C. si stanno ammorbidendo del tutto poiché, con grande probabilità, hanno avuto di che “rinsavire”. Resta D’Alema, cui ancora non hanno evidentemente dato gran cosa. Per lui al momento si organizzano salve di fischi onde consentire a Renzi di intervenire con longanimità per sedarli, sperando di rabbonirlo un po’; ovviamente, per ottenere realmente simile risultato bisognerà essere più “generosi d’animo”.

Quanto a quella che viene considerata la “vera” opposizione, mi sembra che resterà certo decisa a votare NO, commettendo però errori e mancanze in continuazione. Tanto per cominciare ci si mettono i cosiddetti “antagonisti”: quelli che Marx definiva “lumpenproletariat”, giovanotti (molti ex tali, già ingrigiti) disadattati, ultima degradazione dei movimenti del ’77 tipo “autonomia operaia” con quei capi (i cosiddetti “cattivi maestri”) ben noti e odiosi. Figuratevi quanto sono felice di mettere il mio voto assieme a questa accozzaglia di forsennati che, con le sue manifestazioni sconclusionate, rende un perfetto servizio agli avversari. Andrò in cabina, ma con uno sforzo titanico.

Poi ci sarebbe il “centrodestra”. Berlusconi fa il solito gioco contorto e mascherato che conduce dal 2011. Senz’altro preferisce il NO, ma perché? Diciamo intanto che comincio a pensare prevalga il SI. E se avvenisse il contrario (di stretta misura), il maledetto “nano” (che perfino Dio si è rifiutato di chiamare a sé poco tempo fa, per timore che si mettesse a tramare anche “lassù” con qualcuno della sua risma) è già pronto a chiedere maggiore attenzione per se stesso (e i suoi interessi) in cambio di un bell’accordo con Renzi per la “salvezza nazionale”. Di fronte a questa prospettiva, non ho parole per il comportamento ondeggiante e indeciso di un Salvini, che così ha perfino favorito la scomposizione del suo partito, dove altri personaggi ambigui, del tipo di Maroni e Bossi, gli stanno facendo la guerra. Doveva denunciare apertamente il traditore di tutto e di tutti, doveva svelare il suo sporco gioco. Invece, l’ha fatto qualche volta, solo a mezza bocca, e poi si è smentito con incontri, varie foto del trio (c’è anche la Meloni) riunito e sorridente; ma, appunto, solo nella foto giacché per il resto si guatano con sospetto reciproco. Restano i grillini, pasticcioni politici ormai conclamati e però, forse, i più coerenti sul NO. Tuttavia, non sono per nulla approvabili nella loro politica, soprattutto estera. Non sono certamente a favore dell’indipendenza e autonomia del paese. Sarebbero pronti pure loro, se avessero il via libera per andare al governo (ma non l’avranno affatto), a stabilire gli accordi dovuti con i “padroni” statunitensi.

Il quadro è desolante. Chiunque si metta in testa di fare propaganda per il NO, tirando fuori contorti ragionamenti sui problemi costituzionali, non fa altro che favorire il SI, che sviluppa la sua propaganda per la semplificazione del quadro istituzionale, per risparmiare “schei” nel mantenerlo, per favorire la sedicente governabilità (quella che sta in realtà distruggendo l’Italia), ecc. Andiamo comunque a votare NO perché forse può ritardare di un po’ i piani di “fine dell’Italia” e di suo totale appiattimento sulla volontà degli Stati Uniti. Se vince il SI, probabilmente Renzi avrà egualmente bisogno di qualche aiuto dai “traditori” berlusconiani; tuttavia, essendo approvato da una sufficiente quantità di italioti, procederà più spedito nella sua nefasta opera. Inoltre, si sentirà anche più tranquillo con il nuovo presidente Usa, potrà insomma sperare nella stessa “benevolenza” recentemente dimostratagli da Obama. Se vincesse il NO (pur se di misura), dovrà fare maggiori, e fastidiose, concessioni al “nano”; e qualcuno potrebbe anche pensare ad un ricambio di premier (non subito magari). Si perderà un po’ più tempo.

Il guaio grosso è che in questo paese non si vede nessuno che voglia porre in atto – certo in tempi non brevi – una nuova politica mirata all’autentica autonomia. Per attuare simile intento sarebbe indispensabile sondare attentamente una serie di settori appartenenti agli organi di sicurezza del paese. Irresponsabile è sollecitare odio verso i militari di qualsiasi ordine e grado (dico militari in senso molto lato, compresa la polizia o anche i Servizi e via dicendo). Bisogna appurare se in quell’ambito ci sono minoranze suscettibili di non essere sempre fedeli alla Nato (cioè agli Usa) bensì al proprio paese. Andare invece agli scontri ottusi e brutali con simili forze, come fanno i vari scervellati detti “antagonisti” o “no questo e quello”, ribadisce l’appoggio della popolazione alla maggioranza di coloro che stanno al vertice di tali organi del potere e che sono intenzionati a restare succubi della Nato. Per il momento siamo lontani da qualsiasi possibilità di mettere in moto processi virtuosi. Comunque, votiamo per il ritardo di quelli obbrobriosi, cioè per il NO. Cerchiamo, tuttavia, di capire che significa semplicemente un po’ di ritardo. Se poi si dorme e ci si sfoga semplicemente in questo luogo, tanti saluti a tutti!

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Veniamo alla miseria ben più grossa, quella dell’ormai imminente elezione presidenziale statunitense di domani. Anche qui noto che ci sono speranze assurde nel caso che vincesse Trump. Faccio comunque una digressione riguardante non i candidati, bensì gli elettori che – come si racconta favoleggiando – eleggeranno assai democraticamente il rappresentante del loro paese. Amici che hanno passato molto tempo negli Usa mi assicurano che la popolazione di laggiù non nutre chissà quali illusioni su questa rappresentanza. Non sto discutendo del presente – sembra, dai sondaggi, che l’80% degli americani sia disgustato di come si è svolta questa campagna elettorale – ma delle elezioni presidenziali americane in generale. Mi si riferisce che chi assiste agli show dei candidati, è veramente e solamente interessato allo spettacolo da essi recitato; quindi, ne devo dedurre che gli elettori sono proprio attenti alle loro capacità di attori, alla simpatia o meno che sanno ispirare, ecc. Poi i giornali e le TV – oggi nella stragrande maggioranza per la Clinton – discutono dei rischi o delle sicurezze che la nazione correrebbe con questo o quel presidente. La gente, anche se credo subisca un’influenza da parte dei media, è comunque più attratta proprio dal lato teatrale della contesa.

Se quanto dettomi corrisponde alla realtà, ne concludo che i cittadini americani sono un po’ più “furbi” dei nostrani, convinti dalle argomentazioni di qualcuno e dubbiosi e negativi su quanto sostengono altri. Negli Stati Uniti prenderebbero invece atto che le campagne elettorali sono un grande spettacolo, molto somigliante, fra l’altro, a quello del Circo, data la presenza d’intere squadre di clown. In definitiva, laggiù si renderebbero conto che le “libere” elezioni non c’entrano molto con la cosiddetta democrazia; mentre qui da noi schiere di ignobili intellettuali, giornalisti, conduttori TV e altri ancora ci stonano la testa da settant’anni circa le meraviglie di questa farsa copiata da oltreatlantico. Nei nostri paesi, insomma, abbiamo solo servi della più bell’acqua, ben pagati per diffondere menzogne. E creduti da poveri decerebrati.

A parte tutto questo, e venendo all’attuale campagna presidenziale americana, spero di sbagliarmi ma credo vincerà l’Oscar di prim’attrice la donna. L’attore ne uscirà comunque con un premio come caratterista (pensiamo a Ernest Borgnine, cui Trump potrebbe un po’ assomigliare per qualche tratto; e gli metterei vicino anche Eli Wallach, magari quello di “Baby doll”, il gustoso film del ’56 di Elia Kazan). Sia chiaro: in ogni caso, si tratta di premi assegnati ad attori scadenti (quindi Borgnine e Wallach potrebbero “scendere dal cielo” a insultarmi), tuttavia sono quelli disponibili sul “mercato”, che ben sappiamo essere l’alter ego della “democrazia” di questo tipo; entrambi dominati dalla politica, pur essa di basso livello in questa fase storica, per cui è logico che lo scontro tra i due candidati sia infine scaduto a zuffa tra gallo e gallina chiusi in un recinto troppo piccolo.

Vorrei essere chiaro: non penso minimamente che Trump sia stato un candidato scelto apposta per non umiliare Hillary e farla possibilmente vincere; ipotesi per altro affacciatasi qualche tempo fa. No, non lo credo. Tuttavia, ho la sensazione che lo scontro apparentemente così aspro tra i due dipenda dalla scelta di determinati centri strategici (non così tanto in contrasto fra loro come sembra) intenzionati, in realtà, a non mutare se non per aspetti secondari la strategia americana (quella del caos) seguita negli ultimi dieci anni; in fondo, essa prese fugace avvio dopo le dimissioni di Rumsfeld nel novembre 2006, ma si fece più robusta con l’elezione di Obama, subendo una netta accentuazione dal 2011 (le sedicenti “primavere arabe”) fino alle più scoperte manovre in Ucraina e Siria, all’utilizzo (forse oggi in attenuazione; vedremo) dell’Isis e via dicendo.

Se, come penso, vincesse la Clinton (tra il 2 e il 4%), alla fine Trump accetterà “signorilmente” la sconfitta (magari con qualche non incisivo mugugno per probabilmente non irreali brogli) e la “signora” verrà tenuta sotto sorveglianza, avendole già fatto constatare cosa si può organizzare con “scandali” vari, minaccia di impeachment, ecc. Con tutto il complesso gioco in atto, bisognerà vedere come ne usciranno i repubblicani, che hanno ora la maggioranza al Congresso (la cui Camera dei rappresentanti si rinnova per intero e il Senato per un terzo). Non credo però che ne verrà un cambiamento tale da obbligare a un’autentica riformulazione della strategia in atto; dei ritocchi forse, correzioni di rotta anche di qualche rilievo, che non dovrebbe però essere completamente deviata.

Se la mia ipotesi si rivelerà errata, allora vedremo come riconsiderare il tutto; con un po’ di tempo. Tuttavia, non penso che si dovrà riconsiderare l’intenzione degli Stati Uniti di restare predominanti a livello mondiale. Chi è veramente convinto che Trump, se vincesse, chiuderebbe il paese in se stesso, sbaglia di grosso; di questo sono certo. E adesso attendiamo domani.

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