L’EUSA, di GLG

LAGRA21

https://www.fayard.fr/documents-temoignages/jai-tire-sur-le-fil-du-mensonge-et-tout-est-venu-9782213712284

non lo traduco. Comunque conferma pure lui le ricerche di Joshua Paul (di cui ho già più volte parlato) su che schifo erano i “glorificati padri dell’Europa”. Semplicemente pagati dalla CIA (cioè dagli USA) per renderci puri schiavetti di tale paese. E tutta l’Europa (quella di questa UE infame), non solo il nostro paese. Per quanto riguarda quest’ultimo ripeto: siamo stati occupati dalla Germania nazista dall’otto settembre 1943 al 25 aprile del 1945, cioè un anno e mezzo. E siamo occupati dai nuovi criminali statunitensi (che hanno infierito in tutte le parti del mondo con massacri analoghi a quelli compiuti contro i nativi di quella terra su cui vivono; all’incirca 100 milioni di morti) dal 25 aprile 1945 fino ad oggi, cioè tre quarti di secolo; e l’occupazione non cessa, anche se trova adesso “due” Stati Uniti in contrasto fra loro. Ognuno dei due ha i suoi punti di riferimento in Europa. Quelli n. 2 (venuti alla luce soprattutto con Trump) si stanno creando i loro servitori tra coloro che si dichiarano sovranisti, patriottici e altre balle varie. In Italia questi “coraggiosi indipendenti e nazionalisti” brontolano per gli accordi possibili con la Cina, da cui noi alla fine dipenderemmo, saremmo addirittura “colonizzati”. Non solo sono servi ma anche sciocchi, rozzi e beceri come non riuscivano ad esserlo quelli della prima Repubblica, che pure ce la mettevano tutta.

I NUOVI AMERICANI

liberta

 

Il recruitment neoamericano è iniziato. Vedremo molti intellettuali schierarsi con gli Usa di Trump, altri contorcersi per transitare su posizioni che prima ignoravano o, persino, disprezzavano, il tutto pur di mantenere o garantirsi spazi pubblici, posti in accademia, prime pagine dei giornali, copertine di libri. Le fortune si alternano nelle epoche di cambiamento, anche se i furbi sanno sempre come sopravvivere e riciclarsi. Politicamente, possiamo trarre già alcune conclusioni circa il costituendo scenario partitico nostrano e continentale. Il populismo è l’ideologia di un’America che cambia strategia a livello interno ed internazionale. Esso sta oggi lottando per scalzare un’altra visione del mondo, quella globalista e umanitaristica, ugualmente di matrice oltreoceanica, che ha rappresentato l’apice dell’unipolarismo statunitense nel periodo post guerra fredda. Proprio in questi giorni, esponenti della Lega e di Fdi sono andati ad accreditarsi alla corte del tycoon newyorkese, ad annusare l’aria, a “farsi vedere”, pronti ad adottare il progetto dei padroni d’oltreoceano. Saranno ripagati per la loro fedeltà e lasceranno all’Italia le conseguenze dei loro atti. Ma quale può essere il piano della superpotenza che domina l’Europa e i singoli paesi che la compongono? Quello di mutare le forme di condizionamento, date le trasformazioni epocali, ma non la sostanza della sua egemonia. L’Ue, costruzione statunitense sin dal’inizio, potrà sventolare un’altra bandiera purché essa garrisca ad occidente. Come ha scritto giustamente La Grassa: “Non c’è schieramento politico o industriale che oggi riprenda un minimo di politica autonoma. C’è solo lotta acuta fra schieramenti per porsi nelle condizioni di servitori migliori e di godimento degli emolumenti che i padroni pagano ai loro più fedeli. E c’è anche una rottura interna ai padroni per la migliore strategia da attuare ai fini dell’asservimento totale. Occorre una vera “rottura” rispetto a queste bieche accozzaglie di servi particolarmente laidi e che hanno di gran lunga superato in abiezione, infamia e corrompimento di ogni valore i vecchi servitori della prima Repubblica”.
L’autonomia da Washington, anche se a caro prezzo, è l’unica strada percorribile per salvare l’Europa, e non quella annacquata ed insipida dei 27 membri che pretendono di fermare qualsiasi iniziativa che si incammini nella giusta direzione liberatoria. L’Europa ha bisogno di pilastri per costruire la propria indipendenza non di pollastri che si azzuffano tra loro per ricavare una mancia dalla Casa Bianca o da Bruxelles. Questa è l’Europa delle debolezze unite che fa comodo ai nemici esterni mentre ci vuole un’unione di forze che non dipende dal numero dei partecipanti ma dalla loro coerenza e iniziativa strategica. Meglio meno ma meglio, diceva Lenin.
Occorrerebbe che i grandi centri europei, Berlino, Roma ed anche Parigi, si sbarazzassero delle loro élite asservite all’Occidente (quelle di ieri, sempre più in difficoltà a causa del declino dei vecchi dominanti statunitensi, e quelle in corso di fabbricazione sotto l’egida populistica trumpiana) e si unissero, per interessi reciproci, non di certo per mera “amicizia” tra i popoli, all’unico vero sfidante degli americani nella presente situazione, la Russia. Il nemico del mio nemico è mio amico, una massima sempre valida quando la posta in palio è altissima. Non si tratta di amarci, noi, i tedeschi, i francesi ed i russi, lasciamo queste velleità ai cantori dell’affratellamento europeistico un tanto al chilo, ma di “armarci” di intenti strategici per un obiettivo comune, dettato dall’oggettività dei processi in atto e dall’evoluzione dei rapporti di forza nell’attuale era multipolare e prossimamente policentrica. Questo è un intendimento che deve essere costruito, al costo di sforzi durissimi, di tentativi intermedi di approccio e avvicinamento non senza ripercussioni, anche se i fatti oggi ci smentiscono. Bisogna saper guardare lontano per mutare i destini avversi. Esattamente tutto il contrario di quanto affermato dall’analista di Limes Dottori che in altre occasioni ha mostrato ben altro valore intellettuale. Costui ha detto: “che cos’è che contiene al meglio l’alleanza tra noi e gli Stati Uniti se non la NATO? Per questo motivo per noi la preservazione della NATO rappresenta un interesse nazionale fondamentale. Qui vengo al messaggio forte che vorrei lanciare. L’Europa o è “atlantica” oppure non è, si disfa. Ne dobbiamo essere consapevoli. In questo momento in Europa non abbiamo altra possibilità di diventare forti negozialmente se non rafforzando il nostro rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Non ci sono alternative”. Divenire schiavi da cortile non ci rende meno schiavi di chi sgobba nei campi di cotone ma persino più abietti.
Seguire questo suggerimento è un autentico tradimento, è una rinuncia al futuro, all’edificazione di una sorte diversa da quella sventurata che ci aspetta, perché la situazione peggiorerà in ogni caso allorché il revisionismo geopolitico di potenze come Russia o Cina arriverà alle sue estreme conseguenze. Saremo presi in mezzo ai duellanti in una posizione massimamente svantaggiosa. Quello di Dottori è un invito allo scoraggiamento nel bel bezzo di trasformazioni inevitabili. Questa non è real politik ma rinuncia alla lotta e alla dignità prima ancora di scendere in campo.

Continuiamo…ma che fatica riunire le forze (di GLG)

gianfranco

Qui

bisogna partire dal disfacimento Urss provocato da Gorbaciov e proseguito da Eltsin (ricordo che si usano i nomi di persone ufficialmente al vertice di gruppi politici dominanti nei vari paesi per indicare tali gruppi). La Russia perse molti territori rispetto all’Urss, ma con l’inizio di questo secolo si è pian piano rimessa in carreggiata conseguendo successi insperati. Si può dire che, tutto sommato inaspettatamente, si è messo in moto un processo di multipolarismo, assai differente dal sistema bipolare (1945/89-91), sia pure “imperfetto” per la crescita della Cina (soprattutto dagli anni ’80). Sia Bush jr. che Obama hanno posto in essere per gli Usa strategie parzialmente diverse al fine di frenare e possibilmente impantanare tale accentuarsi del multipolarismo. L’errore è forse consistito nella sottovalutazione dei processi in corso in Russia sotto Putin (sempre un nome per un gruppo di vertice). E si è probabilmente, con Obama, utilizzata una politica del caos, anche utilizzando (marginalmente) brandelli del vecchio antimperialismo terzomondista, ma soprattutto certi fanatismi religiosi  (sostituendo di fatto l’Isis e il Califfato ad Al Qaeda e utilizzando pure i “Fratelli musulmani”, ecc.). Contro la Libia di Gheddafi si sono messi in moto dati sicari tipo Inghilterra e soprattutto Francia, di cui si sfruttò la volontà di prendersi varie posizioni che vi aveva conquistato l’Italia  in un momento di positiva collaborazione tra Putin e Berlusconi (con Gazprom ed Eni in primo piano, ma non solo). Nel 2011 i settori berlusconiani furono neutralizzati piegando il “nano”, resosi prono davanti ad Obama. Probabilmente lo si minacciò nei suoi più diretti interessi (e forse persino di più), ma non ci interessa ormai saperlo.

Quella impostazione della politica statunitense, in effetti, sembra aver infine manifestato la corda. Tuttavia, la vittoria di Trump e di un diverso gruppo dirigente – vedremo se temporanea oppure no – non sembra soltanto legata alle necessità di mutamento strategico. Ci sono fattori interni non ancora sondati a fondo; e proprio per la difficoltà di comprensione di un’epoca di transizione come quella che stiamo vivendo. La sensazione è che gli Usa siano in declino; potentissimi militarmente, con ancora una influenza ideologica – soprattutto in merito alla colossale balla della loro democrazia, propagandata come superba soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – che tuttavia sembra tutto sommato in discesa; anche perché ha prevalso nettamente una enfatizzata “modernizzazione dei costumi” e l’allargamento dei sedicenti “diritti civili”, che tuttavia mostrano un sempre più irritante senso di prepotenza e spesso di prevaricazione da parte di gruppi ad alto livello di reddito e quindi isolati dal resto della popolazione, gruppi che tentano di affermare la preminenza di un nuovo “conformismo sociale”. Ciò che in altre condizioni sarebbe stato senz’altro positivo – combattere l’ingiustificata messa in condizioni di inferiorità delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, ecc. – viene portato all’esagerazione in senso opposto con conseguente crescita di conflitti e malcontento sociali. Da qui, dalla non soluzione di contrasti a volte molto “scioccanti”, tende a generarsi la decadenza di una società, la cui cultura è pregna di sfaccettature di ormai difficile composizione; anzi spesso non vi è più un qualsiasi dialogo fra loro, prevale l’inimicizia quando non addirittura l’odio reciproco.

Negativa è in effetti l’influenza eccessiva di tale tipo di conflitto interno, che ha ormai sostituito le attardate, e un po’ penose, sopravvivenze della vecchia “lotta di classe”, mai del resto portata nei paesi a capitalismo avanzato oltre il livello sindacale, cioè di tipo distributivo e non certo trasformativo dei rapporti capitalistici in via di differenzazione in successive fasi storiche. Nell’attuale epoca di transizione dovrebbe invece prendere il netto sopravvento il conflitto tra diversi paesi (a differente potenzialità quanto a sfera di influenza nell’agone mondiale); se quest’ultimo tipo di conflitto non riuscisse, prima o poi, a rendere subalterno quello interno (del tipo appena descritto, pur sommariamente), si verificherà la progressiva decadenza generale dell’intera società. Non lo credo, tuttavia, mi sembra più probabile che siamo nell’incerta fase di passaggio caratterizzata da un multipolarismo non propriamente accentuato e ancora lontano dalla sua trasformazione in policentrismo antagonistico acuto, le cui forme di svolgimento restano avvolte nella nebbia (non assomiglieranno quasi sicuramente alle grandi guerre novecentesche, ma difficile dire adesso come si configureranno).

Da qualche anno (pochi ancora) il multipolarismo ha iniziato a produrre un contrasto interno a quel mondo “occidentale” (a supremazia Usa), che sembrava aver ormai preso il sopravvento nel mondo intero con il dissolvimento di quello che è stato erroneamente considerato, per quasi un secolo, “il socialismo (reale)”. Apparentemente quest’ultimo è stato sconfitto dal capitalismo, che si è dichiarato trionfalmente vincitore e ormai unica civiltà globale. In realtà, non vi era alcun “socialismo”, solo tentativi di affermare una diversa formazione sociale condotti con modalità – ancora da studiare con nuovo tipo di orientamento, non più influenzato dal “comunismo” quale semplice spinta ideologica – che alla fine hanno condotto ad un gigantesco flop. Per questa fase “di passaggio d’epoca” dobbiamo concentrarci principalmente sullo scontro tra diversi paesi con differente potenzialità: potenze vere, subpotenze, alcuni paesi che stanno crescendo (non parlo solo della crescita economica, l’unica che sembra attrarre l’attenzione di politici e studiosi assai limitati) e altri in situazione di crisi, più o meno definitiva o invece transitoria. Il mondo è in completo subbuglio e non sarà per nulla facile individuare le sue effettive linee di tendenza caratterizzate da scontri tra forze contrastanti, che diverranno via via più “vivaci” e che sempre più si “condenseranno” assumendo l’aspetto del conflitto insanabile tra differenti gruppi di paesi “alleati”.

Posso sbagliare poiché non sono certo un profeta, né mi atteggio in tal senso, comunque oggi come oggi penso che si andranno “coagulando” – ma non credo prima di un 15-20 anni – due sostanziali “alleanze”, che vedranno alla loro testa (non necessariamente in modo nettamente predominante) Stati Uniti e Russia. Molti pensano che il vero conflitto sarà tra il primo paese e la Cina, considerata nettamente superiore (o almeno in via di diventarlo) rispetto al secondo. Continuo a pensare il contrario. E’ ovvio che la Cina sarà una pedina importante del conflitto e non si situerà in una posizione subordinata ad una delle due maggiori potenze in conflitto. Tuttavia, quando dovrà avvenire la suddetta “coagulazione” di due fondamentali “alleanze” (al cui interno gli “alleati” si guardano sempre con sospetto e non nutrono fra loro una sincera amicizia) – perché si abbia infine un confronto diretto e quindi in grado di affermare nuove supremazie, è assolutamente indispensabile che gli antagonisti siano fondamentalmente due – credo che i paesi “guida” (anche se non “padroni” delle “alleanze”) saranno Stati Uniti e Russia.

Oggi quest’ultimo paese, pur essendosi mosso bene ultimamente, sconta ancora la dissoluzione dell’Urss e l’inimicizia dei paesi europei (orientali), cosiddetti suoi satelliti dopo la seconda guerra mondiale e fino al 1989/91. Tuttavia, forse con una progressione piuttosto lenta, la Russia diventerà il vero antagonista degli Stati Uniti. Nell’attuale periodo storico si sta producendo un apparentemente più decisivo scontro interno al cosiddetto “campo occidentale”, cioè interno a Usa ed UE (e ai paesi ad essa aderenti). La frattura, che non appare di facile composizione e si va acutizzando, si è prodotta tra l’establishment dominante negli Usa fino a pochi anni fa (con minimali divergenze tra settori democratici e repubblicani) e quello che al momento denominiamo trumpiano. E tale frattura ha avuto immediati riflessi anche in Europa (e ovviamente nel nostro paese). Importante è che tale antagonismo duri più a lungo possibile – e se si accentuasse, sarebbe tutto “oro colato” – perché favorirà il consolidamento dell’altro polo di un conflitto più globale e che, lo ripeto, diverrà l’aspetto dominante della politica mondiale entro non più di un ventennio (almeno così mi sembra proprio).  

Tuttavia, oggi, chi non ragiona sempre in termini temporali non superiori a qualche mese o, al massimo, qualche anno dovrà cominciare a pensare all’alternativa rispetto all’attuale conflitto interno all’“occidente”: diciamo, semplificando, tra obamian-clintoniani e trumpiani negli Usa che provoca anche quello tra “popolari” e “socialisti” (oggi con il rincalzo dei “macroniani”), da una parte, e i sedicenti “populisti”, dall’altra. Per il momento, che non credo durerà al massimo più di alcuni anni, si può anche mostrare un minimo di favore – comunque un minore disfavore – nei confronti del cosiddetto “populismo” affinché si indebolisca quello che dovrà essere trattato come avversario principale. Non credo però che noi europei (e italiani in particolare, poiché noi siamo qui situati) dobbiamo semplicemente lavorare all’indebolimento del cosiddetto “campo occidentale” (quello a lungo dominato, perfino schiacciato, dagli Stati Uniti). Se così facessimo, semplicemente ci sposteremmo da un dato predominio (Usa) ad un altro (Russia). Vogliamo qualcosa di diverso, una maggiore autonomia e una più alta considerazione – quali autentici “alleati” – da parte di una delle due superpotenze che alla fine si affronteranno.

Giacché oggi, nel multipolarismo che dobbiamo far crescere, gli stati Uniti sono ancora il paese più forte, è indubbio che dobbiamo volgere il nostro sguardo con maggiore frequenza “verso est”, cioè appunto verso la Russia. E questo non potrà farlo la UE nel suo complesso. Ecco perché, senza fissarsi sulla uscita o meno da questa esiziale organizzazione e dalla sua moneta, si deve comunque lavorare alla creazione di una nuova organizzazione politica che abbia caratteristiche nazionali e, nel contempo, guardi ad altre forze analoghe che possano crescere in alcuni altri paesi a noi vicini (e non vi è dubbio che sarebbe cruciale se questa forza analoga si andasse formando in Germania). L’alleanza tra queste forze – ove nascessero e non si perdessero dietro alla “raccolta di voti” ma fossero in grado di organizzare ben bene un repulisti totale della putredine da cui sono attanagliati attualmente i nostri paesi, Italia in testa – dovrebbe guardare appunto ad est (Russia) senza però alcuna forma di dipendenza da essa. Lo ripeto: il problema è accentuare il processo in direzione di una acutizzazione dello scontro policentrico, senza volersi più mettere in vile e meschina posizione subordinata come fatto da tutte le forze politiche di questa miserabile Europa detta unita nei confronti del paese d’oltreatlantico.

Ovviamente, per ottenere il risultato desiderato a livello di scontro globale e per spazzare via la suddetta putredine “interna”, questa forza dovrà dedicare anche attenzione ai conflitti interni al proprio paese. E qui, la situazione è certo ben confusa. Dovremo tornare spesso sui bisogni che ormai premono, senza che per il momento sia chiaro fino in fondo quali schieramenti si andranno costituendo nel breve periodo. E’ un discorso che continueremo a fare. Siamo solo all’inizio. Insisto nel constatare una difficoltà di contatti tra gruppi che pure sembrano su posizioni sufficientemente vicine.      

 

SI RIACQUISTI UN PO’ DI MEMORIA, di GLG

gianfranco

Mi sembra che si stia realizzando un’altra delle supposizioni da me fatte da tanto tempo. Quel tipo che risponde al nome di Saviano – non facendo altro che esplicitare quanto tanti altri “sinistri” progettano – ha invitato poco tempo fa alla “resistenza” utilizzando immigrati e rom. Ho già detto in un video chi sono gli antifascisti attuali, cui non dovrebbe essere consentito di nominare la Resistenza, che fu combattuta da comunisti, non certo da “partigiani” in massima parte dell’ultima ora (assai spesso fascisti fino a quel momento) e che inneggiavano all’occupazione Usa definendola “liberazione”. Gli “antifascisti” odierni sono gli eredi di quei voltagabbana. D’altra parte, non si può non constatare chechi si oppone (malamente) al cancro “di sinistra” è, salvo qualche eccezione, un anticomunista senza sapere nemmeno di che cosa stia parlando. I berluscones (si veda in particolare “Il Giornale” e il suo direttore) hanno addirittura definito “nuovi comunisti” i “5 stelle” per il decreto cosiddetto “dignità”; ignoranti o in perfetta malafede? In ogni caso, bisogna ammettere che attualmente una parte degli “anti-antifascisti” ha udienza presso ceti popolari mentre i “sinistri” si situano in grande maggioranza nei “quartieri alti”.

I “padri” di questi “sinistri” odierni hanno appoggiato i peggiori settori imprenditoriali (privati) italiani, subordinati agli Usa (e a paesi stranieri), coadiuvando il duro attacco di questi ultimiall’industria strategica italiana fin dall’“incidente” con cui fu fatto fuori Mattei (1962); e dalla fine degli anni ’60-inizio‘70 questi fottuti ebbero il supporto di un Pci in spostamento verso l’atlantismo e la Nato. Dopo la fine della prima Repubblica – ottenuta per via giudiziaria perché politicamente non ci si riusciva – la subordinazione dei nostri “cotonieri” è andata accentuandosi e così pure il servilismo dei “sinistri” (postpiciisti) verso l’establishment americano; “sinistri” che si sono strettamente legati ai settori “europeisti” (pur essi “zerbino” della dirigenza statunitense), raggiunti dopo il 2011 anche dalla cosiddetta “destra moderata” di tipo berlusconiano. Non dimentichiamo come siano stati i postpiciisti, assieme agli ex sinistri diccì (poi insieme nel Pd), a indebolire progressivamente la nostra industria (pubblica) dei settori avanzati; come esempio, ma è solo un esempio, ricordiamo il ’99 quando fu svenduta la Telecom ai “capitani coraggiosi” bresciani, con la complicità dell’allora direttore generale del Tesoro, oggi alla BCE. E magari, per essere un po’ maliziosi, riandiamo pure al ’78, quando le stesse forze politiche – salvate all’inizio degli anni ‘90 da “mani pulite” con l’intento, non ben riuscito, di creare un nuovo regime assai più servile verso gli Usa, ormai unica potenza mondiale dopo il crollo dell’Urss – furono quelle che più si opposero al salvataggio di Moro (ci si chieda qualche volta il perché; e cosa contenevano probabilmente i documenti del dirigente democristiano assassinato non più trovati).

L’infezione, che ormai dilaga sempre più apertamente, ha un’origine abbastanza lontana, come ben si capisce. Risale ad uno spostamento di campo (dall’Urss agli Usa), graduale e tenuto ben coperto, attendendo che infine fosse completamente indebolita e resa innocua la partecipazione della “base operaia” (e popolare in ogni caso) alla politica del Pci, ormai diretta da opportunisti (che facevano sfoggio imponente di dirittura morale e davano lezioni a tutti in questo campo), autentici venduti e che hanno così pure svenduto totalmente gli interessi di questo nostro paese. Il tutto con il pieno appoggio di quelli che chiamo “cotonieri”, i sedicenti “grandi imprenditori” totalmente interessati alla piena subordinazione agli Stati Uniti; appunto come i cotonieri del sud degli Usa lo erano (per interessi propri, sia chiaro) nei confronti dell’Inghilterra. Con una guerra terribile (1.200.000 morti) furono schiacciati e da lì prese avvio la futura supremazia mondiale di quel paese. Noi non potevamo aspirare a tanto, ma se si fossero schiacciati i nostri “cotonieri” (senza bisogno di un così alto numero di morti; solo qualche “punizione” esemplare e soprattutto l’eliminazione dei traditori piciisti, loro supporto fondamentale), oggi non ci troveremmo in questa UE, che ci porterà allo sfacelo se si continua a dormire. Ma sia chiaro che non è con il “piccolo è bello”, con il made in Italy (culinario o della moda), con il turismo, che si può risorgere. Svegliamoci un po’, se ce la si fa.

Европа спасется с Россией

vladimir_putin2

 

Европейский Союз расширился за счет России, воспользовавшись падением Берлинской стены и другими драматическими событиями под железным занавесом в начале 1990-х годах. В НАТО вошли бывшие участники Варшавского договора, а также некоторые члены СССР, эксплуатирующие хаос, вызванный крахом (не)реализованного социализма, который был внесен подлой катастрофой Горбачева. Всегда ЕС и НАТО распространялись на Балканы, прибегая к убеждениям и силовым мерам, вызывая этнические столкновения между популяциями, вмешиваясь в жизнь этих народов, чтобы разграбить их ресурсы и навязать свою правительственную систему. После 1989 года европейские географические карты были пересмотрены, аналогично тому, что происходило до, во время и после Второй Мировой войны, и в целом, это осуществлялось через реляционные процессы, которые всегда бывают в истории и постоянно вызывают конфликты между сторонами и дисбалансы в силовых отношениях между государствами. Поэтому, возмущения действиями Кремля в Грузии, Крыму и на Донбассе — обычные попытки Атлантики по дальнейшему снижению влияния Москвы, которые сами являются моралистами с грязной совестью. Когда Верховный представитель по европейской внешней политики Федерика Могерини заявляет о том, что «Кремль продолжает нарушать суверенитет своих соседей», она выбивается из реальности (и забывает прошлое), потому что отрицает свершенные факты. Если событие демонстрирует свою необратимость в краткосрочной и среднесрочной перспективе, следует пытаться ограничить ущерб путем поиска политических решений. Санкции не относятся к ним, поскольку они представляют собой шантаж, а не основу для начала переговоров и обсуждения позиций. Я не снижаю значимость событий, но есть много нюансов, которые следует учитывать для удовлетворения всех мнений.
Предположительно, с принятием присоединения Крыма к России Европа уничтожила бы гражданский конфликт в Донецке, особенно после того, как она участвовала в перевороте Киева на стороне США. Кремль, который не ожидал руки помощи от Вашингтона, по крайней мере, ожидал от Брюсселя посредничества в общих континентальных интересах.
Торопить события, когда вы не уверенны в своих собственных и других завещаниях или о характере взаимных заявлений, может нанести еще больший урон. И это то, что произошло между Россией и Европой, в пользу атлантических манипуляторов, которые работали над углублением разногласий и закрытием всяких каналов между русскими и европейцами. Омлет поджарен, но как-то его необходимо разложить. На данной фазе преобразования есть только две уверенности. Россия хочет реконструировать свою гегемонистскую орбиту для противодействия американской власти, по крайней мере, на локальном уровне. Чтобы было проще надо прийти к соглашению с ЕС или его центральными силами. Это, конечно же, справедливо. Но Соединенные Штаты хотят пресечь это сближение. А Европа? Она сама не знает чего хочет. Пока остается придавленной геополитическими тенденциями и не способна найти свой путь. В сомнениях она остается привязанной к старой схеме регулирования, но это не дает тех же преимуществ, что и раньше. На самом деле это уже приносит ущерб и подавленность. Было бы лучше посмотреть на Восток и уйти с прежнего курса, но сначала разъяснить для себя идеи о будущем, к которому она стремится. И дело не в том, чтобы выйти из американского ига и попасть под русское. Речь идет о разработке стратегического плана, который будет актуален и выведет Европу из неудобного положения в разгар битвы между утверждающимися силами, которые не затруднятся перешагнуть через нее. Реконфигурация мировых стандартов — это неудержимое развитие нашего времени, и возникающая Россия, по-видимому, является естественным партнером Европы, которая хочет стать хозяином своей судьбы. Если так называемая российская агрессия является потенциальной угрозой (далекой от атлантической пропаганды), то американская оккупация является фактом ее нынешнего состояния покорности. Противоречие заключается в том, чтобы взаимодействовать с «врагом у дверей» в то время, когда в ее границах уже есть захватчик. Итак, нам нужно выяснить, кто извне (как Путин) может внести свой вклад в дело по причинам, отличным от наших, но совпадающих с нашими целями. Впоследствии мы будем иметь дело с другими возможными антагонистами, но в то же время они должны стать нашими союзниками. Другого пути по восстановлению утраченного суверенитета и начала счета в многополярном контексте просто нет.

EUROPA UNITA: 60 ANNI DI SOTTOMISSIONE AGLI USA

il ratto d'europa

Oggi si celebrano 60 anni di sottomissione dei popoli europei al predominio Usa. Dunque, non c’è proprio niente da festeggiare perché le uniche a spassarsela davvero sono le corrotte e codine élite europeistiche legate all’impero americano. Tutta l’impalcatura istituzionale dell’Ue, fin dagli esordi, è stata concepita per perpetrare questo assoggettamento dell’Europa agli Stati Uniti. I gruppi dirigenti europei difendono con le unghie e con i denti tale architettura federalista, che esprime un ordine condizionato ed eterodiretto da Washington, poiché senza sarebbero spazzati via dalla Storia.

I popoli europei vivono sotto il tallone di ferro americano da più di mezzo secolo, con risultati che vanno peggiorando di anno in anno per il modificarsi delle condizioni geopolitiche mondiali. Se l’Ue si frantuma non finisce l’Europa ma si esaurisce la spinta di un asservimento, mascherato da progresso, che dura da una precedente epoca. Chi ritiene che gli assetti europei siano riformabili non ha ancora compreso la loro genesi. Solo una palingenesi completa dell’idea di Europa, inserita nelle dinamiche sociali e politiche odierne, può produrre un sistema diverso da quello attuale, con una diversa prospettiva storica e nuove alleanze internazionali.

Come abbiamo già scritto in passato, l’impotenza europea è stata elaborata a tavolino dalla potenza d’oltre-atlantico che ha guidato il processo di unificazione federale per i suoi interessi nazionali e non per il benessere continentale. La descrizione di questo quadro di rapporti di forza, svantaggiosi per l’Europa e favorevoli agli yankee, non è frutto di complottismo ma è suffragato da molte prove. Sono state la Cia e la Casa Bianca a gettare le fondamenta dell’edificio comunitario con l’unico scopo di piegare l’Europa ai loro piani di dominazione.

Come ha scritto lo studioso d’oltreoceano Joshua Paul, il quale ha scandagliato gli archivi istituzionali del suo paese, l’intelligence americana ha avuto una parte sostanziale nel creare e finanziare il mito europeistico per ragioni strategiche. I cosiddetti padri fondatori dell’Ue erano a libro paga dei servizi segreti americani: “The European Youth Campaign, an arm of the European Movement, was wholly funded and controlled by Washington. The Belgian director, Baron Boel, received monthly payments into a special account. When the head of the European Movement, Polish-born Joseph Retinger, bridled at this degree of American control and tried to raise money in Europe, he was quickly reprimanded. The leaders of the European Movement – Retinger, the visionary Robert Schuman and the former Belgian prime minister Paul-Henri Spaak – were all treated as hired hands by their American sponsors. The US role was handled as a covert operation. ACUE’s funding came from the Ford and Rockefeller foundations as well as business groups with close ties to the US government”. (The Telegraph). Senza dimenticare Jean Monnet, altro faro della mitologia europeistica, che faceva la spola tra Washington, Parigi e Londra per realizzare il grande progetto unionista, con la protezione dell’Amministrazione Usa. Pare che l’espressione “L’America sarà il grande arsenale della democrazia” sia uscita dalla sua bocca prima di finire in quella di vari Presidenti americani. Ecco il trust di cervelli senza spina dorsale, al servizio del nemico, che ci ha portato alla rovina sotto i nostri occhi.

Oltre a costoro ritroviamo tra i prezzolati anche uomini di Stato come Winston Churchill (che scrisse, non per niente, il saggio “Gli Stati Uniti d’Europa”) , Konrad Adenauer, Léon Blum ed Alcide de Gasperi. Non si è salvato nessuno e, ovviamente, nemmeno l’Ue nata sotto questo atroce peccato originale che ha segnato i suoi sviluppi successivi. E’ chiaro che i nipotini di questi cortigiani oggi si scandalizzino per i tentativi di Putin d’influenzare il corso delle elezioni in Europa, attraverso il sostegno ai cosiddetti movimenti populistici, perché sanno bene come funziona la cosa. Se dovesse un giorno verificarsi un simile spostamento geopolitico sarebbe la loro fine. Ce lo auguriamo affinché il nostro Continente inizi a brillare di luce propria e smetta di essere la sala da bagno dello Zio Sam.

DEFLAZIONI A CONFRONTO

bce

 

Nel 1959, l’unico anno del secondo dopoguerra in cui prezzi al consumo diminuirono; erano dello 0,4% con vistosa crescita del Pil in termini reali oltre il 6,5% ed in parallelo il deficit di bilancio fu solo dell’1%. Una riduzione  dei prezzi che dipese da un grande aumento di produttività ed a sua volta dall’aumento del prodotto globale con più profitti più salari e occupazione. In pratica un benessere diffuso erogato a piene mani.

Con una certa sicumera Vittorio Feltri  ha scritto sul  quotidiano Libero (del 7/01/’17) che è stato uno degli anni peggiori del 2^ decennio del dopoguerra perché non avevamo ancora la lavatrice né l’aspirapolvere. La caratteristica appena enunciata faceva riferimento ad una miseria strisciante ancora posseduta dall’Italia nel suo complesso e dove era difficile campare.

Ma Feltri dimentica una cosina non da poco che questo stato di cose era soltanto il preliminare di una situazione che doveva esplodere di li a poco. La deflazione del 1959 era semplicemente la vigilia di un boom economico senza precedente per l’Italia; una riduzione dei prezzi che prelude una esplosione di produttività che insieme ad un consistente aumento di una produzione globale portò ad incrementare salari e profitti.

Un potenziale enorme in un paese periferico quale era l’Italia con le caratteristiche di essere uscito sconfitto da una guerra ma nello stesso tempo la volontà di (ri)emergere da quella catrastofe grazie l’aiuto che seppero portare uomini valenti usciti dal regime fascista (Beneduce, Mattioli, Mattei, Olivetti,….),  imponendosi con la forza delle loro  idee in un impetuoso sviluppo economico ed una conseguente rinascita del paese.

 

Al contrario con il governo Renzi la produttività è in forte contrazione   (–1,5); il 2016 si è chiuso in Italia con una deflazione netta annua dello 0,1% una sconfitta della politica di governo (Renzi) che coniugava la riduzione dei prezzi con il taglio di utili e profitti tutti negativi e nonostante una Bce estremamente espansiva, quando cioè si andava diffondendo l’idea che un minimo di rilancio dell’economia si poteva realizzare.

A trascinare la deflazione sono stati principalmente i consumi e le quotazioni del petrolio. Se si esclude questi (consumi+ petrolio) i prezzi al consumo sono saliti  dello 0,5% (il livello maggiore da due anni e mezzo dal maggio 2014). Un dato che può segnare una crescita dei consumi che in assenza di un incremento dell’occupazione e degli stipendi si traduce in un ulteriore taglio del potere di acquisto delle famiglie. Da una spirale deflazionistica si può scivolare in una stagflazione.

Un pantano cui è impossibile uscire e su cui muoiono speranze e prospettive con una macellazione della domanda interna, cui l’esecutivo di Renzi ha mostrato tutta la sua incapacità nonostante la migliore congiunzione economica degli ultimi decenni: tassi a zero; prezzo dell’energia in saldo; una Bce che con il Qe (Quantitative easing) ha di fatto impedito una esplosione di debito pubblico e che in presenza di una deflazione tende a aumentare.

Ma per dirla con Gianfranco La Grassa: “ Il compito assillante non è la crescita (del Pil appunto) quanto invece lo sviluppo, nel senso del mutamento strutturale del paese secondo la finalità strategica di una superiore capacità competitiva, in grado di conseguire in tempi non lontani ottimi successi sul piano internazionale, inserendosi a pieno titolo nella tendenza al multipolarismo. Quindi, non la spesa per la spesa al fine di aumentare la domanda; bensì una spesa ben qualificata nella direzione della forte spinta (precisamente “pubblica”)  al rafforzamento dei settori d’avanguardia. Sarebbe però necessario spazzare via l’attuale mediocrissimo e servile personale definito (impropriamente) politico. Al potere dovrebbe andare – e senza tanti complimenti e perdite di tempo “democratiche”, cioè sempre alla ricerca di voti d’opinione da chi opinioni ne ha poche e non sa nemmeno organizzare la propria vita privata –  un solido gruppo assai deciso ad incrementare la politica proiettata verso l’estero, la potenza diretta al conflitto per le sfere d’influenza, che fa da battistrada alla competizione di tipo detto economico (perché ci si scorda di quanta politica occorra per vincere nei “mercati”. “

GIANNI DUCHINI 12/01/17

 

 

AVERE COSCIENZA DEL REALE GIOCO IN ATTO

liberta

 

Qui:

Gli Stati Uniti, dopo aver espresso ormai non so quante volte (anche tramite il loro ambasciatore a Roma) la loro preferenza per il SI, hanno manifestato indirettamente il loro scontento per il comportamento imprudente di Renzi che offre il destro ad una molto moderata (e inetta) opposizione per metterlo in difficoltà. Che vinca il SI è ormai chiaramente l’opzione statunitense; tuttavia, si critica la goffaggine di Renzi, che ha reso possibile una lettura del risultato referendario, nel caso di vittoria del NO, quale manifestazione di malcontento popolare verso il governo scelto dagli Usa attraverso la serie Monti-Letta-Renzi, dopo aver ridotto a molto miti consigli l’ometto d’Arcore.

E’ comunque evidente che una reale opposizione deve evitare lo stesso errore del premier. Si deve andare al fondo della questione: l’intervento degli Usa e dei loro rappresentanti in Italia dimostra a quale grado di subordinazione siamo giunti con l’ultimo governo. La scelta del NO diventa obbligata, ma solo chiarendo che si tratta di una semplice risposta (in un certo senso, un pernacchio) all’arrogante paese, che vuole renderci ancora più servi nonché docile strumento di un’altrettale subordinazione imposta all’intera Europa. Tuttavia, non è la vittoria del NO o del SI a indicare la via maestra della nostra rinascita. Questa via è invece la denuncia aperta dell’atteggiamento prepotente degli Stati Uniti e la chiara scelta di una diversa politica estera di avvicinamento alle potenze in contrasto con tale paese.

Il NO lo si consiglia quale segno di ripudio della dipendenza; e tuttavia, visti anche i settori PD (fra cui D’Alema, il premier che aggredì la Serbia al seguito di Clinton) che votano in tal senso, una simile scelta non deve essere enfatizzata quale principale opposizione al governo dei servi degli Stati Uniti. Chi si dedica a tale enfatizzazione, non a caso promossa da Berlusconi (e Parisi), evita di schierarsi senza remore e timidezze per l’autonomia italiana dalla potenza degli arroganti. Deve gridarsi alto e forte che gli Stati Uniti sono i principali nostri nemici; e i loro portavoce nel nostro paese devono essere apertamente denunciati quali “spirituali eredi” della Monarchia e Badoglio, che ci lasciarono allo sbando l’8 settembre del ’43.

Per favore, un po’ di chiarezza su questo referendum del c…. Smettiamola con l’imbrogliare le carte e fingere opposizione a Renzi mentre si è complici in ogni caso di chi lascia da parte il nemico principale; come sta facendo colui che si prostrò di fatto davanti a Obama cinque anni fa e cui paurosi oppositori s’inchinano nuovamente, abbracciandolo con grandi sorrisi in nome di un’alleanza assolutamente obbrobriosa e che protrarrà la nostra sudditanza.

Non a caso, si legge in “Repubblica”: “ Nel corso della lezione, il presidente aveva spiegato che ‘è probabile che in vista delle elezioni del 2018 si arriverà con tre raggruppamenti: se poi si tratterà di tre partiti o tre raggruppamenti elettorali è difficile a dirsi, ritengo si possa essere primi senza avere la maggioranza assoluta. Non si può considerare una bestemmia cercare alleati per governare’. Sull’ipotesi di un governo di coalizione ha detto: ‘Difficile fare previsioni. Tuttavia, avere governi di coalizione e una politica di alleanze, non è una bestemmia’ ”. Avete capito? L’uomo che chiese a Monti di sostituire Berlusconi nel 2011 (e, lo ripeto, a mio avviso con il pieno consenso di quest’ultimo) – per arrivare infine a Renzi tramite Letta; e poi si dimise dalla seconda nomina presidenziale avendo conseguito lo scopo per cui era stato rieletto – non ha mai escluso l’appoggio del “nano” ad un governo di coalizione per rendere inoperante qualsiasi opposizione. Così verrà ribadita e rinserrata la nostra subordinazione agli Stati Uniti. E gli oppositori tacciono su questo e fingono che il problema unico sia il NO al referendum come manifestazione di dissenso a Renzi. Ridicoli! Dubito che siano in buona fede; altrimenti dovrebbero essere di una stupidità tale da essere ricoverati in Istituti per ritardati mentali.

Si voti comunque No, ma infine con la coscienza di quale sporco gioco sia oggi sul tappeto.

UNA ANALOGIA POCO CREDIBILE

direttive_europee

 

Sul Sole 24 ore del 19.09.2016 Marco Magnani propone una curiosa analogia tra la situazione attuale dell’Unione europea e l’Italia del Quattrocento. All’inizio dell’articolo l’autore scrive:

<< Allora il pericolo era l’ambizione di Maometto II, bramoso di estendere il proprio dominio alla penisola italica. Le signorie e gli stati italiani dell’epoca, anziché far fronte comune contro l’invasore, continuarono a rivaleggiare tra loro su piccole questioni di potere locale, vantaggi economici di breve termine e miopi campanilismi.>>

A questo punto egli aggiunge che solo l’improvvisa morte del Sultano ci salvò ma tuttavia, in maniera contraddittoria, arriva a paragonare la minaccia ottomana a quella attuale del terrorismo, della crisi economica e dell’immigrazione. Perché, ci domandiamo noi, non trovare un esempio che colleghi la minaccia “imperiale” di allora ad una corrispondente nella nostra epoca ? Si sarebbe potuto, inchinandosi al politicamente corretto, alludere alla Russia o magari alle presunte mire egemoniche germaniche ma Magnani non fa neanche questo. In effetti la Germania è interessata al modo in cui la Bce porta avanti la politica monetaria, per paura che il suo sistema bancario  venga penalizzato, e soprattutto, in barba agli accordi comunitari, continua a mantenere un notevole surplus nella sua bilancia commerciale relativamente agli scambi con gli altri paesi della Ue. Più avanti l’autore dell’articolo scrive ancora:

<<Maometto II, detto Fatih – il Conquistatore -, nel 1453 aveva preso Costantinopoli, la capitale dell’impero Romano d’Oriente, e ne aveva fatta la sua capitale. La conquista della “seconda Roma” rivestiva un grande significato politico. Come osserva Vito Bianchi nel suo bellissimo “1480 Otranto. Il sultano, la strage, la conquista (Laterza)”, chi occupa il trono di Costantinopoli è «l’erede di Costantino il Grande, successore del basileus bizantino, perfezionatore in pectore dell’opera giustiniana di riunificazione di un antico e prestigioso impero scisso tra pars Orientis e pars Occidentis ».>>

Provocatoriamente potremmo noi aggiungere che, corrispondentemente, gli Stati Uniti hanno sconfitto la “terza Roma” (Mosca) e sono stati protagonisti della rimondializzazione geopolitica del globo e della fine dell’ordine “bipolare”. Nel contesto quattrocentesco Venezia, Firenze, Napoli e il papato romano si trovano divise di fronte all’avversario come, aggiungo io, lo sono  i paesi europei attualmente rispetto alle imposizioni, mediaticamente filtrate in modo abile, degli Usa. Tornando all’oggi Magnani rileva come il progetto di una difesa comune europea che contrasti il terrorismo  non sia mai decollato e che la crisi economica ha creato

<<momenti di tensione elevatissima, come è accaduto sulla Grecia, sul ruolo della Bce, sull’unione bancaria, su Brexit. Infine, l’ondata migratoria, proveniente soprattutto dal Mediterraneo, ha reso evidente come sia illusoria l’idea di un confine comune europeo quando ogni paese si cura dei propri confini nazionali. L’Europa che voleva abbattere i muri tra i Paesi membri oggi li sta costruendo.>>

Ma questa Europa che “si mostra – al mondo esterno e ai propri cittadini – con scarsa forza politica e interessi frammentati” è stata “costruita” così dagli Stati Uniti che l’hanno voluta in questa maniera proprio per impedire ad alcuni Stati con maggiore forza economica e politica di allearsi acquisendo una personalità di rilievo nelle relazioni internazionali. Tra gli esempi usati dall’articolista per mostrare le divisioni tra i paesi europei uno risulta particolarmente significativo:

<<Anche nel 2014, a seguito della crisi ucraina e dell’invasione russa della Crimea, l’Europa ha faticato a trovare coesione. Da un lato, l’Unione europea decideva l’embargo per mettere pressione su Mosca; dall’altro, i suoi leader politici incontravano separatamente Vladimir Putin per cercare di tutelare gli interessi economici del proprio Paese.>>

Si tratta di una divisione tra due diverse “linee” di politica internazionale: la prima è quella succube degli Stati Uniti e quindi pronta a porsi in maniera ostile nei confronti di Russia, Cina e altri paesi ogni volta che lo comanda il “padrone”; la seconda dovrebbe essere quella che antepone la “politica” all’economia con la creazione di un “blocco” di Stati, che non potrebbe prescindere dall’asse Mosca-Berlino, in grado di sfidare la congiuntura – rinunciando, quindi, agli accomodamenti a cui la sua “criticità” sembra costringere i paesi europei – e di porre in primo piano l’indipendenza nazionale e la rinascita dell’identità europea.

Ritornando all’Italia del Quattrocento Magnani così conclude:

<<Oltre cinque secoli fa l’Italia fu “salva” non per meriti propri, ma perché Maometto II morì improvvisamente nel 1481. Inoltre la peste aveva decimato gli ottomani che occupavano Otranto, oltre alla popolazione locale, inducendoli a un accordo e a lasciare la penisola.>>

La situazione ora è diversa e l’egemonia americana, pur non essendo tale da tenere sotto un vero controllo il panorama geopolitico globale, è ancora ben salda e gli Usa sanno essere flessibili e accorti nelle loro decisioni strategiche. Ma non è cercando una migliore “coesione”, come pensa l’autore dell’articolo, che  l’Europa potrà acquistare un vero ruolo “politico” ma piuttosto a condizione che si verifichi una avanzata di nuove elitè nei maggiori paesi. Paesi capaci di agire in maniera concorde e di capire posizioni come quella tedesca attuale e il valore che essa può avere  in funzione, non di un momentaneo recupero del tenore di vita o di qualche decimale in più di crescita del Pil, bensì in una prospettiva finalmente più ampia. Se non sarà così ci si dovrà  rassegnare alla situazione descritta dal giovane Marx:

<<Il mondo dei filistei è il mondo politico degli animali, e se ne dovessimo riconoscere l’esistenza non ci resterebbe che dar semplicemente ragione allo status quo […] e l’Aristotele tedesco che volesse dedurre la sua politica dalle nostre condizioni, dovrebbe apporvi in testa il motto: “L’uomo è un animale sociale ma totalmente impolitico”>>

Mauro Tozzato           27.09.2016