Chiariamo alcune “questioncelle” di GLG

gianfranco

CHIARIAMO ALCUNE QUESTIONCELLE, di GLG

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Non sono in verimolto interessato alle considerazioni in tema di banche, operazioni di borsa o comunque speculative. L’articolo che riporto mi sembra informato e ben argomentato, ma ammetto di averlo letto senza una spasmodica attenzione. Mi hanno colpito alcune cose. Si insiste nel dire (non tutti per la verità l’hanno detto, ma si era sostenuto questo all’epoca) che la crisi iniziata da ormai un decennio ricorda quella del 1929. Sinceramente non mi sembra si sia verificato nulla di così disastroso; almeno a leggere i racconti (tanti in verità) di quell’evento che ha determinato anche profonde revisioni della teoria economica (oggi bellamente ignorate) e certamente della politica economica (anche queste ormai lettera morta). Mi sorprende che nessuno sembra più ricordare la “grande depressione” del 1873-95/96, da me invece citata ormai decine e decine di volte. Una lunga crisi con alterni momenti di alleviamento e di appesantimento che si sono susseguiti per un quarto di secolo e che, una volta superata non proprio in modo travolgente e senza vari strascichi, fu infine seguita da una crisi di Borsa non tanto inferiore a quella del ’29 e che partì sempre da Wall Street. Era il 1907 e quella “scossa” fu seguita da un periodo non esaltante che si concluse con il ben più drammatico “sommovimento” rappresentato dalla prima guerra mondiale. Dopo vi furono altri problemi (gravi soprattutto nella sconfitta Germania; ma anche in Italia ce ne furono, se non erro). Negli Usa ci fu ad un certo punto un vero nuovo boom che precipitò improvvisamente nel ’29. E anche la nuova crisi, un po’ risollevata dal forte intervento statale (quanto meno negli Usa e in Germania, ma anche l’Italia dell’autarchia e dell’IRI mi sembra in quella linea), si trascinò in fondo fino all’altro violento scossone della seconda guerra mondiale.

In definitiva, potremmo ben concludere che dagli anni ’70 del XIX secolo e per tutta la prima metà del XX ci furono profondi sconvolgimenti; e non tutti economici come appena considerato (anzi!). Ho insistito più volte nel dire che il periodo considerato è precisamente quello del declino dell’Inghilterra (la cui supremazia durò per buona parte dell’800, in particolare dopo il “Congresso di Vienna del 1815) e della crescita via via irresistibile del multipolarismo con poi l’accentuazione del vero policentrismo acuto risoltosi in violenti scontri bellici. Non parliamo allora delle difficoltà manifestatesi a partire dal 2007-8 come di una crisi tipo ’29 (non mi sembra proprio ci sia statofinora nulla del genere). Nello stesso tempo, miopi sono stati quelli che fino a poco tempo fa (alcuni ancora) parlavano di crisi ormai superata. In realtà, l’articolo messo all’inizio mostra, saggiamente a mio avviso, che siamo sempre in “mare mosso”. Tuttavia, questo non dipende da “mostruosi” andamenti finanziari, certo esistenti ma in fondo inevitabili in una situazione di crescente incertezza provocata dalla rottura di ogni equilibrio (quello preteso dagli economisti liberisti esaltati dalla globalizzazione del mercato) in seguito al manifestarsi del multipolarismo nei primi anni del nuovo secolo, dopo circa un decennio di forte predominanza statunitense seguita al crollo del sistema bipolare.

Tale processo è andato via via accentuandosi e ne sono nati non solo i problemi finanziari, ed economici in genere, ma anche la contrapposizione abbastanza acuta apertasi nell’“occidente” (più sviluppato) all’interno di determinati settori politici preminenti per moltissimi decenni e che sono stati pervasi dalla credenza nelle superlative virtù della “democrazia all’americana”, credenza dura a morire e strenuamente difesa da ceti politici e intellettuali (gli ormai sfatti “semicolti”) non ancora smascherati dai sedicenti “populisti”. Tale falsa democrazia è sempre stata caratterizzata daun’alternanza di partiti e movimenti poco differenti tra loro, cui si adeguarono anche i comunisti(specie italiani e francesi, gli unici dotati di una qualche forza nell’Europa occidentale) dopo un periodo di maggiore contrapposizione all’establishment dominante (favorita pure dalla presenza del sistema detto “socialista”, attraversato da contrasti e infine autoliquidatosi).

Oggi, invece, proprio il multipolarismo crescente – fase del tutto differente da quella bipolareaffermatasi dopo il 1945, quando si concluse la precedente epoca multipolare e policentrica durata parecchi decenni e punteggiata da due scontri bellici di grande portata sta determinando sia negli Stati Uniti che in Europa una contrapposizione più acuta tra schieramenti che pensano, in modo piuttosto incerto e confuso, a nuove strategie per affrontare l’attuale disordine mondiale. In definitiva dunque, l’attuale crisi perdurerà, strisciante e tormentosa, anche nei prossimi anni;dobbiamo seguirla attentamente ed essere pronti al possibile ripetersi degli eventi precipitati con la crisi del 1907 e i drammatici decenni successivi. Eventi sempre possibili anche nei tempi odierni, ma non ancora vicini. La lotta per una nuova supremazia tra più potenze è già iniziata; i tempi della storia non sono però quelli dell’elettronica o dei robot.

Un’ultima considerazione sulla “simpatica” analogia con cui finisce l’articolo sopra riportato fra questa possibile più grave crisi finanziaria e la bomba atomica (il suo materiale fissile), che una politica troppo miope potrebbe rivelarsi incapace di disinnescare. Proprio se si fa un simile paragone, se ne deve trarre la logica conclusione che quello finanziario non è l’aspetto decisivodelle crisi più acute. La bomba atomica – sganciata su due città giapponesi quando non ve n’era affatto bisogno per concludere la guerra ormai pienamente vinta – non poteva essere disinnescatadalla politica poiché si stava già aprendo il confronto tra i due principali vincenti nella guerra; quel confronto che fu poi definito “guerra fredda”. La bomba serviva precisamente ad avvertire l’Urss, ancora priva dellatomica (l’ebbe solo nel 1949), che non si sognasse di prendersi tutta la Germania com’era in grado di fare se non avesse preferito appunto non accentuare il suo ormai evidente contrasto con l’“occidente capitalistico”. La politica di quest’ultimo (cioè degli Usa che ne erano i controllori) innescò e fece esplodere la bomba proprio per ottenere un successo in tema di sfere d’influenza da mantenere in opposizione ai sovietici. Quindi, la politica comanda le armi così come comanda la finanza; e ogni altro aspetto della società umana fin dai suoi primordi. Anche la religione, che è il più rilevante fattore culturale e ideologico di lunghissima durata, si adatta spesso, malgrado diverse apparenze, ai conflitti tra i vari gruppi dominanti per l’affermazione di una supremazia (anche di quella predicata con “tanto amore e umanità”).

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Mi dispiace per Trump, ma l’Isis è stata sconfitta in Siria soprattutto per merito della Russia. Indubbiamente si può ammettere che quelli da me definiti Usa n. 2 non siano i responsabili della politica attuata invece dalla coppia Obama-Hillary Clinton, che liquidò l’ormai sfruttata Al Qaeda (assassinando il suo capo figurativo, Bin Laden) e alimentò il “Califfato” tramite Arabia Saudita e Qatar. Al Qaeda oggi esiste abbastanza marginalmente e l’Isis si rafforza forse verso ovest, ma in Siria e tutto sommato anche in Irak è ormai battuta nettamente. Mi sembra che Putin, nella sua “lunga chiacchierata”, abbia fatto qualche concessione tattica a Trump, ma abbia anche ricordato che gli Usa dovevano ritirarsi pure dall’Afghanistan e per il momento sono sempre lì, anche se ormai con chiaro insuccesso. In ogni caso, l’eventuale abbandono totale della Siria avverrebbe per l’ammissione (ovviamente nient’affatto esplicita) non certo della vittoria sull’Isis, bensì del sostanziale fallimento dell’ “operazione” tesa al rovesciamento di Assad e al controllo statunitense di quell’area.

Adesso la partita sembra spostarsi in Libia (e aree limitrofe), dove molti sono i paesi “occidentali” in gioco; e pure i russi stanno cercando spazi di manovra, ad es. con Aftar. Tuttavia, tenendo conto del continuo zigzagare di Trump, non diamo ancora per conclusa sicuramente la vicenda siriana. Oltre a tutto, c’è ancora il problema dei curdi e delle zone da essi occupate e che sono guardate con ingordigia soprattutto dalla Turchia. In ogni caso, ribadiamo che l’Isis non è stata sconfitta dagli Stati Uniti; semmai essi se ne sono ampiamente serviti per una serie di compiti sporchi da portare a termine. Poi però lo si è combattuto come “il Male; proprio perché quelli che si pongono come rappresentanti del Bene devono avere il Male da perseguire e quindi lo creano a bella posta per ingannare i popoli creduloni.

E questo apre il discorso a che cos’è la politica e perché è essa a sempre guidare tutte le fondamentali mosse dei diversi contendenti. Questo sarà sempre il contenzioso aperto con tutti i sostenitori della prevalenza dell’economia (e della finanza in specie); mentre altri si gettano sulla rilevanza preminente di fattori ideologico-culturali. Si tratta di uno scontro che non cesserà mai;perché i gruppi dominanti in ogni data epoca storica si sforzano di impedire alle forze contrapposte,in nascita per scalzarli, di afferrare dove sta l’“essenza” del problema. Tutto questo però solo ritarda la fine di questi dominanti ormai putridi, che non hanno più futuro; anche perché, utilizzando ceti intellettuali privi di intelletto per diffondere “la Menzogna”, alla fine ingannano loro stessi e non sanno più come ben agire.

 

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

Il BENALTRISMO MALATTIA SENILE DEL SINISTRISMO di R.Di Giuseppe 

Previsione del futuro (2)

Qualsiasi cosa va bene pur di evitare di fare i conti con ciò che la realtà ci impone di vedere. Un personaggio che in effetti la Rivoluzione l’ha fatta davvero, un certo Vladimir Ilic Lenin, parlava di “Prassi – Teoria – Prassi”, ovvero partire dal dato di realtà, esplorarlo, capirlo, senza fingere di non vedere ciò che non ci piace, elaborare una necessaria riflessione teorica adatta ad intraprendere un percorso di trasformazione ed infine misurare il pensiero sul campo reale per verificarne gli effetti. Tanto per esemplificare, allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre i socialisti europei (la Sinistra sinistrata di quei tempi) predicando la pace senza se e senza ma, finivano per votare i crediti di guerra delle rispettive nazioni (ad eccezione di quelli italiani che si erano rifugiati nella formula ancora più ipocrita del “nè aderire, nè sabotare”), Lenin parlava di trasformare la guerra da imperialista in guerra civile. Da rivoluzionario, non si poneva, nè poteva porsi, il tema dei lutti e delle sofferenze terribili che la guerra avrebbe inevitabilmente comportato, ma quello del potenziale di radicale rivolgimento che quel drammatico evento portava con sèMa in effetti Lenin non era di “sinistra”, era un comunista bolscevico… una bella differenza! Un benaltrista oggi lo definirebbe certamente un cinico senza cuore nè umanità. D’altra parte Lenin quando parlò di pace separata con la Germania, non lo fece certo per spirito pacifista, ma per poter combattere su un solo fronte contro i bianchi controrivoluzionari. Un benaltrista dei nostri direbbe che prima di combattere i “bianchi” c’era BEN ALTRO! C’era prima da combattere contro i tedeschi (in solidarietà coi liberi alleati delle democrazie europee e americana) e poi pensare alla “giusta e sacrosanta” rivoluzione (cose che appunto dicevano i sinistri russi nel 1917 e avevano detto quelli europei nel 1914). Nel frattempo vai con le belle canzoni e con le infinite citazioni… quelle si son cose che cambiano il mondo… Nel suo mirabile film del 1966, “La Battaglia di Algeri”, il regista Gillo Pontecorvo, mostra chiaramente che l’FNL, il Fronte Nazionale di Liberazione algerino, prima di cominciare lo scontro con i francesi in città, si preoccupò di eliminare tutta una serie di figure presenti nella Casbah, il quartiere arabo di Algeri. Erano, spacciatori, sfruttatori di prostitute ed anche mendicanti. Tutti dovevano sparire, cambiare attività e sottomettersi all’autorità del Fronte, oppure morire. Si trattava in fondo di piccole entità, parti anch’esse del popolo algerino, ma erano l’arma con cui le autorità francesi controllavano la Casbah. Spie e veicoli, magari involontari, di corruzione e disorganizzazione. In sostanza un coltello puntato alla schiena di chi si preparava ad uno scontro mortale contro un nemico potente e ferocemente determinato a prevalere. Un benaltrista contemporaneo cosa direbbe? Direbbe: “Mentre il saggio indica col dito l’imperialismo francese, lo stolto abbaia ai diseredati ed ai piccoli delinquenti della Casbah!” Un vero Progressista, Democratico, Obamiano, Canzonettista, Citazionista, Vignettista! Trasposto all’oggi la musichetta resta sempre la stessa: “Invece che ai migranti guarda alle multinazionali… invece che ai rom che rubano guarda a quanto ti rubano le banche…” e via cantando. I benaltristi sinistrati non vedono, ma io comincio a pensare che soprattutto NON VOGLIONO VEDERE che i copertoni bruciati che intossicano un intero quartiere senza che nessuna autorità muova un dito, la ladruncola che ti fotte il portafoglio in metropolitana e che non può essere arrestata perchè minorenne, gli spacciatori bianchi o neri che occupano impuniti parchi e piazze, i ladri che ti entrano in casa e ti fanno sentire come stuprato, magari due o tre volte a distanza ravvicinata, i senza tetto che bivaccano nei giardini pubblici o che lordano di feci e urina un parco giochi per bambini (tutte cose comuni che conosciamo benissimo), sono ferite sanguinose nel corpo sociale, lo spezzano e lo disgregano, lo respingono verso il degrado ed IMPEDISCONO DI FATTO la possibilità di aggregare attenzione ed azione contro i veri dominanti. Sono sabbia negli occhi che non uccide ma acceca ed impedisce di vedere le minacce più grandi. Senza bisogno di scomodare concetti rivoluzionari, basta vedere che quei paesi, anche extra europei, in cui l’attenzione dell’opinione pubblica ai propri diritti nei confronti dei dominanti è più alta ed efficace, sono proprio quelli dove queste continue microfratture sociali sono mal tollerate e ridotte al minimo. Una sinistra che non fosse stata sinistrata, meno arrogante e parolaia, meno inutilmente innamorata di se stessa e delle proprie canzonette, avrebbe affrontato per tempo questi temi proprio perchè cosciente della loro decisività nella lotta contro i dominanti. Ma la sinistra è vecchia, è muffa, è anchilosata e residuale. Era già morente nel 1914 e nel ‘17, ma ha finto di ringiovanirsi sull’onda lunga delle rivoluzioni comuniste ed ora che quell’immane lotta ha avuto il suo epilogo, ecco che riemerge il cattivo odore. Ai voglia a tentare di coprirlo con le vignette e le citazioni pescate qua e là. E’ il Benaltrismo, malattia senile del Sinistrismo.

LA POLITICA (STRATEGIE PER IL CONFLITTO) AL CENTRO, di GLG

gianfranco

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PRIMA PARTE (e approccio al problema)

Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratteròin questa prima parte, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento del loro scontro acuto (e talvolta definitivo). Gli articoli, scelti per esemplificare il problema, riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contatto piuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano tutto quanto sempreavviene in tale evenienza, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà diuomini e gruppi del settore produttivo di perseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fenomeno che induce a considerazioni un po’ più complesse di quelle dettate dalle convinzioni elementari di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata (la classe operaia), la quale generalmente non ha mai saputo opporsi allo scontro tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in guerracon l’inconsistente opposizione di deboli gruppi politici (rappresentanti ristrette parti della popolazione), facilmente messia tacere e spesso spazzati via. In realtà, la situazione è piuttosto differente.

Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano consistenti insiemi umani unitiin dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllati in varia guisa da detti gruppi. Tali insiemi (divisi verticalmente in strati e orizzontalmente in più comparti) sono in genere almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche deidiversi paesi (o aree) d’insediamento interessati a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve a volte l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi, a volte (non raramente) piegandosi al vincitore.

I gruppi predominanti in dati paesi o zone da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste se non nell’ipocrisia dei dominanti in epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie zone alcuna possibilità di vera pace e di proficuo rapporto tra essi. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidatiallo scontro armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate)poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza, salvaguardando i propri principaliinteressi con accettati margini di soddisfazione per i contendenti.

Ad un certo punto si apre senza più rimedio il conflitto aperto, una bella guerra. Questo però richiede che, nella fase (spesso lunga) che la precede, vengano maturando le condizioni per una “alleanza” tra più contendenti, che devono alla fine costituire due blocchi relativamente uniti fra i quali può allora iniziare l’urto definitivo. Ogni “alleanza” ha sempre all’interno delle “disunioni”, che tuttavia si presentano del tutto minori e consentono lo scontro tra due nemici irriducibili e decisi a prevalere l’uno sull’altro.

Ebbene, arrivati a questo punto, nel mentre le “truppe” (in senso molto generale) dei contendenti si scontrano “sul terreno” (sempre detto in generale), vengono mantenuti canali vari di contatto tra di essi. Canali che poi ovviamente vengono allo scoperto quando una delle due “alleanze” tende a prevalere e quindi iniziano le trattative per la resa degli uni e la vittoria degli altri. Fino a quel momento, i contatti sono magari ridotti al minimo (ma non troppo) e sono tenuti rigorosamente segreti. E quasi sempre lo rimangono anche dopo la fine dello scontro acuto e senza quartiere (gli storici sono assai “inefficienti” a tal proposito; e sembrano pagati per esserlo).

Sempre per rifarsi alla seconda guerra mondiale, nulla conosciamo – e gli storici “contemporanei”, veri falsificatori del ramo che coltivano, non ricercano come appena detto un bel nulla e alterano anche quanto si può ragionevolmente supporre – dei rapporti intrattenuti tra Germania (in fase di supremazia nei primi anni) e Inghilterra (in fase di incombente sconfitta). Ci si è raccontata l’invereconda “storiella”, secondo cui la vittoria aerea della Raf sulla Lutwaffe nei cieli della Manica avrebbe salvato l’Inghilterra dalla definitiva “botta”, ormai sull’orlo della realizzazione. Il viaggio di Rudolf Hess in Inghilterra è stato completamente alterato nelle sue finalità; costui è stato arrestato,detenuto e poi condannato alla fine della guerra all’ergastolo. Nel 1987, a 93 anni, venne graziato e subito prima di uscire dal carcere muore; ufficialmente per suicidio, ma con il sospetto che sia stato invece ucciso in vista della scarcerazione poiché poteva magari dire cose “non gradite” sui motivi reali del suo viaggio in Inghilterra.

L’intelligenza, certo un po’ “sospettosa”, suggerisce accordi – quali e come fossero concretamente configurati è difficile supporlo nei particolari – che hanno fatto scegliere alla Germanial’attesa per la soluzione finale della guerra sul fronte occidentalein modo da potersi dedicare all’aggressione dell’Urss con la convinzione, rivelatasi erratissima, di disfarla in poco tempo. Tuttavia – e anche questo resta non detto – la resistenza vittoriosa di quel paese ha lasciato di stucco la dirigenza inglese e anche quella statunitense. Erano tutti convintissimi che l’Urss si sarebbe dissolta in poco tempo; vi è stato un netto mutamento della storia con quella vittoria e la sconfitta della Germania, logoratasi nell’impresa ritenuta di grande facilità. Aggiungiamo, come questione minore, che anche il carteggio tra Churchill e Mussolini – sequestrato a Dongo durante la cattura del Duce, seguita dalla sua fucilazione – non si è trovato; è assai facile supporre che lo stesso CLN abbia deciso di riconsegnarlo agli inglesi. E pure quello conteneva senz’altro molte “notiziole” interessanti e che farebbero valutare lo scontro tra potenze in quella guerra con occhi parzialmente diversi.

In ogni caso, è solo ex post, quando i giochi si sono conclusi, che tutti si dedicano a descrivere il conflitto come sfida all’ultimo sangue (sul tipo dei western americani), con l’irriducibile volontà di vincere o morire. In realtà, durante lo scontro, si mantengono aperti vari canali di comunicazione per appurare le varie possibilità di risoluzione in base all’andamento della guerra lungo tutto il suo corso. Poi, quando uno dei contendenti prevale, sembra che i nemici siano stati permanentemente senza alcun contatto né possibile mediazione fra loro. Bisogna invece mettersi in testa che sempre – e dunque anche nell’epoca capitalistica, in cui la prepotente entrata in gioco della sfera economica (produttiva e finanziaria) ottunde la mente dei sedicenti studiosi e pensatori – la POLITICA, nel suo pregnante significato di strategie per la vittoria in un conflitto, prevale su tutto il resto, è quella che detta le regole per la conquista della supremazia di date potenze su altre. Non è il profitto a guidare le azioni “supreme” che imprimono un dato carattere ad una determinata fase storica; è la POLITICA nel senso appena detto.

Logico quindi che imprese americane e tedesche  (non certo quelle piccole, che tanto sono amate oggi dai “sismondiani di ritorno”) tenessero i contatti anche durante un conflitto delle proporzioni e violenza della “seconda guerra mondiale”. Esse davano ovviamente per scontato che quest’ultima stava sconvolgendo il quadro del cosiddetto “mercato mondiale”. Occorrevano quindi molte capacità inventive, ma anche di mediazione e compromesso, nel direzionare lo svolgimento dei processi produttivi e di smercio. Non si dovevano però perdere del tutto i vantaggi conquistatati con la collaborazione e intreccio in merito ad innovazioni produttive e tecnologiche e almantenimento di dati canali di vendita malgrado le difficoltà insorte con uno scontro di quella portata e violenza. E restavano in attesa di vedere quale dei contendenti sarebbe risultato vincente e quale perdente per indubbiamente poi modificare l’ordine della prevalenza all’interno di quell’interrelazione di interessi.

Di conseguenza, simili intrecci tra nemici – sul piano economico come anche in altre sfere e apparati – mostrano come nel conflitto, quando si fa aperto e irriducibile, diventa centrale il gioco delle strategie per vincere il confronto e assumere la supremazia rispetto all’avversario. Tutto il resto è continuo arrangiamento tra gli avversari per mantenere aperti più canali di comunicazione, indispensabili anche nello scontro più violento e senza quartiere che ad un certo punto viene affrontato da essi. I centri strategici del conflitto se ne stanno ben nascosti e conducono giochi di cui la stragrande maggioranza delle popolazioni, in sofferenza per la guerra aperta, deve restare ignara, pena lo scoprire le proprie carte migliori nella tensione a prevalere sul nemico. Quindi, come ribadiremo più avanti nella seconda parte, la POLITICA, nel suo significato più pregnante, riguarda appunto le strategie da mettere in opera per vincere. Essa permea l’intera struttura interrelazionale dei rapporti sociali: economici (nella sfera produttiva e finanziaria), ideologico-culturali, oltre a quelli detti più comunemente politici relativi allo Stato, partiti, associazione e lobbies varie e via dicendo. Insisteremo sul punto.

       

La politica al comando di GLG

gianfranco

 

“La politica al posto di comando”. Non è solo una parola d’ordine, bensì una oggettiva considerazione del posto occupato dall’azione di personaggi e gruppi politici da loro diretti nel susseguirsi degli eventi storici. Ovviamente essi agiscono nell’ambito di situazioni oggettive, che non sono semplicemente determinate dai loro propositi e delle quali devono invece tenere ben conto, analizzandole a fondo, se non vogliono semplicemente muoversi alla cieca essendo quasi sempre spazzati via. Coloro che sanno tener conto di quanto non può non influenzare ampiamente le loro modalità di intervento evitano d’essere semplicemente trascinati dal tranquillo o invece vorticoso mulinare degli accadimenti. Diciamo che sono come i surfisti che non possono determinare l’andamento delle onde, ma sanno in modo migliore o meno buono reggersi su di esse, ognuno cercando di arrivare primo alla meta; i peggiori (a volte “sfortunati”) sono travolti e cadono dentro quelle onde e allora non riescono più a raccapezzarsi di dove siano e di dove stiano andando. Il fatto è che oggi la politica è soltanto un comportamento da maneggioni di basso conio, che cercano di primeggiare nell’imbrogliare una massa di persone assolutamente ignare di quello che si svolge nell’ambito di quelle organizzazioni di inetti, che vengono chiamate partiti. La politica assume l’andamento della pubblicità e delle varie tecniche di marketing con cui le imprese cercano di influenzare i cosiddetti “gusti” dei consumatori per far loro preferire una marca rispetto alle altre nella più totale ignoranza di tali “soggetti passivi”, che poco o nulla conoscono delle qualità effettive dei prodotti che acquistano e dei processi lavorativi che li pongono in essere. E’ il male ormai secolare della sedicente “democrazia” elettorale, nel cui ambito non si svolge la vera politica, ma solo appunto campagne pubblicitarie di pura menzogna e falsificazione del reale. Ed è in quest’ambito che viene dato spazio a squallidi personaggi, denominati economisti (alla stessa stregua di altri, pochi, che hanno invece ben altra consapevolezza di quanto studiano con serietà), volgari affabulatori con la testa piena di grafici e tabelle, ignoranti delle reali situazioni e di come sia necessario compiere una serie di mosse strategiche in base ad uno studio attento sia degli svolgimenti reali oggettivi, che non possono essere soltanto resi statici e fissati in dati numerici (questi, al massimo, possono essere un coadiuvante, ma da considerarsi impreciso e non raramente ingannevole), sia delle (re)azioni degli avversari che rendono assai mobile e scivoloso il terreno su cui ci si confronta e ci si scontra per la supremazia. Una nuova epoca, non così miserabile come l’attuale, potrà aprirsi soltanto quando tornerà la vera politica e saranno messi ai ferri (possibilmente roventi) i politicanti odierni e quel putrido ceto intellettuale, che imperversa in ogni ambito di comunicazione e (falsa) informazione. Questi sedicenti intellettuali sono ignoranti e mentitori, venduti a coloro che usano semplicemente, in ogni ambito (dall’economico al politico e culturale), di modalità di inganno e rimbambimento dei “consumatori”. E i politicanti cercano solo i voti di questi ultimi; nessuna grandezza di visione, zero coerenza, dicono bianco e nero a 24 ore di distanza. Nessuno di loro crede in nulla salvo che nel poter vendere i propri “prodotti” ormai marci, che procurano sempre più gravi infezioni sociali. Altro che vaccino contro il morbillo e via dicendo. Un reale potentissimo disinfettante mirato contro politicanti e “intellettuali” di regime.

UN PO’ DI SPERANZA, di GLG

gianfranco

 

Al momento attuale è difficile immaginare quello che ci aspetta nel prossimo futuro con queste forze politiche ricche di nullità, maneggioni, ecc. I programmi sono sempre ricchi di promesse e niente di sicuro. Credo che il vero motivo del “ribaltone” che si è verificato (e ne sono lieto come quasi tutti) sia l’insopportabilità verso la politica nutrita da una solida maggioranza della popolazione; e che non si è certo potuta constatare in TV e sui giornali, dove si sono fatti vedere e sentire solo i più ottusi, quelli che giuravano sulle parole di questo o di quello dei loro beniamini. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini non ne poteva più; e ha votato in buona conformità a questo stato d’animo. Un motivo di soddisfazione è constatare che l’antifascismo, ultima risorsa dell’establishment ormai cotto, non ha per nulla attecchito. Se il fascismo è Casa Pound, credo proprio che si possa sorridere. Ascoltare da Mentana il leader di questa formazione sollecitava molta pena e un po’ di irritazione (ma non troppa, prevaleva l’altro sentimento). Pensare alla “marcia su Roma”, e doversi sorbire la scusa che si erano presi pochi voti per non essere stati accolti troppo spesso in TV, mi sembra una buona dimostrazione di come certi “ismi” del passato rispettino la famosa massima: “la prima volta nella storia è tragedia, la seconda è farsa”.
Adesso però è bene aspettare le varie mosse. Più interessante l’altra notizia del giorno: la disponibilità del Nord Corea ad incontri con gli Usa. Anche qui ci si deve sorbire fregnacce così come due-tre mesi fa dovevamo ascoltare gli allarmi per i terribili pericoli di guerra nucleare. Kim…ecc. avrebbe ceduto di fronte agli Stati Uniti e alle ingiunzioni della Cina da cui dipenderebbe totalmente. Poco tempo fa era un pazzo, un folle, psichicamente incapace di ragionare. Adesso è un calabraghe, chiacchierone ma fondamentalmente fifone. Anche qui lasciamo perdere. Non abbiamo più nessun commentatore appena un po’ “vivace”: o furfanti pagati per raccontare balle o emeriti cialtroni pressoché mentecatti. Questa è ormai la “civiltà occidentale”; che attende una rinascita, solo possibile con una ventata di lucida violenza e di almeno un pizzico di tragedia, che faccia riemergere e dignità e cervello. Purtroppo, i tempi non saranno brevi; tuttavia, qualche speranza si può forse nutrire.

Un vero governo

aula-parlamento-italiano

Le elezioni appena concluse hanno decretato la vittoria dei 5Stelle al sud e della Lega al Nord. Nella coalizione di centro-destra non va bene F.I., mentre si rafforza il partito della Meloni. Il Pd è crollato ovunque, anche nelle roccaforti d’antan. Leu ha superato di poco la soglia di sbarramento. Le ali estreme, Casapound e Potere al popolo, praticamente non esistono così come lo spauracchio della contrapposizione fascismo/antifascismo, con il quale i media hanno cercato di rinfocolare ataviche quanto immaginarie diatribe (con lo scopo di instradare gli elettori verso i gruppi dell’establishment).
Né i pentastellati né i centrodestri hanno la maggioranza per dare vita ad un esecutivo stabile. Si aprono i giochi per alleanze che consentano agli uni o agli altri di insediarsi a Palazzo Chigi. A Salvini e soci mancano una cinquantina di deputati ed una trentina di senatori per raggiungere l’obiettivo. Ai grillini molti di più. Quest’ultimi però sono il movimento più votato d’Italia e sembrano avere più chance di farcela orientandosi a sinistra. Renzi vuole impedire che ciò accada perché ha intenzione di farsi un partito personale spaccando il Pd. Ma se quest’ultimo entra nel governo nessuno lo seguirebbe più per cui ha mandato in scena le prime dismissioni-non dimissioni della Storia.
In ogni caso, sia Salvini che Di Maio dovranno scendere a patti con qualcuno annacquando le loro promesse elettorali, se non anche la loro visione politica che già non era un granché.
Il vero nodo della questione è questo: il mondo ha di nuovo il coltello tra i denti, trascinato dall’ondata multipolaristica. Cambiano i rapporti di forza globali. La Russia crea missili imbattibili. La Cina incrementa i propri arsenali. Gli americani non hanno mai smesso di spendere in armi e di migliorarle. Altre potenze regionali si comportano minacciosamente e mostrano i muscoli dove possono o dove ritengono di averne diritto. L’Italia ne sta pagando il prezzo, sia dentro che fuori i confini, indebolendosi su tutti i fronti. Basta una minaccia dei mercati per modificare la politica interna o una nave turca per ridimensionare quella estera.
Al cospetto di questi grandi temi che dicono grillini e leghisti? Di Maio è volato a Washington e si è accomodato con qualche trilaterale mentre Salvini non è andato più in là di critiche all’euro, all’Ue e alla Germania, ora divenute pure più “costruttive”. Il resto dei programmi è fuffa su reddito di cittadinanza, Flat tax e altre misure economicistiche ecc. ecc. che possono lenire ma non risolvere problemi che hanno natura soprattutto extra economica.
Come ha scritto invece Alberto Negri: “La Russia, Erdogan, la guerra in Siria, Cipro, Israele, Egitto, la Libia e l’Eni: un minuto per capire la strategia del gas. Le cose in sostanza stanno così. Se il gas russo va da Erdogan in pratica la Russia aggira l’Ucraina e trasferisce una quota della dipendenza europea da Mosca ad Ankara. Il progetto Tap (gas dell’Azerbiajan all’Italia) va avanti ugualmente perché interessa la Turchia anche se fa concorrenza a Mosca. Ma il gas di Cipro e del Mediterraneo orientale scompagina i piani della Turchia di diventare un hub decisivo del gas per l’Europa. Se poi a questo aggiungiamo il gas di Israele e quello dell’Egitto la posizione strategica turca si indebolisce. Peggio ancora se un giorno il gas iraniano passasse dall’Iran all’Iraq fino ai terminali in Siria: è questo uno dei motivi della guerra per procura anti-iraniana contro Assad da parte di Turchia e monarchie del Golfo. E per finire mettiamoci pure l’Algeria e la Libia già collegate da due gasdotti con l’Italia: ed ecco che si capisce bene perché hanno fatto fuori Gheddafi. L’Italia, con Eni, entra in tutti o quasi i progetti citati e questo evidentemente infastidisce diversi attori regionali e non. Nessuno di questi argomenti strategici per l’Italia è minimamente entrato nella campagna elettorale: non sono difficili da capire li ho sintetizzati qui in 18 righe, ovvero un minuto di lettura”.
E non solo di strategia energetica si tratta ma, soprattutto, di ricollocazione geopolitica dell’Italia e dell’Europa in un contesto in profonda trasformazione. Su questo i nostri cosiddetti populisti nulla hanno detto e nulla hanno da dire. Non c’è speranza. Questi signori non hanno capito il vero spirito dei tempi, per questo sono già perdenti e non potranno fare meglio (ma nemmeno peggio, credo) di chi li ha preceduti. Tuttavia, essere meglio di chi li ha preceduti non basterà a risollevare il Paese. Non fare male o fare bene non basta più, qui occorre fare qualcosa di grandioso e innovativo, revisionando il passato per costruire il futuro, guardandosi intorno dove siamo circondati da lupi.

Che sta accadendo in Iran? di A. Terrenzio

iran

 

 

Nei giorni scorsi la Repubblica iraniana si e’ ritrovata di nuovo al centro di tumulti interni che hanno portato alla morte, secondo la stampa, di 21 manifestanti e ad oltre 500 arresti. Numeri eccessivi che nascondo molta propaganda.

Gli osservatori fuori dal circuito mediatico hanno subito intravisto dei tentativi di destabilizzazione esterna, come avvenuto nel 2009 con la famigerata “Onda Verde”.

La rivolta, che sembra avere soprattutto lineamenti socio/economici legati a situazioni di disagio giovanile, ha preso a bersaglio il blocco di potere ultraconservatore, accusato di corruzione e del peggioramento delle condizioni economiche del Paese.

Come ricorda Alberto Negri:” In Iran su 80 milioni di abitanti circa il 40/50% ha meno di 30/35 anni. Tanti I giovani e I disoccupati: circa il 40/50% sotto I 30 anni non trova lavoro o una attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa o sposarsi”

Ovvio quindi che in un Paese a forte esplosione demografica e con difficoltà di inserimento lavorativo, le possibilità di disordini siano fortemente comprensibili.

Inoltre, il tasso di scolarizzazione in Iran è molto alto, ben al di sopra della media mondiale o di paesi come Italia e Regno Unito. Nel 2015 I tassi di iscrizione alle Università hanno raggiunto il 70%.

La vitalità di tale fenomeno ha portato le nuove fasce giovanili a scontrarsi coi poteri ultraconservatori legati al clero sciita e alle loro fondazioni, le Bonayad, detentrici del 20% delle ricchezze del Paese ed esenti da tasse.

Le sanzioni occidentali, non del tutto eleminate dopo l’accordo sul nucleare, hanno fatto il resto. Il risultato sono 15 milioni di persone sotto la soglia di povertà, corrispondenti al 20% della popolazione. Un tasso di disoccupazione giovanile che si avvicina al 30%.

Gli elementi di una “lotta di classe” all’interno della società iraniana sembrano esserci tutti.

Tuttavia, i media “main stream” si sono soffermati sui soliti temi, quali la violazione dei diritti umani e le imposizioni religiose. Ma bypassando la retorica femminista dei media generalisti, le proteste hanno avuto una base “maschile” e si sono sviluppate lontano dalla capitale. Le rivolte sono iniziate dalla periferia nord-est del Paese e sono sembrate sin da subito fatue, perché’ prive di una leadership politica.

Ciò che sta accadendo nel paese sembra rispondere a dinamiche interne legate maggioramene a ragioni economiche e demografiche. Una delle letture più intelligenti in proposito è offerta da Adriano Scianca che su Primato Nazionale scrive:” La prima regola, quando succede qualcosa nel mondo, è sempre la stessa: controlla cosa ha scritto in proposito Roberto Saviano. La verità, in genere, è quella opposta. Ecco, le rivolte che stanno avvenendo in queste ore in Iran, per esempio, non hanno nulla a che fare con “il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo”, come ha scritto il leader del conformificio occidentalista. È però vero che risulta tuttora difficile farsi un’idea chiara di ciò che sta avvenendo in Iran, al di là dei riduzionismi che tanto piacciono da queste parti. E, diciamolo subito, se è riduzionista la lettura che fa di ogni tumulto una “primavera” per i “diritti civili”, lo è anche quella che riconduce ogni tafferuglio a un piano orchestrato dalla Cia. Il che non significa che potenze come Usa, Israele o Arabia Saudita stiano osservando i fatti iraniani con rispettosa distanza. I professionisti della destabilizzazione, tuttavia, intervengono quasi sempre a fenomeno in corso: non lo creano, ma magari influenzano per orientare a loro favore proteste spontanee, che nascono in un modo e possono finire in un altro, il che è peraltro vero anche in senso inverso, come dimostra la stessa rivoluzione iraniana del 1979.”
Data quindi per buona la nostra intenzione a non ridurre tutto frettolosamente ad una “false flag” è anche indubbio che la Repubblica islamica si trovi al centro di diverse tensioni. Gli Usa dei Neocon in primis, ma anche Israele e Arabia Saudita, che non staranno a guardare e che molto verosimilmente tenteranno di orientare i disordini come anni fa con l“Onda Verde”.

Proprio in queste ore i Pasdaran governativi hanno sedato la rivolta nelle province periferiche del Paese, reprimendo i disordini iniziati il 28 dicembre scorso. Gian Micalessin sul Giornale.it offre un chiarimento sui fatti iraniani: i veri sconfitti non sono i manifestanti, che non avevano nessuna possibilità di successo, bensì il Presidente moderato Rohani, accusato di essere stato troppo morbido nel difendere “il diritto a contestare”.

La Guardia Suprema legata ad Ali Khamenei ha sfruttato l’occasione per ristabilire i rapporti di potere nelle alte sfere governative, consolidando  attorno a se’ anche il potere militare ed industriale.

I Guardiani della Rivoluzione sembrano ritornare ad essere i controllori delle leve di comando della Repubblica iraniana cancellando di fatto il risultato delle elezioni presidenziali.

Hanno sagacemente sfruttato il malcontento popolare per dirigerlo contro Rohani, svelando i disegni dei gruppi sovversivi. Più che un segno di debolezza, le rivolte assumono i contorni di un ‘escamotage’ che ha consentito alla “Vecchia Guardia” di riprendere in mano le redini del Paese per difenderlo dai veri nemici che lo minacciano dall’esterno.

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