L’Italia, un futuro come “media potenza” di A. Terrenzio

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Nel precendente articolo, avevamo accennato alla necessita’ di una ripresa del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo e di maggior peso nell’area “euro/atlantica”.

L’Unione Europea, il medio oriente e il nord-Africa, sono i poli principali dove la nostra politica estera deve tornare ad evere un ruolo assertivo.

L’UE in particolare, vive un periodo storico di estrema debolezza: la crescita esponenziale dei partiti euroscettici a causa delle dissennate politiche migratorie, la rigidita’ economica e burocratica delle sue Istituzioni, ne hanno fortemente indebolito la struttura. Il Brexit e’ stata la prima importante conseguenza della crisi dell’impianto europeo.

L’Italia, quale paese fondatore dell’UE e sempre presente nei tavoli internazionali, G7 e Oraganizzazione delle Nazioni Unite, ha progressivamente perso peso strategico ed economico, man mano che l’unipolarismo statunitense andava estendendo la sua egemonia a tutto il globo.

Il disastro libico del 2011 e’ stato l’evento geopolitico che ha maggiormente destabilizzato il nostro Paese.

L’incontro avvenuto recentemente tra Emmanuel Macron e Angela Merkel sulla risoluzione della questione migratoria e del contenimento dei populismi euroscettici, dimostra la volonta’ dei due capi di Stato di assumere la leadership della “governance” comunitaria.

Un asse franco-tedesco e’ quanto di peggio possa accadere per il nostro Paese. La Francia e’ la potenza militare principale del continente e fa dell’ “hard power” il maggiore strumento della sua politica estera. Rappresenta da sempre il nostro nemico storico insieme agli inglesi nel Mediterraneo e nel MO.

Negli ultimi tempi la politica estera francese ha assunto lineamenti particolarmente aggressivi, culminanti nella distruzione della Libia e nella destabilizzazione del nostro Paese.

La Francia di Macron non ha esitato a seguire sulla linea di Sarkozy. Sul piano commerciale ha ostacolato Finmeccanica, ponendo un veto sull’acquisizione dei cantieri navali STX. Per non citare un accordo scellerato firmato dal governo Gentiloni nella cessione di acque territoriali italiane, sventato all’ultimo momento. Ed ultimo, la violazione del territorio nazionale da parte della gendarmeria francese. In piu’ vanno ricordate le “scalate” ad infrastrutture strategiche per le comunicazioni televisive e telefoniche contro Mediaset e Telecom. Oltre al disastro libico, Macron ha cercato di trascinarci nel conflitto siriano contro Assad e in Niger sono presenti nostre truppe a sostegno degli interessi francesi in Africa.

Il breve accenno a tali questioni, rende evidente quanto sia ostile il ruolo svolto dalla Francia.

La Germania invece rappresenta un gigante industriale e finanziario (“soft power”), usa i parametri di Maastricht, i vincoli del deficit di bilancio e il debito pubblico, per ricattare il nostro Paese. Impone tagli strutturali che stanno cannibalizzando la nostra economia.

La moneta unica poi, è stata un mannaia che ha distrutto il potere di acquisto degli italiani, ha eroso la nostra competivita’ sui mercati esteri e ci ha deprivato della nostra sovranità monetaria.

Con la nomina del nuovo capo della BCE Weidemann, diretto emissario della Deutche Bank si porra’ probabilmente fine al “paracadute” attuato da Draghi, con prevedibile rialzo dei tassi di interesse sui Bond Italiani. A Berlino gia’ prefigurano un eventuale scenario di uscita dall’area euro dei cosiddetti “paesi cicala”. Ovviamente tale processo di sganciamento dall’area Euro, avverrebbe in maniera controllata, in tutto l’interesse della Germania e senza compromettere la tenuta dell’UE. Saremmo infatti costretti a ripagare in Euro I debiti contratti, e non in valuta nazionale.

Uno scenario da incubo quello che si prospetta da una eventuale uscita dalla moneta unica che leader come Salvini dovrebbero valutare attentatamene, prima di minacciare l’uscita dall’Euro.

Dopo questa breve disamina, appare chiaro che Francia e Germania sono i nostri due principali “nemici” sul piano continentale.

E veniamo al tema premesso dal titolo dell’articolo: è possibile pensare all’Italia come “media potenza”?

Il momento di debolezza politica del nostro Paese e di subordinazione della nostra classe sub-politica, rendono il quadro assai preoccupante. In piu’ da oltre due mesi, complice una legge elettorale che non permette la formazione di un governo, la penisola versa in uno stato di ingovernabilità. Il futuro prossimo non lascia presagire un cambio di direzione al nostro declino.

Tuttavia abbiamo il dovere di indicare delle linee guida che possano tracciare una via di uscita e di rilancio per il nostro Paese.

Il rapporto con UE e Nato.

Assumendo un approccio realistico, non possiamo pensare di uscire dall’area Euro senza conseguenze che potrebbero essere nefaste. Un’uscita dalla moneta unica potrebbe si potenzialmente rilanciare la nostra competitività sui mercati esteri, ma se cio’ avvenisse, la comunità finanziaria non esiterebbe a massacrarci peggio di come accaduto alla Grecia.

Inoltre saremmo costretti a ripagare un debito pubblico già di per se enorme, con una valuta piu’ debole. Senza contare che il nostro paese e’ carente di materie prime. Piu’ verosimile cercare una strategia “riformista” dell’Impianto UE. Chiedere una riformulazione dei trattati, ottenere maggiore flessibilità per permettere il rilancio della nostra economia e dell’occupazione.

Altro tema centrale da discutere in sede europea, e’ la questione dei migranti. Dobbiamo pretendere delle risposte e degli aiuti concreti da parte dei nostri “partner” europei, che fino ad adesso hanno scaricato sulla Penisola tutte le problematiche relative agli sbarchi.

Legato a doppio filo al nostro rapporto con l’Europa c’è il nostro ruolo nell’alleanza atlantica.

Come nel primo caso, è inutile farsi illusioni su una nostra fuoriuscita dalla Nato, almeno in un futuro prossimo. Ma il tema deve diventare un elemento centrale per aggregare forze anti egemoniche. Occorre iniziare a mettere in discussione il dominio statunitense rifiutando di essere coinvolti nelle loro operazioni di conflitto o “peace keeping”. Solo in Europa, si pensi ai contingenti dispiegati in Lettonia ed Estonia, in prossimità della Russia, dove non abbiamo nessun interesse alla partecipazione di azioni ostili nei confronti di un nostro importantissimo partner strategico.

Dovremmo mostrare contrarietà alle sanzioni che hanno creato ingenti danni alle nostre aziende che esportano in Russia. L’Italia ha già pagato abbastanza per la soppressione del gasdotto “South Stream”.

L’Italia ed il Mediterraneo.

E qui’ che l’azione del nostro Paese deve ritornare protagonista per vocazione storica e geografica.

Se proprio non possiamo uscire da un’alleanza che non ci offre piu’ vantaggi, dobbiamo almeno cercare di riguadagnare spazio in una regione vitale per i nostri interessi. E in questo teatro regionale che potremmo attuare delle politiche di “aggiramento” del dominio atlantico.

Possediamo ancora comparti strategici ad alta tecnologia invidiatici da mezzo mondo. Eni e Finmeccanica, sono le nostre due punte di diamante ancora in grado di fare la differenza e garantirci un ruolo di primo piano nell’arena internazionale. Grazie soprattutto a questi due gioielli nazionali, siamo ancora i primi partner commerciali di paesi come l’Iran, la Siria, tra i principali nel nord/Africa e di diversi paesi dell’Asia.

Il quadro geopolitico attuale volge verso un “arretramento” progressivo della superpotenza americana. Anche se gli USA sembrano perdere posizioni in diversi angoli del pianeta (vedi in MO con la sconfitta in Siria), mantengono saldo il controllo sul vecchio continente. Tuttavia potenze come Francia e Germania non rinunciano ad una “semi-autonomia” che si dispiega, come si e’ visto, soprattutto ai nostri danni.

Della relativa debolezza che sta attraversando la superpotenza americana, complici gli attriti tra “Deep State” e dirigenza Trump, sembrano approfittarne diversi players regionali. E’ il caso della Turchia di Erdogan, che pur essendo uno dei tasselli piu’ importanti della Nato, si permette “giravolte geopolitiche” e cambi di strategia militare come in Siria.

In tale quadro, l’Italia potrebbe ritornare ad assumere quel ruolo di “media potenza” che l’ha vista protagonista durante la I Repubblica.

Per fare ciò dobbiamo assolutamente tornare ad avere un voce autorevole nelle relazioni internazionali.

Se vogliamo uscire dal ruolo di “sub-vassallaggio” al quale ci ha ridotto quest’UE a trazione atlantica, complice il declino di una classe politica tra le più servili di sempre, dobbiamo assolutamente prepararci a questa nuova fase.

Un “nazionalismo economico” dai risvolti anche militari, sta tornando prepotentemente in auge, sintomo di quella transizione al multipolarismo che abbiamo piu’ volte sottolineato.

Un recupero di una politica sovranista e di interesse nazionale risultano imprescindibili. L’azione propulsiva dei nostri “asset strategici”, dovra’ necessariamente trovare un supporto delle nostre forze militari, che dovranno svolgere il ruolo di “braccio armato” dei comparti suddetti.

Ma per realizzare cio’, bisogna innanzitutto dotarsi di una élite dirigente consapevole delle sfide che ci attendono. Da questa Unione europea non potremo aspettarci nulla di positivo ed il declino dell’unipolarismo americano, da opportunità, potrebbe aprire scenari addirittura peggiori di quelli attuali. Francia e Germania, sono pronte a spolparci vivi e a danzare sul nostro cadavere.

North Stream2: il conflitto si sposta dentro la UE – di Piergiorgio Rosso

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A che punto è la costruzione del nuovo gasdotto Russia-Germania nel Baltico (North Stream-2 o NS2)? Ottenute quasi tutte le autorizzazioni di transito e ambientali – mancano quelle di Svezia e Danimarca – sembrerebbe dover avere la strada in discesa e poter mantenere l’obiettivo di primo avviamento fissato al 2019. Difficile del resto pensare diversamente considerato che il percorso del NS2 segue quello del NS1 che opera da diversi anni a pieno regime.

Anche i pareri espressi alla fine del 2017 dall’ufficio legale del Consiglio d’Europa sono risultati promettenti, nella misura in cui hanno chiarito che la direttiva UE denominata Terzo Pacchetto Energia (TEP) non si applica ai gasdotti che connettono uno Stato membro ad uno Stato terzo. L’NS2 sarebbe dunque in particolare esentato sia dall’obbligo della separazione fra proprietà dell’infrastruttura e proprietà del gas naturale trasmesso, che dall’obbligo di garantire l’accesso alla infrastruttura a terzi con tariffe eque e concorrenziali. Obbligo, quest’ultimo che cozzerebbe con lo stato di monopolista che Gazprom detiene all’esportazione del gas naturale russo.

Dunque nulla osta?

Proprio per niente: il Consiglio dell’UE è stato recentemente chiamato a discutere una proposta di emendamento alla Direttiva TEP avanzata dalla Commissione, proprio per includervi i gasdotti extra-UE. Emendamento già approvato dal Parlamento UE con osservazioni aggiuntive. Una vera e propria legge ad gasductum con la conseguenza però di applicarsi a tutti i gasdotti internazionali con implicazioni serie di compatibilità con le leggi internazionali che regolano la materia e per i rapporti istituzionali fra Stati membri e UE.

Nel caso di gasdotti sottomarini, il transito nelle Zone Economiche Esclusive (EEZ) degli Stati – distinte dalle acque territoriali – è regolato da una Convenzione delle Nazioni Unite (UNCLOS) che garantisce i diritto di transito a certe condizioni di sicurezza ed ambientali.

L’ufficio legale del Consiglio d’Europa ha dichiarato in data 1.3.2018 che tale estensione di applicabilità della Direttiva TEP contrasterebbe il diritto internazionale negli art. 56 e 58 dell’UNCLOS. Ora è la politica che deve decidere.

Che gli Stati membri dell’UE abbiano un crescente fabbisogno di gas naturale è certo, una volta deciso di uscire gradualmente dal nucleare e dal carbone per la produzione di elettricità. Che questo gas naturale debba essere importato, è altrettanto ovvio dato che la produzione interna, già insufficiente, cala costantemente. Che esso venga per circa il 40% dalla Federazione Russa, beh questo non sta bene né agli Stati russofobi del Centro ed Est Europeo né agli Stati Uniti che vorrebbero eliminare o ridimensionare questa leva di influenza politica e strategica in mano al loro principale competitore geopolitico.

Anche, se possibile, esportando il loro GNL, ma questo è secondario.

Ciò che è veramente essenziale per gli USA è che il gas naturale russo destinato all’Europa continui a passare prevalentemente attraverso l’Ucraina e la Polonia come ora – nonostante le frequenti interruzioni già subite nella storia recente – e non certo per sostenere quelle economie con la tariffa di transito pagata da Gazprom, ma perché questi due Paesi si prestano volentieri a cedere agli USA il potere di interdizione che la loro posizione geografica consente. Oggi loro sono in mezzo al “gasdotto” che collega Russia ed Europa occidentale; con il NS2 – ed il Turkish Stream, che però ora è bloccato sulle rive del Mar Nero in Turchia – finirebbero invece in coda all’infrastruttura, ricevendo gas naturale dalla Germania.

Lo scontro fra Commissione e Consiglio d’Europa è dunque decisivo per questa partita, ma non solo. Qualora dovesse prevalere la Commissione, il NS2 forse si farebbe anche – ne dubitiamo – ma a condizioni capestro inerenti la regolazione dei flussi e le garanzie di transiti complementari attraverso i gasdotti esistenti in Polonia ed in Ucraina.

Ciò che rimarrebbe come implicazione preoccupante sarebbe il fatto che con la modifica alla Direttiva TEP, la separazione proprietaria e l’accesso a terzi dovrebbe essere garantito a tutti i gasdotti offshore che collegano Paesi membri con terzi: che fine farebbero gli italiani Greenstream (Libia), Transmed(Algeria) e TAP (Azerbajan)? Sarà Gentiloni a discutere in Consiglio d’Europa la questione? Potrà l’Italia mantenere il diritto di “determinare le condizioni di utilizzo delle sue risorseenergetiche” e di “scegliere fra diverse fonti energetiche” (art. 194/Trattato UE)?

Con la modifica proposta e la conseguente necessità di ridiscutere i termini dei contratti internazionali relativi ai gasdotti di trasmissione, la Commissione UE sarebbe in grado di influenzare e bloccare tali possibilità, riservandosi un diritto di veto a suo favore, dovesse uno Stato membro contrattare delle esenzioni con la controparte terza.

Gli Stati membri della UE, ma in particolare l’Italia, dovrebbero interrogarsi se davvero conviene loro concedere tali poteri alla Commissione, – che facilmente si traslerebbero agli elettrodotti – mettere a rischio la loro sicurezza energetica e le future opportunità di connessioni con Stati terzi, per il solo scopo di bloccare una singola infrastruttura.

Forse la Commissione vuole approfittare delle tensioni fra Russia e NATO per estendere i suoi poteri nei confronti dei Paesi membri?

TRA LA FED E LA BCE (G. DUCHINI)

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Anzitutto c’è un antefatto da non sottovalutare e da tenere sempre presente: la Bce è indissolubilmente legata alla Fed nel senso che da quest’ultima dipende; più esattamente la Fed detta la linea di direzione entro cui la Bce può muoversi con un certo grado di autonomia, pur essendo a sua volta sottoposta ad un vaglio dI ultima istanza, al di fuori del quale non si può andare, pena una destituzione immediata dei responsabili preposti alla guida della superbanca. E’ altrettanto ovvio che esiste una catena di trasmissione che lega in modo indissolubile la Fed alla Bce con “uomini in carne ed ossa” cresciuti a pane e banche; esemplare è il caso di Mario Draghi (Presidente della Bce) che si è fatto le “ossa” in qualità di manager della Banca d’affari americana Goldman Sachs.
Da questo antefatto possono discendere varie considerazioni in ordine a quanto è successo in questi ultimi tempi.
Il Diktat posto dalla Fed a Mario Draghi è un processo di normalizzazione delle politiche monetarie per superare un impasse dovuto ad una troppa bassa inflazione dell’euro. Nella disposizione imposta dalla Presidente della Fed (Janet Yellen) c’è un definitivo abbandono della lotta contro la tendenza deflazionistica ingaggiata da Mario Draghi in una sorta di graal irraggiungibile.
E’ in atto un duello a distanza tra la Fed e la Bce e cioè tra le due banche Centrali maggiori dell’occidente, nel senso che la prima difende la politica monetaria Usa e l’altra è custode della moneta unica europea. Il gioco è quello dei tassi d’interesse. La Fed dovrebbe alzare i tassi di interesse, insieme all’annunciata riduzione del proprio bilancio con la conseguente limitazione della liquidità sul mercato. La Bce dovrebbe mantenere i tassi a zero con un restringimento del Qe(1). Ma dietro questo duello si nasconde la reale partita del contendere. La Fed vuole arrivare in tempi relativamente brevi ad una sostanziale crescita dell’economia Usa che sta crescendo più lentamente del previsto. Occorre una più incisiva inversione di tendenza di Draghi che è troppo attardato sulla politica a tassi a zero e con una Bce che continua ad acquistare titoli di Stato. Questa situazione ha frenato in Usa la rivalutazione del dollaro e spinto al rialzo le Borse, anche se presto potrebbe cambiare tutto sul fronte del reddito fisso dove i titoli di Stato acquistati dalla Bce rischiano di perdere valore per allinearsi ai nuovi più alti rendimenti.

L’unico problema alla rottamazione del Qe è l’incertezza politica che grava su Eurolandia, gli esiti elettorali poco favorevoli per la Germania, la questione catalana, la mancata formazione di una coalizione di governo nei Paesi Bassi, fino alle elezioni in Italia nel 2018. Non è escluso che il Qe continui ad operare dimezzato per altri nove mesi, senza dare un’indicazione precisa su quando verrà posta la parola fine agli acquisti, non senza dimenticare che Usa, Gran Bretagna ed altre banche centrali si accingono a ridurre i rispettivi Qe.
GIANNI DUCHINI

(1) “ Ecco perché una Banca centrale interviene: alzando i tassi, spinge le banche private a chiedere meno liquidità alla banca centrale e, di conseguenza, a prestare meno soldi a imprese e famiglie, già reduci da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Quando invece l’inflazione è molto bassa (o quando addirittura accade il fenomeno opposto ovvero quando i prezzi dei beni e servizi diminuiscono, la cosiddetta deflazione) una Banca centrale tende a tagliare i tassi, rendendo più accessibili i prestiti all’economia. Regolando il costo del denaro una banca centrale cerca quindi di regolare la quantità di prestiti elargiti dal sistema finanziario all’economia reale in modo tale da evitare situazioni di frenata o di surriscaldamento dell’economia. Esattamente come si regola la temperatura in un appartamento con un termostato.” Da “ Il Sole 24 Ore”.

È pericoloso allontanarsi dagli Usa. (P. Rosso)

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Nell’articolo che presentiamo (vedi https://geopoliticalfutures.com/dangerous-option-germany), George Friedman con la consueta lucidità analizza sinteticamente le opzioni strategiche a disposizione della Germania in questa fase storica e lancia un chiaro avvertimento a chi vuole sentire: “… allontanarsi dagli USA è sempre possibile, ma pericoloso! …”
Sono certo che i commenti dei nostri lettori fioccheranno, per parte mia rilevo come significativo l’ineluttabilità con cui G.F. rappresenta il processo di progressivo allineamento della Germania con la Russia: un processo che G.F. stesso giudica del tutto razionale dal punto di vista delle imprese – e potremmo aggiungere noi dei lavoratori – tedeschi. E suona ancora più eclatante allora il solo allarme che G.F. riesce a intravedere/suonare per contrastare questo processo: “ …occhio che la Russia ti distrugge un’altra volta …”. Un dejà vu, un po’ logoro: gli americani sono i liberatori/salvatori degli oppressi/ingenui che si buttano fra le zampe dell’orso!

Una considerazione finale: saranno 20 anni che G. La Grassa invita a non credere al concetto corrente di globalizzazione ed ha invece proposto di leggere la fase come termine di un ciclo monocentrico – ad egemonia statunitense, dal dopoguerra a fine anni ‘90- e di inizio di una fase policentrica indirizzata inevitabilmente ad un futuro scontro semplificato “a due” – che non possiamo ora sapere chi saranno. Leggo questa analisi come una conferma del modello lagrassiano, offerta da uno studioso serio ancorché di parte avversa e con interessi opposti a quelli supportati – da sempre – dal blog C&S.

Buona lettura, Piergiorgio Rosso
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La scorsa settimana, una delegazione di dirigenti delle principali imprese tedesche si è incontrata con il presidente russo Vladimir Putin. Delegazioni di questo tipo sono una consuetudine, a volte devono incontrare i leader stranieri. A volte è una routine, a volte una cortesia. Ma a volte, hanno un significato speciale. Nel caso delle relazioni Russia-Germania, hanno sempre un significato speciale.

Relazioni instabili

Ci sono due relazioni che sono centrali per la Germania. La prima è quella con l’Unione Europea, la seconda è quella con gli Stati Uniti. Nessuna delle due relazioni è stabile in questo momento. Brexit, la crisi spagnola, l’aspro confronto tedesco con la Polonia ed i problemi economici dell’Europa meridionale stanno logorando il tessuto dell’Unione Europea. I tedeschi e l’Unione Europea sostengono che nessuno di questi problemi costituisce una minaccia alla salute del blocco e puntano al fatto che, a dieci anni dal 2008, l’Europa sta tornando ad una modesta crescita economica.
I tedeschi, naturalmente, conoscono i pericoli che stanno loro davanti, al contrario di Bruxelles. Molti dei problemi dell’UE sono politici, non economici. La Polonia e la Germania si sono scontrate sulla questione del contrasto fra diritto all’autodeterminazione nazionale e regole dell’UE. Anche Brexit si basava su questo. La Spagna è bloccata in una disputa sulla natura di una nazione e del diritto di una regione a separarsi. E sebbene i problemi dell’Europa meridionale siano economici, ciò non significa affatto che la debole crescita in atto li risolva né che si avvicini una soluzione ai gravi problemi strutturali del continente. Come leader de facto dell’UE, la Germania deve sì mostrarsi ottimista ma fare i conti con un eventuale fallimento.

La relazione tedesca con gli Stati Uniti è almeno altrettanto instabile – e non solo per la personalità del presidente Donald Trump. La situazione strategica ed economica in Europa è cambiata in modo drastico rispetto ai primi anni ’90 – quando l’Unione Sovietica è caduta, la Germania si è riunita e fu siglato l’importante accordo di Maastricht – mentre la struttura della relazione fra USA e Germania non è cambiata affatto. Entrambi sono membri della NATO, ma hanno opinioni radicalmente diverse sulla sua missione e sulla ripartizione delle sue spese. La Germania è la quarta economia mondiale al mondo, ma il suo contributo finanziario alla NATO non lo riflette.

Poi c’è la Russia. La politica americana verso la Russia si è indurita da quando il Partito Democratico ha assunto una posizione fortemente anti-russa dopo le elezioni presidenziali, più dura ancora di quella del Partito Repubblicano che è sempre stato poco accomodante con la Russia. La crisi dell’Ucraina continua a rafforzarsi mentre gli Stati Uniti dispiegano truppe nei Paesi Baltici, in Polonia e in Romania. Ciò ha ampliato le fratture all’interno dell’UE. La Germania non è interessata a una seconda guerra fredda. L’Europa orientale invece crede di esserci già dentro. Gli europei orientali sono sempre più distanti dalla Germania e sempre più allineati invece con gli americani. In un momento in cui i rapporti tedeschi con i principali paesi dell’Europa orientale vengono messi alla prova, la tensione aggiuntiva portata dalla politica americana nella regione, è una minaccia per gli interessi tedeschi. La Germania vuole che il problema della Russia venga meno. Gli Stati Uniti e ai suoi alleati dell’Europa orientale pensano che il modo per farlo venire meno sia attraverso lo scontro.

Un’opzione più pericolosa

La politica estera della Germania è rimasta più o meno la stessa cosa dal 1991 mentre la realtà internazionale è cambiata drasticamente. Questo sta costringendo la Germania a prendere una decisione che non vuole prendere. Ma deve per forza considerare cosa succede se la UE continua a disintegrarsi e se la politica estera della UE continua ad essere diversa dalla propria. Deve considerare cosa succede se gli USA continueranno a plasmare le dinamiche d’Europa in modo tale da costringere la Germania a combattere i nemici degli americani insieme a loro oppure rifiutarsi di farlo. Non si tratta solo della Russia – possiamo vedere la stessa questione sull’Iran [enfasi aggiunta].

La Germania non può esistere senza partner economici stabili. Non è mai stata autosufficiente dal momento in cui si è riunificata. Deve esplorare alternative. L’alternativa più ovvia per la Germania è sempre stata la Russia, attraverso l’alleanza oppure la conquista. La Germania ha bisogno delle materie prime russe. Occorre inoltre che il mercato russo sia più robusto di quanto sia ora. Ma la Russia è incapace di un rapido sviluppo economico senza aiuto esterno e, con il crollo dei prezzi del petrolio, ha bisogno di un rapido sviluppo per stabilizzare la propria economia. La Germania ha bisogno che l’economia russa sia in salute e quello che ha da offrire alla Russia sono: capitale, tecnologia, e capacità direttiva. In cambio, la Russia può offrire materie prime e forza lavoro. Un allineamento con la Russia potrebbe sedimentare l’Europa orientale nell’orbita della Germania. Per il modo in cui stanno andando le cose, e considerate le alternative a disposizione della Germania, l’opzione russa è costosa ma potenzialmente molto redditizia.
Ma la Germania ha un problema con la Russia. Ogni tentativo precedente rispetto all’allineamento o alla conquista è fallito. Costruire l’economia russa per creare un mercato robusto per le merci tedesche potrebbe sicuramente beneficiare entrambe le nazioni ma cambierebbe l’equilibrio di potere in Europa. Ora come ora la Germania è militarmente debole ed economicamente forte. La Russia è moderatamente potente ed economicamente debole. Un allineamento con la Germania potrebbe rafforzare drasticamente l’economia della Russia, e con essa, il suo potere militare. Una volta allontanatasi dagli USA e avendo minimizzato la potenza militare nella penisola europea, la Germania potrebbe trovarsi nella sua antica posizione: vulnerabile alla potenza russa, ma senza alleati per combatterla.[enfasi aggiunta]
Il viaggio dei capi industriali tedeschi in Russia non è un evento nuovo, né rappresenta un significativo cambiamento nella politica tedesca. Ma fa parte di un processo in corso. Mentre la realtà internazionale si sposta da ciò che serve alla Germania, la Germania ha necessità di un altro percorso. A breve termine gli Stati Uniti saranno soggetti ad una recessione economica ciclica. La Cina sta affrontando sfide proprie. Ci sono dunque poche alternative alla Russia e la Russia è storicamente una opzione molto pericolosa per la Germania.

Le ‘Ombre del Passato’ e rischi del presente. di A. Terrenzio

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In un editoriale su Diorama Letterario, dal titolo ‘Le ombre del passato’, il politologo Marco Tarchi ha sviluppato un’interessante e profonda riflessione sulla deriva liberticida dei più recenti lavori parlamentari nel nostro Paese.

Dopo aver analizzato le ragioni storico-politiche dell’uso dell’antifascismo da parte dei media main stream, partendo dai primi successi elettorali di J.M Le Pen e J. Heider, Tarchi elabora delle osservazioni sulle possibili conseguenze che seguirebbero ad una flessione del populismo, soprattutto all’indomani delle recenti delusioni elettorali in Francia ed Austria: ‘Il momentaneo arresto del ciclo ascendente dei movimenti populisti, però, non ha prodotto solo la compiaciuta constatazione del blocco di potere oggi egemone che le scelte fatte hanno pagato. Ha simmetricamente evocato delusioni e frustrazioni nelle frange più radicali della loro base di sostegno, già probabilmente a disagio di fronte allo stile dichiaratamente non violento (se non, a volte, sul piano verbale) di tali movimenti, rendendo probabili scissioni e creazioni di nuovi gruppuscoli estremisti. Già si vedono centinaia di attivisti prendere le distanze dall’“imborghesito” Jobbik, si leggono propositi oltre le righe negli scambi social fra delusi della piega presa dal Front national, si colgono qua e là altri segni di sconforto e compaiono su giornali e siti video e fotografie che ritraggono decine di ragazzi e ragazze in divise e pose paramilitari, inquadrati e schierati, intenti ad esibire in rituali di altra epoca la loro voglia di contestazione del clima culturale e sociale del mondo in cui vivono.

Il danno che queste manifestazioni di infantilismo possono recare, non solo e non tanto ai partiti e movimenti populisti quanto alla già ardua causa del contrasto dell’odierno “spirito del tempo” sul piano metapolitico della penetrazione delle idee nella mentalità collettiva, è potenzialmente enorme. Già in passato, in varie occasioni, la riattivazione strumentale del binomio conflittuale fascismo/antifascismo ha servito gli interessi dei fruitori dello status quo. Ha attizzato guerre per procura, suscitato odi, fatto versare sangue a profitto degli spettatori interessati degli scontri. E ha tenuto in vita la residua capacità di attrazione di quegli ambigui contenitori, svuotati ormai di contenuti in sintonia con le dinamiche del tempo presente, che sono le varie “destre” e la varie “sinistre”. Chi si presta a questo torbido gioco, foss’anche con le intenzioni più pure, e, cedendo al ricatto delle memorie, si presta alla penosa riproposizione sotto forma di farsa di eventi e soggetti che hanno già fatto la loro parte nllea storia in un’epoca di tragedie, è un inconsapevole ma oggettivo complice degli odierni padroni delle coscienze. Gli unici ai quali la guerra tra spettri del passato che si va profilando può apportare sostanziosi utili.’

Il timore di Tarchi quindi è che le condizioni oggettive degenerino e i disillusi dei partiti delle destre radicali, recuperino l’ estetica e la simbologia dei regimi del passato.

Il gran ciarlare delle Boldrini sulla chiusura di Fb per chi esprime idee assimilabili al fascismo  e l’immonda legge Fiano sembrano forzare tale deriva: riesumare l’Ur-Fascismo per polarizzare lo scontro, da un lato aizzando centri sociali antifa’, dall’altro sacche di elettori delusi dalla poca incisività dei movimenti populisti, che esasperati da provvedimenti di psicopolizia boldrianiani, deciderebbero di passare a forme di protesta violente.

In tal modo le categorie svuotate dx/sx ritroverebbero attualità, vanificando la battaglia populista popolo contro élite. In un quadro siffatto, la manovalanza migrante, quando non porterà voti ai partiti di sinistra, potrà comunque tornare utile per alimentare tensioni o a manovre di destabilizzazione.

Il Francia si vedono già i prodromi di tale scenario. Il FN rischia una scissione dopo la débâcle elettorale e Macron è l’ologramma che ha riunito le forze di centro.

Risultato non diverso è emerso in Germania che ha visto il crollo di Angela Merkel e dei socialisti, con l’exploit di AfD, diventata terza forza parlamentare e principale partito di opposizione. A Berlino non sono mancate contestazioni da parte di giovani di sinistra ed immigrati, per l’entrata al Bundenstag del partito di estrema destra.

Probabile banco di prova successivo sarà l’Italia, con Silvio Berlusconi che sarà nuovamente l’ago della bilancia per evitare che una coalizione Lega/5 stelle possa prendere il posto del PD.

L’analisi di Tarchi inoltre, è di interesse, perché’ opposta a quella avanzata da Petrosillo/LaGrassa che vedono nei populismi e nelle varie destre più o meno radicali, delle armi spuntate contro il sistema, inadeguate ad imprimere un significativo cambiamento in Italia e nell’UE.

Secondo loro, l’unica risposta efficace dovrebbe essere quella rivoluzionaria, per via violenta, di modo da spazzare via l’attuale classe dirigente, responsabile del declino e dell’asservimento del  Paese.

E’ interessante notare come Tarchi paventi proprio ciò che i redattori di C&S si vanno augurando.

Laddove ai partiti populisti dovessero far seguito movimenti più decisi ed intransigenti, sarà utile tenere in considerazione le riflessioni di Tarchi. Ricadere nella dicotomia conflittuale fascismo/antifascismo, risvegliando estetica e simbologia dei regimi del 900, è un errore fatale che avrebbe come unico effetto favorire i disegni delle élite dominanti.

Elezioni tedesche, lezioni europee

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Anche nel Paese più prospero d’Europa cresce un certo malcontento. Parliamo della Germania felix degli ultimi anni che, rispetto agli altri membri della zona europea, ha fatto sicuramente meglio in molti settori, anche se non a livelli sorprendenti. Semmai, questi sono tali paragonandoli alla decrescita italiana che i nostri istituti statistici rovesciano in fantomatica ripresina, interpretando i numeri a tutto vantaggio della classe politica.
E’ la sicurezza il problema più sentito dai tedeschi che quanto meglio stanno economicamente tanto più non vogliono essere esposti a rischi inutili, a causa di scelte superficiali del loro governo.
Le scriteriate politiche sull’immigrazione della Merkel non tranquillizzano la società tedesca. Per punire la cancelliera, una parte dell’elettorato, piuttosto emotivamente, si è rivolta all’unico partito che ha saputo cavalcare le sue ansie. Ovviamente, benché l’Afd, si collochi all’estrema destra non ha niente a che vedere con il nazismo, fenomeno politico che deve considerarsi definitivamente esaurito. In Germania come altrove.
Semmai, sventolare lo spauracchio dei fanatismi del passato, preparando il terreno a faziosità ben più pericolose, è funzionale alla lettura consolatrice (o sconsolante) di chi ha perso voti e a quella dei loro corrispondenti europei che proprio non vogliono saperne di cambiare direzione di marcia. Poiché i flussi migratori incontrollati sono il risultato degli interventi americani in alcune aree calde del pianeta, bloccarli significherebbe mettersi contro Washington. L’Europa è succube degli Usa e non è in grado di elaborare politiche all’altezza delle sue potenzialità, in una fase in cui si salva solo chi può o vuole farlo, potenziando lo Stato e i suoi apparati. E’ vero che con Trump alla Casa Bianca dovrebbero verificarsi mutamenti anche nella configurazione delle élite europee, affinché se ne affermino di più ricettive alle parole d’ordine e alle iniziative del nuovo corso americano, ma, attualmente, il Presidente Usa non è riuscito a stabilizzare la sua situazione in Patria e resta ancora sotto attacco del precedente establishment democratico, quello dal quale i drappelli subdominanti europei continuano a prendere ordini. Questo bailamme sta generando attriti in tutta l’area atlantica e di queste contraddizioni bisognerebbe approfittarne, hic et nunc, per iniziare a ragionare con la propria testa fino a sganciarsi da vecchie alleanze ormai deleterie, rompendo gli schemi geopolitici . Di sicuro non è un compito assolvibile dagli attuali governanti europei che sono di una pasta putrefatta e servile, completamente succube all’impero americano.
Bisogna però anche smettere di nutrire speranze nei piccoli partiti che, ogni tanto, riescono a collocarsi nei parlamenti, con agende politiche apparentemente antisistemiche, trascinati dai malumori generali. Sono soggetti troppo deboli politicamente (ed idealisticamente) per rovesciare i destini delle singole nazioni e quelli del Continente. La stessa scelta della via democratica è già un segnale di cedimento. Difatti, solitamente, la spinta rivoluzionaria con la quale questi neofiti conducono la campagna elettorale, infiammando le praterie, si spegne dopo la distribuzione dei seggi e l’ingresso nelle Camere della rappresentanza legislativa. Il sistema democratico ha proprio questa funzione di neutralizzazione delle forze antagonistiche per la protezione dello statu quo, ricorrendo a regole e rituali precisi in cui tutti devono restare invischiati. In Parlamento si entra incendiari e si diventa pompieri. L’AfD ne sta già facendo le spese (in Italia lo abbiamo riscontrato con i grillini che dovevano rivoltare le aule come calzini ed, invece, sono finiti a tessere reti di relazioni per conservare le sedie), da quanto riporta Il Giornale: “La storica ex leader Frauke Petry ha annunciato questa mattina in conferenza stampa che non si unirà al gruppo parlamentare eletto al Bundestag per la formazione populista ed anti-europea. La sua scelta, spiega, è arrivata “dopo una lunga riflessione”, attaccando il copresidente Alexander Gauland, accusato di fare “retorica che gli elettori civili non considerano costruttiva”: il riferimento è alle parole pronunciate da Gauland subito dopo l’annuncio dei primi risultati nella giornata di ieri, quando il leader dell’Afd aveva promesso di “dare la caccia alla Merkel”.” Mi sembra chiaro che, al di là delle dichiarazioni della Petry, dietro ci sia solo l’ennesima lotta per interessi personali, quelli preferiti dai poteri costituiti per corrompere gli individui e i concorrenti, assicurandosi la continuità. Sotto la cenere della storia sta covando qualcosa di grosso ma ancora non si vede (nel senso di avanguardia politica) chi potrà addomesticare il fuoco per bruciacchiare i laidi che ci sgovernano.

NON SI RESTI ALLE PAROLE, SI DEVE CERCARE….., di GLG

gianfranco

Qui

ci sono considerazioni a mio avviso di una certa lucidità; peccato che vengano affermate sempre dai militari andati in pensione. In ogni caso, non mi piacerebbe troppo una presa del potere da parte militare. Diciamo che simili organi statali (come anche la polizia e soprattutto i Servizi) dovrebbero appoggiare una forza politica – oggi inesistente sia chiaro – autenticamente sovranista, ma dotata di particolare attenzione verso forze analoghe che possano presentarsi nel panorama politico di altri paesi europei. Le attuali organizzazioni sedicenti autonomiste fanno ormai ridere, e non solo in Italia, perché non riescono a sviluppare altra politica che quella del piccolo cabotaggio elettorale. Non gliene faccio una particolare colpa, perché nessuno al momento riesce a trovare quel qualcosa che scaldi veramente i cuori di un grossa quota della popolazione e sappia dirigerla verso nuovi e diversi “destini”, che non siano solo odio e bruta violenza come accaduto in passato (malgrado poi alcuni fottuti storici abbiano caricato la dose).

Occorre, in effetti, che in alcuni paesi del nostro continente – non nell’insieme, il che non si verificherà nemmeno dopo secoli – nascano movimenti (organizzati) sicuramente tesi a completamente differenti e più allettanti sorti future; e le sappiano comunicare a masse in possibile “riscaldamento”, dirigendole poi verso obiettivi ben individuati (che oggi appunto mancano). In questi paesi (penso pur sempre a Germania, Italia e Francia come fondamentali), tali movimenti devono unirsi – rendendosi possibilmente amichevoli alcune forze cruciali degli apparati statali – e non commettere l’errore di rendersi avversarie della Russia, alleato di possibile grande rilevanza per gli scopi d’autonomia da conseguire. Perché sia chiaro che oggi, dopo oltre settant’anni di debosciata servitù, il paese da cui ci dobbiamo affrancare con energia sono gli Stati Uniti.

Tuttavia, per raggiungere simile risultato, è necessario passare sul “cadavere” di quella “sinistra”, erede sia dei falsi e solo violenti “ultrarivoluzionari” del ’68 (ma guarderei soprattutto al ’77, fenomeno tipicamente italiano) sia dei “voltagabbana” del Pci, che hanno iniziato il loro passaggio di campo negli anni ’70 (direi già alla fine del decennio precedente), divenendo, dopo il crollo sovietico e la distruzione della “prima Repubblica”, i più disgustosi e vigliacchi sguatteri degli Usa. E’ dunque evidente che l’opera di ripulitura da questa mera parodia chiamata “sinistra” deve iniziare dalle nostre lande, perché è in Italia che si è andata sviluppando in modo più virulento l’infezione. Per di più, sempre nel nostro paese si annidano pure i più lerci “anticomunisti” e finti “liberali”, viscidi e pronti a supportare la parte “centrista” dei laidi “sinistri”. Pulizia prioritaria quindi in Italia, nascita qui di una forza violenta ma razionale. Occorre però trovare una nuova idea-guida, una nuova ventata purificatrice che spinga innanzi, verso una veramente nuova epoca storica.

CHI PARLA DI NAZISMO FINANZIARIO (E DI GERMANIA SFRUTTATRICE D’EUROPA) NON HA CAPITO NIENTE

europa

 

Tutti quelli che continuano a blaterare di dominio tedesco in Europa dovrebbero studiare attentamente l’ultimo numero di Limes, dedicato proprio a questo Paese e ai suoi rapporti con gli Usa. Sono questioni che noi di ConflittieStrategie segnaliamo da anni, sempre inascoltati perché vanno di moda le versioni semplicistiche, alimentate da intellettualucci da strapazzo o da esperti del piffero, sovrabbondanti nei media, che attribuiscono al “nazismo finanziario tedesco” le responsabilità del declino europeo.
I ferventi germanofobi, col tiro al tedesco, coprono le spalle agli Stati Uniti, veri carnefici del Vecchio Continente e di altre aree strategiche. Ma l’errore commesso da questi narratori di sciocchezze un tanto al chilo è doppio. Non solo viene additato, come causa della crisi politica europea, l’egoismo economico di un Paese che, al pari degli altri (e forse anche di più), viene guardato a vista da Washington e sconta pesanti ingerenze nei suoi affari, sino ai livelli più profondi dei suoi apparati di Stato, ma, ancor peggio, costoro individuano nella deriva finanziaria del modello occidentale il fulcro di tutti i mali del mondo. Questo è solo un altro modo per obnubilare i reali rapporti di forza a livello mondiale che discendono dalla supremazia americana in ogni campo. E’ più comodo parlare di mostro senza testa e senza patria, lobbies del denaro semidelinquenziali deterritorializzate, piuttosto che rivelare il nucleo politico-militare da cui si diramano le catene che tengono imprigionati i vari contesti nazionali.
I tedeschi, o meglio i governi berlinesi, hanno il torto di essersi messi a disposizione della Casa Bianca, come dipendenti principali del carrozzone unitario, anziché provare a guidare l’Europa verso la sua indispensabile autonomia. Ma questa sudditanza è caratteristica precipua anche di altri esecutivi che, al contrario della Germania, nemmeno tentano il necessario recupero di sovranità. In Europa esiste unicamente una concorrenza autolesionistica tra servi, per compiacere il padrone d’oltreatlantico, priva di qualsiasi aspirazione indipendentistica.
Di Limes, di cui parlavo poc’anzi, segnalo in particolari gli articoli di Caracciolo, Fabbri, Mini, Mainoldi e l’intervista, sempre di Fabbri, a G. Friedman. Il quadro che ne emerge è ancora quello di una Germania occupata dagli americani, con basi e strutture d’intelligence che vincolano i movimenti e rendono la sua sicurezza strategica dipendente dagli interessi Usa. Gli autori riportano di Generali teutonici che rispondono a Washington prima che ai loro referenti politici e di agenti crucchi direttamente agli ordini dei colleghi americani. Lo ricorda Fabbri: “Come capitato nel 2003, quando il servizio federale di informazioni (Bundesnachrichtendienst, BND) contribuì fattivamente all’invasione dell’Iraq che pure il cancelliere Schröder aveva osteggiato”. Sembra che i tedeschi siano messi persino peggio degli italiani, benché tentino, contrariamente a noi, di sottrarsi a questa stretta dipendenza per definire un proprio orizzonte d’influenza geopolitica. Come afferma Caracciolo: “La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario”. Un simile risultato è ottenibile esclusivamente con un’alleanza europea, capeggiata da Berlino, che guardi finalmente ad est, verso la Russia. Gli americani si sono preparati a questa evenienza. Se la Germania dovesse concretamente smottare verso Mosca hanno pronta la contromossa, o meglio l’atto di guerra. Così descrive Mini il possibile scenario, che parte dagli ultimi eventi, effettivamente accaduti, e si protende verso avvenimenti immaginari ma molto verosimili (forse nel giro di 5-10 anni, con la realtà che supererà la fantasia, e non già nel 2018 come “fantastica” il Generale):

 

“…A partire dal maggio 2017 gli Stati Uniti accelerarono la sostituzione degli ordigni e lo spiegamento di F35 in Europa. Germania e Belgio erano fuori dallo sharing e gli altri paesi non avevano ancora gli F35 a doppia capacità. Francia e Regno Unito si opposero alla condivisione e gli Stati Uniti fecero sapere che ormai la difesa nucleare in Europa poggiava soltanto sulle loro spalle. Tuttavia si ritennero impossibilitati a impiegare le armi nucleari in Europa per i limiti imposti dal Trattato di non-proliferazione. Soltanto lo stato di guerra avrebbe consentito di superare tali limiti e l’amministrazione Trump dichiarò che non era propria intenzione aprire un confitto con la Russia.
Tuttavia, la Nato poteva aggirare anche questo apparente ostacolo e anzi serviva proprio a questo. Secondo l’articolo 5 del Trattato un attacco a un paese membro era considerato un attacco a tutta l’Alleanza. Bastava soltanto che l’attacco ci fosse o, meglio, che lo si credesse per creare lo stato di difesa collettiva e consentire la guerra.
Così le cosiddette esercitazioni Nato in Polonia e nei paesi baltici cominciarono a presentare problemi. Si verificarono due sconfinamenti di aerei americani in Estonia e uno russo in Polonia. La campagna della minaccia russa montò in tutta la Nato e gli Stati Uniti iniziarono a incrementare le proprie forze in Germania. Ci furono alcune proteste locali subito attribuite a formazioni neonaziste o a pacifisti ignoranti. Il Pentagono annunciò il «rafforzamento» dei rapporti di amicizia con la Germania riprendendo le esercitazioni Reforger. Proprio durante il periodo elettorale tedesco (settembre) furono rischierati in Germania 18 mila uomini e altre decine di migliaia erano in afflusso. Fu ricostituito il V corpo d’armata e
la 4 a divisione meccanizzata Usa fu dislocata nell’area di Francoforte sul Meno.
Alle truppe tedesche furono richieste «esercitazioni» nell’area dell’ex Germania orientale al confine con la Polonia che il Trattato di Mosca del 1990 aveva designato come area libera da forze esterne. Poi furono richieste dimostrazioni di forza congiunte con le unità polacche, ceche e slovacche ai confini con l’Ucraina.
In Germania non si capì subito la situazione che si stava determinando. Soltanto verso l’ottobre 2017 i tedeschi si resero conto che mentre le unità statunitensi affluivano in Germania e non si spostavano né in Polonia né nei Paesi baltici, quelle poche tedesche sotto comando nazionale e relativamente efficienti erano all’estero. Montarono ovviamente le proteste popolari in tutta la Germania. La cancelliera Merkel appena rieletta si rivolse alla Nato e il segretario generale Stoltenberg la rassicurò sulle intenzioni americane: se le unità affluite di recente (che ormai avevano fatto aumentare le forze americane a 120 mila uomini solo in Germania) non raggiungevano prontamente le zone di rischieramento previste in
Polonia e nelle repubbliche baltiche era a causa della «limitata capacità di trasporto tedesca». Stoltenberg invitò la Germania a incrementare i trasporti, ma allo stesso tempo scoraggiò il richiamo in patria delle forze tedesche. La tensione in Europa, disse, era molto alta e le fonti d’intelligence americane avevano individuato movimenti di truppe russe ai confini con la Bielorussia. La cancelliera, per nulla rassicurata, tentò un approccio diretto con gli americani e volò a Washington. Il 12 dicembre 2017 incontrò Trump e la dichiarazione congiunta fu di preoccupazione ma di rinnovo della grande intesa fra i due paesi. Tornata in patria, la cancelliera fu accolta da un parlamento freddissimo e da una piazza popolare incandescente. Le dimostrazioni in Germania contro i movimenti di truppe ai confini ucraini erano diventate violente e a esse si erano unite le analoghe dimostrazioni in Slovacchia e nella Repubblica Ceca.
La Russia sembrava inattiva, ma i comandanti delle Forze armate e lo stesso Putin alimentarono una campagna di propaganda antiamericana e denunciarono le ormai palesi e quotidiane violazioni del Trattato di Mosca. La delegazione russa alla Nato rientrò in patria rilasciando un comunicato di fuoco che denunciava il «piano efferato americano che per non coinvolgere il proprio continente in un confronto nucleare diretto sta costringendo i singoli paesi della Nato e in particolare Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e la stessa Germania a creare le condizioni di guerra con la Russia in modo da far scattare l’articolo 5 del Trattato Nato e l’annullamento del Trattato di non-proliferazione nucleare». Quest’ultima osservazione riacutizzò il dilemma nucleare tedesco facendo spostare l’attenzione dei parlamentari tedeschi e delle opposizioni di piazza sui siti di stoccaggio di ordigni nucleari in tutta Europa.
La Germania si trovava completamente dipendente dall’ombrello nucleare americano e nel contempo ospitava sul proprio territorio il maggior numero di militari americani al mondo. Tutto questo la qualificava come l’obiettivo più probabile di un attacco preventivo russo in Europa. Per evitarlo, in parlamento fu
avanzata l’ipotesi di uscire dalla Nato. Questa eventualità fu subito accolta dagli Stati Uniti come un affronto e dalla Nato come un tradimento. La popolazione tedesca la considerò invece come l’unica via d’uscita da una situazione di triplo ricatto: dalla minaccia russa, dalla morsa americana e dalla strategia della Nato ormai controllata dagli Stati antirussi e antieuropei. La base di Ramstein e il sito di Büchel furono circondati da dimostranti contrastati duramente sia dalle forze di polizia tedesca sia poi, in un caso di penetrazione, dai militari americani. Dimostrazioni analoghe si svolsero in Belgio con una pericolosa intrusione nel sito di Kleine Brogel. Altre dimostrazioni si ebbero in Italia, a Ghedi e in Sicilia. Gli Stati
Uniti e i vertici della Nato denunciarono la minaccia alla sicurezza dei loro siti e richiamarono la Germania al rispetto degli accordi bilaterali e dei trattati internazionali. L’amministrazione Usa aggiunse il solito aut aut trumpiano: «O ci pensate voi o ci pensiamo noi». L’effetto su tutto il governo e sulla popolazione fu esatta-
mente l’opposto di quello sperato. I tedeschi si convinsero che l’uscita dalla Nato era l’unica soluzione. E alla fine di febbraio 2018, la proposta fu presentata in Consiglio atlantico con l’invito agli altri paesi membri di seguirla.
Fu allora che iniziò una drammatica serie di attentati alle strutture e alle forze americane in Germania. A Berlino saltò un pub frequentato dai soldati americani. A Francoforte fu distrutto un convoglio ferroviario con materiali americani. Ad Amburgo s’incendiò un cargo di contractors. Nelle dimostrazioni di piazza aumentarono le presenze di gruppi neonazisti. Le emittenti radiotelevisive statunitensi in Germania attribuirono la responsabilità degli episodi a infiltrazioni russe e Washington accusò il governo tedesco di collusione. Le indagini della polizia tedesca sugli episodi violenti ormai diventati giornalieri portarono invece a individuare responsabilità degli stessi americani e di strutture tedesche a essi collegate. La popolazione era frastornata e la politica sospettosa. La cancelliera Merkel rivelò al parlamento che il rapporto FWD aveva in effetti messo in evidenza l’eventualità di una operazione statunitense in Germania e nella Nato del tipo Northwood, proposta dai militari nel 1962 per giustifcare la guerra e l’occupazione di Cuba. In particolare, l’operazione in Germania avrebbe dovuto comprendere sia attività terroristiche sia azioni coperte false fag contro le forze americane da attribuire alla Russia e alla Germania. La Northwood fu rigettata da un presidente cauto e lungimirante come Kennedy, disse la cancelliera, «oggi la leadership militare ha assunto atteggiamenti identici a quelli del 1962 ma l’America non ha un
presidente cauto o lungimirante». In una drammatica seduta del parlamento tedesco, l’8 maggio 2018 (anniversario della resa incondizionata delle Forze armate del Terzo Reich nel 1945), la cancelliera parafrasò parti del discorso di Hitler al Reichstag dell’11 dicembre 1941. Elencò tutti gli episodi di violazione americane, le provocazioni e l’arroganza nella considerazione delle esigenze di sicurezza della Germania e dell’intera Europa. Denunciò la connivenza di paesi cosiddetti alleati nelle provocazioni. Elencò tutte le iniziative tedesche per la costruzione europea e per la formazione di un esercito europeo. Enumerò costi e sacrifici tedeschi nel mantenimento delle forze alleate sul proprio territorio «anche quando la minaccia sovietica era scomparsa, credendo che ciò dovesse essere un contributo volontario e cosciente di un paese sovrano e non il debito permanente di una nazione debellata e sottomessa». Fra i continui applausi dei parlamentari, la cancelliera concluse con la frase che sarebbe diventata famosa e che avrebbe
procurato reazioni drammatiche da parte americana, ma che avrebbe unito il popolo tedesco sotto una nuova idea di sovranità, indipendenza e coscienza umana:
«L’11 dicembre 1941 un elenco di violazioni americane nei confronti della Germania portò alla formale dichiarazione di guerra del Terzo Reich agli Stati Uniti d’America. L’elenco di violazioni americane e dei contributi tedeschi alla sicurezza europea di oggi inducono invece a una formale dichiarazione di pace. Costi quel che costi, la Germania non si presterà alla guerra e cercherà più che mai la pace in Europa invitando gli altri paesi del continente a considerare che la pace non può provenire né dalla Russia né dalla Nato né dagli Stati Uniti di oggi». Com’era prevedibile la «dichiarazione di pace» fu presa per una dichiarazione di guerra e la Germania fu accusata di essersi proposta come leader di una nuova identità europea. Nessuno Stato europeo raccolse l’appello. Dopo due giorni di imbarazzati commenti e di veementi accuse da parte degli americani, la Germania richiamò in patria le truppe schierate in Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia. Alcuni
generali tedeschi si dissero preoccupati di queste decisioni, ma furono subito dimissionati. L’elenco dei generali che per decenni avevano anteposto gli interessi americani a quelli tedeschi comparve su tutti i giornali.
Domenica 13 maggio 2018 un sommergibile russo in emersione davanti a Kaliningrad fu colpito da raffiche di cannone a cinque canne da 25 mm sparate da una coppia di F35 statunitensi e costretto all’immersione. I velivoli stealth (invisibili) erano sfuggiti ai radar del sommergibile e della difesa aerea russa e presi dall’entusiasmo si diressero verso la base navale sede del comando della Flotta russa del Baltico. Anche questa volta sfuggirono ai radar dei sistemi automatizzati contraerei, ma non sfuggirono agli occhi degli addetti alle vecchie postazioni contraeree che, al secondo beffardo passaggio, ne abbatterono uno. Gli americani s’indignarono, chiesero spiegazioni e fu loro risposto che siccome erano invisibili «non li avevano visti». Il Pentagono non colse l’ironia e il giorno dopo rispose con una salva di missili sulla base lanciati da un sommergibile nucleare schierato nel Baltico. La Russia avvertì la Lituania che una colonna di rinforzi diretti a Kaliningrad ne avrebbe attraversato il territorio. La Nato indusse la Lituania a negare il transito. Le truppe russe ignorarono il divieto e le colonne corazzate passarono lentamente per un paio di giorni protette da nugoli di elicotteri e cacciabombardieri che, a causa della lentezza dei convogli, così dissero, «dovevano» compiere lunghi giri su Vilnius. Sulla tangenziale sud della città i russi dislocarono distaccamenti di forze speciali ufficialmente per «dirigere il traffico». Tanto bastò per far tornare la memoria ai lituani. Il comando Nato Force Integration Units di Vilnius, creato per facilitare l’accesso di truppe Nato in Lituania, si mise in licenza.
Intanto in Germania le basi militari e gli accasermamenti delle forze americane e inglesi furono posti sotto sorveglianza dalla polizia tedesca per «proteggerli da attentati», ossia per controllarli. Le comunicazioni militari Usa furono sottoposte a radiodisturbi e il governo federale dichiarò la mobilitazione di 100 mila riservisti in tutto il paese. La misura non fu contestata da nessun tedesco, nemmeno dai pacifisti, che anzi svolsero un ruolo di fiancheggiamento della politica governativa creando presidi permanenti attorno a tutte le principali basi americane e inglesi.
Gli Stati Uniti s’irrigidirono ulteriormente, ma persero completamente la testa quando il Regno Unito annunciò l’anticipo alla fine di luglio del ritiro delle proprie forze dalla Germania previsto per il 2019. Le truppe americane assunsero il controllo di Berlino. I comandi militari tedeschi furono tagliati fuori da qualsiasi comunicazione. Nei principali Länder del Centro-Nord s’insediarono commissioni di controllo della sicurezza americane. Droni e pattugliatori aerei ed elicotteri iniziarono un servizio di sorveglianza continuo su molte città. I porti di Amburgo, Brema e Lubecca furono bloccati al traffico commerciale. Il comando navale di Rostock fu oscurato da attacchi di hacker e jammer satellitari. Le basi navali di Wilhelmshaven e Kiel furono bloccate e tutte le componenti tedesche destinate al supporto della fotta in Olanda, negli Stati Uniti e in altri Stati furono dichiarate «sospese» dai rispettivi paesi. Negli ultimi giorni di settembre, la mobilitazione militare e popolare in Germania crebbe ulteriormente trovando il sostegno anche esterno nei paesi nordici, nella stessa Francia e perfino in Gran Bretagna. I tedeschi non si rassegnavano e i maggiori partiti, oltre a decine di altre formazioni, sostennero la formazione di un movimento di resistenza nazionale.
Oggi 3 ottobre, anniversario della riunificazione del 1990 e festa nazionale mai veramente sentita dai tedeschi, la Nato è a pezzi, ma la presa statunitense non si è allentata. La Germania è definita il nuovo impero del Male e viene accusata di essere in combutta con la Russia. Di fatto, la Germania è di nuovo sotto occupazione militare. A Berlino dalle finestre del Marriott in ogni direzione da IngeBeisheim-Platz si vedono mezzi e velivoli militari di presidio e di pattuglia. Il traffco è inesistente, la gente non esce dalle case, come se sapesse cosa sta per succedere. La filodiffusione dell’albergo trasmette un valzer lento, un po’ triste.
L’incubo del decennio 1945-55 è tornato e, come allora, la Germania è sola. La differenza è che si trova in queste condizioni alla vigilia e non alla fine di una guerra devastante che comunque la vedrà come prima vittima dello scontro che si sta facendo sempre più globale, totale, finale. La Germania ha solo una conso-
lazione: in questa occasione ha trovato la vera unità e sovranità che le avevano fatto credere di avere acquisito nel 1990. Una consolazione importante anche per l’esempio di dignità dato al resto dell’Europa, ma piuttosto magra, perché forse domani la Germania, l’Europa e il mondo non ci saranno più. A meno che…”

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