LA POLITICA (STRATEGIE PER IL CONFLITTO) AL CENTRO, di GLG

gianfranco

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PRIMA PARTE (e approccio al problema)

Tra un bel po’ di materiale in merito all’argomento che tratteròin questa prima parte, ho trascelto due scritti (di fonti diverse) che ritengo utile leggere. In ogni caso, svilupperò le mie considerazioni in merito al rapporto esistente tra nemici anche nel momento del loro scontro acuto (e talvolta definitivo). Gli articoli, scelti per esemplificare il problema, riguardano la seconda guerra mondiale e si rifanno soprattutto ai rapporti tra organizzazioni economiche (in particolare grandi imprese) di Usa e Germania in contatto piuttosto stretto fra loro. E’ però chiaro che i rapporti tra nemici, nello scontro decisivo per la vittoria di uno sull’altro, non sono solo quelli economici e riguardano tutto quanto sempreavviene in tale evenienza, in ogni epoca della storia umana. In effetti, l’interpretazione più banale di tale fatto è la volontà diuomini e gruppi del settore produttivo di perseguire il proprio profitto, fregandosene altamente degli interessi in gioco per il proprio paese. Allora, tale fenomeno sarebbe caratteristico soprattutto dell’epoca capitalistica e i capitalisti sarebbero individui immorali solo concentrati sui propri guadagni personali.

Anche se fosse così, si tratterebbe comunque di un fenomeno che induce a considerazioni un po’ più complesse di quelle dettate dalle convinzioni elementari di certi movimenti anticapitalisti. In effetti verrebbe in evidenza che il vero “internazionalismo” non è quello delle classi dominate (“proletari di tutto il mondo unitevi”) bensì riguarderebbe proprio la classe antagonistica (la “borghesia”) rispetto a quella dominata e sfruttata (la classe operaia), la quale generalmente non ha mai saputo opporsi allo scontro tra paesi capitalistici ed è sempre stata portata in guerracon l’inconsistente opposizione di deboli gruppi politici (rappresentanti ristrette parti della popolazione), facilmente messia tacere e spesso spazzati via. In realtà, la situazione è piuttosto differente.

Da sempre, in ogni epoca della storia umana, arriva il momento in cui si giunge all’urto aperto e definitivo tra gruppi al potere in certe aree territoriali, dove abitano consistenti insiemi umani unitiin dati sistemi di rapporti sociali di vario tipo e controllati in varia guisa da detti gruppi. Tali insiemi (divisi verticalmente in strati e orizzontalmente in più comparti) sono in genere almeno per quanto riguarda la loro parte attiva nelle dinamiche politiche deidiversi paesi (o aree) d’insediamento interessati a seguire i gruppi di potere in questione nel momento del loro acuto conflitto; salvo quando arriva la sconfitta di uno di questi, che dissolve a volte l’interesse dei subordinati al perdente e la frequente emersione fra essi di chi tenta di riorganizzarsi, a volte (non raramente) piegandosi al vincitore.

I gruppi predominanti in dati paesi o zone da essi controllati non possono non arrivare infine allo scontro per affermare la loro supremazia su aree ancora più estese. Non esiste se non nell’ipocrisia dei dominanti in epoche in cui vi è un certo equilibrio di forze tra gruppi di potere nelle varie zone alcuna possibilità di vera pace e di proficuo rapporto tra essi. In realtà, lo ripeto, la pace è solo un periodo di conflitti più sordi, non affidatiallo scontro armato tra i contendenti (se non in certe aree limitate)poiché si ammettono ancora margini di mediazione e di possibilità di reciproca convivenza, salvaguardando i propri principaliinteressi con accettati margini di soddisfazione per i contendenti.

Ad un certo punto si apre senza più rimedio il conflitto aperto, una bella guerra. Questo però richiede che, nella fase (spesso lunga) che la precede, vengano maturando le condizioni per una “alleanza” tra più contendenti, che devono alla fine costituire due blocchi relativamente uniti fra i quali può allora iniziare l’urto definitivo. Ogni “alleanza” ha sempre all’interno delle “disunioni”, che tuttavia si presentano del tutto minori e consentono lo scontro tra due nemici irriducibili e decisi a prevalere l’uno sull’altro.

Ebbene, arrivati a questo punto, nel mentre le “truppe” (in senso molto generale) dei contendenti si scontrano “sul terreno” (sempre detto in generale), vengono mantenuti canali vari di contatto tra di essi. Canali che poi ovviamente vengono allo scoperto quando una delle due “alleanze” tende a prevalere e quindi iniziano le trattative per la resa degli uni e la vittoria degli altri. Fino a quel momento, i contatti sono magari ridotti al minimo (ma non troppo) e sono tenuti rigorosamente segreti. E quasi sempre lo rimangono anche dopo la fine dello scontro acuto e senza quartiere (gli storici sono assai “inefficienti” a tal proposito; e sembrano pagati per esserlo).

Sempre per rifarsi alla seconda guerra mondiale, nulla conosciamo – e gli storici “contemporanei”, veri falsificatori del ramo che coltivano, non ricercano come appena detto un bel nulla e alterano anche quanto si può ragionevolmente supporre – dei rapporti intrattenuti tra Germania (in fase di supremazia nei primi anni) e Inghilterra (in fase di incombente sconfitta). Ci si è raccontata l’invereconda “storiella”, secondo cui la vittoria aerea della Raf sulla Lutwaffe nei cieli della Manica avrebbe salvato l’Inghilterra dalla definitiva “botta”, ormai sull’orlo della realizzazione. Il viaggio di Rudolf Hess in Inghilterra è stato completamente alterato nelle sue finalità; costui è stato arrestato,detenuto e poi condannato alla fine della guerra all’ergastolo. Nel 1987, a 93 anni, venne graziato e subito prima di uscire dal carcere muore; ufficialmente per suicidio, ma con il sospetto che sia stato invece ucciso in vista della scarcerazione poiché poteva magari dire cose “non gradite” sui motivi reali del suo viaggio in Inghilterra.

L’intelligenza, certo un po’ “sospettosa”, suggerisce accordi – quali e come fossero concretamente configurati è difficile supporlo nei particolari – che hanno fatto scegliere alla Germanial’attesa per la soluzione finale della guerra sul fronte occidentalein modo da potersi dedicare all’aggressione dell’Urss con la convinzione, rivelatasi erratissima, di disfarla in poco tempo. Tuttavia – e anche questo resta non detto – la resistenza vittoriosa di quel paese ha lasciato di stucco la dirigenza inglese e anche quella statunitense. Erano tutti convintissimi che l’Urss si sarebbe dissolta in poco tempo; vi è stato un netto mutamento della storia con quella vittoria e la sconfitta della Germania, logoratasi nell’impresa ritenuta di grande facilità. Aggiungiamo, come questione minore, che anche il carteggio tra Churchill e Mussolini – sequestrato a Dongo durante la cattura del Duce, seguita dalla sua fucilazione – non si è trovato; è assai facile supporre che lo stesso CLN abbia deciso di riconsegnarlo agli inglesi. E pure quello conteneva senz’altro molte “notiziole” interessanti e che farebbero valutare lo scontro tra potenze in quella guerra con occhi parzialmente diversi.

In ogni caso, è solo ex post, quando i giochi si sono conclusi, che tutti si dedicano a descrivere il conflitto come sfida all’ultimo sangue (sul tipo dei western americani), con l’irriducibile volontà di vincere o morire. In realtà, durante lo scontro, si mantengono aperti vari canali di comunicazione per appurare le varie possibilità di risoluzione in base all’andamento della guerra lungo tutto il suo corso. Poi, quando uno dei contendenti prevale, sembra che i nemici siano stati permanentemente senza alcun contatto né possibile mediazione fra loro. Bisogna invece mettersi in testa che sempre – e dunque anche nell’epoca capitalistica, in cui la prepotente entrata in gioco della sfera economica (produttiva e finanziaria) ottunde la mente dei sedicenti studiosi e pensatori – la POLITICA, nel suo pregnante significato di strategie per la vittoria in un conflitto, prevale su tutto il resto, è quella che detta le regole per la conquista della supremazia di date potenze su altre. Non è il profitto a guidare le azioni “supreme” che imprimono un dato carattere ad una determinata fase storica; è la POLITICA nel senso appena detto.

Logico quindi che imprese americane e tedesche  (non certo quelle piccole, che tanto sono amate oggi dai “sismondiani di ritorno”) tenessero i contatti anche durante un conflitto delle proporzioni e violenza della “seconda guerra mondiale”. Esse davano ovviamente per scontato che quest’ultima stava sconvolgendo il quadro del cosiddetto “mercato mondiale”. Occorrevano quindi molte capacità inventive, ma anche di mediazione e compromesso, nel direzionare lo svolgimento dei processi produttivi e di smercio. Non si dovevano però perdere del tutto i vantaggi conquistatati con la collaborazione e intreccio in merito ad innovazioni produttive e tecnologiche e almantenimento di dati canali di vendita malgrado le difficoltà insorte con uno scontro di quella portata e violenza. E restavano in attesa di vedere quale dei contendenti sarebbe risultato vincente e quale perdente per indubbiamente poi modificare l’ordine della prevalenza all’interno di quell’interrelazione di interessi.

Di conseguenza, simili intrecci tra nemici – sul piano economico come anche in altre sfere e apparati – mostrano come nel conflitto, quando si fa aperto e irriducibile, diventa centrale il gioco delle strategie per vincere il confronto e assumere la supremazia rispetto all’avversario. Tutto il resto è continuo arrangiamento tra gli avversari per mantenere aperti più canali di comunicazione, indispensabili anche nello scontro più violento e senza quartiere che ad un certo punto viene affrontato da essi. I centri strategici del conflitto se ne stanno ben nascosti e conducono giochi di cui la stragrande maggioranza delle popolazioni, in sofferenza per la guerra aperta, deve restare ignara, pena lo scoprire le proprie carte migliori nella tensione a prevalere sul nemico. Quindi, come ribadiremo più avanti nella seconda parte, la POLITICA, nel suo significato più pregnante, riguarda appunto le strategie da mettere in opera per vincere. Essa permea l’intera struttura interrelazionale dei rapporti sociali: economici (nella sfera produttiva e finanziaria), ideologico-culturali, oltre a quelli detti più comunemente politici relativi allo Stato, partiti, associazione e lobbies varie e via dicendo. Insisteremo sul punto.

       

L’Italia, un futuro come “media potenza” di A. Terrenzio

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Nel precendente articolo, avevamo accennato alla necessita’ di una ripresa del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo e di maggior peso nell’area “euro/atlantica”.

L’Unione Europea, il medio oriente e il nord-Africa, sono i poli principali dove la nostra politica estera deve tornare ad evere un ruolo assertivo.

L’UE in particolare, vive un periodo storico di estrema debolezza: la crescita esponenziale dei partiti euroscettici a causa delle dissennate politiche migratorie, la rigidita’ economica e burocratica delle sue Istituzioni, ne hanno fortemente indebolito la struttura. Il Brexit e’ stata la prima importante conseguenza della crisi dell’impianto europeo.

L’Italia, quale paese fondatore dell’UE e sempre presente nei tavoli internazionali, G7 e Oraganizzazione delle Nazioni Unite, ha progressivamente perso peso strategico ed economico, man mano che l’unipolarismo statunitense andava estendendo la sua egemonia a tutto il globo.

Il disastro libico del 2011 e’ stato l’evento geopolitico che ha maggiormente destabilizzato il nostro Paese.

L’incontro avvenuto recentemente tra Emmanuel Macron e Angela Merkel sulla risoluzione della questione migratoria e del contenimento dei populismi euroscettici, dimostra la volonta’ dei due capi di Stato di assumere la leadership della “governance” comunitaria.

Un asse franco-tedesco e’ quanto di peggio possa accadere per il nostro Paese. La Francia e’ la potenza militare principale del continente e fa dell’ “hard power” il maggiore strumento della sua politica estera. Rappresenta da sempre il nostro nemico storico insieme agli inglesi nel Mediterraneo e nel MO.

Negli ultimi tempi la politica estera francese ha assunto lineamenti particolarmente aggressivi, culminanti nella distruzione della Libia e nella destabilizzazione del nostro Paese.

La Francia di Macron non ha esitato a seguire sulla linea di Sarkozy. Sul piano commerciale ha ostacolato Finmeccanica, ponendo un veto sull’acquisizione dei cantieri navali STX. Per non citare un accordo scellerato firmato dal governo Gentiloni nella cessione di acque territoriali italiane, sventato all’ultimo momento. Ed ultimo, la violazione del territorio nazionale da parte della gendarmeria francese. In piu’ vanno ricordate le “scalate” ad infrastrutture strategiche per le comunicazioni televisive e telefoniche contro Mediaset e Telecom. Oltre al disastro libico, Macron ha cercato di trascinarci nel conflitto siriano contro Assad e in Niger sono presenti nostre truppe a sostegno degli interessi francesi in Africa.

Il breve accenno a tali questioni, rende evidente quanto sia ostile il ruolo svolto dalla Francia.

La Germania invece rappresenta un gigante industriale e finanziario (“soft power”), usa i parametri di Maastricht, i vincoli del deficit di bilancio e il debito pubblico, per ricattare il nostro Paese. Impone tagli strutturali che stanno cannibalizzando la nostra economia.

La moneta unica poi, è stata un mannaia che ha distrutto il potere di acquisto degli italiani, ha eroso la nostra competivita’ sui mercati esteri e ci ha deprivato della nostra sovranità monetaria.

Con la nomina del nuovo capo della BCE Weidemann, diretto emissario della Deutche Bank si porra’ probabilmente fine al “paracadute” attuato da Draghi, con prevedibile rialzo dei tassi di interesse sui Bond Italiani. A Berlino gia’ prefigurano un eventuale scenario di uscita dall’area euro dei cosiddetti “paesi cicala”. Ovviamente tale processo di sganciamento dall’area Euro, avverrebbe in maniera controllata, in tutto l’interesse della Germania e senza compromettere la tenuta dell’UE. Saremmo infatti costretti a ripagare in Euro I debiti contratti, e non in valuta nazionale.

Uno scenario da incubo quello che si prospetta da una eventuale uscita dalla moneta unica che leader come Salvini dovrebbero valutare attentatamene, prima di minacciare l’uscita dall’Euro.

Dopo questa breve disamina, appare chiaro che Francia e Germania sono i nostri due principali “nemici” sul piano continentale.

E veniamo al tema premesso dal titolo dell’articolo: è possibile pensare all’Italia come “media potenza”?

Il momento di debolezza politica del nostro Paese e di subordinazione della nostra classe sub-politica, rendono il quadro assai preoccupante. In piu’ da oltre due mesi, complice una legge elettorale che non permette la formazione di un governo, la penisola versa in uno stato di ingovernabilità. Il futuro prossimo non lascia presagire un cambio di direzione al nostro declino.

Tuttavia abbiamo il dovere di indicare delle linee guida che possano tracciare una via di uscita e di rilancio per il nostro Paese.

Il rapporto con UE e Nato.

Assumendo un approccio realistico, non possiamo pensare di uscire dall’area Euro senza conseguenze che potrebbero essere nefaste. Un’uscita dalla moneta unica potrebbe si potenzialmente rilanciare la nostra competitività sui mercati esteri, ma se cio’ avvenisse, la comunità finanziaria non esiterebbe a massacrarci peggio di come accaduto alla Grecia.

Inoltre saremmo costretti a ripagare un debito pubblico già di per se enorme, con una valuta piu’ debole. Senza contare che il nostro paese e’ carente di materie prime. Piu’ verosimile cercare una strategia “riformista” dell’Impianto UE. Chiedere una riformulazione dei trattati, ottenere maggiore flessibilità per permettere il rilancio della nostra economia e dell’occupazione.

Altro tema centrale da discutere in sede europea, e’ la questione dei migranti. Dobbiamo pretendere delle risposte e degli aiuti concreti da parte dei nostri “partner” europei, che fino ad adesso hanno scaricato sulla Penisola tutte le problematiche relative agli sbarchi.

Legato a doppio filo al nostro rapporto con l’Europa c’è il nostro ruolo nell’alleanza atlantica.

Come nel primo caso, è inutile farsi illusioni su una nostra fuoriuscita dalla Nato, almeno in un futuro prossimo. Ma il tema deve diventare un elemento centrale per aggregare forze anti egemoniche. Occorre iniziare a mettere in discussione il dominio statunitense rifiutando di essere coinvolti nelle loro operazioni di conflitto o “peace keeping”. Solo in Europa, si pensi ai contingenti dispiegati in Lettonia ed Estonia, in prossimità della Russia, dove non abbiamo nessun interesse alla partecipazione di azioni ostili nei confronti di un nostro importantissimo partner strategico.

Dovremmo mostrare contrarietà alle sanzioni che hanno creato ingenti danni alle nostre aziende che esportano in Russia. L’Italia ha già pagato abbastanza per la soppressione del gasdotto “South Stream”.

L’Italia ed il Mediterraneo.

E qui’ che l’azione del nostro Paese deve ritornare protagonista per vocazione storica e geografica.

Se proprio non possiamo uscire da un’alleanza che non ci offre piu’ vantaggi, dobbiamo almeno cercare di riguadagnare spazio in una regione vitale per i nostri interessi. E in questo teatro regionale che potremmo attuare delle politiche di “aggiramento” del dominio atlantico.

Possediamo ancora comparti strategici ad alta tecnologia invidiatici da mezzo mondo. Eni e Finmeccanica, sono le nostre due punte di diamante ancora in grado di fare la differenza e garantirci un ruolo di primo piano nell’arena internazionale. Grazie soprattutto a questi due gioielli nazionali, siamo ancora i primi partner commerciali di paesi come l’Iran, la Siria, tra i principali nel nord/Africa e di diversi paesi dell’Asia.

Il quadro geopolitico attuale volge verso un “arretramento” progressivo della superpotenza americana. Anche se gli USA sembrano perdere posizioni in diversi angoli del pianeta (vedi in MO con la sconfitta in Siria), mantengono saldo il controllo sul vecchio continente. Tuttavia potenze come Francia e Germania non rinunciano ad una “semi-autonomia” che si dispiega, come si e’ visto, soprattutto ai nostri danni.

Della relativa debolezza che sta attraversando la superpotenza americana, complici gli attriti tra “Deep State” e dirigenza Trump, sembrano approfittarne diversi players regionali. E’ il caso della Turchia di Erdogan, che pur essendo uno dei tasselli piu’ importanti della Nato, si permette “giravolte geopolitiche” e cambi di strategia militare come in Siria.

In tale quadro, l’Italia potrebbe ritornare ad assumere quel ruolo di “media potenza” che l’ha vista protagonista durante la I Repubblica.

Per fare ciò dobbiamo assolutamente tornare ad avere un voce autorevole nelle relazioni internazionali.

Se vogliamo uscire dal ruolo di “sub-vassallaggio” al quale ci ha ridotto quest’UE a trazione atlantica, complice il declino di una classe politica tra le più servili di sempre, dobbiamo assolutamente prepararci a questa nuova fase.

Un “nazionalismo economico” dai risvolti anche militari, sta tornando prepotentemente in auge, sintomo di quella transizione al multipolarismo che abbiamo piu’ volte sottolineato.

Un recupero di una politica sovranista e di interesse nazionale risultano imprescindibili. L’azione propulsiva dei nostri “asset strategici”, dovra’ necessariamente trovare un supporto delle nostre forze militari, che dovranno svolgere il ruolo di “braccio armato” dei comparti suddetti.

Ma per realizzare cio’, bisogna innanzitutto dotarsi di una élite dirigente consapevole delle sfide che ci attendono. Da questa Unione europea non potremo aspettarci nulla di positivo ed il declino dell’unipolarismo americano, da opportunità, potrebbe aprire scenari addirittura peggiori di quelli attuali. Francia e Germania, sono pronte a spolparci vivi e a danzare sul nostro cadavere.

North Stream2: il conflitto si sposta dentro la UE – di Piergiorgio Rosso

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A che punto è la costruzione del nuovo gasdotto Russia-Germania nel Baltico (North Stream-2 o NS2)? Ottenute quasi tutte le autorizzazioni di transito e ambientali – mancano quelle di Svezia e Danimarca – sembrerebbe dover avere la strada in discesa e poter mantenere l’obiettivo di primo avviamento fissato al 2019. Difficile del resto pensare diversamente considerato che il percorso del NS2 segue quello del NS1 che opera da diversi anni a pieno regime.

Anche i pareri espressi alla fine del 2017 dall’ufficio legale del Consiglio d’Europa sono risultati promettenti, nella misura in cui hanno chiarito che la direttiva UE denominata Terzo Pacchetto Energia (TEP) non si applica ai gasdotti che connettono uno Stato membro ad uno Stato terzo. L’NS2 sarebbe dunque in particolare esentato sia dall’obbligo della separazione fra proprietà dell’infrastruttura e proprietà del gas naturale trasmesso, che dall’obbligo di garantire l’accesso alla infrastruttura a terzi con tariffe eque e concorrenziali. Obbligo, quest’ultimo che cozzerebbe con lo stato di monopolista che Gazprom detiene all’esportazione del gas naturale russo.

Dunque nulla osta?

Proprio per niente: il Consiglio dell’UE è stato recentemente chiamato a discutere una proposta di emendamento alla Direttiva TEP avanzata dalla Commissione, proprio per includervi i gasdotti extra-UE. Emendamento già approvato dal Parlamento UE con osservazioni aggiuntive. Una vera e propria legge ad gasductum con la conseguenza però di applicarsi a tutti i gasdotti internazionali con implicazioni serie di compatibilità con le leggi internazionali che regolano la materia e per i rapporti istituzionali fra Stati membri e UE.

Nel caso di gasdotti sottomarini, il transito nelle Zone Economiche Esclusive (EEZ) degli Stati – distinte dalle acque territoriali – è regolato da una Convenzione delle Nazioni Unite (UNCLOS) che garantisce i diritto di transito a certe condizioni di sicurezza ed ambientali.

L’ufficio legale del Consiglio d’Europa ha dichiarato in data 1.3.2018 che tale estensione di applicabilità della Direttiva TEP contrasterebbe il diritto internazionale negli art. 56 e 58 dell’UNCLOS. Ora è la politica che deve decidere.

Che gli Stati membri dell’UE abbiano un crescente fabbisogno di gas naturale è certo, una volta deciso di uscire gradualmente dal nucleare e dal carbone per la produzione di elettricità. Che questo gas naturale debba essere importato, è altrettanto ovvio dato che la produzione interna, già insufficiente, cala costantemente. Che esso venga per circa il 40% dalla Federazione Russa, beh questo non sta bene né agli Stati russofobi del Centro ed Est Europeo né agli Stati Uniti che vorrebbero eliminare o ridimensionare questa leva di influenza politica e strategica in mano al loro principale competitore geopolitico.

Anche, se possibile, esportando il loro GNL, ma questo è secondario.

Ciò che è veramente essenziale per gli USA è che il gas naturale russo destinato all’Europa continui a passare prevalentemente attraverso l’Ucraina e la Polonia come ora – nonostante le frequenti interruzioni già subite nella storia recente – e non certo per sostenere quelle economie con la tariffa di transito pagata da Gazprom, ma perché questi due Paesi si prestano volentieri a cedere agli USA il potere di interdizione che la loro posizione geografica consente. Oggi loro sono in mezzo al “gasdotto” che collega Russia ed Europa occidentale; con il NS2 – ed il Turkish Stream, che però ora è bloccato sulle rive del Mar Nero in Turchia – finirebbero invece in coda all’infrastruttura, ricevendo gas naturale dalla Germania.

Lo scontro fra Commissione e Consiglio d’Europa è dunque decisivo per questa partita, ma non solo. Qualora dovesse prevalere la Commissione, il NS2 forse si farebbe anche – ne dubitiamo – ma a condizioni capestro inerenti la regolazione dei flussi e le garanzie di transiti complementari attraverso i gasdotti esistenti in Polonia ed in Ucraina.

Ciò che rimarrebbe come implicazione preoccupante sarebbe il fatto che con la modifica alla Direttiva TEP, la separazione proprietaria e l’accesso a terzi dovrebbe essere garantito a tutti i gasdotti offshore che collegano Paesi membri con terzi: che fine farebbero gli italiani Greenstream (Libia), Transmed(Algeria) e TAP (Azerbajan)? Sarà Gentiloni a discutere in Consiglio d’Europa la questione? Potrà l’Italia mantenere il diritto di “determinare le condizioni di utilizzo delle sue risorseenergetiche” e di “scegliere fra diverse fonti energetiche” (art. 194/Trattato UE)?

Con la modifica proposta e la conseguente necessità di ridiscutere i termini dei contratti internazionali relativi ai gasdotti di trasmissione, la Commissione UE sarebbe in grado di influenzare e bloccare tali possibilità, riservandosi un diritto di veto a suo favore, dovesse uno Stato membro contrattare delle esenzioni con la controparte terza.

Gli Stati membri della UE, ma in particolare l’Italia, dovrebbero interrogarsi se davvero conviene loro concedere tali poteri alla Commissione, – che facilmente si traslerebbero agli elettrodotti – mettere a rischio la loro sicurezza energetica e le future opportunità di connessioni con Stati terzi, per il solo scopo di bloccare una singola infrastruttura.

Forse la Commissione vuole approfittare delle tensioni fra Russia e NATO per estendere i suoi poteri nei confronti dei Paesi membri?

TRA LA FED E LA BCE (G. DUCHINI)

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Anzitutto c’è un antefatto da non sottovalutare e da tenere sempre presente: la Bce è indissolubilmente legata alla Fed nel senso che da quest’ultima dipende; più esattamente la Fed detta la linea di direzione entro cui la Bce può muoversi con un certo grado di autonomia, pur essendo a sua volta sottoposta ad un vaglio dI ultima istanza, al di fuori del quale non si può andare, pena una destituzione immediata dei responsabili preposti alla guida della superbanca. E’ altrettanto ovvio che esiste una catena di trasmissione che lega in modo indissolubile la Fed alla Bce con “uomini in carne ed ossa” cresciuti a pane e banche; esemplare è il caso di Mario Draghi (Presidente della Bce) che si è fatto le “ossa” in qualità di manager della Banca d’affari americana Goldman Sachs.
Da questo antefatto possono discendere varie considerazioni in ordine a quanto è successo in questi ultimi tempi.
Il Diktat posto dalla Fed a Mario Draghi è un processo di normalizzazione delle politiche monetarie per superare un impasse dovuto ad una troppa bassa inflazione dell’euro. Nella disposizione imposta dalla Presidente della Fed (Janet Yellen) c’è un definitivo abbandono della lotta contro la tendenza deflazionistica ingaggiata da Mario Draghi in una sorta di graal irraggiungibile.
E’ in atto un duello a distanza tra la Fed e la Bce e cioè tra le due banche Centrali maggiori dell’occidente, nel senso che la prima difende la politica monetaria Usa e l’altra è custode della moneta unica europea. Il gioco è quello dei tassi d’interesse. La Fed dovrebbe alzare i tassi di interesse, insieme all’annunciata riduzione del proprio bilancio con la conseguente limitazione della liquidità sul mercato. La Bce dovrebbe mantenere i tassi a zero con un restringimento del Qe(1). Ma dietro questo duello si nasconde la reale partita del contendere. La Fed vuole arrivare in tempi relativamente brevi ad una sostanziale crescita dell’economia Usa che sta crescendo più lentamente del previsto. Occorre una più incisiva inversione di tendenza di Draghi che è troppo attardato sulla politica a tassi a zero e con una Bce che continua ad acquistare titoli di Stato. Questa situazione ha frenato in Usa la rivalutazione del dollaro e spinto al rialzo le Borse, anche se presto potrebbe cambiare tutto sul fronte del reddito fisso dove i titoli di Stato acquistati dalla Bce rischiano di perdere valore per allinearsi ai nuovi più alti rendimenti.

L’unico problema alla rottamazione del Qe è l’incertezza politica che grava su Eurolandia, gli esiti elettorali poco favorevoli per la Germania, la questione catalana, la mancata formazione di una coalizione di governo nei Paesi Bassi, fino alle elezioni in Italia nel 2018. Non è escluso che il Qe continui ad operare dimezzato per altri nove mesi, senza dare un’indicazione precisa su quando verrà posta la parola fine agli acquisti, non senza dimenticare che Usa, Gran Bretagna ed altre banche centrali si accingono a ridurre i rispettivi Qe.
GIANNI DUCHINI

(1) “ Ecco perché una Banca centrale interviene: alzando i tassi, spinge le banche private a chiedere meno liquidità alla banca centrale e, di conseguenza, a prestare meno soldi a imprese e famiglie, già reduci da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Quando invece l’inflazione è molto bassa (o quando addirittura accade il fenomeno opposto ovvero quando i prezzi dei beni e servizi diminuiscono, la cosiddetta deflazione) una Banca centrale tende a tagliare i tassi, rendendo più accessibili i prestiti all’economia. Regolando il costo del denaro una banca centrale cerca quindi di regolare la quantità di prestiti elargiti dal sistema finanziario all’economia reale in modo tale da evitare situazioni di frenata o di surriscaldamento dell’economia. Esattamente come si regola la temperatura in un appartamento con un termostato.” Da “ Il Sole 24 Ore”.

È pericoloso allontanarsi dagli Usa. (P. Rosso)

liberta

Nell’articolo che presentiamo (vedi https://geopoliticalfutures.com/dangerous-option-germany), George Friedman con la consueta lucidità analizza sinteticamente le opzioni strategiche a disposizione della Germania in questa fase storica e lancia un chiaro avvertimento a chi vuole sentire: “… allontanarsi dagli USA è sempre possibile, ma pericoloso! …”
Sono certo che i commenti dei nostri lettori fioccheranno, per parte mia rilevo come significativo l’ineluttabilità con cui G.F. rappresenta il processo di progressivo allineamento della Germania con la Russia: un processo che G.F. stesso giudica del tutto razionale dal punto di vista delle imprese – e potremmo aggiungere noi dei lavoratori – tedeschi. E suona ancora più eclatante allora il solo allarme che G.F. riesce a intravedere/suonare per contrastare questo processo: “ …occhio che la Russia ti distrugge un’altra volta …”. Un dejà vu, un po’ logoro: gli americani sono i liberatori/salvatori degli oppressi/ingenui che si buttano fra le zampe dell’orso!

Una considerazione finale: saranno 20 anni che G. La Grassa invita a non credere al concetto corrente di globalizzazione ed ha invece proposto di leggere la fase come termine di un ciclo monocentrico – ad egemonia statunitense, dal dopoguerra a fine anni ‘90- e di inizio di una fase policentrica indirizzata inevitabilmente ad un futuro scontro semplificato “a due” – che non possiamo ora sapere chi saranno. Leggo questa analisi come una conferma del modello lagrassiano, offerta da uno studioso serio ancorché di parte avversa e con interessi opposti a quelli supportati – da sempre – dal blog C&S.

Buona lettura, Piergiorgio Rosso
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La scorsa settimana, una delegazione di dirigenti delle principali imprese tedesche si è incontrata con il presidente russo Vladimir Putin. Delegazioni di questo tipo sono una consuetudine, a volte devono incontrare i leader stranieri. A volte è una routine, a volte una cortesia. Ma a volte, hanno un significato speciale. Nel caso delle relazioni Russia-Germania, hanno sempre un significato speciale.

Relazioni instabili

Ci sono due relazioni che sono centrali per la Germania. La prima è quella con l’Unione Europea, la seconda è quella con gli Stati Uniti. Nessuna delle due relazioni è stabile in questo momento. Brexit, la crisi spagnola, l’aspro confronto tedesco con la Polonia ed i problemi economici dell’Europa meridionale stanno logorando il tessuto dell’Unione Europea. I tedeschi e l’Unione Europea sostengono che nessuno di questi problemi costituisce una minaccia alla salute del blocco e puntano al fatto che, a dieci anni dal 2008, l’Europa sta tornando ad una modesta crescita economica.
I tedeschi, naturalmente, conoscono i pericoli che stanno loro davanti, al contrario di Bruxelles. Molti dei problemi dell’UE sono politici, non economici. La Polonia e la Germania si sono scontrate sulla questione del contrasto fra diritto all’autodeterminazione nazionale e regole dell’UE. Anche Brexit si basava su questo. La Spagna è bloccata in una disputa sulla natura di una nazione e del diritto di una regione a separarsi. E sebbene i problemi dell’Europa meridionale siano economici, ciò non significa affatto che la debole crescita in atto li risolva né che si avvicini una soluzione ai gravi problemi strutturali del continente. Come leader de facto dell’UE, la Germania deve sì mostrarsi ottimista ma fare i conti con un eventuale fallimento.

La relazione tedesca con gli Stati Uniti è almeno altrettanto instabile – e non solo per la personalità del presidente Donald Trump. La situazione strategica ed economica in Europa è cambiata in modo drastico rispetto ai primi anni ’90 – quando l’Unione Sovietica è caduta, la Germania si è riunita e fu siglato l’importante accordo di Maastricht – mentre la struttura della relazione fra USA e Germania non è cambiata affatto. Entrambi sono membri della NATO, ma hanno opinioni radicalmente diverse sulla sua missione e sulla ripartizione delle sue spese. La Germania è la quarta economia mondiale al mondo, ma il suo contributo finanziario alla NATO non lo riflette.

Poi c’è la Russia. La politica americana verso la Russia si è indurita da quando il Partito Democratico ha assunto una posizione fortemente anti-russa dopo le elezioni presidenziali, più dura ancora di quella del Partito Repubblicano che è sempre stato poco accomodante con la Russia. La crisi dell’Ucraina continua a rafforzarsi mentre gli Stati Uniti dispiegano truppe nei Paesi Baltici, in Polonia e in Romania. Ciò ha ampliato le fratture all’interno dell’UE. La Germania non è interessata a una seconda guerra fredda. L’Europa orientale invece crede di esserci già dentro. Gli europei orientali sono sempre più distanti dalla Germania e sempre più allineati invece con gli americani. In un momento in cui i rapporti tedeschi con i principali paesi dell’Europa orientale vengono messi alla prova, la tensione aggiuntiva portata dalla politica americana nella regione, è una minaccia per gli interessi tedeschi. La Germania vuole che il problema della Russia venga meno. Gli Stati Uniti e ai suoi alleati dell’Europa orientale pensano che il modo per farlo venire meno sia attraverso lo scontro.

Un’opzione più pericolosa

La politica estera della Germania è rimasta più o meno la stessa cosa dal 1991 mentre la realtà internazionale è cambiata drasticamente. Questo sta costringendo la Germania a prendere una decisione che non vuole prendere. Ma deve per forza considerare cosa succede se la UE continua a disintegrarsi e se la politica estera della UE continua ad essere diversa dalla propria. Deve considerare cosa succede se gli USA continueranno a plasmare le dinamiche d’Europa in modo tale da costringere la Germania a combattere i nemici degli americani insieme a loro oppure rifiutarsi di farlo. Non si tratta solo della Russia – possiamo vedere la stessa questione sull’Iran [enfasi aggiunta].

La Germania non può esistere senza partner economici stabili. Non è mai stata autosufficiente dal momento in cui si è riunificata. Deve esplorare alternative. L’alternativa più ovvia per la Germania è sempre stata la Russia, attraverso l’alleanza oppure la conquista. La Germania ha bisogno delle materie prime russe. Occorre inoltre che il mercato russo sia più robusto di quanto sia ora. Ma la Russia è incapace di un rapido sviluppo economico senza aiuto esterno e, con il crollo dei prezzi del petrolio, ha bisogno di un rapido sviluppo per stabilizzare la propria economia. La Germania ha bisogno che l’economia russa sia in salute e quello che ha da offrire alla Russia sono: capitale, tecnologia, e capacità direttiva. In cambio, la Russia può offrire materie prime e forza lavoro. Un allineamento con la Russia potrebbe sedimentare l’Europa orientale nell’orbita della Germania. Per il modo in cui stanno andando le cose, e considerate le alternative a disposizione della Germania, l’opzione russa è costosa ma potenzialmente molto redditizia.
Ma la Germania ha un problema con la Russia. Ogni tentativo precedente rispetto all’allineamento o alla conquista è fallito. Costruire l’economia russa per creare un mercato robusto per le merci tedesche potrebbe sicuramente beneficiare entrambe le nazioni ma cambierebbe l’equilibrio di potere in Europa. Ora come ora la Germania è militarmente debole ed economicamente forte. La Russia è moderatamente potente ed economicamente debole. Un allineamento con la Germania potrebbe rafforzare drasticamente l’economia della Russia, e con essa, il suo potere militare. Una volta allontanatasi dagli USA e avendo minimizzato la potenza militare nella penisola europea, la Germania potrebbe trovarsi nella sua antica posizione: vulnerabile alla potenza russa, ma senza alleati per combatterla.[enfasi aggiunta]
Il viaggio dei capi industriali tedeschi in Russia non è un evento nuovo, né rappresenta un significativo cambiamento nella politica tedesca. Ma fa parte di un processo in corso. Mentre la realtà internazionale si sposta da ciò che serve alla Germania, la Germania ha necessità di un altro percorso. A breve termine gli Stati Uniti saranno soggetti ad una recessione economica ciclica. La Cina sta affrontando sfide proprie. Ci sono dunque poche alternative alla Russia e la Russia è storicamente una opzione molto pericolosa per la Germania.

Le ‘Ombre del Passato’ e rischi del presente. di A. Terrenzio

lepen

 

 

In un editoriale su Diorama Letterario, dal titolo ‘Le ombre del passato’, il politologo Marco Tarchi ha sviluppato un’interessante e profonda riflessione sulla deriva liberticida dei più recenti lavori parlamentari nel nostro Paese.

Dopo aver analizzato le ragioni storico-politiche dell’uso dell’antifascismo da parte dei media main stream, partendo dai primi successi elettorali di J.M Le Pen e J. Heider, Tarchi elabora delle osservazioni sulle possibili conseguenze che seguirebbero ad una flessione del populismo, soprattutto all’indomani delle recenti delusioni elettorali in Francia ed Austria: ‘Il momentaneo arresto del ciclo ascendente dei movimenti populisti, però, non ha prodotto solo la compiaciuta constatazione del blocco di potere oggi egemone che le scelte fatte hanno pagato. Ha simmetricamente evocato delusioni e frustrazioni nelle frange più radicali della loro base di sostegno, già probabilmente a disagio di fronte allo stile dichiaratamente non violento (se non, a volte, sul piano verbale) di tali movimenti, rendendo probabili scissioni e creazioni di nuovi gruppuscoli estremisti. Già si vedono centinaia di attivisti prendere le distanze dall’“imborghesito” Jobbik, si leggono propositi oltre le righe negli scambi social fra delusi della piega presa dal Front national, si colgono qua e là altri segni di sconforto e compaiono su giornali e siti video e fotografie che ritraggono decine di ragazzi e ragazze in divise e pose paramilitari, inquadrati e schierati, intenti ad esibire in rituali di altra epoca la loro voglia di contestazione del clima culturale e sociale del mondo in cui vivono.

Il danno che queste manifestazioni di infantilismo possono recare, non solo e non tanto ai partiti e movimenti populisti quanto alla già ardua causa del contrasto dell’odierno “spirito del tempo” sul piano metapolitico della penetrazione delle idee nella mentalità collettiva, è potenzialmente enorme. Già in passato, in varie occasioni, la riattivazione strumentale del binomio conflittuale fascismo/antifascismo ha servito gli interessi dei fruitori dello status quo. Ha attizzato guerre per procura, suscitato odi, fatto versare sangue a profitto degli spettatori interessati degli scontri. E ha tenuto in vita la residua capacità di attrazione di quegli ambigui contenitori, svuotati ormai di contenuti in sintonia con le dinamiche del tempo presente, che sono le varie “destre” e la varie “sinistre”. Chi si presta a questo torbido gioco, foss’anche con le intenzioni più pure, e, cedendo al ricatto delle memorie, si presta alla penosa riproposizione sotto forma di farsa di eventi e soggetti che hanno già fatto la loro parte nllea storia in un’epoca di tragedie, è un inconsapevole ma oggettivo complice degli odierni padroni delle coscienze. Gli unici ai quali la guerra tra spettri del passato che si va profilando può apportare sostanziosi utili.’

Il timore di Tarchi quindi è che le condizioni oggettive degenerino e i disillusi dei partiti delle destre radicali, recuperino l’ estetica e la simbologia dei regimi del passato.

Il gran ciarlare delle Boldrini sulla chiusura di Fb per chi esprime idee assimilabili al fascismo  e l’immonda legge Fiano sembrano forzare tale deriva: riesumare l’Ur-Fascismo per polarizzare lo scontro, da un lato aizzando centri sociali antifa’, dall’altro sacche di elettori delusi dalla poca incisività dei movimenti populisti, che esasperati da provvedimenti di psicopolizia boldrianiani, deciderebbero di passare a forme di protesta violente.

In tal modo le categorie svuotate dx/sx ritroverebbero attualità, vanificando la battaglia populista popolo contro élite. In un quadro siffatto, la manovalanza migrante, quando non porterà voti ai partiti di sinistra, potrà comunque tornare utile per alimentare tensioni o a manovre di destabilizzazione.

Il Francia si vedono già i prodromi di tale scenario. Il FN rischia una scissione dopo la débâcle elettorale e Macron è l’ologramma che ha riunito le forze di centro.

Risultato non diverso è emerso in Germania che ha visto il crollo di Angela Merkel e dei socialisti, con l’exploit di AfD, diventata terza forza parlamentare e principale partito di opposizione. A Berlino non sono mancate contestazioni da parte di giovani di sinistra ed immigrati, per l’entrata al Bundenstag del partito di estrema destra.

Probabile banco di prova successivo sarà l’Italia, con Silvio Berlusconi che sarà nuovamente l’ago della bilancia per evitare che una coalizione Lega/5 stelle possa prendere il posto del PD.

L’analisi di Tarchi inoltre, è di interesse, perché’ opposta a quella avanzata da Petrosillo/LaGrassa che vedono nei populismi e nelle varie destre più o meno radicali, delle armi spuntate contro il sistema, inadeguate ad imprimere un significativo cambiamento in Italia e nell’UE.

Secondo loro, l’unica risposta efficace dovrebbe essere quella rivoluzionaria, per via violenta, di modo da spazzare via l’attuale classe dirigente, responsabile del declino e dell’asservimento del  Paese.

E’ interessante notare come Tarchi paventi proprio ciò che i redattori di C&S si vanno augurando.

Laddove ai partiti populisti dovessero far seguito movimenti più decisi ed intransigenti, sarà utile tenere in considerazione le riflessioni di Tarchi. Ricadere nella dicotomia conflittuale fascismo/antifascismo, risvegliando estetica e simbologia dei regimi del 900, è un errore fatale che avrebbe come unico effetto favorire i disegni delle élite dominanti.

Elezioni tedesche, lezioni europee

il ratto d'europa

 

Anche nel Paese più prospero d’Europa cresce un certo malcontento. Parliamo della Germania felix degli ultimi anni che, rispetto agli altri membri della zona europea, ha fatto sicuramente meglio in molti settori, anche se non a livelli sorprendenti. Semmai, questi sono tali paragonandoli alla decrescita italiana che i nostri istituti statistici rovesciano in fantomatica ripresina, interpretando i numeri a tutto vantaggio della classe politica.
E’ la sicurezza il problema più sentito dai tedeschi che quanto meglio stanno economicamente tanto più non vogliono essere esposti a rischi inutili, a causa di scelte superficiali del loro governo.
Le scriteriate politiche sull’immigrazione della Merkel non tranquillizzano la società tedesca. Per punire la cancelliera, una parte dell’elettorato, piuttosto emotivamente, si è rivolta all’unico partito che ha saputo cavalcare le sue ansie. Ovviamente, benché l’Afd, si collochi all’estrema destra non ha niente a che vedere con il nazismo, fenomeno politico che deve considerarsi definitivamente esaurito. In Germania come altrove.
Semmai, sventolare lo spauracchio dei fanatismi del passato, preparando il terreno a faziosità ben più pericolose, è funzionale alla lettura consolatrice (o sconsolante) di chi ha perso voti e a quella dei loro corrispondenti europei che proprio non vogliono saperne di cambiare direzione di marcia. Poiché i flussi migratori incontrollati sono il risultato degli interventi americani in alcune aree calde del pianeta, bloccarli significherebbe mettersi contro Washington. L’Europa è succube degli Usa e non è in grado di elaborare politiche all’altezza delle sue potenzialità, in una fase in cui si salva solo chi può o vuole farlo, potenziando lo Stato e i suoi apparati. E’ vero che con Trump alla Casa Bianca dovrebbero verificarsi mutamenti anche nella configurazione delle élite europee, affinché se ne affermino di più ricettive alle parole d’ordine e alle iniziative del nuovo corso americano, ma, attualmente, il Presidente Usa non è riuscito a stabilizzare la sua situazione in Patria e resta ancora sotto attacco del precedente establishment democratico, quello dal quale i drappelli subdominanti europei continuano a prendere ordini. Questo bailamme sta generando attriti in tutta l’area atlantica e di queste contraddizioni bisognerebbe approfittarne, hic et nunc, per iniziare a ragionare con la propria testa fino a sganciarsi da vecchie alleanze ormai deleterie, rompendo gli schemi geopolitici . Di sicuro non è un compito assolvibile dagli attuali governanti europei che sono di una pasta putrefatta e servile, completamente succube all’impero americano.
Bisogna però anche smettere di nutrire speranze nei piccoli partiti che, ogni tanto, riescono a collocarsi nei parlamenti, con agende politiche apparentemente antisistemiche, trascinati dai malumori generali. Sono soggetti troppo deboli politicamente (ed idealisticamente) per rovesciare i destini delle singole nazioni e quelli del Continente. La stessa scelta della via democratica è già un segnale di cedimento. Difatti, solitamente, la spinta rivoluzionaria con la quale questi neofiti conducono la campagna elettorale, infiammando le praterie, si spegne dopo la distribuzione dei seggi e l’ingresso nelle Camere della rappresentanza legislativa. Il sistema democratico ha proprio questa funzione di neutralizzazione delle forze antagonistiche per la protezione dello statu quo, ricorrendo a regole e rituali precisi in cui tutti devono restare invischiati. In Parlamento si entra incendiari e si diventa pompieri. L’AfD ne sta già facendo le spese (in Italia lo abbiamo riscontrato con i grillini che dovevano rivoltare le aule come calzini ed, invece, sono finiti a tessere reti di relazioni per conservare le sedie), da quanto riporta Il Giornale: “La storica ex leader Frauke Petry ha annunciato questa mattina in conferenza stampa che non si unirà al gruppo parlamentare eletto al Bundestag per la formazione populista ed anti-europea. La sua scelta, spiega, è arrivata “dopo una lunga riflessione”, attaccando il copresidente Alexander Gauland, accusato di fare “retorica che gli elettori civili non considerano costruttiva”: il riferimento è alle parole pronunciate da Gauland subito dopo l’annuncio dei primi risultati nella giornata di ieri, quando il leader dell’Afd aveva promesso di “dare la caccia alla Merkel”.” Mi sembra chiaro che, al di là delle dichiarazioni della Petry, dietro ci sia solo l’ennesima lotta per interessi personali, quelli preferiti dai poteri costituiti per corrompere gli individui e i concorrenti, assicurandosi la continuità. Sotto la cenere della storia sta covando qualcosa di grosso ma ancora non si vede (nel senso di avanguardia politica) chi potrà addomesticare il fuoco per bruciacchiare i laidi che ci sgovernano.

NON SI RESTI ALLE PAROLE, SI DEVE CERCARE….., di GLG

gianfranco

Qui

ci sono considerazioni a mio avviso di una certa lucidità; peccato che vengano affermate sempre dai militari andati in pensione. In ogni caso, non mi piacerebbe troppo una presa del potere da parte militare. Diciamo che simili organi statali (come anche la polizia e soprattutto i Servizi) dovrebbero appoggiare una forza politica – oggi inesistente sia chiaro – autenticamente sovranista, ma dotata di particolare attenzione verso forze analoghe che possano presentarsi nel panorama politico di altri paesi europei. Le attuali organizzazioni sedicenti autonomiste fanno ormai ridere, e non solo in Italia, perché non riescono a sviluppare altra politica che quella del piccolo cabotaggio elettorale. Non gliene faccio una particolare colpa, perché nessuno al momento riesce a trovare quel qualcosa che scaldi veramente i cuori di un grossa quota della popolazione e sappia dirigerla verso nuovi e diversi “destini”, che non siano solo odio e bruta violenza come accaduto in passato (malgrado poi alcuni fottuti storici abbiano caricato la dose).

Occorre, in effetti, che in alcuni paesi del nostro continente – non nell’insieme, il che non si verificherà nemmeno dopo secoli – nascano movimenti (organizzati) sicuramente tesi a completamente differenti e più allettanti sorti future; e le sappiano comunicare a masse in possibile “riscaldamento”, dirigendole poi verso obiettivi ben individuati (che oggi appunto mancano). In questi paesi (penso pur sempre a Germania, Italia e Francia come fondamentali), tali movimenti devono unirsi – rendendosi possibilmente amichevoli alcune forze cruciali degli apparati statali – e non commettere l’errore di rendersi avversarie della Russia, alleato di possibile grande rilevanza per gli scopi d’autonomia da conseguire. Perché sia chiaro che oggi, dopo oltre settant’anni di debosciata servitù, il paese da cui ci dobbiamo affrancare con energia sono gli Stati Uniti.

Tuttavia, per raggiungere simile risultato, è necessario passare sul “cadavere” di quella “sinistra”, erede sia dei falsi e solo violenti “ultrarivoluzionari” del ’68 (ma guarderei soprattutto al ’77, fenomeno tipicamente italiano) sia dei “voltagabbana” del Pci, che hanno iniziato il loro passaggio di campo negli anni ’70 (direi già alla fine del decennio precedente), divenendo, dopo il crollo sovietico e la distruzione della “prima Repubblica”, i più disgustosi e vigliacchi sguatteri degli Usa. E’ dunque evidente che l’opera di ripulitura da questa mera parodia chiamata “sinistra” deve iniziare dalle nostre lande, perché è in Italia che si è andata sviluppando in modo più virulento l’infezione. Per di più, sempre nel nostro paese si annidano pure i più lerci “anticomunisti” e finti “liberali”, viscidi e pronti a supportare la parte “centrista” dei laidi “sinistri”. Pulizia prioritaria quindi in Italia, nascita qui di una forza violenta ma razionale. Occorre però trovare una nuova idea-guida, una nuova ventata purificatrice che spinga innanzi, verso una veramente nuova epoca storica.

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