CHE SFINIMENTO! 11 agosto ‘11

 

Prima puntata

 

Siamo in mano a mentitori e forse inetti. Personalmente sono sfinito dalla lettura della stampa e delle agenzie in internet. La TV me la risparmio già da qualche tempo, per problemi “tecnici” che non ho alcuna fretta di risolvere, dato che riesco a vedere comunque i film che mi interessano in dvd.

Tutti a seguire i tonfi delle Borse. Nessuno nega che sia una situazione di emergenza. Non c’è una mente diabolica che agisce per mettere fuori gioco solo il nostro governo. La sarabanda sta riguardando tutti, pur se con speciale riguardo al nostro paese, ma soprattutto perché è un “ventre molle”. In ogni caso torneremo in altro scritto sul problema in questione. Qui mi interessa rilevare come solo saltuariamente qualcuno ricordi che questa crisi durerà a lungo e non sarà puramente finanziaria. Certuni azzardano dieci anni (a partire da quando è iniziata nel 2008). Io azzardo un periodo perfino più lungo, non facendo riferimento a improvvisi, e credo non troppo probabili, sprofondamenti tipo 1929; nemmeno do però probabilità di sorta a boom eclatanti.

Abbiamo a che fare con una crisi non del tutto dissimile (l’ho già detto, ma si dovrà ripeterlo chissà quante volte) da quella di fine secolo XIX (durata quasi venticinque anni, e poi un po’ più tardi arrivò quella grave del 1907, di fatto mai completamente superata fino alla prima guerra mondiale); periodo di declino inglese, di avanzata di Usa, Germania e Giappone, di seconda rivoluzione industriale, ecc. Azzardo pure che essa non finirà se non vi sarà qualche regolamento di conti atto a stabilire una nuova almeno relativa supremazia di “qualcuno”, in grado di creare un minimo di organizzazione complessiva pur nel mantenimento del conflitto, ma a livelli politicamente (e internazionalmente) meno aspri. Un regolamento da non pensare subito come ripetizione delle guerre novecentesche, ma nemmeno con spirito da fantapolitica (e fantascienza insieme) affascinata dai nuovi mezzi di comunicazione e informazione; la “materialità grezza” dello scontro sarà quasi sicuramente presente, con modalità adesso impensabili.

C’è chi sostiene, con terrore o con nuovi slanci di fervore utopico, che il capitalismo è ormai alla fine, chi invece elargisce “ponderati consigli” per una sua riforma, soprattutto “etica”. Abbiamo già visto all’opera simili personaggi – e con un’evidente e chiara superiorità intellettuale e politica – a cavallo tra XIX e XX secolo, ma le chiacchiere sono state spazzate via dalla grande tragedia del ’14-’18. Lungi da me l’augurarmela; tuttavia, quando si persiste nelle futilità, senza guardare al di là del proprio naso, le tragedie sono inevitabili per ridare una “drizzata” alla storia e ai cervelli. Inutile voler impartire consigli ai centri capitalistici e sparare previsioni fasulle improntate al meschino economicismo; demerito minimo di alcuni “marxisti” (che di Marx hanno fatto strame), ottimamente imitati, e con grande risalto sui media, dai liberisti e statalisti in quanto ideologi dei dominanti. Non a caso, i più ascoltati fra questi ideologi sono quelli che, da giovanetti e per farsi le ossa con un po’ di spirito “critico”, flirtano con un marxismo da operetta; poi diventano tecnici dell’establishment, ma sempre etici e pieni di buoni consigli, per fortuna non seguiti dai veri centri strategici in conflitto, altrimenti andremmo a fondo definitivamente in un’autentica tragedia ultima.

I tecnici hanno senza dubbio delle competenze per soluzioni temporanee di dati problemi specifici. Penso sia utile servirsene in momenti particolari. Non si devono però ascoltare quando vogliono lanciarsi “in grande”, come fossero “scienziati adulti”; ancora più dannoso è dar retta a chi crede di riformare tutto il mondo d’emblée. Si ha in ogni caso a che fare con bambini; capaci perciò di esercitarsi in certi giochi infantili, anch’essi parte della vita sociale complessiva. Un adulto aperto e indulgente non zittisce bruscamente i bambini, li segue e accetta questi loro giochi, a volte aridi, a volte invece divertenti nella loro fantasia. Quando però poi l’adulto esce di casa e va al lavoro, quello serio e impegnativo per la vita (e per mantenere i bambini), lascia perdere le fantasie e affronta la realtà, sapendo che si vince o si perde, si prevale o si soccombe, si sbarra la strada agli altri o ci si tira di lato facendoli passare avanti, ecc. E tutto questo ha poco a che vedere con le ricette dei tecnici, esige ben altra consapevolezza dei sommovimenti di fondo, dei rapporti di forza (interni e internazionali), senza più fingere misure di cooperazione universale, bensì aderendo allo spirito del fare per sé.

Il capitalismo è una società basata sul conflitto come le precedenti. E’ però riuscito a portare quest’ultimo dentro la sfera economica, conquistando così una notevole flessibilità e capacità espansiva in termini di sviluppo delle forze produttive (oggettive, dei mezzi, e soggettive, delle capacità lavorative umane). Ha finora sbaragliato ogni tipo di diversa società con cui si è confrontato. Il conflitto però non crea equilibri; forse questi esistevano nelle società antiche o in quelle feudali o in altre società “più lontane” da noi? Manco per sogno, tutta la storia è punteggiata da squilibri, dissesti sociali, gravi tragedie epocali, ecc. Al contrario di quanto agognato dai riformatori o rivoluzionari da cabaret, il capitalismo ha attraversato le sempre rinnovate traversie – solo più vivide e appariscenti perché le forze produttive sono appunto cresciute enormemente e perché non c’è onda, ovunque si sollevi, che non si propaghi in ogni dove – dando prova di saper rinascere di volta in volta dalle ceneri; esso ha inoltre conosciuto un’accelerazione del ritmo di crescita e di allargamento tendenziali (“secolari”) in riferimento alla disponibilità di beni prodotti per una società mondiale, che è un ennuplo di quella esistente fino alla sua “entrata in scena”.

Appena si dice questo, i critici sbavano, si danno alle convulsioni e accusano di tradimento. Sono degli inetti, hanno fallito in ogni dove i loro propositi di rivoluzionamento (lasciamo perdere i ridicoli e ignobili ipocriti, che propagandano una banale riforma etica), hanno solo provocato lo sputtanamento totale di ogni progetto radicalmente alternativo, anzi trasformativo. Innanzitutto, se si vuol fare opera utile anche per la critica, si riconosca la forza di un certo tipo di società, gli ambiti specifici di questa forza; la si smetta di prendere gli squilibri incessanti, e spesso drammatici, legati al conflitto come la fine del mondo capitalistico. Di squilibrio e conflitto acerrimo hanno sempre vissuto le società umane, nel loro avanzamento e trasformazione. Solo che nelle società precapitalistiche, a basso sviluppo, il conflitto appariva a tutto tondo negli ambiti a loro meglio confacenti: soprattutto quelli politico-militari. Nel capitalismo, ad alto sviluppo, il davanti della scena è occupato dalla sfera economica (ecco perché le crisi hanno particolare evidenza in essa), pur se poi il luogo “d’ultima istanza”, il “campo” del regolamento dei conti, resta quello delle altre società; solo con rapidi mutamenti nei mezzi e strumentazione utilizzati in quest’ultimo.

Basta, quindi, sfinirci con le crisi economiche, finanziarie, le altalene di Borsa, le società di rating (e i loro demenziali e sempre sbagliati giudizi, mai spernacchiati come si dovrebbe fare), i default, i ciarlatani delle Banche centrali (e non), semplici scherani dei centri strategici predominanti. Basta con i giornalisti opportunisti, con gli ideologi e i tecnici, insomma con tutto il ciarpame creato da questa società putrefatta (ma non giunta alla fine), sempre all’opera per mantenere il predominio dei peggiori, dei più parassiti. Solo il conflitto aperto, l’“uccisione del nemico”, consentirà in definitiva l’uscita non verso la “società degli eguali”, dell’“armonia universale”; più semplicemente verso nuovi lidi in cui almeno si sviluppi l’intelligenza e fioriscano di nuovo quelle qualità dell’essere umano che ne hanno fatto un essere umano, con tutti i difetti che sempre sono all’opera, ma anche con i pregi che non si vedono invece più. Tutto lì, molto semplicemente e “umanamente”, accettando qualche sogno fantastico da bambini accompagnato però, e con maggiore pregnanza, dal realismo degli adulti.

Le virtù dello straniero

I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo. Forze che, implicitamente, hanno confessato, in tal modo, la loro subalternità ai centri dominanti e la loro impotenza maramaldesca a gestire con un minimo di dignità le questioni e l’interesse nazionali; quegli stessi difetti, latenti in alcune fasi, che l’ultimo Berlusconi e Tremonti hanno manifestato con l’ultima manovra economica e con la vicenda libica.

Il buon senso è, però, perfettamente complementare, il più delle volte, al conformismo benpensante e la posizione di Alesina non pare essere una variante distante da questa constatazione statistica.

Fa esattamente il paio alle esortazioni, penose e reverenziali di Giuliano Amato e di alcuni “big” del PD verso la Germania, a comportarsi in maniera meno egoista.

L’autore fonda il suo giudizio su due assunti riguardanti il patto europeo: “una valuta comune ha costi e benefici per tutti” il primo, l’Europa come arena in cui giocano singolarmente i vari protagonisti e come istituzione autonoma con responsabilità di “governance” e controllo il secondo.

Il primo assunto, posto in questa maniera, nasconde la realtà delle cose, i rapporti di forza iniziali e che da quelli si sono determinati, con inesorabile coerenza, in Europa in quest’ultimo quindicennio.

I primi anni ’90 hanno conosciuto enormi trasferimenti di ricchezza e patrimonio produttivo da alcuni paesi europei più fragili, in primis l’Italia, ad altri; l’ingresso dell’euro, quindi la rinuncia alla sovranità monetaria dei singoli paesi, è avvenuto in un contesto iniziale di forte squilibrio tra paesi il quale si è accentuato paurosamente nel decennio successivo. Una moneta ipervalutata rispetto a quelle originarie ha permesso ai paesi indebitati di mantenere e incrementare il proprio debito con bassi tassi di interessi, mettendo però in difficoltà i settori produttivi che in qualche maniera sostenevano questo debito; lo stesso euro svalutato rispetto alle altre monete originarie ha consentito, specie alla Germania, di sviluppare ulteriormente le attività produttive, di crearsi una cintura di paesi subordinati ad est e di sviluppare una forza finanziaria tale da contribuire attivamente all’ulteriore indebitamento di quegli stati già compromessi. Tre quarti del surplus commerciale e finanziario della Germania è infatti estratto da altri paesi della Comunità Europea, piuttosto che, come si favoleggia, dalla Cina, dagli USA e da altri paesi esterni. Un tale risultato sarebbe stato impossibile da raggiungere se gli altri stati europei avessero optato per scelte analoghe.

Su un aspetto Alesina ha, però, ragione: sulla responsabilità dei singoli governi dei paesi più fragili nelle scelte effettuate. Non si tratta, però, di irresponsabilità; si tratta, invece, di indisponibilità a rappresentare gli interessi nazionali e di accettazione supina di condizioni capestro tese al mantenimento di ceti parassitari o, comunque, subordinati di quei paesi ai gruppi dominanti e alle singole fazioni di essi. Non è solo la politica monetaria a determinare queste scelte; la politica estera, la gestione della spesa pubblica, il ruolo delle grandi imprese, il controllo degli apparati di stato, la stessa affiliazione ad uno o l’altro dei gruppi di comando nei paesi dominanti giocano un ruolo essenziale. Il controllo della sovranità monetaria è semplicemente un’arma in più; ma tutto sta a come usarla e per quali fini.

È sufficiente analizzarne l’uso in Italia nell’ultimo trentennio del secolo scorso per comprenderne l’ambivalenza.

L’altro assunto vede l’Europa come un mercato dove primeggia il più virtuoso dal punto di vista economico.

Ormai, noi del blog, sappiamo che la componente dei costi e del prodotto, quella strettamente economica, è solo uno dei fattori che determina il successo in un mercato. Ma non basta; è lo stesso mercato che è regolato e subordinato alle espressioni di potere, quindi alle strategie e ai conflitti tra gruppi dominanti, la diversità di obbiettivi dei quali genera alleanze e contrapposizioni, comprese quelle negli apparati economici strategici, tutt’altro che asserviti alle sole logiche dei vantaggi comparati e delle valutazioni del minimax puramente matematico.

Ma questa Europa ridotta a un mercato e alla difesa dei consumatori, così come celebrata nelle agiografie e nei trattati e espressa soprattutto da una istituzione, la Commissione Europea, priva di capacità coercitiva autonoma, sia nella imposizione fiscale di una certa rilevanza, che nell’esercizio di potere politico-statuale interno, compreso persino quello dei controlli, che nell’esercizio della politica estera è pressoché una terra di nessuno; in essa scorrazzano gruppi di interesse lobbistici, il vero punto di forza e di alimento della Commissione, assieme alla sua relativa autonomia legata alla gestione della pletora dei ventisette stati aderenti; quella stessa autonomia che si risolve sovente, per la crescente difficoltà di gestione da parte dei paesi più grandi, grazie al sostegno dei paesi minori, in prese di posizione ancora più oltranziste filoamericane. All’interno di essa i punti di equilibrio precari perché, tra l’altro, gestiti dalla burocrazia della Commissione, vengono raggiunti dal Consiglio Europeo dei Capi di Governo e in maniera più pragmatica nei “rapporti di cooperazione rafforzata” tra gruppi di paesi nella Comunità Europea. Così Germania e Francia cooperano per determinare le politiche di bilancio e finanziarie, Francia e Gran Bretagna quelle militari e coloniali, Germania e Italia, almeno sino a pochi mesi fa, quelle energetiche, queste ultime non perfettamente allineate agli interessi americani.

In realtà, nell’esposizione di Alesina, mancano, più o meno consapevolmente, le eminenze grigie, il convitato di pietra in grado di garantire, in qualche maniera, l’equilibrio tra i cooperanti rafforzati e tra i livelli istituzionali nonché una qualche sintesi politica: eminenze, gruppi dominanti dal cappello a stelle e strisce. La stessa assenza di reali istituzioni statuali europee rende il loro operato alquanto mimetizzato ed articolato.

Cionondimeno il loro ruolo, spesso in conflitto, appare evidente ad una visione più attenta.

L’incremento del debito pubblico, esploso poi con il prosieguo della crisi finanziaria del 2007, è stato apertamente incoraggiato dalle banche d’affari americane, finanziato dalle banche europee, minato nella credibilità dalle agenzie di rating americane in base a considerazioni opportunistiche. L’unico scopo delle politiche di rientro e salvataggio è quello di ripagare le banche europee più esposte, specie quelle tedesche, francesi e inglesi senza pervenire a un sia pur minimo controllo della circolazione dei capitali, specie quelli a breve termine, cosa che hanno fatto diversi paesi nel mondo.

Alla crisi dei derivati si cerca di rispondere obbligando le banche ad aumentare le riserve rispetto all’esposizione creditizia, senza costringerle a rivelare la loro esposizione in prodotti speculativi difficilmente esigibili. Si colpiscono così, paradossalmente, quelle economie, come la italiana, dipendenti più dal credito bancario che dal mercato azionario e, quindi, meno esposte alle fibrillazioni borsistiche.

Ancora più paradossale appare la politica estera con la vicenda della guerra libica e con la farsa della nomina ad Alto Rappresentante dell’Unione della candidata anglosassone, cioè del paese che funge da infiltrato e da dissuasore efficace di politiche comunitarie e di singoli paesi europei appena più autonome dai disegni americani.

L’elenco sarebbe infinito e spazierebbe dalla gestione dei dati personali dei cittadini europei, alle aperture unilaterali del mercato europeo ai paesi asiatici più fedeli agli USA, alle politiche liberiste senza logica se non quella dello smantellamento dei patrimoni industriali.

Quello che appare evidente è l’esistenza di gruppi con la testa nel paese dominante e le articolazioni che attraversano trasversalmente i paesi europei. La Germania è perfettamente inserita in questa logica in una posizione gerarchica di rilievo, con una propria area di influenza, ma comunque subordinata e acquiescente verso la componente obamiana. Le contraddizioni non mancano, ma sono latenti e silenziose almeno sino a quando non riprenderanno forza, in altri paesi strategici, forze alternative.

Altro che confronto di virtù. Si tratta soprattutto di lotta di dominio, politica e strategica innanzitutto, dove la affermazione di una Europa autonoma dipende dalla volontà di indipendenza dei suoi stati principali, cioè Italia, Francia e Germania e dal prevalere, in esse, di forze nazionali disposte ad allearsi, ancora lungi da organizzarsi.

Quanto la politica determini il futuro stesso dell’economia, lo si vede, ad esempio, dall’impatto negativo che hanno subito le grandi aziende strategiche italiane (ENI, ENEL, Finmeccanica) con la recente restaurazione in politica estera.

In realtà, il vero bersaglio dei conformisti benpensanti non sono le forze poco virtuose, ma le aspirazioni di autonomia e indipendenza nazionale che cominciano a far capolino qua e là in Europa entro cui potranno trovare spazio anche le aspirazioni dei ceti più popolari, in un ruolo dinamico piuttosto che in una difesa corporativa e parassitaria.

Lo dice più apertamente il PD, tacciandole di nazionalismo retrivo e riproponendo la solfa della governance mondiale ed europea sovranazionale o, addirittura, post-nazionale; tutti prefissi a noi malinconicamente noti già a fine secolo, i quali nascondevano il vuoto ideologico e di analisi. Lo sostengono con maggiore ambiguità, Alesina è uno di questi, le componenti cosiddette moderate. Una utopia trita e ritrita che si risolve sempre più, nel suo carattere velleitario, nel sostegno reazionario e acritico alle politiche dei dominanti, soprattutto ad una di quelle fazioni. Pensare ad istituzioni, presumibilmente con capacità coercitive, a volte anche prive di quelle, senza identità non significa risolvere il problema del carattere nazionale. Significa porre le condizioni di un annichilimento o della riedizione in forme nuove di nazionalismi sciovinisti.

La questione sarà sempre più al centro del dibattito in Europa; il nostro compito sarà quello di renderlo esplicito, tanto più che il fronte dei globalisti, quelli seri, i più legati all’establishment, mostra le prime crepe e sta cercando di correre ai ripari nella stessa battaglia teorica.

 

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