Dialogo sul conflitto. Recensione a cura di Gianni Petrosillo

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DIALOGO SUL CONFLITTO

Dialogo sul Conflitto. Editoriale scientifica Napoli, € 10,00. Orazio Gnerre e Gianfranco La Grassa.
Si tratta di un testo che affronta, in forma dialogica, i grandi temi del nostro tempo, all’imbocco di decisive trasformazioni storiche e sociali, nel periodo del relativo decadimento americano e della riemersione sulla scena mondiale di vecchie e nuove potenze concorrenti del citato superegemone d’oltreatlantico.
Il conflitto è esso stesso una forma di dialogo portato alle sue estreme conseguenze (in quanto accostamento e contrapposizione tra idee diverse e piani d’azione che vogliono essere esclusivi), un modo di confrontarsi affrontandosi che sfocia in cointeressenze o in acerrimi antagonismi tra le parti in causa. Attraverso il/i conflitto/i si stabiliscono, soprattutto se spingiamo il ragionamento al livello dei vertici apicali dei Paesi, dove operano gli agenti strategici, le configurazioni (con nascita di alleanze o approfondimento di inimicizie tra attori) della corsa alla supremazia. Il conflitto innerva le cose umane e crea le masse d’urto per le “battaglie” dalle quali, infine, escono vincitori e sconfitti, con conseguente riparametrazione dei rapporti di forza i quali, tuttavia, non si danno una volta per tutte col medesimo settaggio. La Storia non muore mai perché lo squilibrio incessante del “reale” è il suo motore. Ciò che si conferma “oggi” viene contraddetto ”domani”, in virtù di spinte oggettive squilibranti, indipendenti dalla volontà dei soggetti agenti (e agiti da detto flusso squilibrante che conduce all’urto inevitabile). Gli imperi declinano, per quanto strapotenti possano apparire, e altri scenari si aprono sul mondo.
Qualche giorno fa è stato lo stesso a Trump, a proposito della conquista dello spazio, a chiarire come funzionano determinati discorsi. Il Presidente americano ha dichiarato di essere interessato allo spazio per vincere una eventuale “guerra interstellare”. Non la presenza nello spazio ma l’egemonia dello spazio è il suo obiettivo. Detto chiaro e tondo e senza troppi infingimenti.
Proprio la formazione sociale americana ha imposto il suo modello politico-sociale-economico-culturale al mondo, ottenendo una superiorità che però inizia a dare piccoli segni di cedimento. Il capitalismo americano (o società dei funzionari privati del Capitale, come la chiama La Grassa) ha superato quello inglese, di matrice ottocentesca, ed ha eliminato altri concorrenti portatori di differenti rapporti sociali, come il sistema sovietico, affermandosi su gran parte della scacchiera planetaria. Il capitalismo statunitense è, dunque, alquanto differente da quello borghese europeo e ciò ha rimesso in questione molte delle nostre interpretazioni sui gruppi sociali e sui conflitti principali operanti in detto “modo di riproduzione”. Non più la proprietà o meno dei mezzi di produzione è il discrimine essenziale (come lo era per Marx che da ciò faceva discendere la separazione di classe che alimentava la massima contraddizione sistemica) ma la gestione delle strategie per il predominio in ogni ambito sociale. Con questo spostamento il conflitto Capitale/Lavoro viene derubricato a fattore non rivoluzionario ma organico del sistema, attinente agli aspetti distributivi della ricchezza prodotta socialmente. Del resto, nella società americana, i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore. Questo contraddice la previsione marxiana dalla quale risultava che il personale di alto livello della produzione si sarebbe integrato alla manovalanza per dar vita al General Intellect, la classe intermodale di passaggio dal capitalismo al socialismo (e poi comunismo), contrapposto ai rentier finanziari ormai dediti alle mere speculazioni in borsa e avulsi dalla vita produttiva.
Per questo si ha ora bisogno di altre teorie per interpretare l’epoca in corso. Il pensiero strategico deve divenire la nostra fonte se vogliamo comprendere il passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del Capitale. Ed è tanto più importante perché lo scontro tra Paesi, in questa fase multipolare, annuncia mutamenti radicali negli assetti globali che potrebbero determinare sconvolgimenti di non poco conto. E’ bene ricordare, inoltre, che le grandi rivoluzioni sono sempre avvenute in fasi in cui le potenze sono entrate in guerra tra loro, nei cosiddetti anelli deboli della catena imperialistica, per usare un termine del tutto vetusto (meglio parlare di policentrismo). Certamente, adesso non si tratterebbe più di realizzare l’idea socialista, ormai definitivamente superata, ma almeno di spazzare via quei gruppi di potere assolutamente deleteri, asserviti all’occupazione straniera, nonché proporre piani d’indipendenza e di autonomia favorevoli alla nazione in cui si vive, senza cascare, come scrive La Grassa, in un nazionalismo d’antan altrettanto inutile e becero. In tal senso, abbiamo anche bisogno di una diversa analisi della società che individui i settori disponibili (nei ceti medi e in quelli medio-bassi) a formare un blocco sociale autonomistico, tenendo conto del malcontento e delle insicurezze, aumentati esponenzialmente negli ultimi decenni.
Si riscontrano, indubitabilmente, delle fratture nel Paese ancora predominante che si sente insidiato nel primato da Russia e Cina. L’elezione di Trump è indicativa di un cambio di passo voluto da quella parte di America consapevole di dover rivedere la sua azione strategica per preservare la primazia. L’altra fazione, quella uscita sconfitta dalle elezioni, crede di poter andare oltre le difficoltà con i soliti metodi dimostrando scarsa percezione degli sviluppi globali. L’approfondimento di detta diatriba potrebbe accelerare l’ingresso nel policentrismo ma occorre che gli sfidanti degli Usa si preparino adeguatamente agli eventi proseguendo sulla strada del rafforzamento della potenza, sacrificando alcune libertà e concessioni civili. Pazienza per le critiche che pioveranno loro addosso dai sedicenti democratici occidentali, tutti (poco) stranamente servi degli Usa.
Lo stesso compito di preparazione tocca agli studiosi dei fenomeni politici che vogliano essere di supporto a quelli (le avanguardie svincolate dalle antiche sudditanze) in grado di assumere su di sé l’incarico storico di dare un destino positivo ai propri Stati in un momento di sicure trasformazioni. Occorre fornire interpretazioni corrette sulla dinamica capitalistica globale, sui suoi aspetti centrali e dirimenti che non sono sicuramente le sciocchezze sulla preponderanza della finanza senza patria e senza cuore. Abbiamo i nostri territori disseminati di basi americane dalla fine della II Guerra mondiale ma gli intellettuali da quattro soldi (o 30 denari?) blaterano di finanzcapitalismo o di altre teorie straccione sull’alienazione umana o, peggio mi sento, il cataclisma ambientale. Dobbiamo concentrarci su cose molte più serie, come il conflitto (in orizzontale), attualmente ancora in sordina ma che diventerà via via più fragoroso, tra formazioni particolari e aree di paesi, e processi di scissione (in verticale) tra strati sociali nei diversi contesti nazionali in ribollimento. La teoria del conflitto strategico è senz’altro un passo in avanti in questa ricerca, da completare e perfezionare, per comprendere quello che ci aspetta nei prossimi anni.

LA PRATICA E’ IMPORTANTE, RIFLETTERE LO E’ DI PIU’, di GLG

gianfranco

Non esiste detto più sciocco e di fatto falso di quello che afferma: “val più la pratica della grammatica”. E’ in fondo la bandiera degli ignoranti. La “pratica” della nostra lingua, ad es., è aberrante da parte di italiani che appunto non sanno nulla (o assai poco) di grammatica. E quelli che acquisiscono la semplice “cittadinanza” italiana (una mera questione giuridica, priva di qualsiasi connotato culturale e di tradizione del nostro paese) parlano una lingua rabberciata che fa aggricciare la pelle (almeno la mia); e non conoscono minimamente la nostra storia, come purtroppo anche una grossa quota di nostri autentici cittadini.

A volte si dice che si agisce irriflessivamente, in molti casi si parla di reazioni istintive o d’intuito. Si vuol semplicemente significare che si reagisce – e a volte si è costretti a farlo per l’improvviso sorgere di un pericolo cui occorre sfuggire con immediata decisione – in base ad una rappresentazione della realtà, cui si deve far fronte, presa all’istante; ed infatti capita che ci si sbagli e si soccomba a causa dell’evento imprevisto. Nessuno però, nemmeno gli animali (perfino i più “primitivi”), compie un qualsiasi atto senza che vi sia stata, sia pure nel lampo d’un secondo, la raffigurazione di quel “reale” in cui ci si sta muovendo. Anche quando, nel corso di un duello, si sostiene che uno dei due in tenzone “anticipa” la mossa dell’altro, si è fortemente imprecisi; in effetti, l’“anticipatore” ha colto la mossa altrui in una infinitesimale frazione di tempo.

La “visione” della realtà (invero “costruita” mentalmente) e la riflessione su di essa, per quanto breve, precede sempre l’azione. E la riflessione ha pur sempre “una grammatica”; anche gli animali, ne sono convinto, ne possiedono una, certamente assai elementare rispetto alla nostra. L’essere umano, dotato di quella attività cerebrale denominata “ragione”, pone in atto pratiche particolarmente complesse e articolate. E allora procediamo con un esempio.

 

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Il leone insegue la gazzella, tutto sommato solo per mangiarsela, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Non vi è nulla di malvagio né vi è smania di potere nel territorio di cui il leone viene detto, ma dagli uomini, Re. Lui non lo sa e non gli interessa essere un Re. Deve solo alimentarsi e semmai dar sostentamento pure alla leonessa (che svolge però la sua parte di cacciatrice) e ai leoncini. Non è tuttavia questo che m’interessa sottolineare di questo povero animale, ucciso per farsene trofeo con ben poco merito da animali effettivamente crudeli e privi di ogni impellente bisogno di nutrimento. La gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento con brusche, improvvise e continue inversioni di rotta. Il leone è veloce ma lo è pure lei. Chi la bracca si adegua a questi rapidi cambiamenti di percorso e segue dunque lo stesso zig zag della preda. Può capitare, e accade anzi spesso (sembra una buona metà delle volte e perfino di più) che si stanchi prima di quest’ultima, che non riesca ad agguantarla; in tal caso l’animale più debole scansa la sua brutta sorte, resta vivo e riprende il suo tran tran.

Immaginiamo adesso che il leone venga dotato di ragione; non semplicemente per scrivere e parlare a vanvera in internet e nei telefonini, ma proprio per fermarsi e riflettere su quali nuove decisioni potrebbe prendere per conseguire il suo scopo. Insomma, egli non segue più lo schema stimolo/risposta, appunto tipico dell’inseguimento leonesco della gazzella, cioè peculiare dell’animale che non ha vero pensiero, non ha la ragione. Adesso ne è invece dotato. Occorre pur sempre che vi sia un leone in corsa dietro alla preda senza darle requie. Sia per stancarla (anche se si stanca pure lui), ma soprattutto per obbligarla a tutte quelle inversioni di rotta. Quel leone ha però adesso la possibilità di chiedere l’intervento di un suo compagno, che se ne sta invece fermo, dotato degli strumenti adeguati a seguire le varie fasi dell’inseguimento. Egli cercherà di capire se la gazzella si muove veramente in modo del tutto caotico oppure se, pur inconsciamente, segue un certo schema nel suo scappare. Cerca quindi di studiare la frequenza temporale dei suoi zig zag, il loro alternarsi a destra e sinistra e con quale irregolarità (che magari ha una sua regolarità), con quale angolazione vengono effettuati, ecc.

Alla fine, almeno in molti casi, riesce a ricostruire un certo percorso; non certo quelle reale, solo costruito idealmente, teoricamente. Quindi la teoria non riproduce affatto la realtà, ma l’interpreta tramite costruzione pensata; non si tratterà proprio di una linea retta, vi saranno pur sempre determinate curve, ma la traiettoria tracciata sarà comunque nettamente più breve di quella seguita effettivamente dalla gazzella, che il leone cacciatore (quello dedito alla “pratica”) sta inseguendo assiduamente. Tale traiettoria “costruita” presume che in un dato tempo, calcolato con la maggiore approssimazione possibile, il leone possa infine incocciare nella sua preda per atterrarla o almeno affibbiarle qualche bella artigliata cosicché essa, ferita e perdendo sangue, perda presto le sue energie e non possa più sfuggire al suo triste destino. E’ ovvio, però, che è indispensabile trasmettere al leone in corsa le informazioni e ordini necessari ad abbandonare il suo zig zag e a seguire quel dato percorso più breve perché assai meno curvilineo. Bisogna dunque costruire pure delle opportune reti di comunicazione tra i due leoni, reti che trasmettano quanto necessario sempre più velocemente, meglio se istantaneamente; altrimenti il lavoro del leone “pensante”, con tutti i suoi precisi calcoli, diverrebbe puramente inutile.

In determinate contingenze storiche, la gazzella è il potere, quando ormai è sclerotizzato e sempre più aborrito dal “popolo” o almeno da una sua parte attiva e grintosa. Il leone inseguitore può ben essere questa parte, irosa e anelante essenziali cambiamenti, che ha deciso di ribellarsi o comunque di manifestare sempre più energicamente il suo vivo malcontento. La ribellione di questa parte di popolazione (le “masse” fortemente insoddisfatte del potere esistente) è però simile a quello del leone non assistito dal pensiero razionale e che procede “a zig zag”, esaurendo così le proprie energie di rivolta e rischiando perciò un grave flop con tutte le conseguenze del caso: schiacciamento della ribellione e ampi massacri. E’ del tutto indispensabile il secondo leone capace di riflessione per studiare le mosse della gazzella e individuare il “percorso” meno faticoso e complesso per agguantarla ed eliminarla. Tuttavia l’esempio non sarebbe completo se non si ricordasse che pure la “specie” gazzella ha ricevuto il dono della ragione. Quindi quella in fuga è pur essa assistita da un’altra che pensa e riflette e dunque osserva le mosse del leone inseguitore per rilevarne eventuali punti deboli, alcuni piccoli ritardi di reazione allo zigzagare della fuggitiva, la maggiore o minore robustezza delle sue zampe nelle virate, ecc. E’ dunque ancora più evidente la necessità che il leone in movimento (le “masse”) abbia alle spalle il “leone pensante”, valutatore delle mosse della gazzella e anche ben conscio dell’esistenza dell’altra gazzella di sostegno e di ciò che essa può escogitare per difendere la sua compagna in fuga. Il “leone pensante” è in questo caso la cosiddetta “avanguardia”, in senso più proprio l’élite che deve dirigere le masse affinché esse conseguano l’obiettivo: afferrare la preda, cioè prendere il potere, togliendolo alla fuggitiva e rendendo vani i tentativi di difesa escogitati dalla sua gazzella d’appoggio

 

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L’animale dotato di pensiero ragionante è l’uomo; e una delle specie è la nostra, quella dell’homo sapiens. Decine e centinaia di migliaia d’anni fa ve n’erano cinque, fra cui quella ben nota di Neanderthal, quella che a lungo ha dominato nella zona europea (la specie sapiens è arrivata dall’Africa) e il cui ultimo rifugio, circa 50.000 anni or sono, fu la Rocca di Gibilterra. Alla fin fine è rimasta solo la nostra specie che, ne sono convinto, ha eliminato le altre e in particolare quella appena citata. In ogni caso, l’uomo non ha come finalità suprema il semplice mangiare; mentre troppo spesso, credo con una certa superficialità e non conoscenza adeguata, crediamo sia invece così per gli altri animali (oggi si comincia a porre in luce che perfino i vegetali hanno determinate forme di “sensibilità”). Dobbiamo evidentemente mangiare per vivere, ma non usiamo il nostro pensiero (raziocinante) soltanto, e nemmeno principalmente, per procacciarcelo. In genere abbiamo altre finalità “supreme”. Sarebbe possibile dire – ma sempre con una certa approssimazione – che, in ultima analisi, inseguiamo un qualche tipo di potere; in particolare, ci preme conquistare una posizione di preminenza in differenti ambiti, laddove ognuno degli individui appartenenti a quella determinata società (forma strutturale dei rapporti sociali) esercita la sua specifica attività. Il potere è il predominio o, se vogliamo dirla in altro modo, l’attribuisce a qualcuno rispetto agli altri (sugli altri). Il modello dell’azione umana è in effetti meno simile a quello del leone che insegue la preda: più spesso sembra la lotta tra due (o anzi più) animali della stessa specie per assumere il comando nel “branco” cui appartiene.

Nella teoria marxista tradizionale – in questo seguendo Marx – il “mangiare la preda” è fondamentalmente il produrre i beni secondo date modalità (tecniche e d’organizzazione). La specie umana ha creato continuamente nuove strumentazioni e forme organizzative per potenziare le sue capacità produttive; dunque non soltanto per ottenere una sempre maggiore quantità di oggetti più direttamente indispensabili alla vita in quella data società, ma per approntare pure strumenti capaci di accrescere la produttività della sua attività lavorativa. E si è pure impegnata nel crescente accumulo di conoscenze che hanno ulteriormente aumentato e via via diversificato la produzione dei beni. L’ampliarsi delle conoscenze ha richiesto l’allestimento e continuo miglioramento delle organizzazioni a ciò addette; e tali organizzazioni hanno a loro volta necessità di nuove strumentazioni per migliorare la loro efficienza, e così via. Non può sussistere nessuno dei fenomeni appena considerati se la stessa società non si viene strutturando in base ad appropriati rapporti fra gli individui che la compongono; e gli individui non sanno esistere in società se non riunendosi in gruppi “funzionali”, tra i quali si vanno creando forme differenti di relazioni, ora di collaborazione ora di conflitto.

Arrivati a questo punto, il mangiare (e dunque anche il produrre dell’uomo primitivo, alle sue origini) si allontana sempre più dal suo essere lo scopo per eccellenza. Certamente non si può non produrre. Tuttavia, appare limitativo quando Marx scrisse a Kugelman (luglio 1868): “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”. Bisogna però anche ricordare il contesto in cui la frase fu scritta: Marx stava spiegando al destinatario la sua teoria del valore di un bene in quanto tempo di lavoro speso per produrlo, in questo seguendo l’impostazione dei “classici” (anche se poi il problema del plusvalore è un suo contributo del tutto originale e decisivo per la lotta dei lavoratori contro il capitalismo). In ogni caso, appena il bambino esce dalla sua infanzia apprende pure che non è in grado di fare gran che se non accresce le sue conoscenze in fatto di produzione e se non si mette nelle condizioni indispensabili a perseguire tale scopo. Poi si accorge della necessità di porsi in relazione con altri “bambini cresciuti”; e simili relazioni implicano sia una collaborazione sia una competizione più o meno acuta fino all’aperto scontro e alla sottomissione (e perfino soppressione) degli avversari. Si creano così gruppi sociali più o meno coesi, con mutevoli forme di rapporto fra loro. Diventano allora fondamentali quelle che sono definite da Marx “sovrastrutture”: l’organizzazione politica, l’elaborazione di ideologie varie in ambiti sempre più numerosi, la trasmissione dei saperi acquisiti e accumulati, ecc.

In tutto questo processo ci si trascina dietro logicamente le due finalità d’origine: mangiare (che nell’uomo significa ormai produrre) e assumere la guida del branco, cioè avere il potere di comando nelle varie organizzazioni e strutture politiche e ideologiche. Nella specie umana, queste due finalità non possono mai più essere conseguite riducendo all’osso le modalità della loro sempre più complessa articolazione, che continua a differenziarsi, acquisisce nuove energie e vitalità; e poi progressivamente sfiorisce, si sclerotizza, diventa un ostacolo e deve essere modificata più o meno radicalmente con azioni spesso violente. Quelle che vengono definite sovrastrutture non possono certo essere pensate come qualcosa posto al semplice servizio delle due suddette finalità (che si pretende siano quella primarie perché primigenie); la loro complicatezza diventa tale da divenire essa stessa una finalità. Il pensiero si concentra su di esse e la loro adeguatezza o meno non si misura solo in base ai loro scopi originari. Sì, “in ultima analisi”, questi continuano a sussistere; ma molto “in ultima”. Guai se il pensiero si ponesse nel semplice percorso che arriva soltanto a riflettere su come meglio produrre e su come meglio assumere la supremazia nel “branco”.  Bisogna  allontanarsi da questi due scopi elementari, non dimenticarli ma essere coscienti della loro limitatezza; e allora si produrranno le vere “novità” del vivere umano, comprese quelle più idonee al conseguimento delle finalità “primitive”.

Il leone pensante, posto a supporto di quello “pratico” in caccia, non deve essere un mero “tecnico” che studia il percorso migliore per abbreviarlo e ridurre il tempo di percorrenza atto ad arrivare alla preda. Deve sdoppiarsi, in definitiva chiamare in causa un terzo leone, abituato a riflettere sui motivi per cui è indispensabile costruire una “realtà” diversa dal reale percorso seguito dalla gazzella in fuga che, a sua volta, ne ha un’altra tesa a conservare non solo la sopravvivenza della sua “assistita”, ma a cercare di dimostrare come in definitiva la sua “specie” (il suo “gruppo di potere”) sia in grado di non farsi sopraffare dall’altra “specie” (tesa alla conquista del potere in questione). Solo che questo terzo leone deve ben concentrarsi, come suo obiettivo specifico, sul perché la realtà (proprio quella effettiva) della gazzella fuggitiva non è da considerarsi la “realtà” più essenziale da conoscere se si vuol raggiungere il risultato perseguito. Vi è appunto una diversa “realtà”, non reale nei suoi termini troppo semplicistici, la cui “costruzione” – via ipotesi poi soggetta senza dubbio alla prova della “pratica” – può consentire l’ottenimento del successo finale. Non ci si deve mai scordare che non si tratta della realtà (reale, effettiva); quindi nemmeno bisogna “innamorarsi perdutamente” della “realtà costruita”, altrimenti si rischia di andare incontro ad un fallimento se la gazzella pensante induce quella in fuga a mutamenti di percorso in grado di porla in salvo.

Insomma, spero ci si sia grosso modo capiti al di là di leoni e gazzelle.

 

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Dobbiamo adesso abbandonare definitivamente l’esempio condotto utilizzando il comportamento animale per concentrarci esclusivamente su quello umano. Non si può comunque parlare di tale argomento in modo troppo generale; bisogna invece riferirsi a varie teorie che cercano di spiegare l’umano in ciò che ha di più specifico: i rapporti intercorrenti tra i diversi appartenenti a tale specie animale, rapporti che, essendo assistiti dal pensiero e dall’azione sorretta appunto da una data impostazione teorica (la “pratica” deve basarsi su una “grammatica”), si strutturano secondo particolari modalità di carattere evolutivo, mutevole (storico). Personalmente mi sono formato nell’ambito della teoria marxista i cui postulati fondamentali – quelli da cui si parte per una corretta costruzione di un dato complesso teorico – sono stati appunto posti da Karl Marx. Come già ricordato, egli dette importanza primaria, e fondante tutto il rimanente, alla sfera produttiva, più precisamente ai RAPPORTI SOCIALI DI PRODUZIONE.

Non ci si faccia ingannare, come una gran parte dei marxisti, dal cosiddetto primato delle forze produttive, in quanto mobili e dinamiche e supposte quindi quale causa ultima del mutare dei suddetti rapporti di produzione. Certamente Marx scrive (“Miseria della filosofia”): “Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società con il signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”. Però subito dopo afferma: “Le macchine non sono una categoria economica più di quanto lo sia il bue che trascina l’aratro. Le macchine non sono che una forza produttiva. La fabbrica moderna, che si basa sull’applicazione delle macchine, è un rapporto sociale di produzione”.

A mio avviso è ben più significativo tale rapporto. Esso, nella sua forma capitalistica, si è formato durante il periodo della manifattura, che è ben antecedente la scoperta e il diffondersi delle macchine. In primo luogo si è affermata la cosiddetta “accumulazione originaria”, che non è semplice accumulo di beni prodotti e di strumentazione per ottenerli in misura crescente. Si verifica in varie guise – ad es. in Inghilterra la diffusione del pascolo (all’inizio per rifornire di lana la produzione di tessuti in Olanda) con recinzione delle terre  ed espulsione di masse di contadini che, in un primo tempo, alimentano il vagabondaggio poi soggetto per legge ad una regolamentazione – il progressivo aumento dei lavoratori salariati, sempre più liberi da ogni vincolo servile ma privi dei mezzi di produzione e quindi costretti per vivere a vendere (come merce) la propria forza lavorativa ai proprietari degli stessi (i capitalisti). Dalla competizione di questi manifattori, ormai in un clima produttivo appunto capitalistico, si ha non semplicemente l’iniziale concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma soprattutto la suddivisione del processo di lavoro in segmenti tali da favorire la specializzazione dei compiti (e degli strumenti per attuarli), cui si unisce il progressivo impoverimento dei lavoratori rispetto ai loro saperi produttivi. Ad un certo punto, tale segmentazione dei processi lavorativi in operazioni via via più elementari favorisce l’invenzione delle macchine, una sorta di assemblaggio di strumenti semplificati per compiere dette operazioni con precisione, regolarità e tempistica nettamente superiori alle possibilità umane; e il loro movimento viene ottenuto e controllato utilizzando energia non umana (molto superiore a quest’ultima per forza e tempo di applicazione).

Le scoperte scientifiche e tecniche, con l’affermarsi di nuove forze produttive, sono indice dell’evolversi, del trasformarsi, delle strutture dei rapporti sociali intercorrenti tra le varie classi e le differenti categorie sociali. E con il mutare dei rapporti, muta la forma di società (la formazione sociale). Continuare a chiedersi che cosa viene prima tra forze e rapporti di produzione, assomiglia un po’ al famoso quesito: è nato prima l’uovo o la gallina? Tutto sommato, però, è ragionevole supporre che il sistema dei rapporti sociali sia predominante rispetto all’insieme e varietà delle forze produttive. Ciò che comunque è mutato considerevolmente è il DNA di date specie animali, dando origine ad un certo punto a quello che caratterizza gli esseri umani e la loro riproduzione. Il vecchio, e ormai superato, dibattito tra primato delle forze produttive (marxismo ultratradizionale e base teorica del riformismo attendista) o invece dei rapporti (sociali) di produzione (marxismo critico-rivoluzionario, tipo quello althusseriano) ha avuto un senso ben preciso quando ancora si pensava che la forza rivoluzionaria del movimento comunista si andasse affievolendo e si cercava perciò di opporsi a simile processo.

Ricordo bene un importante snodo di tale dibattito (cui partecipai come althusseriano) nel 1972-73 in “Critica marxista”. I forzaproduttivisti erano appunto quelli ormai rivoluzionariamente “spenti” come la maggioranza dei partiti comunisti, in specie europei, che sembravano pensare alla progressiva trasformazione del capitalismo in socialismo (assistita da pratiche di lotta parlamentare e al massimo sindacale) per l’oggettivo imporsi di forze produttive richiedenti l’indispensabile cooperazione dei “produttori” (operai e ceti medi piccolo-imprenditoriali). Tutto questo mentre l’“eurocomunismo” (guidato dal PCI) si stava segretamente e con circospezione (che per poco tempo m’ingannò!) spostando verso il campo “atlantico” (cioè sotto la predominanza USA) come diventerà lapalissiano dopo la vergognosa operazione “mani pulite”. I “rivoluzionari”, invece, avevano compreso che questi ormai falsi comunisti si adattavano alla riproduzione della società capitalistica così come si era andata configurando dopo la seconda guerra mondiale con la netta e ormai generale caratterizzazione tipica della formazione sociale statunitense in quanto sistema di rapporti al cui vertice stavano i “funzionari” (soprattutto gli “strateghi”) del capitale; e sostenevano quindi che decisivo era invece il rivoluzionamento dei rapporti di produzione in direzione della forma socialista. Idea che si è comunque rivelata errata. Da una parte – i sedicenti riformisti (e revisionisti) – avevamo a che fare con trucidi opportunisti e voltagabbana; dall’altra – gli speranzosi rivoluzionari – eravamo ancora alla fiduciosa credenza di una possibile radicale trasformazione della società ormai nettamente invalidata dal processo storico concreto.

Discorsi oggi inutili; ci accorgiamo bene (indubbiamente dalla fine del sistema bipolare) che erano di fatto invecchiati già allora quando ancora lo scontro era vivace perché poco consapevole di quanto stava realmente accadendo. Non si poteva ridare vitalità ad alcun processo di rivoluzionamento della società detta troppo genericamente (e generalmente) capitalistica. Semmai quei dibattiti sono forse serviti ad isterilire ancor più le pratiche di pretesa trasformazione sociale, consentendo la vittoria completa di questo capitalismo di matrice USA con l’affossamento definitivo del preteso socialismo. Bisogna afferrare perché siamo arrivati ad una simile conclusione del processo iniziato oltre un secolo e mezzo fa con il marxiano “Manifesto del partito comunista”. E’ ormai indispensabile procedere ad uno spostamento netto di paradigma; quello tradizionale e ormai decrepito – fondato sul capitalismo inglese al termine della prima rivoluzione industriale che, come Marx esplicitò fin dalla prefazione al I libro de “Il Capitale”, era il suo “laboratorio d’analisi” – insisteva sulla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione. Dalla decisività di tale carattere della società detta (in modo erroneamente indifferenziato) capitalistica discendeva la sua divisione nelle due classi fondamentali della borghesia (i capitalisti proprietari, la classe dominante) e del proletariato (i lavoratori semplici possessori della loro forza lavorativa venduta come merce, la classe dominata). Tali classi furono pensate come irriducibilmente antagonistiche, quindi le effettive protagoniste della lotta che avrebbe condotto alla trasformazione rivoluzionaria del capitalismo in socialismo, fase di transizione (necessaria) al comunismo; poiché da tale lotta sarebbe emerso infine un rapporto sociale di cooperazione nella sfera produttiva (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” come affermato da Marx), rapporto indispensabile al conseguimento di quella trasformazione.

 

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Nulla di tutto questo si è verificato; e allora si sono escogitate brillanti “ipotesi ad hoc” (fra le migliori vi sono a mio avviso quelle di Lenin, per cui non era in fondo errato parlare di marxismo-leninismo), che hanno però ritardato la comprensione dell’errore di fondo: la sfera produttiva (il “mangiare”) non è quella più decisiva nella evoluzione (storica) della società degli uomini. Le cosiddette sovrastrutture sono più autonomamente dinamiche di quanto abbia pensato il marxismo tradizionale. Tuttavia, è necessario fare attenzione a non ricreare una contrapposizione analoga a quella tra forze produttive e rapporti di produzione. Viene prima la “base economica” o le “sovrastrutture politico-ideologiche”? E tra queste sovrastrutture deve essere data preminenza agli apparati della sfera politica (in primo luogo quelli costituenti lo Stato) o a quelli ideologici e culturali in genere, quelli della crescita e trasmissione dei saperi (magari supponendo che ha il potere soprattutto chi possiede il sapere)?

Mi dispiace, ci siamo arenati; si fanno tante discussioni, anche utili per certi versi, molto raffinate senza dubbio, ma in definitiva non convincenti né concludenti. E allora direi di scartare “di lato”. Nessuna sfera della società viene prima delle altre; per ognuna vale quanto scritto sopra in merito al “viene prima l’uovo o la gallina?”. Mutiamo del tutto prospettiva e ambito della discussione, dedichiamoci ad una nuova sorta di teorizzazione. Da qui nasce la mia proposta di attribuire centralità, nel “costruire” una nuova teoria, al principio del “conflitto tra strategie” per conquistare la supremazia. Dove le strategie sono la POLITICA, ma nel senso delle mosse da compiere per vincere in un conflitto. Di conseguenza, questa POLITICA è alla base della dinamica di tutte le sfere sociali: di quella economica (produttiva e finanziaria), di quella politica (Stato, partiti, ecc.) con la sua appendice militare (rilevantissima per il conflitto!), di quella ideologico-culturale.

Si tratta allora della ben nota lotta in quanto espressione della “volontà di potenza”? No, non è in senso specifico una tensione di tal genere. Non c’è soltanto il presunto innato desiderio di prevalere, di schiacciare l’avversario. Non c’è la semplice superbia di affermarsi vincitore. Il problema mi sembra ben diverso: è che non c’è altro modo di agire, di esercitare una “pratica” senza questa specifica “grammatica”. Siamo obbligati, per muoverci adeguatamente, a costruire e stabilizzare un dato “campo” (il “territorio” in cui poi ci muoviamo); altrimenti sbanderemmo continuamente, cascheremmo, ci faremmo travolgere dalle “onde” come un surfista inetto. Non siamo però soli, non siamo tanti Robinson Crusoè come pensa il liberista (neoclassico) per arrivare alla teoria del soddisfacimento dei bisogni in base all’utilità marginale del bene a disposizione del consumatore (e il valore del bene non è più quindi il lavoro speso per produrlo come nei “classici”, bensì sta in relazione con l’utilità dello stesso, calante quanto più esso è abbondante in relazione al bisogno d’esso).

Proprio perché la tesi che seguo è del tutto differente – come spero sia risultato chiaro da quanto fin qui esposto – ogni “stabilizzazione di un campo” da parte di un dato gruppo nuoce ad altri, crea loro difficoltà, disturba il “campo” da loro stabilizzato per agire. Non si tratta però della “virtuosa” competizione nel presunto libero mercato come pensano i liberisti/liberali. E’ invece una penosa situazione di contrapposizione. E gli individui, non sempre ipocritamente e anzi più spesso in modo sincero, aspirerebbero a non inimicarsi nessuno, a intrattenere buoni rapporti di vicinato con tutti. E non è loro specifico desiderio di riunirsi in gruppi per confrontarsi con altri ed eventualmente affrontarli con intenzioni non proprio pacifiche. E’ brutta, logorante, la lotta; rende cattivi, ma non certo perché non si desidererebbe praticare invece la bontà. Eppure ci si urta. Se ciò accadesse nel vorticoso flusso squilibrante del “reale” (quello vero, effettivo), tutto sommato non ci si sentirebbe nemmeno tanto avversari; ci si incontrerebbe a caso, ci si saluterebbe per un attimo, si avrebbe poco tempo solo per scambiarsi “due parole” e si andrebbe poi incontro ad altri (e sempre casualmente, senza aver fissato alcun appuntamento). Non ci sarebbe nemmeno l’occasione di darsi reciprocamente fastidio e di nutrire reciprocamente sentimenti di simpatia o antipatia, di amicizia o del suo contrario e via dicendo. Non vi sarebbero “punti d’appoggio” possibili per potersi fermare, valutare le situazioni, prendere decisioni in un qualsiasi senso. Insomma nessuna possibilità di conflitti acuti.

Non possiamo agire e continuare a vivere in questo modo. Dobbiamo “fermare il mondo”; e lo facciamo con la nostra attività di pensiero, con la riflessione ripetuta più volte (non stimolo/risposta, se non in situazioni eccezionali), che costruisce sistemi di relazioni atti a stabilizzare “campi” in cui svolgere la nostra attività. In un certo senso, siamo come quelli che andavano a colonizzare l’ovest degli Stati Uniti; tanti piccoli produttori agricoli che delimitavano i confini dei terreni di loro proprietà (insomma, di cui si impossessavano). Questo, tuttavia, non chiudeva la questione. I confini erano di sovente attraversati e si litigava, ci si scontrava; e poi arrivavano nuovi colonizzatori e pure loro volevano un campo da coltivare, ecc. ecc. La lotta comincia, ma non si combatte da soli, ci si riunisce in gruppi, si fanno alleanze d’interesse, a volte vere amicizie. E molto spesso ci si associa per affinità di attività svolta, quindi per le funzioni e i ruoli ricoperti in quella data società. Ed ecco strutturarsi i diversi rapporti della formazione sociale attraverso la “costruzione” dei “campi stabili” in cui poter essere attivi; costruzione che esige quasi sempre la lotta con l’alleanza quale suo mezzo.

Non siamo cattivi per natura, non siamo semplicemente assetati di potere, non vogliamo esclusivamente prevalere sugli altri e subordinarli a noi. Non abbiamo una “natura” definita, non è il DNA che ci conduce allo scontro, al conflitto, al pensare e attuare le mosse strategiche adatte a sconfiggere gli altri. Lo facciamo perché così siamo in grado di agire in quella stabilità senza la quale saremmo sempre come gli oggetti e gli uomini, ecc. in assenza di gravità; si volteggia ed è allora complicato agire con fini preordinati e ben definiti. E’ quindi obbligatorio rassegnarci a quanto ho appena detto: ci stabilizziamo e ci urtiamo fra noi; e inizia il conflitto.

Qui mi fermo, per il momento. Questo mutamento – da me compiuto all’interno del marxismo: dalla centralità della sfera produttiva e della proprietà o meno dei mezzi di produzione alla POLITICA come insieme delle mosse di un conflitto per la supremazia, che riguarda tutte le sfere della società – invita a non perdere altro tempo intorno alle ormai invecchiate discussioni sulla transizione al socialismo e poi comunismo. Rende inoltre un po’ ridicole le affermazioni circa la meravigliosa aspirazione che animerebbe l’UOMO – inesistente perché reali sono solo gli esseri umani, formati e “individualizzati” dalla multiforme, complessa e conflittuale interrelazione fra loro – in merito ad una società armonica, felice, piena zeppa di bontà. E’ indispensabile prendere le mosse da una diversa concezione dello strutturarsi dei rapporti sociali. Ho semplicemente voluto indicare i motivi e i ragionamenti che mi hanno condotto al mutamento di paradigma teorico qui esposto. In fondo, si tratta di un inizio anche se tale riflessione dura ormai almeno dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso; ed è quindi stata e sarà ancora, nei limiti del possibile e della mia “durata”, un processo di continuo ripensamento. Per di più è un invito – rivolto a chi cerca la “grammatica” ben prima della “pratica” immediata – a voler ricevere il mio messaggio, rielaborandolo e anche andando oltre lo stesso. So bene che non posso superare “in toto” i pesanti condizionamenti rappresentati dalla mia formazione teorica. Bisogna si facciano avanti giovani in grado di calarsi senza più indugi nella nuova epoca, in cui secondo la mia ormai netta convinzione siamo entrati.

Speriamo bene, questa è la logica conclusione di questo scritto.

 

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