LA “VERA STORIA” SI SVOLGE COSI’

gianfranco

Qui

 

articolo interessante, che tratta di argomenti più rilevanti di quelli di cui siamo spesso costretti a parlare, data anche la miseria del nostro paese (e della UE in genere). Intanto, si nota che gli stessi Stati Uniti sembrano sempre più propensi a lasciar perdere la “scusa” della lotta al “terrorismo”, da loro stessi ispirato e finanziato (tramite gli Stati ben noti, loro “alleati” succubi) per poi arrivare a porsi come i salvatori dallo stesso; a volte con gesti simbolici – atti alla credulità delle popolazioni del tutto sprovvedute in fatto di politica – quali, ad es., l’assassinio di Bin Laden, organizzato come una ripresa cinematografica. E sembra che ormai pure la Cina abbia superato l’altra “rappresentazione”, quella della supremazia commerciale e del finanziamento del debito pubblico americano (in questo è ormai seconda rispetto al Giappone), soltanto misure di primo approccio che devono lasciare il posto, avanzando il multipolarismo, al vero metodo per la conquista delle sfere di influenza, quello militare con potenziale futuro scontro bellico.
Come scrissi fin nel titolo di un mio libro, tutto torna ma diverso. Gli sciocchi pensano che ormai si vada verso l’esaurimento delle guerre in termini propri e si avrà infine soltanto lo scontro nel settore dell’informazione e della manipolazione dell’opinione, una sorta di lavorio psicologico di massa, accompagnato dalla crescente influenza culturale e ideologica di qualche potenza (e da questo punto di vista resterà a lungo quella Usa). Per cui magari qualcuno è convinto che la “svolta epocale” consista nel can can delle “femmine molestate” o nella lotta per i diritti degli omosessuali. Per fortuna degli Stati Uniti, oltre a Hollywood esiste anche il Pentagono e altri organismi che sanno bene dove si dovrà infine combattere per mantenere (o perdere) la supremazia. La Grecia “conquistò” culturalmente Roma (così si racconta, abbastanza superficialmente), che restò la dominatrice del mondo per secoli. Più di recente, la Francia ebbe grande influenza culturale quando però era ormai ridotta a potenza di secondo rango e perse infine ogni potere nelle sue zone di predominio: dall’Africa del nord all’Indocina, ecc. E non parliamo dell’Inghilterra. Le guerre non si combattono più con le lance e poi con le bombarde, siamo andati ben oltre. Resta però il fatto che la vera preminenza si conquista con le aree di influenza vere e proprie (che oggi non richiedono più pesante occupazione territoriale e amministrativa diretta, affidata invece a gruppi sociali asserviti interni ai paesi facenti parte di una di tali aree).
Verrà presto meno la ben nota fregnaccia del predominio dei soldi, di coloro che li possiedono e li manovrano nelle varie organizzazioni finanziarie mondiali. Vinceranno anche nel “commercio”, nella “ricchezza”, i paesi che sapranno organizzare meglio proprio la conquista delle “sfere d’influenza”, conquista attuata con adeguata preparazione bellica e infine la vittoria nel confronto diretto e aspro in quest’ambito. Certo, le guerre saranno combattute con nuove armi, che magari ricordano i film di fantascienza, ma i risultati non saranno precisamente quelli di tali film, saranno meno manifestamente orrorifici e assai più umilianti per i perdenti. Saranno quelli che subiamo noi europei dalla fine della seconda guerra mondiale ad opera dei predominanti “predatori” d’oltreatlantico. Con una lunga, ma inefficiente e vana, resistenza dell’Urss per circa mezzo secolo; una resistenza presa – ancora una volta per nostra inconsistenza (e proprio principalmente teorica) – per vera opposizione e alternativa alla supremazia statunitense, opposizione non a caso crollata nell’“espace d’un matin”. Ed effettivamente crollata senza bisogno di un vero scontro bellico, ma perché l’essenziale – e non l’avevamo compreso – si era alla fin fine giocato nello scontro del 1939-45. La storia ha di questi “ritardi”, non “paga mai il sabato”.
Come ci si rincoglionisce sulla finanza “dominatrice”, egualmente lo si fa per le “meraviglie” della tecnologia in mirabolante cambiamento ogni “due secondi”. No, le lotte per le “sfere d’influenza” – le vere artefici delle “svolte storiche” – sono più lente, procedono anche nei “fondali sottomarini” (non solo quelli reali, pure in senso figurato), hanno caratteri che non si osservano nelle urla e agitazioni di chi crede che cambiando “costumi e senso morale (etico)” si è stabilmente provocata una “svolta epocale”. Vi accorgerete sulla vostra pelle che cosa alla fine stabilisce senza mezzi termini tali “svolte”. Ed è da queste tragedie che prendono avvio nuove epoche di grandezza; perfino, a volte (non sempre), dello “spirito umano”, delle sue “filosofie”, dei nuovi modi di pensare il mondo e le finalità “ultime” della nostra esistenza (che non saranno mai le “ultime”, ne verranno poi altre).

PS http://www.ilgiornale.it/redirect/mondo/taiwan-adesso-lancia-l-allarme-cina-pronta-ad-attaccarci-1486342.html

Magari, sarebbe veramente ora! Anche perché vorrei vedere la reazione degli Usa, in pieno conflitto interno. E intanto la Corea del nord è passata in secondo piano in poco tempo; ma potrà tornare “in auge” altrettanto velocemente. Tipico, proprio tipico di questi tempi di completa incertezza; nemmeno i “grandi” fanno previsioni certe e sanno prendere decisioni tassative e con lungimiranza.

IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

GRANDE CAOS SOTTO IL CIELO (di GLG)

gianfranco

[[Preoccupazione per il lancio soprattutto in Corea del Sud e Giappone. Seul ha fatto sapere di avere lanciato un missile in mare in risposta a Pyongyang e la presidenza ha convocato una riunione urgente del consiglio di sicurezza nazionale. Riunione analoga è stata convocata anche in Giappone, dove intorno alle 7 ora locale (mezzanotte circa fra giovedì e venerdì in Italia) nel nord del Paese sono risuonati avvertimenti che invitavano i cittadini a cercare rifugio. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato aggiornato sul lancio: ultimamente la sua politica è stata di chiedere alla Cina di fare di più per arginare il suo vicino. Ma Pechino preferisce una risposta internazionale al problema. «Cina e Russia devono esprimere la loro intolleranza per questi sconsiderati lanci missilistici intraprendendo da sé azioni dirette», ha dichiarato il segretario di Stato americano, Rex Tillerson. Pechino però, tramite una portavoce del ministero degli Esteri, ha negato che la Cina abbia la chiave per allentare la tensione sulla penisola: «Ogni tentativo di lavarsi le mani dalla questione è irresponsabile e non aiuta a una soluzione», ha affermato, ribadendo che secondo Pechino le sanzioni sono efficaci solo se accompagnate dai colloqui.]]

[[Abbiamo strangolato la Corea del Nord economicamente, abbiamo tagliato il 90% degli scambi commerciali» di Pyongyang» . Intanto il presidente Donald Trump incontrerà il premier Giapponese Shinzo Abe e il leder sudcoreano Moon Jae in la prossima settimana a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu]]

Da un articolo del “Corriere della sera”, della Redazione on line

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Come già ho altre volte sottolineato, uno dei motivi rilevanti (non l’unico) dell’atteggiamento della Corea del Nord – che certamente non agisce semplicemente di testa propria per “follia” di un “dittatore”, in base a quanto affermano fonti di informazione di una stupidità crescente e dichiarazioni politiche ufficiali tracotanti ma poco convincenti (e direi perfino poco convinte) – è l’intenzione di spingere Giappone e Corea del Sud ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Questi due paesi gongolano, pur con dichiarazioni di preoccupazione e di ostilità (che è reale, sia chiaro) nei confronti dei nordcoreani. Anche la Cina – che finge di criticare pur essa il paese “atomico” (e di fatto amico), ma dice di non poter far niente e sottolinea la necessità di evitare soluzioni militari – è in realtà soddisfatta. Evidentemente, Cina, Giappone e Corea del sud non sono alleate fra loro, anzi in netto contrasto quali potenze interessate all’area asiatica. Il problema è che la predominanza conquistata dagli Usa con la seconda guerra mondiale è ormai sopportata a denti abbastanza stretti e si desidera giungere ad una migliore articolazione delle sfere d’influenza di tali nazioni (fra le quali al momento la Cina è nettamente più forte) in quest’area. I tre paesi sono avversari, ma interessati ad una diminuzione della “presa” statunitense. E gli Usa hanno certo le mani che prudono, vorrebbero probabilmente intervenire, ma sono sufficientemente intelligenti (non come i giornalisti d’accatto) per valutare l’insieme della questione e i possibili giochi dei paesi asiatici succitati; lo ripeto, non alleati e conniventi fra loro, ma comunemente interessati all’indebolimento della preminenza statunitense.
La Russia, che purtroppo non ha la potenza dell’Urss di un tempo, mi sembra fare la sorniona in tal caso. Essa manifesta preoccupazione, non credo realmente sentita, per il comportamento nordcoreano, ma sono convinto che ne è invece intimamente soddisfatta poiché può creare problemi agli Stati Uniti – pur se questi decidessero, abbastanza improvvidamente, di attaccare il “provocatore” – e alla lunga favorire un allentamento della “pressione” esercitata ai suoi confini; tipo quella posta in atto dalle precedenti amministrazioni Usa in Ucraina. E poi ci sarebbero forse ricadute positive in Siria e in generale in tutta l’area, ivi comprese magari Turchia e Iran e poi ancora in Libia dove ci sono contatti tra russi e il gen. Haftar, al vertice della Cirenaica.
Quanto allo strangolamento dell’economia nordcoreana, sostenuto per nascondere la rabbia di non poter procedere senza effetti negativi alla “distruzione” del “dittatore” nordcoreano, c’è solo da sorridere. La stragrande maggioranza del commercio estero di tale paese è con la Cina. Si può essere certi che i cinesi sarebbero perfino capaci di far la faccia feroce con l’alleato e lasciare in piedi quel commercio fin nelle sue minutaglie; in realtà, hanno un atteggiamento molto moderato e insistono per trattative. Così pure altri paesi. Il fatto è che Bush e Obama (e anche altri come Clinton) hanno lasciato una gran brutta eredità a Trump, con effetti di quelle strategie aggressive (dirette e indirette) alla fin fine poco positivi. Malgrado questo risultato, il vecchio establishment non dismette i tentativi di far cadere la nuova presidenza, creando la possibilità di ulteriori indebolimenti della preminenza mondiale Usa a causa dei gravi ritardi nel pensare una strategia più appropriata, tesa fra l’altro al consolidamento delle aree tradizionalmente influenzate dal paese ancora predominante: Sud America e, di fatto, la UE, dove esistono paesi, quelli ex “socialisti”, decisamente sfavorevoli alla Russia e quindi pienamente schierati con la potenza d’oltreatlantico. Comunque, anche in Europa si avvertono possibili mutamenti d’impostazione; Macron sembra non essere del tutto sfavorevole a Trump. D’altra parte, quest’ultimo (il gruppo che rappresenta) deve mostrarsi morbido e pronto a compromessi con gli avversari interni, arrivando quindi ad alcuni rilevanti cedimenti. Nel contempo, deve mettere in mostra un alto grado di aggressività, come quella contro il Nord Corea, per fingersi interessato ad un predominio globale, ormai difficilmente raggiungibile.
Tutto questo sta ritardando, e di molto, un possibile riadattamento strategico statunitense alla nuova situazione mondiale in fase di movimento disordinato e piuttosto incontrollabile, tipica caratteristica del multipolarismo in accentuazione. Molto bene: “grande caos sotto il cielo”. E sempre maggiori difficoltà per chi vorrebbe prevedere con maggiore correttezza i fenomeni che si andranno producendo nel breve e medio periodo (quelli del lungo periodo li lasciamo ai profeti, cioè ai fessi).
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NIENTE AMMAZZA COME UNA DEMOCRAZIA

liberta

I crimini contro l’umanità sono del nazismo e del comunismo. Sta scritto sui giornali liberali e su quelli (a)varia(ta)mente democratici. Quanti ne avrà uccisi Stalin? Miliardi! E Hitler? Fantastilioni, ma 6 milioni di ebrei in particolare. Qui conta il dato parziale (peraltro discutibile come afferma, ad esempio, lo storico Eric Hobsbawm che parla di 4 milioni) perché gli altri poveri ammazzati dal fuhrer, come zingari, comunisti, omosessuali ecc. ecc. non valgono proprio come i primi e, spesso, passano in secondo piano nel bilancio finale dei morti. Lo dico con tutto il rispetto possibile per il popolo ebraico che è stato vittima di sopraffazioni ignobili ed è tutt’ora perseguitato da strumentalizzazioni non meno abiette. Ma al pari di altre stirpi non altrettanto compatite dalla famigerata Comunità Internazionale. Però, con buona pace del grande Totò, nemmeno la morte livella e non è la somma che fa il totale, a quanto pare. Eviteremmo di essere sarcastici su un tema così serio se non dovessimo assistere quotidianamente alla demonizzazione del nemico e all’accumulazione di falsità sempre più intollerabile pur di coprire i propri orrori e su di essi costruire il mito dell’asse del bene o della Civiltà superiore.
In ogni caso, tutte le strade del sangue portano necessariamente ad un dittatore o presunto tale. Così ci raccontano la storia dei genocidi e degli stermini di massa gli onesti democratici, i quali non farebbero male ad una mosca ma sognano ogni notte di schiacciare Mosca o Pechino. Ed, invece, sono tutte balle! Il capitalismo e le sue democrazie liberali sono andati ben oltre Stalin, Hitler e Pol Pot messi insieme. “Abbondandis in abbondandum”. Nemmeno i campi di concentramento o i gulag, queste immense vergogne dove l’umanità ha dimostrato la malvagità di cui è capace, sono un’invenzione dell’Imbianchino o di Koba il terribile. Come riportato da M. Zezima nel libro Salvate il Soldato Potere: “«Durante la guerra contro i boeri (1899-1902), il Regno Unito aveva usato campi di concentramento simili per internarvi gli elementi ostili della popolazione sudafricana. Lo stesso fecero Spagna e Stati Uniti nelle Filippine» scrive lo storico Michael Adams, rilevando come simili precedenti fossero stati presi a modello dal regime nazista.
In realtà, dice Ward Churchill, docente al Center for Studies in Ethnicities and Race in America dell’Università del Colorado (con sede a Boulder), la politica tedesca traeva ispirazione da esempi ancora più remoti.
Hitler aveva ben presente il trattamento riservato agli indigeni d’America, specie in Canada e negli Stati Uniti, e prese a modello quelle procedure per ciò che definiva “politica dello spazio vitale”. In pratica, il Führer fece sua l’idea della “conquista dell’Ovest”, con la conseguente deportazione dei residenti all’arrivo degli invasori, che condusse all’insediamento del ceppo anglosassone nelle terre americane come esempio per la sua espansione a est verso la Russia, dislocando, deportando e/o liquidando la popolazione per farsi spazio e sostituirla con quella che riteneva una razza superiore. Hitler era pienamente consapevole di come la sua politica ricalcasse le precedenti esperienze della popolazione anglo-americana nelle regioni a nord del Rio Grande”.
Non occorre andare a rivangare troppo nel passato per scoprire le atrocità commesse dai governi e dai popoli liberi ed, anzi, possiamo anche soffermarci al periodo della II GM per avere un saggio di come si sono comportati i sedicenti buoni nella lotta contro i cattivi. Piuttosto, l’unica certezza è che nemmeno nel futuro avremo un miglioramento della situazione poiché, parafrasando Cioran, l’ora del crimine non [sempre] suona nello stesso momento per tutti i popoli e ciò spiega il permanere della storia.
Innanzitutto, a qualche americano era venuto il dubbio che i propri capi non fossero propriamente degli stinchi di santo. Di fronte ad ordini bestiali e cruenti, che andavano ben oltre l’intenzione di sottomettere il nemico, la convinzione di trovarsi dalla parte dei giusti poteva vacillare. Tra questi il ministro della Guerra statunitense Henry Stimson, che dopo i bombardamenti incendiari contro il Giappone, nel 1945, disse : «E terrificante che non si siano sollevate proteste per i bombardamenti aerei con cui abbiamo colpito il Giappone causando un numero eccezionale di vittime. C’è qualcosa di sbagliato in un paese dove nessuno protesta…perché non voglio che gli Stati Uniti si guadagnino la reputazione di avere superato Hitler in atrocità”. Il suo dubbio si tramuterà in certezza poco dopo, quando Truman farà sganciare due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Facendo centinaia di migliaia di morti? Macché, per Truman “avere sganciato le bombe ha salvato milioni di vite”. Churchill lo superò dando letteralmente i numeri: 12000000. Goebbels in confronto a questi due era un dilettante.
I giapponesi hanno ricevuto dagli statunitensi un trattamento davvero speciale perché considerati addirittura subumani. Sembra strano ma la patria del politicamente corretto antirazzista non esitava a schiacciare i musi gialli come fossero zanzare. Un altro brano tratto dal testo di Zezima: “Il Giappone, per passare da paese primitivo abitato da scimmie e traditori ad affidabile baluardo anticomunista, doveva ovviamente pagare un prezzo esorbitante. Anche quando stava per essere sganciata la seconda atomica su Nagasaki (9 agosto 1945) e la vittoria era ormai una questione formale, le attività della “buona guerra” continuarono immutate. Sedici avieri americani venivano sommariamente giustiziati in Giappone, mentre gli Stati Uniti si accingevano a preparare ciò che il generale Henry “Hap” Arnold definiva «il finale più clamoroso possibile». Il New York Daily del 15 agosto 1945 precisò senza esitazioni la collocazione temporale delle ultime incursioni: «Quasi 400 bombardieri B-29 Superfortezza volante hanno attaccato 12 ore dopo che il messaggio della capitolazione nipponica era già diretto a Washington, distruggendo i bersagli prestabiliti». Realizzando il suo sogno di colpire Tokyo con un’incursione di mille aerei, la notte del 14 agosto Arnold inviò in missione 1104 velivoli che bombardarono la capitale giapponese senza riportare perdite. Queste le parole di Leonard Dietz, uno dei piloti che parteciparono al finale di “Hap” Arnold: Ricordo di avere guardato in basso (eravamo a 700 metri di altezza) ma non riuscivo a vedere niente perché Tokyo era già rasa al suolo, come se una mano gigantesca fosse uscita dal cielo stritolando tutto a terra. Sembrava che fosse caduta una bomba atomica. Prima che gli aerei di Arnold tornassero alle basi, Truman annunciò la resa incondizionata del Giappone. Come può una nazione che si suppone combatta dalla parte del bene in una presunta guerra giusta permettere impunemente un massacro così premeditato? La risposta a questa domanda fornita da Time, prendendo spunto dalla battaglia di Iwo Jima (in cui la rivista definiva i marines «roditori da sterminio»), è alquanto eloquente: «Il normale giapponese irragionevole è ignorante. Forse è umano. Niente […] lo indica»….
I bombardamenti incendiari sul Giappone che dovevano preparare il terreno allo sganciamento dell’atomica distribuirono “250 tonnellate di bombe ogni 1600 metri quadrati distrussero il 40 percento della superficie di una lista di 66 città (incluse Hiroshima e Nagasaki) da radere al suolo. Le aree da colpire erano perlopiù residenziali (87,4 percento).163 Si ritiene che nell’arco di sei ore si sia conseguito il record assoluto, nella storia dell’umanità, di persone decedute a causa del fuoco. A terra, la temperatura raggiunse i 980 gradi; le fiamme dell’inferno così scatenato erano visibili a una distanza di 320 chilometri. A causa dell’intenso calore, i canali ribollivano, i metalli fondevano e gli esseri umani esplodevano. Nel maggio 1945, il 75 percento delle bombe sganciate sul Giappone erano incendiarie. Acclamata dalla rivista Time (e da altre testate simili, ci si compiaceva nel precisare che «attizzate a dovere, le città nipponiche bruciavano come foglie d’autunno»), la spedizione di LeMay fece un totale di circa 672mila vittime.164 Radio Tokyo definì la tattica del generale statunitense “bombardamenti di sterminio” e la stampa giapponese dichiarò:
Con le incursioni incendiarie l’America ha rivelato il suo carattere barbarico […] È stato un tentativo di genocidio di donne e bambini […] L’azione degli americani è resa ancora più spregevole dalla palese falsità del loro continuo appello all’umanità e all’idealismo […] Nessuno pensa che una guerra sia scevra da atti di brutalità, ma sugli americani ricade la responsabilità di averla resa sistematicamente e inutilmente un orrore indiscriminato per vittime innocenti”.

Dall’altro lato dell’Oceano, in Europa, davano man forte gli inglesi che, di comune accordo con gli Usa, decisero di radere al suolo Dresda perché piena di profughi (quando i profughi eravamo noi europei non interessava a nessuno della nostra salvezza) e quindi di maggiore impatto psicologico per i futuri avversari: ” Una nota interna della RAF si esprimeva in questi termini: Dresda, la settima città tedesca per grandezza, appena più piccola di Manchester, è l’area edificata di gran lunga più ampia ancora immune da bombe in territorio nemico. Nel mezzo dell’inverno, con i profughi che si riversano a ovest e le truppe da far riposare, le case sono tenute in grande considerazione non solo per il riparo che offrono […] ma anche perché possono alloggiare i servizi amministrativi trasferiti da altre zone […] L’attacco si propone di colpire il nemico dove più gli farà male […] e al contempo di dimostrare ai russi, quando arriveranno, che cos’è capace di fare il Comando bombardieri. Da parte degli Alleati non ci furono mai dubbi su chi sarebbero state le vittime del bombardamento di Dresda. Brian S. Blades, motorista di bordo su uno dei 460 Lancaster della squadriglia australiana, scrisse che, mentre venivano impartite le istruzioni per l’operazione, aveva udito espressioni quali «obiettivo ancora non colpito […] i servizi segreti riferiscono che migliaia di profughi provenienti da altre regioni si raccolgono in città».” (cit. da Salvate il soldato potere). Tra il 13 ed il 14 febbraio 1945, nel mattatoio tedesco morirono forse 250.000 persone (secondo Adenauer). Inutilmente, perché la Germania era ormai in ginocchio e il Cancelliere rinchiuso nel suo bunker ad attendere simile fine.
Gli angloamericani sono stati anche i precursori dei fanatici islamici e dell’Isis per quanto riguarda la capacità di distruggere le opere d’arte, annientare gli animali e poi ancora le persone. Nessuna pietà per niente e per nessuno. Dresda infatti “era nota per le porcellane e l’architettura barocca e rococò. Nelle sue gallerie d’arte erano conservati capolavori di Vermeer, Rembrandt, Rubens e Botticelli. Nel Grosser Garten vi era poi un famosissimo zoo, allora diretto da un celebre domatore di animali, Otto Sailer-Jackson. Ma la sera del 13 febbraio tutto ciò non contava nulla. Usando lo stadio della città come punto di riferimento, più di duemila Lancaster inglesi e “fortezze volanti” americane lasciarono cadere grappoli di ordigni a benzina ogni 40 metri quadrati. L’enorme incendio che si scatenò coprì 20 chilometri di ampiezza emettendo una nube di fumo alta 5 chilometri. Nelle 18 ore seguenti furono sganciate bombe normali al di sopra di questa letale miscela. Venticinque minuti dopo il bombardamento, i venti che soffiavano a 240 chilometri all’ora risucchiarono ogni cosa al centro della tempesta di fuoco. L’aria si era ovviamente surriscaldata e tendeva verso l’alto, di conseguenza l’incendio perse gran parte del suo ossigeno creando vortici infiammati che l’aspiravano direttamente dai polmoni umani. Il 70 percento delle vittime di Dresda morì per soffocamento o avvelenamento da gas tossici, che colorarono i corpi di rosso e verde. Il calore eccessivo sciolse alcuni cadaveri sui pavimenti, come appiccicosa gomma da masticare, o li ridusse a carcasse abbrustolite di 90 centimetri. In seguito, gli addetti alla pulizia del luogo dovettero indossare stivali di gomma per “guadare” il “brodo umano” raccoltosi negli scantinati. In altri casi, l’aria surriscaldata aveva scagliato le vittime verso l’alto, facendole ripiombare a terra, a pezzettini, anche a 25 chilometri di distanza. Come già detto, si presume che il bombardamento incendiario di Dresda abbia provocato più di 100mila vittime, in gran parte civili.”
La scia di sangue lasciata dietro di se dagli angloamericani è lunghissima ma queste estrapolazioni bastano ed avanzano per dire che i buoni in una guerra non esistono. Non esistono liberatori e chi si ostina a chiamarli tali o è un servo o uno sciocco. In Europa, non dobbiamo nulla agli americani e prima che arrivassero loro, a decidere del nostro destino, “eravamo addirittura europei”. Con qualche dittatura ma molta meno ipocrisia. Infatti, continuiamo a fare le guerre ma al loro rimorchio e con la faccia tosta di negarle.

Giorgio Gaber: L’America (prosa) – 1976/1977

A noi, ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi….eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, cogli abiti grigi, e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi, come gli americani. E generosi, gli americani non prendono mai, danno danno.
Non c’è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi, e per questo che le guerre gli vengono male, ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno il diavolo che li spinge, dai dai. Intanto Dio, fa il tifo per gli americani, e secondo me ci influisce eh, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce, e il diavolo si incazza, stupido, prende sempre i cavalli cattivi. Già, ma non può tenere per gli americani, per loro le guerre sono una missione, non le fanno mica per prendere, tz tz tz, per dare, c’è sempre un premio per chi perde la guerra, quasi quasi conviene. Congratulazioni, lei ha perso ancora, e giù camion di caffè, a loro gli basta regalare.
Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto, donne religione scienza, cultura, loro no, non sono capaci. Uno vince la guerra conquista l’Europa, trova lì, una lampada liberty, che fa? Il saccheggio è ammesso, la fa sua.
Nooooooo civilizzano loro, è una passione, e te ne mettono lì una al quarzo, tutto bianco. E l’Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer. Aaaaah.
E poi luci e neon e colori e vita e poi ponti autostrade grattacieli aerei. Chewin gum, non c’è popolo più stupido degli americani.
La cultura, non li ha mai intaccati….volutamente, si perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura, vecchia elaborata contorta. Certo, più semplicità più immediatezza, loro, creano così, come cagare.
Non c’è popolo più creativo degli americani, ogni anno ti buttano lì un film, bello anche, bellissimo, ma guai, se manca quel minimo di superficialità necessaria, sotto sotto c’è sempre l’western, anche nei manicomi riescono a metterci gli indiani, e questa è coerenza eh.
Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi, chiarissime. Non per teoria, per esperienza, i buoni sono loro. E ti regalano scatole di sigari, cassette di wiskey, navi sapone libertà computer abiti usati squali….
A me l’America non mi fa niente bene, troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore, a me l’America, mi fa venir voglia di un dittatore uuuuhh. (si schiaffeggia) Si di un dittatore, almeno si vede, si riconosce.
Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì, nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani, te lo mettono lì. La libertà è alla portata di tutti, come la chitarra, ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.

CHE SFINIMENTO! 11 agosto ‘11

 

Prima puntata

 

Siamo in mano a mentitori e forse inetti. Personalmente sono sfinito dalla lettura della stampa e delle agenzie in internet. La TV me la risparmio già da qualche tempo, per problemi “tecnici” che non ho alcuna fretta di risolvere, dato che riesco a vedere comunque i film che mi interessano in dvd.

Tutti a seguire i tonfi delle Borse. Nessuno nega che sia una situazione di emergenza. Non c’è una mente diabolica che agisce per mettere fuori gioco solo il nostro governo. La sarabanda sta riguardando tutti, pur se con speciale riguardo al nostro paese, ma soprattutto perché è un “ventre molle”. In ogni caso torneremo in altro scritto sul problema in questione. Qui mi interessa rilevare come solo saltuariamente qualcuno ricordi che questa crisi durerà a lungo e non sarà puramente finanziaria. Certuni azzardano dieci anni (a partire da quando è iniziata nel 2008). Io azzardo un periodo perfino più lungo, non facendo riferimento a improvvisi, e credo non troppo probabili, sprofondamenti tipo 1929; nemmeno do però probabilità di sorta a boom eclatanti.

Abbiamo a che fare con una crisi non del tutto dissimile (l’ho già detto, ma si dovrà ripeterlo chissà quante volte) da quella di fine secolo XIX (durata quasi venticinque anni, e poi un po’ più tardi arrivò quella grave del 1907, di fatto mai completamente superata fino alla prima guerra mondiale); periodo di declino inglese, di avanzata di Usa, Germania e Giappone, di seconda rivoluzione industriale, ecc. Azzardo pure che essa non finirà se non vi sarà qualche regolamento di conti atto a stabilire una nuova almeno relativa supremazia di “qualcuno”, in grado di creare un minimo di organizzazione complessiva pur nel mantenimento del conflitto, ma a livelli politicamente (e internazionalmente) meno aspri. Un regolamento da non pensare subito come ripetizione delle guerre novecentesche, ma nemmeno con spirito da fantapolitica (e fantascienza insieme) affascinata dai nuovi mezzi di comunicazione e informazione; la “materialità grezza” dello scontro sarà quasi sicuramente presente, con modalità adesso impensabili.

C’è chi sostiene, con terrore o con nuovi slanci di fervore utopico, che il capitalismo è ormai alla fine, chi invece elargisce “ponderati consigli” per una sua riforma, soprattutto “etica”. Abbiamo già visto all’opera simili personaggi – e con un’evidente e chiara superiorità intellettuale e politica – a cavallo tra XIX e XX secolo, ma le chiacchiere sono state spazzate via dalla grande tragedia del ’14-’18. Lungi da me l’augurarmela; tuttavia, quando si persiste nelle futilità, senza guardare al di là del proprio naso, le tragedie sono inevitabili per ridare una “drizzata” alla storia e ai cervelli. Inutile voler impartire consigli ai centri capitalistici e sparare previsioni fasulle improntate al meschino economicismo; demerito minimo di alcuni “marxisti” (che di Marx hanno fatto strame), ottimamente imitati, e con grande risalto sui media, dai liberisti e statalisti in quanto ideologi dei dominanti. Non a caso, i più ascoltati fra questi ideologi sono quelli che, da giovanetti e per farsi le ossa con un po’ di spirito “critico”, flirtano con un marxismo da operetta; poi diventano tecnici dell’establishment, ma sempre etici e pieni di buoni consigli, per fortuna non seguiti dai veri centri strategici in conflitto, altrimenti andremmo a fondo definitivamente in un’autentica tragedia ultima.

I tecnici hanno senza dubbio delle competenze per soluzioni temporanee di dati problemi specifici. Penso sia utile servirsene in momenti particolari. Non si devono però ascoltare quando vogliono lanciarsi “in grande”, come fossero “scienziati adulti”; ancora più dannoso è dar retta a chi crede di riformare tutto il mondo d’emblée. Si ha in ogni caso a che fare con bambini; capaci perciò di esercitarsi in certi giochi infantili, anch’essi parte della vita sociale complessiva. Un adulto aperto e indulgente non zittisce bruscamente i bambini, li segue e accetta questi loro giochi, a volte aridi, a volte invece divertenti nella loro fantasia. Quando però poi l’adulto esce di casa e va al lavoro, quello serio e impegnativo per la vita (e per mantenere i bambini), lascia perdere le fantasie e affronta la realtà, sapendo che si vince o si perde, si prevale o si soccombe, si sbarra la strada agli altri o ci si tira di lato facendoli passare avanti, ecc. E tutto questo ha poco a che vedere con le ricette dei tecnici, esige ben altra consapevolezza dei sommovimenti di fondo, dei rapporti di forza (interni e internazionali), senza più fingere misure di cooperazione universale, bensì aderendo allo spirito del fare per sé.

Il capitalismo è una società basata sul conflitto come le precedenti. E’ però riuscito a portare quest’ultimo dentro la sfera economica, conquistando così una notevole flessibilità e capacità espansiva in termini di sviluppo delle forze produttive (oggettive, dei mezzi, e soggettive, delle capacità lavorative umane). Ha finora sbaragliato ogni tipo di diversa società con cui si è confrontato. Il conflitto però non crea equilibri; forse questi esistevano nelle società antiche o in quelle feudali o in altre società “più lontane” da noi? Manco per sogno, tutta la storia è punteggiata da squilibri, dissesti sociali, gravi tragedie epocali, ecc. Al contrario di quanto agognato dai riformatori o rivoluzionari da cabaret, il capitalismo ha attraversato le sempre rinnovate traversie – solo più vivide e appariscenti perché le forze produttive sono appunto cresciute enormemente e perché non c’è onda, ovunque si sollevi, che non si propaghi in ogni dove – dando prova di saper rinascere di volta in volta dalle ceneri; esso ha inoltre conosciuto un’accelerazione del ritmo di crescita e di allargamento tendenziali (“secolari”) in riferimento alla disponibilità di beni prodotti per una società mondiale, che è un ennuplo di quella esistente fino alla sua “entrata in scena”.

Appena si dice questo, i critici sbavano, si danno alle convulsioni e accusano di tradimento. Sono degli inetti, hanno fallito in ogni dove i loro propositi di rivoluzionamento (lasciamo perdere i ridicoli e ignobili ipocriti, che propagandano una banale riforma etica), hanno solo provocato lo sputtanamento totale di ogni progetto radicalmente alternativo, anzi trasformativo. Innanzitutto, se si vuol fare opera utile anche per la critica, si riconosca la forza di un certo tipo di società, gli ambiti specifici di questa forza; la si smetta di prendere gli squilibri incessanti, e spesso drammatici, legati al conflitto come la fine del mondo capitalistico. Di squilibrio e conflitto acerrimo hanno sempre vissuto le società umane, nel loro avanzamento e trasformazione. Solo che nelle società precapitalistiche, a basso sviluppo, il conflitto appariva a tutto tondo negli ambiti a loro meglio confacenti: soprattutto quelli politico-militari. Nel capitalismo, ad alto sviluppo, il davanti della scena è occupato dalla sfera economica (ecco perché le crisi hanno particolare evidenza in essa), pur se poi il luogo “d’ultima istanza”, il “campo” del regolamento dei conti, resta quello delle altre società; solo con rapidi mutamenti nei mezzi e strumentazione utilizzati in quest’ultimo.

Basta, quindi, sfinirci con le crisi economiche, finanziarie, le altalene di Borsa, le società di rating (e i loro demenziali e sempre sbagliati giudizi, mai spernacchiati come si dovrebbe fare), i default, i ciarlatani delle Banche centrali (e non), semplici scherani dei centri strategici predominanti. Basta con i giornalisti opportunisti, con gli ideologi e i tecnici, insomma con tutto il ciarpame creato da questa società putrefatta (ma non giunta alla fine), sempre all’opera per mantenere il predominio dei peggiori, dei più parassiti. Solo il conflitto aperto, l’“uccisione del nemico”, consentirà in definitiva l’uscita non verso la “società degli eguali”, dell’“armonia universale”; più semplicemente verso nuovi lidi in cui almeno si sviluppi l’intelligenza e fioriscano di nuovo quelle qualità dell’essere umano che ne hanno fatto un essere umano, con tutti i difetti che sempre sono all’opera, ma anche con i pregi che non si vedono invece più. Tutto lì, molto semplicemente e “umanamente”, accettando qualche sogno fantastico da bambini accompagnato però, e con maggiore pregnanza, dal realismo degli adulti.