IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

TRA RUSSIA E USA

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

Il principale avversario geopolitico degli Stati Uniti d’America è sicuramente la Federazione Russa. Non la Cina, come continuano a sostenere molti analisti sviati da una visione economicistica dei processi mondiali (sono gli stessi che negli anni ’80, basandosi su dati meramente econometrici, annunciavano il nuovo secolo giapponese), né altri Paesi cosiddetti emergenti che, recentemente, hanno rallentato molto la loro corsa, non solo finanziaria ma anche politico-diplomatico-militare (Brasile, India, Sud Africa ecc. ecc.).
Che sia Mosca la vera preoccupazione di Washington lo dimostra la manovra di accerchiamento che la Casa Bianca, indipendentemente dai Presidenti in carica, applica al gigante euroasiatico. La Russia è una media potenza regionale, con una memoria da superpotenza, che può essere ancora agevolmente limitata da Washington attraverso mezzi “ibridi”. Tuttavia, in prospettiva, un’intesa tra la prima e le potenze europee (Germania innanzitutto, ma anche Francia e Italia) rappresenta una sfida diretta all’egemonia occidentale che crea ben altre preoccupazioni negli statunitensi. Impedire che si concretizzi questa possibilità è il pensiero fisso della strategia americana. Da ciò si comprende che il teatro decisivo in cui si giocheranno le sorti del mondo, nell’incipiente epoca multipolare, sarà il Vecchio Continente, attualmente governato da forze reazionarie, legate agli egemoni d’oltreoceano, le quali, nel tentativo di fermare la Storia, stanno consumando la vita di interi popoli e nazioni.
La Russia dovrà fare di tutto per uscire dall’isolamento in cui si è tentato di relegarla, dovrà rafforzarsi solitariamente mentre i suoi vicini vivono queste convulsioni da mutamento epocale e prepararsi a stringere accordi anti-monocentrici con quegli Stati europei che, condizionati dall’evoluzione oggettiva degli eventi, si incammineranno sulla strada del revisionismo geopolitico. E’ inevitabile che accada ma non sono scontati gli esiti della partita. La grande competizione per il destino degli assetti globali è ancora tutta da giocare.
Al momento, non dobbiamo però nasconderci la realtà. Mosca è messa a dura prova dalle mosse americane. Sebbene sia riuscita, momentaneamente, a proteggere i suoi interessi in Siria, in Europa ha subito qualche battuta d’arresto di troppo. Come riporta Stratfor, Paesi Baltici, Ucraina ed ex membri del Patto di Varsavia, profondamente americanizzati, sono spine nel fianco della Russia e dei suoi progetti di ripristino di una sfera d’influenza adeguata alle sue potenzialità:
Le azioni militari e paramilitari della Russia in Crimea e nell’Ucraina orientale, in risposta alla rivolta occidentale di Euromaidan a Kiev, si sono scontrate con una serie di rappresaglie…L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è all’avanguardia per presenza e impegni di sicurezza in Polonia, Paesi Baltici e Romania. Gli Stati Uniti e la NATO hanno aumentato la sicurezza anche per l’Ucraina, in quanto il paese sostiene le sue capacità militari per soddisfare gli standard di difesa del blocco. Kiev, nel frattempo, ha lavorato per rovesciare i ribelli filorussi nel Donbass…. Bruxelles e Washington hanno messo sanzioni sul Cremlino, in vigore da più di tre anni. Kiev ha cominciato a tagliare i suoi vasti legami economici con Mosca, instaurando un blocco economico nei territori separatisti [su iniziativa della Cia e dei consiglieri militari americani, ndt], mentre proibisce alle istituzioni finanziarie russe, come Sberbank, di fare affari in Ucraina. Inoltre, l’Ucraina ha seguito l’esempio di Stati come la Polonia ricorrendo a nuovi fornitori in Europa per soddisfare i propri bisogni energetici anziché la Russia…i controlli al confine con l’Ucraina hanno reso difficile per le merci e le persone a passare e uscire dalla Transnistria, un altro territorio che la Russia sostiene…
Non va meglio sui fronti informatici e culturali. …Il Consiglio europeo ha annunciato un framework denominato “cassetta degli attrezzi della cyber diplomazia”, lo scopo è di unificare le risposte comuni…contro gli attacchi di Mosca. L’Ucraina ha vietato i principali social media russi e i siti di posta elettronica, mentre gli Stati baltici li hanno bloccati. I legislatori a Kiev hanno superato la legislazione che limita l’uso della lingua russa nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. E il parlamento della Lituania ha approvato un simile disegno di legge per limitare l’uso delle lingue “non UE”, vale a dire quella russa, nella programmazione televisiva … I partiti politici in Germania hanno concordato di contrastare la disinformazione russa non usando bot automatici nelle loro campagne di social media, sono sorti nel paese centri anti-propaganda, così come in Danimarca, Estonia, Lituania e Regno Unito. Consorzi di controllo dei fatti e partenariati transfrontalieri giornalistici sono nati in tutto l’Occidente. Ad esempio, l’Alleanza per garantire la democrazia, un gruppo US ospitato presso il German Marshall Fund, ha lanciato un sito web Aug. 2 per monitorare e analizzare le offensive di disinformazione del Cremlino su Twitter. Tutti questi sforzi hanno … reso più difficile per la Russia usare la disinformazione per influenzare l’opinione pubblica…[che, invece, viene influenzata bellamente solo dagli americani, ma questa per i padroni si chiama democrazia, ndt]. …
Stratfor ha, ovviamente, tutto l’interesse a diffondere un quadro a tinte fosche esclusivamente per Mosca. Non è esattamente come nella descrizione ma è indubitabile che il Cremlino debba, in questa fase, giocare ancora sulla difensiva perché non attrezzato ad un attacco frontale alla controparte. Le cose cambierebbero tanto con una Europa meno ostile alla Russia e meno serva degli americani ma la governance unitaria è espressione della Casa Bianca. L’Europa, precipitata in una crisi d’identità, di sovranità e di benessere (soprattutto nelle sue aree periferiche e semi-periferiche e nei suoi ventri molli mediterranei come l’Italia) dovrebbe guardare ad Est per risollevarsi dai suoi guai, prendendo coscienza che la dipendenza dagli Usa è un fardello troppo pesante da sopportare in una contingenza di scollamento globale come quella in atto. Gli Usa faranno, ça va sans dire, l’inferno pur di impedire un riavvicinamento Mosca-Bruxelles. Ma passare attraverso l’inferno potrebbe essere persino più costruttivo (per le proprie aspirazioni di potenza) che restare sotto il tallone di ferro di un dominante in (relativo) declino, il quale, per mantenere il potere, si mostra disposto a passare sul cadavere di tutti e sulle macerie di molte scenari.

L’instabilità indo – pakistana dai primordi all’attacco all’heartland

La nazione del Pakistan vide la luce il 14 agosto 1947 grazie soprattutto agli enormi sforzi profusi da Ali Mohammed Jinnah e dalla Lega Musulmana di cui fu a lungo leader incontrastato.

La decisione di dar vita ad una nazione indipendente dall’India, di cui era stata parte integrante durante i decenni di predominio britannico, fu stimolata dall’esigenza di tutelare la componente islamica che si temeva non potesse vivere in armonica compenetrazione con la preponderante maggioranza indù di cui Mohandas “Mahatma” (grande spirito, appellativo affibbiatogli dal poeta Rabindranath Tagore) Gandhi era l’indiscusso leader spirituale.

Ben presto però i vertici della Lega Musulmana (Ulema) che erano indubbiamente stati i principali artefici dell’indipendenza pakistana entrarono in conflitto con le élites moderniste che intendevano porre l’accento sul carattere laico della nazione, gettando così le basi per l’endemica instabilità politica che ancora oggi attanaglia il paese.

Fu proprio il sentimento panislamico che aveva cementato la base popolare musulmana a conferire peso politico alla tormentata regione del Kashmir, oggetto delle storiche contese con l’India che innescarono tre guerre particolarmente sanguinose accompagnate dalla ben nota corsa al riarmo nucleare che ha reso e continua ancora oggi a rendere incandescente la situazione.

Il Kashmir era una regione connotata da una forte maggioranza musulmana governata però dal Maraja indù Hari Singh, che nei mesi successivi all’indipendenza di India e Pakistan era stato chiamato a scegliere se confederarsi alla prima o aderire seconda.

Costui comprese la difficoltà della scelta e tergiversò di proposito nella speranza di ottenere a sua volta l’indipendenza per il proprio paese.

Se avesse infatti scelto di unirsi all’India avrebbe fomentato forti dissidi in seno alla maggioranza musulmana che avrebbero potuto portare a un colpo di stato.

Se, di converso, avesse optato per l’annessione al Pakistan avrebbe perso molti privilegi legati allo status di governante di una regione autonoma e per giunta musulmana.

Tuttavia il Pakistan, nato dai presupposti descritti in precedenza, non poteva ignorare la causa della maggioranza musulmana del Kashmir ed accettare che questo finisse per gravitare attorno all’orbita indiana.

In tale contesto maturò l’invasione del Kashmir (22 ottobre 1947) operata da alcuni gruppi guerriglieri pashtun inviati dal governo pakistano, i quali espugnarono la città di Poonch e spinsero così nell’angolo il Maraja Hari Singh che firmò immediatamente l’atto di accessione all’India in cambio del quale ottenne dal governo di Nuova Delhi i rifornimenti militari necessari per respingere l’invasione.

Il contenzioso terminò con l’applicazione di una linea di cessate il fuoco provvisoria (Cease Fire Line) approvata dalle Nazioni Unite l’1 gennaio 1949, da mantenere in vigore finché un plebiscito non avrebbe rivelato le reali intenzioni della popolazione del Kashmir al riguardo.

Il Pakistan si è continuamente appellato alla risoluzione ONU numero 47 del 1948 per supportare il proprio appoggio al plebiscito, mentre l’India ha costantemente ribadito i termini dell’accordo stipulato con il Maraja comprendenti lo strumento di accessione per fare in modo che esso non venisse indetto.

Rinunciando al controllo del Kashmir, il governo di Nuova Delhi avrebbe infatti rafforzato implicitamente le spinte centrifughe delle molte fazioni etniche e religiose che costituiscono la variegata società indiana, e accettò così di buon grado i confini tracciati dalla linea di cessate il fuoco, che da provvisoria poteva effettivamente esser considerata permanente dal momento che nessun plebiscito era stato indetto nel frattempo.

I confini corrispondenti alla linea di cessate il fuoco assegnavano al Pakistan un terzo del territorio conteso comprendente il Baltistan, la valle di Neelum e il distretto di Hunza e all’India i due terzi rimanenti, ovvero lo stato di Jammu e Kashmir e il Laddakh.

L’instabilità causata dalla guerra indo – pakistana ridimensionò drasticamente la portata dell’ambizioso progetto politico elaborato e sostenuto dal Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru improntato alla mediazione e spinse svariate potenze internazionali ad approfittare della situazione per insinuarsi tra le maglie della situazione.

La Cina colse la ghiotta occasione per mandare in fratumi l’asse antimperialista sino – indiano invadendo l’India per capitalizzare le proprie mire strategiche in Asia centrale.

Il governo di Pechino retto da Mao Tze Tung aveva disposto che venissero avviati i lavori per la costruzione di un anello stradale che congiungesse la Cina al Tibet e alla Mongolia, snodandosi attraverso lo Xinjiang e la catena di Karakorum, in risposta alla necessità di puntellare la presenza cinese nella patria dell’ostile Dalai Lama e in svariate aree limitrofe.

L’ultimazione di tale corridoio stradale era però impedita dal territorio indiano dell’Aksai Chin, che la Cina scelse di invadere nel 1962 in seguito a numerosi incidenti scatenati di proposito lungo la frontiera.

Scoppiò quindi la guerra sino – indiana che si risolse con il trionfo della Cina.

Intanto in Pakistan un colpo di stato militare (1958) aveva coronato l’ascesa al potere del generale Ayub Khan, il quale aveva istituito la legge marziale e spostato la capitale dal Karachi ad Islamabad in ragione della posizione geografica di vantaggio della seconda, protetta dalle colline di Margalla, rispetto alla prima.

Ayub Khan sfruttò immediatamente la debolezza indiana causata dalla batosta rifilata dalla Cina per stringere una salda alleanza militare con quest’ultima e gettare le fondamenta dell’ambizioso progetto militare meglio noto come Grande Slam finalizzato all’annessione dell’intero Kashmir rimasto sotto il controllo indiano.

L’1 settembre 1965 i carri armati americani in dotazione all’esercito pakistano raggiunsero ed occuparono l’unica via d’accesso che dal Punjab indiano conduce al Kashmir al fine di sbarrare la strada alle armate che sarebbero presumibilmente state inviate dal governo di Nuova Delhi.

La reazione non si fece però attendere, concretizzandosi in un’offensiva sferrata a sorpresa nel Punjab pakistano da parte delle forze armate indiane le quali, dopo aver travolto le difese pakistane presso Sialkot, penetrarono nel territorio fino a raggiungere Lahore.

Evidentemente Ayub Khan contava di attirare nella bagarre anche le forze armate cinesi che però se ne stettero in disparte in omaggio al tradizionale isolazionismo adottato dai governi di Pechino che si sono succeduti negli anni.

La mediazione sovietica portò alla ratifica degli accordi di Taskent del 10 gennaio 1966, che prevedevano il ritiro degli eserciti dai territori occupati e il ripristino dei confini sanciti con la linea di cessate il fuoco provvisoria.

L’effettiva disfatta pakistana nella seconda guerra contro l’India spaccò lo stato maggiore e preluse ad un ulteriore putsch militare che detronizzò il generale Ayub Khan e sancì la speculare ascesa al potere di Yahya Khan, che il 7 dicembre 1970 indisse le prime elezioni.

I pronunciamenti popolari rivelarono che il Pakistan occidentale si riconosceva massicciamente nella linea politica propugnata dal nazionalista Ali Bhutto, mentre quello orientale nell’indipendentismo bengalese guidato da Rahaman.

Il movimento di Rahaman si fece interprete del forte disagio popolare della popolazione bengalese, fortemente irritata dall’atteggiamento di un governo centrale egemonizzato dalle forze armate impegnate strenuamente nella difesa dei propri privilegi a discapito di una popolazione agricola lasciata a se stessa, in balia delle piene del Gange e tenuta fuori dalle decisioni politiche principali.

Quando poi i separatisti bengalesi insorsero contro il governo di Islamabad che inviò l’esercito per riportare l’ordine, l’India non perse occasione per schierarsi al fianco dei rivoltosi.

Le forze armate indiane si congiunsero così ai ribelli dando vita a una coalizione soverchiante che costrinse l’esercito pakistano a deporre le armi in gesto di resa (16 dicembre 1971).

Nacque così l’odierna nazione del Bangladesh, mera costola orientale della vecchia nazione pakistana.

La sconfitta del Pakistan non fece tuttavia che rendere evidente la superiorità indiana nella regione.

In compenso, pose le basi per la caduta del generale Yahya Khan e per la simmetrica nascita del governo democratico di Ali Bhutto, che tuttavia fu a sua volta vittima di un colpo di stato portato avanti dal generale Zia Ul Haq operato a distanza di pochi anni (luglio del 1977) mosso dall’incapacità di Bhutto a far fronte alla crisi economica vigente e alle rivendicazioni etniche che agitavano le due regioni della North West Frontier Province e del Baluchistan.

Zia Ul Haq avviò una forte campagna di islamizzazione della società pakistana che cadde in concomitanza con la Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Ruollah Khomeini nel vicino Iran, vista con orrore dall’intero blocco Occidentale.

Il partito degli Ulema – protagonisti della fondazione del Pakistan – acquisì forte peso politico facendosi sponsor ideologico del governo di Zia Ul Haq ed ottenendo come contropartita la possibilità di entrare nei ranghi amministrativi di Islamabad oltre a quella di utilizzare i lauti aiuti economici forniti da Stati Uniti (rientranti nel sofisticato progetto di logoramento dell’Unione Sovietica elaborato da Zbigniew Brzezinski) e Arabia Saudita per l’addestramento dei mujahiddin islamici che avrebbero poi innescato la guerra civile in Afghanistan coinvolgendo l’Unione Sovietica fino a impantanare l’Armata Rossa e a costringerla infine (1989) al ritiro.

Negli undici anni in cui Zia Ul Haq rimase al potere, il Pakistan seppe approfittare degli sviluppi circostanti per acquisire peso e prestigio politico sufficiente per ovviare, seppur parzialmente, al netto divario che aveva separato Islamabad da Nuova Delhi per i decenni precedenti.

Alla Rivoluzione Islamica sciita portata avanti con successo da Khomeini andò infatti a sommarsi l’invasione dell’Armata Rossa in Afghanistan (1979) prima, e lo scoppio della guerra tra Iraq ed Iran poi (1980).

Tali eventi destabilizzanti rinsaldarono l’asse Washington – Islamabad, spinsero il Pakistan ad assurgere a bastione principale dell’Islam sunnita e orientarono l’attenzione del governo centrale vero si paesi mediorientali e del Golfo Persico.

Il Pakistan, soggetto ad un’esorbitante crescita demografica (il secondo paese più densamente abitato dell’universo islamico dopo l’Indonesia) e fattosi promotore della causa propugnata dai guerriglieri islamici afghani, assunse così enorme prestigio internazionale agli occhi dello sterminato mondo musulmano.

L’India, dal canto suo, adottò una linea più prudente in relazione all’aggressione dell’Afghanistan operata dall’Armata Rossa.

L’avvicinamento degli Stati Uniti al Pakistan spinse infatti l’allora Primo Ministro Indira Gandhi a rompere la storica neutralità indiana relativa al bipolarismo Stati Uniti – Unione Sovietica schierandosi di fatto al fianco di quest’ultima.

Intanto, il Pakistan traeva enormi vantaggi economici forniti da Washington in forza della propria posizione logisticamente cruciale di appoggio ai mujaheddin impegnati a combattere le armate sovietiche in Afghanistan.

A ciò va aggiunto il nutritissimo traffico di droga e armi che attraversando le valli afghane giungeva fino ai terminali portuali di Karachi, da cui si diramava in tutte le direzioni.

Tuttavia la morte del generale Zia Ul Haq (17 agosto 1988) maturata in circostanze a dir poco controverse richiamò i cittadini pakistani alle urne, decretando il trionfo di Benazir Bhutto, figlia dell’ex presidente Ali Bhutto condannato nel frattempo all’impiccagione dalla corte marziale pakistana (1979).

Le endemiche acredini tra Primo Ministro o Presidente della Repubblica hanno però consentito ai partiti religiosi, a quelli oltranzisti e all’esercito di rafforzare le proprie posizioni a discapito delle istituzioni civili, continuando conciò a minare regolarmente ogni progetto di distensione verso l’India.

In un paese in cui lo stato maggiore è il più fido alleato dei vertici religiosi il governo non verrà mai posto nelle condizioni di agire sovranamente in ambito di politica estera.

Inoltre, lo stretto legame etnico con i pashtun ha portato l’esercito pakistano a rivolgere il proprio sguardo verso l’Afghanistan e di giocare sull’alleanza strategica con esso per ristabilire i rapporti di forza con l’India.

Nel 1990 le frizioni tra il Presidente della Repubblica Ishaq Khan e Benazir Bhutto culminarono con le dimissioni di quest’ultima dietro pesanti accuse di corruzione; al riguardo, significativo è il fatto che la Bhutto stesse portando avanti una riforma della costituzione finalizzata a ridurre i poteri del Presidente della Repubblica.

La momentanea uscita di scena di Benazir Bhutto combaciò comunque con l’ascesa al potere della Islamic Democratic Alliance guidata da Nawaz Sharif, che rimase in carica per soli tre anni, fino a quando la crisi politica dilagante non fu interrotta dall’intervento dell’esercito (18 luglio 1993) che costrinse alle dimissioni tanto il Presidente della Repubblica Ishaq Khan quanto il governo di Nawaz Sharif.

Fu allora che Benazir Bhutto risalì la china assieme al suo partito Pakistani Popular Party e fu eletta nuovamente Primo Ministro; Presidente della Repubblica fu invece nominato Farroq Leghari, uomo strettamente legato alla Bhutto e al suo partito.

Malgrado i presupposti per conferire un minimo di stabilità alla situazione politica interna non mancassero, Leghari mosse contro Benazir Bhutto accuse di corruzione costringendola alle dimissioni.

Le elezioni del 1997 consacrarono il ritorno di Nawaz Sharif al governo rivelando nel contempo un fortissimo calo di popolarità della Bhutto e del suo partito.

Alla fine dello stesso anno gli screzi tra Leghari e Sharif portarono alle dimissioni del primo e all’affermazione di Muhammar Rafiq Tarar – uomo di fiducia di Sharif – al rango di Presidente della Repubblica.

Il binomio Tarar – Sharif si mosse risolutamente verso una sfacciata politica di potenza che culminò con i test nucleari del 1998, i quali suscitarono un forte sdegno internazionale.

Ciò spinse i vertici pakistani ad abbassare i toni, a riaprire il dialogo relativamente alla questione del Kashmir e ad adottare una politica di appeasement verso l’India comprendente anche la ratifica dell’accordo sulle interdizioni degli esperimenti nucleari.

La sottoscrizione dell’accordo per la riduzione dell’attività militare nella regione siglata nel 1999 spinse però le forze armate a rovesciare ancora una volta le scelte del governo.

L’esercito era infatti intenzionato a portare avanti la contesa infinita con l’India e per farlo appoggiò il putsch militare che segnò l’entrata in scena del generale Pervez Musharraf (ottobre 1999), il quale dopo aver decretato lo stato di emergenza sospese Parlamento e Costituzione proclamandosi unilateralmente capo del governo.

La continua interferenza dell’esercito nelle attività comunemente affidate del governo rispecchia fedelmente la struttura sociale di un paese che conta una sparuta oligarchia di ricchissimi proprietari terrieri lontanamente lambiti dalle attenzioni degli agenti tributari, in cui le forze armate hanno storicamente preferito adottare un basso profilo in ragione dell’arrendevolezza con cui i governi e le altre istituzioni civili si sono posti dinnanzi al loro cospetto.

Una situazione affine si è presentata per svariati decenni in Turchia (fino all’ascesa al potere di Recep Erdogan), paese in cui l’esercito si è fatto garante del laicismo e dell’atlantismo intervenendo ogni qualvolta si sia profilata la possibilità di un allontanamento del governo di Ankara dalla NATO o uno slittamento politico verso l’Islam.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la conseguente ritorsione degli Stati Uniti contro l’Afghanistan talebano ritenuto il covo del presunto responsabile Osama Bin Laden hanno conferito ancora una volta un peso strategicamente fondamentale al Pakistan, che ha fornito appoggio logistico alle operazioni militari delle forze armate statunitensi in cambio di forti aiuti economici e ampi riconoscimenti politici.

L’esercito e soprattutto i servizi segreti (ISI) pakistani si sono mantenuti però con i piedi in due staffe, fornendo appoggio agli Stati Uniti da un lato ma non disdegnando di concedere aiuti ai vicini talebani dall’altro; i fatti relativi all’assedio di Kunduz appaiono assai eloquenti al riguardo.

In ogni caso, il rinsaldamento dell’asse Washington – Islamabad ha destato forti preoccupazioni al governo di Nuova Delhi, che non ha esitato ad acuire la tensione nel Kashmir.

L’India non ha intenzione di perdere l’egemonia sul subcontinente indiano, specie dopo il collasso dell’Unione Sovietica che ha prodotto la formazione di una miriade di nazioni in Asia centrale fortemente intrise di Islam e, di conseguenza, naturalmente orientate verso il Pakistan.

L’occupazione militare dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti si iscrive poi nell’ambito di una strategia di penetrazione di Washington in Asia centrale, verso quel reticolato di rotte petrolifere e gasifere che innervano l’heartland, il cui controllo (come sottolineò a suo tempo il geografo britannico Halford Mackinder) consente di porre una seria ipoteca sul cuore dell’Eurasia e di conseguenza sul resto del mondo.

Ciò si è ripercosso pesantemente sull’instabilità politica del Pakistan e non a caso lo stesso omicidio di Benazir Bhutto pare inserirsi alla perfezione in questo quadro specifico.

Nel 2007 la Bhutto era impegnata in una serie di comizi a sostegno dell’intesa tra il presidente Musharraf e il suo dirimpettaio afghano Hamid Karzai relativa all’intensificazione congiunta della lotta contro i talebani.

L’attentato che costò la vita alla Bhutto ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi al raggiungimento dell’accordo tra i due presidenti ed è certamente inquadrabile come un messaggio piuttosto diretto che talune frange “deviate” avrebbero inteso inviare a Musharraf.

Molti ritengono che tali frange corrispondessero in realtà all’ISI, che mediante l’attentato contava di lanciare un serio monito al presidente invitandolo a portare avanti la classica linea politica improntata alla più subdola ambiguità e a guardarsi bene dal tendere eccessivamente la corda nella lotta i talebani.

Tuttavia la guerra all’Afghanistan ha sortito non solo e non tanto forti contraccolpi sulla stabilità interna del Pakistan, quanto sulle prospettive di convivenza pacifica con l’India, che paiono affievolirsi costantemente.

Ciò è aggravato inoltre dal non secondario fatto che entrambi i paesi sono dotati di arsenali nucleari talmente poderosi da rendere spaventosamente grave il rischio escalation, che sortirebbe inevitabilmente pesanti ripercussioni sull’intero scenario internazionale.

 

IN PAKISTAN GLI USA DANZANO SU UN VULCANO

(Au Pakistan, les Etats-Unis dansent sur un volcan, fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

 

L’assassinio, il 27 dicembre, della candidata pakistana alla presidenza ha colpito il mondo intero. Per vederci un po’ più chiaro, riportiamo qui di seguito un’intervista a Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente. (Intervista realizzata da Tony Busselen.)

Il Pakistan era già una polveriera ma, dall’assassinio della Bhutto, sono scoppiate sommosse quasi ovunque. Le elezioni previste per l’8 gennaio sono state rinviate al 18 febbraio. Cosa è in gioco?

Mohamed Hassan. Il Pakistan esiste soltanto dal 1947 e, finora la sua classe politica è stata sempre debole. Il paese ha soprattutto conosciuto dittature militari che dipendevano completamente dall’aiuto finanziario degli USA. Tra due colpi di stato, ci sono stati brevi periodi durante i quali sono arrivati al potere presidenti eletti. Così, negli anni 70, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, è stato eletto presidente, quindi primo ministro. Nel 1977, veniva deposto dall’esercito e impiccato due anni più tardi. Benazir Bhutto è stata due volte primo ministro (1988-1990 e 1993-1996). Nel 1996, è stata accusata di corruzione ed è dovuta fuggire dal paese.

Benazir Bhutto incarnava un’alternativa democratica, rispetto alla dittatura militare?

H. Il PPP, partito che Benazir Bhutto ha ereditato da suo padre, è un partito populista che promette riforme sociali. È dunque naturale che la maggioranza della popolazione povera del Pakistan ripone in esso le sue speranze. La morte di Benazir ha dunque fatto nascere un movimento di protesta di massa. Ma Bhutto fa parte dell’elite pakistana, di uno dei clan feudali più ricchi del paese e le accuse di corruzione non erano certamente senza fondamento. Il marito di Benazir Bhutto che, oggi, riprende la direzione di fatto del PPP, è chiamato "signor 10%", a causa delle bustarelle che esigeva un tempo presso ogni istituzione pubblica. Del resto, Benazir Bhutto stessa è ritornata d’esilio in ottobre scorso, non senza avere promesso al governo Bush di manovrare a favore di una presenza americana più importante in Pakistan. È per questo che un conosciuto autore pakistano la chiama "la ragazza degli USA".

Chi c’è dietro quest’assassinio?

H. Attualmente, non è ancora molto chiaro. Molto probabilmente, la crisi pakistana è legata alla guerra d’occupazione condotta dagli USA e dalla Nato in Afghanistan. Gli USA vogliono aumentare considerevolmente la loro presenza militare in Pakistan, ma i sentimenti antiamericani molto vivi nella popolazione pakistana rendono tale operazione delicata. Dopo tutto, Musharraf è un dittatore militare che potrebbe essere deposto da una insurrezione popolare avviata dai partiti dell’opposizione. È per questo che le principali personalità dell’opposizione, tra le quali Benazir Bhutto, hanno voluto assolutamente ritornare e partecipare alle elezioni. Queste dovevano in seguito rendere possibile la costituzione di un governo pro-americano che avrebbe avuto più credito fra la popolazione. Probabilmente, un governo di coalizione che comprendesse la lega musulmana di Musharraf, il PMLQ, ed il PPP della Bhutto. A prima vista, quest’ordine del giorno è stato rovesciato dall’assassinio della Bhutto e si potrebbe dunque pensare che quest’ultimo sia da attribuire ad avversari degli USA. Ma l’assassinio può avere avuto lo scopo non di dare più scelta all’elite pakistana: ovvero o l’unità sotto la direzione degli Stati Uniti o allora il caos della guerra civile e della balcanizzazione del paese. In questo caso, non si può escludere neppure che i servizi segreti americani siano implicati nella faccenda. E finalmente, la maggior parte dei partiti d’opposizione ha accettato di partecipare alle elezioni previste per il 18 febbraio. Sembra così che si sia ricaduti nuovamente nello scenario voluto dagli americani.

Perché gli USA vogliono rafforzare la loro influenza sul Pakistan ed installare truppe in territorio pakistano?

H. La guerra condotta dagli USA nel vicino Afghanistan non si svolge assolutamente così come auspicata. Dopo cinque anni, la resistenza è più forte. Gli USA e la NATO hanno registrato qua e là qualche successo ma devono sempre di più ricorrere ad attacchi aerei. Recentemente, il giornale inglese The Morning Star pubblicava cifre a questo proposito: 2.926 attacchi aerei l’anno scorso, contro 1.770 nel 2006 e… soltanto 86 nel 2004! Ciò mostra che gli USA perdono terreno? Il mese scorso, un’indagine dell’ONG pro- occidentale Asia Foundation constatava che l’80% degli Afgani ne aveva abbastanza del governo pro-americano e dell’occupazione? L’incubo dei generali americani e della NATO, è di vedere tagliare le loro linee d’approvvigionamento all’interno del Pakistan. In questo caso, le truppe occidentali non avrebbero praticamente altre scelte che quella di ritirarsi. Questa sconfitta costituirebbe una sconfitta della strategia egemonica di Washington nella regione e potrebbe anche mettere in pericolo l’esistenza futura dell’alleanza della NATO.

Come spiegate i sentimenti chiaramente anti-usa in Pakistan? L’attuale presidente Musharraf tanto quanto la Bhutto è comunque pro-usa?

H. Una maggioranza crescente della popolazione vive nella povertà e, come musulmana, percepisce la guerra in Afghanistan come una guerra contro tutti i musulmani. Ed ampie frange dell’elite pakistana, partiti dell’opposizione e quadri superiori dell’esercito, di confessione musulmana anche loro, hanno una relazione di  amore – odio con gli USA. Da un lato, dipendono molto fortemente dall’aiuto finanziario degli USA ma dall’ altro, ne sono molto insoddisfatti. La borghesia industriale pakistana sogna da anni di avere accesso – via l’Afganistan – al mercato ricco di sbocchi delle nuove repubbliche indipendenti dall’ex Unione sovietica in Asia centrale. Finché c’è stata la guerra fredda, ha lottato, fianco a fianco, con gli USA, contro la presenza militare dell’URSS in Afghanistan. Del resto, è soprattutto sotto Reagan che molte basi militari sono state installate sul territorio nel quadro di una strategia di respingimento (roll back) con la quale intendevano allontanare l’URSS. La guerra in Afghanistan contro l’URSS, che è durata dal 1979 al 1989, è stata un periodo determinante per comprendere ciò che succede oggi in questa regione. Osama Ben Laden miliardario saudita integralista, è stato allora reclutato dai servizi segreti sauditi per "combattere il comunismo" con la CIA in Afghanistan. Grazie al sostegno del Pakistan, i moudjahiddines afgani erano riusciti a cacciare l’esercito russo dell’Afghanistan. Ma, dopo il ritiro sovietico nel 1989, gli USA hanno semplicemente lasciato decadere la regione. Infatti, per i cinici strateghi americani, lo scopo non era la stabilizzazione e lo sviluppo economico della regione, ed ancora meno la protezione dell’islam di fronte ai "comunisti diabolici" ma gli interessi economici e geostrategici delle loro multinazionali. Era la sola cosa che contava per loro. Ciò appare chiaro quando hanno invaso l’ Iraq negli anni 90 e costruito basi militari sulla "terra sacra" dell’Arabia Saudita. Oussama Ben Laden si è allora messo contro gli USA ed ha fondato Al Qaeda. Negli anni 90, anziché raccogliere i frutti della sua vittoria contro i Russi, la borghesia e l’elite militare del Pakistan ha visto l’Afghanistan affondare in un caos in cui i signori della guerra si combattevano tra loro. Durante questo periodo, le elite pakistane hanno sostenuto i taliban. I taliban erano gente abbastanza giovane formata nelle scuole del Pakistan ed inviati in seguito in Afghanistan per rimettere ordine alla situazione. E ci sono riusciti grazie ad un’applicazione rigorosa della sharia. Non soltanto gli Stati Uniti avevano abbandonato la regione alla sua sorte ma quando Bush non ha più avuto l’assicurazione della fedeltà del suo alleato Ben Laden (perché quest’ultimo era scivolato molto delicatamente verso un’opposizione radicale agli USA), la pressione non ha cessato di crescere. Dopo l’attacco alle torri del WTC dell’11 settembre 2001, un attacco in piena regola contro l’Afghanistan è stato subito avviato poiché era da tempo già preparato. Ma quest’attacco – condotto mentre i taliban erano ancora alleati all’elite pakistana – è stato un nuovo duro colpo per quest’ultima. Inoltre l’aiuto finanziario che riceve dagli Stati Uniti per sostenere lo sforzo della guerra da parte di questi nella regione può soltanto mantenere la sensazione di delusione e di rancore della borghesia pakistana verso gli stessi Stati Uniti. L’odio contro gli Stati Uniti, che si è radicato in Ben Laden dopo il ritiro dell’URSS ed il disimpegno degli USA (anche se Ben Laden è stato sostenuto finanziariamente per anni dalla CIA, non lo dimentichiamo), quest’odio si è introdotto anche nel cuore dell’elite pakistana.

Si può dunque dire che gli USA ballano sul filo del rasoio, in Pakistan. All’inizio di quest’intervista, dicevate che la borghesia pakistana è debole, cosa volevate dire con ciò?

H. Se volete comprendere la povertà estrema del Pakistan durante il feudalesimo e la debolezza della borghesia attuale, dovete tornare all’origine della fondazione dello Stato pakistano, sotto il colonialismo, nell’India britannica. Tanto il Pakistan attuale che il Bangladesh e l’India formavano un insieme in quest’epoca. L’imperialismo britannico ha utilizzato il sistema feudale reazionario dell’India per la gestione dei prodotti agricoli ed ha anche sostenuto il sistema delle casti multisecolari. In Europa, è diffusa l’idea che l’India sia soprattutto un paese di saggezza secolare e di pace interna. Ma l’opposizione all’occupazione britannica è spesso stata molto violenta. Nel 1857, ad esempio, ha avuto luogo la sommossa dei Sepoys, soldati indiani intruppati nelle legioni britanniche. La loro violenza è stata tale che gli inglesi ne sono stati profondamente colpiti e Karl Marx stesso ha condannato il loro atteggiamento "terribile, sconvolgente ed indescrivibile".

Tuttavia, Marx aggiungeva che la "rispettabile" Inghilterra aveva tenuto comportamenti atroci. E, precisa, così disprezzabile che potesse essere il comportamento dei Sepoys, non era nulla più che lo specchio del comportamento dell’Inghilterra in India. E, dopo i Sepoys, si sono susseguite tutta una serie di altre correnti d’opposizione. Per poter controllare un territorio tanto più grande, i britannici installarono ferrovie che permettevano di muovere le loro truppe il più rapidamente possibile. Solo che queste nuove rapide vie di circolazione hanno anche favorito lo sviluppo del commercio e l’arrivo del capitalismo e… l’insoddisfazione verso il colonialismo che sosteneva un sistema feudale ancestrale. Nel 1885, un giovane britannico dal nome David Hume, ha viaggiato attraverso tutto il territorio. È stato colpito dalle contraddizioni: conoscete perfettamente quest’immagine dei britannici coloniali che giocano al cricket o a polo, dotati di camice bianche immacolate, nel loro club accanto alla carestia e della povertà. Hume ha visto ciò ovunque ed ha percepito il pericolo inevitabile di reazioni esplosive e di una guerra d’indipendenza sanguinosa. È lui che ha fondato il Partito del congresso. Voleva applicare riforme all’interno del quadro coloniale: "dobbiamo inquadrare l’elite indiana e formarli alla cogestione del paese." Più tardi, questo Partito del congresso è evoluto verso un partito nazionalistico, di cui Gandhi e Nehru sono del resto stati i capi. Oggi, questo partito è ancora il più importante dell’India. Ma non ha mai realmente potuto accontentarsi del paternalismo e del riformismo di Hume e non può dunque essere comparato, ad esempio, al partito nazionalista cinese di Sun Ya Sen, il Kuomintang. In ogni caso, tale partito, dopo la sua creazione, ha immediatamente superato i 100.000 membri ed ha integrato tanto i musulmani che gli indù.

Non c’era alcun legame tra i musulmani e gli indù in quest’epoca?

H. No. L’India è tradizionalmente un paese indù disciplinato da un sistema di caste, reazionario e feudale. Appartenete alla casta nella quale siete nati e questa casta determina la vostra occupazione e le vostre relazioni umane. La casta più alta è quella degli Brahmanes, i sacerdoti. La più bassa è quella degli intouchables. In confronto all’induismo, l’islam è una religione progressista che si mostra più flessibile con i commercianti e gli impiegati. Un po’ come il protestantesimo nell’Europa del medio-evo. Ma l’islam si introduce gradualmente con o senza violenza all’interno dell’India. Molti indù si convertono all’islam per sfuggire alla casta nella quale sono nati. E lo sviluppo del commercio e degli scambi che è seguito alla costruzione della ferrovia ha determinato la diffusione dell’islam.

E che cos’è questa lotta rilevante tra i musulmani e gli indù di cui si parla così spesso quando è presa in considerazione l’India?

H. È legata alla nascita del Pakistan precisamente. In realtà, la borghesia islamista del partito del congresso ha constatato di essere in minoranza rispetto agli indù. Quindi un certo Ali Gena fonderà la lega islamista nel 1920, l‘idea centrale di questa lega era che i musulmani avevano bisogno del loro territorio. La guerra d’indipendenza dell’India è stata molto violenta. I britannici avevano quattro vantaggi da giocare: il vecchio sistema delle caste, la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù, la divisione del paese in mini-stati che avevano ricevuto la loro autonomia ed infine l’opposizione tra il Nord dove vivono gli indiani di pelle bianca ed il Sud. Gandhi sviluppò una strategia per lottare contro questa divisione, ma non si è riusciti a controllare la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù. La lega musulmana ha preteso il suo territorio ed ha intrapreso una guerra sanguinosa durante la quale centinaia di migliaia di persone sono morte. Così è sorto il Pakistan nel 1947 – all’inizio semplice dominio coloniale della Gran Bretagna – che era indipendente dal resto dell’India. E tre anni più tardi (nel 1950), ottenne l’indipendenza. Dieci milioni di musulmani si rifugiarono in Pakistan e molti milioni di indù lo lasciarono. Molte famiglie furono smembrate, poiché abitavano ai due lati della frontiera… Questa guerra è all’origine della tensione ancora molto viva che esiste oggi tra il Pakistan e l’India. Ancora oggi il 14 agosto è giorno di festa nazionale per la separazione del Pakistan dall’India. E non quella del 1950 quando il Pakistan si liberò della Gran Bretagna.

Ma da che dipende esattamente questa debolezza della borghesia pakistana?

H. La borghesia pakistana ha voluto conquistare un mercato e costruire uno Stato in modo artificiale. Il migliore modo di fondare uno Stato nazionale consiste nel creare e sostenere criteri oggettivi, come l’unità geografica ed economica. Ma il Pakistan è in primo luogo costruito in base a credenze religiose. Ciò rende tale costruzione molto fragile. Per risolvere il problema delle diverse lingue parlate nel paese, Ali Gena, ad esempio, aveva scelto l’urdu come lingua di riferimento nazionale. Ma, l’urdu è una lingua minoritaria utilizzata da meno del 7% della popolazione. Soprattutto, la forma geografica dello Stato sembra ingestibile. Il Pakistan è diviso in due parti, ad ovest, il Pakistan propriamente detto e, ad Est, il Bangladesh. Si tratta di una ripartizione più vecchia della stessa creazione del Pakistan, basata sulle differenze religiose tra Bengalesi imposta tra il 1905 ed il 1911 sotto l’autorità dei britannici dopo varie sommosse dei contadini bengalesi nel XIX° secolo. E gli abitanti del Bangladesh sono dunque oggi soprattutto musulmani membri della lega musulmana. Ma non sono tutto sommato soddisfatti dello Stato pakistano. Sulla carta, vedrete che le due parti sono situate a oltre 1.000 chilometri di distanza una dall’altra. Calcutta la capitale del Bangladesh, era precedentemente il centro amministrativo delle Indie britanniche. Gli abitanti del Bangladesh hanno visto questa funzione scivolare da Calcutta verso Islamabad. In Bengala, nessuno parla l’urdu. Inoltre, l’esercito pakistano è per lo più costituito da soldati che provengono dall’ovest del Pakistan. Risultato: dopo una guerra che ha ucciso un milione di uomini, il Bangladesh è stato staccato del Pakistan nel 1971.

La parte del Pakistan che è sopravvissuto non è una base sufficientemente solida per soddisfare l’elite pakistana?

H. Per potere sopravvivere come Stato, considerando la penetrazione sistematica dell’esercito nella vita politica, il Pakistan ha potuto contare sul sostegno della Gran Bretagna negli anni 80 e degli Stati Uniti dal 2001. Le quattro regioni più importanti in Pakistan sono: Penjab, Sindh, Baloutchistan e le terre del nord dove vivono i Pachtounes. Ciascuno di questi territori ha precedenti diversi. Penjab formava nell’India britannica e sotto il colonialismo una provincia comune con il Penjab indiano. Gli abitanti erano soprattutto Sikhs, una variante dell’induismo ed erano volentieri impegnati nell’esercito britannico per la loro forte costituzione fisica. Con l’indipendenza del Pakistan, il Penjab è stato diviso in un Penjab pakistano e in uno indiano. Gli abitanti del Penjab costituiscono il 55% della popolazione pakistana ed il territorio copre il 26% del Pakistan. In Penjab, l’elite proviene dalla nobiltà feudale che invia i suoi figli nell’esercito e che impone dunque, ancora oggi, una forte influenza su di esso. Un esercito che lotta sempre per gli interessi del potere coloniale ed dell’imperialismo. Non è un caso se l’esercito pakistano sotto il comando del colonnello Zia Ul Haq, ultimo dittatore del Pakistan è, ad esempio nel 1970, intervenuto in Giordania durante il settembre nero nel quale 30mila palestinesi sono stati uccisi. Il Baloutchistan oltrepassa i confini dell’Iran, del Pakistan e dell’Afganistan. Alla fine del XIX° secolo, il territorio è stato diviso da una commissione anglo-iraniana nei tre territori attuali. Il 5% appena del popolo pakistano abita in queste regioni che costituiscono il Baloutchistan, ma il territorio copre il 44% del Pakistan. Inoltre, si tratta della regione più ricca del Pakistan per quanto riguarda il petrolio e le riserve di gas. Come provincia che confina con l’Afganistan e l’Iran, e porta di passaggio per le condutture che collegano l’India e l’Iran, è considerato come la parte più strategica del Pakistan dalle forze dell’alleanza americano-britannica. Ma c’è ancora un’altra ragione strategica determinate: dal 2002, la Cina finanzia la costruzione di un porto in alto mare a Gwadar, nel mare dell’Arabia, non molto lontano dalla via di Hormuz dove passano le più grandi riserve di petrolio cinese e il 30% delle riserve mondiali. Un po’ più lontano, è stata allargata l’autostrada di Karakoram, che collega Gwadar con la provincia cinese di Xinjang,. La provincia diventerà dunque in un futuro prossimo un importante posto di passaggio per le province interne della Cina e per il mare.

La provincia Sindh e la provincia del Nord esistono ancora?

H. Sì, la regione Sindh è il posto dove si trovano le maggiori industrie. I Bhutto provengono da questa regione e fanno parte dell’elite feudale ricchissima che ha attività industriali. Gli abitanti di Sindh costituiscono il 18% del popolo pakistano e la provincia copre il 23% del territorio pakistano. E là, si trova anche la regione del Nord dove vivono i Pachtounes. I Pachtounes sono una tribù afgana che nel 1879, dopo la seconda guerra dell’Inghilterra contro l’Afghanistan, è stata annessa dall’impero coloniale anglo-indiano dell’epoca. I Pachtounes formano il 13,5% del popolo pakistano ed il loro territorio forma il 9% del territorio pakistano. Sono strettamente legati al popolo afgano ed i nazionalisti afgani credono che questo territorio gli spetti di diritto. Le elite pakistane, da parte loro, considerano l’Afghanistan come il cortile del Pakistan e la porta d’accesso verso i mercati dell’Asia centrale. Inoltre, guidano gli Afgani provando a tenerli sotto il loro controllo. Durante la guerra contro l’Unione sovietica, praticamente tutte le tribù sono state armate dal Pakistan, ma ciascuna separatamente ricevendo armi che non erano compatibili con le armi ricevute dalle altre tribù. Questo per evitare che le tribù afgane si collegassero per formare un esercito opposto al Pakistan. Negli anni 90, i taliban sono stati formati nelle scuole religiose delle Madrasse nel nord del Pakistan per mantenere l’Afghanistan sotto il controllo dei servizi di sicurezza pakistani.

Un amico pakistano mi ha detto che non credeva che il Pakistan potesse continuare ad esistere come un paese unito. Ci si deve aspettare una balcanizzazione?

H. Il popolo pakistano vive in una povertà opprimente che contrasta con il modo di vita ricchissimo condotto dalle elite corrotte che sono succedute ai britannici. La pressione è enorme e la vita comune tra le due classi è difficile. Esistono molte forze intermedie. Nel Béloutchistan, il popolo, che si sente lasciato solo, ha organizzato, in quest’ultimi anni, dei movimenti di resistenza. I Pachtounes vogliono un Afghanistan indipendente e si oppongono alle relazioni d’amicizia che legano i generali pakistani agli Stati Uniti. Una guerra civile comporterebbe danni collaterali terribili e paesi come l’India e l’Iran sarebbero toccati. Tale guerra sarebbe impossibile da controllare da parte degli Stati Uniti e le truppe della NATO. Basta osservare ciò che avviene in Iraq ed in Afghanistan. Le varie anime dell’elite pakistana sono coscienti del pericolo e si mostrano sempre più nazionalistiche. Inoltre, i paesi vicini come la Cina e l’India, hanno bisogno di svilupparsi grazie ad un clima pacifico nella regione. La Cina, particolarmente, applica una politica di stabilizzazione intensiva nella regione. È oggi il terzo partner del Pakistan. Il commercio tra i due paesi aumenta ad un ritmo del 30% l’anno e dal gennaio 2006 è stata istituita tra i due paesi una zona di libero scambio. La tassa d’importazione è stata eliminata da entrambi i paesi per un  grande numero di prodotti. Ho già parlato degli investimenti cinesi nel porto di Gwadar. Nei primi nove mesi del 2006, le imprese cinesi hanno investito per 8,6 miliardi di dollari in contratti per progetti di costruzione. Inoltre, la Cina incoraggia il libero scambio tra il Pakistan e l’India e dandone, peraltro, l’esempio. Così, la Cina, nonostante anni di problemi per le frontiere con l’India, ha compiuto lo sforzo di negoziare seriamente e ridefinire una frontiera chiaramente delimitata. La Cina è anche il secondo partner più importante dell’India. Il commercio ed i progetti economici sono i migliori fattori di stabilità. Come il popolo pakistano potrebbe uscire dalla miseria?

H. Lasciandosi alle spalle l’eredità del colonialismo di cui sono ancora prigionieri attualmente. L’India ed il Pakistan formano un solo paese, la sola differenza è la religione. Ma non dimentichiamo che l’India d’oggi, dopo l’Indonesia con suoi 200 milioni di musulmani, è sempre il secondo paese musulmano più grande al mondo. I due paesi costituiscono un’attrattiva e possibilità economiche reali per la Cina ed hanno entrambi interesse a costruire relazioni di fiducia con essa. E infine, la più importante riforma di cui i due paesi hanno bisogno per sviluppare la loro economia e sbarazzarsi della concezione feudale del possesso del territorio. Una vera riforma agraria deve avere luogo per permette ai contadini di lavorare per loro conto.