Caos internazionale e intellettuale

iran

 

Gianfranco la Grassa ha pienamente ragione a definire i giornalisti che commentano la politica internazionale dei perfetti imbecilli o dei mascalzoni. Ne sentiamo di ogni a giustificazione di eventi che segnalano profonde trasformazioni geopolitiche ma che costoro interpretano come fatti brutali, se commessi dai nemici dell’Occidente, oppure, come atti necessari se attuati dalla Casa Bianca e dagli amici subordinati a questa. Tutto viene ridotto a squallido moralismo per giunta ipocrita. Purtroppo, anche esperti che si occupano di materia estera, in simili frangenti, profferiscono assurde banalità che non fanno onore alla loro caratura e carriera. La dichiarazione facile per apparire sulla stampa può essere utile alla visibilità ma getta oscurità su matasse di per loro molte intricate a causa dell’incipiente multipolarismo. A domanda dell’intervistatore, sull’uccisione Soulemani, così risponde Lucio Caracciolo su Il Giornale: Quale strategia c’ è dietro la mossa di Trump?
«Purtroppo partiamo da un dato che può sembrare sconcertante: il presidente americano non ha alcuna strategia. Ci sono piuttosto delle ragioni emotive che lo hanno spinto a dare l’ ordine di uccidere Soleimani. Sta cavalcando l’ odio profondo radicato nell’ establishment militare contro l’ Iran, condivisa dalla maggioranza dell’ opinione pubblica».
Chiose come queste sono inaccettabili, soprattutto per chi dirige una rivista nella quale è stato spiegato tante volte che i poteri dei presidenti negli USA sono più apparenti che reali. Mi immagino che Caracciolo legga ciò che viene pubblicato sulla sua rivista e, in ogni caso, a me pare umorale la sua affermazione che la decisione statunitense di far fuori un nemico sia stata dettata dai capricci di un capo di Stato. Probabilmente, come crede La Grassa, l’opzione è stata adottata da certi apparati a stelle strisce all’improvviso ma con una sicura ponderazione dei risvolti, altro che paturnie di Trump! Piuttosto, la pur minima reazione iraniana, con il lancio di missili sulle basi degli yankee, che sarebbe comunque stata impensabile nel breve periodo di monocentrismo americano seguito all’implosione dell’Urss, indica ora che gli egemoni possono permettersi azioni unilaterali ugualmente ridotte avverso le quali i nemici non restano comunque inermi. Simbolismi diversi ma pur sempre contrari. L’Iran è una importante potenza dell’area mediorientale che accelera le sue sintonie con Russia e Cina. In primo luogo, difficilmente Soulemani sarebbe stato colpito su territorio iraniano (non è questa una valutazione che già esclude l’atto emotivo?), in secondo, gli Usa prima di operare devono elaborare formule di intervento che evitino di coinvolgere direttamente le superpotenze non incluse nel suo “consensus”, almeno se ciò non è strettamente necessario. Questo perché il loro superdominio è ancora dominio ma, in prospettiva, non eternamente insuperabile. Inoltre, mai dare ai competitori troppe motivazioni per fare squadra. Sono principi strategici basilari. Attualmente gli USA sono i più forti ma non al punto di potersi mettere contro chiunque. Dunque, perché compattare i nemici in una situazione di difficoltà storica?

Ps.
Il valore dei nostri giornalisti, che sono o finti moralisti o sciocchi forcaioli, è riassunto nell’estratto che pubblico subito sotto di Marco Travaglio su Craxi. Premetto che quest’ultimo non mi piaceva, tuttavia il defunto segretario socialista era un vero uomo di stato mentre le figurine politiche odierne sponsorizzate da il Fatto sono una banda di cretini e servi. E certi pennivendoli sono più cretini dei cretini e più servi dei servi.

“Nel 1985 Craxi si sarebbe opposto intrepido alla tracotanza di Reagan. In realtà sottrasse al blitz Usa i terroristi palestinesi che avevano appena sequestrato la nave Achille Lauro e assassinato un ebreo paralitico, Leon Klinghoffer, gettandone il cadavere in mare; si impegnò a farli processare in Italia; poi fece caricare il loro capo Abu Abbas su un aereo dei servizi segreti recapitandolo prima nella Jugoslavia di Tito e poi in Iraq, gradito omaggio a Saddam Hussein. Fu l’ acme di una politica filoaraba e levantina che portò all’ appoggio acritico all’ Olp di Arafat (ben prima della svolta moderata), paragonato da Craxi addirittura a Mazzini in pieno Parlamento.
Quanto all’ europeismo craxiano, basta ricordare l’ appoggio dato a regimi sanguinari e corrotti come quelli del tagliagole somalo Siad Barre in cambio di leggendarie ruberie sulla “cooperazione”. E il capolavoro della guerra delle Falkland, nel 1982, quando Bettino si schierò col regime dei generali argentini (quelli che avevano fatto sparire migliaia di oppositori) contro la Gran Bretagna appoggiata da tutto l’ Occidente. Ecco quel che resta, al netto delle mazzette, di Craxi. Lasciatelo riposare in pace, ché è meglio”.

Gli aggressori americani

gianfranco

 

Clark è il generale che comandò l’aggressione alla Serbia e impartì l’ordine di bombardamento verso fine marzo 1999. Ha quindi poco da sorprendersi di quanto sta comunque rivelando. In un certo senso ridicolizza i successivi comandi delle altre operazioni aggressive degli Usa. Però egli fu a capo di quella voluta dall’establishment che si esprimeva nella presidenza di colui che si faceva fare pompini da Monica ecc. ecc. Comunque rivela cose risapute da chi ha cervello, ma ignorate dai più. E lo resteranno anche dopo queste dichiarazioni rese in pubblico.
Vedrete se i “programmi di storia” delle nostre TV ne diranno qualcosa. E se qualcuna lo farà – come per alcune, solo mezze, verità sull’assassinio di Moro udite negli ultimissimi tempi a 40 anni da quella vicenda, su cui ho esposto poche (ma essenziali) delucidazioni non so quante volte, totalmente ignorato – sarà dopo mezzanotte. L’ignoranza della storia e dei crimini americani (non inferiori a quelli nazisti) resterà la cifra della nostra indegna subordinazione a questi violenti cow-boys.
Comunque ascoltate attentamente: qui sono citati in bella fila tutti i paesi aggrediti in questo secolo. Direttamente dagli Usa come l’Afghanistan (dove non hanno combinato gran che) e l’Irak. Poi la Libia tramite i sicari anglo-francesi (e pure italiani, malgrado lo si nasconda; e con il tradimento di Gheddafi da parte del “vile nano”, che pronunciò a commento l’“alta” frase: “sic transit gloria mundi”). Infine, tramite l’Isis (finanziata da Arabia Saudita, Qatar, ecc. ma dietro a questi paesi stavano gli Usa di Obama) si è cercato di sfasciare la Siria, dove il successo non è stato raggiunto; ma si insiste adesso direttamente con gli Usa di Trump e la complicità dei soliti anglo-francesi e anche di Israele, che in questo momento coadiuva direttamente gli Stati Uniti contro l’Iran, l’ultimo paese citato da Clark (e accoppa un bel po’ di palestinesi per tenersi in esercizio).
E questi “poveretti” che vogliono fare il governo in Italia sono ancora con Usa e UE. Abbiamo bisogno di apportare correzioni decisive a simile squallore. Gli Usa sono i veri grandi “terroristi” esistenti da tre quarti di secolo. Bisogna andare con i paesi che possono garantire la crescita del multipolarismo in opposizione al predominio criminale di questi massacratori seriali. Non siamo così dementi da pensare che gli indispensabili alleati siano misericordiosi e colmi d’amore per noi. Sono come gli altri, pur essi facenti parte di questa specie animale piuttosto cattiva e feroce. Tuttavia, hanno bisogno di crescere e dovranno opporsi ai “mericani”. Quindi sono, oggettivamente, i naturali collaboratori di chi vuol liberarsi del soffocante e mortifero predominio statunitense. Nulla più che questo!

Caos mediorientale di GLG

siria

Osservando la nuova crisi nel Medioriente, facciamo alcune semplici osservazioni (su una situazione per nulla semplice). I curdi – ben legati agli Usa, di ieri (Obama) come d’oggi (Trump) malgrado gli acuti dissidi tra i due gruppi di vertice statunitensi – hanno combattuto l’Isis, pur sempre finanziato (più di nascosto e tramite Qatar, Arabia Saudita che ha poi fatto finta di rompere con quest’ultimo proprio su tale questione) dagli Stati Uniti; stavolta direi soprattutto quelli di Obama mentre sembra che Trump sia contrario, anche perché ormai il tempo di quell’organizzazione “radicale” e fomentatrice di terrorismo è decaduto nella sostanza (magari ne inventeranno qualcuno di nuovo). Nello stesso tempo i curdi sono stati a fianco delle truppe che hanno cercato di abbattere Assad, tenuto in piedi dai russi. Nel combattimento contro l’Isis i curdi erano a fianco degli iracheni, poi sono stati attaccati da questi ultimi nelle zone che occupavano in Irak. Adesso sembra che ci siano contatti tra curdi e i siriani di Assad. In effetti mentre le truppe siriane si scatenano alla periferia di Damasco contro residui dell’islamismo radicale, al nord si oppongono all’offensiva turca contro i curdi Nel contempo la Turchia – anch’essa fornitrice un tempo di armi all’Isis – adesso ha rapporti apparentemente non di contrasto con i russi mentre attacca appunto con particolare decisione i curdi, con cui ha un ben lungo contenzioso per ragioni territoriali e altro. I russi hanno appoggiato senza esitazioni e giravolte Assad (difendendo le proprie posizioni nella zona), non hanno assunto posizioni nei confronti della questione turco-curda, ma hanno avuto contrasti con tutti quelli (compresi appunto, fino a poco tempo fa, i curdi) che, appoggiati dagli Usa, hanno cercato di spazzare via il regime siriano legittimo (cioè quello che per decenni ha guidato il paese). Ci sono state frizioni tra Russia e Turchia, per il momento calmatesi; mentre Russia e Iran (che appoggia pur esso Assad in Siria e, naturalmente, gli hezbollah in Libano) hanno sempre sostanzialmente mantenuto buoni rapporti. Iran e Turchia sono chiaramente subpotenze regionali in contrasto per la supremazia in quell’area, ma ultimamente hanno attenuato i contrasti con la mediazione della Russia. Mentre gli Usa di Obama avevano ad un certo punto tentato di dividere gli islamisti, con un’attenuazione dei contrasti con lo sciita Iran (trattato sul nucleare) e creando così attrito con la sunnita Turchia (che li ha accusati di aver favorito il tentativo di colpo di Stato contro Erdogan) e anche con Israele (sempre in forte attrito con gli iraniani), adesso i vertici trumpiani hanno assunto violenta contrapposizione all’Iran, ricreando un asse forte con gli israeliani, che hanno acuito in questi giorni la tensione con tale paese e per nulla favorevoli ad Assad; anche se sembrano mantenersi rapporti non eccessivamente tesi tra Israele e Russia. La Turchia non sembra per il momento riavvicinarsi troppo agli Stati Uniti della nuova strategia, preferisce regolare i conti con i curdi e sta sul chi va là, senza sbilanciarsi troppo, con Russia (e Siria) e perfino con l’Iran (ma sarà cosa temporanea); e in fondo anche con Israele, che tuttavia considera come concorrente per l’influenza nell’area in questione.

Ho cercato – e chiaramente a malapena e con difficoltà, dato il guazzabuglio esistente – di dare un’idea della situazione creata chiaramente dal multipolarismo in crescita (pur non ancora decisa come dovrebbe), che ricorda, lo ripeterò sempre, quanto si verificò negli ultimi decenni dell’800, con l’Inghilterra ancora prima potenza mondiale ma in declino (in quel momento lento, poi si accelerò), con crescita degli Usa (dopo che il nord spazzò via i cotonieri del sud) e della Germania, nata nel 1871 proprio alla fine della guerra che mise definitivamente fine alle velleità francesi. Ho sentito in TV 2-3 giorni fa un “grande” economista (di cui non m’interessa nemmeno ricordare il nome) affermare, con fare solenne e molto pensoso, che ormai la crisi, iniziata nel 2008, è sostanzialmente alle spalle. Ci si si scorda che la “grande stagnazione” di fine ‘800 aveva paesi che crescevano ancora fino al 2-3%, ma con ritmi nettamente inferiori a quelli del trentennio precedente. Ed eravamo in piena seconda rivoluzione industriale: elettricità, chimica (in specie in Germania) e, un po’ più tardi, il motore a scoppio che diede vita a quel settore successivamente facente parte del cosiddetto metalmeccanico (creatore della gran parte dei mezzi bellici usati nelle guerre novecentesche), in cui si sviluppò l’organizzazione lavorativa passata alla storia come taylorismo-fordismo, che alcuni “teorici” e “storici” (anche molti “marxisti”) considerarono – ed è storia più recente – la causa principale della vittoria degli Usa nella seconda guerra mondiale. Magari una volta parleremo di queste tesi sempre semplicistiche, del tipo delle ultime ossessionate dall’onnipotenza della finanza, confondendo tra l’altro quella che era correttamente considerata (ad es. un secolo fa da Hilferding e Lenin) l’intreccio (“simbiosi” per Lenin) tra banca e industria con il semplice capitale in forma liquida o facilmente così trasformabile. Tornando a quella più lontana crisi, ricordiamo che pure allora l’intenso sviluppo tecnologico creò gravi difficoltà nell’occupazione della forza-lavoro e rese obsolete molte capacità lavorative, già fortemente investite a anche azzerate dalla prima rivoluzione industriale (1760-1830/40) con distruzione dei saperi ancora artigianali in vigore nella manifattura, pur già capitalistica. Le crisi economiche – quelle tipiche del modo di produzione capitalistico, così differenti dalle carestie delle precedenti forme di società – sono sempre, con varie modalità, sintomo ed effetto dell’“eterna” lotta, acuta o meno acuta, per le sfere d’influenza. E’ meglio ricordarsi queste poche e scarne, ma fondamentali, notizie storiche. Altrimenti continueremo a non capire l’inevitabilità dell’acuirsi dei conflitti estremamente confusi e con continui mutamenti di alleanze, conseguenza tipica del lento affermarsi di altre potenze che rendono impossibile una relativa regolazione del sistema globale da parte di una potenza predominante. Non ci sarà più nulla di regolato fino al prossimo (non ancora vicinissimo) scontro decisivo per una nuova supremazia.

Sanzionami questo!

RUSSIAN PRESIDENT VLADIMIR PUTIN VISITS CHINA

 

Le sanzioni non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno, nemmeno all’Italia fascista e proletaria (in realtà ancora agricola e contadina) che era autarchica ma non autosufficiente, la quale giustamente rispondeva “me ne frego” all’arroganza della comunità internazionale a guida inglese. Lo stesso accade oggi con la Russia che seppur colpita dalle punizioni di Usa ed Ue va per la sua strada nei “normali” disordini dell’epoca multipolare. Nemmeno funzionano le liste di proscrizione contro gli uomini d’affari e i dirigenti politici del Cremlino (anche questo non è un argomento nuovo considerato che si operava alla stessa stregua contro la Germania ai tempi del nazismo e, appunto, contro l’Italia del ventennio) il cui obiettivo è quello di far passare per una cricca le élite istituzionali russe, al fine di produrre una separazione tra popolo e Stato, togliendo loro qualsiasi credibilità internazionale. Anche questa iniziativa è destinata a fallire come attesta l’indice di gradimento degli elettori verso Putin. Tali provvedimenti rappresentano armi spuntate contro un Paese che ha deciso di mettere la sovranità politica davanti a tutto il resto, allacciando la museruola anche agli organi finanziari interni (soprattutto la Banca centrale) i quali, in quanto composti da burocrati formatisi nelle scuole anglosassoni, tentano di condizionare la linea del governo. Come scrivono molti analisti, la Russia ha dimostrato una inaspettata stabilità (politica, sociale ed economica) nonostante alcune criticità, però comuni al resto del mondo a causa del clima di crisi sistemica globale: “L’inflazione è stata messa sotto controllo, la svalutazione della moneta nazionale è stata fermata e addirittura invertita, le sanzioni economiche occidentali non sono riuscite a mettere la Russia in ginocchio, le elezioni parlamentari di settembre hanno determinato una vittoria trionfale prevedibile per il partito Russia Unita. I rischi politici ed economici sembrano relativamente bassi e gestibili…il sistema russo si è rivelato più adattabile e flessibile rispetto a quelli stranieri”. Sul fronte estero Mosca ha ugualmente dimostrato di saper far valere i suoi interessi, con l’intervento in Siria, che ha salvato Assad, ed il rinsaldamento dei legami con Paesi come l’Iran ma anche con la Turchia, convinta a scendere a compromessi sulla vicenda. In tutto ciò è riuscita pure a non inimicarsi gli Stati Arabi. Permangono le difficoltà in Ucraina dove attualmente la situazione risulta congelata. Ma ciò non basta a rassicurare il Cremlino sui suoi confini dove si annidano ancora troppe insidie che possono essere sfruttate dai nemici per operazioni di destabilizzazione. In ogni caso, Mosca ha tracciato il percorso che i paesi volenterosi devono intraprendere per resistere alla crisi e affrontare le incertezze dell’epoca. Ribadiamo che il dissesto finanziario mondiale non è causa ma conseguenza di squilibri geopolitici, in una fase in cui l’unico centro regolatore dei rapporti di forza mondiali si vede insidiato nella sua esclusiva egemonia da altri attori emergenti o riemergenti. L’Ue ha scelto di ignorare questi mutamenti, per restare sottomessa alla sfera d’influenza statunitense. L’opzione si sta rivelando deleteria, in primo luogo per i suoi anelli deboli, come l’Italia, costretti a subire la tensione di questa conflittualità sottotraccia che, tuttavia, non tarderà ad esprimersi con sempre maggiore virulenza, aggravando le già precarie condizioni dei suddetti membri. Si annunciano giorni sempre più bui. Triste da dirsi, ma c’e’ da rimpiangere i giorni del menefreghismo.

 

 

Che sta accadendo in Iran? di A. Terrenzio

iran

 

 

Nei giorni scorsi la Repubblica iraniana si e’ ritrovata di nuovo al centro di tumulti interni che hanno portato alla morte, secondo la stampa, di 21 manifestanti e ad oltre 500 arresti. Numeri eccessivi che nascondo molta propaganda.

Gli osservatori fuori dal circuito mediatico hanno subito intravisto dei tentativi di destabilizzazione esterna, come avvenuto nel 2009 con la famigerata “Onda Verde”.

La rivolta, che sembra avere soprattutto lineamenti socio/economici legati a situazioni di disagio giovanile, ha preso a bersaglio il blocco di potere ultraconservatore, accusato di corruzione e del peggioramento delle condizioni economiche del Paese.

Come ricorda Alberto Negri:” In Iran su 80 milioni di abitanti circa il 40/50% ha meno di 30/35 anni. Tanti I giovani e I disoccupati: circa il 40/50% sotto I 30 anni non trova lavoro o una attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa o sposarsi”

Ovvio quindi che in un Paese a forte esplosione demografica e con difficoltà di inserimento lavorativo, le possibilità di disordini siano fortemente comprensibili.

Inoltre, il tasso di scolarizzazione in Iran è molto alto, ben al di sopra della media mondiale o di paesi come Italia e Regno Unito. Nel 2015 I tassi di iscrizione alle Università hanno raggiunto il 70%.

La vitalità di tale fenomeno ha portato le nuove fasce giovanili a scontrarsi coi poteri ultraconservatori legati al clero sciita e alle loro fondazioni, le Bonayad, detentrici del 20% delle ricchezze del Paese ed esenti da tasse.

Le sanzioni occidentali, non del tutto eleminate dopo l’accordo sul nucleare, hanno fatto il resto. Il risultato sono 15 milioni di persone sotto la soglia di povertà, corrispondenti al 20% della popolazione. Un tasso di disoccupazione giovanile che si avvicina al 30%.

Gli elementi di una “lotta di classe” all’interno della società iraniana sembrano esserci tutti.

Tuttavia, i media “main stream” si sono soffermati sui soliti temi, quali la violazione dei diritti umani e le imposizioni religiose. Ma bypassando la retorica femminista dei media generalisti, le proteste hanno avuto una base “maschile” e si sono sviluppate lontano dalla capitale. Le rivolte sono iniziate dalla periferia nord-est del Paese e sono sembrate sin da subito fatue, perché’ prive di una leadership politica.

Ciò che sta accadendo nel paese sembra rispondere a dinamiche interne legate maggioramene a ragioni economiche e demografiche. Una delle letture più intelligenti in proposito è offerta da Adriano Scianca che su Primato Nazionale scrive:” La prima regola, quando succede qualcosa nel mondo, è sempre la stessa: controlla cosa ha scritto in proposito Roberto Saviano. La verità, in genere, è quella opposta. Ecco, le rivolte che stanno avvenendo in queste ore in Iran, per esempio, non hanno nulla a che fare con “il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo”, come ha scritto il leader del conformificio occidentalista. È però vero che risulta tuttora difficile farsi un’idea chiara di ciò che sta avvenendo in Iran, al di là dei riduzionismi che tanto piacciono da queste parti. E, diciamolo subito, se è riduzionista la lettura che fa di ogni tumulto una “primavera” per i “diritti civili”, lo è anche quella che riconduce ogni tafferuglio a un piano orchestrato dalla Cia. Il che non significa che potenze come Usa, Israele o Arabia Saudita stiano osservando i fatti iraniani con rispettosa distanza. I professionisti della destabilizzazione, tuttavia, intervengono quasi sempre a fenomeno in corso: non lo creano, ma magari influenzano per orientare a loro favore proteste spontanee, che nascono in un modo e possono finire in un altro, il che è peraltro vero anche in senso inverso, come dimostra la stessa rivoluzione iraniana del 1979.”
Data quindi per buona la nostra intenzione a non ridurre tutto frettolosamente ad una “false flag” è anche indubbio che la Repubblica islamica si trovi al centro di diverse tensioni. Gli Usa dei Neocon in primis, ma anche Israele e Arabia Saudita, che non staranno a guardare e che molto verosimilmente tenteranno di orientare i disordini come anni fa con l“Onda Verde”.

Proprio in queste ore i Pasdaran governativi hanno sedato la rivolta nelle province periferiche del Paese, reprimendo i disordini iniziati il 28 dicembre scorso. Gian Micalessin sul Giornale.it offre un chiarimento sui fatti iraniani: i veri sconfitti non sono i manifestanti, che non avevano nessuna possibilità di successo, bensì il Presidente moderato Rohani, accusato di essere stato troppo morbido nel difendere “il diritto a contestare”.

La Guardia Suprema legata ad Ali Khamenei ha sfruttato l’occasione per ristabilire i rapporti di potere nelle alte sfere governative, consolidando  attorno a se’ anche il potere militare ed industriale.

I Guardiani della Rivoluzione sembrano ritornare ad essere i controllori delle leve di comando della Repubblica iraniana cancellando di fatto il risultato delle elezioni presidenziali.

Hanno sagacemente sfruttato il malcontento popolare per dirigerlo contro Rohani, svelando i disegni dei gruppi sovversivi. Più che un segno di debolezza, le rivolte assumono i contorni di un ‘escamotage’ che ha consentito alla “Vecchia Guardia” di riprendere in mano le redini del Paese per difenderlo dai veri nemici che lo minacciano dall’esterno.

LE PROTESTE IRAN di GLG

gianfranco

Qui

al di là del linguaggio ben noto che si usa da parte delle forze al potere in simili circostanze, credo si possa in ogni caso arguire con una certa fondatezza come dietro i sommovimenti in Iran – largamente “caricati” dai nostri organi d’informazione secondo tecniche in uso in tutte le “rivoluzioni” che fanno comodo a Usa e paesi loro asserviti – ci siano più forze legate al vecchio potere (Ahmadinejad) che non rivoltosi desiderosi di ammodernare il paese secondo il modo di vita e la cultura “occidentali”. E con un buon aiuto – che sappiamo procedere da un complesso di Servizi e di altre associazioni varie – da parte degli Stati Uniti, soprattutto dopo che Trump ha deciso di non cercare più di sfruttare le contraddizioni intraislamiche come aveva fatto Obama, irritando Israele, ad es. firmando l’accordo nucleare con l’Iran.
Ridicolissime le accuse, ampiamente diffuse (io ho sentito la scemetta della Maglie farsene portavoce in TV l’altra sera), secondo cui l’Iran attuale finanzia i terroristi. I finanziatori dell’Isis sono stati gli Usa con Arabia Saudita e Qatar; la prima di queste due si è poi ritirata, ma dopo la sconfitta cocente subita dal “Califfato” in Siria. Il merito principale dell’operazione spetta alla Russia, ma l’Iran, con gli hezbollah, è subito scesa in campo in difesa di Assad; quindi ha combattuto i terroristi, non finanziati. E del resto, sconfitto (in quell’area) l’Isis, si sa che ci sono altre organizzazioni islamiche radicali in procinto di prenderne il posto, sempre in funzione anti-governo siriano (e anche irakeno), essendo pienamente appoggiate dai farabutti (e criminali), che accusano appunto gli iraniani governativi attuali di simpatie filo-terroristiche.
Se la rivolta iraniana, che comunque è stata appoggiata ma non certo promossa e sorretta da forze “moderniste” filo-occidentali, dovesse essere effettivamente soffocata, si tratterebbe di un altro insuccesso per Usa e “occidentali” malgrado Trump – i centri che lo appoggiano e portato alla presidenza, non certo come singola persona secondo le balle raccontate da una massa di idioti e mentitori – abbia fatto, e stia ancora facendo, il possibile per mettere una pezza agli svarioni commessi da Bush (strategia aggressiva diretta) e Obama (strategia del caos con uso di sicariato vario come ad es. in Libia e Ucraina). Non è detta l’ultima parola; e non è stata certo detta nell’area asiatica con gli strepiti contro il Nord Corea. Ci sarà da “divertirsi”; per il momento gli Usa (con tutta la loro strapotenza) e gli asserviti (ma sempre più divisi e astiosi fra loro) paesi europei non sembra stiano cogliendo smaglianti successi. Sempre attenzione massima alla fase molto interessante in cui ci stiamo inoltrando.
E qui, in questo paese sfatto in mano a politicanti (di governo e d’“opposizione”) scadenti oltre ogni limite del credibile, dovrà infine nascere la forza che, smettendola con la pantomima di fascismo o comunismo, usi semplicemente la “forza bruta” (ma usata con consapevolezza) per spazzare via (con radicale eliminazione) tutta questa merda che ci sta soffocando con il suo puzzo. Addosso sempre più a “sinistri” – eredi di un piciismo traditore e vile – e “destri” detti moderati e antipopulisti.

SIRIA: la Russia in posizione centrale (di P. Rosso)

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La notizia riportata da Zero Hedge – fonte originaria il giornale libanese al-Masdar – è abbastanza sorprendente. Le milizie curdo-siriane, appoggiate dagli USA, avrebbero consegnato all’esercito siriano uno dei più grandi impianti di trattamento gas del nord-est della Siria. La consegna farebbe parte di un accordo ad alto livello fra curdo-siriani, governo di Assad e russi raggiunto a Qamishli, base russa nel nord-est della Siria.
L’impianto era stato occupato ed era operato dall’ISIS dal 2013 e l’SDF (milizie curdo-siriane) l’aveva recentemente riconquistato nella sua avanzata lungo la riva est dell’Eufrate. L’esercito siriano avanza in questi giorni in parallelo sulla riva ovest dell’Eufrate dopo aver sostanzialmente liberato Deir-El-Zoor.

La società russa ROSNEFT aveva recentemente annunciato di aver raggiunto un accordo con il governo curdo-iracheno (KRG) per la gestione dell’oleodotto che trasporta il petrolio curdo verso i porti turchi per la sua commercializzazione. La quota russa potrebbe arrivare fino al 60% della società di gestione dell’oleodotto.

Le due notizie offrono un quadro abbastanza chiaro dei successi della diplomazia russa nel quadrante siriano-iracheno, mentre sollevano interrogativi sulla strategia USA. Sebbene le dichiarazioni ufficiali insistano che gli interessi USA nella zona sono limitati a combattere ISIS e non il legittimo governo siriano, nessuno – neanche il Pentagono – può nascondersi dietro l’ufficialità. Un accordo fra curdi – i migliori “amici” degli USA e di Israele – e i russi rappresenta uno schiaffo sonoro per gli americani oppure, nel migliore degli scenari possibili – e cioè una trattativa in corso fra russi ed americani per la gestione futura della Siria – una presa d’atto che il vuoto lasciato dalle politiche obamiano-clintoniane non può non vedere altre potenze regionali riempirlo, con la Russia come arbitro autorevole riconosciuto come utile da tutte le parti.

A questo quadro si aggiungono le notizie della riconquista di Kirkuk da parte del governo nazionale iracheno – con cui si sono congratulati tutti gli stati vicini o interessati, compreso Turchia, Iran e Arabia Saudita – e la visita di un inviato speciale americano a Raqqa accompagnato da un ministro saudita.

E’ evidente che sono in corso le prime mosse relative a stabilire le reciproche zone d’influenza della Siria post-bellica, ma è anche evidente che la Russia con il suo schierarsi a fianco di Assad ha occupato una posizione centrale, che le permette di dialogare e mediare con tutte le nazioni confinanti – in primis Turchia e Iraq – e/o comunque portatrici di interessi come Iran, Arabia Saudita e Israele. Anche i curdi sono costretti a fare i conti con questo posizionamento strategico dei russi.

LE “COMMEDIE” DELLA POLITICA “POLITICANTE”, di GLG

gianfranco

Qui
da cui estraggo un paio di passaggi molto indicativi:
[“Russia e Cina condividono la preoccupazione di una escalation nella penisola coreana”, dice l’ambasciatore Vladimir Safronkov, vice rappresentante permanente della Russia all’Onu. “Siamo contrari a qualsiasi affermazione o azione che porti ad una escalation, lanciamo un appello alla moderazione e non alla provocazione”, continua, rimarcando che “la possibilità dell’uso della forza militare deve essere esclusa”. Da escludere anche nuove sanzioni: i tentativi di strangolare economicamente la Corea del Nord sono inaccettabili e non risolvono i problemi.]
[Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento dell’ambasciatore cinese, Liu Jieyi: l’ultimo lancio di missile balistico da parte di Pyongyang è “una flagrante violazione” delle risoluzioni Onu ed è “inaccettabile”. Ma si “chiede a tutte le parti coinvolte di esercitazione moderazione, evitare azioni provocatorie, retorica belligerante, dimostrando la volontà di dialogo incondizionato e lavorando attivamente assieme per disinnescare la tensione”. Liu ha anche chiesto lo stop al dispiegamento del sistema di difesa antimissile Thaad americano in Corea del Sud.]
Tipica “commedia” di quest’epoca che assomiglia, come detto (e ripeterò ancora) molte volte, a quella di fine XIX secolo, con la crescita delle nuove potenze in concorrenza con l’Inghilterra e il conseguente accentuarsi del multipolarismo poi sfociato in mezzo secolo XX di importanti guerre per la supremazia mondiale.
Nell’epoca odierna, Russia e Cina affermano di rendersi conto delle preoccupazioni create dal Nord Corea (la seconda afferma addirittura che il lancio di missili da parte di quest’ultima è “inaccettabile”), ma si oppongono perfino a sanzioni economiche. Fa soprattutto sorridere l’atteggiamento cinese (non a caso si parla spesso di “cineserie”), che evidentemente conosce bene, e sono convinto in buon anticipo, le mosse nordcoreane. Gli Usa fanno la voce grossa, minacciano pesante, magari potrebbero pure compiere qualche mossa bellica; non ci si preoccupi, fa parte delle varie sceneggiate di quest’epoca di “transizione” (ormai sempre più confusa e difficilissima da seguire), ancora piuttosto lontana dall’esigenza di regolare infine i conti.
Qualsiasi cervello pensante, e non abituato al conformismo più deprivante, si dovrebbe poi chiedere: per quale motivo alcuni paesi (Usa, Urss e oggi Russia, Cina e qualche altro) hanno il diritto di tenersi arsenali nucleari e missilistici mentre altri (non solo il Nord Corea, ricordo pure l’Iran) hanno la proibizione di seguire la stessa strada? Sono dei paria forse? E non si tratta solo di mantenere tali arsenali, che vengono invece accresciuti, potenziati, dai paesi cui tutto è permesso. E in questi si stanno anzi sperimentando nuove strumentazioni belliche, si studiano riorganizzazioni strategiche (e territoriali) degli eserciti (nelle loro tre classiche sezioni, comprese cioè quella navale e aerea) e via dicendo. Certi paesi hanno però la proibizione di seguire, chiaramente in forma ridotta, tale via. In ogni caso, poiché il Nord Corea non ha certo dimensioni e forza tali da far concorrenza alle vere potenze, è evidente che non agisce in modo isolato e privo di ogni copertura. Assistiamo a variegate “commedie”, delle quali si deve prendere atto senza troppo scaldarsi; altrimenti si fa la figura dei cretini, che tuttavia rappresentano la stragrande maggioranza delle varie popolazioni; come al solito ignare di che cos’è la vera politica, non quella raccontata da solenni mentitori o praticata da quaquaraqua tipo quelli esistenti in Italia e anche nella UE.

Si consolida l’asse tra Iran e Russia di R. Vivaldelli

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È un periodo di estrema importanza per la Repubblica Islamica dell’Iran  in vista delle elezioni del prossimo 19 maggio. In lizza l’attuale presidente uscente Hassan Rouhani, leader della corrente moderata e riformista e i conservatori che, dopo l’apertura della guida suprema Khamenei, potrebbero candidare una donna, Marziyeh Vahid Dastgerdi, medico ostetrico ed ex Ministro alla Sanità del governo Ahmadinejad.

Tehran, insieme a Mosca, sta vincendo la guerra in Siria a fianco delle forze lealiste di Bashar al-Assad contro i jihadisti e stabilito un’inedita cooperazione con la Turchia al fine di arrivare a una risoluzione della crisi. Tante le sfide che incombono ora, a cominciare dall’incognita Trump e dalle minacce, più o meno esplicite, espresse dalla nuova amministrazione Usa verso il governo iraniano. In questo complesso contesto geopolitico, la Repubblica Islamica ha deciso di rafforzare l’alleanza strategica con la Federazione Russa, concretizzatasi lo scorso 27 marzo con l’incontro, svoltosi a Mosca, tra il presidente Rouhani e il collega russo Vladimir Putin.

Accordi economici tra Tehran e Mosca

Durante il meeting, Putin ha sottolineato come i due Paesi abbiano lavorato in maniera efficace in molti ambiti, comprese le questioni globali e la risoluzione di gravi crisi internazionali. La Russia è uno dei Paesi che più ha sollecitato la rimozione delle sanzioni economiche contro Tehran. L’aumento del 70% di scambi commerciali tra l’Iran e la Federazione Russa registrato nel 2016 «rappresenta un risultato senza precedenti», ha osservato il leader del Cremlino.

Nuove partnership su petrolio e gas

«Vediamo un buon potenziale nell’espansione della cooperazione nel settore petrolifero e del gas. Le nostre società hanno raggiunto una serie importante di accordi per lo sviluppo di grandi giacimenti di idrocarburi in Iran; inoltre i due Paesi cooperano nel quadro del Gas Exporting Countries Forum, in cui si stabilizzano i mercati globali del petrolio» – ha sottolineato Putin, come riporta il Tehran Times. Rouhani, dal canto suo, ha espresso la speranza che i due Paesi «accrescano ulteriormente le proprie relazioni bilaterali» e ottenuto la rassicurazione dell’imminente adesione iraniana nella Shanghai Cooperation Organization . Le delegazioni di Iran e Russia, infine, hanno firmato 14 trattati di cooperazione che coprono vari ambiti: economia, politica, ma anche scienza e cultura.

«Rouhani vuole siglare un accordo sulla base dei nuovi contratti petroliferi prima delle elezioni» – osserva Reza Mostafavi Tabatabaei, esperto in materia di energia interpellato da Reuters. «Le società francesi come Total sono in attesa delle mosse e dell’approvazione degli Stati Uniti prima di fare qualsiasi investimento in Iran; quindi l’unica possibilità per Rouhani è quella di definire degli accordi con la Russia prima delle elezioni».

Asse geopolitica e militare

Parallelamente allo sviluppo dei rapporti commerciali tra i due Paesi, il conflitto siriano e la lotta congiunta al terrorismo islamista – finanziato dalle grandi petrolmonarchie wahabite del Golfo – hanno consolidato le relazioni anche sotto il profilo militare. Senza l’intervento dei due Paesi e di Hezbollah in Siria, i ribelli jihadisti avrebbero probabilmente prevaricato e Bashar al-Assad non sarebbe più presidente della Repubblica Araba. Dall’incontro con Rouhani, Putin ha avuto inoltre la conferma che la Russia potrà continuare a usare le basi militari iraniane per le missioni in Medio Oriente.

Usa e Arabia Saudita guardano con preoccupazione

Il consolidamento dell’asse Mosca-Tehran è visto con estrema preoccupazione sia dall’Arabia Saudita, principale rivale di Tehran nel Medio Oriente, sia dal presidente statunitense Donald Trump, che ha espresso in più di un’occasione la volontà di ristabilire dei rapporti più distesi con la Federazione Russa ma ha anche esternato dei giudizi molti duri contro la Repubblica Islamica. Quanto queste “minacce” possano effettivamente concretizzarsi è però tutto da valutare.

«Per il Pentagono – osserva l’analista geopolitico Pepe Escobar – la cooperazione tra Iran e la Russia è un anatema – in Siria e ovunque, soprattutto dopo Aleppo. Questo coincide con visione del mondo del Richelieu-Macchiavell della Casa Bianca, Steve Bannon; Bannon era un ufficiale di marina durante la crisi degli ostaggi in Iran e considera la Repubblica Islamica come una minaccia esistenziale».

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