La Francia sta scoppiando ma per l’Ue il problema è l’Italia di A. Terrenzio

europa

 

 

La Francia e’ nel caos. In questi giorni la rivolta dei “gilet gialli” ha letteralmente mandato in tilt il paese. A decine di migliaia sono scesi in piazza, i rappresentanti di quel ceto medio impoverito e vampirizzato dalla globalizzazione economica. Il “popolo degli abissi” esasperato dal caro vita e dalla precarizzazione della propria esistenza. Macchine date alle fiamme, scontri con la polizia con lancio di sanpietrini, hanno mostrato l’immagine di un Paese ormai al collasso, dove le contraddizioni del sistema economico mostrano i segni piu’ evidenti. La Francia e’ il vero malato d’Europa, con un impoverimento progressivo della popolazione, le divisioni sociali, la marginalizzazione dei “perdenti della globalalizzazione” nelle periferie e l’incistamento del terrorismo di matrice islamica, che come dimostrato dall’ennesimo attentato avvenuto a Strasburgo, risulta essere di impossibile soluzione.

Il Presidente Macron e’ il bersaglio della protesta, ma a essere messo in discussione e’ l’intero modello liberal-capitalista, che come si e’ detto, mostra i punti deboli piu’ evidenti in un Paese che sembra scivoltare verso la guerra civile, come sostenuto da fonti dei servizi di sicurezza francesi.

Macron e’ la personificazione del volto arrogante delle Elite, il “matrix” inventato dalle oligarchie finanziare e burocratiche dell’UE per salvare il sistema.

Dopo i disordini che hanno portato all’arresto di oltre 700 persone e sei morti, il leader di En Marche ha manifestato un “mea culpa” che non sembra convicere i gilet, attraverso la proposta di una serie di ammortizzatori sociali. L’aumento di 100Euro mensili sui redditi inferiori a 2mila Euro, una serie di sgravi fiscali su redditi e pensioni, piu’ un colloquio con le maggiori aziende del Paese per convincerle ad elargire dei bonus per i dipendenti, sono armi spuntate per placare la rabbia sociale di una massa inferocita che pretende le dimissioni del rampollo delle oligarchie.

Per attuare tali riforme saranno necessari 10 miliardi di Euro che costringeranno la Francia ad un deficit ulteriore, arrivando al 3,5%.

Tutto cio’ mentre invece il governo giallo-verde sembra cedere alle pressioni della Commissione UE, abbassando il deficit dal 2,4 al 2,04%.

Un arretramento che appare inspiegabile, dato che il comportamento piu’ logico da parte del nostro Governo, sarebbe stato quello di accodarsi alle richieste francesi per richiedere eguale flessibilita’. Flessibilita’ che non e’ stata invece accordata dall’arrogante Moscovici, che reputa le situazioni dei due paesi non paroganabili, anche se la Francia in termini assoluti e’ messa molto peggio dell’Italia, con un debito aggregato che supera il 400%. Evidente l’ostilita’ nei riguardi del governo sovranista italiano, se si pensa che Moscovici ritiene non sufficiente l’abbassamento al 2,04 per scongiurare la procedura di infrazione contro l’Italia.

Diverse possono essere le interpretazioni di tale cedimento. Evitare la procedura di infrazione, accettando una riduzione dei decimali, per poi infrangerla nei fatti, come gia’ operato da Francia e Spagna, oppure rinviare lo scontro alle elezioni europee di maggio, dato che i burocrati alla Moscovici sanno di avere le ore contante.

Il tempo ci dira’ le ragioni di tale cendimento.

 

L’Italia e l’asse Franco-Tedesco

 

Con lo spettro di un “colpo di stato”, le proteste di un elettorato di cittadini, stanchi di vivere senza speranza di miglioramento delle proprie condizioni di vita, un debito pubblico in crescita continua e una crisi del proprio modello multiculturale con attacchi terroristici fuori controllo, la Francia e’ l’anello debole del contiente europeo.

Di tale debolezza sembra approfittarne Donald Trump, che in una Parigi messa a ferro e fuoco, non ha risparmiato critiche al presidente Macron, suscitando le risposta contrariata del ministro MdE Le Drian.

Alcune settimanete fa, Trump aveva espresso tutto il suo disappunto per la proposta da parte del capo dell’Eliseo della formazione di un esercito europeo a guida francese, che aveva suscitato l’approvazione anche della Merkel.

Francia e Germania appaiono sempre piu’ insofferenti al nuovo corso trumpiano.

Trump vorrebbe rilanciare una idea d’Europa con un cambio delle attuali leadership, screditate e sul viale del tramonto, mettendo il cappello atlantico sutile nuove rivoluzioni sovraniste.

La formazione di un esercito europeo a guida franco-tedesca ha invece avuto il placet di Putin, che comprende come il progetto sia un modo per incrinare la soverglianza americana sul continente.

Ma quale e’ il ruolo dell’Italia?

Il Governo Conte ha subito mostrato la sua distanza verso l’iniziativa francese e non senza ragione.

La Francia, dopo il ruolo destabilizzatore assunto in nord-Africa ed i suoi continui tentatativi di mettere i bastoni tra le ruote all’Italia per un ruolo di paficazione in Libia e nel Mediterraneo, non puo’ essere assolutamente considerata un interlocutore credibile, soprattutto se oltre alla Nato, esiste gia’ la Pesco, un accordo di collaborazione militare tra i paesi europei.

Inoltre una leadership militare francese, unita ad un dominio finanziario della Germania su scala continentale, rischierebbe di schiacciare ulteriormente la posizione del nostro Paese e del suo governo, che deve gia’ guardarsi da nemici interni quantomai infidi.

Alcuni giorni fa il MdI Matteo Salvini, ha lanciato un messaggio alla Germania e all’Europa attraverso la formazione di un “asse Roma-Berlino”. Evidente l’intento di sfutture la posizione di debolezza della Francia, impegnata a risolvere una gravissima crisi sul piano interno.

Se l’Italia e’ chiamata a scegliere tra due mali, Berlino e’ senz’altro il minore, visto che la Francia ci restera’ nemica almeno fino quando il toy boy di Brigitte restera’ in sella.

Per rilanciare questa UE allo sfascio, divisa tra gli egoismi nazionali e le rivolte sociali, sara’ prima indispensabile un cambio ai vertici, cominciando dalla caduta di Macron e dei suoi sodali commissari europei.

Le elezioni di maggio, saranno uno spartiacque decisivo per liberare l’UE dalla guida dalle vecchie oligarchie .

Auspichiamo sanzioni all’Italia da parte Ue di GLG

gianfranco

So che mi si potrebbe obiettare che sono per il “tanto peggio tanto meglio”. Tuttavia, sarei contento se la UE comminasse le sanzioni minacciate all’Italia senza sconti. Credo che si arriverà a qualche compromesso, ma mi piacerebbe che ciò non accadesse. Si metterebbe in piena luce che cos’è questa UE, che lascia passare il deficit francese ormai ben più alto (e oltre il “mitico” 3%), condannando invece l’Italia malgrado le sue “convulsioni” (a mio avviso meschine) per andare perfino sotto il 2,4%. I “traditori” del paese (politicanti, giornalisti, imprenditori inetti) già mettono le mani avanti a favore della UE: la Francia ha un debito pubblico inferiore e lo spread basso. Lo schifo che fanno è indescrivibile. La Francia è circa al 100% con il suo debito in rapporto al Pil (e non parliamo di altri paesi come USA e poi Giappone, Cina, ecc.), che non è poi così incommensurabilmente inferiore al nostro.
Inoltre il risparmio dei nostri connazionali è enormemente più alto di quello francese (e anche di quello tedesco e di altri paesi UE). Allora i “vermi” già citati affermano; ma quello è un fatto privato, il debito di cui si parla è quello dello Stato. Schifosi ancor di più. Continuano a trattare lo Stato come un “padre di famiglia”, che deve comportarsi secondo l’atteggiamento parsimonioso di un singolo individuo che deve pensare ai suoi pargoli. E viene subito in testa la “Favola delle api” di Mandeville (citata spesso da Keynes in occasione della “grande crisi”), in cui la “virtù privata” (qual è appunto il risparmio del “padre di famiglia”) si ribalta in “vizio pubblico”, qual è la mancanza di adeguata spesa statale per rilanciare la domanda complessiva (consumi + investimenti) tentando di risollevare il sistema economico in crisi “d’asfissia”.
E comunque, brutti scalzacani – sia politicanti di PD e F.I., sia i giornalisti di Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Foglio e similari, sia gli imprenditori privati di una Confindustria da sciogliere con calci in culo – siate coerenti: lo Stato deve ridicolmente comportarsi come fosse un singolo individuo con le sue virtù parsimoniose? E allora a fronte del suo debito va messo l’enorme risparmio dei cittadini italiani. Altrimenti, se lo trattate come “soggetto” che deve pensare ai problemi generali di una data collettività abitante una certa area territoriale su cui esiste la sua autorità, allora tale “soggetto” deve agire proprio in contrasto con l’atteggiamento del singolo risparmiatore per pensare invece a risollevare la domanda complessiva rivolta ai prodotti di quel sistema in crisi.
Il vero problema – che ho sentito sollevare in TV solo da due personaggi di cui non credo di condividere in generale le convinzioni: la Maglie e Mario Giordano – è politico e basta. Il vecchio establishment europeo e italiano è alla frutta (come quello Usa obamian-clintoniano) e vuole distruggere il suo antagonista, che non ha convinzioni politiche e ideologiche antagoniste, non ha una vera politica contrapposta a quella “atlantica” di subordinazione di un intero complesso di Stati agli Stati Uniti. Semplicemente avverte che è avvenuta e si sta accentuando la rottura sociale tra quelli dei “quartieri alti”, seguiti dai benestanti, e una massa di ex ceto medio in via di abbassamento vertiginoso del suo tenore di vita e quindi prossimo ai ceti detti popolari, pur essi in affanno. E allora si è schierato con questi ceti sociali in perdita di benessere e tenta di tenerli sotto controllo per impedire che avvengano rotture ancora più gravi, di tipo prossimo a quello rivoluzionario. Ecco perché spero in gravi errori di “opportunità politica” da parte della UE; e uno di tali errori sarebbe comminare la procedura d’infrazione all’Italia mentre la si risparmia alla Francia. Gli insetti nocivi da disinfestare è bene che appaiano sempre più in piena luce. I popoli in crisi dovranno, almeno in tempi medi, prendere coscienza che è necessario “acquistare” l’insetticida.

Il bluff di Macron di GLG

gianfranco

Il discorso/bluff di Macron sembra aver ammorbidito una parte dei gilets jaunes. Non so quanto e fin quando, ma insomma qualche apertura – almeno leggendo la stampa e vedendo la TV, organi di (dis)informazione, di cui è bene non fidarsi troppo – ci sarebbe. D’altronde, in ogni sommovimento serio vi sono sempre i “menscevichi”. Solo quando le condizioni oggettive – e una adeguata e ben determinata direzione politica – consentono ai “bolscevichi” di fare una accurata pulizia degli incerti e timidi, solo allora si ha non semplicemente una rivolta. Oggi mi pare che siamo ancora lontani da situazioni consimili. Comunque, sabato prossimo appureremo quale effettiva consistenza abbia il movimento che, sempre a quanto visto in TV, ha infiammato una buona parte dei francesi. Le promesse di Macron dovrebbero far sforare alla Francia il famoso 3% del rapporto deficit/Pil, mettendo in difficoltà (non eccessiva) la UE nella sua voglia di condannare la manovra del governo italiano. Subito si sono messi in azione i maiali della sinistra di questo paese di servi, affermando che la Francia non ha l’alto debito pubblico italiano e quindi non merita sanzioni. Simili traditori, in diversa situazione, andrebbero processati e condannati a pene severissime, in linea con la loro ignominia. Invece qui si è costretti a sopportarli nel mentre giornali e TV – pieni zeppi di altri farabutti conniventi – li fanno parlare per almeno il 90% del tempo dedicato a simili notizie. Non mi sembra che i sedicenti populisti siano in grado di ridare vera dignità e forza all’Italia. Sono invischiati nelle meline per conquistare voti, non nel preparare le squadre di grande disinfestazione di questo paese invaso da insetti dannosissimi, assai più delle famose cavallette (animaletti benigni in confronto).

Stando alle notiziole varie, da commentare alla spicciolata e sempre seguendo stampa e TV di una bassezza mai vista, sarebbe in atto un nuovo dissapore tra i “due del governo” per via dell’inchiesta apertasi su fondi ricevuti dalla Lega e che vengono condannati come tangenti corruttrici. Quello che sono i pentastellati ormai lo sappiamo: una versione aggiornata di quei cretini di cosiddetta “sinistra radicale”, scatenatisi nel ’92-‘93 in favore dell’operazione eversiva – chiamata impropriamente “mani pulite” – che liquidò l’apparato politico della prima Repubblica, conducendo al governo delle forze dette di “sinistra” (i postpiciisti e rimasugli diccì, i preferiti dai maggiori “poteri forti”, in primo piano i nostri industriali privati, i “cotonieri”) e di “destra” (i berlusconiani) con riduzione del nostro paese ad un piatto e scellerato servilismo nei confronti dei peggiori Stati Uniti di sempre, dilaganti nel mondo a suon di aggressioni e massacri. Anche in tal caso manifesto seri dubbi nei confronti dei “populisti” e della loro capacità di fare piazza pulita di tutti i tormentosi moralisti. Sono in fondo l’altra faccia del servilismo verso gli Stati Uniti; magari non più quelli n. 1 (obamian-clintoniani) bensì i n. 2 (del “mal di pancia” non ancora ben precisatosi che ha portato in avanti Trump). E’ ovvio che tra un cancro ai polmoni (Pd e F.I.) e una violenta e sempre pericolosa polmonite, è meno peggio dover sopportare quest’ultima. Tuttavia, occorrerebbe in questo paese (e in qualche altro europeo, non in tutti quelli della UE) una forza politica capace di affrancarci da troppo gravi malattie (al massimo qualche influenza con o senza vaccino). Quanta sopportazione richiedono questi tempi così squallidi e di infamia dilagante.

L’alternativa e’ ormai secca e pressante, di GLG

gianfranco

Qualcuno(a) ha scritto che non si offendano le puttane paragonandole ai giornalisti (salvo le opportune eccezioni; d’altronde si sa che non c’è regola senza eccezioni). In effetti, la gran parte dei giornalisti – e non solo italiani almeno dalle notizie che arrivano in merito alla stampa statunitense – è ben rappresentata soltanto da vermi che strisciano a pagamento. Quelli appena un po’ meno banali e superficiali (ma mai meno faziosi e bugiardi) sono lombrichi. Oggi c’è un buon articolo di Belpietro su “La Verità” (che non so riportare non essendo il giornale on line), in cui si mette in luce come stanno andando i sondaggi elettorali in totale contrasto con quanto sostengono i giornali riguardo alla presunta rivolta dei “nordici” nei confronti della Lega, che i sondaggi danno in notevole crescita. Ne ho anch’io visti un certo numero. Ne cito solo pochi. Intanto, quello patetico de “Il Giornale” che dà in aumento la Lega (ma solo a poco più del 31%) e ridicolmente attribuisce a F.I. una rimonta fino ad oltre l’11%. In realtà, quelli settimanali del TG7 danno alla Lega ormai ben oltre il 30%, F.I. sempre tra il 7 e l’8% (qualche volta al 9), il Pd sempre tra il 17-18, ecc. ecc. Quanto a Pagnoncelli, proprio 2-3 giorni fa ha segnalato la Lega a oltre il 36% e F.I. e Pd alle percentuali appena considerate. Lascerei comunque stare i sondaggi (molto spesso richiesti e magari finanziati da qualcuno) e attenderei le vere elezioni (tipo quella del Trentino-Alto Adige con F.I. quasi sparita e il Pd appena visibile).

A parte i sondaggi, la malafede degli organi d’informazione – ancora uniformati al vecchio establishment piddino e forzaitaliota, quello appoggiato dai nostri “cotonieri” (i vertici confindustriali, da sempre vera vergogna di questo paese) – ha raggiunto livelli via via parossistici a partire dal 4 marzo, ma soprattutto dopo la formazione del governo. In questi giorni – in accordo con gli attuali vertici della UE, formati da membri di un PS in disfacimento dappertutto e di un PPE in grave crisi, in particolare proprio nel suo paese “principe”, la Germania; e non parliamo di “en marche” di Macron – l’informazione dei venduti continua ad intervistare i suddetti “cotonieri”, facendoli passare per l’intero ceto degli imprenditori nordici in sollevazione contro la Lega. In realtà, si devono ossessivamente udire le cavolate di uno dei figli dei “capitani coraggiosi”, cui vent’anni fa fu svenduta la Telecom fino ad allora pubblica. Vicenda raccontata più volte da noi di C&S, implicando pure un certo Mario Draghi, da tutti considerato un grande economista che avrebbe operato per aiutare l’Italia; sì, in un certo senso, solo da quando fu nominato a dirigere la BCE nel 2011, proprio l’anno in cui, a novembre, iniziò il settennato dei governi di “tradimento del paese” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), che si tentò di perpetuare dopo il 4 marzo con un altro dissennato governo tecnico (Cottarelli), immediatamente bloccato dall’accordo certo problematico dei due attuali governativi, non ancora adeguato alle necessità dell’epoca che avanza.

Il fallimento della “primavera araba” (tentativo obamiano di ricreare un ormai impossibile monocentrismo americano, che ha condotto agli sconvolgimenti in Africa e Medioriente con l’incontrollato fenomeno migratorio), le elezioni presidenziali negli Usa (che mostrano lo scollamento delle sedicenti élites,“acculturate” malamente e terribilmente ignoranti proprio in fatto di storia), la prosecuzione di tale processo in Europa (con i vari sedicenti “populismi” e la crisi irreversibile della UE), adesso anche i “gilet jaune” in Francia, ecc. chiariscono senza più dubbi che l’alternativa è: dissesto crescente della “civiltà occidentale” o eliminazione completa e senza alcuna pietà (o resipiscenza di “falsa etica”) di vecchie “sinistre” e “destre” ormai non più corrispondenti ai termini usati e solo formate da zombi. Sappiamo da notevoli film anticipatori (fra cui quelli di Romero, ma non solo) che o gli esseri umani eliminano gli zombi o questi ultimi li azzanneranno e li ridurranno nelle loro condizioni. Ormai questo è certo; quindi sarebbe necessario che terminassero presto i dubbi e le indecisioni su ciò che è sempre più urgente fare per salvarsi.  

 

Contro i parametri della vecchia Ue

europa

 

L’Ue avrebbe certamente bocciato il New Deal roosveltiano che andava oltre il lecito di una situazione di “legalità” economica, con le sue scelte espansive in deficit, in contrasto alle convinzioni dell’epoca. Infatti, i “suggeritori” della teoria neoclassica del tempo, non videro di buon occhio quelle scelte che contraddicevano i dettami di cui essi erano portatori e che toglievano loro molta credibilità. Ma la débâcle principiata nel 1929, avente davvero poco di ordinario, convinse il Paese, che più era stato colpito dai crolli in borsa e dai riflessi sull’economia reale, con le file agli sportelli bancari e poi, più tardi, con le code dei disoccupati per il pane, ad avviare, nel 1933, un piano di spese pubbliche per realizzare infrastrutture importanti, ad alto capitale fisso ed impiego massiccio di manodopera, rimasta inoperosa negli anni precedenti. Inoltre, si decise di applicare forme di salario minimo per far crescere i consumi, cioè la domanda di determinati beni da parte dei settori più colpiti dal terremoto sociale (coincidenti con quelli medio-bassi, dequalificati e naturalmente più esposti, ma anche con quelli appartenenti alla classe media, scippata delle “riserve” in borsa). Le imprese che producevano beni di consumo si rimisero in moto a loro volta, avviando un circolo virtuoso. L’impatto fu sicuramente più forte per quelle aziende che dovevano, invece, rispondere ai grandi investimenti statali ma ogni iniziativa permetteva di ”ossigenare” il sistema, da diverse angolazioni. Gli americani ricorsero, pertanto, ad una specie di “reddito di cittadinanza” ante litteram, senza intenti di generosità (e di retorica stracciona) per salvare il loro capitalismo. E’ vero, in Italia, non abbiamo ancora orde di disperati che si aggirano per le strade ma non è detto che si debba per forza arrivare a simili condizioni per invertire la rotta. Ci sono segnali sufficienti per preoccuparsi, e da lunga pezza, del difficile contesto. Se alcuni parametri stabiliti in qualche lussuosa stanzetta di Bruxelles (e prima ancora di Maastricht), dove si riuniscono sedicenti esperti, non lo permettono, è giusto ignorare bellamente detti indici che non sono stati rivelati agli economisti e ai commissari europei da un dio infallibile competente in materia.
Anche all’epoca di Keynes, c’erano quelli che, come oggi, mal interpretavano le ragioni della crisi (tra questi Pigou), imputando le sue cause all’aumento dei salari. Ma ridurre ancora di più quest’ultimi, la cui messa andava persino azzerandosi in seguito alle espulsioni dei lavoratori dalle fabbriche, avrebbe significato deprimere maggiormente la domanda. Nel capitalismo le crisi sono da sovrapproduzione e non da penuria, pertanto, è facile immaginare cosa sarebbe accaduto se si fossero seguiti siffatti cattivi consigli di insigni maestri della triste scienza. Dunque, la domanda è il vero problema, nonché un eccesso di risparmio che resta tipicamente inutilizzato in economie avanzate e mature. Ci riferiamo a date contingenze storiche, relative e non assolute. Keynes non disse che per sopperire a tutto ciò occorreva assumere operai per far scavare loro buche e poi ricoprirle, caricando sulla collettività i costi totali dell’operazione. Precisamente affermò: “Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, sotterrarle a profondità adeguate in miniere di carbone in disuso, riversare nelle miniere rifiuti urbani fino alla superficie, e lasciare poi alla libera iniziativa, sulla base dei consolidati principi di laissez faire, il compito di dissotterrare le banconote (dopo aver indetto una gara per le concessioni di sfruttamento di quel territorio), la disoccupazione non aumenterebbe più e, con l’aiuto delle successive spendite, il reddito reale e la ricchezza della comunità sarebbero probabilmente molto più elevati di quanto si darebbe altrimenti. Certamente, sarebbe più sensato costruire case o altro. Ma, se ci sono difficoltà politiche o pratiche nel farlo, quel che si è detto sopra sarebbe meglio che niente”. Keynes era per il mercato e la libera iniziativa, stimolate però da un intervento statale, in quel particolare momento (durato fin troppo) in cui l’attività dei privati e della concorrenza erano incapaci di autocorreggersi. Nulla di sacrilego in campo economico, nemmeno per i “puristi” liberisti di oggi.

Tuttavia, Keynes pensava che la più alta massa salariale, avrebbe accresciuto la domanda, avviando un processo positivo di ripresa generalizzata. Esattamente il contrario di quello che pensava Pigou, il quale perorava una ulteriore riduzione del costo del lavoro per permettere alle imprese di tornare ad assumere. Ovviamente, seguendo Keynes l’inflazione si sarebbe alzata (limando un po’ di quanto concesso agli stipendi), in risposta all’incremento salariale, ma la macchina produttiva avrebbe avuto il tempo di rimettersi stabilmente in atto. Piuttosto, seguendo Pigou e perdurando la crisi, il crollo dei prezzi sarebbe stato inevitabile e di ben più vasta portata, rispetto alla prima ipotesi, con le imprese che avrebbero continuato a fallire una dopo l’altra.
Afferma giustamente La Grassa: “…Va chiarito che Keynes non propugna alcun intervento per limitare la portata del “libero mercato”; non vi è alcuna indicazione di instaurare una pianificazione statale come nei paesi detti “socialisti”. Inoltre, l’economista di Cambridge non parlava di spesa con finalità sociali (tipo pensioni, sanità, ecc.). Nemmeno si sosteneva che non dovessero in nessuna misura ridursi i salari; anzi, tramite l’inflazione che, almeno inizialmente, veniva promossa tramite la spesa pubblica, una certa riduzione dei salari reali si verificava e ciò non era considerato certo dannoso, poiché alleviava comunque i compiti delle imprese dal lato dei costi di produzione. Tuttavia, la causa principale della crisi – ma nei paesi capitalistici opulenti, ad alto livello di capacità produttiva di reddito – non era attribuita all’eccessiva altezza dei salari, cioè all’esorbitante (presunta) forza raggiunta dalle organizzazioni sindacali nella contrattazione del prezzo del lavoro. Keynes non prende nemmeno in considerazione il problema del mono(oligo)polio; parte anzi dalla presupposizione di una libera concorrenza, si attiene ai concetti marginalistici tradizionali, ma si riferisce a grandezze globali, aggregate, nel senso di variabili complessive attinenti all’economia “nazionale”. Si parla, ad es., di consumo, risparmio, investimento, ecc. in quanto dati relativi alla totalità dei consumatori, risparmiatori, investitori, ecc. esistenti in un determinato territorio (in genere un paese; comunque, ci si può anche limitare ad una regione di un paese o invece allargarsi ad un insieme di paesi di una certa area geografica, ecc.). Per questo si parla della teoria economica keynesiana come di una macroeconomia, in contrapposizione alla microeconomia della teoria neoclassica tradizionale. Man mano che cresce il reddito nazionale (somma dei redditi di tutti gli individui viventi in un dato territorio, in genere quello nazionale, senza riguardo alla loro collocazione in date classi o gruppi sociali), aumenta la quota (percentuale) del reddito risparmiata rispetto a quella consumata. La teoria neoclassica tradizionale riteneva che tutto il reddito risparmiato fosse anche investito. Quando il risparmio aumentava, si supponeva che diminuisse adeguatamente il saggio di interesse (prezzo dei prestiti), per cui gli imprenditori si facevano dare a credito – con l’intermediazione delle banche – tale risparmio per effettuare gli investimenti, che sono appunto domanda di beni di produzione. Quindi, qualunque fosse la dimensione del prodotto (reddito) nazionale, la domanda era comunque della stessa entità dell’offerta, visto che quella di beni di investimento assorbiva la parte di reddito risparmiata (la parte consumata è ipso facto domanda di beni di consumo). Si sarebbe quindi realizzata la cosiddetta legge di Say per cui l’offerta dei beni (e dunque la produzione da cui dipende l’offerta) crea la sua propria domanda; non potrebbe quindi mai esserci crisi di sovrapproduzione, la merce prodotta non resterebbe mai invenduta per carenza di domanda. Per Keynes, invece, vi è un livello della produzione nazionale, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, in cui si verifica comunque un eccesso di risparmio, che non viene assorbito dall’investimento degli imprenditori (privati) per quanto bassi siano i saggi di interesse sui prestiti (bancari). La domanda complessiva dei privati (consumi più investimenti) non tiene allora dietro allo sviluppo (grazie agli avanzamenti tecnologici) della capacità di produrre un reddito, in cui cresce più che proporzionalmente la parte risparmiata rispetto a quella consumata. E’ quindi la debolezza di questa domanda complessiva la causa reale della crisi che poi certamente, una volta scoppiata, si avvita su se stessa facendo regredire il livello della produzione fino al punto in cui, nuovamente, l’intero risparmio, anch’esso ovviamente diminuito, trova di fronte a sé una adeguata domanda di beni di produzione (investimento). Va rilevato, ed è cruciale, che nella crisi la debolezza della domanda induce la diminuzione della produzione e questa accresce la disoccupazione dei fattori produttivi; quella del fattore lavoro ha maggiore evidenza perché è socialmente squassante, ma la disoccupazione colpisce anche il “fattore capitale”, che in questo contesto, come sempre nella teoria neoclassica, è l’insieme dei mezzi di produzione (di proprietà privata). In definitiva, la causa fondamentale della crisi risiede nella carenza, evidentemente relativa, della domanda a livelli di reddito elevati, tipici di economie con grandi potenzialità produttive, quindi tecnologicamente assai avanzate; ecco perché la crisi scoppia soprattutto nel bel mezzo di una raggiunta opulenza ed altezza del tenore di vita. Se vi è relativa debolezza della domanda privata (di beni di consumo e di investimento), è necessario che lo Stato effettui una sua spesa (pubblica) che vada a sommarsi a quella dei singoli cittadini, una spesa che quindi supplisca alla deficienza di quella dei privati. Ecco la ragione dell’intervento statale in economia; non certamente per una pianificazione della produzione…”

Ora, è vero che anche il Keynesismo, dopo gli anni gloriosi in cui aveva ragione da vendere diventò dogmatico, continuando a dire le stesse cose in un clima ormai mutato (quando cioè la crisi terminò, in seguito alla guerra che riconfigurò i rapporti geopolitici, peggiorando di molto il valore dei suoi contributi, ancora basato su ricette viepiù ineffettuali e di un periodo abbondantemente superato), ma attualmente ci ritroviamo in una fase di sregolazione internazionale, la quale richiama i singoli Stati (o aree omogenee di Stati) ad uscire da logiche “regolari” che non funzionano o sono autolesionistiche. E’ importante che la spesa statale in deficit non sia meramente assistenziale e anzi volta a sostenere i comparti più avanzati e strategici. Tuttavia, da questo non si può più prescindere se si vogliono almeno calmierare gli effetti della crisi in corso. Noi riteniamo che la scossa concreta verrà non (tanto) da un diverso approccio economico ma addirittura geopolitico, adatto a rimettere in discussione il ruolo del nostro Paese sulla scacchiera mondiale, poiché la vera crisi attiene oggi ai rapporti di forza globali, prima del resto che pure prende il davanti della scena.

Grande e’ la confusione sotto il cielo di GLG

gianfranco

Di questi periodi, mi sembra diventare piuttosto corretta la vecchia frase attribuita a Mao e che diceva all’incirca: “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Lo scontro tra visioni molto diverse si sta accentuando nel mondo come nel cosiddetto “occidente” e in Italia. In Siria, Russia e Iran hanno del tutto sensatamente affermato che non si arresta lo scontro a Idlib a meno che gli antisiriani (perché Assad è la Siria, piaccia o non piaccia agli aggressori statunitensi ed “europeisti”) non si arrendano. I disgustosi mentitori Usa e UE urlano che si rischia una catastrofe “umanitaria” perché c’è tanta popolazione civile. Infami e falsi. Quando i “liberatori” statunitensi, criminali almeno tanto quanto i loro avversari, hanno bombardato Dresda e buttato le atomiche in Giappone, che c’era in quelle zone: SOLO popolazione civile. Russia e Iran hanno concesso una possibilità: che gli islamici radicali, finanziati dagli Usa per rovesciare Assad (obiettivo fallito!), cessino le ostilità; allora sono perfino disposti a consentire un corridoio per andarsene. La Turchia, com’era prevedibile, si differenzia (perché non è destinata ad un accordo permanente con la subpotenza concorrente, l’Iran), ma anche lei è incerta poiché negli Usa c’è scontro tra due fazioni e una, l’obamiana, potrebbe essere quella che ha tentato il colpo di Stato contro Erdogan. Adesso vedremo gli sviluppi.
In Italia pure esiste una “buona” situazione di tensione crescente. I “5 stelle” finalmente si smascherano per essere coloro che vorrebbero sostituirsi al Pd come sedicente “sinistra”. Il loro comportamento è esattamente quello dei postpiciisti (e “sinistri diccì”) all’epoca di “mani pulite”, operazione giudiziaria EVERSIVA che voleva creare un nuovo regime ancora più servo degli Usa rispetto al “centrosinistra” della prima Repubblica. Questo spiega perché i renziani – e anche altri settori del Pd (ma non tutti) – urlino al “mai con i pentastellati”; sono appunto quelli che vorrebbero prendere il loro posto. La Lega sta accentuando la tensione perché è evidente che deve tentare di arrivare a elezioni anticipate; e con una crescita di consensi, che le mosse degli avversari facilitano. Tuttavia, sia chiaro che vi sono due elementi deboli: la pura smania elettoralistica e il ritardo nella crescita di settori politici in forte accentuazione “antieuropeista” in paesi chiave come Germania e Francia, alleati di altri settori simili non ancora esistenti in Italia. Non è positivo guardare a Orban, che fra l’altro è di quel settore europeo “orientale”, fortemente anti-russo e nettamente filoamericano (sia con Obama che con Trump). Per fortuna, c’è scontro sempre più acceso proprio nel paese “padrone” di tutti questi paesi europei (sia nei vertici “europeisti” che in quelli sedicenti “populisti”). Detta situazione crea tensioni sempre più acute anche nella UE, ma siamo ancora lontani da quanto necessario: la nascita nei suddetti paesi chiave di movimenti immunizzati dalla degenerazione elettoralistica e pronti a dare una scossa di violenza inaudita almeno in Italia e Germania, eliminando senza mezzi termini la Dc tedesca e il Pd italiano (nel contempo neutralizzando i “5 stelle”). E tuttavia con chiaro schieramento assieme alla Russia per un autentico confronto, da pari a pari, con qualsiasi establishment prevalga negli Stati Uniti. Manca tale elemento decisivo; comunque “grande è la confusione sotto il cielo”.

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