UN PO’ DI STORIA RECENTE PER GLI IGNARI

gianfranco

1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino inopposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su Nuovi Argomenti nel 1956 con la “trovata” della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del Pci (verso la fine del ‘56), in cui svillaneggiò Krusciov, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche “disturbata” e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”,ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).

Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero “geopolitiche”. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale “coincidenza” ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto. Si ammette sempre una discrepanza tra teoria e realizzazioni pratiche, tuttavia mi sembrava che fosse venuta in evidenza una distanza leggermente eccessiva. Fui poi disturbato dalcomportamento dei vertici del PCI (della “via italiana al socialismo”) nei confronti di chi traballò e fu preso da naturali dubbi, come ad es. Di Vittorio, di cui si dice che fu perquisito a casa e intimidito da parte di una sorta di “polizia interna” (che a mio avviso era giusto esistesse, ma non per agire con somma rozzezza e brutalità) mossa da quello che si riteneva allora una specie di “ministro dell’interno” del partito (lo stesso che nel 1978, in costanza di rapimento Moro, fece il viaggio, detto ridicolmente “culturale”, negli USA). E’, però, soltanto un “si dice”, mi raccomando, non prendetelo per sicuramente vero.  

L’anno successivo (’57), fui comunque sostanzialmente dalla parte del “gruppo antipartito” nel PCUS (Malenkov-Molotov-Scepilov-Kaganovič), perché Krusciov mi appariva un opportunista rozzo e furbastro. I quattro furono espulsi dal partito,dopo alterne vicende: iniziale maggioranza nella Direzione del partito e poi in minoranza nel successivo Comitato Centrale, convocato d’urgenza dal segretario e che, come sempre accade quando si passa ad un numero piuttosto consistente di “esseri umani”, era zeppo di tirapiedi silenziosi e conformisti. C mi allontanò ancor di più dalle posizioni del PCI, sempre allineato con Mosca e dunque ormai con la mediocrità del krusciovismo.

Da allora accentuai la mia critica al partito in quanto “revisionista” (pensavo ad una riedizione, “riveduta e scorretta”,del kautskismo) e mi avvicinai sempre più ai comunisti cinesi (allora non ancora divisi in “linea nera” di Liu-sciao-chi e “rossa” di Mao, divisione che avvenne nel ’66 con la rivoluzione culturale; è ovvio che le definizioni di “nera” e “rossa” erano di marca maoista). Quando nel ’60 si svolse a Mosca il Congresso degli 81 partiti comunisti (di tutto il mondo), si precisò la lontananza fra cinesi e russi e mi sentii viepiù consenziente con i primi. Infine vi fu la “crisi di Cuba” (ottobre 1962), su cui occorre un racconto a parte, data la somma di bugie raccontate. Nel 1963, si precisò con nettezza il dissidio ormai inconciliabile tra PCUS e PCC (in cui era ancora in auge Liu-sciao-chi) con il violento scambio di accuse contenute nelle lettere che si scambiarono i comitati centrali dei due partiti. Alle critiche al PCUS, i cinesi aggiunsero due importanti interventi (in specie il secondo) contro Togliatti e il PCI. Da allora ruppi in modo definitivo con il partito;per un bel po’ di tempo mi aggirai nella gruppistica (quella di tendenza m-l), da cui però mi allontanai nel corso degli anni ’70 (in specie dopo la morte di Mao nel settembre 1976).

Poiché ero però allievo del maggiore economista di tale partito (fra l’altro, l’unico citato assieme a Togliatti nel secondo degli interventi cinesi contro i comunisti italiani), in definitiva mantenni aperti i canali con esso e quindi ebbi modo di sapere molte “cosette”. In fondo ho avuto contatti amichevoli con membri dei vertici del PCI (sorprenderebbe sapere qualche “grosso” nome, che non posso fare), senza mai chiedere alcun favore ma solo notizie (assai interessanti e sovente non di dominio pubblico).Frequentai anche molto “Critica marxista”, fui pubblicato dagli Editori Riuniti, ecc. ecc. Tuttavia, ero nel contempo impegnato in tutto quell’ambaradan che fu detto “extraparlamentare”; vedevo come fumo negli occhi, perché ne rilevavo le ascendenze fondamentalmente anticomuniste (non solo antipiciiste), le correnti poi dette “operaiste” (e più tardi dell’“autonomia”) e fuipiù vicino ai cosiddetti emme-elle, ma certo con tanto sconcerto per la sclerosi e dogmatismo delle loro posizioni, salvo rarissimi casi.

2. Passarono gli anni, morì nel giugno ‘63 il “Papa buono” (il primo della “S.S. Trinità costituita da Giovanni XXIII, Kennedy e Krusciov), a novembre fu assassinato il presidente americano,nell’agosto ’64 morì Togliatti e in ottobre fu rimosso il leadersovietico. Si arrivò al fatidico ’68 (preceduto in Italia da un ’67 già turbolento) e anni successivi che, come ben si sa, furono definiti “anni di piombo” (quelli ’70 soprattutto) o del “terrorismo rosso”, mentre invece sono stati anni in cui quest’ultimo (indubbiamente messosi in moto dissennatamente) fu ampiamente infiltrato e sfruttato (insieme a quello, “secondario”, detto nero) per una serie di “giochi delittuosi” posti invece in atto dai vari Servizi dei paesi dei “due campi”. Venni a conoscenza abbastanza presto di quanto fosse falso il “racconto” che si stava facendo (e che continua ancor oggi!) di quel “terrorismo”. Ricordo intanto l’importante evento della repressione sovietica in Cecoslovacchianel 1968, che questa volta condannai, ma più che altro per critica al cosiddetto “socialimperialismo” Urss e senza aderire minimamente alle idee, anzi aborrite, di Dubcek e soci; idee invece condivise da assai deboli “antirevisionisti”, in particolaredai “manifestaioli” in Italia che mostrarono fin da allora di non essere migliori dei piciisti. Alla fine degli anni ’60 iniziarono “discreti” contatti tra PCI e “ambienti statunitensi”; prese insomma avvio il lento e molto coperto trasferimento del PCIverso ovest. In un certo senso, se si vuol fissare una data, si deve indicare il 1969; detto “per inciso”, in quell’anno Berlinguer divenne vicesegretario.

Sembravano allora maggioritari nel partito gli “amendoliani” (il cui n. 2 era Napolitano), corrente (pur se non riconosciuta formalmente in nome dell’unità del partito, che si pretendeva ancora leninista) cui apparteneva anche il mio Maestro, corrente cui si deve l’espulsione di quelli de “Il Manifesto”. Il gruppo amendoliano era considerato appunto l’avversario principale(quello più “revisionista”) nell’ambito del piciismo. In effetti,detto gruppo era sostanzialmente socialdemocratico, critico del socialismo di tipo sovietico; peraltro con critiche non del tuttoerrate a quello che era un semplice statalismo esasperato, ormaiincapace di promuovere un vero sviluppo. Vi era in esso unapropensione ormai piuttosto evidente verso il capitalismo; solo moderata da più che fumosi e mai seriamente attuati propositi di sedicenti “riforme di struttura” e di “programmazione democratica” al posto della pianificazione statalista, con idee poco chiare circa la pretesa superiorità delle imprese “pubbliche”rispetto alle “private”. Insomma, fu evidente la debolezza teorica(del “marxismo all’italiana”) e anche l’ambiguità della loro lineapolitica. Gli “amendoliani” (almeno nella maggior parte) eranocomunque contrari all’atlantismo (Usa) e quindi considerati tutto sommato filosovietici nell’ambito del PCI; furono dunque i più radicali avversari dei gruppuscoli extraparlamentari, cheoscillavano tra il filo-maoismo (e la rivoluzione culturale) e il dubcekismo opportunista e filo-occidentale (soprattutto apprezzato da quelli del Manifesto).

Nel 1972 venne eletto segretario Berlinguer con l’appoggio diun composito assembramento di cui fece parte l’ormai fu(almeno per me) amendoliano Napolitano e la sedicente sinistraingraiana, che aveva fili di collegamento con la gruppistica tramite i “manifestaioli”. Da allora, il cambio di casacca piciistaprocedette con più sicurezza e, nel contempo, prudenza; venne via via in evidenza l’“eurocomunismo”, l’ideologia che mascheravatale processo e cercava di dare dignità allo spostamento di camponello schieramento internazionale.

3. Nel 1967 vi fu il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (e venne ucciso in Bolivia il Che Guevara, altro argomento su cui occorrerebbe un discorso a parte). Tale colpo di mano militare fuchiaramente appoggiato dagli USA (nella sua politica “ufficiale”), mentre vide ovviamente contrario lo schieramento sovietico e l’insieme dei partiti comunisti occidentali. Quel regime non fu mai ben saldo, pur se si parlò di contatti con ambienti destri in Italia e qualcuno ebbe paura di eventi simili pure da noi (il cui unico risultato in definitiva fu il gustoso film di Monicelli Vogliamo i colonnelli). Nel 1973 il regime militare greco entrò in piena crisi e l’anno successivo ebbe termine; con l’instaurazione, però, di una “democrazia” apertamente filo-occidentale, di fatto filo-atlantica e proUsa, quindi avversaria del campo detto socialista. E questo era comunque il reale scopo perseguito dagli Usa con il colpo di Stato.

Le posizioni tra il 1967 e il ’74 nel nostro campo capitalistico sembravano molto chiare e nette: gli Usa per i colonnelli, l’Europa tiepida, in certi casi perfino antipatizzante ma senza troppo irritare il perno del campo stesso; i comunisti, orientati ad est”, decisamente avversari dei militari. La politica è però sempre assai meno limpida delle sue apparenze e delle declamazioni in pubblico”. Dati “ambienti statunitensi” (diciamo così, la qual cosa è in fondo sufficientemente corretta) si rendevano conto delladebolezza del regime greco e quindi tramavano sotto traccia purecon l’opposizione “democratica” greca per preparare l’eventuale cambio di regime come poi avvenne. In queste trattative entrava pure una parte dei comunisti greci, la minoranza, mentre la maggioranza restava ostile e vicina all’Urss. La parte minoritaria costituì il partito comunista dell’interno, che si collegò con il nascente “eurocomunismo”, il cui centro direttivo si trovava nella parte ormai maggioritaria del PCI. Fu durante quel periodo che si accentuarono (almeno così si può arguire) i contatti tra i suddetti“ambienti statunitensi” e date correnti del PCI e, tramite queste,con il partito comunista greco dell’interno; colloqui non irrilevanti per quanto avvenne poi in Grecia nel 1974: caduta del regime, vittoria elettorale di Nuova Democrazia, partito appena fondato da Konstantinos Karamanlis, governo “democratico” (conservatore) che iniziò il suo iter filo-Nato.

In quegli anni, fra l’altro, ebbi modo di venire coinvolto di striscio nella vicenda. Nel 1971 avrei dovuto andare proprio in quel paese e incontrare qualcuno che apparteneva ai “comunisti dell’interno” (i futuri “eurocomunisti” con il PCI). Purtroppo, ho come soli testimoni le mie orecchie e la mia vista; non posso provare per conto di chi ci dovevo andare e chi dovevo incontrare. Da questa vicenda trassi però in seguito idee piuttosto precise su ciò che stava accadendo con i cambiamenti di campo in atto. Alla fine rifiutai di recarmi in Grecia perché mi sembrava troppo pericoloso, ma tutto sommato – come appunto capii meglio un po’ dopo – sarei stato protetto abbastanza (e proprio da certi “ambienti” USA) anche se certamente i colonnelli avrebbero masticato amaro e potevano quindi farmi qualche scherzo tipo “incidente” o qualcosa del genere.

In ogni caso, per quanto all’inizio assai sorpreso della proposta fattami di andare “laggiù” (io ero ben conosciuto come comunista e quindi certo non favorevole a quel regime), pian piano afferraipoi cosa stava avvenendo in certi ambienti dell’“opposizione” in Italia. Di più non posso chiarire, ma ebbi prove discrete di quanto sto raccontando circa gli spostamenti di “campo” in quel periodo.Non compresi comunque subito che aveva preso avvio, tra fine anni ’60 e inizio 70, lo spostamento di almeno alcune frange della “destra” (amendoliana), che permisero l’ascesa a posizioni di comando nel PCI di coloro che furono fondamentali per il suo lento orientarsi verso l’atlantismo, sempre però assai ambiguo almeno fino all’accettazione della Nato, anche questa iniziata fin dal 1972, ma molto ambigua e “mascherata” per alcuni anni.

4. Ancora più rilevanti per comprendere dati fatti riguardanti il “comunismo” italiano (ma anche più in generale) – accaduti inquegli anni, che sono pure fondamentali per meglio valutare il nostro presente, a partire dal periodo susseguente al crollo dell’Urss, alla truffaldina operazione “mani pulite”, ecc. ecc. – furono gli eventi svoltisi nello stesso periodo in Cile. Cerchiamo di essere ordinati, cosa non tanto facile data la somma di eventi, tra cui si deve trascegliere tacendone una buona parte. Se non vado errato – ma certamente ricerche storiche finalmente oneste sarebbero necessarie – nella seconda metà degli anni ’60 vi fu notevole corresponsione di interessi tra settori Dc (con Moro in testa) e il presidente democristiano cileno Eduardo Frei. Gli accordi portarono fra l’altro alla nascita di un’agenzia stampa (con sede a Roma), che si espanse a tutto il Sud America, poi ai tre continenti del Terzo Mondo ed infine su scala globale, autonomizzandosi rispetto all’originario contesto (oggi non esiste più già da tempo). Ciò introdusse anche correnti imprenditoriali italiane in Cile e altri paesi sudamericani, ma non penso proprio che questo abbia infastidito più che tanto gli USA.

Nel 1970, Allende vince le presidenziali in Cile. Frei, da allora, si sposta nettamente verso gli Stati Uniti e certamente non si oppose (penso proprio il contrario) alla preparazione del colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973. Credo non debba esservi nemmeno dubbio che la scelta di Frei abbia determinato frizioni con settori non irrilevanti della Dc italiana e con Moro in particolare. Nello stesso tempo, come già era avvenuto in Grecia, vi furono sicuramente “ambienti statunitensi” che non parteciparono alla preparazione del colpo di Stato, sempre per il principio che è sempre necessario esistano soluzioni di ricambio per l’eventualità della non riuscita di determinati progetti più “radicali”. Indubbiamente, la storia successiva dimostrò che il colpo di Stato di Pinochet fu più solido di quelli dei colonnelli greci, durò sedici e non sette anni. Tuttavia, non credo proprio che abbiano mai cessato di sussistere i suddetti ambigui ambienti negli USA; sempre pronti all’eventuale sostituzione di determinati progetti con altri di tipo detto (ridicolmente) “democratico”.

Il PCI – o meglio certi settori dello stesso, ormai a noi ben noti, già in azione con i comunisti greci (dell’interno) durante il regime dei colonnelli – si mosse in questa situazione che ancora una volta si presentò chiara nella sua ufficialità: condanna del colpo di stato da parte del partito italiano (assieme a tutti gli altri partiticomunisti), contrarietà anche di altre forze politiche nostrane (ed europee, contrarietà molto ben contenuta), appoggio smaccato a Pinochet da parte degli Stati Uniti, apparentemente in tutti i loro ambienti poiché è ovvio che le “forze di riserva” si tengano sempre ben coperte e tramino in gran segreto per l’eventualità di diverse soluzioni future. Subito dopo il colpo di Stato, esce in tre puntate (su Rinascita) un lungo articolo di Berlinguer (ricordo: segretario dal 1972 per la convergenza dei settori ex amendoliani,di cui già detto, e anche della sedicente corrente di sinistra, ecc. sul suo nome), in cui si condanna ufficialmente il colpo di Stato, si accusano dello stesso gli USA; però…..

Il però era unapparentemente togliattiana valutazione intrisa di realpolitik, che taluni vollero assimilare alla scelta di Palmiro nella famosa “svolta di Salerno” del 1944, necessitata dai patti di Yalta e dal voler evitare la stessa sorte che toccò ai comunisti greci; sorte, lo si scorda sempre, che si compì per essi nel 1949 dopo aver avuto perfino il sopravvento in dati periodi, almeno fino al 1947. Anno in cui si ebbe la rottura tra Jugoslavia e URSS e l’uscita della prima dal Cominform; evento da cui conseguìl’impossibilità di adeguati aiuti (soprattutto dell’URSS) ai compagni greci poiché gli jugoslavi (geograficamente vicini a quel paese) li impedirono. Ci fu poi la sostituzione di Markos (notevole capo militare) con il molle Zachariadis al comando delle truppe comuniste greche con risultati complessivamentecatastrofici: annientamento di vasti settori di queste ultime e uccisione di decine di migliaia di militanti.

Berlinguer, con buon senso” (appunto tra virgolette), ricordò che comunque l’Italia era parte del campo capitalistico (l’“occidente”) strutturato attorno ad un’alleanza militare, la Nato, controllata dagli Stati Uniti. Per evitare che anche l’Italia corressepericoli di tipo cileno, bisognava secondo il suo parere almeno in parte “abbozzare” e accettare realisticamente la nostra posizione atlantica. In un certo senso, si può dire che da qui parte, o almeno si rinforza, l’idea del cosiddetto eurocomunismo, da ritenersi in qualche modo il successore, riveduto e (s)corretto, dell’invenzionetogliattiana denominata “via italiana al socialismo”. Qui si pensa meno in termini italiani, nazionali, e invece più europei. Sembròun allargamento di visione prospettica; in realtà, significò che il Pci, sfruttando la sua posizione di maggiore partito comunista d’occidente (e il più radicato tra le masse popolari” del proprio paese, chiara impostazione ideologica del problema), si candidò a far da organo di collegamento e traino di tutte le frazioni interne ai partiti comunisti occidentali primi fra tutti quelli francese e spagnolo, ma con ramificazioni minori pure verso i partiti comunisti orientali (dunque pure in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, paesi “socialisti” in genere) frazioni ormai preoccupate dell’evidente (salvo che per alcuni “frastornati”) indebolimento dell’Unione Sovietica (soprattutto dovuto allastruttura sociale interna, non tanto quale potenza militare) e che dunque si prepararono cautamente al cambio di campo.

S’intensificarono, tramite alcuni “ambasciatori”, i rapporti tra Pci e i suddetti ambienti statunitensi (quelli delle “soluzioni alternative”), che culmineranno nel 1978, chiudendo solo la prima fase, con il viaggio dell’alto esponente del Pci negli Usa; un viaggio ridicolmente e inutilmente presentato (salvo forse che per la “base”, costituita dai soliti credenti) come culturale, mentre si ebbero molti riservati incontri ben più significativi e coinvolgenti. Riparleremo più avanti di questo viaggio, avvenuto in fortuita coincidenza con il rapimento Moro; fortuita in quanto coincidenza temporale, non ne sono invece sicuro quale rapporto causa/effetto.Le mene “atlantiche” del Pci non avrebbero avuto senso senza l’avvio di quello che fu il “compromesso storico” con la Dc, un compromesso tutt’altro che scevro di antagonismo e di insinuante tentativo piciista di arrivare un giorno a sostituirla come bastione di un regime solidamente pro-occidentale (cioè pro-Usa), nella sostanza meno ambiguo di Dc e Psi verso l’est europeo, gli arabi, ecc. (pur se, ufficialmente, il Pci restò a lungo vicino a personaggi come Arafat, ecc.). Comunque, è tutto da ricostruire storicamente, non come fatto da storici “di sinistra” cui deve andare tutto il nostro disprezzo.

In ogni caso, non mi sembra che la Dc sia rimasta complessivamente tranquilla. Credo che i settori più favorevoliall’avvicinamento del PCI agli statunitensi (e dunque al “compromesso storico”) fossero in sostanza guidati da Cossiga(comunque questi ne fu un esponente assai importante). Costui, dopo “mani pulite”, sembrò prendere negli anni ‘90 posizioni di contrasto con gli USA. Lui stesso rivelò che, quando nella stampa americana s’iniziò a fare troppo spesso il suo nome in merito a quell’operazione giudiziaria, ottenne infine il silenzio minacciando di fare cenno ai contatti tra Stati Uniti e mafia siciliana per favorire la costruzione della base a Comiso con una “opportuna” azione tesa a mitigare la contrarietà dei partiti del cosiddetto arco costituzionale. Non credo siano serviti tanto questi ricatti quanto i rapporti con “amici” statunitensi che zittirono quelli che lo importunavano. Non a caso, ben dopo “mani pulite”, nel ’99, Cossiga (per sua stessa ammissione) fu al centro delle operazioni trasformistiche che portarono al governo D’Alema, giudicato il migliore per un “corretto” comportamento italiano di appoggio incondizionato all’aggressione clintoniana alla Jugoslavia.

5. Tornando indietro agli anni ‘70, credo che Moro avesse una buona conoscenza dei fatti e fosse molto sospettoso e prudente nei confronti dell’avvicinamento (conflittuale, e non lo si prenda per bisticcio di parole) tra PCI e certi ambienti democristiani, pureloro pronti a notevoli mutamenti di prospettiva su pressione di certi “ambienti” statunitensi. Per quanto posso capire, il dirigente diccì – poi rapito e ucciso; e la si smetta di dire dalle BR – fosse in ciò seguito da Fanfani, mentre Andreotti come al solito si “destreggiò”; pagò più tardi, ma anche da “mani pulite” in poi sopportò in silenzio e con pazienza che passasse la buriana, garantendo una segretezza (di quanto avvenuto negli anni ’70) che infine lo premiò, cosa non accaduta ad altri (ad es. a Craxi, che era stato a suo tempo favorevole a contatti tali da almeno cercare di salvare Moro). All’inizio degli anni ’70, il PSI faceva già da lungo tempo parte del cosiddetto centro-sinistra al governo, ma fu solo dopo il ’76 (ascesa di Craxi, ecc.) che si mise in più accesa competizione con il PCI; e anche la direzione del partito socialistaprese atto, secondo la mia opinione, delle pericolose manovre del“nuovo” PCI di avvicinamento agli USA.

Nel ’76 vi fu però (sempre fortuita coincidenza?) la vittoria decisiva dell’antifascismo del tradimento, che falsa tutto il significato della Resistenza, divenuta lotta di liberazione in pieno appoggio agli Alleati”, i nostri “liberatori”. Balle mostruose, se si pensa che, come ammise Cossiga (anche se poi ritrattò e negò), l’80% di quell’evento storico limitato di fatto, nella sua vera rilevanza, al nord Italia (o poco più) quale autentica lotta partigiana e non chiacchiere dei savoiardi e badogliani, poi di fatto avallate almeno parzialmente dall’eccessiva “prudenza” togliattiana fu guidato dai comunisti. Naturalmente, ci sono molti misteri da spiegare, a partire dalla frettolosa fucilazione di Mussolini con sparizione, almeno così si continua a dire, di importanti carteggi. La scusa fu che, altrimenti, gli Alleati lo avrebbero salvato. Proprio così? Soprattutto gli inglesi e Churchill lo volevano salvo? Non è che certi “comunisti”, magari, eseguendo gli ordini del comando del CLN (con aperta tendenza al compromesso togliattiano dei dirigenti comunisti in quel comando) fecero un favore agli “Alleati”, ma soprattutto agli inglesi, consegnando carteggi tra Mussolini e il premier inglese? Mah!

Resta il fatto che né Moro né Craxi si opposero (c’è da dire: “et pour cause”?) al totale travisamento della Resistenza; non lo potevano, d’altronde, giacché ridimensionava il ruolo dei comunisti, fatto che pensavano ad essi favorevole (sbagliando di grosso!). Furono fin troppo morbidi anche quando ci si prodigònel dileggio del “fanfascismo”, nelle vignette di Craxi in camicia nera e orbace, ecc. E si trattava di un chiaro sintomo di come il nuovo (falso) antifascismo volesse sfruttare i meriti passati, approfittando di un ceto intellettuale infame che obnubilò ogni effettiva memoria storica, per accusare di fascismo chiunque intralciasse il “compromesso storico”, cioè la riabilitazione atlantica del PCI. L’antifascismo del tradimento – lanciato fra l’altro con Repubblica”, giornale non a caso uscito proprio nel 1976 – fece dimenticare l’infamia di badogliani e savoiardi, fu patrocinato anzi da ambienti repubblicani, dichiaratisi semmai eredi di “Giustizia e Libertà” (che ebbe uomini insigni, sia chiaro, non i miserabili allignanti in quel giornalaccio), ben foraggiati dai “cotonieri” italiani, in particolare dalla Fiat e dagli eredi degli ambienti industriali italiani fascistoni fino al 25 luglio ’43 – effettiva caduta del “fascismo” al “Gran Consiglio” diretto da Achille Grandi con arresto di Mussolini e sua “custodia” al Gran Sasso, da cui fu liberato dai tedeschi scesi in Italia dopo il voltafaccia settembrino del Re e di Badoglio – per poi voltare rapidamente gabbana e innamorarsi dei “liberatori” (si dice chealcuni ambienti “industriali” abbiano iniziato segrete trattative con i già chiari vincitori della guerra già a fine ’42).

Quell’antifascismo del tradimento attaccò appunto i settori che più sospettavano e temevano il compromesso storico”, ma che commisero l’errore di non prenderlo di petto con molta energia, cosa che alla fine li perdette. E li attaccò esattamente come fa oggi; chiunque si oppone alle sue losche trame, all’asservimento totale del paese agli Usa, è immediatamente tacciato di fascismo. Va dichiarato senza mezzi termini che questo antifascismo è da quarant’anni il veleno responsabile dellosbriciolamento politico, sociale e culturale d’Italia. Ha apportato danni, putrefazione, viltà estrema, servilismo. E’ veramente il più grande pericolo degenerativo che sta correndo il nostro paesedall’Unità ad oggi. O lo si ferma o si è perduti per molti e moltianni. Non lo si ferma, però, con l’altrettanto meschino e antistorico anticomunismo dell’attuale “destra”, con il liberismo d’accatto; non ci siamo proprio. Occorre ben altra forza politica, che ancora non appare minimamente in formazione; soprattutto perché tre quarti di secolo di “democrazia” (del tutto falsa e imbelle) hanno istupidito anche gran parte della popolazione, perfino le masse più popolari.

6. Dobbiamo fermarci un momento a pensare e analizzare, sempre via ipotesi, quanto stava avvenendo nel campo “socialista” centrato sull’Urss. Devo tralasciare tutta la questione del decisivodissidio sovietico-cinese in cui s’inserì, nei primi anni ’70, l’azione Kissinger-Nixon, non raggiungendo grandi successi per gli ostacoli frapposti a quello che, io penso, verrà infine rivalutato come un non banale presidente americano, fatto fuori dall’FBI con il Watergate (su indicazione di ben precisi centri statunitensi portatori di altra strategia). Qui mi limito a considerare brevemente le difficoltà interne dell’Urss, che non potevano non riverberarsi sui paesi dell’area ad essa sottomessa.

Con la liquidazione di Krusciov (1964) si mise termine ad una serie di operazioni sconnesse e contraddittorie, che rappresentavano un grosso pericolo per la seconda superpotenza mondiale; sia per quanto concerne la coesione all’interno sia per il possibile sgretolamento della sua sfera d’influenza esterna.Tuttavia, si congelò la situazione sociale e politica, si dichiarò una soltanto formale e decrepita ortodossia ideologica, ormai priva di presa. Si cercò di tenere saldo un blocco sociale (ed è già tanto forse definirlo così) formato dai vertici del partito – con gli alti dirigenti dei grandi Kombinat, nominati da detti vertici politici per meriti di fedeltà, non certo per capacità direttive managerialie dagli strati inferiori, esecutivi, dei lavoratori salariati trattati ancora, del tutto stancamente, da Classe Operaia, il presunto soggetto operativo nella “costruzione” del socialismo (primo stadio) e poi comunismo. Il famoso principio marxista del socialismo, “a ciascuno secondo il suo lavoro”, venne interpretato in senso meramente quantitativo, in quanto durata e pesantezza del lavoro; non per la qualità, così come intendeva Marx che – oltre al fatto di pensare tale classe formata, insieme, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” – aveva fatto distinzione tra lavoro semplice e complesso, un’ora del quale valeva quale multiplo dell’ora del primo. Vi erano operai delle mansioni inferiori che prendevano un salario (pur sempre basso) non inferiore a quello di molti quadri intermedi (o anche medio-alti, salvo i “boss” legati al partito) e perfino a quello di ricercatori in importanti centri di elaborazione scientifica e tecnica.

In un sistema industriale in crescita, è ormai dimostrato che gli operai, se si considerano tali solo quelli svolgenti mansioni prevalentemente esecutive o addirittura manuali (non l’associazione dei produttori di cui parlava Marx), diminuiscono di peso perfino numericamente, per non parlare del loro contributo ad una industrializzazione sempre più sofisticata. Crescono invece rapidamente gli strati intermedi (i “ceti medi”), e non soltanto in ambito strettamente produttivo. Ed infine, dato l’evidente fallimento totale di una cogente pianificazione – dall’alto e dall’esterno delle diverse unità produttive, che non vengono affatto a formare un tutto unico, compatto, omogeneo – diventa fondamentale lo strato manageriale: e non semplicemente tecnico, bensì specificamente dotato in senso strategico. L’Urss, durante il ventennio brezneviano, cristallizzò la pratica legata alla vecchiaideologia “rivoluzionaria” e andò incontro a “rendimenti decrescenti” con accelerazione esponenziale, mascherata solo dalla forza (in specie militare) raggiunta in passato e da una soloapparente unità del PCUS.

Fu infine l’insieme, sempre più ampio e massiccio pur se frastagliato, degli strati sociali intermedi – ignorati per sclerosi ideologica e politica, pure responsabile del forte indebolimento economico e dunque di una effettiva stagnazione, ecc.a scardinare l’ordinamento sovietico e a creare nel contempo lo sfacelo sociale che distrusse l’Urss. Basta con la favola del “grande” presidente Reagan (attore scadente pur se interprete infilm niente male, in specie western), che avrebbe stroncato il bastione del “socialismo” (chiamato, dagli ignoranti di tutti gli schieramenti, comunismo), obbligandolo ad un surplus di spese militari. Il crollo, una vera e propria implosione, fu dovuto inveceal collasso del sistema complessivo, con una direzione politicalegata a impostazioni superate e incapace di comprendere i processi di trasformazione di quella formazione sociale, definita del tutto impropriamente socialista. Alla morte di Breznev (1982), vi fu già un primo sussulto pre-distruttivo con l’elezione a segretario del partito di Jurij Andropov, che però morì nel 1984. Il pendolo tornò a segnare l’ora di uno stretto collaboratore di Breznev, Černenko, che si spense dopo sei mesi di segretariato (marzo 1985). Venne in auge allora Gorbaciov che restò fino alla dissoluzione dell’Urss (1991), liquidò l’intero campo “socialista” euro-orientale, organizzando fra l’altro il colpo di Stato (passato per rivolta popolare) di Iliescu in Romania. Questo più che mediocre personaggio, assurto indegnamente alla direzione dell’URSS, cercò perfino di creare zizzania in Cina, dove le sue mene (con alcuni ambienti interni al PCC e al segretario del partito, subito destituito) furono assai velocemente stroncate. Dopo, la situazione precipitò in URSS con Eltsin che dissolse l’Unione sovietica alla fine del 1991. Formatasi la Russia, assai più debole e con la perdita di alcune “Repubbliche”, le sorti cominciarono a risalire molto lentamente con Primakov, ma ormai da posizioni compromesse. Infine, la ripresa di quel paese si rinsaldò con Putin. Questa è già storia dei nostri giorni e dunque tornerò adesso indietro.

7. Dopo la cacciata di Krusciov nel 1964, l’Urss tornò solo apparentemente compatta e unitaria. In essa, per i motivi sociali sopra accennati, permanevano correnti sotterranee di opposizione, anche dentro lo stesso PCUS. Correnti che, in qualche modo, erano perfino in buon rapporto con l’eurocomunismo o eranocomunque interessate a compromessi con l’occidente, anche a prezzi molto bassi, talvolta di svendita. Esse furono a lungostrettamente controllate, ma la loro opera corrosiva cresceva lentamente ed in modo coperto e cauto; soprattutto tenevano contatti con le corrispondenti frazioni dei partiti comunisti euro-orientali, infarcite dei soliti opportunisti che annusavano i mutamenti di atmosfera (pur tenuti molto segreti) e si preparavano ad ogni evenienza. Le frazioni maggioritarie – e solo apparentemente padrone assolute dei partiti: dal PCUS a quelli dei “satelliti” non avevano capacità manovriere di grande rilievo per le carenze politico-ideologiche già accennate; esse usavano la forza e conducevano tramite la parte più fedele dei Servizi e di altri apparati addetti ad operazioni varie anche all’esteromanovre segrete e deformate in guisa da non farne afferrare con facilità gli scopi realmente perseguiti.

Dette manovre miravano certamente a colpire e mettere in difficoltà le trame degli interessati a cedimenti compromissori più o meno gravi con l’occidente capitalistico. Lo facevano, tuttavia, in modo assai contorto, giungendo perfino a promuovere esse stesse pericolosi compromessi con gli USA e i paesi del campo capitalistico mediante mosse morbide e prudenti, alternate a scelte improntate ad estrema durezza (anche militare). Inoltre, cercavanoprioritariamente di scompaginare le correnti compromissorie interne all’Urss e al “suo campo”, ma si rivolgevano pure all’esterno di quest’ultimo, imbastendo più o meno cauti e coperti rapporti con frazioni interne di alcuni partiti comunisti euro-occidentali ormai schierati in senso atlantico”; frazioni rimaste fedeli al presunto socialismo e quindi nettamente contrarieall’eurocomunismo, ma soprattutto a chi aveva preso il sopravvento nel Pci, il principale di questi partiti, conducendolo asempre più invischianti (e conosciuti dai Servizi dell’est) rapporti con gli USA e trasformandolo perciò nei fatti in una vera centrale di cospirazione antisovietica. In tale opera da voltagabbana, le frazioni ormai nettamente maggioritarie nel PCI sfruttarono pure il dissidio russo-cinese e, solo parzialmente, la fronda “gruppuscolare” fintasi quasi maoista; ad es. quella del Manifesto, che salvo lodevoli ma rare eccezioni, era la più“corrotta” fra coloro che si richiamavano, impudicamente e senza arrossire, al comunismo. Da qui gli eventi italiani degli anni ’70, degli anni detti “di piombo”.

8. Nel ’68, il gruppo – composto in prevalenza, se ricordo bene, da cattolici divenuti comunisti (ma pure da comunisti “laici”), comunque tutti “ragazzi” in gamba – facente capo ad una rivista di orientamento marxista-leninista, Lavoro politico (una dellepubblicazioni apprezzabili di quell’area), entrò nel Pcd’I (m-l), quello che pubblicava Nuova Unità e che di fatto era in stretto collegamento con le Edizioni Oriente, nate a Milano nel ’63 con il principale compito, almeno per quanto io abbia potuto constatare, di diffondere le pubblicazioni della “Guozi Shudian”, casa editrice cinese in lingue estere, dalla quale provenivano le più importanti pubblicazioni dei comunisti di quel paese, appunto tradotte in italiano. Tralascio i rapporti da me intrattenuti con quest’area, conclusisi con una discussione (pubblica), polemica, tenutasi a Padova alla fine del maggio ’68 (proprio il 31), subito dopo la quale (ma non a causa della quale, sia chiaro) me ne andai a passare piacevolmente circa quattro mesi a Londra.

Quando tornai in autunno, trovai il Pcd’I (m-l) in scissione, con formazione della cosiddetta “linea rossa”, l’imbarazzante (perché un po’ ridicola) nascita di una Nuova nuova Unità, di “Nuove Edizioni Oriente”, e via dicendo. Il gruppo di Lavoro politico fu attivo nella scissione e nella nascita di questa “linea rossa”; vaperò affermato con la massima nettezza che tale gruppo si attenne, nel suo complesso, alla più assoluta legalità senza sfizi di lotte d’altro genere. E’ però vero che una parte minoritaria d’esso (con nomi poi divenuti noti) uscì sia dalla rivista sia soprattutto dal Pcd’I (anzi dai due Pcd’I ormai); e, per quanto ne so, andò a Milano dove nel ’69 fondò, immagino assieme ad altri, il “Collettivo politico metropolitano”, che gettò fuori un opuscolo programmatico non irrilevante. Da tale organismo, mi sembra proprio chiaro, nacquero le future BR. Mi dispiace di non trovare più quell’opuscolo (qualcuno certamente lo avrà) e la risposta che ne diedi, certo a circolazione assai più ridotta e totalmente ignorata, che purtroppo non trovo più. Tuttavia, la mia rispostaconteneva una serie di obiezioni a quel “programma”, che a me sembra si siano rivelate con il tempo sensate.

Ricordo bene, ricordo male? Quel che ricordo di quello scritto da me criticato è la formulazione di due previsioni fondamentali, entrambe errate e foriere di sviluppi molto negativi. Innanzitutto, quella di un non troppo lontano scoppio della guerra tra “imperialismo” (USA) e “socialimperialismo” (URSS); per cui bisognava, “leninisticamente”, giocare sulle contraddizioni tra i due nemici, confidando nella tenuta della Cina maoista, di cui per la verità nessuno (per quanto ne so) immaginava la brusca svolta subito dopo la morte del “grande timoniere”. Ovviamente, mi sembra chiaro, l’idea centrale era un recondito riferimento alla “Rivoluzione d’ottobre”, avvenuta appunto verso la fine della prima guerra mondiale e nel da Lenin definito “anello debole della catena imperialistica”, in cui crollò il regime zarista; l’Italia sarebbe stata il nuovo “anello debole” in questa prevista terza guerra mondiale. La seconda previsione, su cui però ho ricordi più imprecisi, è quella di un probabile o almeno possibile colpo di Stato in Italia; il che, credo, scontasse l’impressione ricevuta da quello verificatosi nel 1967 in Grecia. Devo dire che, ancora nei primi anni ’70, in molti “giocavamo” un po’ troppo con questo timore.

In ogni caso, fui subito comunque molto contrario e critico dell’idea di entrare in clandestinità prima ancora che l’evento si producesse. Ricordo bene che ero addirittura stupefatto di simili intenzioni. Si poteva capire l’attuazione di preparativi per l’eventualità, preparativi di vario tipo e soprattutto organizzativi; e, se volete, anche in riferimento alla creazione di alcuni “depositi d’armi”. Tuttavia, che si proponesse l’entrata in clandestinità anticipando le mosse “dell’avversario” mi sembrava una trovata balzana, per non dire di più. Dove la mia contrarietà si espresse ancora più netta e senza esitazioni fu sulla previsione di una guerra tra le due superpotenze (con i loro alleati/subordinati al seguito) con il ripetersi di un quadro simile a quello che permise l’“ottobre bolscevico”.

Non ero ancora stato a Parigi da Bettelheim (lo feci nel 1970-71). Tuttavia, ero già ben convinto dell’ingrippamento dell’Unione Sovietica, messo in luce a partire dal XX Congresso (1956) e aggravatosi negli anni successivi. Ricordo vivacipolemiche con coloro che insistevano addirittura sulla superiorità del “socialimperialismo” in quanto “capitalismo di Stato”, pensato quale gradino superiore (e ultimo o supremo) della società capitalistica, con riferimento un po’ scolastico ad una vecchia impostazione del marxismo d’antan. Ho succintamente accennato sopra ai motivi dell’indebolimento dell’Urss (per non parlare dei paesi “socialisti” euro-orientali, in netta difficoltà); li avrei approfonditi ben di più a Parigi, con anche una qualche informazione sulla solo apparente coesione di quei paesi, percorsi dalle correnti che condussero al crollo dell’89 (“campo socialista” europeo) e del ’91 con dissoluzione dell’URSS dopo qualche anno di “agonia” gorbacioviana, scambiata (non da me!) per ripresa del “socialismo”. Nel ’69-’70 non avevo quelle informazioni né avevo approfondito con Bettelheim la corrosa struttura sociale sovietica.Tuttavia ero già convinto della stasi di quel paese e dunque dell’improbabilità, per me pressoché assoluta, di uno scontro mondiale tra le due superpotenze; in realtà, ne esisteva ormai una sola di effettiva, gli USA.  

9. Arriviamo quindi al punto cruciale per quanto concerne la storia italiana di quell’epoca infelice e con il quale interromperò, almeno per adesso, questo racconto. Le direzioni dei partiti comunisti dei paesi euro-orientali avevano la sensazione di pericolo per opposizioni interne, ma soprattutto perché consapevoli di un’Unione Sovietica meno forte di quanto sembrava a prima vista. La rottura con la Cina – in continuo aggravamento, che non terminò nemmeno con la svolta post-maoista del 1976, subito dopo la morte di Mao con arresto della cosiddetta “banda dei quattro (fra cui la moglie di Mao) – rendeva i pericoli ancora maggiori. E bisogna ben dire che la politica Kissinger-Nixon di “apertura” ai cinesi e a una possibile pace in Vietnam – politica non certo fiorita all’improvviso nel 1972 con il viaggio nixoniano a Pechino, poiché occorreva prepararla, senza pubblicità, prima che apparisse alla luce del giorno – rendeva il pericolo ancora più grave. Diciamo pure che gli ostacoli frappostidall’interno al presidente statunitense, e poi la sua eliminazione tramite il “Watergate, diedero al “campo socialista” un periodo di respiro, consentendo fra l’altro all’Urss una stretta alleanza con ilVietnam, dove esisteva una minoritaria, ma forte, corrente filo-cinese nel partito comunista, sconfitta appunto dopo gli approcci tra Cina e Usa, che diedero un loro contributo a possibili sbocchi della guerra in Vietnam con gli accordi di pace di Parigi (gennaio 1973), finiti però male anche (e direi soprattutto) a causa delle difficoltà di Nixon. Quegli accordi condussero comunque al ritiro di buona parte delle truppe statunitensi dal Vietnam del sud; il che alla fine favorì la vittoria dei nordvietnamiti e la loro conquista di Saigon nell’aprile 1975. Il Vietnam riunito si schierò infineapertamente con l’Urss ed entrò in conflitto (perfino una breve guerra di un mese nel 1979) con i cinesi.

Ripeto che tali avvenimenti diedero solo una boccata d’ossigeno al “campo socialista” europeo centrato sull’Urss; e proprio grazie alla miopia di quegli ambienti statunitensi che misero in moto la manovra contro Nixon (con l’azione del Fbi, ecc.). In ogni caso, non si può pensare che i partiti comunisti euro-orientali non avvertissero che cosa stava avvenendo. Immagino che anche importanti settori del partito comunista sovietico (anzi maggioritari nel periodo brezneviano) stessero in allerta ben conoscendo l’azione corrosiva di quelle correnti più tardi (1985) responsabili della nomina di Gorbaciov a segretario del partito. E’ ovvio che la storia avrebbe avuto ben altro andamento se in Urss si fosse compresa la necessità di smantellare quella struttura politica che cristallizzava una situazione non più confacente alla “composizione sociale” ormai in formazione nel paese.

Fra l’altro, si sarebbero dovuti regolare, in qualche modo, i conti con la Jugoslavia (avamposto più importante di quanto nonsi creda, anche durante la direzione titoista, di varie manovre di “infiltrazione” nel blocco sovietico provenienti da “occidente”), accomodare i rapporti pure con la Romania (costretta a rapporti amichevoli con la Cina proprio dall’atteggiamento ostiledell’Urss, sfociato poi apertamente nell’aiuto fornito al colpo di Stato di Iliescu contro Ceausescu durante la “gestione” gorbacioviana). Meno importante l’attrito con l’Albania, comunque anch’essa schierata con la Cina, pur essendo invece critica nei confronti del maoismo; e ne fanno prova gli aiuti datida Enver Hoxha alle frazioni di cosiddetta “linea nera” nei vari, pur irrilevanti, gruppuscoli m-l, soprattutto nei paesi euro-occidentali, Italia compresa.

La posizione di debolezza dell’Urss, accompagnata dalla presenza di correnti filo-occidentali nei paesi europei “socialisti”, rendeva in ogni caso più fastidiosa la presenza nei paesi europei della NATO di partiti comunisti (rilevanti comunque solo in Francia e ancor più in Italia) con tendenza a “sbandare” (ma così nettamente soltanto nel nostro paese) in senso dichiaratoriformista, in realtà di sostanziale accettazione della formazione sociale esistente in occidente, quella che veniva ritenuta “il capitalismo” in aperto antagonismo con il socialismo”; non mi soffermo sulla questione di detta schematica contrapposizione, a tutt’oggi non risolta da politici (e storici) incompetenti e faziosi.

Una Unione Sovietica forte – con il suo “campo” (sfera d’influenza) ben controllato, con un migliore sistema di alleanze (o di non inimicizia) con Cina, Jugoslavia, ecc. – avrebbe determinato un diverso andamento degli eventi storici; per quanto ci riguarda, sarebbero stati meno forti, e immagino menodeterminanti, quegli influssi che invece si produssero negli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo”, in cui si è posto in forte risaltoil dichiarato “terrorismo rosso” (e anche nero in certi casi) per coprire le mene internazionali condotte in varia guisa in quegli anni.

La situazione era invece quella appena delineata: l’Urss apparentemente molto forte, ma in posizione di sostanziale stallo rispetto agli anni della grande ascesa (soprattutto gli anni ’30), della vittoria nella seconda guerra mondiale, dell’allargamento del “campo socialista”, ecc. Nei paesi euroorientali, i partiti comunisti (i loro vertici ovviamente) erano consapevoli delle difficoltà esistenti soprattutto al loro interno, ma comunque aggravate da quanto avveniva, sia pure in modo poco appariscente, nel paese centrale del sistema. Vi fu la succitata boccata d’ossigeno quando si pose in mora la politica nixoniana verso la Cina (e anche il Vietnam), si verificò la creduta grande vittoria dei nordvietnamiti contro il gigante statunitense el’altrettanto sopravvalutata crisi interna statunitense a causa di quella guerra, ecc.

Un conto sono i “movimenti” che si credono sulla cresta dell’onda e blaterano di vittorie sull’imperialismo, in via di presunto indebolimento. Un altro sono i vertici politici delle varie organizzazioni che conoscono la POLITICA (le strategie del conflitto), sanno come questa deve essere condotta, sono ben informati circa le mosse segrete di cui quella vera si sostanzia; e di cui, invece, i poveri “giovinotti” di detti movimenti nemmeno avevano il più blando sentore. O forse sarebbe meglio dire che alcuni ne avevano un qualche sentore, ma secondo quanto avevano deciso di far sapere (e far credere) loro i vari “Servizi”, che sono una delle nervature cruciali di detta POLITICA, quella seria e non fatta di dissennate valutazioni degli effettivi rapporti di forza esistenti.

In nessun momento degli anni ’70, i partiti comunisti, sia all’est che all’ovest, crederono a ciò che magari sostenevanoufficialmente. All’est è probabile che si comprendessero le proprie debolezze e i pericoli che si correvano. E all’ovest forse pure. L’eurocomunismo, cioè in definitiva il suo nucleo centrale, il PCI(con i vertici in mano alla nuova maggioranza), non defletté certamente mai dal suo cauto, coperto, spostamento verso l’atlantismo. Tuttavia, credo che sia rimasta molto in ombra – per il solito motivo che la storia la raccontano i vincitori – l’esistenza,soprattutto proprio in Italia, di frazioni del tutto minoritarie, ma non proprio inconsistenti, in opposizione (anche all’interno di quel partito) a simili approcci verso gli Usa e l’occidente in genere. Non credo però ci fosse una effettiva consapevolezza delle manovre eurocomuniste. Purtroppo, la visione ideologica del tempo faceva credere che la lotta nell’ambito del movimentocomunista fosse una sorta di ripresa dello scontro tra “neokautskismo” (neorevisionismo) e neoleninismo (in buona parte identificato con il maoismo); un errore non decisivo ma comunque rilevante per far prevalere gli ambienti più opportunisti e miserabili del PCI e dei partiti consimili in altri paesi europei.

Fu in ogni caso del tutto impossibile formare un fronte in qualche misura comune al di là delle divergenze, non solo ideologiche ma pure politiche – tra tutti quelli che si opponevanoai piciisti degli anni ’70 e seguenti: chi perché appunto neoleninista, chi invece sostanzialmente socialdemocratico (ad es. gli “amendoliani”) ma comunque relativamente favorevole ad una ostpolitik e chi, come fu un po’ più tardi Craxi, semplicemente antagonista della supremazia del PCI sulla “sinistra” e sospettoso del “compromesso storico”, una buona leva per l’avanzata di tale partito, ormai degenerato, lungo la via di una politica filo-occidentale con tutto ciò che comportò più tardi. Tale divisione fra gli oppositori a quel PCI favorì, infatti, quel che accadde in seguito con il viaggio “culturale” di Napolitano negli USA nel 1978; e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss. Quanto appena ricordato può forse in parte spiegare anche l’azione di certi Servizi orientali (io penso soprattutto a quelli della DDR e della Cecoslovacchia) per mettere comunque delle “zeppe” tra i piedi del PCI nel suo spostamento a ovest. E tra queste, almeno a mio avviso, ci fu anche un almeno iniziale appoggio alla poco assennata “lotta clandestina” (non solo delle BR), poi ampiamente sfruttata, come già detto, nell’ambito di una conflittualità tra est e ovest, ecc. ecc.

10. Mi fermerei per il momento a questo punto per non allungare eccessivamente il mio “racconto”. Tuttavia sia chiaro che bisognerà riflettere a lungo su quanto è poi accaduto dopo la “caduta del muro” e la dissoluzione dell’URSS. In particolare in Italia, dove si è verificato un vero rovesciamento dei precedenti assetti politici tramite quella viscida manovra giudiziaria (“mani pulite”), che si prolunga ancor oggi in una continua invasione della politica da parte della sedicente “giustizia” e della “Legge”. Di questo abbiamo parlato comunque più volte nei nostri interventi; così come stiamo seguendo i netti mutamenti della politica internazionale, in cui cresce il “multipolarismo” e si accentua un dissidio politico all’interno degli USA forse più acuto che in passato e che mi sembra delineare un certo declino di quel paese, pur ancora il più potente economicamente, militarmente e anche in termini di avanzamento tecnologico.

Siamo tuttavia a mio avviso in un’epoca di “transizione” ad altra, cui dovremo faticosamente riadattarci abbandonando vecchie convinzioni senza lasciarci trasportare in visioni avveniristiche, che nemmeno la fantascienza ha avuto il coraggio di predire con tanta improntitudine e “falsa coscienza”. Lancio un ultimo avvertimento: la storia di tutto il ‘900 è stata gravemente falsificata e distorta da politicanti e storici attivi soprattutto negli ultimi decenni e che si qualificano come “sinistra”. Le nostre popolazioni non sanno un bel nulla di ciò che è stato il nostro passato. Per “risaperlo” e valutarlo adeguatamente dobbiamo rovesciare il predominio di questi falsificatori, che stanno provocando una vera crisi di cultura, di tradizioni di cui nondobbiamo per nulla vergognarci; insomma ci stanno conducendo ad una crisi della nostra civiltà. Reagiamo.

 

 

La fine dell’Italia, di GLG

gianfranco

Ho delle perplessità, tenuto conto di ciò che si trova in questi social. Tuttavia lo metto e penso si possa ascoltare. Una cosa la ricordo bene; e questa non è qui citata, ma è vera poiché rammento bene gli anni della discussione e poi entrata nell’euro. Inizialmente, persone più sensate parlavano di un cambio a non più di 1400 lire per euro. La Germania non era contenta e si pensò di trovare un accordo, grosso modo, sulle 1600 lire. Niente da fare con i teutonici. Allora proprio Prodi accettò le quasi 2000 lire. E fu una autentica rovina per chi era a retribuzione fissa, che subì un colpo tremendo al potere d’acquisto di quest’ultima. Almeno un 30% di diminuzione; e di colpo, il 1° gennaio 2002. Si salvarono, ma in parte, i negozianti, i professionisti a parcella e via dicendo. Non però del tutto. E ricordiamo pure che Prodi, da presidente dell’IRI liquidò alcune decine di imprese pubbliche e tentò quella svendita della SME a De Benedetti, che fu sventata dall’energico intervento di Craxi (poi liquidato durante la sporca operazione “mani pulite”).

E allora abbiate la pazienza di leggere anche queste pagine (in Wikipedia), che chiariscono il ruolo di questi diccì di “sinistra”, in stretta combutta con i postpiciisti dopo appunto essere stati salvati da “mani pulite”, che distrusse la DC non di “sinistra” e il PSI, creando invece un gruppo di sguatteri degli USA; quegli sguatteri che impedirono ogni possibile azione di salvataggio di Moro, nella cui borsa erano decine di documenti al 90% mai trovati; e nella parte non trovata c’erano probabilmente molte prove di contatti tra PCI e Usa (Kissinger) che avrebbero di molto guastato il viaggio di Napolitano negli USA, non a caso effettuato un paio di settimane dopo il rapimento Moro. Comunque leggete:

<< Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:
• la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
• la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
• la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat;
• lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
• la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).
Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:
«(Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.»
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)
È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.
L’accordo Andreatta-Van Miert[modifica | modifica wikitesto]
Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht.[poco chiaro] Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.
Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse, alla fine del 1993, con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo[15], che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.
Le privatizzazioni[modifica | modifica wikitesto]
L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert[senza fonte], le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.
Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56 051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[16] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia [si tratta della svendita effettuata nel 1999 dal governo D’Alema, già aggressore della Serbia al seguito di Clinton, ai “Capitani coraggiosi” Gnutti e Colaninno di Brescia; svendita per la quale il direttore generale del Tesoro, dott. Mario Draghi, non si presentò ad esercitare la “golden share”, ancora di salvataggio delle imprese di Stato appunto in svendita. Bernabé, ad. di Telecom minacciò rivelazioni che avrebbero sputtanato il governo D’Alema, ma in 48 ore si acquietò e negli anni successivi fece un’ottima carriera, tornando dopo molto tempo a perfino ri-dirigere la Telecom ormai non più pubblica e nemmeno italiana; nota mia] ed Autostrade S.p.A.; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.
L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni[modifica | modifica wikitesto]
Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[17], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.[18] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:
«evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[19]»
La liquidazione[modifica | modifica wikitesto]
Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Fermare il marciume, di GLG

gianfranco

 

mi sembra che ciò provi quanto sostengo da tempo. Quanto più si consentirà all’“infezione” di continuare a perpetuarsi e a far marcire la nostra società e tanto maggiore sarà il pericolo dell’avvento di simile furia violenta annientatrice, che non è per nulla quella che spesso invoco. Anzi il suo contrario. Adesso bisognerebbe riprendere bene in mano la storia della Germania dopo la prima guerra mondiale, concentrandosi non semplicemente sulla connivenza dei socialdemocratici (ricordiamo Noske) nell’eccidio di comunisti, fra cui Rosa Luxemburg e Liebknecht, nel ’19. Importante quanto avvenne nel 1929-30, dove la “vulgata” di storici incompetenti e faziosi vorrebbe farci credere che siano stati i comunisti a provocare i socialdemocratici invece che allearsi con questi per combattere l’impetuoso crescere del nazismo (come fecero, con errore imperdonabile, subito dopo). E invece, come già dimostrato in Italia, solo la moderazione nel combattere “centristi” e “sinistri” (ad es. in Italia nei primi anni ’20 i Giolitti e i Turati) facilitò la vittoria del fascismo. E così pure in Germania nel ’29-’30 furono i socialdemocratici a reprimere i comunisti e a creare con loro incidenti. L’incapacità dei comunisti di regolare i conti definitivamente con i “centro-sinistri” ha pienamente favorito chi aveva capito che i ceti popolari odiavano questi ultimi. Gli operai (ripeto: OPERAI) della Krupp si assentavano dal lavoro per seguire le SA a schiacciare tutti quelli che ancora difendevano la marcia Repubblica di Weimar. I comunisti sono stati incapaci di prendere loro la testa di questi ceti popolari e di accoppare i socialdemocratici che ormai allignavano nei soliti “quartieri alti”. E nel ’35 si fecero i fronti popolari, altro errore fondamentale. I falsi storici vorrebbero far credere che sono stati utili per la vittoria contro i nazifascisti. Lo si è ben visto in Spagna nel 1936-39 (e il franchismo, non entrato in guerra, è durato fino a metà anni ’70). La vittoria è solo avvenuta per l’errore madornale di Hitler (ma non ci si dice quali pourparler c’erano stati con l’Inghilterra ormai in ginocchio malgrado tutte le balle raccontate) di aggredire l’URSS, dopo che questa, intelligentemente, aveva firmato un patto di non aggressione con la Germania, avendo capito che era molto utile lasciare che le potenze capitalistiche si scannassero fra loro. Adesso, i vermiciattoli di un “antifascismo” ancora più marcio e corrotto di quello dei lontani anni ’20 e ’30 ci stanno portando lungo la stessa strada. O sorge una forza capace lei di annientare questi agenti patogeni e farli sparire dalla faccia della nostra povera Italia (e di altri paesi europei) o ci troveremo, entro non tantissimi anni, ancora una volta massacrati da chi difende un nuovo assetto di potere dei ceti più “elevati” in grado e ricchezza, ma riuscirà ad avere il favore di ceti popolari che non ne possono più di questi mascalzoni odierni; tanto ricchi quanto gli altri, ma più marci come morale, disfacimento culturale, falsità pseudoumanitarie e via dicendo. Se il PCI, quando nacque a Livorno nel 1921, avesse avuto consistenza e lucidità di pensiero sufficiente a sollecitare il popolo contro i “centristi” e i “sinistri” non avremmo avuto il fascismo. Bisognava prendere la guida dell’annientamento generale di tali soggetti, che parlavano del popolo e del “progresso” sociale ma erano invece marci, portavano il cancro. E così il fascismo ha avuto via libera nell’operare chirurgicamente. Lo stesso accadrà oggi se non si imparano le lezioni della storia. Sedicenti antifascisti, progressisti, modernisti, puro disfacimento di una cultura, anzi di una civiltà, devono essere infine spazzati via, bisogna che siano odiati come si odiano gli stupratori, i pedofili. Altrimenti, ci troveremo in mano di questi di cui si parla nell’articolo messo all’inizio. E allora si vedrà questa merda di politicanti, di intellettuali, ecc. – marci e che vomitano solo pus – fare la fine che meritano di fare. Ma poi bisognerà risalire ancora una volta la china in altri anni e anni di storia tormentata. Non vedrò tutta questa storia, ma mi dispiace egualmente per voi.

P.S. Leggo adesso dell’uccisione, stanotte, del povero carabiniere. I giornali che ben sappiamo non mettono nei titoli di testa che sono stati due nordafricani. E il Corriere, perfino nell’articolo, comincia con un “sarebbe stato nordafricano”. Sono in imbarazzo i nostri “buonisti” e “progressisti” e “antirazzisti e “antifascisti”. Nessuno però deve dire che i nordafricani sono portati al crimine. Sarebbe una stupidità. Il vero problema è la quantità che i buonisti e falsi umanitari hanno fatto arrivare; e poi i vergognosi centri di accoglienza e il lavoro in nero pagato malissimo. E dopo che questi sono stati illusi per spillargli un bel po’ di migliaia di dollari. Quindi, ripeto, la galera a chi comunque ha assassinato. Ma ben più grave sorte ai farabutti dell’“accoglienza”. Aggiungo che non capisco l’uscita di Conte, che parla di galera che questi dovrebbero fare a casa loro; quindi bisogna pensare a rimpatriarli. A casa loro non faranno più galera e poi hanno ucciso qui da noi. Che cavolo di discorso sta facendo uno che dovrebbe essere il capo di governo del paese dove il carabiniere è stato assassinato? Galera a vita in Italia, caro premier, sempre più ambiguo.

Situazione intollerabile, di GLG

gianfranco

Francamente la situazione mi sembra giunta ad un livello piuttosto intollerabile se ci fosse soltanto un po’ di buon senso. A Mirandola un marocchino (o forse algerino, maggiorenne o forse minorenne) dà fuoco alle 2 di notte alla stazione dei vigili urbani e negli appartamenti soprastanti si muore, si è gravi all’Ospedale, si è feriti o intossicati. La colpa viene attribuita, sembra anche dai pentastellati, al Ministro degli Interni perché il tipaccio aveva un decreto di espulsione (che doveva essere eseguito proprio oggi) e lui “non ne era a conoscenza”. Che un Ministro debba conoscere ogni espulsione che deve essere attuata mi sembra di una idiozia unica. Al massimo può promuovere qualche punizione per chi ha tardato. Tuttavia, l’espulsione doveva essere attuata oggi, quindi dopo che il fattaccio era già avvenuto la scorsa notte. A Torino (o forse altrove) un nigeriano, scoperto a spacciare droga, stacca con un morso la falange di un dito ad un carabiniere. Non so se anche questo verrà addossato al solito Ministro.
Il vero fatto è che la popolazione dovrebbe cominciare ad agitarsi sul serio. Basta manifestazioni di centri sociali (figli di papà benestanti annoiati e violenti senza nessuna idea precisa in testa) e di accoglienti umanitari, di cattolici ipocriti e baciapile. Occorre che si muovano quelli dei quartieri popolari, senza però che debbano attendere le indicazioni di sciocchini come quelli di Casapound o tipi del genere; e soprattutto rivolgendo adeguata violenza, non semplicemente verbale e a base di minacce e volgarità, contro i partiti dell’accoglienza e i loro seguaci. E si lascino alla fine da parte anche quelli come i leghisti che sono solo attaccati ai giochi elettorali. Se la popolazione si muove esclusivamente nei suoi settori minoritari e quasi sottoproletari e se non si individuano i veri nemici – di cui gli eventuali illegali tra migranti, rom e altri (anche del tutto italiani) sono in fondo miseri strumenti – non si otterranno risultati positivi, si favoriranno anzi i farabutti che hanno imperversato per anni in questo paese e che ancora occupano il 90% dei media e degli apparati importanti dello Stato. Anche a livello di organismi economici e finanziari troppi sono quelli che debbono essere colpiti a fondo e messi in condizioni di non più nuocere per “cent’anni a venire”.
Un forte elemento di debolezza è proprio il torpore di questa popolazione che, nei suoi settori più numerosi e senza dubbio operosi, non riesce ad orientarsi nella nuova epoca di frizioni crescenti e sempre più accesamente conflittuali. Troppo tempo è passato dall’accettata occupazione USA seguente alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, una sconfitta per nulla riscattata da una presunta guerra di liberazione, mai avvenuta. C’è stata solo in mezza Italia l’azione di formazioni partigiane (quelle comuniste) ben agguerrite, ma non effettivamente egemoni fra la popolazione (salvo forse che in Emilia) e che avevano ben precisi progetti di impossibile realizzazione in quel contesto bellico: eserciti dei gruppi dominanti nei paesi che ci hanno vinto e occupato, decisamente avversi a quei progetti. Tre quarti di secolo sono passati sotto l’influenza “atlantica” (cioè ai piedi dei predominanti statunitensi) mentre il sedicente “socialismo” si è dissolto ormai da trent’anni. Dovrà passare ancora del tempo prima di accorgersi della necessità stringente di abbandonare la subordinata “alleanza” con il declinante, ma ancora forte, “impero americano”, passando infine ad una decisamente autonoma alleanza con qualcuno dei nuovi “poli” in crescita di potenza; personalmente credo che ci si debba avvicinare alla Russia (lo ripeto per i sordi: mantenendo piena indipendenza).
Oggi non c’è una sola forza politica che abbia una politica estera come quella che ci porterebbe infine all’effettivo affrancamento da ogni servilismo. Sul piano interno abbiamo forze del tutto marce quali “sinistre” e “destre” conniventi con un europeismo di puro disastro economico e sociale. Anche i sedicenti “sovranisti” (o populisti) sono ancora troppo invischiati in una politica incapace di programmare autentici sviluppi. Tutte le forze politiche in questo momento attive sono regredite paurosamente perfino rispetto alle politiche relativamente “keynesiane” di alcuni decenni successivi al 1945. Occorre ormai una violenza rigeneratrice che spazzi via il mortifero atlantismo, cui si è sempre piegato quello che è stato detto europeismo in modo del tutto improprio. Occorre una effettiva rivoluzione; e non per mutare fino in fondo gli assetti sociali, ma soltanto per ripulire alcuni paesi europei dall’ “immondizia” accumulata soprattutto dalla fine del secolo scorso. In Italia deve nascere una forte organizzazione in grado di attuare questo risanamento con metodi adeguati; con al seguito certamente una buona quota della popolazione, soprattutto dei ceti medi e bassi, ma senza inseguire la conquista “pubblicitaria” di un consenso molto debole e ballerino. Occorre determinazione e consapevolezza dell’ormai pericoloso ritardo accumulato senza ancora essersi nemmeno posti il problema di spazzare via il pattume ingannevolmente denominato “sinistra” e “destra”. Al macero tutto questo “materiale di scarto”.

UN’ALTRA PUGNALATA ALL’ITALIA

SudItaliabordello

 

Strano modo di tutelare il nostro interesse nazionale quello della Lega. Il Corriere della Sera riporta una nota da Palazzo Chigi, vergata dal movimento di Salvini, in cui si afferma che: “nelle ultime settimane il governo, condividendo la crescente preoccupazione in termini di cybersecurity da parte della comunità internazionale inclusi USA, G7 e la stessa Commissione europea ha lavorato all’ ampliamento del Golden Power con particolare riferimento allo sviluppo della tecnologia 5G”.
Quest’ultima, come abbiamo già scritto, comporta uno sviluppo accelerato in settori importanti ma, evidentemente, gli Usa non sono affatto contenti dello scenario e quindi si stanno frapponendo tra i cinesi, che detengono il primato di detto sistema, e i loro possibili interlocutori. Possiamo immaginare che il viaggio di Giancarlo Giorgetti a Washington, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in quota leghista, di fine febbraio, servisse a discutere anche di questo dossier. Dico anche perché in realtà avranno esaminato cose molto più serie, come politica estera, intelligence, ecc. ecc. Tutti temi sui quali tra noi e gli Usa esiste da tempo una ”dialettica”, quella servo-padrone. Non sarà stato il viaggio “culturale”, al di là dell’Atlantico, di Napolitano del 1978, che di fatto sancì lo spostamento di campo del Pci sotto l’ala statunitense, anticipato dalle dichiarazioni di Berlinguer del ’76 circa “l’ombrello Nato”, ma il momento storico suggerisce che qualcosa di grosso aleggia nell’aria, viste le trasformazioni politiche in corso a livello geopolitico. La mutata azione americana rifarà i connotati alle sue tradizionali sfere d’influenza, ricalibrando o sconvolgendo le precedenti formule.
Infatti, le dichiarazioni leghiste gridano vendetta e costituiscono l’ennesimo tradimento ai danni di questo pauvre pays. Siamo dominati da più di settanta anni dagli americani, in tutti i settori chiave e negli assetti strategici, ma si arriva a paventare di un pericolo cinese ancora inesistente nei fatti. Ieri temevamo i gialli per le merci a basso costo ora siamo terrorizzati dai loro progressi. Se vanno oltre l’involtino dobbiamo stare attenti al mandarino. Qualcosa non quadra nelle narrazioni di questi difensori della patria dell’ultima ora che fino a ieri volevano resecare l’Italia, isole comprese.
Vorremmo però ricordare ai nostri governanti del cambiamento che i principali problemi della cosiddetta cybersecurity in Europa sono venuti tutti da oltreoceano. Gli yankee hanno intercettato chiunque sul vecchio continente, ai livelli apicali di Stati e governi, facendo scoppiare scandali che però non si sono risolti in nulla, proprio perché questi controllano l’Ue “manu militari” e con spie sparse ovunque. La stessa Unione Europea è una loro creazione. Lo è dai primi passi di una integrazione forzata e gestita ideologicamente (con l’ingombro statunitense legittimato retoricamente per impedire il ritorno delle dittature) all’indomani della II Guerra Mondiale, pilotata dalla Cia, dal Fbi e dagli stessi militari che impiantavano basi ovunque fosse utile farlo. I grandi padri fondatori dell’Europa erano tutti finanziati dallo “straniero” e i loro nipotini sono ugualmente comprati o minacciati, a seconda del loro grado di sudditanza.
Questa è la realtà, ma qualcuno ha ancora davanti agli occhi una grande muraglia immaginaria che ci costerà sempre più cara, in termini di autonomia ed indipendenza, da Lisbona a Vladivostok.

Sempre venduti agli Usa, di GLG

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SEMPRE VENDUTI AGLI STATI UNITI

Perché non può esistere un’Europa unita in contrapposizione con gli Stati Uniti

 

Ecco gli eredi dei vecchi padri dell’Europa pagati dagli Stati Uniti:

https://www.italiaoggi.it/news/la-ue-fatta-nascere-dalla-cia-2053384

Questi nuovi sono anche peggiori dei precedenti. Sono i veri annientatori della nostra antica civiltà europea, di cui l’Italia è stata sicuramente un pezzo importantissimo (si pensi anche soltanto alla nostra arte e ai monumenti e antichi borghi e via dicendo). Abbiamo a che fare con autentici traditori di tutta la nostra lunghissima storia. Devono essere svergognati e tolti dalle loro cattedre e da posti di responsabilità. Annienteranno tutto il nostro passato in quanto massimamente servili verso lo straniero secondo, purtroppo, una lunga tradizione di ampi settori intellettuali e politici italiani; da lungo tempo coadiuvati da quelli che chiamo “cotonieri”, gli imprenditori che hanno combattuto (ed eliminato) gente come Mattei e hanno progressivamente indebolito l’industria pubblica, già creata dal fascismo, ma indubbiamente rafforzata (con Finmeccanica nel 1948, l’ENI nel 1953 e l’Enel nel 1962) da alcuni settori democristiani, poi battuti dalla sedicente “sinistra” di tale partito assieme ai piciisti e postpiciisti, postisi in piena combutta con certi settori americani (in cui fa spicco un uomo come Kissinger, che parlò di un suo “comunista preferito”, ben noto) fin dall’inizio degli anni ’70. Il “caso Moro” e via via fino a “mani pulite” (operazione posta in atto dopo il crollo del sistema detto “socialista”, URSS compresa) sono eventi cruciali del totale passaggio al più bieco servilismo verso gli USA. Oggi nessuno si oppone a ciò. Basti vedere la Lega, schiacciata esattamente come i piddini, sull’appoggio alla politica USA di più pressante asservimento del Sud America. Non c’è schieramento politico o industriale che oggi riprenda un minimo di politica autonoma. C’è solo lotta acuta fra schieramentiper porsi nelle condizioni di servitori migliori e di godimento degli emolumenti che i padroni pagano ai loro più fedeli. E c’è anche una rottura interna ai padroni per la migliore strategia da attuare ai fini dell’asservimento totale. Occorre una vera “rottura” rispetto a queste bieche accozzaglie di servi particolarmente laidi e che hanno di gran lunga superato in abiezione, infamia e corrompimento di ogni valore i vecchi servitori della prima Repubblica.

 

L’Italia tra Francia e Germania, di A. Terrenzio.

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Un tema che genera divisioni e divergenze analitiche per il futuro del nostro Paese, riguarda il rapporto che esso ha con Francia e Germania.

Per osservatori come l’economista Giulio Sapelli, l’Italia dovrebbe trovare una partnership europea con la Francia per rompere l’egemonia teutonica, vero fardello dell’Europa (cit. “80 milioni di tedeschi incompatibili con l’idea d’Europa”). Di vitale importanza sarebbe la creazione di un asse Roma-Berlino-Mosca, che possa orientare verso Est la geopolitica europea, per liberarsi finalmente dalle maglie atlantiche.

Tuttavia, come vedremo, molte sono le contraddizioni e le incognite che riguardano entrambe le possibili partnership.

La Germania

La Germania vive una periodo di crisi di leadership politica che coincide con il tramonto del cancelliere Angela Merkel. Come sostenuto dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, la Germania e’ costretta a confrontarsi con il suo ruolo storico di guida dell’Europa, un ruolo che dalla fine della II GM ha sempre cercato di ignorare. E’ come se i tedeschi si fossero svegliati dopo un lungo letargo e decidere che ruolo assumere nel Continente.

Per la prima volta la Germania percepisce il ruolo ingombrante della tutela americana e operazioni come il raddoppio del gasdotto Nord-Stream, sono il segnale piu’ evidente di un suo riavvicinamento alla Russia.

Inoltre, il 22 gennaio scorso, Germania e Francia hanno dato vita ad Aquisgrana ad un asse “neocarolingio”, con la volonta’ di creare un direttorio europeo per una reciproca integrazione si ambito industriale e militare. Segnali appunto che mostrano una data insofferenza verso la Nato ed il controllo americano.

Tuttavia la Germania appare ancora restia a svolgere quel ruolo guida all’interno dell’Ue, per via dei sui interessi economici e finanziari che vedono quest’ultima come mera estensione del suo raggio di azione. La Germania di fatto e’ un “esportatore netto” con un surplus commerciale che supera l’8%.

Le politiche ordoliberiste e deflattive che i tedeschi impongono, sono gli ostacoli maggiori che pregiudicano una saldatura strategica con la Penisola. Le uscite dei vari Junker e l’ultima “sparata” del leader dell’ALDE Guy Verhofstadt, che ha dato del “burattino” al premier Conte, sono espressione della superficialità e del disprezzo che caratterizzano i leader politici del Nord-Europa. L’ostilita’ della Germania e della Kernel Europa verso i paesi “cicala”, accusati di inadempienza o di scarsa propensione al sacrificio, sono la causa diretta di quel malessere “populista” che ha avuto nel governo giallo-verde la sua massima espressione.

La riluttanza della Germania a voler adottare politiche redistributive ed espansive verso i paesi piu’ deboli e’ il principale limite alla realizzazione di un blocco comunitario solidale ed indipendente da ingerenze americane.

La Francia

La recentissima crisi diplomatica che ha visto il richiamo dell’ambasciatore francese da parte di Parigi, e’ stato l’evento che ha ufficializzato il conflitto tra Macron e l’esecutivo italiano. L’inquilino dell’Eliseo ha scelto l’Italia come “bersaglio” per un suo improbabile rilancio politico. L’escalation di provocazioni che hanno portato alla rottura con Roma, fanno parte di una precisa strategia per colpire il governo giallo-verde.

Come abbiamo accennato, la Francia viene comunque vista da diversi osservatori, come alleato naturale nell’UE per frenare l’egemonia tedesca. Un partnership con Parigi, al momento, appare davvero lontana, soprattutto con l’attuale capo dell’Eliseo intento ad isolare Roma in sede UE, ergendosi a baluardo contro i “nazionalismi”. L’aggressività dei francesi nei nostri riguardi, con lo shopping delle nostre aziende dell’agroalimentare e della moda, le diverse scaramucce ai confini con la Liguria, la mancata collaborazione sul tema dei flussi migratori nel Mediterraneo, non permettono attualmente una pacificazione coi cugini d’oltralpe. Aggressivita’, che dopo le accuse di ingerenza del nostro governo nella questione ‘gilet jaune’, non stenta a placarsi in Libia, dove, come ricorda Gian Micalessin, si gioca la vera partita franco-italiana. Il generale Khalifa Haftar e’ uomo fidato di Parigi e avanza verso il sud della Libia minacciando il pozzo di El Feel, da cui l’Eni estrae la maggior parte del suo petrolio e del suo gas. A Tripoli invece, Al Serraj e’ ostaggio delle proprie milizie. La Francia di Macron rischia davvero di strappare all’Italia quell’egemonia economica e quell’influenza politica nella sua ex-colonia, che nemmeno la guerra contro Gheddafi riusci’ a pregiudicare. A cio’ vanno aggiunte le visite da parte delle autorita’ francesi a Al Cairo, dove l’ENI, nelle prossimita’ delle acque egiziane, ha scoperto lo Zhoor, il piu’ grande giacimento petrolifero nel Mediterraneo.

Il cenno a tali elementi, basta a mostrare scetticismo verso i sostenitori di una tale alleanza.

Il quadro potrebbe cambiare, se nelle prossime elezioni europee, i sovranisti dovessero “fare il pieno”; a quel punto un’ Europa guidata da Salvini e dalla Le Pen, cambierebbe considerevolmente gli equilibri ed i rapporti tra i due paesi.

Marine Le Pen ha mostrato sensibilita’ verso i problemi che attanagliano l’Italia, come quelli relativi all’accoglienza ed i limiti di deficit pubblico imposti dall’UE. Ha espresso anche sostegno alle dichiarazioni di Di Maio riguardo lo sfruttamento coloniale della FranceAfrique, tramite il Franco Sefa, al quale la leader del RN vorrebbe porre fine.

A quel punto Francia ed Italia potrebbero davvero porre le basi per una collaborazione geopolitica ed economica, attraverso una “Lega Mediterranea” alla quale potrebbe unirsi anche la Spagna, che presto andra’ verso nuove elezioni, dopo la fine ingloriosa dell’”ultimo” premier di sinistra, Pedro Sanchez.

Un “bivio” impossibile?

Il patto siglato ad Aquisgrana ha palesato la volonta’ di francesi e tedeschi di creare un “direttorio” a due, escludendo di fatto l’Italia.

L’accordo, che ricalca quello di Adenauer-De Gaulle stipulato nel ’63, rilancia l’idea di una Europa a guida franco-tedesca ponendo l’accento sulla collaborazione militare, nell’integrazione di progetti infrastrutturali e soprattutto nella collaborazione nucleare, tramite la partecipazione di Berlino alla Force de Frappe francese. Parigi si e’ anche impegnata nel sostenere l’ingresso della Germania come membro permanente delle Nazioni Unite. Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la Germania sembra solo adesso essersi accorta della sua mancanza di visione strategica e la costituzione dell’”asse renano” e’ il segno di un suo risveglio geopolitico.

Tuttavia, come il passato ha piu’ volte mostrato, Francia e Germania insieme non sono mai andate lontano, e divergenze su temi fondamatali appaiono confermarlo: le necessita’ di Berlino di riavvicinamento alla Russia non sono gradite ad Emmanuel Macron, che ha mostrato la sua contrarieta’ al progetto del Nord Stream 2. Le accuse ai “troll russi” di fomentare le rivolte del “gilet jaune” hanno raffreddato le relazioni con Mosca. Inoltre il governo tedesco, si e’ opposto alla volonta’ del leader di En Marche, di applicare ulteriori riforme in senso neoliberista. Parigi, con le rivolte di piazza, allarma anche la Germania che teme per la sua tenuta sociale.

Una Europa tecnocratica a guida franco-tedesca, seppur mossa dalla volonta di emanciparsi dal controllo militare degli Usa, non puo’ rappresentare una alternativa credibile all’Europa euro-atlantica.

Dopo la Brexit, l’Italia ritorna ad essere un pivot essenziale per l’amministrazione americana, che ha deciso di puntare su essa per incrinare l’egemonia tedesca. Come ricordato su Eurasia da Cristiano Puglisi, il Tap (Trans-Adriatic pipiline) e l’Eastmed (in collaborazione con Israele), rappresentano progetti contrari agli omologhi tedeschi e sono anche la contropartita che il governo Conte deve offrire per il sostegno alla famosa “cabina di regia”, avallata da Donald Trump.

Il duopolio Merkel-Macron, appare come un tardivo colpo di coda delle vecchie e screditate élite neoliberali, per resistere all’avanzata dei “populisti”. Un “duopolio” che divide ulteriormente il continente europeo e lo priva di quella proiezione strategica fondamentale nell’epoca del multipolarismo.

In conclusione, ne’ Francia ne’ Germania, allo stato attuale, rappresentano partner affidabili per Il governo Conte. Solo un eventuale cambio delle dirigenze dei rispettivi paesi, che vedranno l’affermarsi di forze realmente sovraniste, potranno proporre una nuova agenda sia nel Mediterraneo in tema di sicurezza e flussi migratori, che in chiave strategica ed energetica verso Est. Diversamente gli Stati Uniti, resteranno gli unici beneficiari delle sterili “triangolazioni” tra Roma Parigi e Berlino.

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