“GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO” (11 luglio 11)

1. “Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Così, all’incirca, recitava un “detto di Mao” all’epoca della Rivoluzione Culturale. L’ottimismo imperava, evidentemente. Qui da noi è pessima; ma forse perché il caos ha superato certi limiti e i gruppi in azione sono scadenti, incapaci di qualsiasi programma e progetto, di avere una minima idea purchessia. Inoltre, la Cina aveva la sua precisa autonomia e lo scontro avveniva tra fazioni e schieramenti politico-ideologici contrapposti in base ad un orientamento preciso e fortemente determinato. Parlare oggi di politica e ideologia in Italia è semplicemente comico; inoltre sempre più valido appare quanto sfuggito in un momento d’ira al sig. Guido Rossi pochi anni fa: siamo in piena guerra tra bande come nella Chicago anni ’20. Queste bande – oltre ad essere in fondo mosse da motivazioni più vicine a quelle gangsteristiche che ad un posizionamento in qualche modo avente a che fare con la politica – agiscono da subalterne rispetto ad altre straniere, al vertice delle quali stanno le cosche statunitensi.

Cominciando dal meno importante, fa ridere la dichiarazione di Bossi alla sentenza indubbiamente predatoria ai danni di Berlusconi: “speriamo non sia politica”. Capisco che ha avuto in passato una brutta malattia, ma non è certo un minorato. Il vero fatto è che la Lega ha sempre fatto finta di non capire bene il significato strettamente politico di “mani pulite”, poiché i misfatti di quell’operazione (messi subito in luce dal sottoscritto e da Preve ne Il teatro dell’assurdo all’epoca del loro compimento) l’hanno completamente avvantaggiata (solo al nord) con la distruzione della Dc soprattutto (meno rilevante quella del Psi). La Lega non potrà mai affrancarsi da quel “vizio d’origine” che la rende incapace di avere una visione nazionale. Ha spesso ragione nel protestare contro certi lamenti meridionalisti, restati all’epoca dell’assistenzialismo e clientelismo della prima Repubblica, ma non capisce per nulla che la risoluzione è nell’affrontare infine, con nuove coordinate sociali e politiche, i problemi del vecchio contrasto nord-sud (tipico dell’Italia pre-boom, ancora agrario/industriale) surclassato tuttavia, da ormai mezzo secolo, da un altro dualismo: tra classe operaia – che ha compiuto rapidamente la fase di transizione dalla sua originaria condizione contadina e di successivo adeguamento al “tradunionismo” con riduzione numerica e di peso sociale – e “ceto medio produttivo” (con il suo nucleo duro nei piccoli imprenditori e lavoratori “autonomi”, in gran parte anch’essi di origine contadina al nord), che è diventato strato sociale rilevante, ma senza mai veramente avere una effettiva rappresentanza politica, a parte le tante chiacchiere di un po’ tutti i partiti della prima Repubblica e poi di quelli del “pantano” attuale.

Lasciamo comunque perdere le finte titubanze della Lega, che mostra spesso la sua debolezza verso la magistratura, ma soprattutto verso il presdelarep (che le sventola sotto il naso l’acciughina del sedicente federalismo fiscale), rappresentante di una delle fazioni in lotta e di certi precisi ambienti statunitensi. Sarebbe deleterio addentrarsi di nuovo nella polemica tra Berlusconi, indubbiamente colpito dalla magistratura in quanto con lui si colpisce un certo schieramento, e l’altro schieramento spesso definito ridicolmente “comunista”, aiutato dalle “toghe rosse”, e via con questa meschina rappresentazione di uno spettacolo per dementi totali, come sembrano divenuti i nostri concittadini nella loro maggioranza.

Gravissima, e ancora non comprensibile in tutta la sua ampiezza, è l’aggressione al nostro paese per attuare politiche intese a ridurlo il 52° Stato federale degli Stati Uniti (il 51° è già da tempo l’Inghilterra, sia con i laburisti che con i conservatori). Con l’Inghilterra al nord e l’Italia al sud – magari concedendo un qualche statuto di subpotenze regionali, pur sempre amiche e ben predisposte a qualche servizio, alla Germania nella UE e alla Turchia (che sta rientrando dalle sue “bizze” degli ultimi due-tre anni) in Medio Oriente – gli Usa coronerebbero una buona operazione di costruzione della loro area “imperiale”, con redini più allentate verso i subalterni e una nuova strategia in direzione dell’Asia, strategia in fase di difficoltoso approntamento e che vorrebbe ovviare ai costi, forse non più sopportabili, di quella precedente (grosso modo 1991-2006). Tuttavia, non credo che abbiamo ancora capito bene questa nuova strategia; nemmeno è sicuro che essa vada a buon fine. Forse nemmeno la conoscono a menadito i suoi “operatori”. In fondo, era a mio avviso “più furba” quella nixoniana di quarant’anni fa; eppure anch’essa, pur avendo apportato in definitiva benefici nel lungo periodo, è andata “in aceto” per un bel po’ d’anni. Oggi, la nuova strategia viene applicata in una situazione diversa, che andrà seguita attentamente.

 

2. Venendo al nostro paese, è irritante vedere tutti contro tutti, ma con una regia di fondo – non so se ben interpretata dalle forze nostrane, assai più coerente da parte dei gruppi stranieri – che crea indignazione per tutte le menzogne raccontate senza pudore. Intanto, va valutato il cambio di politica estera. Continuo a credere che Berlusconi sia stato di fatto appoggiato da alcuni settori di resistenza del management dell’industria pubblica, sottoposta ad attacco (in gran parte riuscito) da parte della Confindustria agnelliana quale gruppo di pressione al servizio di ambienti statunitensi, che avevano come loro agenti in Italia vari personaggi, tutti andati “a sinistra” pur essendo reazionari al 100% (Amato, Ciampi, Prodi, e altri ancora) con l’aggiunta di presunti tecnici super partes tipo Draghi, ecc. (poi premiati variamente). Tuttavia, approfondirei l’esame della sostanziale congruità del premier con la vecchia strategia bushiana, su cui non posso qui soffermarmi. E’ comunque con Obama – diciamo con la nuova strategia, già iniziata prima dell’elezione di quest’ultimo – che egli viene messo alle corde, “con la pistola alla tempia”.

Non so di quale “pistola” si tratti. Spero tuttavia ci si ricorderà che alla fine dell’anno scorso (quando tutti vedevano ormai affondare tale personaggio) sostenni la forte probabilità della sua salvezza (momentanea), ma perché ormai si era appiattito sulla strategia statunitense, mostratasi infine dall’inizio di quest’anno in tutta la sua ferocia aggressiva, ma con modalità più subdole e di mascheramento (e affidando importanti compiti ai suoi sicari tipo Francia e Inghilterra). Più volte Berlusconi ha fatto capire che non era d’accordo con l’aggressione alla Libia (e nemmeno con quanto accaduto in Tunisia ed Egitto) mentre tutta la “sinistra”, compresa la finta antimperialista e alternativa, manifestava apertamente e sconciamente il suo atteggiamento di totale tradimento nazionale. Pochi giorni fa, ancora, Berlusconi ha affermato chiaramente (frase già nota ai nostri lettori) che non voleva intervenire in Libia, ma vi è stato costretto dalla “Risoluzione Onu” e, ancor più, dall’“intervento preciso del capo dello Stato”. Quale migliore prova definitiva della funzione svolta da costui e da noi messa in luce più volte, anche in merito al cambio di campo del Pci berlingueriano, al viaggio del 1978 negli Usa, ecc.?

Incredibile però quanto si sta svolgendo adesso. Non si sa ancora bene come far terminare la transizione italiana verso la completa subordinazione agli Usa. E’ chiaro che la soluzione – per non ripetere gli errori dell’epoca di “mani pulite”, quando non si pensò ai milioni di elettori che mai avrebbero votato per la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, malgrado l’investitura di Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra” – deve stavolta essere quella di un governo con pezzi del centro-destra, del centro-sinistra (perfino Di Pietro si mette ogni tanto nella posizione “moderata” per farvi parte) e del centro dei “casini”. Solo così si potrà impedire che si presenti qualche altra “anomalia” tipo quella del 1994. Tremonti agisce da agente scassatore del Governo (non da solo peraltro). La Lega di fatto garantisce che seguirà la transizione, ogni tanto con bruschi soprassalti, facendo quindi di tutto per disaffezionare gli elettori di Berlusconi, pagando però anch’essa “pedaggio” (calo dei voti) almeno fino a questo momento. Lo scopo della transizione è chiaro: logorare e cuocere a fuoco lento Berlusconi, accerchiandolo da tutte le parti, mettendo in luce la sua “naturale pirlaggine” (perché certo l’uomo non ha la stoffa del leader che gli hanno cucito addosso, prima di tutto da sinistra, perché ciò è servito a bloccarci per quasi vent’anni in una pantomima personalistica ignobile e nauseabonda), senza però farlo cadere fin quando non sia garantita la possibilità di un “ordinato” governo di “salvezza nazionale” (leggi: di totale e infame subalternità alla UE cioè alla Nato e agli Usa).

E’ stata condotta una campagna elettorale amministrativa e per i referendum del tutto autolesionistica. E stata messa nella “manovra” la clausola “salva-imprese” – sono certo che la conoscevano tutti o quasi, anche se poi hanno spudoratamente negato – per far fare al premier (ma anche a tutto il governo) la figuraccia che ha fatto, con ritirata ignominiosa, quando era sicura (e certi personaggi la conoscevano già) la sentenza di questi giorni. Ma il “capolavoro” è la manovra finanziaria, ben studiata da Tremonti per fare incazzare tutti, in modo del tutto particolare gli elettori del centro-destra. Una vera provocazione pelare pensioni (dai 1100-1200 netti al mese) e modesti risparmi (trattati anche dal centro-destra, come sempre dal centro-sinistra, quali capitali da rendita finanziaria). La levata di scudi è stata generale. Leggere i commenti nei giornali (compreso Il Giornale on line) era un piacere per la rabbia e la pressoché unanime “ispirazione”.

 

3. Come ha adombrato un Perna (sempre sul Giornale), le società di rating si sono forse mosse su istigazione del Ministro delle Finanze – o quanto meno in sospetta collusione con le forze che mirano ad aiutarlo nella sua subdola operazione relativa alla suddetta transizione – mettendo in dubbio la solidità dell’Italia. Da qualche anno non si sente che dire peste e corna di tali società (due americane e una inglese!); e tuttavia si continua a seguire quanto dicono perché i mercati “ci credono” e vanno al ribasso per i titoli italiani. Come non fosse evidente che i mercati sono quasi sempre la spia di manovre speculative: al rialzo o al ribasso a seconda di specifiche contingenze, e pure in base a collusioni e complicità dei vari “poteri forti” in azione. Dopo la Moody’s si è agitato Juncker (presidente dell’Eurogruppo) e altri personaggi europei, la Lagarde (arrivata al Fmi grazie alla ormai nota vicenda del presunto stupro di Strauss-Kahn), ecc. Si sono dati tutti da fare per salvare di fatto Tremonti e favorire la sua manovra di ulteriore affossamento degli attuali equilibri in modo da arrivare a realizzare tranquillamente la transizione in questione.

I vari politici (e giornalisti e conduttori TV, ecc.) all’unanimità – compresi quelli che mostrano antipatia per il ministro economico – si sono messi a sostenere che è meglio tenerselo, non contrariandolo troppo. Così si ottiene il duplice risultato di pelare la popolazione italiana esattamente come avrebbe voluto fare il centro-sinistra, terrorizzandola con la possibile “fine greca”. Il “gregge”, spaventato, deve accettare la tosatura, ma certo rimarrà scontento del governo attuale e in particolare di Berlusconi, che ormai sembra uno spettro, l’ombra di ciò che era stato creato ad arte in 17 anni di totale assenza della politica e di volgare contraffazione dello scontro tra “destra” e “sinistra” (il “gioco degli specchi” su cui ho già scritto un libro pochi anni fa). Veramente “due piccioni con una fava” (la manovra da ladri effettuata con totale arroganza e sfacciataggine).

Non credo ci sia alcun dissesto alla greca in vista, anche se le operazioni di questi guastatori e servi dello straniero Usa possono sfuggire di mano e prendere binari pericolosi. Poiché però questi “operatori per conto altrui” – dal presdelarep a Tremonti e via via a tutti gli altri che manovrano per portarci sotto l’“ala protettiva” americana – vogliono semplicemente eseguire certi “consigli” della nuova strategia statunitense (con al seguito i nostri industriali e finanzieri mignatte), non vi è dubbio che la soluzione più probabile, entro qualche tempo, dovrebbe essere il governo “trasversale”, questa volta con piena accettazione da parte della popolazione impaurita dalla prospettiva di un completo dissesto e, di conseguenza, evitando la sorpresa di nuove “anomalie” di tipo berlusconiano. Sia chiaro che l’Italia non è la Grecia, è troppo rilevante come pedina per gli Usa. Lo ripeto: Inghilterra al nord e Italia al sud rappresentano una bella tenaglia in Europa e sono quindi abbastanza decisive per la nuova strategia americana. Il disegno non è quindi il dissesto italiano, è molto diverso; se poi sfuggisse di mano, non farebbe piacere nemmeno a Obama & C. Dovrebbero rivedere un pezzo non indifferente della loro strategia, nel mentre c’è il malcontento del Pentagono, del Congresso in mano ai repubblicani, ecc.; un bel rebus per il “primo nero” presidente.

In questa operazione, da “bande a Chicago”, si è inserita la variante dell’attacco a Tremonti per le solite questioni abitative e altre. Vedrete che non porterà gravi conseguenze per il Ministro economico poiché sarà sempre protetto dalla sua indispensabilità (creata ad arte) al fine di evitare il (presunto) dissesto alla greca. Più che altro gli renderà difficile piazzare il “suo uomo”, Grilli, alla Banca d’Italia, cosa che non piace a Napolitano, più favorevole ad un fidato personaggio legato al “centro-sinistra”. Nemmeno credo piaccia a Draghi, il cui contenzioso con Tremonti (nel senso che sono due galli nello stesso pollaio filo-americano) si è appena appena attenuato con il passaggio del primo in “area europea”. Entrambi funzionano però probabilmente da valvassori degli Usa nel conseguimento del principale obiettivo della fase, che è rappresentato dalla subalternità italiana; e in questo compito ognuno dei due pretende d’essere “er mejo”.

Nelle ultime ore il quadro del caos si è arricchito dell’annuncio leghista che tre ministeri saranno spostati a Monza (i ministeri interi? Non credo, immagino solo delle “filiali”, visto che uno è proprio quello tremontiano). Non mancheranno in ogni caso reazioni. Difficile capire quanta stupidità vi sia in queste mosse oltre allo scopo di arrivare a sconcertare i cittadini italiani (in particolare di centro-destra) per facilitare la transizione di cui ho continuamente parlato in questo scritto. Per il momento, tutto l’insieme è talmente caotico che finisco qui, lasciando molto in sospeso; ma lo è assai probabilmente negli intendimenti degli stessi sconclusionati “programmatori dello sfascio” italiano. Nemmeno gli ambienti Usa della nuova strategia, se ben capisco, sono molto precisi e con le idee perfettamente chiare in merito ai processi che hanno innescato. Ho lanciato qui delle ipotesi, va da sé. Non posso essere sicuro al 100% di quanto non è forse nemmeno del tutto ben delineato nella testolina di chi sta mettendo a soqquadro mezzo mondo. Bisogna seguire, giorno dopo giorno.

 

Le virtù dello straniero

I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo. Forze che, implicitamente, hanno confessato, in tal modo, la loro subalternità ai centri dominanti e la loro impotenza maramaldesca a gestire con un minimo di dignità le questioni e l’interesse nazionali; quegli stessi difetti, latenti in alcune fasi, che l’ultimo Berlusconi e Tremonti hanno manifestato con l’ultima manovra economica e con la vicenda libica.

Il buon senso è, però, perfettamente complementare, il più delle volte, al conformismo benpensante e la posizione di Alesina non pare essere una variante distante da questa constatazione statistica.

Fa esattamente il paio alle esortazioni, penose e reverenziali di Giuliano Amato e di alcuni “big” del PD verso la Germania, a comportarsi in maniera meno egoista.

L’autore fonda il suo giudizio su due assunti riguardanti il patto europeo: “una valuta comune ha costi e benefici per tutti” il primo, l’Europa come arena in cui giocano singolarmente i vari protagonisti e come istituzione autonoma con responsabilità di “governance” e controllo il secondo.

Il primo assunto, posto in questa maniera, nasconde la realtà delle cose, i rapporti di forza iniziali e che da quelli si sono determinati, con inesorabile coerenza, in Europa in quest’ultimo quindicennio.

I primi anni ’90 hanno conosciuto enormi trasferimenti di ricchezza e patrimonio produttivo da alcuni paesi europei più fragili, in primis l’Italia, ad altri; l’ingresso dell’euro, quindi la rinuncia alla sovranità monetaria dei singoli paesi, è avvenuto in un contesto iniziale di forte squilibrio tra paesi il quale si è accentuato paurosamente nel decennio successivo. Una moneta ipervalutata rispetto a quelle originarie ha permesso ai paesi indebitati di mantenere e incrementare il proprio debito con bassi tassi di interessi, mettendo però in difficoltà i settori produttivi che in qualche maniera sostenevano questo debito; lo stesso euro svalutato rispetto alle altre monete originarie ha consentito, specie alla Germania, di sviluppare ulteriormente le attività produttive, di crearsi una cintura di paesi subordinati ad est e di sviluppare una forza finanziaria tale da contribuire attivamente all’ulteriore indebitamento di quegli stati già compromessi. Tre quarti del surplus commerciale e finanziario della Germania è infatti estratto da altri paesi della Comunità Europea, piuttosto che, come si favoleggia, dalla Cina, dagli USA e da altri paesi esterni. Un tale risultato sarebbe stato impossibile da raggiungere se gli altri stati europei avessero optato per scelte analoghe.

Su un aspetto Alesina ha, però, ragione: sulla responsabilità dei singoli governi dei paesi più fragili nelle scelte effettuate. Non si tratta, però, di irresponsabilità; si tratta, invece, di indisponibilità a rappresentare gli interessi nazionali e di accettazione supina di condizioni capestro tese al mantenimento di ceti parassitari o, comunque, subordinati di quei paesi ai gruppi dominanti e alle singole fazioni di essi. Non è solo la politica monetaria a determinare queste scelte; la politica estera, la gestione della spesa pubblica, il ruolo delle grandi imprese, il controllo degli apparati di stato, la stessa affiliazione ad uno o l’altro dei gruppi di comando nei paesi dominanti giocano un ruolo essenziale. Il controllo della sovranità monetaria è semplicemente un’arma in più; ma tutto sta a come usarla e per quali fini.

È sufficiente analizzarne l’uso in Italia nell’ultimo trentennio del secolo scorso per comprenderne l’ambivalenza.

L’altro assunto vede l’Europa come un mercato dove primeggia il più virtuoso dal punto di vista economico.

Ormai, noi del blog, sappiamo che la componente dei costi e del prodotto, quella strettamente economica, è solo uno dei fattori che determina il successo in un mercato. Ma non basta; è lo stesso mercato che è regolato e subordinato alle espressioni di potere, quindi alle strategie e ai conflitti tra gruppi dominanti, la diversità di obbiettivi dei quali genera alleanze e contrapposizioni, comprese quelle negli apparati economici strategici, tutt’altro che asserviti alle sole logiche dei vantaggi comparati e delle valutazioni del minimax puramente matematico.

Ma questa Europa ridotta a un mercato e alla difesa dei consumatori, così come celebrata nelle agiografie e nei trattati e espressa soprattutto da una istituzione, la Commissione Europea, priva di capacità coercitiva autonoma, sia nella imposizione fiscale di una certa rilevanza, che nell’esercizio di potere politico-statuale interno, compreso persino quello dei controlli, che nell’esercizio della politica estera è pressoché una terra di nessuno; in essa scorrazzano gruppi di interesse lobbistici, il vero punto di forza e di alimento della Commissione, assieme alla sua relativa autonomia legata alla gestione della pletora dei ventisette stati aderenti; quella stessa autonomia che si risolve sovente, per la crescente difficoltà di gestione da parte dei paesi più grandi, grazie al sostegno dei paesi minori, in prese di posizione ancora più oltranziste filoamericane. All’interno di essa i punti di equilibrio precari perché, tra l’altro, gestiti dalla burocrazia della Commissione, vengono raggiunti dal Consiglio Europeo dei Capi di Governo e in maniera più pragmatica nei “rapporti di cooperazione rafforzata” tra gruppi di paesi nella Comunità Europea. Così Germania e Francia cooperano per determinare le politiche di bilancio e finanziarie, Francia e Gran Bretagna quelle militari e coloniali, Germania e Italia, almeno sino a pochi mesi fa, quelle energetiche, queste ultime non perfettamente allineate agli interessi americani.

In realtà, nell’esposizione di Alesina, mancano, più o meno consapevolmente, le eminenze grigie, il convitato di pietra in grado di garantire, in qualche maniera, l’equilibrio tra i cooperanti rafforzati e tra i livelli istituzionali nonché una qualche sintesi politica: eminenze, gruppi dominanti dal cappello a stelle e strisce. La stessa assenza di reali istituzioni statuali europee rende il loro operato alquanto mimetizzato ed articolato.

Cionondimeno il loro ruolo, spesso in conflitto, appare evidente ad una visione più attenta.

L’incremento del debito pubblico, esploso poi con il prosieguo della crisi finanziaria del 2007, è stato apertamente incoraggiato dalle banche d’affari americane, finanziato dalle banche europee, minato nella credibilità dalle agenzie di rating americane in base a considerazioni opportunistiche. L’unico scopo delle politiche di rientro e salvataggio è quello di ripagare le banche europee più esposte, specie quelle tedesche, francesi e inglesi senza pervenire a un sia pur minimo controllo della circolazione dei capitali, specie quelli a breve termine, cosa che hanno fatto diversi paesi nel mondo.

Alla crisi dei derivati si cerca di rispondere obbligando le banche ad aumentare le riserve rispetto all’esposizione creditizia, senza costringerle a rivelare la loro esposizione in prodotti speculativi difficilmente esigibili. Si colpiscono così, paradossalmente, quelle economie, come la italiana, dipendenti più dal credito bancario che dal mercato azionario e, quindi, meno esposte alle fibrillazioni borsistiche.

Ancora più paradossale appare la politica estera con la vicenda della guerra libica e con la farsa della nomina ad Alto Rappresentante dell’Unione della candidata anglosassone, cioè del paese che funge da infiltrato e da dissuasore efficace di politiche comunitarie e di singoli paesi europei appena più autonome dai disegni americani.

L’elenco sarebbe infinito e spazierebbe dalla gestione dei dati personali dei cittadini europei, alle aperture unilaterali del mercato europeo ai paesi asiatici più fedeli agli USA, alle politiche liberiste senza logica se non quella dello smantellamento dei patrimoni industriali.

Quello che appare evidente è l’esistenza di gruppi con la testa nel paese dominante e le articolazioni che attraversano trasversalmente i paesi europei. La Germania è perfettamente inserita in questa logica in una posizione gerarchica di rilievo, con una propria area di influenza, ma comunque subordinata e acquiescente verso la componente obamiana. Le contraddizioni non mancano, ma sono latenti e silenziose almeno sino a quando non riprenderanno forza, in altri paesi strategici, forze alternative.

Altro che confronto di virtù. Si tratta soprattutto di lotta di dominio, politica e strategica innanzitutto, dove la affermazione di una Europa autonoma dipende dalla volontà di indipendenza dei suoi stati principali, cioè Italia, Francia e Germania e dal prevalere, in esse, di forze nazionali disposte ad allearsi, ancora lungi da organizzarsi.

Quanto la politica determini il futuro stesso dell’economia, lo si vede, ad esempio, dall’impatto negativo che hanno subito le grandi aziende strategiche italiane (ENI, ENEL, Finmeccanica) con la recente restaurazione in politica estera.

In realtà, il vero bersaglio dei conformisti benpensanti non sono le forze poco virtuose, ma le aspirazioni di autonomia e indipendenza nazionale che cominciano a far capolino qua e là in Europa entro cui potranno trovare spazio anche le aspirazioni dei ceti più popolari, in un ruolo dinamico piuttosto che in una difesa corporativa e parassitaria.

Lo dice più apertamente il PD, tacciandole di nazionalismo retrivo e riproponendo la solfa della governance mondiale ed europea sovranazionale o, addirittura, post-nazionale; tutti prefissi a noi malinconicamente noti già a fine secolo, i quali nascondevano il vuoto ideologico e di analisi. Lo sostengono con maggiore ambiguità, Alesina è uno di questi, le componenti cosiddette moderate. Una utopia trita e ritrita che si risolve sempre più, nel suo carattere velleitario, nel sostegno reazionario e acritico alle politiche dei dominanti, soprattutto ad una di quelle fazioni. Pensare ad istituzioni, presumibilmente con capacità coercitive, a volte anche prive di quelle, senza identità non significa risolvere il problema del carattere nazionale. Significa porre le condizioni di un annichilimento o della riedizione in forme nuove di nazionalismi sciovinisti.

La questione sarà sempre più al centro del dibattito in Europa; il nostro compito sarà quello di renderlo esplicito, tanto più che il fronte dei globalisti, quelli seri, i più legati all’establishment, mostra le prime crepe e sta cercando di correre ai ripari nella stessa battaglia teorica.

 

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=11SVWH

LE “COLONNE” INFAMI

Si pensava all’Italia e al suo ceto politico sempre più miserabile, nella sua gran parte, come al paese più propenso, in Europa, a inneggiare alla vittoria e al tripudio nazionale per scelte, come la guerra alla Libia e la nomina di Mario Draghi alla BCE, di pura svendita e degrado del proprio interesse; la tipica euforia dei “cornuti e mazziati”.

La farsa, però, non è una esclusiva nazionale.

Guardate il curriculum di Christine Lagarde, neodirettrice del FMI, sponsorizzata da Sarkozy e Partito Socialista Francese:

ñ   stagista presso William Cohen, deputato statunitense e Segretario alla Difesa durante la presidenza Clinton;

ñ   lavora presso lo studio legale Baker & McKenzie di Chicago sino a diventarne Presidente del Consiglio di Amministrazione; lo studio legale è presente in tutto il mondo, con circa quattromila collaboratori, a difesa degli interessi delle più grandi aziende e istituzioni americane; è, forse, la più grossa associazione lobbistica di interessi americani. La Lagarde, tra l’altro, ha più volte difeso gli interessi di aziende strategiche americane (Boeing, Lockeed) contro quelle di aziende francesi ed europee (Airbus);

ñ   consigliere di sorveglianza di Ing Groep, una delle principali società finanziarie nel mondo, olandese come sede giuridica, con forti legami americani;

ñ   copresidente, assieme a Z. Brzezinski, del CSIS (Centro Studi Strategici Internazionali)

ñ   a capo di numerose commissioni euro-statunitensi ha promosso, tra l’altro, l’asservimento dei paesi dell’ Est-Europa, soprattutto Polonia, direttamente agli Stati Uniti. È stata una delle artefici indispensabili dell’acquisto da parte della Polonia, con i finanziamenti europei all’agricoltura, dei caccia F-16 americani, nonché della sua adesione alla guerra all’Iraq;

ñ   protagonista, in Francia, dello scandalo Tapie e del suo arricchimento a spese dei contribuenti francesi

Da ciò, ma anche da altri elementi di ben altro spessore politico, due conclusioni provvisorie:

ñ   l’Europa dispone di un ceto politico e, soprattutto, tecnocratico-strategico nella maggior parte asservito agli interessi americani nel modo più servile

ñ   la vicenda di DSK (Strauss-Khan) assume un preciso significato politico legato ai suoi timidi tentativi di riconoscere, nel FMI, un minimo ruolo ai paesi emergenti  e alla necessità di ripristinare un controllo ferreo nella Direzione.

Al cospetto di Lagarde, Draghi suscita quasi comprensione; dopotutto la svendita delle aziende italiane non riuscì al 100%, come quella delle sue finanze.

Resta il fatto, prioritario, della necessità di liberarsi di questo ceto politico e soprattutto di questa costruzione europea; un altro dei punti su cui il blog dovrà lavorare.

Lego malvolentieri l’analisi politica alla storia di singole figure; questa volta la persona mi pare proprio emblematica di una realtà decadente, pur avendo l’Europa la potenzialità economica per emanciparsi.

 A presto uno scritto più corposo.

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