LA VOGLIAMO FINIRE CON GLI INDUGI? (di GLG 20 luglio ’11)

 

 

E’ da quasi vent’anni che ci raccontano balle a non finire; non nel senso che tutto quanto viene detto è pura menzogna, ma si deviano gli obiettivi, si cerca di nascondere quali sono quelli reali. Nel ’92, gli Usa (quelli di Clinton) attaccarono in pieno il regime Dc-Psi in Italia, coadiuvati dalla Confindustria agnelliana, i “poteri forti” sempre in auge, quelli che – tenendo conto che dalla prima rivoluzione industriale siamo passati alla terza ed è trascorso un secolo e mezzo – corrispondono ai cotonieri del sud degli Usa, il cui “seppellimento” (in senso spesso letterale) è stato il vero atto di nascita della potenza Usa. Noi non abbiamo la pretesa di divenire quello che sono diventati gli “oltreatlantici”, ma un bel “seppellimento” di tali “poteri forti” – con i loro corifei pseudo-politici – sarebbe l’autentico toccasana per questo paese.

Invece no, si fanno manovre antipopolari (anti-ceto medio e medio-basso soprattutto). Ci si racconta della speculazione dei cattivi finanzieri, ci si scatena contro la Casta. Quest’ultima va aggredita non tanto nei suoi privilegi, ma nei settori che più sono manutengoli dei poteri forti e degli Usa (quelli di Obama, eredi di quelli di Clinton). Anche vent’anni fa ci si disse (sia chiaro, era in parte vero, non voglio difenderli) che i politici erano tutti ladroni. Si salvarono però i rinnegati, quelli che avevano già negli anni ’70 (anche attraverso opportuni “viaggi”) tradito il loro “campo d’origine”, ma che poterono manifestare apertamente il loro voltafaccia solo al crollo del socialismo e dell’Urss, in casuale ma opportuna coincidenza con l’ascesa degli ambienti statunitensi rappresentati da Clinton.

I rinnegati erano ladroni come gli altri, ma una magistratura addomesticata li salvò (qualche ingenuo, che credé di poterli perseguire, ricevette l’opportuna “lezione”). La magistratura era però strumento d’oltreoceano e dei “poteri forti”, i nostri “cotonieri” che non ricevono mai la lezione definitiva impartita ai “confederati” nel 1861-65. Nei primi anni ’90, il crollo repentino del campo socialista implicò la fretta del “colpo di Stato” mascherato da giustizia e l’altrettanto frettoloso passaggio di campo dei rinnegati (che l’avevano compiuto già da anni, ma si erano tenuti nascosti come fanno tutti i furfanti di bassa tacca). Si presentò questo “naso di Cleopatra”, cioè questo “accidente storico” che fu Berlusconi, e il piano originario fallì. Allora apriti cielo! Vent’anni di inganni e prese in giro. Ogni secondo momento vi era l’ascesa del “fascismo” (berlusconiano), dall’altra parte agivano ancora “comunisti” e “toghe rosse”.

Un rimbecillimento totale, che oggi si ripete con l’attacco alla Casta, fonte di tutti i mali. Nessuna difesa di quest’ultima. Sarei felice se venisse un gruppo politico capace di spazzarla via e di portare i “bivacchi” in Parlamento; non è però questo il reale obiettivo finale. Bisogna spazzare via i nostri cotonieri, bisogna tagliare le unghie ai burattini degli Usa di Obama che, eredi di quelli di Clinton, vogliono ora concludere l’operazione non riuscita allora. Difficile sapere i mezzi adottati per appiattire completamente il nostro premier attuale (non credo per molto tempo ancora), che è ormai ridotto a dire: “non volevo fare questo o quello”, “l’avevo detto che ci si imbarcava male” e cose consimili. Ormai non conta nulla; è tenuto in piedi dalla Casta (in cima alla quale c’è chi non si può nemmeno nominare a dimostrazione di quale democrazia esista oggi in Italia) perché così vuole il “bell’abbronzato”, tenuto conto che non c’è alcun repentino crollo di un (ormai inesistente) polo avverso; di conseguenza, nessuna fretta di approfittare della situazione. Si può procedere con calma, con qualche mese di tempo (o forse qualche settimana o forse molti mesi). Impossibile fare previsioni esatte; l’importante è stavolta preparare bene il “poppolo” a prenderla in c…. senza che arrivino altri “accidenti storici” e si becchino i voti dei “moderati”.

Tanti sono i conniventi: alcuni consapevoli in quanto autentici sicari degli Usa di Obama e dei nostri finanzieri e industriali del piffero, parassiti che bisognerebbe disinfestare come il nord fece con i cotonieri del sud negli Usa ottocenteschi; altri invece sciocchi nel loro opportunismo, tipo i leghisti, pronti a reimboccare la strada giustizialista di vent’anni fa, che non porterà loro nulla di buono. Solo qualche loro personaggio, fattosi fama alla guisa di Erostrato, passerà alla fine con i vincitori (sapete già i nomi di alcuni di questi bei tomi, no?). Perché un altro degli inganni, utili a fregare questo “poppolo” di rincoglioniti, è quello del dissidio nord-sud. Adesso si è trovato il pomo della discordia nella “monnezza”, ma si rinfocolerà sempre l’astio; i “nordici” stufi di certi indubbi comportamenti odiosi dei meridionali, questi ultimi che, altrettanto giustificatamente, avversano gli atteggiamenti di superiorità dei primi. Alla fine, chi metterà tutti d’accordo sarà l’Inno di Mameli, la ritrovata (nella retorica degli affossatori del paese) Unità d’Italia, la Costituzione, che ormai hanno fatto diventare odiosa perché chi la difende è odioso, è ipocrita, ci sta svendendo agli Usa di Obama (e ai “cotonieri” italiani).

Occorre uno sforzo per ripercorrere gli ultimi vent’anni, cercando di riportare alla luce l’attività dei rinnegati e liquidatori del paese, quelli che dovrebbero essere processati per alto tradimento. Occorre riandare agli anni cruciali del dopoguerra, soprattutto al decennio ’70 (perché qui si annida il “serpe” che continua ad avvelenarci). Purtroppo hanno celato tutto dietro spesse cortine fumogene. Cominciamo a lanciare altre ipotesi rispetto a quelle della schiera dei traditori, che in quegli anni prepararono le svolte da cui si è originata l’infezione degli ultimi vent’anni e l’attuale cancrena; azione favorita da un laido ceto intellettuale di “estrema sinistra”, fonte della purulenza che ci avvolge e che trasuda dalla stampa, dall’editoria, dai mass media.  Lanciamo sempre il nostro appello favorito : vogliamo infine il Grande Chirurgo, che operi e amputi il paese di tutto il marciume politico e intellettuale. Noi siamo però “piccini”. Cominciamo quindi dal poco, dal mettere ordine in certi eventi.

Smettiamola, se possibile, con questa diffidenza che sta bloccando utili rapporti. Abbiamo provenienze (politiche, ideologiche, ecc.) diverse, ma non sono pochi quelli che avvertono il malanno che ci ha colpiti. E poi, detto esplicitamente: perfino tra coloro, che in fondo si sentono ancora vicini agli Usa, ci sono individui per nulla d’accordo con i farabutti, nostri seviziatori. Abbiamo per troppo tempo agito in modo un po’ manicheo, con mentalità da computer, o sì o no; non è così, siamo entrati in un’epoca di grandi sfumature e di colori cangianti a seconda del tempo “meteorologico” e dell’angolo di incidenza della luce.

PROPOSTE ECONOMICHE PER PROMUOVERE IL DECLINO DELL’ITALIA

Sul Corriere della Sera di oggi (17.07.2011) Ernesto Galli Della Loggia ammette, bontà sua, che l’Italia è un paese in declino ma scrive anche:

<<Non c’entrano (o sono solo sullo sfondo) le nostre pur difficili condizioni economiche, il debito pubblico stratosferico, la “manovra”. C’entrano piuttosto […]il senso d’inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura, le disfunzioni di quasi ogni nostra istituzione; e ancor più c’entra l’incapacità di chi dirige la cosa pubblica d’ immaginare qualche rimedio, di dare l’impressione (almeno l’impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto ….>>.

Certo quanto dice il professore appare sostanzialmente condivisibile ma il problema fondamentale rimane quello di riuscire a mettere in moto delle forze sociali e delle risorse “produttive” (in senso lato) che siano in grado di far fronte all’attuale stato di eccezione, mondiale, europeo, ma nell’ottica specifica che qui ci interessa del sistema-paese Italia. Della Loggia critica in particolare l’attuale governo i cui esponenti

<<non sanno mai dire una parola, mai compiere un gesto, mai trovare un’occasione simbolica che trasmetta un messaggio di serietà e coerenza, di preoccupazione per l’interesse collettivo, magari anche contro il proprio; un gesto che sia testimonianza di sollecitudine per l’identità della nazione e il suo futuro>>.

In una comunità statale, ovviamente, non esiste un “interesse collettivo” o un “bene comune” in cui si possano identificare tutti i gruppi sociali ma una classe politica (e anche economica) dirigente deve essere in grado di far pensare – soprattutto agli strati medi e subordinati – che la prospettiva per la quale si chiedono sacrifici, i quali devono “apparire” come coinvolgenti l’intero corpo sociale, è effettivamente perseguibile. Bisogna saper creare un minimo di fiducia, far balenare l’idea che alla fine di un tunnel lungo e pericoloso vi possa veramente essere l’uscita dalla situazione critica e una progressiva rinascita della vitalità del paese. Ed è necessario, in particolare, mettere in evidenza alcuni punti cruciali della struttura del nostro paese che devono veramente venire modificati; all’inizio ci si dovrà concentrare su due o tre progetti ma si dovrà convincere la maggioranza degli italiani che non si può più scherzare e che bisognerà andare fino in fondo nel cambiamento. Della Loggia , nel suo articolo, ricorda poi l’atteggiamento “miserabile” del ceto politico quando blocca qualsiasi prospettiva di riforma degli ordini professionali e quando rinvia sine die quei tagli ai propri privilegi ed emolumenti che materialmente, ma soprattutto simbolicamente, avrebbero dato un segnale positivo ai lavoratori dipendenti e autonomi e ai ceti medi produttivi. Esso avrebbe in qualche maniera rimesso in questione il livello di legittimità dell’intera classe politica che ci governa; livello che è ormai vicino a zero e che potrebbe implicare una implosione caotica delle nostre principali istituzioni per la loro mancanza di credibilità . La nostra presunta democrazia – “formale” per quanto riguarda il suo statuto giuridico – risulta sempre più, informalmente, una vera e propria “democrazia commissaria” in cui i commissari stazionano oltre Atlantico con i loro delegati che bazzicano a Roma e dintorni (superfluo fare i nomi, comunque uno di essi ha ormai traslocato a Francoforte).

Per quanto riguarda le problematiche più strettamente economiche sul Sole 24 ore di ieri (16.07.2011) è apparso una sorta di “manifesto” – ad opera, presumo, degli economisti che collaborano al medesimo quotidiano – che riassume le cose da fare nel breve e medio periodo. Da notare che lo stesso presdellarep si è affrettato a congratularsi con il direttore del Sole per il suo impegno “sociale” in questa fase gravosa. La premessa del breve “manifesto”, intitolato “Nove impegni per la crescita”, appare piuttosto scontata:

<<L’ultima asta dei Buoni del Tesoro poliennali (BTp) a 15 anni è stata sottoscritta a un tasso (5,9%) che è ai massimi dalla nascita dell’euro. Un segnale inequivoco. L’economia italiana deve assolutamente evitare il rischio dell’avvitamento della crisi con l’aumento dei tassi di interesse per finanziare i titoli del debito pubblico. Rigore e crescita sono un binomio inscindibile per impedire che l’Italia finisca in questo circolo vizioso. La manovra approvata ieri definitivamente va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica>>.

I nove punti si possono così sintetizzare:

1 – Riduzione della tassazione sul lavoro che porti a un alleggerimento dell’Irap attraverso una rimodulazione dell’Iva.

2 –L’innalzamento dell’età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l’ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020. Ciò permetterebbe di pagare pensioni più elevate e di ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati.

3 – L’Europa adotti eurobond (titoli di debito europeo) per sostenere i Paesi in difficoltà, evitando l’innalzamento nell’area euro dei tassi e garantendo la possibilità per tutti i Paesi membri di finanziarsi a costi accettabili.

4 – Scossa forte sulle privatizzazioni a cominciare dalla Rai e dalle aziende di public utility oggi possedute da enti locali o da loro controllate. Al di là dei vantaggi diretti sul debito e quindi del risparmio sulla spesa per interessi, si ridurrebbe drasticamente l’intervento diretto della politica (e delle sue logiche spartitorie e di arricchimento) nella produzione di beni e servizi.

5 – Un piano di liberalizzazione di licenze e orari per tutte le attività del commercio, servizi, farmacie, para-farmacie e reti distributive. Liberalizzazione delle professioni.

6 – Definire un patto di stabilità interno effettivamente non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria.

7 – Aumento delle rette universitarie. Non c’è motivo per cui chi può permetterselo non debba pagare in modo adeguato l’investimento formativo dei figli. Gli studenti meritevoli e non abbienti vanno invece sostenuti con un sistema generoso e mirato di borse di studio e/o di prestiti (come in numerose esperienze straniere).

8 – Trasparenza della pubblica amministrazione:una forte iniziativa con l’adozione di una legge per la libertà d’informazione (“Freedom of Information Act”, secondo le migliori esperienze straniere). Questo consentirebbe di monitorare l’operato dei funzionari pubblici e li renderebbe più responsabili di inutili ritardi, evitando il rimpallo delle pratiche tra un ufficio e l’altro.

9 – Riduzione dei costi della politica: adeguamento immediato delle indennità dei parlamentari e del numero degli eletti alla media europea, abolizione delle Province e accorpamento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle rappresentanze dei consigli regionali, comunali e circoscrizionali e riduzione dei componenti dei Cda di tutte le società controllate dagli enti locali.

Alcuni punti sono fortemente discutibili, il punto n. 9 appare sostanzialmente condivisibile, mentre naturalmente la nostra posizione rispetto al punto n. 4 è di totale contrapposizione. Esso è in qualche maniera il punto di rilevanza strategica e come ricordato da Red nel suo ultimo intervento su questo blog <<la privatizzazione delle reti strategiche, la derubricazione dei campioni nazionali a componenti aziendali degli interessi euro-atlantici e la “normalizzazione” delle Fondazioni bancarie alla loro specifica funzione di enti no-profit, con l’abbandono definitivo di qualsiasi velleità di sviluppo autonomo nazionale >> significherebbe il trionfo, forse definitivo, della GFeID e dei ceti parassitari italiani con la conclusione del processo di sottomissione agli Usa da concretizzarsi infine con la totale subordinazione anche alle loro “guardie armate” europee (Regno Unito e Francia in primis).

RETI, SVILUPPO ECONOMICO, BLOCCHI SOCIALI IN ITALIA

Si rifanno vive le privatizzazioni nel dibattito politico italiano. Nei dieci punti della cura da cavallo prospettata da Zingales e Perotti sul Sole 24 ore [http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-09/pareggio-bilancio-coraggio-agire-081032.shtml?uuid=AaodlSmD&fromSearch] sono valutate 170 miliardi di euro, cui aggiungere 50 miliardi dalla cessione del patrimonio delle Fondazioni bancarie definite dagli autori nientemeno che “la manomorta dei nostri tempi”. Nella manovra approvata dal Parlamento in realtà non se ne parla, ma ciò significa solo che la questione è troppo importante per lasciarla alla decisione del Capo dello Stato e di Tremonti, oggi i veri capi dell’esecutivo “italiano”, cioè il governo reale del 52.o stato d’America. Mentre è relativamente facile sfilare un  migliaio di euro dalle tasche degli italiani per mantenere flussi crescenti di spesa pubblica che fanno comodo trasversalmente a tutta la classe politica, che ormai esplicitamente si dichiara del tutto non-responsabile, rispetto alle decisioni prese dalla “comunità internazionale”, un po’ più difficile è mettersi d’accordo su come liquidare il patrimonio aziendale strategico. L’ipotesi che facciamo in questo articolo è che ciò che residua della Tangentopoli 1 degli anni novanta e che dovrebbe essere svolto dalla Tangentopoli 2 di domani, mette in discussione assetti di potere, non limitati alle aziende oggetto della privatizzazione, ma anche altri, essenziali assetti dentro la finanza e la politica italiana e per questa ragione dovrà per forza di cosa anche delineare un blocco sociale di stabilizzazione della lunga transizione italiana verso la servitù completa agli USA[3]. Per fare questo evidentemente occorre qualcosa di più complesso che non una nuova convocazione sul Britannia.

Il mazzo di carte con cui giocare è stato già distribuito, con le operazioni della magistratura prima contro Berlusconi (a torto o a ragione, per noi oggettivamente a ragione, visto come il rappresentante degli interessi strategici delle aziende pubbliche) e la sua “azzardata” politica estera, poi contro Finmeccanica ed infine contro ENI (IRAQ, Tempa Rossa). Anche i referendum sulle municipalizzate, vinte dai “comunisti”, hanno in realtà ottenuto l’effetto voluto dal piano B dei protagonisti filo-atlantici: una nobile gara a contraddirne il risultato in nome della salvezza nazionale. Lo slogan da ammannire ai cittadini ed agli amministratori locali timidi è già pronto: “gestire in comune sarebbe bello ma non possiamo permettercelo”.

Il tavolo da gioco è invece stato preparato a puntino dai proprietari della sala, gli stessi che hanno giocato da protagonisti l’aggressione alla Libia, come illustrato in numerosi interventi su questo blog. La recente dichiarazione del governo libico sulla rottura di qualsiasi rapporto futuro con l’ENI, non fa che prendere atto delle disposizioni stabilite dalla sua reale controparte, nel tentativo di trattare il cessate il fuoco e poi il destino della, o delle, nuove nazioni da costituire in quell’area. Debolissima mi sembra la reazione di Francesco Forte sul Giornale [http://www.ilgiornale.it/esteri/i_frutti_guerra_rais_caccia_leni/15-07-2011/articolo-id=534997-page=0-comments=1] che nel tentativo di minimizzare l’effetto dirompente della dichiarazione libica, la attribuisce ad un governo non più legittimato, affidandosi così mani e piedi alle decisioni dei “ribelli” di recente  riconosciuti da Frattini, sappiamo bene in ossequio a chi ed a che cosa. Se a questo sommiamo gli interessanti scampoli del dibattito al Parlamento francese pubblicati dal sito Aurora, in relazione all’approvazione del prolungamento della missione militare (dove alcuni deputati hanno esplicitamente dato mandato al governo di ottenere condizioni di miglior favore per le aziende francesi nella ricostruzione del paese), si delinea nettamente un contesto internazionale di assoluta limitazione della sfera d’influenza economica (il perimetro strategico a livello aziendale) per i due campioni italiani summenzionati e, di conseguenza, per tutti i settori industriali nazionali. Stiamo parlando dell’approvvigionamento energetico per il sistema industriale italiano, della produzione impiantistica, della produzione militare (capacità-possibilità di condurre guerre e di difendere la nazione), della produzione di sistemi di tele e radio-comunicazione e di infrastrutture di trasporto, della capacità-possibilità di creare innovazione e di trasmetterla agli altri settori produttivi e di venderla nel mercato globale.

Senza possibilità di proiezione autonoma internazionale, se non subordinata e complementare agli interessi dei dominanti negli USA, le reti nazionali, energetiche e non, cambiano di valore. Per spiegarci meglio prendiamo il caso del destino del gasdotto ENI Greenstream dalla Libia alla Sicilia nel dopoguerra, citato nell’articolo di F. Forte. E’ evidente che, sia nel caso di gestione ENI (caso probabile) sia nel caso di gestione diversa (caso meno probabile) esso avrà importanza nella misura in cui è collegato alla rete europea, trasformando l’Italia in un “hub” (uno snodo) tutto interno all’Europa ed asservito a strategie euro-atlantiche (opposte a quelle euro-asiatiche). La rete di distribuzione italiana non sarebbe più la destinazione finale, con qualche appendice utile alla ri-esportazione, ma all’opposto sarebbe un’appendice subordinata allo scopo principale dell’importazione da parte di altri paesi europei. Insomma l’Italia come un’Ucraina del mediterraneo. Si capiscono bene le perplessità della Gazprom rispetto alla residua affidabilità della partnership con l’ENI ridimensionata (Southstream) e di converso i segnali che il Presidente russo (ma-non-troppo) manda ai veri decisori per garantirsi una parte nella “commedia” del dopoguerra libico (in tutta evidenza da giocarsi però su un altro tavolo da gioco).

Se le reti nazionali (l’esempio del Greenstream potrebbe essere esteso a tutte le reti: telefoniche, ferroviarie, autostradali, ecc.) devono diventare segmenti di reti disegnate per altri scopi, anche la loro gestione cambia di prospettiva.

Al momento queste reti sono gestite dalle stesse aziende proprietarie, tramite un ramo d’azienda dedicato in ossequio alle direttive comunitarie sulla garanzia della concorrenza. Un passo ulteriore, delineato da Tremonti nel passato, riproposto su basi un po’ diverse da Geronzi, prima del suo siluramento e del riemergere dei suoi guai giudiziari,  e riproposto dalle Fondazioni bancarie oggi, ne propone il passaggio alla CdP (Cassa Depositi e Prestiti). Ricordiamo che un primo passo in questa direzione è stato già fatto con la cessione di una parte dei gasdotti europei dell’ENI, sempre in ossequio ai desiderata euro-atlantici. In effetti ciò avrebbe senso, ne discutemmo anche su questo blog, nella misura in cui la CdP Spa (70% del Tesoro e 30% delle Fondazioni bancarie, formalmente onlus private) ha come missione aziendale, fra l’altro, “le opere, gli impianti, le reti e le dotazioni destinate alla fornitura di servizi pubblici, a condizioni di mercato, operando insieme ad altre istituzioni finanziarie istituzionali”[1]. Non a torto questa mossa viene vista come un’intrusione della politica nell’economia e quindi criticata dai “neo-liberisti” di destra e di sinistra. Con l’appoggio di tutta, ma proprio tutta, la stampa e l’intellettualità di complemento (in testa come abbiamo visto il Sole 24Ore della Confindustria). Senza minimamente individuare/porsi il problema di quale soggetto politico eventualmente potrebbe/dovrebbe porsi tale obiettivo, con quali idee-guide sul ruolo italiano sulla scacchiere internazionale, con quale ideologia di supporto, con quali alleanze sociali, con quali risorse economiche e finanziarie, e quindi porsi il compito di iniziare a costruire tutto ciò.

Da notare poi che la proposta di inserire la CdP tra le privatizzazioni è particolarmente significativa per la connessione che la CdP ha istituzionalmente con il risparmio postale e con i fondi dei fondi tipo F2I e Fondazione del Sud. Insieme all’esproprio dei patrimoni delle Fondazioni sarebbe una mossa da KO per le prospettive di sviluppo economico autonomo nazionale.

Perché le Fondazioni bancarie sarebbero la “manomorta dei tempi moderni”? L’intreccio ancora esistente fra Fondazioni e banche funziona da drappo rosso per evocare il rischio delle “nomine di stampo politico”, del “management asservito ai partiti” e via cantando. Senza minimamente riflettere sul significato e sulla valenza delle numerose leggi che oggi impediscono per lo meno la degenerazione di un tale intreccio (legge Amato, legge Ciampi, legge Tremonti, sentenza CC No.300 e 301). E soprattutto senza rilevare che nella stretta finanziaria in corso, sono le Fondazioni ad aver permesso la discreta tenuta delle banche italiane permettendo le necessarie ricapitalizzazioni, senza interferire più che tanto sulla loro gestione.

Insomma solo una discussione ad un altro livello e con altri protagonisti, politici e non economisti,  farebbe la differenza fra un esito “progressivo” del proposto passaggio ed un esito “parassitario”.

Veniamo al cotèe sociale. Se le reti nazionali rimanessero dentro una strategia di sviluppo nazionale, ovviamente con i suoi corollari internazionali, nessuno qui propone l’autarchia, allora avrebbe spazio una politica sociale che potrebbe tentare di portare a sintesi il dualismo sociale storicamente esistente in Italia dal dopoguerra, e messo in luce da GLG [2]  fra “avanguardie” operaie (ex-contadini del Sud) e “ceti medi produttivi-artigiani” (ex-contadini del Nord). Dentro una strategia di sviluppo nazionale, imperniata sui campioni nazionali, con solidi appoggi in alcune nazioni europee ed asiatiche per uno scambio fra materie prime (da importare in Italia) e tecnologie, impianti, macchine per la produzione, beni, da esportare in mercati crescenti.

Al contrario lo smembramento delle reti fra pezzi di interesse trans-nazionale e pezzi dedicati alla dimensione nazionale, ma a questo punto anche regionale (le reti interne alla nazione diventerebbero facilmente di “interesse concorrente” fra Regioni e Stato), indurrebbe la promozione di ceti medi parassitari, non interessati allo sviluppo di potenza, ma alla tranquilla gestione economica complementare ad altri interessi internazionali, da cui dipenderebbero per la produzione del reddito di cui vivere. Insomma la moltiplicazione delle multi-utilities, delle tariffe assistite, delle agevolazioni, dei finanziamenti a pioggia per sostenere “imprese” insostenibili (come quelle che inceneriscono i rifiuti o vendono energia solare), delle lobbies a contorno di tutto questo apparato “industriale”, delle continue emergenze artificialmente indotte per farci pagare il costo relativo. “Questo sostanziale fallimento delle classi decisive nel sistema produttivo [lascerebbe] spazio alle bande grande-capitalistiche del tipo più parassitario, di carattere vetero-industriale e finanziario (iugulatorio, vessatorio)” [2]. Gli junker prussiani ed i cotonieri americani come ci ricorda sempre GLG.

E’ bene notare che questa seconda strada è un bel pezzo avanti, i suoi promotori hanno piazzato pedine affidabili nelle posizioni chiave (Draghi, Tremonti, Marchionne, Prodi si riaffaccia  ….) . Non solo, ma anche sul piano politico la Lega Nord, che pure poteva essere accreditata di un destino di livello nazionale partecipe di un disegno complessivo di sviluppo non asservito, oggi è stata completamente normalizzata in vista della sua definitiva cooptazione nel disegno euro-atlantico. Un disegno che “rende i nostri piccoli imprenditori i lavoranti per conto di chi ha una più ampia visione dei problemi mondiali (il nord Europa) pur essendo comunque, come tutti gli europei, ormai succube della predominanza centrale sempre più pericolosa per le nostre sorti di medio – lungo periodo” [2]. A cui si affiancherebbero ovviamente i ceti medi fedeli alla “sinistra” interessati a mantenere la loro egemonia sulle aziende municipalizzate, private o pubbliche che siano (l’entente cordiale con la Lega Nord su questo terreno è già operante da tempo) e su tutto il cosiddetto “privato sociale” o “terzo settore” che vive di spesa pubblica e di erogazioni istituzionali delle Fondazioni, a questo punto ridotte ad enti filantropici con l’unica missione di far fruttare, con una gestione sana e prudente, l’immenso patrimonio derivante dalle privatizzazioni (Philanthropication through Privatization – vedi [1]). Rimane da cooptare definitivamente l’”avanguardia” operaia residua, ma non dovrebbe costituire un grosso problema visto che CGIL/CISL/UIL e magistratura sono lì apposta e l’”estrema sinistra” è stata cucinata a dovere nel periodo bertinottiano della sua esistenza.

Per prendere forma definitivamente, lo scenario sopra delineato manca di tasselli fondamentali come appunto la privatizzazione delle reti strategiche, la derubricazione dei campioni nazionali a componenti aziendali degli interessi euro-atlantici e la “normalizzazione” delle Fondazioni bancarie alla loro specifica funzione di enti no-profit, con l’abbandono definitivo di qualsiasi velleità di sviluppo autonomo nazionale.

Non poco ma neanche troppo, una volta che si fosse cementata la necessaria “coesione nazionale” che i moderni Savoia e badogliani auspicano un giorno sì e l’altro anche in vista di un nuovo Parlamento e di un Governo asserviti ai bollettini delle agenzie di rating.

Concludo con le parole di Guido Salerno Aletta [Milano Finanza – mercoledì 13.7.2011]: “Se è vero che la crisi del 2008 non è stata la fine del mondo, ma di “un” mondo, è necessario adeguare alla nuova realtà il modo di lavorare di tutti i soggetti economici: le agenzie di rating e la speculazione si sono evolute rapidamente. Occorre comprendere il loro nuovo modello di business per adeguare gli strumenti di disciplina del mercato: il rischio che corriamo è sempre elevatissimo, ma ha un sego opposto. Prima della crisi ogni attività era tendenzialmente investment grade, oggi tutto è potenzialmente a rischio default. Prima si facevano i soldi e le valutazioni del rating facendo lievitare il valore, ora il pericolo. Soprattutto quello di farci gettare via, con l’acqua sporca, anche il bambino”.

La traduzione finanziaria della strategia del caos liquido dei nuovi dominanti obamiani degli USA.

 

 

Opere di rif.to o citate:

(1)   Da Frankestein a principe azzurro – F. Corsico e P. Messa – Marsilio 2011

(2)   Un succinto panorama storico – di giellegi  – Conflitti e Strategie – 5.5.2011

(3)   Le Fondazioni bancarie italiane – G. Duchini – Conflitti e Strategie – 1/6/2011

 

 

MENU’ ALL’OCCIDENTALE

In Italia i servi sono una trascurabile maggioranza. Trascurabile per quel che dice ma molto dannosa per quel che fa. Per questo è molto apprezzata dai nostri alleati stranieri. Il partito trasversale dei camerieri non ha alcun talento internazionale, non assume mai decisioni autonome, non ha una propria agenda politica ma si allarga istituzionalmente quanto più si dimostra incapace di scegliere e di decidere con la propria testa. Marginale in campo estero dove prende piatti in faccia da tutti è incompetente in politica interna dove trova sempre l’intesa bipartizan quando si tratta di pelare gli italiani. Il capolavoro degli ultimi tempi è stata però la “portata” libica. Quest’ultima era per noi una prelibatezza, un assaggio esclusivo delle specialità del mediterraneo. Oggi è diventata un rancio da soldataglia indigesto e disgustoso. La porta del Resort Mezzaluna ci è  stata sbattuta sul naso dai francesi, dagli inglesi, dagli americani e dalla  Nato. Siamo entrati, imboccati come i bambini, in una coalizione di ingordi volenterosi che prometteva un buffet di democrazia e di diritti civili ad un popolo per nulla affamato, se non altro rispetto agli standard del suo continente. Adesso i libici non sono certo più liberi e democratici di prima ma in compenso subiscono un embargo che ne deprime l’economia e lo sviluppo, oltre a tonnellate di bombe sul cranio che ne riducono in polpette a migliaia. Loro poveri ma liberi, almeno a parole. E noi gabbati e a digiuno, nella sostanza. Bel menù all’occidentale. Si toglie il pane alla gente svuotandole la pancia per riempirle il cervello di intingoli sciapiti e illusori. Ed ancor peggio, si butta dalla finestra una minestra italian style per servire French fries che piacciono molto ad Obama e a Sarkozy ma non al bongustaio italiano. Il panafricanismo in salsa gheddafiana aveva per noi il sapore degli affari e la sapidità delle intese politiche, invece questa sbobba ribelle sa di cibo andato a male. Una fregatura pagata salata. Da Tripoli ci fanno sapere che non siamo più clienti desiderati ed accompagnano malamente l’Eni all’uscita. Da adesso in poi i frequentatori migliori e ben trattati saranno yenkees, mandarini e oligarchi dell’est, i quali dimostrano di gradire il nero di seppia che si estrae dal sottosuolo dello Stato africano. E mentre nella Capitale libica si iniziano a degustare gli involtini primavera bagnati da vodka e Kvas, a Bengasi si desina col roast beef cucinato all’inglese, mandato giù con vini e spumanti francesi. La pizza e la pasta ormai la danno solo ai topi e ai conigli, simpatici ma inaffidabili  animaletti ai quali ci paragonano. Il conto alla fine lo pagheremo comunque noi che eravamo i padroni della cucina e adesso siamo i capponi finiti in pentola. Ma Frattini, il nostro capo dicastero degli esteri, con quella sua solita stizza da primo chef della classe dice che a lui la cosa non interessa. E’ superiore a qualsiasi formica cinese che finisce nella marmellata. A quelle altezze vertiginose gli girerà sicuramente la testa tanto da dichiarare che da lì si va via perché lo abbiamo voluto e non perché Gheddafi ce lo ha imposto. Povero Ministro degli Affari suoi, credeva di essere un Maître à penser ed invece è un misero Maître di sala. Però bisogna riconoscerglielo, nessuno sa ingoiare con tale coerenza i rospi vivi. Pur di non ammettere gli errori sarebbe capace di farsi arrostire dai quei cannibali del CNT e di ringraziarli pure per gli avanzi lasciati al nostro Paese.

DA RICORDARE (14 luglio)

I documenti qui presentati (tre tratti da Libero di oggi) danno il quadro della nuova criminalità degli aggressori “occidentali”; sia in Libia, sia nel Kosovo a suo tempo. Siamo passati oggi ad una nuova strategia Usa, apparentemente meno impegnata; nel senso che, più ipocritamente e vilmente di un Bush, questo presidente si nasconde dietro l’uso di sicari cui fa balenare di essere associati ad un lauto banchetto. Si è servito di Francia, Inghilterra e in fondo Italia, grazie al presdelarep, in prima fila nel volere l’intervento libico al fianco degli Usa (vero emulo del D’Alema del ’99), e con la meschinità di Frattini, La Russa, ecc., mentre Berlusconi ha mostrato di non contare ormai più nulla, limitandosi a dire “non volevo”, “non potevo fare a meno”, “sono stato obbligato dai precisi interventi del capo dello Stato”, ecc. ecc.

Uno dei documenti – che è ufficiale e riguarda il rapporto di una Commissione europea – precisa chi è il presidente del Kosovo (un autentico bandito e “cannibale”), già capo dell’UCK, i famosi partigiani “liberatori”, creati quasi ex-novo nell’agosto ’98 dagli Usa per poter poi montare la pantomima del finto genocidio, che li condusse ad aggredire la Jugoslavia (Serbia) nel ’99 serviti pedissequamente dal governo italiano di D’Alema (che proprio a tal fine, come rivelato da Cossiga, fu messo al posto di Prodi nell’autunno ’98). Si può essere sicuri che di notizie simili non si farà mai un vero battage come quello che viene montato in occasione delle menzogne di questi criminali aggressori. Le notizie, però, ci sono comunque. Non si può salvare il “poppolo”. Si condannò quello tedesco anni ’30, dicendo che non poteva non sapere o almeno immaginare del massacro (non dei soli ebrei, ma di questi e di molti altri). All’epoca, però, è certo che la stampa tedesca non pubblicò nemmeno in trafiletto le notizie “mortuarie”. Qui invece ci sono; il “poppolo”, volendo, le potrebbe sapere e ricordare. Nessuna scusante per nessuno. Siamo sotto il tallone, all’interno come nell’agone internazionale, di autentici delinquenti; per di più privi di qualsiasi grandezza, di qualsiasi progetto epocale; solo meschini assassini e ladri, a seconda dei casi. Nessuna scusante se continuiamo a tenerceli “cari”.

Si legga e si mediti; e finalmente si vomiti per la nausea, sarebbe almeno un inizio!

Traffico d’organi: Approvata dal Parlamento Europeo la Risoluzione di Dick Marty

26 gennaio 20/1/2012

 

Il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza di voti la Risoluzione di Dick Marty. Invitando la comunità internazionale affinchè venga fatta piena luce sui crimini commessi in Kosovo prima, durante e dopo la guerra, con particolare attenzione al traffico di organi, che vedrebbe coinvolto il primo ministro Hasim Taci (v. foto).

L’inchiesta di Dick Marty, durata due anni, ha portato al rapporto del Consiglio d’Europa, secondo il quale il primo ministro Hasim Taci sarebbe a capo di un gruppo mafioso albanese accusato di contrabbando di armi, droga e organi umani in Europa orientale.

La delegazione albanese, nel corso del dibattimento ha provato a minimizzare l’importanza della relazione di Marty, attuando inoltre proteste dinanzi al parlamento europeo.
Marty, nel presentare la propria relazione, ha palesato il timore che la collusione tra la criminalità organizzata e la struttura politica in Kosovo, rappresentano una minaccia per l’Europa.

Oltre agli interventi dei rappresentanti parlamentari delle nazioni concordi nel chiedere chiarezza, nel corso del dibattito il rappresentante del Gruppo dei partiti nazionali europei, Holger Haibach, ha puntato il dito contro quanti pur essendo a conoscenza dei crimini in Kosovo, hanno deciso di tacere.
Proseguirà oggi la sessione del Parlamento Europeo, che oltre ai deputati parlamentari europei vedrà presente anche il presidente della Serbia, Boris Tadic.

All’ordine del giorno tre risoluzioni sull’ex Jugoslavia: “Protezione dei testimoni come la base della giustizia e della riappacificazione nei Balcani” dell’inviato Jean-Charles Garetto; “Riappacificazione e dialogo politico tra i paesi dell’ex Jugoslavia” dell’inviato Pietro Marcenara; “Obbligo dei membri del Consiglio d’Europa di collaborare nei processi per i crimini di guerra” dell’inviato Miljenko Doric.

L’inchiesta di Dick Marty, nata a seguito di un procedimento giudiziario iniziato da un tribunale distrettuale di Pristina, per un presunto caso di traffico di organi scoperto dalla polizia nel 2008, arriva al Parlamento Europeo in un periodo cruciale per il Kosovo, dove da poco si sono svolte le prime elezioni da quando è stata dichiarata l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, che hanno consentito a Hasim Taci di assumere il governo della nazione.

L’organizzazione criminale della quale avrebbe fatto parte il Primo Ministro, secondo Dick Marty, opererebbe da oltre dieci anni, da quando i fedelissimi di Drenica, il gruppo che faceva capo a Hashim Thaci, divenne la fazione dominante all’interno del KLA, e prese il controllo della maggior parte di imprese criminali in cui i kosovari sono stati coinvolti a sud del confine in Albania.

Come affermato da Holger Haibach, è sconvolgente il fatto che in molti sapessero dei crimini commessi in Kosovo ancor prima della relazione dell’investigatore e nonostante ciò abbiano preferito tacere, ma ancor più sconvolgente ci sembra il fatto che nonostante le accuse mosse al capo di un governo di essersi reso responsabile di crimini gravissimi, i mass media – in particolare quelli italiani – stiano sottacendo ogni notizia.

Ancor prima della relazione di Dick Marty, Antonio Evangelista, che ha diretto le indagini sui crimini di guerra e guidato la polizia criminale, con il suo libro “La torre dei crani” (ed. Editori Riuniti), aveva testimoniato da un punto di vista neutrale quanto realmente avvenuto nel Kosovo, anticipando gli sviluppi a livello internazionale di una guerra che ha prodotto piú danni di quelli preesistenti, favorendo miseria e criminalità.
A seguito di quanto emerso dalla relazione Marty, c’è da chiedersi perché mai si sia legittimata in Kosovo una classe dirigente corrotta e legata a doppio filo con la mafia, lasciando che a governare il paese potesse essere un uomo coinvolto nel traffico di armi, di droga e di organi umani.

Gian J. Morici

 


“GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO” (11 luglio 11)

1. “Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Così, all’incirca, recitava un “detto di Mao” all’epoca della Rivoluzione Culturale. L’ottimismo imperava, evidentemente. Qui da noi è pessima; ma forse perché il caos ha superato certi limiti e i gruppi in azione sono scadenti, incapaci di qualsiasi programma e progetto, di avere una minima idea purchessia. Inoltre, la Cina aveva la sua precisa autonomia e lo scontro avveniva tra fazioni e schieramenti politico-ideologici contrapposti in base ad un orientamento preciso e fortemente determinato. Parlare oggi di politica e ideologia in Italia è semplicemente comico; inoltre sempre più valido appare quanto sfuggito in un momento d’ira al sig. Guido Rossi pochi anni fa: siamo in piena guerra tra bande come nella Chicago anni ’20. Queste bande – oltre ad essere in fondo mosse da motivazioni più vicine a quelle gangsteristiche che ad un posizionamento in qualche modo avente a che fare con la politica – agiscono da subalterne rispetto ad altre straniere, al vertice delle quali stanno le cosche statunitensi.

Cominciando dal meno importante, fa ridere la dichiarazione di Bossi alla sentenza indubbiamente predatoria ai danni di Berlusconi: “speriamo non sia politica”. Capisco che ha avuto in passato una brutta malattia, ma non è certo un minorato. Il vero fatto è che la Lega ha sempre fatto finta di non capire bene il significato strettamente politico di “mani pulite”, poiché i misfatti di quell’operazione (messi subito in luce dal sottoscritto e da Preve ne Il teatro dell’assurdo all’epoca del loro compimento) l’hanno completamente avvantaggiata (solo al nord) con la distruzione della Dc soprattutto (meno rilevante quella del Psi). La Lega non potrà mai affrancarsi da quel “vizio d’origine” che la rende incapace di avere una visione nazionale. Ha spesso ragione nel protestare contro certi lamenti meridionalisti, restati all’epoca dell’assistenzialismo e clientelismo della prima Repubblica, ma non capisce per nulla che la risoluzione è nell’affrontare infine, con nuove coordinate sociali e politiche, i problemi del vecchio contrasto nord-sud (tipico dell’Italia pre-boom, ancora agrario/industriale) surclassato tuttavia, da ormai mezzo secolo, da un altro dualismo: tra classe operaia – che ha compiuto rapidamente la fase di transizione dalla sua originaria condizione contadina e di successivo adeguamento al “tradunionismo” con riduzione numerica e di peso sociale – e “ceto medio produttivo” (con il suo nucleo duro nei piccoli imprenditori e lavoratori “autonomi”, in gran parte anch’essi di origine contadina al nord), che è diventato strato sociale rilevante, ma senza mai veramente avere una effettiva rappresentanza politica, a parte le tante chiacchiere di un po’ tutti i partiti della prima Repubblica e poi di quelli del “pantano” attuale.

Lasciamo comunque perdere le finte titubanze della Lega, che mostra spesso la sua debolezza verso la magistratura, ma soprattutto verso il presdelarep (che le sventola sotto il naso l’acciughina del sedicente federalismo fiscale), rappresentante di una delle fazioni in lotta e di certi precisi ambienti statunitensi. Sarebbe deleterio addentrarsi di nuovo nella polemica tra Berlusconi, indubbiamente colpito dalla magistratura in quanto con lui si colpisce un certo schieramento, e l’altro schieramento spesso definito ridicolmente “comunista”, aiutato dalle “toghe rosse”, e via con questa meschina rappresentazione di uno spettacolo per dementi totali, come sembrano divenuti i nostri concittadini nella loro maggioranza.

Gravissima, e ancora non comprensibile in tutta la sua ampiezza, è l’aggressione al nostro paese per attuare politiche intese a ridurlo il 52° Stato federale degli Stati Uniti (il 51° è già da tempo l’Inghilterra, sia con i laburisti che con i conservatori). Con l’Inghilterra al nord e l’Italia al sud – magari concedendo un qualche statuto di subpotenze regionali, pur sempre amiche e ben predisposte a qualche servizio, alla Germania nella UE e alla Turchia (che sta rientrando dalle sue “bizze” degli ultimi due-tre anni) in Medio Oriente – gli Usa coronerebbero una buona operazione di costruzione della loro area “imperiale”, con redini più allentate verso i subalterni e una nuova strategia in direzione dell’Asia, strategia in fase di difficoltoso approntamento e che vorrebbe ovviare ai costi, forse non più sopportabili, di quella precedente (grosso modo 1991-2006). Tuttavia, non credo che abbiamo ancora capito bene questa nuova strategia; nemmeno è sicuro che essa vada a buon fine. Forse nemmeno la conoscono a menadito i suoi “operatori”. In fondo, era a mio avviso “più furba” quella nixoniana di quarant’anni fa; eppure anch’essa, pur avendo apportato in definitiva benefici nel lungo periodo, è andata “in aceto” per un bel po’ d’anni. Oggi, la nuova strategia viene applicata in una situazione diversa, che andrà seguita attentamente.

 

2. Venendo al nostro paese, è irritante vedere tutti contro tutti, ma con una regia di fondo – non so se ben interpretata dalle forze nostrane, assai più coerente da parte dei gruppi stranieri – che crea indignazione per tutte le menzogne raccontate senza pudore. Intanto, va valutato il cambio di politica estera. Continuo a credere che Berlusconi sia stato di fatto appoggiato da alcuni settori di resistenza del management dell’industria pubblica, sottoposta ad attacco (in gran parte riuscito) da parte della Confindustria agnelliana quale gruppo di pressione al servizio di ambienti statunitensi, che avevano come loro agenti in Italia vari personaggi, tutti andati “a sinistra” pur essendo reazionari al 100% (Amato, Ciampi, Prodi, e altri ancora) con l’aggiunta di presunti tecnici super partes tipo Draghi, ecc. (poi premiati variamente). Tuttavia, approfondirei l’esame della sostanziale congruità del premier con la vecchia strategia bushiana, su cui non posso qui soffermarmi. E’ comunque con Obama – diciamo con la nuova strategia, già iniziata prima dell’elezione di quest’ultimo – che egli viene messo alle corde, “con la pistola alla tempia”.

Non so di quale “pistola” si tratti. Spero tuttavia ci si ricorderà che alla fine dell’anno scorso (quando tutti vedevano ormai affondare tale personaggio) sostenni la forte probabilità della sua salvezza (momentanea), ma perché ormai si era appiattito sulla strategia statunitense, mostratasi infine dall’inizio di quest’anno in tutta la sua ferocia aggressiva, ma con modalità più subdole e di mascheramento (e affidando importanti compiti ai suoi sicari tipo Francia e Inghilterra). Più volte Berlusconi ha fatto capire che non era d’accordo con l’aggressione alla Libia (e nemmeno con quanto accaduto in Tunisia ed Egitto) mentre tutta la “sinistra”, compresa la finta antimperialista e alternativa, manifestava apertamente e sconciamente il suo atteggiamento di totale tradimento nazionale. Pochi giorni fa, ancora, Berlusconi ha affermato chiaramente (frase già nota ai nostri lettori) che non voleva intervenire in Libia, ma vi è stato costretto dalla “Risoluzione Onu” e, ancor più, dall’“intervento preciso del capo dello Stato”. Quale migliore prova definitiva della funzione svolta da costui e da noi messa in luce più volte, anche in merito al cambio di campo del Pci berlingueriano, al viaggio del 1978 negli Usa, ecc.?

Incredibile però quanto si sta svolgendo adesso. Non si sa ancora bene come far terminare la transizione italiana verso la completa subordinazione agli Usa. E’ chiaro che la soluzione – per non ripetere gli errori dell’epoca di “mani pulite”, quando non si pensò ai milioni di elettori che mai avrebbero votato per la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, malgrado l’investitura di Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra” – deve stavolta essere quella di un governo con pezzi del centro-destra, del centro-sinistra (perfino Di Pietro si mette ogni tanto nella posizione “moderata” per farvi parte) e del centro dei “casini”. Solo così si potrà impedire che si presenti qualche altra “anomalia” tipo quella del 1994. Tremonti agisce da agente scassatore del Governo (non da solo peraltro). La Lega di fatto garantisce che seguirà la transizione, ogni tanto con bruschi soprassalti, facendo quindi di tutto per disaffezionare gli elettori di Berlusconi, pagando però anch’essa “pedaggio” (calo dei voti) almeno fino a questo momento. Lo scopo della transizione è chiaro: logorare e cuocere a fuoco lento Berlusconi, accerchiandolo da tutte le parti, mettendo in luce la sua “naturale pirlaggine” (perché certo l’uomo non ha la stoffa del leader che gli hanno cucito addosso, prima di tutto da sinistra, perché ciò è servito a bloccarci per quasi vent’anni in una pantomima personalistica ignobile e nauseabonda), senza però farlo cadere fin quando non sia garantita la possibilità di un “ordinato” governo di “salvezza nazionale” (leggi: di totale e infame subalternità alla UE cioè alla Nato e agli Usa).

E’ stata condotta una campagna elettorale amministrativa e per i referendum del tutto autolesionistica. E stata messa nella “manovra” la clausola “salva-imprese” – sono certo che la conoscevano tutti o quasi, anche se poi hanno spudoratamente negato – per far fare al premier (ma anche a tutto il governo) la figuraccia che ha fatto, con ritirata ignominiosa, quando era sicura (e certi personaggi la conoscevano già) la sentenza di questi giorni. Ma il “capolavoro” è la manovra finanziaria, ben studiata da Tremonti per fare incazzare tutti, in modo del tutto particolare gli elettori del centro-destra. Una vera provocazione pelare pensioni (dai 1100-1200 netti al mese) e modesti risparmi (trattati anche dal centro-destra, come sempre dal centro-sinistra, quali capitali da rendita finanziaria). La levata di scudi è stata generale. Leggere i commenti nei giornali (compreso Il Giornale on line) era un piacere per la rabbia e la pressoché unanime “ispirazione”.

 

3. Come ha adombrato un Perna (sempre sul Giornale), le società di rating si sono forse mosse su istigazione del Ministro delle Finanze – o quanto meno in sospetta collusione con le forze che mirano ad aiutarlo nella sua subdola operazione relativa alla suddetta transizione – mettendo in dubbio la solidità dell’Italia. Da qualche anno non si sente che dire peste e corna di tali società (due americane e una inglese!); e tuttavia si continua a seguire quanto dicono perché i mercati “ci credono” e vanno al ribasso per i titoli italiani. Come non fosse evidente che i mercati sono quasi sempre la spia di manovre speculative: al rialzo o al ribasso a seconda di specifiche contingenze, e pure in base a collusioni e complicità dei vari “poteri forti” in azione. Dopo la Moody’s si è agitato Juncker (presidente dell’Eurogruppo) e altri personaggi europei, la Lagarde (arrivata al Fmi grazie alla ormai nota vicenda del presunto stupro di Strauss-Kahn), ecc. Si sono dati tutti da fare per salvare di fatto Tremonti e favorire la sua manovra di ulteriore affossamento degli attuali equilibri in modo da arrivare a realizzare tranquillamente la transizione in questione.

I vari politici (e giornalisti e conduttori TV, ecc.) all’unanimità – compresi quelli che mostrano antipatia per il ministro economico – si sono messi a sostenere che è meglio tenerselo, non contrariandolo troppo. Così si ottiene il duplice risultato di pelare la popolazione italiana esattamente come avrebbe voluto fare il centro-sinistra, terrorizzandola con la possibile “fine greca”. Il “gregge”, spaventato, deve accettare la tosatura, ma certo rimarrà scontento del governo attuale e in particolare di Berlusconi, che ormai sembra uno spettro, l’ombra di ciò che era stato creato ad arte in 17 anni di totale assenza della politica e di volgare contraffazione dello scontro tra “destra” e “sinistra” (il “gioco degli specchi” su cui ho già scritto un libro pochi anni fa). Veramente “due piccioni con una fava” (la manovra da ladri effettuata con totale arroganza e sfacciataggine).

Non credo ci sia alcun dissesto alla greca in vista, anche se le operazioni di questi guastatori e servi dello straniero Usa possono sfuggire di mano e prendere binari pericolosi. Poiché però questi “operatori per conto altrui” – dal presdelarep a Tremonti e via via a tutti gli altri che manovrano per portarci sotto l’“ala protettiva” americana – vogliono semplicemente eseguire certi “consigli” della nuova strategia statunitense (con al seguito i nostri industriali e finanzieri mignatte), non vi è dubbio che la soluzione più probabile, entro qualche tempo, dovrebbe essere il governo “trasversale”, questa volta con piena accettazione da parte della popolazione impaurita dalla prospettiva di un completo dissesto e, di conseguenza, evitando la sorpresa di nuove “anomalie” di tipo berlusconiano. Sia chiaro che l’Italia non è la Grecia, è troppo rilevante come pedina per gli Usa. Lo ripeto: Inghilterra al nord e Italia al sud rappresentano una bella tenaglia in Europa e sono quindi abbastanza decisive per la nuova strategia americana. Il disegno non è quindi il dissesto italiano, è molto diverso; se poi sfuggisse di mano, non farebbe piacere nemmeno a Obama & C. Dovrebbero rivedere un pezzo non indifferente della loro strategia, nel mentre c’è il malcontento del Pentagono, del Congresso in mano ai repubblicani, ecc.; un bel rebus per il “primo nero” presidente.

In questa operazione, da “bande a Chicago”, si è inserita la variante dell’attacco a Tremonti per le solite questioni abitative e altre. Vedrete che non porterà gravi conseguenze per il Ministro economico poiché sarà sempre protetto dalla sua indispensabilità (creata ad arte) al fine di evitare il (presunto) dissesto alla greca. Più che altro gli renderà difficile piazzare il “suo uomo”, Grilli, alla Banca d’Italia, cosa che non piace a Napolitano, più favorevole ad un fidato personaggio legato al “centro-sinistra”. Nemmeno credo piaccia a Draghi, il cui contenzioso con Tremonti (nel senso che sono due galli nello stesso pollaio filo-americano) si è appena appena attenuato con il passaggio del primo in “area europea”. Entrambi funzionano però probabilmente da valvassori degli Usa nel conseguimento del principale obiettivo della fase, che è rappresentato dalla subalternità italiana; e in questo compito ognuno dei due pretende d’essere “er mejo”.

Nelle ultime ore il quadro del caos si è arricchito dell’annuncio leghista che tre ministeri saranno spostati a Monza (i ministeri interi? Non credo, immagino solo delle “filiali”, visto che uno è proprio quello tremontiano). Non mancheranno in ogni caso reazioni. Difficile capire quanta stupidità vi sia in queste mosse oltre allo scopo di arrivare a sconcertare i cittadini italiani (in particolare di centro-destra) per facilitare la transizione di cui ho continuamente parlato in questo scritto. Per il momento, tutto l’insieme è talmente caotico che finisco qui, lasciando molto in sospeso; ma lo è assai probabilmente negli intendimenti degli stessi sconclusionati “programmatori dello sfascio” italiano. Nemmeno gli ambienti Usa della nuova strategia, se ben capisco, sono molto precisi e con le idee perfettamente chiare in merito ai processi che hanno innescato. Ho lanciato qui delle ipotesi, va da sé. Non posso essere sicuro al 100% di quanto non è forse nemmeno del tutto ben delineato nella testolina di chi sta mettendo a soqquadro mezzo mondo. Bisogna seguire, giorno dopo giorno.

 

Le virtù dello straniero

I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo. Forze che, implicitamente, hanno confessato, in tal modo, la loro subalternità ai centri dominanti e la loro impotenza maramaldesca a gestire con un minimo di dignità le questioni e l’interesse nazionali; quegli stessi difetti, latenti in alcune fasi, che l’ultimo Berlusconi e Tremonti hanno manifestato con l’ultima manovra economica e con la vicenda libica.

Il buon senso è, però, perfettamente complementare, il più delle volte, al conformismo benpensante e la posizione di Alesina non pare essere una variante distante da questa constatazione statistica.

Fa esattamente il paio alle esortazioni, penose e reverenziali di Giuliano Amato e di alcuni “big” del PD verso la Germania, a comportarsi in maniera meno egoista.

L’autore fonda il suo giudizio su due assunti riguardanti il patto europeo: “una valuta comune ha costi e benefici per tutti” il primo, l’Europa come arena in cui giocano singolarmente i vari protagonisti e come istituzione autonoma con responsabilità di “governance” e controllo il secondo.

Il primo assunto, posto in questa maniera, nasconde la realtà delle cose, i rapporti di forza iniziali e che da quelli si sono determinati, con inesorabile coerenza, in Europa in quest’ultimo quindicennio.

I primi anni ’90 hanno conosciuto enormi trasferimenti di ricchezza e patrimonio produttivo da alcuni paesi europei più fragili, in primis l’Italia, ad altri; l’ingresso dell’euro, quindi la rinuncia alla sovranità monetaria dei singoli paesi, è avvenuto in un contesto iniziale di forte squilibrio tra paesi il quale si è accentuato paurosamente nel decennio successivo. Una moneta ipervalutata rispetto a quelle originarie ha permesso ai paesi indebitati di mantenere e incrementare il proprio debito con bassi tassi di interessi, mettendo però in difficoltà i settori produttivi che in qualche maniera sostenevano questo debito; lo stesso euro svalutato rispetto alle altre monete originarie ha consentito, specie alla Germania, di sviluppare ulteriormente le attività produttive, di crearsi una cintura di paesi subordinati ad est e di sviluppare una forza finanziaria tale da contribuire attivamente all’ulteriore indebitamento di quegli stati già compromessi. Tre quarti del surplus commerciale e finanziario della Germania è infatti estratto da altri paesi della Comunità Europea, piuttosto che, come si favoleggia, dalla Cina, dagli USA e da altri paesi esterni. Un tale risultato sarebbe stato impossibile da raggiungere se gli altri stati europei avessero optato per scelte analoghe.

Su un aspetto Alesina ha, però, ragione: sulla responsabilità dei singoli governi dei paesi più fragili nelle scelte effettuate. Non si tratta, però, di irresponsabilità; si tratta, invece, di indisponibilità a rappresentare gli interessi nazionali e di accettazione supina di condizioni capestro tese al mantenimento di ceti parassitari o, comunque, subordinati di quei paesi ai gruppi dominanti e alle singole fazioni di essi. Non è solo la politica monetaria a determinare queste scelte; la politica estera, la gestione della spesa pubblica, il ruolo delle grandi imprese, il controllo degli apparati di stato, la stessa affiliazione ad uno o l’altro dei gruppi di comando nei paesi dominanti giocano un ruolo essenziale. Il controllo della sovranità monetaria è semplicemente un’arma in più; ma tutto sta a come usarla e per quali fini.

È sufficiente analizzarne l’uso in Italia nell’ultimo trentennio del secolo scorso per comprenderne l’ambivalenza.

L’altro assunto vede l’Europa come un mercato dove primeggia il più virtuoso dal punto di vista economico.

Ormai, noi del blog, sappiamo che la componente dei costi e del prodotto, quella strettamente economica, è solo uno dei fattori che determina il successo in un mercato. Ma non basta; è lo stesso mercato che è regolato e subordinato alle espressioni di potere, quindi alle strategie e ai conflitti tra gruppi dominanti, la diversità di obbiettivi dei quali genera alleanze e contrapposizioni, comprese quelle negli apparati economici strategici, tutt’altro che asserviti alle sole logiche dei vantaggi comparati e delle valutazioni del minimax puramente matematico.

Ma questa Europa ridotta a un mercato e alla difesa dei consumatori, così come celebrata nelle agiografie e nei trattati e espressa soprattutto da una istituzione, la Commissione Europea, priva di capacità coercitiva autonoma, sia nella imposizione fiscale di una certa rilevanza, che nell’esercizio di potere politico-statuale interno, compreso persino quello dei controlli, che nell’esercizio della politica estera è pressoché una terra di nessuno; in essa scorrazzano gruppi di interesse lobbistici, il vero punto di forza e di alimento della Commissione, assieme alla sua relativa autonomia legata alla gestione della pletora dei ventisette stati aderenti; quella stessa autonomia che si risolve sovente, per la crescente difficoltà di gestione da parte dei paesi più grandi, grazie al sostegno dei paesi minori, in prese di posizione ancora più oltranziste filoamericane. All’interno di essa i punti di equilibrio precari perché, tra l’altro, gestiti dalla burocrazia della Commissione, vengono raggiunti dal Consiglio Europeo dei Capi di Governo e in maniera più pragmatica nei “rapporti di cooperazione rafforzata” tra gruppi di paesi nella Comunità Europea. Così Germania e Francia cooperano per determinare le politiche di bilancio e finanziarie, Francia e Gran Bretagna quelle militari e coloniali, Germania e Italia, almeno sino a pochi mesi fa, quelle energetiche, queste ultime non perfettamente allineate agli interessi americani.

In realtà, nell’esposizione di Alesina, mancano, più o meno consapevolmente, le eminenze grigie, il convitato di pietra in grado di garantire, in qualche maniera, l’equilibrio tra i cooperanti rafforzati e tra i livelli istituzionali nonché una qualche sintesi politica: eminenze, gruppi dominanti dal cappello a stelle e strisce. La stessa assenza di reali istituzioni statuali europee rende il loro operato alquanto mimetizzato ed articolato.

Cionondimeno il loro ruolo, spesso in conflitto, appare evidente ad una visione più attenta.

L’incremento del debito pubblico, esploso poi con il prosieguo della crisi finanziaria del 2007, è stato apertamente incoraggiato dalle banche d’affari americane, finanziato dalle banche europee, minato nella credibilità dalle agenzie di rating americane in base a considerazioni opportunistiche. L’unico scopo delle politiche di rientro e salvataggio è quello di ripagare le banche europee più esposte, specie quelle tedesche, francesi e inglesi senza pervenire a un sia pur minimo controllo della circolazione dei capitali, specie quelli a breve termine, cosa che hanno fatto diversi paesi nel mondo.

Alla crisi dei derivati si cerca di rispondere obbligando le banche ad aumentare le riserve rispetto all’esposizione creditizia, senza costringerle a rivelare la loro esposizione in prodotti speculativi difficilmente esigibili. Si colpiscono così, paradossalmente, quelle economie, come la italiana, dipendenti più dal credito bancario che dal mercato azionario e, quindi, meno esposte alle fibrillazioni borsistiche.

Ancora più paradossale appare la politica estera con la vicenda della guerra libica e con la farsa della nomina ad Alto Rappresentante dell’Unione della candidata anglosassone, cioè del paese che funge da infiltrato e da dissuasore efficace di politiche comunitarie e di singoli paesi europei appena più autonome dai disegni americani.

L’elenco sarebbe infinito e spazierebbe dalla gestione dei dati personali dei cittadini europei, alle aperture unilaterali del mercato europeo ai paesi asiatici più fedeli agli USA, alle politiche liberiste senza logica se non quella dello smantellamento dei patrimoni industriali.

Quello che appare evidente è l’esistenza di gruppi con la testa nel paese dominante e le articolazioni che attraversano trasversalmente i paesi europei. La Germania è perfettamente inserita in questa logica in una posizione gerarchica di rilievo, con una propria area di influenza, ma comunque subordinata e acquiescente verso la componente obamiana. Le contraddizioni non mancano, ma sono latenti e silenziose almeno sino a quando non riprenderanno forza, in altri paesi strategici, forze alternative.

Altro che confronto di virtù. Si tratta soprattutto di lotta di dominio, politica e strategica innanzitutto, dove la affermazione di una Europa autonoma dipende dalla volontà di indipendenza dei suoi stati principali, cioè Italia, Francia e Germania e dal prevalere, in esse, di forze nazionali disposte ad allearsi, ancora lungi da organizzarsi.

Quanto la politica determini il futuro stesso dell’economia, lo si vede, ad esempio, dall’impatto negativo che hanno subito le grandi aziende strategiche italiane (ENI, ENEL, Finmeccanica) con la recente restaurazione in politica estera.

In realtà, il vero bersaglio dei conformisti benpensanti non sono le forze poco virtuose, ma le aspirazioni di autonomia e indipendenza nazionale che cominciano a far capolino qua e là in Europa entro cui potranno trovare spazio anche le aspirazioni dei ceti più popolari, in un ruolo dinamico piuttosto che in una difesa corporativa e parassitaria.

Lo dice più apertamente il PD, tacciandole di nazionalismo retrivo e riproponendo la solfa della governance mondiale ed europea sovranazionale o, addirittura, post-nazionale; tutti prefissi a noi malinconicamente noti già a fine secolo, i quali nascondevano il vuoto ideologico e di analisi. Lo sostengono con maggiore ambiguità, Alesina è uno di questi, le componenti cosiddette moderate. Una utopia trita e ritrita che si risolve sempre più, nel suo carattere velleitario, nel sostegno reazionario e acritico alle politiche dei dominanti, soprattutto ad una di quelle fazioni. Pensare ad istituzioni, presumibilmente con capacità coercitive, a volte anche prive di quelle, senza identità non significa risolvere il problema del carattere nazionale. Significa porre le condizioni di un annichilimento o della riedizione in forme nuove di nazionalismi sciovinisti.

La questione sarà sempre più al centro del dibattito in Europa; il nostro compito sarà quello di renderlo esplicito, tanto più che il fronte dei globalisti, quelli seri, i più legati all’establishment, mostra le prime crepe e sta cercando di correre ai ripari nella stessa battaglia teorica.

 

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LE “COLONNE” INFAMI

Si pensava all’Italia e al suo ceto politico sempre più miserabile, nella sua gran parte, come al paese più propenso, in Europa, a inneggiare alla vittoria e al tripudio nazionale per scelte, come la guerra alla Libia e la nomina di Mario Draghi alla BCE, di pura svendita e degrado del proprio interesse; la tipica euforia dei “cornuti e mazziati”.

La farsa, però, non è una esclusiva nazionale.

Guardate il curriculum di Christine Lagarde, neodirettrice del FMI, sponsorizzata da Sarkozy e Partito Socialista Francese:

ñ   stagista presso William Cohen, deputato statunitense e Segretario alla Difesa durante la presidenza Clinton;

ñ   lavora presso lo studio legale Baker & McKenzie di Chicago sino a diventarne Presidente del Consiglio di Amministrazione; lo studio legale è presente in tutto il mondo, con circa quattromila collaboratori, a difesa degli interessi delle più grandi aziende e istituzioni americane; è, forse, la più grossa associazione lobbistica di interessi americani. La Lagarde, tra l’altro, ha più volte difeso gli interessi di aziende strategiche americane (Boeing, Lockeed) contro quelle di aziende francesi ed europee (Airbus);

ñ   consigliere di sorveglianza di Ing Groep, una delle principali società finanziarie nel mondo, olandese come sede giuridica, con forti legami americani;

ñ   copresidente, assieme a Z. Brzezinski, del CSIS (Centro Studi Strategici Internazionali)

ñ   a capo di numerose commissioni euro-statunitensi ha promosso, tra l’altro, l’asservimento dei paesi dell’ Est-Europa, soprattutto Polonia, direttamente agli Stati Uniti. È stata una delle artefici indispensabili dell’acquisto da parte della Polonia, con i finanziamenti europei all’agricoltura, dei caccia F-16 americani, nonché della sua adesione alla guerra all’Iraq;

ñ   protagonista, in Francia, dello scandalo Tapie e del suo arricchimento a spese dei contribuenti francesi

Da ciò, ma anche da altri elementi di ben altro spessore politico, due conclusioni provvisorie:

ñ   l’Europa dispone di un ceto politico e, soprattutto, tecnocratico-strategico nella maggior parte asservito agli interessi americani nel modo più servile

ñ   la vicenda di DSK (Strauss-Khan) assume un preciso significato politico legato ai suoi timidi tentativi di riconoscere, nel FMI, un minimo ruolo ai paesi emergenti  e alla necessità di ripristinare un controllo ferreo nella Direzione.

Al cospetto di Lagarde, Draghi suscita quasi comprensione; dopotutto la svendita delle aziende italiane non riuscì al 100%, come quella delle sue finanze.

Resta il fatto, prioritario, della necessità di liberarsi di questo ceto politico e soprattutto di questa costruzione europea; un altro dei punti su cui il blog dovrà lavorare.

Lego malvolentieri l’analisi politica alla storia di singole figure; questa volta la persona mi pare proprio emblematica di una realtà decadente, pur avendo l’Europa la potenzialità economica per emanciparsi.

 A presto uno scritto più corposo.

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