Un governo del cambiamento? di A. Terrenzio

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Nel giro di una settimana l’Italia si è ritrovata dalla formazione dell’ennesimo governo tecnico ad uno cosiddetto populista, spauracchio delle burocrazie europee.

Il PdC Giuseppe Conte ha pronunciato il discorso per ottenere la fiducia dal Governo.

“Metteremo fine al business dell’immigrazione che è cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà. Se populismo è attitudine a ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo con orgoglio”, queste in sintesi le parole dell’”avvocato del popolo” che ha citato le riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin.

I punti forti del contratto di governo sono: 1)L’introduzione di un “salario minimo” e del “reddito di cittadinanza” per permettere a chi si ritrovi senza lavoro, livelli di  vita dignitosa.

2) L’introduzione della Flat tax, per permettere il rilancio del nostro Paese attraverso un sistema di tassazione equa. L’obiettivo di ridurre il Debito Pubblico, attraverso la crescita e non attraverso un piano di austerity che negli ultimi anni ha contribuito a farlo lievitare.

3) Porre fine al business dell’immigrazione cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà” Partendo dal “superamento del Regolamento di Dublino al fine di ottenere l’effettivo rispetto del principio di ripartizione delle responsabilità e realizzare sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo” con un “sistema dell’accoglienza, assicurando trasparenza sull’utilizzo dei fondi pubblici ed eliminando ogni forma di infiltrazione della criminalità organizzata”, offrendo l’assist al neo MdI Matteo Salvini che ha fatto sapere che per i migranti la pacchia e’ finita.

Ma ora veniamo ai temi più strategici.

 

L’Italia e il Gruppo di Visegrad

 

Non appena ottenuto l’incarico, il neo/governo col con il MdI Matteo Salvini si è subito messo all’opera inviando messaggi netti e forti a Bruxelles: esplicita richiesta di collaborazione da parte dell’UE, che ha abbandonato la Penisola nella gestione dei flussi migratori.

Salvini ha ricevuto l’endorsment del Premier Austriaco Sebastian Kurz, che ha fatto sapere di considerare l’Italia “un alleato forte” sulla questione delle migrazioni. Sostegno incassato anche dal Belgio. Ma soprattutto dal premier Victor Orban, con il quale il leader del carroccio ha intrattenuto un lungo colloquio telefonico. Matteo Salvini ha più volte espresso solidarietà verso il premier ungherese in materia di sicurezza e arresto dei flussi. Una sintonia tra i due che li ha visti uniti anche contro lo speculatore filantropo George Soros. Quest’ultimo, dopo aver visto chiudere le sue Ong in Ungheria, alcuni giorni fa ha avvisato del pericolo populista in corso in Italia con il nuovo Governo.

L’Italia quindi sembra decisa ad unirsi ai Paesi del Gruppo di Visegrad, guidato dal Premier Orban, assurto a leader antiprogressista dell’Europa Orientale.

La partecipazione dell’Italia a tale blocco di Paesi, darebbe un peso determinante nel cambiamento delle politiche migratorie del Mediterraneo e rappresenta una novità assoluta se paragonate alle politiche antinazionali ed autolesionistiche dei governi che lo hanno preceduto.

La musica sembra essere davvero cambiata se segnali di distensione sembrano arrivare anche da Parigi e Berlino. Ora che il fronte sovranista italiano alza la voce, la Merkel ammette che l’UE ha sbagliato a lasciare da sola l’Italia nelle questione migratoria.

Dichiarazioni ipocrite e tardive quelle della leader delle CDU che palesano lo stato di difficoltà della Germania.

 

Usa vs Germania

 

E veniamo adesso al tema centrale della questione.

Diversi osservatori hanno notato che dietro il repentino cambio di rotta di Sergio Mattarella, nel ridare l’incarico all’avvocato Giuseppe Conte, ci sia l’intercessione americana.

Non è un segreto per nessuno che gli Stati Uniti abbiano deciso di fare guerra all’Europa ed in particolare alla Germania. Il potere economico e finanziario assunto da quest’ultima è qualcosa fortemente temuto dagli “hauks” di Washington, ragion per cui gli Usa hanno deciso di colpire la Germania con i dazi su acciaio e alluminio e stanno ostacolando la formazione del gasdotto Nord stream che collegherebbe quest’ultima alla Russia. Inoltre le agenzie di rating americane hanno declassando i titoli  Deutche Bank a pochi gradini dalla spazzatura. In tale quadro le elezioni italiane sono state l’assist alla dirigenza Trump per colpire la Germania attraverso la formazione di un governo fortemente ostile ad essa.

L’Italia si è trovata in mezzo ad una guerra che ha visto protagonisti ambienti americani contro quelli tedeschi. Sospetto è stato l’aumento dello spread in poche ore per creare il clima propizio alla formazione dell’ennesimo governo tecnico, prono ai diktat delle Troika. E a questo punto che sono intervenuti gli americani, che comprando i bond italiani hanno permesso che il clima diventasse favorevole alla formazione del governo Di Maio/Salvini.

In tale quadro più di un osservatore ha ritenuto “provvidenziale” l’intervento americano.

Di certo c’è che le misure di austerità stanno portando l’Europa verso una pericolosa spaccatura. Se la Germania e l’Europa baltica, non saranno disponibili ad una revisione dei trattati ci sarà una radicalizzazione dello scontro che non farà altro che favorire il dominante d’oltreoceano.

Seppur in controtendenza alla vulgata corrente, che vede la Germania come male continentale, non si può evitare di sottolineare come l’atteggiamento della politica tedesca, (si pensi all’imbecillità di certe dichiarazioni di politici tedeschi) abbia favorito il clima necessario a una ostilità antitedesca.

Berlino deve cambiare rotta per contrastare gli Usa, con una Merkel troppo prona al vecchio establishment statunitense e fortemente antirussa (vedere le recenti dichiarazioni contro la Crimea annessa a  Mosca).

Da par suo, invece, il governo italiano richiede la cancellazione delle sanzioni alla Russia, la creazione di un Asse Roma-Budapest in materia migranti ed il ritiro delle truppe dall’Afghanistan in contesti regionali dove non abbiamo interesse a dispiegare risorse e forze militari. Sono buoni segnali, tutti ancora da riscontrare.

Il Governo Conte dovra’ sfruttare tutte le “sponde” in campo internazionale per far recuperare posizioni alla penisola. Dovrà chiedere maggiore flessibilità e farsi promotore di politiche basate sulla crescita, cercando un’intesa con i tedeschi che al momento appare lontana, ma al tempo stesso cercare di “erodere” l’alleanza atlantica, astenendosi dal partecipare ad azioni militari che vadano contro i nostri interessi.

Recuperare peso politico all’interno dell’UE, riportare un po’ d’ordine nel Paese, difendere il “made in Italy”, dare finalmente voce a quel “popolo degli abissi” dimenticato e disprezzato  dalle classi sub-politiche e dalla stampa cortigiana ad esse legata, sono elementi che fanno ben sperare.

I VERI COMPITI CHE INCOMBONO, di GLG

gianfranco

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sembra evidente che i gruppi politici, espressisi in Obama e Hillary Clinton, mostrano di essere i peggiori; e sono quelli appoggiati dall’establishment europeo ancora in piedi. Del resto, tutti fanno finta di dimenticare (altrimenti dovrei dubitare della loro essenza umana; anzi animale in genere perché i miei gatti hanno una memoria di ferro) che ancora tre-quattro giorni fa i vertici europei davano giudizi di volgare offesa sul formando governo italiano e sulla nostra popolazione, che si era espressa in prevalenza a favore di quei due partiti. Tutto questo non può non essere sempre tenuto presente perché sarà necessaria una costante consapevolezza di quali serpi velenose sono al nostro fianco in questa disgustosa e infame UE (e nella BCE condotta da un italiano che lo è solo di nascita, ma è un americano d’animo al 100%).

Detto questo, non crediamo che gli “altri Usa quelli deivertici dirigenti che si rappresentano in Trump; e pure in Bannon siano disposti a trattarci da pari a pari. Sono stati per troppo tempo i più potenti del mondo – e a tale ruolo sono assurti con una terribile guerra civile in cui hanno schiacciato ed eliminato totalmente i loro “cotonieri” – per non volersi (e credersi) i primi del mondo. Lo possono dire a volte sinceramente (“America first”), altre volte sono ipocriti e fintamente “egualitari”; sono sempre i più smaniosi di potere globale e pronti a commettere nefandezze e prepotenze di fronte alle quali quelle (pur terribili, sia chiaro) degli stessi nazisti appaiono infantili pretese di superiorità. Pur con tutta l’ammirazione e giusta valutazione di una serie di espressioni culturali statunitensi – io apprezzo senza riserve il loro cinema (di più quello di un tempo), la loro letteratura (di più quella di un tempo), il jazz e la musica “leggera”, ecc. – ci si deve rendere conto che i gruppi dominanti di quel paese, nato dallo sterminio completo di un popolo non certo “inferiore” (se non in potenza armata), sono dei criminali di primaria grandezza.

Teniamolo presente. Soprattutto ricordiamoci che, all’uscita dalla seconda guerra mondiale, l’Italia (con gli altri paesi europei) è stata in mano, magari non esaustivamente, di gruppi dirigenti asserviti ai “degenerati” d’oltreatlantico. Non ci si illuda oggi su Trump, anche se è soprattutto indispensabile impedire il ritorno del vecchio establishment, cui quello della UE è succube. E non scordiamoci mai che, malgrado alcuni settori politici italiani l’abbiano tentato, non si è riusciti a schiacciare i nostri “cotonieri”, servi degli Usa. Nel 1962, con la nazionalizzazione dell’industria elettrica (formazione dell’ENEL), il settore pubblico, che contava alcuni gruppi strategici d’avanguardia, era arrivato al 50% dell’intera industria, mentre dall’“altra parte” stava quella privata guidata dalla Fiat e dalle branche della seconda rivoluzione industriale (appunto i “cotonieri” in relazione a certi gruppi del “pubblico”). Ed era un settore in formazione dal 1933 con la creazione dell’IRI.

Proprio da quel 1962, però, iniziò la lenta ma progressiva rimonta dei “cotonieri”, coadiuvata dall’“incidente” (assassinio) di Mattei, accaduto per “linee interne”, celate dietro molte bugie e svariati depistaggi. Tale rimonta si è accelerata negli anni ’70 con il passaggio di campo del Pci e il “compromesso storico” condotto con la progressiva crescente influenza della corrente di “sinistra” della DC (in specie dopo la ben calcolata soppressione di Moro, anche questa avvenuta con la grande menzogna del ruolo delle BR, che si sono prestate ad un gioco reazionario fingendosi “rivoluzionarie”). Infine, al crollo del sistema bipolare e quindi dell’URSS (cui ancora una parte della “base” dell’ormai “fu” Pci guardava), “mani pulite” annientò la prima Repubblica e cercò di creare un nuovo regime con gli ex piciisti e i diccì detti di “sinistra”. Operazione mai ben riuscita, ma che ha dato vita ad un quarto di secolo di continua degenerazione, di sempre più disgustoso asservimento italiano agli Usa – prepotenti e assassini; e che ormai si credevano i soli a dominare il mondo – e ad una UE, creata in base ai progetti degli ignobili “padri dell’Europa” finanziati dalla Cia.

Sta cambiando quest’epoca, ma non abbiamo ancora le forze in grado di scatenare la “giusta ira” distruttiva e annientatrice di tutta questa merda, accumulatasi in tanti decenni. A questo dovranno lavorare quelli che sinceramente vogliono mettere fine al predominio mondiale degli Usa (oggi in qualche difficoltà), favorendo non solo a parole il potenziarsi del multipolarismo, fonte di nuova necessaria trasformazione di questa società umana arrivata ad un pericoloso punto di degrado.

 

I GERMANOFOBI SONO ANTI-ITALIANI

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L’odio antitedesco, che possiamo anche chiamare germanofobia, non è diverso da quello antirusso o russofobo da noi rimproverato ai filo-americani, decisamente sovrabbondanti in casa nostra. Stranamente, si fa per dire, l’odio antitedesco ha qualcosa in comune con quello antirusso. Entrambi mettono in secondo piano lo strapotere statunitense in Europa, per scagliarsi contro i suoi effetti secondari o accidentali. Addirittura, qualcuno ha affermato che occorre approfittare della guerra commerciale di Trump all’Europa per liberarsi dal giogo crucco. Sciocchezze inenarrabili che solo teste povere e limitate potevano esitare. Dietro queste castronerie c’è però qualcosa di più sostanziale, attinente all’approccio teorico con cui si vorrebbe interpretare l’epoca storica: l’assurda convinzione che (uso il linguaggio con cui si esprimono tali decerebrati) il “turbocapitalismo, ormai finanziarizzato” sia l’ultimo stadio di un sistema globale “apolide e sradicante”. Simili definizioni generiche descrivono esclusivamente la pochezza del loro contenuto e sono profferite per impressionare più che per spiegare. Quando si accetta l’assunto che sia la finanza, con la sua volatilità, a dettare i tempi del mondo la dura realtà dei rapporti di forza evapora in una nebulosa indistinta nella quale non è più possibile raccapezzarsi, al fine di individuare i veri centri del potere (i quali sono fisici, armati, egemonici). Bisogna tornare con i piedi per terra, l’unico luogo dove è possibile praticare la teoria che non sta in cielo, come qualcuno crede, ma saldamente  ancorata al terreno sociale. La sottosfera finanziaria, in quanto ambito appartenente alla sfera economica-mercantile è il luogo in cui i rapporti sociali si manifestano come rapporti tra cose. Quest’ultimi sono la proiezione di relazioni (conflittuali e cooperative) tra gruppi umani, agenti in una specifica organizzazione sociale. E’ strano che chi sostiene di voler rimettere l’uomo al centro dell’analisi lo faccia capovolgendo le cose, ponendo la fantasmagoria dei mercati prima della produzione di società. Semmai essa sta davanti, a mascheramento del resto da cui promana. Non è però casuale che le teoresi antifinanziaristiche inducano a siffatti errori di valutazione storica e siano alimentati proprio da quei poteri centrali dominanti che hanno tutto l’interesse a obnubilare la loro azione imperiale. Come ha più volte chiarito La Grassa la finanza è sempre in primo piano, non però come causa “profonda” della crisi bensì quale sua iniziale manifestazione particolarmente eclatante, in grado di provocare comunque effetti pesantemente risentiti dalla grande maggioranza della popolazione da essa investita…tale aspetto della crisi va assimilato ai terremoti (di superficie), i cui risultati sono disastrosi per i soggetti implicati; tali terremoti trovano però la loro origine in scontri e frizioni tra falde o placche di terreno roccioso situate a varie profondità[la lotta tra formazioni o aree di paesi per la preminenza], reale “motore” del catastrofico fenomeno superficiale.
Allora, diventa essenziale stabilire come si articola la dominazione mondiale e non “seguire il denaro” come si dice superficialmente, per ritrovare la propria sovranità, esercizio sempre più complicato nella fasi in cui il campo egemonico in cui si è inseriti (per noi quello occidentale a supremazia americana) viene sfidato da nuovi concorrenti. Se fino a qualche decennio fa potevamo vederci concessa una sovranità limitata, in virtù di un equilibrio mondiale bipolare, ora che si affaccia il multipolarismo ci viene imposta una cieca obbedienza ad ogni costo, funzionale soltanto alla riconfigurazione strategica di chi ha il controllo del nostro Paese e si sta confrontando con i potenziali concorrenti a livello mondiale. In tale clima, non sono ammesse “iniziative” nazionali autonome ed ogni smottamento dalla linea può comportare pesanti conseguenze. Questo è il tema principale, non le diatribe minori tra sottoposti alla stessa area d’influenza (come lo sono Germania, Francia e Italia nell’ambito europeo) seppur con diversi margini di “libertà” e “convenienza”. E’ vero che i nostri partner europei intendono scaricare sul Belpaese le maggiori difficoltà discendenti da questo scenario, ma non si può scagionare il martello e al contempo prendersela con l’incudine che sta ferma mentre quello batte. Pertanto, chi punta sul bersaglio tedesco (i francesi sono meglio?), oltre a sbagliare mira politica fornisce all’arciere che tiene sotto tiro l’intero continente la freccia col quale proseguire nella minaccia. Toglietevi, dunque, dalla testa di poter avvantaggiarvi delle presunte contraddizioni tra Washington e Berlino per guadagnare in indipendenza. Guadagnerete in servilismo e non è nemmeno detto che sarete ricompensati. Non è questa la strada per riportare l’Italia a livelli decenti di importanza regionale e benessere sociale.

Uomini e caporali

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Un’alleanza di rottura, come si preannunciava quella tra Lega e 5Stelle, avrebbe dovuto indicare un Premier forte, non uno sconosciuto dal lungo curriculum professionale. Ora viene pure fuori che il prof. Giuseppe Conte, questo il nome del futuro Primo Ministro (ormai quasi bruciato, ma vedremo) indicato al Quirinale da Salvini e Di Maio, ha “esagerato” con i titoli, inserendo specializzazioni estere non risultanti alle Università interessate che, invece, parlano di eventuali corsi brevi, di cui non resta traccia nei loro archivi. Ma non è questo il punto, gli attacchi sono pretestuosi ma ciò non toglie che sia da dilettanti scoprirsi il fianco in tale maniera. La competenza in politica è la capacità, non la portata di riconoscimenti accademici e lavorativi. Non è un percorso di studi che fa il politico. La politica è strategia nei conflitti. Servono le idee, la personalità, le proposte prorompenti, la voglia di cambiamento estrema e senza compromessi, in una fase in cui non vi è più nulla da salvare del passato, perché è tutto da rifare. Questo è un breve indice delle proprietà occorrenti ad un leader. A chi sarebbe mai venuto in mente di chiedere il curriculum a Mussolini e a Hitler o a Stalin e Mao? Un giornalista, un pittore e due contadini (grandissimi cervelli tutti e quattro, ognuno a modo proprio, che non avevano bisogno dei timbri universitari per veder riconosciute certe qualità). Occorre rompere gli schemi. Basta con queste sciocchezze. Urgono condottieri e non commercialisti o giuristi. La Storia è sensibile solo all’intelligenza e al coraggio, non alle lauree e ai master. Ci vogliono uomini convinti e forse anche qualche “caporale” per salvare l’Italia.

In ogni caso, abbiamo finalmente ben presente tutta la feccia che vuol fermare il cambiamento, anche se blando. F.i., Pd e ora anche Fratelli d’Italia rappresentano un unico fronte reazionario a sostegno dei soliti poteri marci nazionali e internazionali. Questi partiti vogliono che continui il pantano italiano degli anni precedenti e stanno utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione per ripristinare la vecchia merda. Sono loro il vero pericolo, non l’intesa tra populisti che, peraltro, manca della giusta assertività. Se non si spazzano via i traditori nessun nuova prospettiva può stagliarsi all’orizzonte.

L’Italia, un futuro come “media potenza” di A. Terrenzio

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Nel precendente articolo, avevamo accennato alla necessita’ di una ripresa del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo e di maggior peso nell’area “euro/atlantica”.

L’Unione Europea, il medio oriente e il nord-Africa, sono i poli principali dove la nostra politica estera deve tornare ad evere un ruolo assertivo.

L’UE in particolare, vive un periodo storico di estrema debolezza: la crescita esponenziale dei partiti euroscettici a causa delle dissennate politiche migratorie, la rigidita’ economica e burocratica delle sue Istituzioni, ne hanno fortemente indebolito la struttura. Il Brexit e’ stata la prima importante conseguenza della crisi dell’impianto europeo.

L’Italia, quale paese fondatore dell’UE e sempre presente nei tavoli internazionali, G7 e Oraganizzazione delle Nazioni Unite, ha progressivamente perso peso strategico ed economico, man mano che l’unipolarismo statunitense andava estendendo la sua egemonia a tutto il globo.

Il disastro libico del 2011 e’ stato l’evento geopolitico che ha maggiormente destabilizzato il nostro Paese.

L’incontro avvenuto recentemente tra Emmanuel Macron e Angela Merkel sulla risoluzione della questione migratoria e del contenimento dei populismi euroscettici, dimostra la volonta’ dei due capi di Stato di assumere la leadership della “governance” comunitaria.

Un asse franco-tedesco e’ quanto di peggio possa accadere per il nostro Paese. La Francia e’ la potenza militare principale del continente e fa dell’ “hard power” il maggiore strumento della sua politica estera. Rappresenta da sempre il nostro nemico storico insieme agli inglesi nel Mediterraneo e nel MO.

Negli ultimi tempi la politica estera francese ha assunto lineamenti particolarmente aggressivi, culminanti nella distruzione della Libia e nella destabilizzazione del nostro Paese.

La Francia di Macron non ha esitato a seguire sulla linea di Sarkozy. Sul piano commerciale ha ostacolato Finmeccanica, ponendo un veto sull’acquisizione dei cantieri navali STX. Per non citare un accordo scellerato firmato dal governo Gentiloni nella cessione di acque territoriali italiane, sventato all’ultimo momento. Ed ultimo, la violazione del territorio nazionale da parte della gendarmeria francese. In piu’ vanno ricordate le “scalate” ad infrastrutture strategiche per le comunicazioni televisive e telefoniche contro Mediaset e Telecom. Oltre al disastro libico, Macron ha cercato di trascinarci nel conflitto siriano contro Assad e in Niger sono presenti nostre truppe a sostegno degli interessi francesi in Africa.

Il breve accenno a tali questioni, rende evidente quanto sia ostile il ruolo svolto dalla Francia.

La Germania invece rappresenta un gigante industriale e finanziario (“soft power”), usa i parametri di Maastricht, i vincoli del deficit di bilancio e il debito pubblico, per ricattare il nostro Paese. Impone tagli strutturali che stanno cannibalizzando la nostra economia.

La moneta unica poi, è stata un mannaia che ha distrutto il potere di acquisto degli italiani, ha eroso la nostra competivita’ sui mercati esteri e ci ha deprivato della nostra sovranità monetaria.

Con la nomina del nuovo capo della BCE Weidemann, diretto emissario della Deutche Bank si porra’ probabilmente fine al “paracadute” attuato da Draghi, con prevedibile rialzo dei tassi di interesse sui Bond Italiani. A Berlino gia’ prefigurano un eventuale scenario di uscita dall’area euro dei cosiddetti “paesi cicala”. Ovviamente tale processo di sganciamento dall’area Euro, avverrebbe in maniera controllata, in tutto l’interesse della Germania e senza compromettere la tenuta dell’UE. Saremmo infatti costretti a ripagare in Euro I debiti contratti, e non in valuta nazionale.

Uno scenario da incubo quello che si prospetta da una eventuale uscita dalla moneta unica che leader come Salvini dovrebbero valutare attentatamene, prima di minacciare l’uscita dall’Euro.

Dopo questa breve disamina, appare chiaro che Francia e Germania sono i nostri due principali “nemici” sul piano continentale.

E veniamo al tema premesso dal titolo dell’articolo: è possibile pensare all’Italia come “media potenza”?

Il momento di debolezza politica del nostro Paese e di subordinazione della nostra classe sub-politica, rendono il quadro assai preoccupante. In piu’ da oltre due mesi, complice una legge elettorale che non permette la formazione di un governo, la penisola versa in uno stato di ingovernabilità. Il futuro prossimo non lascia presagire un cambio di direzione al nostro declino.

Tuttavia abbiamo il dovere di indicare delle linee guida che possano tracciare una via di uscita e di rilancio per il nostro Paese.

Il rapporto con UE e Nato.

Assumendo un approccio realistico, non possiamo pensare di uscire dall’area Euro senza conseguenze che potrebbero essere nefaste. Un’uscita dalla moneta unica potrebbe si potenzialmente rilanciare la nostra competitività sui mercati esteri, ma se cio’ avvenisse, la comunità finanziaria non esiterebbe a massacrarci peggio di come accaduto alla Grecia.

Inoltre saremmo costretti a ripagare un debito pubblico già di per se enorme, con una valuta piu’ debole. Senza contare che il nostro paese e’ carente di materie prime. Piu’ verosimile cercare una strategia “riformista” dell’Impianto UE. Chiedere una riformulazione dei trattati, ottenere maggiore flessibilità per permettere il rilancio della nostra economia e dell’occupazione.

Altro tema centrale da discutere in sede europea, e’ la questione dei migranti. Dobbiamo pretendere delle risposte e degli aiuti concreti da parte dei nostri “partner” europei, che fino ad adesso hanno scaricato sulla Penisola tutte le problematiche relative agli sbarchi.

Legato a doppio filo al nostro rapporto con l’Europa c’è il nostro ruolo nell’alleanza atlantica.

Come nel primo caso, è inutile farsi illusioni su una nostra fuoriuscita dalla Nato, almeno in un futuro prossimo. Ma il tema deve diventare un elemento centrale per aggregare forze anti egemoniche. Occorre iniziare a mettere in discussione il dominio statunitense rifiutando di essere coinvolti nelle loro operazioni di conflitto o “peace keeping”. Solo in Europa, si pensi ai contingenti dispiegati in Lettonia ed Estonia, in prossimità della Russia, dove non abbiamo nessun interesse alla partecipazione di azioni ostili nei confronti di un nostro importantissimo partner strategico.

Dovremmo mostrare contrarietà alle sanzioni che hanno creato ingenti danni alle nostre aziende che esportano in Russia. L’Italia ha già pagato abbastanza per la soppressione del gasdotto “South Stream”.

L’Italia ed il Mediterraneo.

E qui’ che l’azione del nostro Paese deve ritornare protagonista per vocazione storica e geografica.

Se proprio non possiamo uscire da un’alleanza che non ci offre piu’ vantaggi, dobbiamo almeno cercare di riguadagnare spazio in una regione vitale per i nostri interessi. E in questo teatro regionale che potremmo attuare delle politiche di “aggiramento” del dominio atlantico.

Possediamo ancora comparti strategici ad alta tecnologia invidiatici da mezzo mondo. Eni e Finmeccanica, sono le nostre due punte di diamante ancora in grado di fare la differenza e garantirci un ruolo di primo piano nell’arena internazionale. Grazie soprattutto a questi due gioielli nazionali, siamo ancora i primi partner commerciali di paesi come l’Iran, la Siria, tra i principali nel nord/Africa e di diversi paesi dell’Asia.

Il quadro geopolitico attuale volge verso un “arretramento” progressivo della superpotenza americana. Anche se gli USA sembrano perdere posizioni in diversi angoli del pianeta (vedi in MO con la sconfitta in Siria), mantengono saldo il controllo sul vecchio continente. Tuttavia potenze come Francia e Germania non rinunciano ad una “semi-autonomia” che si dispiega, come si e’ visto, soprattutto ai nostri danni.

Della relativa debolezza che sta attraversando la superpotenza americana, complici gli attriti tra “Deep State” e dirigenza Trump, sembrano approfittarne diversi players regionali. E’ il caso della Turchia di Erdogan, che pur essendo uno dei tasselli piu’ importanti della Nato, si permette “giravolte geopolitiche” e cambi di strategia militare come in Siria.

In tale quadro, l’Italia potrebbe ritornare ad assumere quel ruolo di “media potenza” che l’ha vista protagonista durante la I Repubblica.

Per fare ciò dobbiamo assolutamente tornare ad avere un voce autorevole nelle relazioni internazionali.

Se vogliamo uscire dal ruolo di “sub-vassallaggio” al quale ci ha ridotto quest’UE a trazione atlantica, complice il declino di una classe politica tra le più servili di sempre, dobbiamo assolutamente prepararci a questa nuova fase.

Un “nazionalismo economico” dai risvolti anche militari, sta tornando prepotentemente in auge, sintomo di quella transizione al multipolarismo che abbiamo piu’ volte sottolineato.

Un recupero di una politica sovranista e di interesse nazionale risultano imprescindibili. L’azione propulsiva dei nostri “asset strategici”, dovra’ necessariamente trovare un supporto delle nostre forze militari, che dovranno svolgere il ruolo di “braccio armato” dei comparti suddetti.

Ma per realizzare cio’, bisogna innanzitutto dotarsi di una élite dirigente consapevole delle sfide che ci attendono. Da questa Unione europea non potremo aspettarci nulla di positivo ed il declino dell’unipolarismo americano, da opportunità, potrebbe aprire scenari addirittura peggiori di quelli attuali. Francia e Germania, sono pronte a spolparci vivi e a danzare sul nostro cadavere.

LA RECITA DEL NUOVO “INCIUCIO”, di GLG

gianfranco

Oggi nell’editoriale de “La Verità” s’inizia ad accennare all’ipotesi che ho formulato nei post precedenti, ma in modo deformato e non esattamente quello che penso io. Si dice insomma che Renzi fa l’intransigente perché alla fine i “5 stelle” facciano ampie concessioni al suo programma (cioè di fatto a quellopiddino nel vero senso della parola). In effetti, non è che Martina è in effettivo dissenso con l’ex segretario, di fatto sempre il capo del partito. Martina deve condurre la manfrina con Di Maio mentre i renziani sembrano far quadrato contro ogni accordo. Si spera (da parte piddina) che alla fine il pentastellato, se non vuol apparire come quello che ha condotto per due mesi inutili trattative fallendo l’obiettivo, prenda in seria considerazione le concessioni necessarie all’alleanza (che i “5 stelle” continuano ridicolmente a definire “contratto”). Tuttavia, il programma non è semplicemente quello di Renzi, bensì quello che costui ha già concordato con il berlusca per avere un appoggio esterno di quest’ultimo. E a Di Maio verrà chiesto senza mezzi termini di accettarlo come del resto aveva già detto di poter fare per giungere all’accordo con la Lega. In quel caso, il “nano”, in continuo contatto con il “padrone” del Pd, aveva rifiutato sdegnato sentendosi offeso per essere così diminuito nel suo ruolo. Tutta una ignobile commedia che Salvini (con Meloni al seguito) ha accettato. E non credo sia così stupido da non capire che era una farsa e che il “viscido” è in continuo contatto con Renzi; e non credo che nemmeno la Meloni sia così cogliona da non afferrare la stessa cosa.

Tuttavia, Salvini ha seguito l’infido alleato nel rifiutare il semplice appoggio esterno di F.I. Adesso questo verrà dato al Pd(con i pentastellati), una volta che Renzi abbia ottenuto il programma di compromesso che vuole. Il “neobadoglio” farà tutta la scena di accettare per il bene d’Italia (e dei suoi cittadini) e chiederà anche agli “alleati” (di cui se ne frega altamente) di fare lo stesso. Vedremo cosa risponderanno questi; ma comunque il governo avrebbe comunque i numeri necessari con Pd, “5 stelle” e F.I. La popolazione non ci capisce nulla per il semplice fatto che non riesce nemmeno ad intuire che il vero problema non è l’interesse nazionale, ma quello della UE e delle sue possibili alleanze con gli Usa dove ancora non è risolto lo scontro interno. E a quel livello si notano le manovre di Macron che, fregandosene altamente delle difficoltà interne (tipo sciopero nei trasporti), sta giocando una complessa partita (con la Merkel alla testa di un governo tutt’altro che forte) per avere il leaderato in Europa. Il “nano” sembra più legato attualmente ai tedeschi, ma doppiogiochista qual è può benissimo accettare il predominio di “questo” o di “quella”. E’ solo un tirapiedi pronto a servire chiunque si dimostri il più forte. L’importante è essere antipopulista, europeista convinto e fingendo però di voler ottenere qualcosa dalla UE per il nostro paese; in realtà solo per se stesso e i suoi interessi più imprenditoriali che politici.

Questa la sceneggiata in gioco, dove tutti fingono di star facendo gli interessi nazionali mentre sanno benissimo che gli attori principali e più esiziali per l’Italia (Renzi e Berlusconi) guardano semplicemente a come apparire i migliori sicari di UE e degli Usa (quelli che usciranno dal loro complesso conflitto interno). Certamente, tale gioco sarebbe stato già risolto a partire dal 5 marzo se F.I avesse vinto il confronto con la Lega nello schieramento di sedicente centro-dx. Adesso tutto è più complicato, i tempi sono ormai fin troppo “diluiti”, ma il “complotto”, denominato “inciucio”, è pur sempre in pieno svolgimento. Riuscirà? Salvini si piegherà tradendo i suoi elettori? La Meloni a chi sta dando una mano? Domande a cui al momento non si può rispondere in modo congruo e definitivo. Tuttavia, la presa in giro è già in atto poiché si tace al “popolo” il problema centrale, che è quello internazionale, non l’interesse nazionale. Per realizzare quest’ultimo, bisogna prima decidere come atteggiarsiin politica estera. E senza reticenze, mezze parole, mal di pancia finti più che realmente sofferti. La soluzione non è ancora decisa con certezza. I tentativi di imbroglio sono però in pieno svolgimento; e tutte le forze politiche sono responsabili nel non dire agli italiani che cosa si sta giocando.

 

L’ARLECCHINATA (servi di due padroni) di GLG

gianfranco

 

I pentastellati sono un movimento e non un partito, si dice spesso. Ed è in parte vero, ma vi è egualmente un gruppo di vertice che alla fine prende tutte le decisioni anche per la “base” (malgrado la sceneggiata dei continui consulti di quest’ultima); semplicemente, il gruppo di vertice non ha alcuna linea politica ben definita, soprattutto in quello che è oggi l’aspetto fondamentale della politica di un paese della UE, nata come semplice subordinata alla Nato, cioè agli Stati Uniti. La politica decisiva è appunto quella internazionale. Per mezzo secolo l’Italia è stata una domestica degli Usa, dotata di un qualche rispetto. Da un quarto di secolo è diventata proprio una serva, di quelle che fanno i bucati e lucidano i pavimenti; e quindi alle dipendenze anche di un altro padrone (la Ue a direzione franco-tedesca, dove i due paesi sono i “maggiordomi” dei predominanti d’oltreatlantico). Per un certo periodo di tempo è potuto sembrare che il “nano”, per suoi imprescindibili interessi personali, potesse comunque agire con qualche differenziazione rispetto a tale tipo di servitù; si vedano i rapporti con Putin, un certo interesse strategico seguito all’epoca degli accordi tra Eni e Gazprom, ormai saltati nei fatti da tempo.
Quando infine Obama ha preteso in modi più netti il servaggio italiano, tale essere infido si è messo di fatto ai suoi piedi, pur mantenendo rapporti con lo schieramento di “centro-dx” proprio per impedire gli slittamenti ridicolmente chiamati populisti con il sottinteso di fascisti; dato che l’antifascismo – nulla a che vedere con lo spirito della Resistenza e soprattutto di quelli che in questa si sono battuti per un vero mutamento sociale – è ormai la sceneggiata dei peggiori servi dell’atlantismo, quelli che hanno iniziato le loro funzioni fin dai lontani anni ’70 (molto al coperto perché esisteva ancora l’Urss e una forte base piciista filo-campo “socialista”) e poi, dopo il crollo del paese sovietico, si sono smascherati dimostrando tuttavia una estrema pochezza e l’incapacità d’essere buoni servitori, che ha infine stancato gli yankee. Sono stati sostituiti dal sedicente “rottamatore”, sempre di fatto sostenuto dal traditore d’Arcore, ormai un vero infiltrato nello schieramento opposto. Oggi anche quelli che denomino post-postpiciisti dimostrano di non essere in grado di fornire buoni servigi. Un’accozzaglia informe di gruppi riuniti da semplice malcontento – che serpeggia, ormai in forma abbastanza diffusa, nel corpo sociale italiano – ha preso una sia pure incerta e pasticciata posizione di distacco dal vecchio servitorame e “galleggia” appunto nel movimento detto “5 stelle”. Proprio per questo, diretto da semplici opportunisti senza linea politica definita, tale movimento tenta di sostituire i vecchi e inetti servi degli Usa e della UE.
Per far questo, i pentastellati hanno tentato di trascinare dietro di sé la Lega; ma questo era solo l’intento del gruppo diretto da Di Maio, non dei suoi oppositori interni, che contano di andare con coloro (i piddini) che vorrebbero sostituire e alla fine assorbire, rischiando però di fare il loro gioco e di rilanciarli. Per il momento, che non si sa quanto durerà, sembra invece che il Pd continui a cadere, trascinando però in parte anche i “5 stelle”, che si sono mostrati singolarmente privi di linea politica definita, continuando a predicare la per loro (in apparenza) indifferente scelta tra i “due forni”. In realtà, Di Maio mostrava una certa preferenza per la Lega, ma di fronte alla non decisione di Salvini di lasciare il “nano”, non gli è restata altra scelta che dover cedere ai suoi avversari. Nessuno lo dice, ma berlusca è il vero antagonista dei pentastellati (ecco perché sono effettivamente impossibilitati ad una qualsiasi anche minima collaborazione fra loro): essi sono concorrenti, fra loro inconciliabili, nei rapporti d’alleanza con il Pd, al momento crollato per la sua inettitudine nel servire l’atlantismo, ma pur sempre un pezzo importante nella totale liquidazione di una almeno modesta autonomia (quella che esisteva ad es. nella prima Repubblica). I pentastellati raccolgono attualmente il malcontento di gente che prima votava per il Pd; e anche di una parte (credo però molto minore) di quella che votava “a destra”. Il berlusca deve restare infiltrato in quest’ultima per impedire qualsiasi slittamento detto “populista”. E Salvini e Meloni – pur con qualche preferenza in tale direzione, manifestata in modo migliore dal primo con un minimo di amichevolezza verso la Russia mentre l’altra si ferma a Orban, veramente un po’ poco! – non sono capaci di perseguire l’autonomia italiana fino in fondo perché, contando solo sui risultati del voto, si sentono deboli senza l’apporto di chi, infido “alleato” qual è, continuerà a intralciarli in tale (debole) intento seguendo i dettami dei vertici europei, in specie tedeschi.
Una situazione assai meschina. Un po’ ridicolo il riferimento di Salvini ad una possibile “passeggiata” a Roma. Occorrerebbe un’autentica “marcia”, ma chiarendo fino in fondo che non avrebbe nulla a che spartire con gli “slanci” patriottardi del 1922. Dovrebbe essere una “marcia” per togliere ogni potere agli ormai molto dannosi filo-atlantici (scoperti o invece “doppi” come il “nano”, da togliere di mezzo quale primo obiettivo proprio perché si finge “diverso”) al fine di spostare l’asse delle alleanze internazionali; non per subordinarsi a paesi diversi, ma per l’evidente motivo che oggi l’Italia da sola non può fare nulla sulla scena mondiale. Basta con la revisione della UE (o soltanto dei “parametri di Maastricht”) e anche con l’uscita da essa o dall’euro. Occorre agire al suo interno con vigoria anti-atlantica, cercando di sollecitare eguali umori in forze politiche di altri paesi europei. Una lotta senza esitazioni si apra con gli organismi dirigenti della UE (e pure della BCE). E si vada, da pari a pari, a trattare con schieramenti al governo in Russia, che stanno portando ad una chiara e brillante rinascita di quella potenza come opposta alla Nato e ai suoi controllori: gli Stati Uniti quale paese predominante (diviso per il momento all’interno da uno scontro non proprio irrilevante) e i subordinati vertici europei.
Basta certamente con la divisione tra “destra” e “sinistra”; possiamo usare queste dizioni quali semplici termini per indicare una diversità di schieramento, che deve però farsi netta soprattutto sul piano della politica internazionale. Insomma, un uso in fondo nominalistico, sapendo bene che non corrisponde al significato di destra e sinistra nel secolo XX. E va pure smascherato in pieno chi si dichiara ancora antifascista nel tentativo di sollevare vecchi sentimenti per protrarre il proprio servile potere, distruttivo di tutto ciò che i veri resistenti volevano e per cui hanno dato la vita o comunque patito molte sofferenze. Questi antifascisti sono solo dei “falsari”; e come tali vanno spazzati via da una forza politica che infine applichi con ferma decisione programmi che nulla abbiano più a che vedere con quelli del secolo scorso (in certi casi di cent’anni fa). L’Italia deve risorgere non come “patria” di chissà che cosa. Nemmeno però, per favore, si riparli dell’internazionalismo proletario e altre grandi idee ancora più vecchie, risalenti nei fatti al XIX secolo. Abbiamo adesso bisogno di un “eurosentimento”; antagonista però di queste ignobili dirigenze, che hanno preso da decenni il “davanti della scena” nel nostro continente.
Nessuna delle attuali forze politiche italiane ha purtroppo lo spessore necessario. Sono imbolsite da settant’anni di “democrazia” del voto, cioè di semplici sondaggi di un’opinione pubblica confusa e non abituata ai duri scontri che bisognerà affrontare per rovesciare le suddette dirigenze, sempre più asservite ad una potenza al di là dell’Oceano. D’altronde, lo ammetto, non è facile avere idee precise sulle strategie da seguire. L’unica cosa chiara è la dannosità sempre più grave della commedia recitata con il voto, che conduce a penose e miserabili arlecchinate; quella di questi giorni è soltanto una delle innumerevoli che vediamo susseguirsi da decenni.

ANDIAMO ALMENO UN PO’ SOTTO L’EPIDERMIDE, di GLG

gianfranco

Sentendo parlare pretesi esperti di politica internazionale, con posti direttivi in Istituti di tale tipo, penso di essere stato defraudato di qualche carica di rilievo. Apprezzo molto due o tre di questi esperti; la maggioranza mi sembra assai discutibile. Ho cominciato a sentir parlare di III guerra mondiale all’epoca della crisi dei missili a Cuba nel 1962; e sghignazzavo. Ho sghignazzato non so quante altre volte per lo stesso motivo; l’ultima è stata poco tempo fa in occasione della crisi tra Usa e Corea del nord. E adesso vediamo come sta andando a finire. Tuttavia, è da qualche tempo che viene annunciato l’incontro tra Trump e Kim (che dovrebbe esserci salvo altre commedie dell’ultimo momento). Solo che tutti parlavano di accettazionedella denuclearizzazione da parte del “dittatore” nordcoreano. Ho subito scritto che non aveva affatto promesso questo, ma solo la sospensione dei test nucleari e di quelli relativi ai missili balistici; e dopo essere arrivato alla bomba H e al missile intercontinentale. Ed infatti, adesso che l’annuncio c’è stato ufficialmente, all’entusiasmo di Trump corrispondono alcuni distinguo di altri per il fatto che Kim ha appunto promesso la sola sospensione degli esperimenti, precisando che ormai ha ottenuto abbastanza per avere un certo potere di deterrenza.

Quello che non si è capito è che la partecipazione dei nordcoreani alle Olimpiadi nel sud Corea non era dovuto al potere dello sport in tema di sviluppo di rapporti amichevoli. Anche in tal caso, ho subito fatto presente come la mossa “sportiva” fosse solo un passo politico ben preciso per aprire una strada, che èproseguita con incontri tra le autorità dei due paesi; e a giorni ve ne sarà uno ancora più importante. Pure la Cina, come Trump, manifesta ufficialmente soddisfazione per la decisione di Kimmentre non è per nulla contento il premier giapponese, che già da tempo insiste per il riarmo del suo paese; è evidente che la Corea del nord era una buona scusa per portare avanti questo disegno. Adesso, quindi, egli fa mostra di non credere alla sincerità di Kim onde continuare ad avere il pretesto per il riarmo. Pure la soddisfazione dei vertici Usa e cinesi dipende dal fatto che in ogni caso si tratta delle due massime potenze nell’area del Pacifico; e non hanno da temere gran che da quanto si profila all’orizzonte (e non viene tuttavia nemmeno menzionato). Sarà un processo ovviamente complesso e difficile, ma è più che chiaro che tutte le ultime mosse – anche nel momento della “grave crisi” tra Trump e Kim – fanno capire come alla lunga le due Coree si riunificheranno e daranno vita, con la potenza industriale del sud e quella bellica del nord, ad una buona subpotenza regionale;appunto nell’area del Pacifico.

E’ ovvio che Usa e Cina resteranno le due potenze maggiori in quell’area; ma la nascita della Corea riunita (che richiederà ancora passi complicati da compiere, sia chiaro) può mettere in moto tutta una serie di squilibri e riequilibri, tutti da vedere. E il Giappone sarà sempre più ansioso di partecipare al “gioco”. Anche perché mi sembra che i vertici giapponesi non siano come quelli germanici, incapaci di riprendersi dalla sconfitta subita nel 1945 e solo interessati ad essere i “maggiordomi” (in concorrenza con i francesi) del gruppo di servitori europei degli Stati Uniti. I giapponesi sembrano invece voler risorgere in modo autonomo. Difficile adesso pronunciarsi su paesi come l’India o il Pakistan, ecc.

D’altra parte, l’area del Pacifico non è isolata dal resto del mondo. Di conseguenza, la rivalità tra le due maggiori potenze “laggiù” (Usa e Cina) sarà influenzata dalla presenza dell’area europea e africo-mediorientale, dove sta venendo in evidenza la Russia (paese che si estende però anche in Asia in contatto con la Cina). E con la presenza di due subpotenze quali Iran e Turchia, che non si mostreranno asservite ad altri e giocheranno sulle contraddizioni tra le due maggiori potenze nell’area in questione; appunto Usa e Russia. Insomma ci sarà da divertirsi a seguire tutte le capriole e gli zig zag che compiranno potenze (tre fondamentalmente) e subpotenze nelle diverse regioni del globo. La terza guerra mondiale – e come verrà combattuta? Altro enigma – è ancora lontana; arriverà, occorre sempre che alla fine ci si batta per la supremazia (naturalmente per un certa epoca storica, poi tutto ricomincia sempre daccapo). Per il momento, lo ripeto, divertiamoci; come accade sempre quando bisogna risolvere una serie di puzzles.

PS  Riporto quanto scritto il 28 marzo

http://www.corriere.it/…/kim-mistero-viaggio-segreto…

Di nuovo il tema della denuclearizzazione. Non credo sia in discussione. Semmai ci può essere un arresto (o magari sosta) negli esperimenti; tanto la Corea del Nord ha già raggiunto buoni risultati potendo ormai fabbricare anche la bomba H. Quanto già ottenuto basta per costruire un arsenale atomico; ed è probabile che anche senza ulteriori esperimenti si possano compiere passi aggiuntivi in merito alla produzione di bombe ancor più potenti. Il nord Corea, inoltre, ha anche sperimentato il missile a lunga gittata. Il paese ha tutti gli elementi per mettere in piedi un percorso, certo abbastanza lungo, per giungere ad un’unica Corea piuttosto forte, vera subpotenza che può farsi rispettare sia dalla Cina che dagli Usa. Da mesi parlo di questa prospettiva. Ultimamente ne ha parlato anche Limes; è dagli anni ’50-’60 del secolo scorso che il sottoscritto fa previsioni azzeccate, a partire dal XX Congresso del Pcus del febbraio 1956 e poi sulla crisi dei missili a Cuba nell’ottobre ’62 (e nel frattempo una serie di previsioni azzeccate sul percorso del Pci). Potrei citare ancora le supposizioni sui motivi e sui “creatori” del watergate contro Nixon; e ancora sulle vere motivazioni del rapimento e uccisione di Aldo Moro (con relativo viaggio di Napolitano negli Usa nello stesso periodo); e poi sulla funzione di Gorbaciov con liquidazione del “blocco socialista”, ecc. ecc. Mai avuto la soddisfazione di una sola citazione da gente che è arrivata con ritardi immani a capire ciò che stava accadendo.
Chiusa la parentesi, e tornando all’argomento principale, la Cina non può non avere qualche preoccupazione per il sorgere della subpotenza appena citata ai suoi confini, ma sarebbe tutto sommato in grado di controllarla. Tenere il nord Corea sotto protezione, ma far si che il sud Corea resti sotto il tallone, sempre più pesante, degli Stati Uniti, credo sia una prospettiva peggiore. Così pure per i nordcoreani. Denuclearizzando, dovrebbero restare sotto lo scudo (nucleare) cinese, rinviando sine die la prospettiva di riunificazione del paese con rafforzamento netto delle due metà. Gli unici ad avvantaggiarsi del fatto sarebbero gli Stati Uniti, da cui la Corea del sud non potrebbe mai affrancarsi. Anche per la Cina – a meno che non pensino, nel più lontano futuro di chiara acutizzazione del multipolarismo, a qualche “alleanza” con gli Usa in funzione antirussa (e antigiapponese, poiché anche tale paese, in tempi medio-lunghi, giungerà a riarmarsi) – non sembra conveniente la prospettiva di una definitiva subordinazione del sud Corea agli Usa.
In definitiva, credo che i colloqui cino-nordcoreani saranno tesi a trovare punti di collaborazione per il periodo immediato e in tempi medi, favorendo anche eventuali trattative di Kim con Trump (di cui si parla di incontro, ancora non si sa quando né se alla fine ci sarà), ma soprattutto favorendo tutte le misure utili a favorite il graduale sganciamento del sud Corea dalla sudditanza stretta a Washington. Il nord Corea non dovrebbe rinunciare alla notevole potenza atomica raggiunta, che è un buon patrimonio che può portare “in dote” nel futuro prevedibile “matrimonio” con la parte meridionale. Se ci fosse sul serio la denuclearizzazione del nord, bisognerà mutare le ipotesi sui rapporti tra Cina e Usa a medio-lungo termine.

 

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