CONTRO LA DEMOCRAZIA

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La storia è storia dei conflitti sociali. Quelli tra classi dominanti risultano però più decisivi di altri nel configurare gli assetti societari. I gruppi strategici sono quelli che decretano, con la loro azione tesa a primeggiare nelle diverse sfere collettive, il condensarsi degli eventi caratterizzanti la specifica formazione sociale, in un segmento temporale di una certa continuità (fase). Le classi dominate entrano nella disputa aggregate ai differenti blocchi sociali (quindi da gregarie), guidati dall’alto; ciò non toglie che in particolari momenti epocali, possano incidere maggiormente, con le proprie istanze, in questa battaglia per la supremazia (l’esempio del movimento operaio otto-novecentesco). Ma, in ogni caso, non sono esse a direzionare la dinamica degli avvenimenti. L’intelligenza dei processi appartiene ai detentori del sapere e delle grandi risorse produttive, economiche, culturali, finanziarie, ecc. ecc. Per questa motivazione, anche il movimento operaio dei secoli scorsi, è stato sempre diretto da avanguardie, non provenienti dal suo seno ma dai ceti soprastanti, di solito con soggetti ai margini delle categorie superiori “emancipatisi” dalle proprie origini. Senza le masse non si fa la storia ma non sono le masse a fare la storia. Ciò spiega la non rivoluzionarietà intrinseca della classe operaia, il cui istinto, come ben diceva Lenin, era tradunionistico e non sovversivo. Dopo decenni di fallimenti ci dovrebbe essere l’evidenza del fenomeno ed, invece, c’è chi continua a farfugliare di autonomia del proletariato e di classe operaia che deve dirigere tutto. Mettetevelo in testa una buona volta, nessuna cuoca potrà mai amministrare gli affari dello Stato, perché il mestiere della politica non è un’attività qualunque e richiede superiori doti analitiche, frutto di scienza e conoscenza. Per politica, in questo senso, intendiamo quanto teorizzato da Gianfranco La Grassa, ossia quella: “…serie di mosse compiute da dati agenti sociali, serie di mosse coordinate in quella che denominiamo strategia e che gli agenti mettono in opera nel loro confronto (scontro) teso a prevalere gli uni sugli altri. La strategia non ha nulla a che vedere con movimenti compiuti a casaccio, nel più completo disordine, pura reazione primitiva, quasi istintiva, ad uno stimolo proveniente dall’esterno, che spesso è l’agitazione altrettanto caotica di altri contendenti. La strategia implica un ordine di successione delle mosse; non certo deterministico, ma comunque sempre fondato su una studiata concatenazione delle stesse, sulla ricerca, tramite esse, della massima possibile efficacia (concetto del tutto differente da quello di efficienza) in relazione alla finalità perseguita: il successo e la supremazia. Prima di attuare una strategia è dunque indispensabile costruirla in quanto coordinazione di movimenti tesi ad un fine ben prestabilito. Nulla si costruisce senza la preliminare esplorazione del campo della sua applicazione. All’esplorazione segue una più minuta analisi del campo, cioè degli elementi fondamentali che lo strutturano e gli attribuiscono date caratteristiche salienti, senza stabilire preliminarmente le quali non ci si può muovere se non disordinatamente e nelle più diverse direzioni, ponendosi alla mercé di altri contendenti che si applichino scientificamente allo studio della strategia da svolgere in quel campo. Oltre al campo è quindi indispensabile tener conto e valutare, al meglio possibile, la posizione, la forza e le intenzioni strategiche degli altri avversari in gioco in esso e in quella contingenza temporale (a volte un’intera fase storica). Tutto questo è sufficiente? Nient’affatto, è importante ma non sufficiente”.
Quindi, la politica, così descritta ed intesa, non è alla portata dell’incolto o dell’uomo pratico che rifiuta la “grammatica”. In quanto serie di mosse strategiche essa attraversa le sfere dell’attività umana che, intersecandosi, costituiscono il tutto sociale. Le sfere in questione sono: quella politica (da non confondere con la politica come strategia per confliggere, appena spiegata), quella economica e quella ideologica. Ancora nella teorizzazione lagrassiana: “Per comodità (teorica) ho sempre utilizzato la tripartizione della società in tre “sfere” (tre grossi ambiti, mai concretamente separati da nette delimitazioni di confine): quella politica, quella economica (con sottosfere produttiva e finanziaria), quella ideologica, che a volte denomino ideologico-culturale per indicare sia tutto ciò che si muove nel campo delle idee, dei punti di vista, delle battaglie fra queste(i), sia i depositi accumulatisi durante questo movimento nel corso di lunghi periodi di tempo in dati ambiti sociali forniti pure di un territorio (di solito si tratta di quelli che chiamiamo paesi e, da un certo periodo in poi, spesso pure nazioni).
Ogni sfera è costituita da gruppi di apparati, di strutture organizzate che perseguono date finalità. Nella sfera politica, simili organismi si addensano attorno allo Stato (della cui formazione storica non discuto), che ufficialmente serve all’espletamento di funzioni generali di mantenimento di una data società abitante in un certo paese. Vi sono poi le organizzazioni dette partiti, costruite appunto per accaparrarsi il potere nella gestione dello Stato (e delle sue funzioni generali svolte nell’ambito dei diversi paesi). In determinate congiunture – e anche a seconda di una serie di specifici depositi culturali formatisi nei vari e differenti paesi – un partito esclude tutti gli altri e assume il completo controllo dello Stato; in altre congiunture si svolge invece una competizione tra vari partiti, in genere soggetta a regolamentazioni diverse da paese a paese e da fase storica a fase storica. Si possono quindi avere le cosiddette dittature o invece le (altrettanto cosiddette) democrazie….
Passando alla sfera economica – che va appunto suddivisa, dato il carattere mercantile generalizzato delle economie definite capitalistiche, in produttiva e finanziaria – gli apparati fondamentali sono quelli definiti imprese, di cui ancora una volta la concezione più semplicistica, quella liberale, predica la “virtuosa” concorrenza nello spazio del sedicente “libero mercato”, uno spazio di cui si immagina l’autonomia e auto-sussistenza in base a semplici criteri di efficienza nella conduzione della gestione aziendale, e dunque il prevalere di queste o quelle imprese nella produzione – di beni e servizi, comunque di merci – a costi, e dunque a prezzi, più bassi. In realtà, la concorrenza è un conflitto in cui conta solo parzialmente l’efficienza economica (caratterizzata dal principio del “minimo mezzo”), largamente coadiuvata invece da più complesse attività di questi apparati nei loro svariati rapporti con le altre sfere sociali e, in particolare, con quella politica. Tuttavia, vi è troppo spesso la tendenza a vedere la sfera economica come quella principale e dominante nella società e a trattare dei suoi apparati, le imprese, in termini di organismi strutturati secondo determinati criteri riconducibili appunto all’efficienza. I rapporti tra l’economia e le altre sfere sarebbero relazioni tra individui o gruppi di individui, che si considerano caratterizzate da “sentimenti” d’ordine personale: in modo speciale, il desiderio di acquisire potere ma ancor più ricchezza; è anzi quasi sempre quest’ultima ad essere messa in primo piano poiché lo stesso potere sarebbe acquisibile tramite essa, dunque sarebbe una variabile subordinata. Al servizio di ogni ambizione, sostanzialmente rinviabile agli individui, si mette l’inganno, la menzogna, la corruzione, la costrizione (quando possibile), ecc. Poiché ogni ambizione sarebbe comunque condizionata dalla ricchezza posseduta, si tratta di quest’ultima nella sua disponibilità secondo i criteri di più rapida e flessibile utilizzabilità, che è ovviamente – in una società di generalizzazione mercantile dell’attività produttiva – quella monetaria o assimilabile a quest’ultima; cosicché, in definitiva, si enfatizza sempre la funzione spettante alla sfera finanziaria come se fosse la fonte di ogni potere, nel senso migliore o peggiore del suo uso. Alla fin fine, tutti gli accadimenti sociali più rilevanti – compresi gli eventi detti bellici – vengono attribuiti al denaro, al desiderio di accumularlo e al modo del suo utilizzo che provocherebbe spesso le più acute crisi di tutti i generi. La sfera finanziaria viene quindi pensata quale principale sfera sociale, predominante, causa dei maggiori accadimenti; e poiché di ogni accadimento si tende generalmente a porre in primo piano l’aspetto “demoniaco”, la sfera finanziaria e l’ingordigia di denaro sono considerati le più decisive fonti dei mali sociali di tutti i generi.
Infine vi è la sfera ideologica e, in senso più generale, quella culturale in quando deposito di lunghissimo periodo dello scontro ideologico legato alle successive epoche storiche, attraverso cui sono passate le varie formazioni sociali. Tale sfera non ha suoi specifici apparati, poiché questi o fanno parte della struttura dello Stato o sono organizzati in forma di impresa. La sua precipua caratteristica è rappresentata dall’occupazione di particolari ruoli, comunque utilizzati negli apparati di tipologia politica o economica, da parte degli intellettuali in quanto personaggi espletanti le funzioni speciali attinenti alla lotta ideologica e alla trasmissione intergenerazionale di quei saperi e pensamenti (“depositati”) che fanno parte di una determinata cultura. Gli intellettuali sono o incardinati esplicitamente negli apparati in questione o sono apparentemente liberi di svolgere le loro elucubrazioni; in ogni caso, salvo eccezioni (frequenti solo in periodi di crisi e trapasso tra formazioni sociali diverse), tali personaggi svolgono soltanto, talvolta inconsapevolmente, funzioni che coadiuvano la riproduzione di una data struttura di rapporti sociali”.
Fin qui la spiegazione del pensatore veneto (che, sottolineiamo, è una nuova teorizzazione e non una riflessione su elaborazioni altrui, come quelle di tanti che si spacciano per pensatori senza aver mai pensato nulla di originale), che dovrebbe aiutarci a capire come muoverci per incidere seriamente sul nostro ambiente, al fine di concepire una trasformazione dell’esistente. Innanzitutto, questa categorizzazione ci permette di falsificare le teoresi di quanti straparlano di ultimo stadio finanziario del capitalismo e di predominanza della sfera finanziaria sulle altre. In una fase di crisi è normale che gli squilibri più evidenti riguardino i mercati, le banche, le borse, i titoli, le speculazioni ecc. ecc. Quando si depotenzia il centro regolatore politico, che impone ad ogni attore nazionale le regole del gioco, ognuno cerca di avvantaggiarsene, di approfittare del vuoto di potere o dello sguarnimento di alcune “aree” per estendere il proprio raggio d’azione. Le stesse imprese finanziarie, basate nel paese predominante, iniziano ad operare con maggiore spregiudicatezza, per sfruttare il caos da posizioni di forza o per seguire le indicazioni segrete del potere politico o, ancora, andando anche oltre questi indirizzi, tanto da dover essere richiamate all’ordine qualora dovessero pestare i piedi alle iniziative degli strateghi istituzionali. Il denaro (coi suoi duplicati immateriali) fornisce la linfa necessaria al conflitto, per questo è indispensabile, ma esso non basta da solo a vincere le guerre. Se si produce, effettivamente, una sottomissione di forze statali a forze del denaro, questa riguarda più che altro i Paesi deboli dove l’arco politico non è in grado di ripensare la propria ricollocazione geopolitica e di elaborare una visione dei processi di cambiamento globale in atto. Il caso italiano è emblematico. Generalmente però, l’ultima parola è sempre dei drappelli dominanti statal-militari che sono chiamati a convogliare l’energie, dell’intera formazione sociale particolare, con lo scopo di creare egemonia fuori dai confini nazionali e ricompattare la comunità interna sugli obiettivi improcrastinabili. Esiste una certa autonomia degli insiemi decisori (sempre in conflitto tra loro) che operano nelle varie sfere ma è indispensabile il momento della sintesi che è, appunto, di competenza dei soggetti primeggianti in quella politica.
Detto questo, è arrivato il momento di comprendere meglio la fisionomia del nemico quando si opera in contesti nazionali subalterni, orbitanti nel campo gravitazionale di una superpotenza. Sbraitare contro la finanza apolide, la globalizzazione, la bancocrazia non ha alcun senso. Si deve, invece, colpire direttamente il rapporto di sottomissione tra i funzionari della superpotenza (di qualunque specie essi siano, finanziari, ideologici, politici ecc. ecc.) e i loro sottoposti nel paese satellite, quelli che occupano gli apparati rappresentativi ricorrendo a sistemi d’elezione escludenti, per come sono concepiti, l’accesso a corpi resistenti autenticamente sovrani e indipendenti. Quest’ultimi non saranno mai maggioranza nel Paese attraverso i metodi democratici. Essi sono avanguardie chiamate a rompere gli schemi democratici, cercando l’acclamazione delle masse e la loro partecipazione fisica per il respingimento dell’invasore e dei suoi etnocrati. La reiterata prova muscolare (in funzione di un diverso progetto strategico) sulle questioni cruciali, e non la deposizione di una misera scheda nell’urna, è il massimo sforzo da chiedere al popolo. Essi interpretano la democrazia come un cavallo di troia e come tale lo rifiutano mentre cercano il coinvolgimento non passivo degli uomini e delle donne di buona volontà, al fine di scacciare dal governo i traditori e i loro protettori stranieri. La democrazia, rielaborata ad immagine e somiglianza dei predominanti mondiali, è l’imprinting che determina la riproduzione dei comportamenti sottomissivi di chi è eletto per governare. Non si sfugge a questa logica automatica se non mandandola in frantumi, senza mai partecipare ad un gioco a carte truccate. Abbattere la democrazia è il primo passo da fare per rigettare l’ingerenza esterna e sbarazzarsi dei politicanti che amministrano lo Stato attraverso diktat contrari all’interesse nazionale. Colpire a morte la democrazia significa ferire mortalmente i prepotenti che ci tengono per il collo. Chi cincischia su un tema così esplicito e blatera di altro (mondialismo, finanzcapitalismo ecc. ecc.) è solo un altro pagliaccio venuto a distrarci dai nostri urgenti compiti.

Come i liberali piagnucolano sulla storia della rivoluzione russa

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La Rivoluzione sovietica del 1917 agita ancora gli spiriti liberali di tutto il mondo. Spiriti che continuano ad aver paura di quello spettro che non si aggira più per l’Europa ma che si materializza ancora nei loro incubi, sotto forma di cattivo precedente di resistenza al capitalismo e di tentativo d’instaurare un diverso rapporto sociale, da scacciare come un fantasma.
Quest’anno, che ricorre il centenario del “colpo di stato”, come lo chiamano loro, sono particolarmente impegnati a sputare veleno contro l’affermazione storica del socialismo “irrealizzato”.
I punti principali dei loro attacchi agli eventi rivoluzionari del ’17 sono sempre gli stessi:

– senza il golpe leniniano si sarebbe concretizzato uno sbocco liberal-democratico dei rivolgimenti russi e la Russia si sarebbe incamminata sulla via del progresso capitalistico

– la Rivoluzione russa fu la levatrice involontaria dei regimi fascisti in Europa, le cui borghesie per timore della bolscevizzazione della società si buttarono tra le braccia di movimenti reazionari (tali solo in parte)

– il comunismo ideologico aveva insite nelle premesse i suoi esiti totalitari
– Quella sovietica fu una distopia che produsse dittatori tra i più sanguinari ed eccidi imparagonabili.

Iniziamo dal primo punto. La Russia zarista era sicuramente arretrata ed aveva un’economia scarsamente industrializzata. I tentativi della Corona di espandere il rinnovamento tecnico e tecnologico furono fallimentari e produssero sperequazioni sociali odiose che esacerbarono il clima sia negli agglomerati urbani che nelle campagne sovrappopolate, dove i contadini vivevano una condizione semi-feudale.
La I Guerra mondiale non fece che inasprire le circostanze ma i liberali russi, anziché preoccuparsi del peggioramento delle condizioni della popolazione, si esercitavano in quell’inutile sport di cui sono primatisti assoluti, le chiacchiere costituzionali.
Inoltre, mentre piagnucolavano per la mancanza delle libertà parlamentari e di espressione, si giravano costantemente dall’altra parte quando la polizia zarista sterminava operai e contadini in sciopero (come nel 1905, domenica di sangue, e ancora nel 1912, strage degli innocenti).
Ugualmente, non prestavano attenzione alle lamentele dei soldati in prima linea, stanchi di essere trucidati nelle trincee, e proseguivano imperterriti a propagandare la continuazione dello sforzo bellico per la grandezza della Patria (l’ultimo rifugio di queste canaglie).
Dall’altro lato i bolscevichi avevano tutt’altre parole d’ordine: pane, pace e terra. Preso il potere Lenin fu di parola, che è cosa ben diversa dalle parole, parole, parole dei parolai liberali. Assicurò il controllo operaio delle fabbriche, diede la terra ai contadini e si ritirò dalla guerra.
Se i comunisti non l’avessero spuntata ed al potere fossero arrivati i liberali le purghe sarebbero avvenute al contrario, c’è da giurarci. Del resto, di episodi simili, con i pogrom contro i comunisti, sono piene le vicende europee. Inoltre, la Russia democratica sarebbe finita alle dipendenze delle più grandi potenze continentali ed extra-continentali, anziché divenire un colosso geopolitico autonomo.
La ventata liberale e liberista dei primi anni ’90, all’indomani del crollo dell’Urss, ha provato storicamente quello di cui sono capaci i liberali quando viene data loro carta bianca. Sono stati in grado di fare rovine delle macerie dell’Unione Sovietica depredando e razziando quello che era rimasto in piedi e spingendo la gente alla disperazione.

Punto due. Il comunismo sovietico come culla del fascismo e del nazismo. E’ ovviamente un’assurdità senza fondamento. Anzi, è vero il contrario. E mi spiego. Quelle fascista e nazista furono effettivamente due rivoluzioni, ma “dentro il Capitale” (per usare l’espressione di Gianfranco La Grassa). Le élite che presero il governo in Italia ed in Germania determinarono un rinnovamento politico ma non avevano intenzione di mutare i rapporti sociali capitalistici. Cosa che, invece, si fece in Russia (con tutti i limiti che sappiamo). La Germania, particolarmente, puntava ad accreditarsi come nuova nazione predominante in Europa, a scapito dell’Inghilterra, ma non aveva fatto i conti con la forza nascente oltreoceano, portatrice di un modello di sviluppo e di capacità militare prorompente. In termini storici, possiamo addirittura affermare che nazismo e fascismo furono forme di reazione generate dalle consunte borghesie europee per fermare l’avanzata di un tipo diverso capitalismo, molto più aggressivo (quello dei funzionari del Capitale), di matrice statunitense che si affacciava sul Vecchio Continente. Altro, dunque, che nazi-fascismo partorito dal bolscevismo! E’ tutto l’opposto.

Punto tre. Marx sarebbe il padre del gulag per aver teorizzato la fine della società capitalistica e la nascita del comunismo dalle viscere stesse del modo di produzione capitalistico per l’esplodere delle sue contraddizioni intrinseche. Dove siano gli esiti totalitari di questa previsione non è dato sapere. E’ come dire che nel viaggio di Colombo verso l’India, nell’anno 1492, esistessero già le premesse dello sterminio degli indiani. I liberali si espongono al ridicolo con queste ipotesi eppure non se ne preoccupano poiché il loro compito è propagandistico e non scientifico. Il povero Marx è colpevole, se così si può dire, di avere frainteso la vera dinamica del Capitale che non era quella di autodistruggersi ma di superarsi in altre forme e formazioni sociali (dal modello inglese a quello americano), in quanto perpetuum mobile di conflitti e squilibri, caratteristica delle creazioni umane, soprattutto di quelle più efficienti.

Infine, quarto punto. L’Urss come regno di despoti assetati di sangue e affamati di carne umana. Pure narrazioni dei vincitori sugli sconfitti. Se paragoniamo i “crimini” di Stalin (o di Hitler) a quelli di altri imperi (e condottieri) del passato o del presente noteremo più che altro che l’uomo è sempre una bestiaccia e fa a gara di crudeltà per “gestire” i suoi simili.
Che questi narratori siano in malafede lo dimostrano i loro stessi giudizi di valore, più che parziali. Per citarne uno, Richard Pipes che nel suo “I tre perché della Rivoluzione Russa” parla di Lenin come “ un codardo incurabile che si nascose ogni qual volta ci fosse qualche rischio per lui personalmente, anche quando esortava i suoi seguaci a combattere” e di un traditore foraggiato dalla Germania. Con Kerensky, invece, Pipes dimostra comprensione trattandolo come uno sfortunato personaggio “andato al fronte a cercare aiuto (in una macchina americana presa a prestito)”. In fuga su una macchina diplomatica presa in prestito! E questi qui passano per fini storici ed intellettuali. Vergogna!

L’USO IMPROPRIO DEI TERMINI: L’IMPERIALISMO

gianfranco

1. Età dell’imperialismo è considerata il periodo dal 1870 al 1914 (cioè dalla guerra franco-prussiana alla prima guerra mondiale). Nella datazione, si nota immediatamente l’errore di impostazione nel considerare che cos’è l’imperialismo. Due errori di fondo. Innanzitutto, l’evidente eurocentrismo. In secondo luogo, ben più rilevante, l’identificazione tra imperialismo e colonialismo, per di più quello di vecchio stampo con sottomissione del paese colonizzato (precapitalistico e, come si sarebbe detto assai più tardi, sottosviluppato) ad un paese ormai compiutamente capitalistico (e industrializzato), occupazione territoriale e amministrazione statale da parte di quest’ultimo e, in genere, imposizione della sua lingua, di forme culturali, ecc. Si confonde l’effetto con la sua effettiva causa.

Dobbiamo invece considerare imperialismo il periodo che va dalla guerra civile americana (1861-65) al 1945, fine della seconda guerra mondiale e nascita del cosiddetto mondo bipolare Usa-Urss (anche questa definizione andrebbe oggi meglio qualificata e precisata). Certe correnti dette “terzomondismo” (utilizzando impropriamente un marxismo del tutto incompreso e stravolto) hanno continuato a parlare di imperialismo (e socialimperialismo con riferimento all’Urss) anche dopo il 1945, riferendosi alle continue manovre di sorda (e non sempre ben compresa) ostilità tra le due cosiddette superpotenze durante il periodo 1945-1989/91, detto – anche questo impropriamente – della “guerra fredda”.

Per questo motivo, ho proposto di sostituire il termine imperialismo con altri due: multipolarismo e policentrismo. Vediamo un po’. Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone (e dunque della Francia post-rivoluzionaria) a Waterloo e il Congresso di Vienna (1814-15), l’Inghilterra emerge assai velocemente come prima potenza mondiale. Tale paese era già da lunga pezza dominatore di una gran parte del mondo ridotto a sua colonia. Nel 1783 perde definitivamente, dopo lunghi anni di guerra, le importanti colonie del nord America, quelle già dichiaratesi indipendenti come Stati Uniti il 4 luglio 1976 (presidente Jefferson). Tuttavia, nei primi decenni dell’800 viene a conclusione la prima “rivoluzione industriale”, di cui l’Inghilterra è il vero “prototipo”, tanto che nella grande mostra internazionale di Londra del 1851 verrà dichiarata il “laboratorio del mondo”.

Ci si ricordi che detta “rivoluzione” si considera iniziata (appunto in Inghilterra) nel 1760-70, più o meno quando questo paese perde le sue non certo irrilevanti colonie nordamericane. Nessun rapporto di causa e conseguenza tra i due fatti, sia chiaro, una pura coincidenza. Volevo soltanto segnalare che i possedimenti coloniali, di per se stessi, non fanno grande la potenza di un paese grazie allo sfruttamento delle loro “ricchezze”, soprattutto agricole e minerarie (e di miniere per l’industria, l’Inghilterra era ricca di per suo). Il decisivo delle colonie è lo stabilimento di basi “logistiche” in varie aree del mondo, con estensione ulteriore (quindi anche oltre le colonie) della cosiddetta “sfera d’influenza”, fondamentale per mantenere il controllo di gran parte del territorio mondiale, così sottratto all’influenza delle altre potenze concorrenti.

In ogni caso, malgrado una certa riduzione della propria sfera d’influenza (nel nord America), l’Inghilterra del dopo Congresso di Vienna diventa la più grande potenza del mondo. In un certo senso si può parlare di gran parte dell’800 come di un periodo sostanzialmente (non esclusivamente né mai definitivamente) monocentrico: il monocentrismo inglese appunto. Con la guerra civile americana – vinta provvidenzialmente (per gli Stati Uniti) dalla parte industrializzata del paese – e con la guerra franco-prussiana (ulteriore e definitiva botta alla Francia e crescita della potenza tedesca; nel 1871 nasce ufficialmente la Germania, con accettazione della predominanza prussiana da parte degli altri Stati tedeschi; e va ricordato, come curiosità almeno, che nasce nella “Sala degli specchi” a Versailles dopo il crollo della Francia di Napoleone III) cominciano a crescere le potenze alternative. In un primo tempo, però, non ci si accorge del declino inglese e il paese d’oltre Manica resta comunque la prima potenza. Per questo, direi che dal 1865 (vittoria del nord industriale contro il sud cotoniero negli Usa) inizia ad avanzare il multipolarismo (inizialmente poco avvertito).

In tale periodo si sviluppa, subito dopo la vittoria tedesca sulla Francia, la cosiddetta “grande depressione” (1873-95 o 96). E’ il periodo in cui si verifica il forte sviluppo della seconda rivoluzione industriale (in particolare nei settori metallurgico, elettrico, chimico), iniziata grosso modo nella seconda metà degli anni ’50, ma che tocca appunto il massimo negli ultimi decenni del secolo. Non si verificano veri crolli (soprattutto finanziari come poi nel 1907 e, più tardi, nella “grande crisi” del 1929), ma arretramenti della produzione, alternati a volte a brevi periodi di bassa e stentata crescita; soprattutto si ha deflazione dei prezzi. E’ un periodo di forte innovazione tecnologica, netto intreccio tra scienza e tecnica, aumento deciso della produttività del lavoro, una delle cause dell’“eccesso” (relativo) di produzione (e dunque offerta) rispetto alla domanda, cioè al consumo (di beni di consumo come di produzione, cioè il cosiddetto investimento).

Non si esageri però nella spiegazione economicistica di quella crisi di stagnazione, che presentò certo larghi tratti economici, quelli che più colpirono perché la “superficie” è ovviamente più visibile della “profondità”. Il reale motivo di fondo di quella crisi risiede proprio nell’inizio del multipolarismo, nella tendenziale fine del monocentrismo inglese. Per gran parte dell’800 dominò, nel campo dell’economia politica (che prende il davanti della scena quale prima scienza sociale in formazione), la teoria ricardiana del commercio internazionale, quella dei “costi comparati”. Si sosteneva che il benessere generale, per tutte le nazioni, sarebbe stato maggiore se ogni paese avesse ulteriormente dato impulso ai settori produttivi di cui era principalmente dotato. In definitiva, sarebbe stato più utile per tutti che l’industria manifatturiera e industriale rimanesse appannaggio dell’Inghilterra mentre gli altri paesi dovevano incrementare settori, che avrebbero fornito soltanto materie agricole e comunque non industriali. Il classico esempio era la “specializzazione” di Portogallo e Francia in vino, dell’America in frumento, mentre i prodotti industriali sarebbero stati prodotti dall’Inghilterra, che in tal caso sarebbe rimasta l’unico paese a svilupparsi in modo pienamente e robustamente capitalistico, dominando tutti gli altri con i suoi settori ad avanzata tecnologia (anche, e soprattutto, in campo militare).

Anche se nella storia del pensiero economico, a Ricardo è dedicato uno spazio enormemente superiore rispetto a quello assegnato a List, in realtà nella pratica del commercio internazionale furono le teorie protezionistiche di quest’ultimo (ma solo in riferimento alla fase dell’“industria nascente”) ad essere seguite dalle potenze in crescita (Usa e Germania in primo luogo) durante il periodo del multipolarismo. E ancora una volta, è bene prendere atto che la politica economica fu l’effetto della causa decisiva: la vittoria di nuclei dirigenti americani e tedeschi motivati a conseguire una prevalente posizione nel confronto con i competitori e, dunque, in avanzata nella conquista di più ampie “sfere d’influenza”; una politica che provocò lo scoordinamento conflittuale tra i vari sistemi nazionali e dunque le conseguenti crisi: quelle economiche (tipo la “grande depressione” e poi le più acute crisi iniziate con crolli di Borsa ecc.) e quelle, ancora più decisive, di tipo bellico (due “grandi guerre”) e di tipo politico (la rivoluzione russa, l’ascesa di fascismo e nazismo, ecc.).

2. Se s’intende continuare a identificare la politica imperialista come una semplice occupazione di spazi territoriali di tipo precapitalistico (spesso nemmeno rappresentati da veri paesi minimamente strutturati) da parte di alcuni paesi invece ormai arrivati allo stadio dell’industrializzazione capitalistica, indubbiamente non si può più parlare di vero imperialismo dopo la prima guerra mondiale. Permangono alcune aree (e paesi) occupati (in precedenza) secondo la metodologia coloniale – in particolare da parte dell’Inghilterra (con la più grande estensione di colonie) e della Francia, mentre Italia e Germania tentano una pallida imitazione – ma nel secondo dopoguerra queste colonie vanno gradualmente sparendo. L’India si affranca dalla dominazione inglese; non certo per la lotta di liberazione condotta con modalità falsamente pacifiche, esaltate con il gandhismo, una delle più colossali mistificazioni ideologiche inventate in “occidente” per squalificare la vera lotta anticolonialista di tipo algerino o indocinese, condotta con gli autentici modi da usare contro i prepotenti dominatori.

L’India si affranca dal colonialismo inglese – così come altri paesi – semplicemente perché l’Inghilterra ha nei fatti perso la seconda guerra mondiale rispetto agli Usa. Il paese asiatico, che ebbe come primo ministro Nehru (dal 1947 al ’64), fu alla testa dei “non allineati” assieme all’Egitto (di Nasser) e alla Jugoslavia (di Tito). Alla fine si avvicinò agli Stati Uniti, certo anche in seguito ai contrasti con la Cina (sfociati fra l’altro nella breve guerra del ’62). E da allora è sempre stato dalla loro parte. Non raccontiamoci tante storie; il “non allineamento” favorì alla lunga gli Usa più che l’Unione Sovietica. Anche la Francia, sempre perché il colonialismo non teneva ormai più e perché pur essa fu sostanzialmente una perdente nella seconda guerra mondiale, viene sconfitta a metà anni ’50 in Vietnam, che passa in parte sotto il predominio dei comunisti (così venne definita quella forza politica in conflitto, alleata dell’Urss) e in parte sotto quello americano. In effetti, si tace sempre che gli Usa appoggiarono la lotta “anticolonialista” e falsamente autonomista di quelle forze che poi, dopo varie vicende che tralascio, andranno al potere con Ngo dinh Diem, ma solo appunto nel Vietnam del sud. E le vicende successive sono note e al momento non le tratto.

Il terzomondismo – questo pigro tentativo di consolarsi della mancanza di spirito rivoluzionario della “classe” operaia da parte di anticapitalisti in forte ritardo di comprensione dei mutamenti subiti proprio dal capitalismo con l’avvento della supremazia statunitense nel mondo “occidentale” – ci ha deliziato per anni con la lotta contro il (neo)imperialismo degli Usa, ancora una volta identificato con il (neo)colonialismo. In realtà, si era entrati nel cosiddetto mondo bipolare a predominanza Usa-Urss. Le due superpotenze, una delle quali è stata decisamente sopravvalutata (anche di questo parleremo a tempo debito), si divisero le sfere d’influenza. Sappiamo che ci fu quasi subito il terzo incomodo cinese (definito comunista sotto la guida di Mao); e pure esso, alla fin fine, ha favorito la sconfitta definitiva dell’Urss. Sia chiaro: meritata e senza alcun rimpianto particolare, salvo la necessità di un’analisi di che cosa è stato il mondo detto “socialista”, analisi che a mio avvio manca completamente. Tuttavia, deve essere chiarito a che cosa è infine servita – non dico nelle intenzioni d’avvio, sia ben chiaro – la “grande” Rivoluzione culturale cinese (1966-69) di impronta maoista (di un Mao ormai invecchiato e “tirato” da tutte le parti). Non certo a far ripartire una impossibile (e solo fantasticata da un secolo e più) rivoluzione proletaria. Morto Mao, i pretesi nuovi fautori di tale “rivoluzione” furono fatti fuori in un mese e, dopo un paio d’anni di assestamento coperti da un dirigente posticcio (fatto passare per figlio naturale di Mao, Hua Guofeng), andò al potere Deng (Xiaoping). La Cina si lanciò in quella via in cui si trova tuttora e che solo qualche cretino prende ancora per “socialista”.

I “poveri” terzomondisti sono rimasti delusi in un tempo estremamente breve a differenza dei cultori della “classe operaia” quale soggetto dell’abbattimento e trasformazione rivoluzionaria del capitalismo (cultori dei quali ho fatto parte anch’io, non amo mentire in proposito). A partire dal crollo del “socialismo reale” europeo e dell’Urss – e malgrado qualche demente, non solo di “sinistra”, cianci ancora di Cina o, ancora più ridicolo, di Cuba come paesi socialisti (altri dementi, di “destra”, li definiscono perfino comunisti) – si è ricominciato, sbagliando pur sempre, a parlare di globalizzazione capitalistica o altre sciocchezze analoghe. Un fatto resta: ormai quel processo storico – che si riteneva in grado di fare concorrenza e poi trasformare il mondo “occidentale” di tipologia capitalistica (così definito in termini assai generici e senza vera analisi dei cambiamenti intervenuti tra otto e novecento) – è venuto totalmente meno. Non esiste alcuna “transizione socialistica”, non esiste più alcun “accerchiamento delle città da parte delle campagne”.

Sono invece progressivamente riemerse alcune grandi potenze di tipologia capitalistica (sempre restando in deficit di analisi assai più avanzate, del tutto assenti), che alternano momenti di contrasto acuto con velleità (e finzioni) di accomodamenti. Siamo cioè entrati in un’epoca che ha “strane” rassomiglianze con quella (detta appunto dell’imperialismo!) che si distese a cavallo tra ‘800 e ‘900 fino alla prima guerra mondiale. E perfino la crisi iniziata nel 2008 (alcuni la pongono un anno prima, non importa) rassomiglia a quella 1873-96 (o ’95). Tutti vogliono sostenere che sta per essere superata, ma credo proprio che se lo sogneranno ancora a lungo. Ricordo bene che nel 2009-10 qualcuno paventava perfino una grande crisi tipo 1907 o addirittura 1929. Senza certezze impossibili, scrissi però con una certa decisione che non ci credevo affatto, che sarebbe stata una crisi di sostanziale stagnazione. Tuttavia, questo non significa che tutti i paesi (e tutte le aree) siano in questa condizione né che non vi siano anche momenti di breve (e apparente) ripresa; l’essenziale è che perduri tutto sommato in periodo di tendenziale (non assoluta) stagnazione e di forte difficoltà ad ottenere effettivi aumenti di produzione, in specie nei paesi più avanzati. L’unica differenza tra questa stentata crescita e quella di fine secolo XIX è l’assenza di una netta deflazione dei prezzi. Comunque, negli ultimi anni si è verificato qualcosa del genere; e anche l’attuale impennata dei prezzi (è così definito il recente 1 o 1,5% di aumento su base annua; ci si è scordati della vera inflazione di non troppo tempo fa. E poi si parla solo dell’Italia, figuriamoci). Molto simile è invece il forte incremento dello sviluppo tecnologico, il già avvenuto avvio, e da tempo, di una reale nuova rivoluzione industriale, ecc.

Manca quello che allora era vissuto come un forte sommovimento sociale: la crescita impetuosa, appunto, della classe operaia, la presunta ondata che avrebbe rivoluzionato il “mondo capitalistico”. Il mondo è stato invece sconvolto dal conflitto infine aperto e senza remissione tra le potenze dette imperialiste per la supremazia globale. Il movimento operaio ha fornito improprie speranze venute a termine, per chi sa capire almeno ex post (a giochi fatti) ciò che accadde veramente, nel 1914-15 con lo scioglimento della II Internazionale. La III, se qualcuno non è ancora totalmente cieco, serviva solo a difendere l’Urss, che alla fin fine è divenuta essa stessa una grande potenza, non certo il “faro del socialismo”. Per quanto mi riguarda, ho sempre profonda riverenza per la “Rivoluzione d’Ottobre”, la ritengo un evento di primaria grandezza, ma per motivi del tutto differenti da quelli vagheggiati (e non capiti) da noi comunisti (ma ancor meno dagli altri!) e, per di più, ancora per null’affatto collocati in una credibile dimensione storica. E chi fu comunista a questo deve tendere, ad una nuova analisi, che faccia giustizia anche delle nefande sconcezze propagandate da anticomunisti di una stupidità, ignoranza e malafede abissali. Senza tuttavia nulla più concedere a pretesi “ancor comunisti” – alcuni nostalgici, ma molti buffoni o ancor peggio degli imbroglioni che fingono d’essere anticapitalisti, piuttosto ben sistemati e vezzeggiati (e finanziati) dai ceti dominanti – che sono una delle vergogne di quest’epoca di “intellettuali pigmei”.

3. Cerchiamo di arrivare allora ad una conclusione, sia pure solo provvisoria (questo è evidente, io credo). L’imperialismo non è da confondersi in alcun senso con la politica di conquiste coloniali. Quest’ultima è semmai stata una conseguenza di ben altre cause; uno strumento per conquistare una posizione che si riteneva privilegiata nella lotta per la supremazia mondiale. Finita la prima rivoluzione industriale, e quindi affermatasi la società da definirsi capitalistica in senso proprio e storicamente specifico (prima si poteva parlare di capitalismo in termini approssimativi, per uno spirito di guadagno nella produzione di oggetti destinati allo scambio mercantile), l’Inghilterra fu relativamente a lungo il paese più forte e che dava il là all’andamento degli affari mondiali. Si può grosso modo indicare l’inizio di quest’epoca (di sostanziale monocentrismo inglese) con la data del Congresso di Vienna (1814-15) e la sua fine con la cosiddetta grande stagnazione e l’inizio della seconda rivoluzione industriale.

La guerra civile americana e quella franco-prussiana danno avvio alla forte crescita di due nuove potenze e, dunque, di un periodo di multipolarismo che poi, come già detto, sfocia nel XX secolo in aperto policentrismo conflittuale. La cosiddetta “epoca dell’imperialismo” è appunto quella del multipolarismo e dell’avvio del policentrismo sfociato nella prima guerra mondiale e poi proseguito fino alla seconda. L’imperialismo vero e proprio va considerato perciò come una fase storica corrispondente all’ultima delle cinque caratteristiche indicate da Lenin: la lotta tra potenze capitalistiche per dividersi il mondo. Conflitto che intelligentemente il rivoluzionario russo distinse da quello per la suddivisione del mercato mondiale tra varie grandi imprese capitalistiche e gruppi finanziari; con l’ulteriore precisazione che, ancora una volta grazie al suo acume, egli distinse il finanziario dal semplice predominio degli istituti addetti al trattamento di capitali nella loro forma liquida (o a questa assimilabile), affermando invece chiaramente che la finanza è “simbiosi” (espressione anche questa assai indovinata) tra industria e banca.

Il predominio inglese declina e il multipolarismo inizia a sfociare nel policentrismo già a partire dalla fine della grande stagnazione e dall’inizio del secolo (e, con la guerra russo-giapponese del 1904-5, avanza un nuovo “polo”, cioè una nuova grande potenza, in Asia). Comunque, è con la Grande Guerra che possiamo considerare veramente declinata del tutto la supremazia inglese e abbiamo effettivamente la “fine di un capitalismo”, quello che purtroppo i marxisti (seguendo appunto Lenin) pensarono in quel momento come fine del capitalismo “tout court” (“l’imperialismo ultima fase del capitalismo”). Quando ci si è accorti dell’errore, i marxisti più stupidi (qui almeno mi vanto di non averli seguiti) sostennero che Lenin intendeva “ultimo in ordine di tempo”. Imbecilli, così bloccarono per decenni la comprensione che in effetti il capitalismo non era più quello studiato da Marx sul modello inglese, non era più quello che ho provvisoriamente definito “capitalismo borghese”. Questo è finito proprio con la presunta fine dell’imperialismo, improvvidamente posta (seguendo pedissequamente Lenin) all’epoca del primo grande scontro policentrico mondiale; mentre quest’ultimo dura in effetti fino alla seconda guerra mondiale, cui segue la nascita del mondo bipolare.

“Ultima fase del capitalismo” doveva significare, nell’intenzione leniniana, l’approssimarsi della vittoria – prevista in base all’analisi marxiana del “modo di produzione capitalistico” nel “laboratorio inglese” – del proletariato, cioè della classe operaia, il mitico soggetto della “transizione” da quel modo di produzione, con proprietà privata dei mezzi di produzione, a quello socialista (prima fase del comunista) con proprietà collettiva degli stessi. Solo che la proprietà collettiva in Marx presupponeva correttamente ciò che non si avverò minimamente: la formazione del corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”). Mentre nel marxismo dei seguaci si trattava soltanto degli operai nel senso tradizionale del termine. Per quasi tutto il XX secolo, i marxisti, ormai ottusi, continuarono con la solfa di questa classe operaia “rivoluzionaria”. E allora ecco il susseguirsi di altre “ipotesi ad hoc” per spiegare come mai le rivoluzioni (sempre dette “proletarie”) avvenissero in paesi a massa contadina, decisamente non ancora capitalistici. Si pensava agli “anelli deboli della catena imperialista”; la prima volta di questa trovata (durante la guerra mondiale del 1914-18), si poteva ancora parlare di una qualche ingegnosità per sfuggire alla conclusione ovvia che i ceti operai non erano classe e non erano per nulla destinati a guidare una qualsiasi rivoluzione (“transizione” da una formazione sociale all’altra). Poi si è trattato di cecità totale.

In definitiva, l’età detta dell’imperialismo si chiuse con la “fine del capitalismo”, ma nel senso del “capitalismo borghese”, cioè della formazione sociale affermatasi in Inghilterra e diffusasi in Europa con le opportune modificazioni, quelle che condussero alla conclusione della prevalenza del capitale finanziario quale unione di industriale e bancario. Solo che dalla fine di tale capitalismo non emerse vincitore il “proletariato” (o la “classe operaia”), bensì un altro capitalismo di matrice statunitense, con caratteristiche in parte segnalate intelligentemente da Burnham nel 1941 (capitalismo manageriale), ma che attende ancora, in realtà, una vera caratterizzazione almeno all’altezza di quella marxiana del “capitalismo borghese”. Il capitalismo americano ha infine vinto su tutta la linea con il “crollo” del “socialismo reale” (1989-91). E allora dobbiamo con maggiore precisione dire che l’epoca, grosso modo individuata con il termine di imperialismo, è finita non nel 1914-18, bensì nel 1939-45. Ne emerse temporaneamente un mondo detto “bipolare”, anche questo in attesa di essere capito perché si continua pigramente a declinarlo come lo fu in tutta la seconda metà del secolo scorso. No, non era effettivo mondo bipolare; nonostante tutte le apparenze, il nuovo capitalismo, quello statunitense (da me definito “dei funzionari del capitale”), era già vittorioso malgrado una serie di errori (almeno così sono sembrati) del tipo della guerra in Vietnam; e tutto sommato anche del “watergate”, che mise i bastoni tra le ruote di Nixon-Kissinger, intenzionati ad acutizzare e rendere più efficace (per l’indebolimento del sedicente “campo socialista”) il contrasto tra Urss e Cina.

4. E allora concludiamo veramente, ma del tutto provvisoriamente, in attesa che dei veri storici si presentino sulla scena, cacciando nell’ignominia tutti quelli che hanno solo scritto immani fesserie di una superficialità sconvolgente per tutto il secolo scorso, con particolare accentuazione della loro malafede e ignoranza nella seconda metà dello stesso. L’Imperialismo non deve essere confuso con il colonialismo. Si è trattato di una lotta per le sfere d’influenza diventata particolarmente acuta con il presentarsi in scena di più grandi potenze nel periodo di crescita del multipolarismo e poi del policentrismo conflittuale acuto. Il colonialismo (di tipo anglo-francese) come il neocolonialismo Usa sono stati effetto e strumento di un simile conflitto teso a conquistare la supremazia mondiale.

Le solo presunte – e mai verificatesi realmente – rivoluzioni proletarie, nel senso di operaie, sono stati episodi di lotta anche violenta legata alle fasi iniziali di sviluppo del capitalismo in alcuni paesi (soprattutto in quelli divenuti i diversi poli del conflitto tra potenze); si è trattato di una serie di fenomeni legati al passaggio dalla prevalenza dell’agricoltura a quella dell’industria con forti processi di inurbamento di masse contadine. Una volta stabilizzatosi questo passaggio, una volta divenuti capitalisticamente “avanzati” i paesi in questione, i ceti operai si sono situati pienamente all’interno della riproduzione dei tipici rapporti capitalistici e si sono dati da fare per la redistribuzione del prodotto ottenuto, in definitiva per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro.

In Marx, classe significava, in modo nettamente preciso, la proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi. Per questo motivo le classi da lui pensate erano sempre e soltanto due, in antagonismo irriducibile; tutto il resto erano strati sociali puramente coinvolti “secondariamente” da tale “definitivo” scontro. Dunque, per il fondatore della teoria della “rivoluzione proletaria” la classe dei non proprietari, dopo un congruo periodo di centralizzazione dei capitali (conseguenza della competizione intercapitalistica nel mercato), sarebbe stata rappresentata da tutti i salariati, dal corpo dei produttori associati (dal primo dirigente della produzione fino all’ultimo gradino degli esecutori), come più volte da me precisato. Una volta dimostratasi errata questa previsione, i politicanti e ideologi che sono vissuti sulla “lotta di classe” (si pensi a quei sostanzialmente corrotti “rappresentanti sindacali”; e sorvoliamo sui pretesi “partiti operai”) hanno parlato di classe senza nessuna fondazione teorica minimale; solo per richiamare una ideologia di combattimento, molto utile ai loro stipendi di manutengoli, che sembrava parlare di qualcosa di veramente straordinario e di massima efficacia per la pretesa “emancipazione delle masse”, mai verificatasi in senso “rivoluzionario” in nessun paese capitalistico avanzato. Quindi, mai si è verificato, nei paesi capitalistici sviluppati, nemmeno l’inizio di una qualsiasi transizione ad altra forma di società, pensata come socialista e poi comunista; si è solo avuto un avanzamento del tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione pur nell’ambito di crescenti differenziazioni nei vari livelli di reddito.

Gli autentici fenomeni rivoluzionari, implicanti mutamenti radicali di strutture dei rapporti sociali, sono avvenuti in paesi sostanzialmente precapitalistici, a stragrande maggioranza contadina (e i contadini non aspiravano ad alcun comunismo, bensì alla proprietà della terra); e sono stati guidati da determinate élites che alla fine si sono erette in nuovi gruppi dominanti, dimostratisi meno capaci di dare stabilità a quelle ancora ignote forme di società definite socialiste. In effetti, si deve ancora capire come mai per quasi tutto il XX secolo quelle élites rivoluzionarie hanno continuato a ritenersi “avanguardia” della “classe rivoluzionaria”, sempre pensata in termini di operai (ma non certo più di complesso dei produttori associati com’era nella teoria marxiana). Ed infatti, dappertutto, dette élites hanno dato avvio a forzati processi di industrializzazione, che avrebbero formato quella classe di cui loro si erano già dichiarati con grande anticipo l’“avanguardia”. I risultati di tutto questo pasticcio, giunto alla fine da tempo, sono ormai evidenti, ma sempre non studiati e non capiti; e sempre fonte di forzature ideologiche ormai tra il tragico e il ridicolo, che è appunto il carattere di certe farse. E queste sono recitate, con incapacità crescente, da guitti d’avanspettacolo, rappresentati sia dai rimasugli dei comunisti (o dalle presunte “sinistre”) sia dalle torme di aberranti (e aberrati) anticomunisti, ancora in preda a choc per la paura presa di perdere i loro privilegi.

Ad un certo punto, si è smesso per fortuna di parlare di “rivoluzioni proletarie”, di “transizione o costruzione del socialismo” e altre fanfaluche ormai disgustose. O meglio, si è quasi smesso; alcuni residui di dementi sono ancora rimasti e organizzano pure convegni che qualcuno (fra i dominanti) finanzia. Tuttavia, si è soprattutto continuato a parlare ancora per qualche tempo di lotta antimperialista o di guerre di liberazione dal (neo)colonialismo. Ormai anche questo tipo di presunta “guerra rivoluzionaria” si è spenta nella crescita di alcune nuove potenze e subpotenze; si pensi soprattutto alla Cina, all’India, ma infine anche al Brasile, alla Turchia e Iran ai nostri confini, ecc. Si tratta di società che hanno alcuni caratteri capitalistici, ma che non sono da ritenersi esattamente capitalistiche; ma nemmeno certamente socialistiche come alcuni cretini ancora definiscono Cina, Nord Corea, Cuba, e via farneticando. Tuttavia, nessuno conduce più un’analisi di teoria della società (gli studiosi seri sono tutti morti); per cui restiamo in questo momento nel limbo dell’arrangiamento di pseudoteorie, prive di un qualsiasi contenuto scientifico.

In ogni caso, propongo da tempo di “dimenticare” il termine “imperialismo”. In realtà, è re-iniziato, soprattutto in questo secolo, un nuovo periodo di crescita del multipolarismo, che ha tutte le caratteristiche per trasformarsi infine in policentrismo con regolamento dei conti per la supremazia mondiale. Non però, come credono altri “mentalmente subsviluppati”, in tempi brevi; ce ne vorrà ancora di tempo. Il bipolarismo (imperfetto) ha prodotto una sorta di “ritardo storico” di alcuni decenni, in cui nel cosiddetto primo mondo ha prevalso una lunga era di pace. Pian piano arriveremo a riporci nella situazione del conflitto multipolare, ma non tanto presto (almeno così credo). L’imperialismo è stata soltanto una particolare epoca multipolare e policentrica.

E’ comunque indispensabile che venga avanti una nuova generazione di studiosi seri, che spedisca sul serio in soffitta i “cattivi maestri” del ’68 e seguenti. Siamo ancora fermi, come analisi realmente scientifica, a quella di Marx del “capitalismo borghese” affermatosi con la prima rivoluzione industriale in Inghilterra. Pensate al ritardo ormai accumulato. Per carità, alcune analisi parziali ci sono state (in specie prima dell’avvento dell’orrenda e demenziale stagione sessantottarda). Tuttavia, ne abbiamo di strada da percorrere! Qualche idea credo di averla avuta, in particolare negli ultimi vent’anni; ma ho perso un’infinità di tempo a seguire (sia pure con atteggiamento critico) i “maledetti” del ’68, abbondantemente alimentati dalla nuova generazione politica ed economica dei dominanti. Questi continuano ancora adesso ad inquinare le acque, appoggiando pure dei torbidi “ultrarivoluzionari” (che si sono fatti fama a volte perfino con un po’ di galera), da me più volte paragonati ai “Demoni” di Dostoevskji. Speriamo che qualche giovane si liberi della nefasta influenza di questi autentici imbroglioni e pervertiti. Siamo in attesa del “miracolo”.

L’IMPERIALISMO.

Ukraine Protest

 

Ci stiamo organizzando per il centenario della Rivoluzione d’ottobre. Speriamo di riuscire a produrre qualcosa d’interessante, ben oltre l’operazione nostalgia, già in atto da parte delle cariatidi di un comunismo ormai impossibile, che usano il passato glorioso del ’17 per giustificare la loro inutile ed ormai reazionaria  esistenza, ed anche oltre le sciocche calunnie piagnucolose dei sedicenti liberali intenti a narrare quegli eventi, tragici ma di profonde trasformazioni sociali, come mera carneficina bolscevica. Ed è proprio questo il punto. Mentre, infatti, imperversava la guerra imperialistica per il dominio dell’Europa e del mondo, che causava la mattanza dei popoli, Lenin e soci, al prezzo di un numero inferiore di morti e feriti, realizzarono il rovesciamento della monarchia zarista ed il successivo ritiro dal conflitto, evitando superflui spargimenti di sangue tra i ceti più bassi, quelli che sono sempre inviati a difendere la patria per conto dei dominanti. Soltanto per questo i bolscevichi avrebbero dovuto essere considerati dei benefattori dell’umanità, al cospetto di forze democratiche affamate di potere e di uomini. A Lenin, invece, si sarebbe dovuto consegnare il Nobel per la pace, sicuramente strameritato, per la ferma volontà di ritirarsi dal conflitto (contro l’opinione di Trozky ed altri), rispetto a quello elargito a sterminatori di professione dei nostri giorni come Obama.

Questo pensiero è stato già esposto dal compianto  Costanzo Preve che prima di diventare idealista, e mettersi ad allevare filosofastri in batteria, riusciva ancora a cogliere il nocciolo concreto delle questioni storiche più importanti: “Tra poco sarà passato un secolo dalla rivoluzione russa del 1917, ma evidentemente essa non è stata ancora “digerita” né dai suoi amici né dai suoi nemici. I suoi amici vogliono ad ogni costo che da essa si possa dedurre linearmente la storia provvidenziale della costruzione prima del socialismo e poi del comunismo, mentre a mio avviso essa si legittima ampiamente da sola, come risposta sacrosanta e pertanto più che giustificata allo scatenamento della prima guerra mondiale imperialistica del 1914. I suoi nemici, ovviamente, continuano ad odiarla ed a considerarla folle, utopistica, violenta ed illegittima quasi un secolo dopo. Trovo assolutamente normale che essa non gli sia mai andata giù, perché in effetti il 1917 dimostrò che una rivoluzione sociale radicale è possibile, e non resta confinata nella testa di alcuni intellettuali utopisti. Se è avvenuta una volta, potrebbe avvenire anche una seconda…”.

Tuttavia, l’interpretazione più pertinente del contesto epocale che portò al potere i Soviet è stata fornita da Gianfranco La Grassa con i suoi studi sull’imperialismo, fase suprema non del capitalismo ma della lotta policentrica tra potenze aspiranti alla supremazia mondiale. Per La Grassa, l’imperialismo non è conseguenza di una crisi economica da sproporzione tra domanda e offerta, cioè del gap che si crea tra potenzialità produttive e capacità di consumo di più larghe masse. Questa idea dell’imperialismo rimanda alle elaborazioni della Luxemburg e si ricollega al colonialismo. E non è nemmeno, o meglio non semplicemente, quella leniniana, benché da questa prenda spunto, della crisi esacerbata dalle stesse dinamiche economico-sociali del capitalismo che creano massima anarchia dei mercati, divaricazione produttiva e tecnologica tra imprese di diverse aree e paesi ed, infine, scontro intercapitalistico tra Trust, multinazionali ecc. ecc. coinvolgente anche gli Stati-potenza, insomma quella di una concorrenza portata ad un livello estremo (appunto fase suprema ed ultima del capitalismo, prima del vero e proprio collasso sistemico). La Grassa supera questa concezione economicistica, che si presta a troppe distorsioni analitiche, di cui la principale è senz’altro il parassitismo finanziario o finanzcapitalismo, di cui cianciano tutti quelli che non hanno ancora capito la portata delle sfide in atto e delle trasformazioni in corso, e lancia una diversa ipotesi. L’epoca dell’imperialismo è quella che mette in discussione la supremazia di un unico centro regolatore e inaugura il conflitto tra Potenze per un nuovo ordine mondiale. Delle cinque caratteristiche della fase imperialistica elencate da Lenin ((1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.) La Grassa “salva” le ultime due ma ne dimensiona diversamente il significato. Scrive egli stesso nel saggio “L’imperialismo. Teoria ed epoca di crisi”: “Non mi sono accontentato di ridurre a due le caratteristiche leniniane. In realtà, nella mia teorizzazione, esse mutano, e di non poco, il loro aspetto peculiare. Lenin parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. A mio avviso, in questo modo si punta l’attenzione sugli aspetti ‘materiali’, sulle ‘precipitazioni cosali’ del conflitto intercapitalistico. Si cade quindi…nel feticismo degli apparati (economico e politico-statuali), dimenticando che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. Ho quindi indicato, come caratteri precipui di una fase pienamente imperialistica, la competizione tra gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali per le quote di mercato, e il conflitto tra gruppi di agenti dominanti politici (con i loro ‘prolungamenti’ militari per le sfere d’influenza; cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale…”.

Da quanto afferma La Grassa si capisce, dunque, che l’imperialismo non è l’ultima fase del capitalismo (ammesso che questo si possa ancora chiamare così) ma una tappa ricorsiva del conflitto tra sistemi sociali (classi e gruppi dirigenti, tanto a livello verticale, l’interno di un paese o area, che orizzontale, la loro proiezione spaziale) che metamorfosa gli equilibri globali. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata una lunga fase di bipolarismo in cui il pianeta si è suddiviso in due blocchi contrapposti, guidati rispettivamente da Usa e Urss. Con la caduta dell’Unione Sovietica esso è entrato in una fase monocentrica o unipolare di assoluta predominanza statunitense, con tutto quello che ne è conseguito. Attualmente, vista l’incapacità dell’Impero americano di mantenere una simile egemonia ipertrofica si comincia a parlare di multipolarismo (tuttavia, non ancora realizzato) contraddistinto dall’emersione o riemersione di potenze revisioniste, le quali provano ad imporsi regionalmente sottraendo influenza allo strapotere yankee. Questo periodo transitorio dovrebbe poi sfociare in una nuova epoca imperialistica o policentrica (pertanto ricorsiva ) in cui verrà lanciata una sfida all’ultimo sangue (non necessariamente nelle forme del passato, come una guerra totale) al predominio della nazione d’oltreoceano. E’ molto probabile che, in una situazione del genere, si schiudano delle “occasioni particolari” come quella sfruttata dai bolscevichi per fare la loro rivoluzione, negli intenti socialista ma nei fatti di altra natura. Bisogna prepararsi all’eventualità ed organizzarsi di conseguenza, soprattutto per evitare di transitare da un dominio straniero ad un altro ed essere parte attiva degli avvenimenti. Come Paese che deve rinnovarsi anche nei suoi corpi sociali, se vuole progredire o salvarsi dalle mire altrui. In quest’ottica è evidente che gli intellettuali dei ceti dominanti continuano a gettare fango sull’esempio sovietico che fu la dimostrazione, non della realizzazione del comunismo, ma del recupero di sovranità di un gruppo di Stati (la Russia in primis) condizionati a lungo dai capitali stranieri e minacciati, se non occupati, dai loro eserciti. Chi non vuol fare una brutta fine deve apprendere questa grande lezione.

Ps.

Oggi su Libero si riprende questa notizia: “Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra evento, Revolution: Russian Art 1917-1932, è la Royal Academy of Arts di Londra, che inaugura oggi l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale Pietrogrado,per il calendario giuliano dell’Impero dallo zar, il
7 novembre per il nostro) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò ilcomunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con unappassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titoloWe cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime in chiaveanti-Putin.Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa
del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia
dell’umanità”.

Come volevasi dimostrare

Populisti coglioni

il ratto d'europa

 

 

Interpretare la Storia è sempre operare delle piccole o grandi revisioni su eventi e protagonisti di processi trascorsi. Per le esigenze di noi contemporanei, perché come diceva Marc Bloch: “si tratta di trarre da quei lontani avvenimenti insegnamenti per l’azione presente, attraverso una comparazione di questi fattori con quelli del presente”. Ma si tratta anche, e questo lo aggiungiamo noi, di scrostare il passato da quelle visioni ideologiche o, peggio ancora, da quei pre-giudizi moralistici vincolati a battaglie politiche, sociali, culturali di un tempo ormai superato. Trascinarsi le medesime divisioni e incomprensioni nell’epoca attuale rende oscure le sue reali problematiche e favorisce le mistificazioni di cui poi si approfittano i prepotenti di oggi col loro codazzo di servitori.

Gianfranco La Grassa lo ha affermato spesso che occorre  rivedere la storia degli ultimi secoli, ed in primo luogo quella del ‘900, in quanto vi è un pauroso isterilimento di date valutazioni storiche ormai depistanti per il (nostro) futuro. Come certe illusioni novecentesche che continuano a produrre impuntamenti e attriti tra settori sociali e soggetti collettivi i quali, invece, potrebbero unire le forze contro i veri nemici, incontrandosi in un nuovo spazio di elaborazione teorica e politica.

Faccio questo ragionamento perché la recente dipartita del grande leader cubano Fidel Castro ha riportato in auge questi steccati, dimostrando che il passato tarda a passare (e ad essere compreso) nella testa di tanti sciocchi ed ignoranti. Che delusione!  Salvini scrive: “un dittatore in meno. Pietà Cristiana si deve a tutti, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, non piango. Libertà”. La pietà cristiana dovrebbe infilarsela dove tutti sanno, un capo di partito non è un chierichetto ed è tenuto a giudicare con ben altre categorie intellettuali. Il Socialista Castro ha costruito una patria indipendente, non il socialismo, resistendo ad un avversario millanta volte più armato ed economicamente attrezzato di lui. Un esempio per il mondo intero ed anche per la Lega che vorrebbe, a parole, un’Italia libera di decidere del suo destino contro  l’invasività di Stati esteri e finanza internazionale. Salvini crede che la libertà sia gratis o si conquisti con le pose sui rotocalchi? Evidentemente, costui non è disposto a sporcarsi le mani per guadagnarsela. Si faccia eleggere in oratorio che quello è il suo posto. La grandezza, che porta spesso con sé la tragedia, non fa per uno come lui.

Sia chiaro, su queste basi considero statisti anche uomini come Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao, De Gaulle, ecc. ecc.

Tutta gente che non è andata mai per il sottile, ha commesso dei delitti, anche feroci, eppure ha continuamente avuto ben presente come si governa e si difende uno Stato. Si contano i morti che si portano sulla coscienza e mai le vite che hanno salvato o la dignità che hanno preservato ai loro popoli, respingendo gli eserciti invasori, tenendo lontani i saccheggiatori e incrementando il benessere generale. O almeno ci hanno sinceramente provato.

Non ho nessuna simpatia per il Furher, né umana, né politica, ma chi può negare che fu lui a risollevare la Germania dalla polvere, dopo anni di umiliazioni e predazioni, cui era stata sottoposta dalla Società delle Nazioni e dal resto dell’Europa.

Come mai non si getta il medesimo disprezzo su chi ha sganciato bombe atomiche, cosparso le teste asiatiche di napalm e quelle medio-orientali di uranio impoverito? E no, quelli sono i padroni, ci vuole coraggio per condannarli ed il coraggio non si trova in sagrestia dove abbiamo appena lasciato Salvini e soci.

Che dire poi dell’odierna polemica di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, contro un assessore del comune di Trieste, il quale ha avuto l’ “ardire” di definire Tito “indubbiamente un grande statista”. Sì, proprio indubbiamente perché non ci sono equivoci su ciò, ci sono le sue gesta a confermarlo, si condividano o meno.

E questi sarebbero i pericolosi populisti, quelli che rivolteranno l’Europa dei banchieri e della Nato? Ma fatemi il piacere. Con queste educande sicuramente l’Ue creperà, dal ridere.

CONSIDERAZIONI SPARSE DI UN COMUNISTA NON DORMIENTE

gianfranco

1. Sono un comunista che non sente per nulla il bisogno di battersi il petto con sensi di colpa e che quindi non rinnega proprio nulla di quanto ha pensato e fatto. Semplicemente, ho cercato d’essere attento ai processi storici vissuti, a quanto essi mi hanno insegnato. E ne ho tratto determinate conclusioni. Quando vedo altri ancora attardati su idee che mi sembrano proprio dell’epoca dei dinosauri, sono sempre incerto tra il considerarli degli ingenui o degli autentici “falsari” del pensiero. Comunque, dirò un po’ disordinatamente quanto mi viene in mente.

Prendo le mosse da un fatto del tutto particolare. Sono rimasto tempo fa sorpreso nel sentir dire che in “Stato e rivoluzione” di Lenin c’è dell’utopismo. Io non l’ho mai notato. Un certo dottrinarismo proprio nel citare una marea di testi di Marx ed Engels, ma l’utopismo non lo vedo. E non lo vedo in “Che cosa sono gli amici del popolo”, nel “Che fare”, nell’“Imperialismo”, nella “Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, ne “L’imposta in natura”; sto citando testi che vanno dai suoi 23 anni fino alla fine della sua vita. Non parliamo di “Materialismo ed empiriocriticismo”, dove si constata una notevole rigidità positivistica (un po’ alla Engels, diciamo). Nella sua lettura della “Scienza della logica” di Hegel (di cui gli mancava la terza parte, quella sul “Concetto”) interpreta la dialettica come una semplice interazione universale. E alcuni filosofi (fra cui Preve) mi avevano confermato che questa non è la dialettica hegeliana, semmai la classica logica che si usa anche nel campo delle scienze naturali.

Inoltre, Lenin parlava non solo ai contadini, ma era ottimo oratore per le masse popolari, che sapeva “infiammare”. Tuttavia, è più che noto che considerava la stessa “classe operaia” come limitata, se non guidata, alla semplice lotta tradunionistica (sindacale, redistributiva). Aveva distinto tra “classe in sé” e “classe per sé” (quella dotata di coscienza) dove però la coscienza era portata “dall’esterno”, dalla da lui definita “avanguardia della classe”, cioè il partito, che era formato “da una parte degli ideologi borghesi che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme” (questa è frase di Marx ne “Il Manifesto” del 1848) con alcuni, pochi, elementi operai di levatura ben superiore alla media. E, detto francamente, nel partito bolscevico il 90% e più dei dirigenti apparteneva al primo strato; gli altri facevano parte della “base” che obbediva, ammettiamolo infine. Questa percentuale era caratteristica di tutti i partiti comunisti del mondo, perfino di quelli che vollero essere “di massa” come il Pci. E’ chiaro dove sta la “classe rivoluzionaria”? E’ la portatrice d’acqua come il famoso Astrua nei confronti di Fausto Coppi. Ci si guardi bene dall’irridere simile funzione; Coppi aveva bisogno di Astrua, eccome! Però questi sono i ruoli e le funzioni dei differenti personaggi.

Detto per inciso, io sono rimasto vicino al Pci dal 1953 al ’63; poi mi spostai verso le “Edizioni Oriente” (dirette da Mario Geymonat, figlio di Ludovico) e verso quel gruppo che poi divenne il Pcd’I (m-l). Ho partecipato alla scissione degli m-l tra “linea rossa” (Mao) e “nera” (Liu-sciao-chi) all’epoca (1966) della “Rivoluzione culturale” in Cina e infine, nel ’68, ero già per i fatti miei, ma sempre abbastanza vicino per tre-quattro anni agli m-l mentre ho senza cessa diffidato (termine assai moderato) degli “operaisti” e poi di “Lotta Continua” (essendo a Pisa in quegli anni, e fino all’inizio anni ’80, ne ho visto la nascita dalla frattura in tre tronconi del “Potere operaio” pisano, che aveva come dirigenti Sofri e Cazzaniga).

Venendo a Marx, noto che nel 1845 aveva 27 anni. Francamente voler mettere sullo stesso piano gli scritti di quei primi anni di studioso con quelli scritti poi fino ai 65 (età della morte) mi sembra azzardato e non semplicemente poco filologico. Quanto all’errore (di previsione, che però significa quindi errore nell’ipotizzare gli elementi fondamentali di una determinata dinamica delle strutture sociali), non lo svaluto né condanno minimamente. Anzi ho ripetuto più volte che l’errore è decisivo per l’evoluzione del pensiero umano e per la prassi in uso nella società di ogni data fase storica. Il detto “sbagliando s’impara” è uno di quelli che più apprezzo e seguo. Perfino “desidero” sbagliare. Solo che tutti noi tendiamo a perseverare nell’errore (altro detto ben noto: “errare è umano, perseverare è diabolico”). E’ molto naturale in noi, anche nei geni come Marx.

Qui non posso diffondermi su quanto ho spiegato infinite volte: i seguaci avevano in fondo già capito che non si andava formando il corpo dei “produttori associati” (fondamento imprescindibile della cosiddetta proprietà, cioè potere di disposizione, collettiva dei mezzi di produzione), tanto è vero che i dirigenti (non proprietari!) vennero presi per “specialisti borghesi” (cioè collocati nella classe antagonista, nemica). La “classe operaia” divenne solo quella sbrigativamente detta delle “tute blu”, quella cui Lenin assegnò correttamente una mentalità solo tradunionistica, ricorrendo ad una tipica “ipotesi ad hoc”, quella del “partito-avanguardia”, che però era semplicemente (anche nel PC cinese di Mao) una effettiva élite di rivoluzionari di professione, in possesso delle varie capacità strategiche per la guida delle masse in specifiche condizioni di disordine e dissoluzione delle istituzioni del precedente potere (tipo ciò che avvenne nel 1917 nella Russia zarista). Solo che non si prese atto che così facendo si invalidava di fatto la teoria marxiana, che andava quindi decisamente riaffrontata e riformulata. La cosiddetta proprietà collettiva dei mezzi di produzione divenne semplicemente proprietà statale (e con la fusione/confusione di partito e Stato). Da ciò fenomeni grandiosi come la velocissima industrializzazione dell’Urss, divenuta a lungo seconda potenza mondiale, e poi le successive involuzioni e i disastri fino alla miserevole fine del 1989-91. In Cina resiste al momento, perché si è dato discreto spazio e sviluppo alle forme del mercato e dell’impresa (che non hanno nulla a che vedere con il socialismo; quanto al comunismo, chiedo un po’ di decenza).

Questo il punto in cui siamo e, secondo la mia opinione, è possibile constatare dov’era l’errore di Marx (a parte la “falsificazione storica”); e usarlo per rimettere in moto il cervello e pensare qualcosa di nuovo, ammettendo che è pur sempre qualcosa di transitorio, perché si manterrà per un buon periodo di tempo allo stato di continuo ripensamento e, dunque, “ribollimento” di idee. Le epoche di transizione sono ineliminabili. Se tuttavia uno insiste ancora a pensare la vecchia disposizione delle “classi” – per di più con l’impoverimento radicale della lotta tra borghesia e proletariato (o classe operaia) a mero scontro capitale/lavoro, tipico concetto da sindacalista – è per me fuori di ogni e qualsiasi possibilità d’essere preso in considerazione; si perde solo tempo a discutere con costui. Quanto al “principio speranza”, non l’ho mai nutrito, mi è sempre sembrato un’assurdità. Comunque, male non fa, è per me una di quelle cose inutili di cui tuttavia è piena la vita. D’altra parte, io spero sempre di non morire l’indomani. Finora è andata bene; arriverà però il momento della parola fine anche su questa speranza. E siccome ricordo ben 60 anni e passa di storia, devo dire che la speranza di comunismo si è già assottigliata quasi del tutto. Della candela iniziale, siamo adesso ad un moccolo di sì e no un centimetro con una fiammella che ormai non ce la fa più a reggere. Io gli ho semplicemente dato una piccolissima (ma proprio piccola) soffiata e l’ho spenta. Non mi sento turbato dal fatto che altri non facciano lo stesso. C’è anche il detto: “chi vivrà, vedrà”.

2. Mi sembra chiaro che io non sono favorevole alle credenze. So che ci sono, non pretendo di abolirle, ma non le coltivo. Magari, chissà, ne avrò coltivate alcune tanto tempo fa. Adesso le uniche credenze che ho sono di non credere. Posso tuttavia cascarci ancora senza accorgermene. Appunto, senza accorgermene; appena me ne accorgo, corro ai ripari. Non sono mai stato religioso, non sono mai riuscito a pormi il problema di Dio con annessi e connessi (in un certo senso non sono né credente né ateo né agnostico; mai posto il problema, tutto lì). Tuttavia, diciamo che ritengo fortunati quelli che credono di avere una (diversa) vita eterna in un altro mondo, senza il peso del corpo, e possibilmente (se non si è dannati) in letizia continua. Che senso ha essere convinti che con la nostra morte tutto finisce per noi per poi credere che, tuttavia, in un futuro lontano ci potrà essere il comunismo, vissuto come società “giusta” (e Marx non lo descriveva affatto in questi termini! Non era un utopista favoleggiante). Io penso che ci sarà sempre il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, il sincero e il mentitore, il socievole e l’asociale e via dicendo. E i contrari saranno sempre imbricati insieme in ogni individuo, in ogni gruppo sociale, in ogni Stato, ecc. Anzi, uno (individuo, gruppo sociale, Stato ecc.) crede di stare agendo bene, e all’improvviso un “altro” gli getta in faccia che è ingiusto, ingannatore, malintenzionato ecc. ecc. E lo aggredisce per ristabilire la giustizia, il bene, l’equità e altre balle varie; almeno a livello di analisi e studio, lasciamole perdere! Cerchiamo di capire – sapendo che incorreremo sempre in errori che dovremo correggere indefinitamente – in quale fase storica viviamo, quali sono i contrasti tipici d’essa e soprattutto i principali fra essi. E rendiamoci conto che siamo in un’epoca di transizione, in cui continuiamo a servirci di impostazioni teorico-ideologiche (vanno sempre insieme con varia proporzione nella combinazione) di una vecchiezza preoccupante. “It’s a long way to Tipperary, it’s a long way to go”. Avviamoci verso “Tipperary”, cioè la nuova epoca, senza però sapere quando ci giungeremo. Sappiamo solo che troveremo ancora giusti e ingiusti, amici e nemici, alleati e traditori, benevoli e carogne. Non però nel semplice senso che Bepi è buono e Toni è cattivo; sono entrambi un po’ di tutto, sono cioè vivi e veri, non delle macchiette per imbonire il “poppolo”. Basta con questa mania di credere; liberatevi dei sogni. Ciò non implica per nulla affatto evitare le scelte e anche battersi per esse; tuttavia, senza tante utopie e non sostenendo, in modo manicheo, che noi siamo il buono e lottiamo contro il cattivo. Crediamo che sia meglio trovarsi in una determinata situazione piuttosto che in un’altra (e altri crederanno il contrario e ci verranno addosso; e allora via con il combattimento). Sempre così, non sarà mai finita, mai la mortifera società della “giustizia” e dell’armonica convivenza.

3. Possibile che non si capisca una cosa così elementare. C’è chi crede fermamente di avere un’altra vita, eterna, quindi che mai finirà nel nulla. E lo crede per sé, non per i propri discendenti. Invece ci sono i comunisti che credono di finire nel nulla (cosa che credo anch’io) e però sono convinti che chissà fra quanto ci sarà la società dei giusti e degli eguali. Molto altruisti, certo, pensano ai loro eredi; e chissà fra quanto. Allora diciamo che questi sono di serie A perché pensano agli altri, fra qualche secolo. I primi sono di serie B, egoisti, pensano al loro individuale benessere per tutta l’eternità. Io non appartengo né all’uno né all’altro tipo. Temo proprio che andrò nel nulla; ma del comunismo fra secoli non me ne sbatte un …… ecc. ecc.

E poi basta con questo comunismo d’accatto. Marx pensava che le condizioni sociali di base per la trasformazione del capitalismo (tramite appunto la formazione del corpo dei produttori associati) fosse già in atto mentre stava scrivendo “Il Capitale”. Io parlo di errore, ma logicamente con il senno di poi. Marx era realistico, vedeva lo sviluppo industriale (di fabbrica!) nell’Inghilterra (dove viveva e andava tutti i giorni per ore e ore al British Museum; altro che partecipare alle riunioni politiche a cianciare del meraviglioso futuro come un sessantottardo “ante litteram”). L’Inghilterra era il suo “laboratorio” e in quello vedeva ciò che poi non si è realizzato; e già ne avevano preso consapevolezza Kautsky e ancor più Lenin, che parlava apertamente dei dirigenti salariati come di specialisti borghesi e negli operai di fabbrica vedeva solo la “classe in sé”, al massimo capace di “coscienza tradunionistica”. La coscienza rivoluzionaria era portata dall’esterno, cioè dal partito in quanto avanguardia della classe; formata in gran parte dagli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del processo storico nel suo insieme” (frase comunque scritta da Marx nel ben noto pamphlet che è il “Manifesto” del ’48) unitisi ad alcuni (ben pochi) operai di particolare intelligenza, che comunque mai hanno occupato i primi posti nella dirigenza dei partiti (sia socialdemocratici che comunisti, della II come della III Internazionale). Alcuni sono stati figli di operai o contadini, come lo sono alcuni imprenditori capitalisti particolarmente duri e severi verso i compagni del loro padre. La nascita non è poi la condizione sociale vissuta e procacciata ai figli dai padri.

Marx era convinto che i processi in atto nel capitalismo del suo tempo (leggersi la parte finale del cap. XXIV del primo libro de Il Capitale) costituivano già le basi della prima fase, il socialismo, per il cui perfezionamento occorreva solo l’abbattimento dello Stato borghese difensore della proprietà privata dei mezzi di produzione da parte di ormai parassiti, proprietà che doveva andare collettivamente appunto al corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”, III libro de Il Capitale). A questo punto, mentre nel capitalismo stavano, secondo il suo parere, formandosi barriere allo sviluppo delle forze produttive, queste sarebbero state abbattute con la rivoluzione proletaria che si impadroniva appunto dello Stato. E allora sarebbe esploso uno sviluppo gigantesco della produzione che avrebbe messo fine alla scarsità dei beni e avrebbe realizzato concretamente il principio comunistico: “a ciascun secondo i suoi bisogni”. Ognuno sarebbe andato nei magazzini, negli spacci o che so io a prendersi tutto quello che gli occorreva senza più prezzi (indice di scarsità); e quindi senza moneta né buoni lavoro (che ci sarebbero stati ancora nella prima fase socialistica, in cui ad ognuno doveva essere dato soltanto “secondo il suo lavoro”). Visione chiara e precisa, totalmente falsificata dalla storia.

Nel socialismo reale del XX secolo non si sviluppavano più le forze produttive (quanto meno dalla seconda metà degli anni ’50) mentre il mondo capitalistico era in piena crescita e con la terza rivoluzione industriale alle porte. Chi vuole ancora sognare, lo faccia pure. In Marx vi era, al contrario, una previsione basata sulla concretezza e materialità dei rapporti sociali e della loro trasformazione. Il comunismo da voi fantasticato è immaterialità pura. Allora perché non credere all’anima che s’invola dopo la morte? Visto che ci assicura la vita eterna. Voi non assicurate nulla di concreto, di materialmente esistente sulla terra, esattamente come le religioni. Solo che dite a tutti: morirete, non c’è nulla dopo voi, ma i vostri successori, di qui a qualche secolo, acc….. come staranno bene con il comunismo. E’ chiaro che cosa le masse hanno nuovamente scelto: le religioni dell’al di là. Al di qua ci siete voi con la vostra tristezza e malinconia per le speranze perse e cui vi aggrappate con quella che ad un “esterno” appare disperazione.

4. Non dileggio nessuno, resto solo basito per l’incomprensione continua di quanto vo’ dicendo. Allora:

a) Il comunismo è finito, morto e sepolto. E’ finito nel ’17 perché da allora tutte le rivoluzioni, guidate da partiti che si dicevano comunisti, sono state fatte dalle sedicenti avanguardie (partiti) con al seguito i contadini. Dove c’erano le masse operaie, chi ha tentato la rivoluzione (Luxemburg, ecc. in Germania) è stato massacrato ed eliminato in pochi mesi (per non dire giorni). Il socialismo detto reale non aveva nulla a che vedere con quello che pensava Marx (ma in fondo, prima del ’17, anche Lenin). Non c’era la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, solo quella statale e di uno Stato/partito in cui un ristrettissimo gruppo dirigente comandava al 100%; e chi non seguiva quella balla del “centralismo democratico” era espulso (anche dalla vita se possibile). L’Urss si è sviluppata sotto la potente direzione del gruppo al cui vertice stava Stalin (era comunismo? Non vi viene da ridere?). La Cina si è rimessa dallo sconquasso del “balzo in avanti” (anni ’50) e della “rivoluzione culturale” (anni ’60) con Deng e uno sviluppo comandato dal centro ma affidato a imprese. Le 3000 imprese statali decotte dell’epoca di Mao sono state, con intelligenza e tempi adeguati, liquidate e trasformate in imprese che si sono affidate sempre più a “leggi mercantili”, pur con processo di trasformazione controllato e guidato, ma non certo dai “produttori associati”, invece da manager di buone capacità, quelli che Lenin chiamava specialisti borghesi. Quindi fine della balla della transizione al comunismo.

b) Le velleità anticapitaliste raccontate dai sopravvissuti della passata stagione non hanno nulla a che vedere con quanto pensava e credeva di aver visto Marx, con analisi oggettiva della società inglese della sua epoca. Siamo entrati in un’altra epoca in cui finalmente le masse popolari (sempre più segmentate e stratificate e in cui i veri operai sono una minoranza ….. sempre minore) si dedicano, e al momento con scarsa efficacia (e ciò preoccupa anche me!), a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro in peggioramento. Lo Stato sociale viene progressivamente intaccato. Sono assolutamente d’accordo nella difesa di queste condizioni di vita e di lavoro nonché dello Stato sociale. Basta che non mi si racconti che questa è lotta anticapitalista nel senso in cui la s’intendeva quando i comunisti sapevano che cos’era il marxismo. Difendiamoci e diciamo quello che esiste oggi, non inventiamoci fantasie che dividono e irritano chiunque ancora si ricordi effettivamente dei comunisti d’antan.

c) Viviamo dunque un’epoca di transizione; e solo per fare una similitudine, ma molto all’ingrosso, ho ricordato spesso quella tra il Congresso di Vienna (1814-15), momento della piena Restaurazione, e il 1848 che apre una nuova epoca, in cui appunto Marx pensa in un certo modo al “Movimento operaio”, modo fallito e smentito proprio dalla Rivoluzione del 1917. Finita miseramente l’epoca delle presunte rivoluzioni proletarie, finita quella dell’altrettanto presunta lotta rivoluzionaria nelle “campagne” contro le “città” (paesi capitalistici sviluppati), ho proposto di essere finalmente un po’ realisti e di dedicarsi all’analisi di fase, cioè per qualche decennio a dir tanto, senza mettersi ancora una volta a sciorinare ricette per abbattere ….. quale capitalismo? Parliamo indifferentemente di capitalismo riferendoci a quello vissuto all’epoca di Marx, a quello delle due guerre mondiali, a quello emerso con lo strapotere degli Stati Uniti. Siamo molto ignoranti (me compreso, sia chiaro) e continuiamo a straparlare senza un minimo di cognizione su nulla. Allora riprendiamo da quelle che sono adesso le contraddizioni più acute. Ci sono quelle tra etnie e quelle tra religioni in primo piano. Ho avanzato l’ipotesi che queste vengano però accentuate e sfruttate nell’ambito della tendenza degli Usa a voler dominare incontrastati il mondo, mentre si vanno sviluppando potenze che via via dovrebbero contrastarli con crescente forza.

d) Non sostengo che la lotta tra Stati ha preso definitivamente il posto di quella tra classi o tra dominanti e dominati (e già questa distinzione è frutto di mancanza d’analisi dei rapporti sociali). Le classi sono tramontate perché si basavano – e qui do a Marx piena ragione – sulla proprietà o meno dei mezzi di produzione. Questa caratteristica fa oggi ridere se la si vuole usare per definire ancora i rapporti sociali di un capitalismo del tipo statunitense (da me detto “dei funzionari del capitale”, dizione che non ricopre quella di “capitalismo dei manager”, anche se tende a ricomprenderla). Lasciamo stare le classi e seguiamo meglio l’evolversi delle modificazioni strutturali dell’odierna formazione sociale. Intanto però – quindi per questa fase storica che non so quanto durerà, ma è certamente transitoria – teniamo conto di questa lotta multipolare tra Stati/potenza che usano le etnie, le religioni, ecc., cercando di orientarle per quanto possibile ai loro scopi; ma certamente con notevoli perdite di controllo, che sono a mio avviso messe in conto.

Volete quindi capire infine che ciò che dico lo dico con perfetta coscienza della sua assoluta transitorietà? L’unica cosa di cui sono convinto è che tale transitorietà è necessaria, che voler predicare teorie generali e presunte definitive – e per di più quelle di millant’anni fa, decrepite e orrorifiche – è solo frutto di mentalità dogmatica, che cerca sicurezza perché non si è capaci di vivere nella dura fatica di un nuovo pensare, sapendo che stiamo rimuginando cose labili e passeggere; eppure utili come passi di transizione in un’epoca di completo subbuglio, in cui tutte le precedenti certezze sono terribilmente sconsolanti. Si perde tempo e si rincoglioniscono ancor più i giovani, che già questa scuola merdosa in mano alle “sinistre” umanitarie (solo perché ipocrite) sta riducendo ad analfabeti. Non sto pensando ad alcuna teoria generale da proporre in alternativa al marxismo.

Si può infine essere capiti?

5. L’insegnamento di Marx, che non a caso non intendo dimenticare, è di aver analizzato la società del suo tempo (e nel suo “reparto” da lui ritenuto il più avanzato, l’Inghilterra, dove fra l’altro ha vissuto a lungo). E non l’ha analizzata da pasticcione eclettico come tanti intellettuali “rivoluzionari”. Dopo aver liquidato la sua precedente ideologia in quel mare di appunti (che lui non aveva alcuna intenzione di editare perché gli erano appunto serviti per spazzare via le sue superate concezioni) pubblicato ben dopo la sua morte come “Ideologia tedesca”, egli si è dedicato con grande pazienza allo studio dell’economia politica (classica) inglese, di cui restano altre migliaia di pagine poi raccolte e pubblicate da Kautsky e infine risistemate come “Teorie sul plusvalore”. Egli interpreta la realtà inglese del suo tempo utilizzando proprio quella teoria, cui apporta una “piccola” variante: la distinzione tra lavoro (fonte del valore di un prodotto) e forza lavoro, in quanto energia (manuale e intellettuale) contenuta nella corporeità umana e che ha essa stessa valore in base al lavoro speso per produrre quanto necessario alla sua sussistenza e riproduzione (non certo in senso biologico, bensì storico-sociale). Da questa “piccola” (detto in senso ironico evidentemente) variazione derivano tutte le migliaia di pagine de “Il Capitale” e altre opere (però minori). Solo che il “nostro” ne trae determinate conclusioni in un certo senso necessitate dall’applicazione di QUELLA teoria a QUELLA determinata realtà che egli vedeva come tipica dell’Inghilterra; e che per lui annunciava quanto sarebbe avvenuto in breve in tutto il mondo, allargandosi a macchia d’olio. Qui s’inserisce quello che definisco “errore” dopo ben un secolo di sfrenata ideologia “operaia”, che ha nei fatti abbandonato Marx in più di un punto pur credendo di restargli sempre fedele.

In realtà, l’“errore” non è stato di Marx, ma dei suoi successori che, con tutta tranquillità, hanno riconosciuto (di fatto ma non in teoria) la non formazione del corpo dei produttori associati (“dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”, dall’ingegnere all’ultimo manovale); hanno dunque separato i dirigenti dai veri e propri operai di fabbrica. Soltanto questi sono stati considerati la “classe rivoluzionaria”, provocando un corto circuito immane. I soli operai di fabbrica (senza nemmeno l’unione con i dirigenti, in un certo i possessori delle “potenze mentali della produzione”) non avevano alcuna capacità egemonica e di direzione di una profonda trasformazione (rivoluzionaria) della società capitalistica. E Lenin lo riconobbe apertamente quando affermò che la classe operaia (così ristretta) giungeva al massimo ad una considerazione tradunionistica (sindacale) dei problemi intrinseci allo sviluppo del capitalismo; sostenne però che essa rimaneva “in sé” il perno della futura rivoluzione.

Per fortuna, egli (dopo il ’17), e più tardi Mao, ecc., ripiegarono sui contadini e realizzarono delle rivoluzioni, da cui non è certo nata alcuna società socialista e tanto meno comunista. Tuttavia, io sto dalla parte di quelle rivoluzioni, che adesso hanno però dato tutto quello che potevano dare; e ciò che ne è risultato non ha più nessun significato anticapitalistico come lo agognano ancora i comunisti residuati. Accortomi di tutto questo bailamme, ne ho semplicemente preso atto, ho cercato di coerentizzare sempre meglio quanto teorizzato da Marx in modo da capire dove si è creata la “frattura”, che gli ha impedito una corretta previsione della dinamica capitalistica successiva così diversa da quella inglese (borghese) della sua epoca. E ho tenuto proprio conto dell’insegnamento fondamentale di Marx, sto cioè cercando di analizzare la società nella sua fase storica attuale.

Per il momento, anche a causa (io credo) degli enormi ritardi accumulati in senso puramente ideologico (e quasi “mistico”) con cui mi scontro, si tratta di un’analisi “in progress” con tutte le incertezze del caso. Questo comunque ho fatto, in completa fedeltà all’insegnamento marxiano. Continuare a declinare mille volte il termine comunismo o anche solo anticapitalismo, non fa fare un solo passo avanti nell’analisi della fase attuale e delle diverse formazioni sociali esistenti in varie aree mondiali. Io vivo qui e di fatto sono influenzato, nell’analisi, dalla società detta “occidentale”. Anche perché la stessa teoria di Marx, da cui pur sempre parto, è “occidentale”, prende le mosse dall’idea che qui fosse il centro del futuro sviluppo della società, che il capitalismo si sarebbe da qui allargato a tutto il mondo uniformandolo.

Diciamolo pure: Marx era convinto che la vera civiltà progressiva fosse la nostra, le altre erano solo in ritardo, addirittura ormai statiche. Io non la penso così, ma la teoria utilizzata nell’analisi si rifà a Marx, nutrito di quelle idee. Lo so e quindi mi rendo conto dei miei limiti. Solo per questo, tuttavia, non perché ho abbandonato l’intento di abbattere il capitalismo, un’ossessione di nessun significato conoscitivo. Analizzo, come posso, la società del mio tempo e della mia area mondiale. Sono convinto che siamo in transizione verso una nuova epoca storica non ancora ben prevedibile. Non è conoscibile in modo più esaustivo soltanto perché lo si vuole. I desideri restano tali; e assai poco realistici. Quello che non si vede, non si deve dire. Atteniamoci a quanto sembra (SEMBRA) abbastanza realistico.

5 bis. mi interessano gli studi condotti con un apparato teorico alle spalle e non semplicemente intrisi di empirismo sociologico spicciolo. Bene o male io ho un apparato teorico che è di fatto quello di Marx, con la variazione: dalla centralità della proprietà (non in senso giuridico) dei mezzi di produzione (che comporta un ben preciso indirizzo dato all’analisi dei conflitti nella società nella fase storica del capitalismo; per Marx quello inglese) alla centralità del conflitto di strategie per la supremazia, che implica una diversa analisi delle lotte in corso nel capitalismo d’ultima fase (ultima finora). Certamente la variazione apportata implica drastici rimaneggiamenti dell’apparato teorico marxiano; e rimaneggiamenti in corso d’opera, non “precipitati” nella pretesa di una teoria generale della trasformazioni sociali come si trova ne “Il Capitale”. Tuttavia, un certo apparato teorico esiste, mentre certi sociologi si limitano alla rilevazione empirica di date fattualità. Studi a volte interessanti, utili, ma qualcosa di diverso da ciò che cerco io.

RIFLESSIONI SUI ‘COMUNISTI’ AL GOVERNO… Di A. Berlendis

Un tempo era scontata ma oggi è opportuno precisare che negli esempi qui sotto, tratterò gli individui come marxiane ‘maschere di carattere’,cioè come rappresentanti emblematici di orientamenti e comportamenti socialmente diffusi nel ceto politico attuale, nel caso specifico, come agenti politici che nello svolgimento della loro funzione che personificano una data tendenza.
 
1. Quest’estate prima di un dietrofront poco onorevole ,l’onorevole Caruso aveva imputato dei fenomeni sociali (precarietà e morti sul lavoro) ad intestatari di leggi.   Egli ha perfettamente rappresentato tutti coloro che non hanno assimilato “L’affermazione marxiana che non i rapporti materiali di potere nascono dalla legge,ma la legge nasce dai rapporti materiali di potere nella società…” P. Ichino ‘ La concezione del diritto nelle opere giovanili di Marx’ in Problemi del socialismo pg 1173.
La personalizzazione di un fenomeno implica l’incapacità di coglierne le determinanti strutturali e l’antiberlusconismo quale malattia senile della sinistra ne è stata la massima espressione . 
Perché è invece proprio all’analisi di quei ‘rapporti materiali di potere nella società’ che occorre dedicarsi per comprendere, i particolari campi di possibilità entro cui gli individui (come singoli o associati) si trovano ad agire e da cui vengono determinati (nel senso esser presi entro strutture impersonali, e non essere prodotti dall’esclusiva volontà soggettiva).
 
2. Tra un evento mondano e l’altro , Bertinotti ricerca, con ampio sguardo prospettico che va dai ‘borghesi buoni’ alle ‘opevaie ed agli opevai’, vie ‘alternative per il socialismo’ . Lo fa saltando l’esperienza del novecento per tornare a Marx. Ma non si è accorto che Marx gli aveva già fatto il ritratto quando affermava che “è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che—egli pretende—è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altroché una contraddizione sociale in atto. Egli deve giustificare in teoria ciò che è in pratica….” (Marx ‘Miseria della filosofia’)
La enunciazioni ‘teoriche’ attraverso i salti ,servono al Nostro, non solo ad avere successo nei talk-show ed all’intrattenimento nelle serate mondane. Servono soprattutto a legittimare a priori o a posteriori qualsiasi scelta politica si intenda sostenere, passando con disinvoltura da una linea politica all’altra senza praticare vero bilancio storico, ma mediante rimozioni a catena. E sì che per chi vuole addirittura mantenere la denominazione ‘comunista’ , un’analisi critica dell’esperienza comunista novecentesca avrebbe dovuto esser d’obbligo.
3. La sacerdotessa dell’oligarchia intellettuale di sinistra, Rossana Rossanda a proposito della manifestazione del 20 ottobre sostiene che ‘il governo dovrebbe ringraziarci per offrirgli l’occasione di saggiare consensi e inquietudini di una parte consistente della società civile che lo ha votato. (Manifesto 8 settembre 2007). Si è probabilmente dimenticata di aver suo tempo scritto una prefazione alla biografia di Rosa Luxemburg, la quale in proposito sosteneva che “nel parlamento i socialisti entrano per combattere il dominio borghese, nel governo borghese per farsi carico degli atti di questo dominio di classe. Secondo, risulta del tutto utopico pensare che un dicastero del governo possa attuare una politica borghese e un altro una politica socialista, nel quadro di una politica che intende conquistare gradualmente, dicastero per dicastero, il potere centrale a favore della classe operaia.” (In ‘La crisi socialista in Francia.Il caso Millerand e i partiti socialisti. 1900)
Ma forse all’intellettuale di sinistra non è più manifesta non solo l’analisi strutturale delle azioni degli agenti politici, ma nemmeno l’insegnamento mirabilmente tratto da Hannah Arendt dall’accettazione dell’ascesa e della permanenza del nazismo : “Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente condotti ai primi.”
 
4. Anche dopo aver sollecitamente scoperto che quello afgano è un area di guerra (cui l’Italia partecipa come paese occupante, servilmente prono agli USA tramite la Nato) il segretario del Prc Giordano tuona “Sull’Afghanistan ci siamo comportati correttamente.” (www.corriere.it 27 settembre 2007). Cioè anziché produrre azioni concrete contro questo governo (leggasi : minimo,ma veramente minimo ,ritirargli la fiducia) sfileranno con animo puro e gi-ulivo per la pace nel mondo. Anche se al momento (dato il quadro attuale) appare scarsamente probabile la rivoluzione contro il capitale, rimangono a proposito del pacifismo ineccepibili le sferzanti parole leninane :
Uno dei mezzi per gabbare la classe operaia è il pacifismo e la predicazione astratta della pace. In regime capitalistico, particolarmente nella fase imperialistica, le guerre sono inevitabili. […] Nel momento presente, la propaganda per la pace, non accompagnata dall’appello alle azioni rivoluzionarie delle masse, può soltanto seminare delle illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e farne un balocco nelle mani della diplomazia segreta dei paesi belligeranti.
In particolare, l’idea che la cosiddetta pace democratica sia possibile senza una serie di rivoluzioni, è profondamente errata.
Il marxismo non è pacifismo.” Lenin ‘Il socialismo e la guerra’
 
5. Per loro vale ciò che scriveva Fortebraccio al suo esordio sull’Unità il 12 dicembre 1967 : “Domenica l’on. Bonomi [Caruso,Bertinotti e similari-Nota mia] ha parlato a Firenze ,ed è stato, sia detto fra parentesi, un bel sollievo per le altre città.”
 
Ma il punto rilevante è che in nessuno dei quattro di cui sopra ha dato ascolto ai consigli teorici di una fonte autorevole, secondo la quale i rivoluzionari devono sempre, per essere tali,
 “Ragionare freddamente, ‘valutare con rigorosa obiettività le forze di classe ed i loro rapporti reciproci in ogni azione politica’ : questo appello alla ragione, questa visione lucida ed appassionata, della rivoluzione come ‘scienza difficile e complessa’, non hanno perso, a cinquantanni di distanza, nulla del loro fascino e della loro attualità.” Giorgio Napolitano Prefazione a Lenin ‘Rivoluzione in occidente e infantilismo di sinistra’ Editori Riuniti 1971 pg XIX-XX.
 
Comprendiamo allora il pizzico di verità dello slogan che sentenziava ‘Lunga vita al presidente’ … (anche se era Mao ! ).
 

LA SCELTA DI LENIN di G.P.

Come precedentemente promesso pubblichiamo sul blog l’articolo di Slavoj Zizek “Né Pepsi Né Coca. La scelta di Lenin” dal quale aveva preso le mosse Gianfranco La Grassa per il suo breve scritto “Parliamo d’altro”, in evidenza sul sito www.ripensaremarx.it. Vorrei ricordare che La Grassa si era servito, in particolare, di una citazione di Lenin, riportata da Zizek, nella quale il rivoluzionario della Lena reagiva sprezzantemente ai tentativi destabilizzanti dei menscevichi i quali, per il solo fatto di mettere in dubbio il valore delle conquiste sociali alle quali il potere sovietico aveva condotto, contribuivano all’affossamento della rivoluzione del ’17. Riporto integralmente la frase di Lenin per spiegarne e il valore contingente e quello storico, con l’obiettivo di scacciare da noi la “beata mentalità liberale” la quale non può che inorridire di fronte al “sostanzialismo” leniniano che rifiuta di farsi irretire nelle coordinate canoniche della democrazia di “classe”:  “In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: “la rivoluzione si è spinta troppo oltre (…)”. Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte ad un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete dall’esprimere queste opinioni oppure, se insistete, ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali [sottolineatura mia], in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente [sottolineatura mia], non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stesa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche.” Chi ha studiato un po’ la Rivoluzione di Ottobre (a tal proposito invito a leggere l’ottimo saggio di C. Bettelheim, “Le lotte di classe in URSS”), si sarà fatto un’idea delle difficili fasi attraverso le quali era passato il partito bolscevico durante tutto il processo rivoluzionario, prima e dopo lo scoppio dell’insurrezione, dei tentativi messi in atto dalle forze reazionarie per arrestarne il corso, sia apertamente sia più velatamente, frapponendosi alla direzione impressa allo stesso dai comunisti, nonché degli stessi tentennamenti che vi erano stati all’interno del gruppo dirigente bolscevico (con i vari Kamenev, Zinoviev e lo stesso Stalin che pensavano “più a spingere la borghesia da dietro” che non a perorare la presa immediata del potere).

Vorrei ricordare che la frase pronunciata dal rivoluzionario Russo è del 1922, (mentre ancora subito dopo il ’17 Lenin aveva acconsentito a che i menscevichi e i S.R. continuassero ad esprimere sulla stampa le loro opinioni, almeno finché si fossero limitati alla lotta ideologica senza entrare in combutta con le forze reazionarie), in quel periodo i bolscevichi erano riusciti a rendere più stabile il controllo sullo Stato (soprattutto agli alti livelli, dove le cose, a detta di Lenin, funzionavo “benino” grazie all’azione dei bolscevichi della vecchia guardia, membri del partito forgiatisi prima della presa del potere) e a fiaccare i tentativi diretti delle guardie bianche appoggiate dalle forze imperialiste europee. Ma ciò che più preoccupava Lenin in questa fase era la difficoltà a modificare, in senso socialista, i rapporti sociali della costituenda formazione sovietica. Difatti, si erano verificate infiltrazioni borghesi in tutti i settori, dalle campagne (dove i contadini ricchi continuavano a perpetrare il proprio potere su quelli più poveri), alle industrie (dove furono richiamati gli specialisti borghesi della produzione) ai diversi livelli degli apparati statali dove molti ex funzionari zaristi avevano ripreso il loro posto dandosi “una spruzzata di comunismo”, fino all’esercito (dove l’antiburocratico Trotzky si era nuovamente affidato agli ex-generali zaristi che avevano riprodotto la disciplina militarista del periodo precedente). A tal uopo sarà utile riportare ciò che scriveva un ex cadetto emigrato, Ustrjalov, proveniente dalle file delle guardie bianche di Kolcak, il quale pubblicò a Praga una raccolta di scritti dal titolo “Cambiamento di corso” a proposito della nuova situazione che andava determinandosi (siamo proprio nel ’22) “I bolscevichi giungeranno al comune Stato borghese e noi dobbiamo sostenerli. La storia segue vie diverse.”

Di fronte a queste tendenze, colte dagli stessi cadetti, qualsiasi debolezza o concessione nei confronti della “democrazia delle opinioni” avrebbe significato il rafforzamento delle forze reazionarie e la fine dell’esperienza rivoluzionaria. I menscevichi e i S.R. avrebbero potuto impegnarsi, insieme ai bolscevichi, nell’opera di trasformazione dei rapporti sociali borghesi che usciti dalla porta rientravano dalla finestra a causa della situazione economica, ed invece sostenevano che la rivoluzione “si era spinta troppo oltre”. Lenin era stato molto duro non solo con i menscevichi e i S.R. ma aveva combattuto, anche all’interno del partito, le correnti che deviavano dall’obiettivo fondamentale del rafforzamento del potere sovietico proprio quando le forze reazionarie penetravano nello Stato e nello stesso partito. Al X congresso del partito, nel 1920, al gruppo della “opposizione operaia” che perorava la sindacalizzazione dello Stato e una lotta alle tendenze burocraticistiche dell’organizzazione bolscevica, Lenin dice espressamente: “Abbiamo passato molto tempo a discutere  e debbo dire che ora è molto meglio far “discutere i fucili” anziché con le tesi presentateci dall’opposizione. Adesso non ci vuole opposizione, compagni, non è il momento! O da questa parte, o dall’altra, con un fucile e non con l’opposizione. Ciò dipende dalla situazione oggettiva, non prendetevela con nessuno”. C’è da dire che Lenin riconosceva comunque al gruppo della “opposizione operaia”(del quale faceva parte anche la Kollontaj) l’aver posto questioni veritiere (forse anche più utili di quelle già contrastate da Lenin nel precedente congresso, quando Trotzky e Bucharin avevano premuto per la statizzazione dei sindacati e la militarizzazione del lavoro).

Dunque, concludendo, ha perfettamente ragione La Grassa quando dice: “In tale contesto s’inserisce la frase di Lenin che Zizek cita e che, nella forma, sembra pregna del più totale disprezzo per ogni atteggiamento di tollerante rispetto verso l’altrui opinone, mentre nella sostanza indica invece che, in date contingenze storiche, non si possono fare gli interessi della maggioranza del popolo con le “buone maniere”; gli avversari per certi versi peggiori, comunque pericolosi, sono quelli che si frappongono fra te e quello principale, cioè il nemico[…] debbono essere schiacciati[…] perché hanno l’oggettiva funzione di confondere le masse, d’impedire la risoluzione della crisi secondo la “verità rivoluzionaria”.[sottolineatura mia].

Con questo commento vi lascio all’interessante articolo di Zizek.

 

NE’ PEPSI NE’ COCA. LA SCELTA DI LENIN di Slavoj Zizek (fonte Il Manifesto)

 

Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l’imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: "la rivoluzione si è spinta troppo oltre(…)". Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete dall’esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all’assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà – sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione …
Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l’errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ….»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l’opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l’espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.
Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell’assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell’ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l’impossibile». Non c’è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento – forse l’unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton – conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell’infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell’opinione pubblica l’idea fondamentale che, con l’assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.
A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell’ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» – come le definisce Ulrich Beck – in cui l’ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l’opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un’ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l’ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un’immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell’ ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.
Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell’Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All’improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell’Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo …
A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all’interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell’insieme stesso di coordinate. L’intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l’ad quem di tale transizione: all’improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ….).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l’appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all’interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all’interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l’appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?
Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C’est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l’esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali. Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull’equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C’est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l’appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.
Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all’ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch’essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L’idea che «l’epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L’elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l’umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata. Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L’ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L’unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale – essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti, ecc. – non può non ricordarci l’imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l’alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet’n’low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l’insignificanza totale dell’alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante «chiudi porte» degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l’impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui nel processo politico della nostra società «postmoderna» …
È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un «nemico della libertà», ma piuttosto perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra «società delle scelte» preclude qualsiasi vera scelta.

 

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